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Legislatura 16ª - 14ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 184 del 26/10/2011


RAPPORTO  APPROVATO DALLA COMMISSIONE SULLO STATO DI PREVISIONE DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE  PER L'ANNO FINANZIARIO 2012 E PER IL TRIENNIO 2012-2014, LIMITATAMENTE ALLE PARTI DI COMPETENZA, (DISEGNO DI LEGGE N. 2969 - TABELLA 2) E SULLE PARTI CORRISPONDENTI DEL DISEGNO DI LEGGE N. 2968

 

La 14a Commissione permanente, esaminati, per le parti di propria competenza, il disegno di legge A.S. 2969 «Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2012 e per il triennio 2012-2014» e le parti corrispondenti del disegno di legge A.S. 2968, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2012)»;

premesso che,

la situazione economica e finanziaria del nostro Paese è molto preoccupante e le iniziative finora assunte dal Governo hanno rappresentato una risposta debole e del tutto inadeguata alle aspettative dell'intero tessuto sociale e produttivo del Paese;

gli indicatori macro e microeconomici evidenziano, per il nostro Paese, un andamento negativo in rapporto al resto dei Paesi maggiormente sviluppati. Dal punto di vista della crescita economica, i nostri principali competitors internazionali durante la crisi hanno registrato una minore  riduzione percentuale del PIL e nell'attuale fase registrano tassi di crescita molto superiori al nostro. Sulla base dei dati del FMI, la crescita mondiale è prevista al 4 per cento nel 2011 e nel 2012, per crescere al 4,5 per cento nel 2013 e al 4,7 per cento nel 2014. Gli Stati Uniti crescono del 1,5 per cento nel 2011, mentre le stime prevedono una crescita del 1,8 per cento nel 2012, del 2,5 per cento nel 2013 e del 3,1 per cento nel 2014.  Per l'area euro la crescita del 2011 è pari in media al 1,6 per cento, mentre per il 2012 si prevede una crescita del 1,1 per cento, per crescere ad una media del 1,6 per cento nel biennio successivo. Secondo le previsioni del Governo, l'Italia è ferma, purtroppo allo 0,7 per cento nel 2011 e allo 0,6 per cento nel 2012, per crescere poi dello 0,9 per cento nel 2013 e del 1,2 per cento nel 2014, e tali dati, tra l'altro, come affermato da più parti appaiono estremamente ottimistici;

in coincidenza con la bassa crescita, l'economia nazionale sconta, poi, una generale perdita di competitività. Da grande Paese industrializzato stiamo inesorabilmente scivolando nelle graduatorie internazionali di competitività;

nella classifica dei Paesi a più alta competitività, redatta dal World Economic Forum nel "Global competitivness Report 2010-2011" , l'Italia si attesta solo al 48° posto, superati da numerosi paesi in via di sviluppo e lontanissimi dai maggiori concorrenti europei (la Germania è 5a, la Gran Bretagna 12a e la Francia 15a) e a distanza anche dall'Irlanda (29a) e dalla Spagna (42a), che pure  registrano una forte caduta del loro prodotto interno lordo;

nella classifica "Global 500" redatta annualmente da Fortune, tenendo conto del valore complessivo della produzione di ciascuna impresa, nessuna impresa industriale italiana è presente tra le prime 15 imprese leader mondiali. Solo quattro imprese italiane (Generali 19a , Eni 24a , Enel 60a  e Fiat 85a ) figurano tra le prime 100 del mondo e soltanto altre tre (Unicredit Group 102a , Intesa San Paolo 151a  e Telecom 181a) tra le prime 200. Di queste una soltanto produce beni di natura industriale. Solo per fare un sintetico raffronto gli Usa hanno 31 imprese tra le prime 100 ; la Germania ha 11 imprese fra le prime 100 e 17 tra le prime 200; la Francia 11 imprese tra le prime 100; la Gran Bretagna 10 fra le prime 100, così come il Giappone. In tale classifica siamo stati recentemente raggiunti da Cina e Corea del Sud ed altri Paesi si apprestano a superarci;

come evidenziato dal recente rapporto annuale dell'Istat, le imprese italiane registrano un forte arretramento nei principali settori competitivi (agricoltura, manifatturiero, servizi)  in rapporto alle corrispondenti imprese del resto dei paesi UE; dato questo che si è fortemente ampliato nel periodo 2008-2009 in rapporto all'andamento medio registrato negli anni 2001-2007. Tale situazione evidenzia le difficoltà delle imprese italiane a reagire agli egli effetti della crisi;

particolarmente preoccupante è il dato sulla produttività totale dei fattori. Fatta 100 la produttività del settore manifatturiero nel 1995, l'Italia si attesta oggi al 94,8, perdendo  più di 5 punti. La Germania ne guadagna 30, salendo al 130,3, mentre la Francia sale al 126,3. Nei 10 anni compresi tra il 1994 ed il 2005 il prodotto per ora lavorata ha avuto un incremento dello 0,5 per cento, rispetto alla crescita del 2,1 per cento che aveva caratterizzato il decennio precedente. In generale, nel periodo 1995-2008 il contributo dato alla crescita dall'incremento di produttività è stato appena dell'11 per cento, rispetto ad una media del 46,3 dei Paesi dell'area dell'euro. Rispetto ai nostri principali partner europei, tra il 1998 e il 2008, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per cento in Italia, del 15 in Francia, mentre in Germania  è diminuito. Tali divari riflettono soprattutto i diversi andamenti della produttività del lavoro: nel decennio 1998-2008, secondo i dati della Banca d’Italia, la produttività del fattore lavoro è aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 per cento  in Francia e solo del 3 per cento in Italia. Nello stesso periodo il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento, del 20 per cento in Germania e meno che in Francia (37 per cento);

altro indicatore particolarmente indicativo della competitività complessiva di un sistema è rappresentato dall'andamento dello stock di investimenti diretti esteri (IDE) da e verso l'estero. Il nostro Paese registra un generale arretramento dei flussi di investimento diretto di imprese estere nel nostro territorio nel corso dell’ultimo decennio per le note ragioni di chiusura dei mercati, del peso fiscale e dell'arretratezza infrastrutturale. Tale dato evidenzia che nel nostro Paese non è stato costruito un ambiente favorevole alle imprese e fa comprendere le motivazioni delle crescenti  difficoltà denunciate dalle grandi imprese internazionali nel mantenere in funzione gli stabilimenti produttivi esistenti. Al contempo, i dati sullo stock i IDE in uscita evidenziano la ridotta capacità delle imprese italiane nell'investimento attività all'estero per gli altrettanto noti deficit dimensionali e patrimoniali;

la dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione e per le imprese più piccole è sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale. Per effetto di tali mutamenti di mercato, nel corso degli ultimi anni sono scomparsi alcuni distretti produttivi che hanno rappresentato, in passato, l'eccellenza della produzione manifatturiera italiana nei mercati internazionali. In tale ambito, sono del tutto esemplificativi gli andamenti dei vari distretti del tessile-calzaturiero, degli elettrodomestici e dell'elettronica dove il Paese ha perso un numero consistente di imprese e di addetti. In tali ambiti, nel breve volgere di pochi anni, da Paese esportatore ci siamo trasformati in un Paese importatore Tale trend si sta oggi diffondendo in altri distretti produttivi di eccellenza, tanto che persino quello della meccanica inizia a perdere ingenti commesse, ed interessa anche l'area del nord est dove migliaia d'imprese chiudono o delocalizzano le proprie attività;

la perdita di competitività complessiva del Paese è riflessa anche da un altro dato. La bilancia dei pagamenti  è in costante perdita nel corso degli ultimi anni. Nel 1996 la bilancia dei pagamenti registrava un dato positivo del 3,2 per cento in rapporto al PIL, gradualmente eroso nel corso degli anni fino a registrare un dato negativo pari al 3,2 per cento del PIL nel 2009. A tale performance ha fortemente contribuito l'andamento del segmento dell'import e dell'export di merci, ovvero la bilancia commerciale. L'Eurostat ha certificato che l'Italia presenta una bilancia commerciale in progressivo peggioramento: nel 2010 si è registrato un deficit di 21,2 miliardi. Nel medesimo periodo, la Germania ha registrato un surplus di 127,6 miliardi, seguita dall'Irlanda con  36,2 miliardi, dai Paesi Bassi con 34 miliardi e dal Belgio con 15,5 miliardi di euro;

l'incapacità di mantenere alti livelli di competitività e la mancanza di attrazione del mercato interno si sta inesorabilmente riflettendo sull'andamento del mercato del lavoro, che presenta una situazione molto preoccupante: secondo recenti rilevazioni Istat (Statistiche flash, 30 settembre 2011), il tasso di disoccupazione si attesterebbe nel secondo trimestre del 2011 al 7,8 per cento. Tale dato apparentemente positivo nel contesto europeo, ad una più approfondita analisi evidenzia un fattore di forte squilibrio generazionale. La disoccupazione colpisce in particolare i giovani 27,4 per cento, con una punta del 39,2 per cento nel mezzogiorno. Nella stessa rilevazione emergono in tutta evidenza le difficoltà occupazionali delle donne che registrano un tasso di disoccupazione pari al 9 per cento (6,9 per cento per i maschi), con punte del 15,6 per cento nel Mezzogiorno. Fra le giovani del Mezzogiorno il tasso di disoccupazione raggiunge il 44 per cento. Ma ciò che più preoccupa è l'andamento del tasso di inattività che cresce e compensa l'andamento apparentemente positivo del tasso di disoccupazione. Nel primo trimestre 2011 il tasso di inattività complessivo si attesta al 37,9 per cento (+0,4 per cento rispetto all'anno precedente). Il risultato deriva dall’aumento dell’indicatore per gli uomini ( 27 per cento) e  per le donne (48,6 per cento). Nel Nord l’indicatore si attesta al 31,1 per cento; nel Centro raggiunge il 33,7 per cento e nel Mezzogiorno, raggiunge il 48,8 per cento. Il tasso di inattività della popolazione tra 15 e 64 anni sale dal 73,8 per cento (+2,2 per cento rispetto all'anno precedente). La crescita è diffusa nell’insieme del territorio nazionale, soprattutto tra gli uomini;

            un contributo significativo all'andamento del sistema Paese è dato, poi, dall'accentuazione degli squilibri territoriali e dai cronici problemi del  Mezzogiorno che dopo anni di costante riduzione del gap con le altre aree territoriali del Paese è tornato ora a regredire in tutti i fondamentali macroeconomici;

in sintesi, l’analisi del quadro macroeconomico attuale segnala una perdita strutturale di capacità competitiva del Paese, non interpretabile soltanto come un fatto ciclico ma al contrario come un deterioramento progressivo del capitale fisico imprese, del capitale sociale, dell’adeguatezza delle infrastrutture, del fattore lavoro e della mobilità sociale;

in parallelo all'andamento certamente non positivo dei fondamentali macroeconomici,  la situazione della finanza pubblica presenta un quadro apparentemente migliore, ma che in realtà nasconde numerose problematiche;

in presenza di una situazione di forte instabilità sui mercati finanziari e delle conseguenti tensioni sui differenziali di rendimento dei titoli del debito pubblico nazionale rispetto ad altri paesi europei, il Governo è stato costretto a varare due manovre correttive di importo complessivo a regime di 59,8 miliardi di euro (pari a 3,5 per cento di Pil) con l'obiettivo di anticipare il pareggio di bilancio al 2013;

tali manovre hanno comportato la correzione dei fondamentali di finanza pubblica rispetto alle stime formulate nel DEF 2011. In particolare:

l’indebitamento netto è previsto scendere a -1,6 per cento nel 2012 per attestarsi al -0,1 per cento del PIL nel 2013. Nel 2014 si registrerebbe un saldo positivo di bilancio pari allo 0,2 per cento;

l’avanzo primario è previsto in progressivo aumento dallo 0,9 per cento del PIL stimato per l’anno in corso al 5,7 per cento nel 2014;

la spesa per interessi mantiene un profilo di crescita nel periodo sostanzialmente analogo a quanto giù previsto ad aprile;

per quanto concerne il rapporto debito pubblico/PIL, il nuovo quadro indica, in presenza di una revisione al ribasso del PIL, una evoluzione dell’andamento del debito pubblico molto simile a quanto stimato nel DEF. Ora viene stimato per il 2011 al 120 per cento del Pil (contro il precedente 120,6 per cento), per il 2012 al 119,4 (contro il precedente 119,5 per cento). La diminuzione nei due anni successivi peggiora rispetto alle stime del DEF 2011, attestandosi al 116,9 nel 2013 (contro il precedente 116,4 per cento) e al 112,8 per cento nel 2014 (contro il precedente 112,6 per cento). Tali dati evidenziano l'assoluta inadeguatezza delle iniziative finora adottate per il progressivo rientro del debito pubblico e il ritardo accumulato dal nostro Paese  alla luce delle recenti decisioni assunte in sede europea proprio in tema di rientro dei debiti sovrani;

Tuttavia, tali correzioni comportano:

un consistente aumento delle entrate finali (che passano dal 46,6 per cento del PIL del 2010 al 47,8 per cento del 2014), dato determinato dall'incremento (+2,6 per cento) delle entrate tributarie, riconducibile principalmente all'aumento delle imposte indirette (+4 per cento), ovvero all'aumento dell'IVA al 21 per cento, dell'imposta di bollo sui depositi di titoli e sull'aliquota Irap per banche ed assicurazioni. e delle imposte dirette (+2,1 per cento), ovvero all'aumento del prelievo sulle rendite finanziarie, all'incremento dell'addizionale IRES sulle imprese energetiche, all'incremento delle addizionali comunali e provinciali e alla modifica delle norme relative alla formazione del reddito imponibile per le società cooperative. Tali incrementi, come da più parti sostenuto, graveranno in via diretta o in via indiretta sui cittadini ed in particolare sulle fasce di reddito medio basse, ovvero sulle famiglie;

una consistente riduzione della spesa in conto capitale che diminuisce del 5 per cento (da 47,9 miliardi di euro a 40,9 miliardi di euro nel periodo 2011-2012, fino a raggiungere 40,3 miliardi di euro nel 2014). La riduzione della spesa in conto capitale è un colpo decisivo inferto al potenziale di crescita del Paese. In un momento di crisi economica di dimensioni internazionali, come quello che stiamo attualmente vivendo, la previsione di maggiori spese per interventi pubblici, potrebbe rappresentare uno dei fattori in grado di ridare slancio e respiro al nostro sistema economico. E’ a tutti nota, infatti, la stretta correlazione esistente tra crescita  dell'offerta infrastrutturale e crescita dell'economia, suffragata da tutte le rilevazioni statistiche che dimostrano come i programmi di ampliamento del patrimonio di infrastrutture producano ovunque un'accelerazione della crescita sia in termini di PIL sia in termini occupazionali;

la pressione fiscale, al netto degli effetti delle riduzioni delle agevolazioni fiscali (20 miliardi di euro), aumenta sino ad attestarsi al 43,7 per cento nel 2014. Nell’ipotesi in cui trovassero applicazione le predette riduzioni, la pressione fiscale complessiva raggiungerebbe il 44,1  per cento nel 2012 e al 44,8 per cento nel 2013 e il 44,9 per cento nel 2014. Tali dati sono tra i più alti registrati nel corso della storia della Repubblica;

tale situazione richiama evidenti responsabilità politiche e in tal senso non si può negare che nel corso degli ultimi anni ben poco è stato fatto. Quindici anni di produttività stagnante sono indice inequivocabile di fisco troppo pesante sul lavoro e sull'impresa, infrastrutture materiali e immateriali carenti, pubblica amministrazione inefficiente. Negli ultimi dieci anni, tale consapevolezza non si è tradotta né in un discorso di verità al Paese, per suscitarne l'impegno e la riscossa, né in una coerente strategia di riforme strutturali;

considerato che, per quanto di competenza della 14a Commissione:

le nuove procedure europee, nel quadro della Strategia Europa 2020, hanno previsto un coordinamento dei diversi momenti di definizione programmatica per i Paesi membri attraverso l’introduzione del "Semestre europeo" a decorrere dall’anno 2011;

 

secondo il nuovo modello, la pianificazione strategica nazionale è iniziata a metà aprile, con la presentazione contestuale dei Piani nazionali di riforma (PNR) e dei Programmi di stabilità (PS), tenendo conto delle linee guida dettate dal Consiglio europeo nei mesi precedenti;

quello del Semestre europeo non è l’unico ambito verso cui si sono indirizzate le istituzioni europee in materia di governance. Gli altri riguardano l’applicazione più rigorosa del Patto di stabilità e crescita (PSC); la creazione di una più forte sorveglianza macroeconomica sugli squilibri di competitività e crescita; l'introduzione di requisiti comuni per i quadri nazionali di bilancio; l'istituzione di un meccanismo permanente per la stabilità finanziaria della zona euro; il Patto Europlus che impegna gli Stati membri a porre in essere interventi in materia di crescita, occupazione, sostenibilità delle finanze pubbliche, competitività e coordinamento delle politiche fiscali;

lo scorso 28 settembre 2011, il Parlamento europeo ha approvato le 6 proposte legislative (5 di regolamento ed 1 di direttiva) presentate dalla Commissione europea al fine di dare attuazione alle linee di rafforzamento della governance economica già concordate a giugno 2010 dal Consiglio europeo. Le proposte sono state adottate in via definitiva dal Consiglio Ecofin del 4 ottobre 2011. Relativamente al PSC, la proposta legislativa prevede: l’obbligo per gli Stati di convergere verso l'obiettivo del pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi strutturali pari ad almeno lo 0,5 per cento; l’obbligo per gli Stati con un debito superiore al 60 per cento del PIL di ridurlo di almeno 1/20 della differenza rispetto alla soglia del 60 per cento calcolata nel corso degli ultimi tre anni; nuove sanzioni finanziarie a carico degli Stati che non rispettino la parte preventiva o correttiva del PSC, con obbligo di costituire un deposito fruttifero dello 0,2 per cento a garanzia del raggiungimento dell'obiettivo del pareggio di bilancio, nonché di un deposito non fruttifero dello 0,2 per cento, in caso di disavanzo eccessivo, che viene convertito in ammenda in caso di inosservanza della raccomandazione di correzione; l'adozione di sanzioni su proposta della Commissione;

le altre proposte approvate stabiliscono i requisiti comuni per i quadri di bilancio nazionali, imponendo agli Stati membri di assicurare la corrispondenza tra i sistemi contabili nazionali ed il sistema europeo dei conti nazionali e regionali; l'introduzione di regole di bilancio e parametri numerici che recepiscano i valori di riferimento previsti a livello europeo, nonché una pianificazione pluriennale (almeno triennale) del bilancio nazionale; la previsione nel quadro di bilancio nazionale dell’intero sistema di finanza pubblica, assegnando chiaramente le responsabilità di bilancio tra i diversi livelli di governo e stabilendo adeguate procedure di controllo. Infine,  un'altraserie di misure legislative sono finalizzate ad introdurre meccanismi per la prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici;

su tali misure, che pure stanno cambiando il volto e i meccanismi di funzionamento dell'Unione europea e che avranno ricadute dirette sulle decisioni che dovranno essere adottate dal nostro Paese nel prossimo futuro, il Governo ha finora omesso di comunicare ai cittadini e al Parlamento gli scenari a medio termine della politica economica e di bilancio, che sarebbero invece altamente auspicabili e quasi dovuti al fine di coinvolgere non solo il Parlamento ma i cittadini stessi in una discussione pubblica, trasparente e responsabile su tali impegnativi scenari;

nella riunione del Consiglio europeo del 23 ottobre 2011, è stato richiesto con decisione al Governo italiano di rafforzare le misure di stabilizzazione dei conti pubblici, di adottare riforme strutturali e misure per lo sviluppo. Tali richieste difficilmente potranno essere soddisfatte dai documenti al nostro esame e altre iniziative dovranno pertanto essere assunte dall'esecutivo;

 

le richieste provenienti dall'UE, di riduzione rilevante del rapporto debito/Pil italiano, hanno imposto e continueranno ad imporre al nostro Paese sacrifici molto forti, e pur tuttavia le risposte date sinora dal Governo, nonostante le ripercussioni prevedibilmente assai negative che esse avranno sul contesto socio-economico italiano, sono assolutamente insufficienti a garantire l'Europa e i maggiori partner europei sulla capacità di ripresa e di tenuta del sistema-Paese;

pur nel rispetto degli aggiustamenti di finanza pubblica richiesti al nostro Paese anche dalle istituzioni dell'UE a causa della grave crisi economica e finanziaria in corso, alle richieste europee  di procedere verso la formulazione e l'implementazione di adeguate misure per lo sviluppo e la crescita, il Governo non ha ancora provveduto, come dimostra la vicenda, veramente incresciosa, del "decreto sviluppo", del quale nonostante l'urgenza, e nonostante le numerose dichiarazioni di prossima emanazione di un testo, non si vede traccia. L'emanazione di misure per lo sviluppo è tanto più necessaria perché senza stimolare la crescita il nostro Paese non riuscirà a rompere il circolo vizioso che lega crescita del debito e recessione economica, essendo necessario in primo luogo aggredire i nodi che da un quarto di secolo determinano la caduta della nostra produttività;

rilevato inoltre che:

la Missione n. 4,  "L’Italia in Europa e nel mondo", comprende il Programma 4.10 "Partecipazione italiana alle politiche di bilancio in ambito UE" contenuto nella Tabella 2 relativa allo stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, ed il Programma 4.7 "Integrazione europea", contenuto nello stato di previsione del Ministero degli Affari Esteri, che rappresentano ambito di competenza della 14a Commissione;

il Programma 4.10, "Partecipazione italiana alle politiche di bilancio in ambito UE" registra, rispetto alle previsioni assestate per il 2011, un aumento degli stanziamenti per gli anni 2012 e 2013 ed una brusca riduzione delle risorse, per oltre 5 miliardi di euro, nelle previsioni per il 2014;

il Programma 4.7, "Integrazione europea", registra un incremento assolutamente insufficiente, pari a circa 137 mila euro per l'anno 2012, cui è inoltre associato un brusco decremento, pari a oltre 9 milioni di euro, per gli anni 2013 e 2014;

per questi motivi,

esprime,

PARERE CONTRARIO