La 8a Commissione permanente, esaminato per le parti di propria competenza il disegno di legge n. 2464 recante « Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2011)» e il disegno di legge n. 2465 recante « Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2011 e bilancio pluriennale per il triennio 2011-2013»,
premesso che,
la situazione economica e finanziaria del nostro Paese è molto preoccupante e le iniziative finora assunte dal Governo hanno rappresentato una risposta debole e del tutto inadeguata alle aspettative dell'intero tessuto sociale e produttivo del Paese;
gli indicatori macro e microeconomici evidenziano, per il nostro Paese, un andamento negativo in rapporto al resto dei Paesi maggiormente sviluppati. Dal punto di vista della crescita economica, i nostri principali competitors internazionali durante la crisi hanno registrato una minore riduzione percentuale del PIL e ora nella fase di ripresa economica registrano tassi di crescita molto superiori al nostro. La crescita mondiale è prevista al 4,4 per cento ed è prevista attestarsi al 4 per cento nel 2011. La Germania nel 2010 cresce del 3,4 per cento e le stime per il 2011 prevedono una crescita del 2 per cento. Gli Stati Uniti crescono del 2,9 per cento e per il 2011 le previsioni sono del 2,5 per cento. Il Giappone cresce del 2,7 per cento e le stime per il 2011 prevedono una crescita del 2,5 per cento. La Francia cresce del 1,6 per cento e per il 2011 le previsioni sono del 2,5 per cento. Per l'area euro la crescita del 2010 è pari in media al 1,6 per cento, mentre per il 2011 si prevede una crescita del 1,8 per cento. L'Italia è ferma, purtroppo ad un 1,2 per cento nel 2010 e ad un 1,3 per cento per il 2011 e tali dati, tra l'altro, come più volte affermato dalla stessa Banca d'Italia appaiono estremamente ottimistici;
in coincidenza con la bassa crescita, l'economia nazionale sconta, poi, una generale perdita di competitività. Da grande Paese industrializzato stiamo inesorabilmente scivolando nelle graduatorie internazionali di competitività;
nella classifica dei Paesi a più alta competitività, recentemente redatta dal World Economic Forum, l'Italia si attesta solo al 48° posto. Rispetto al 2008, siamo stati superati da numerosi paesi in via di sviluppo e restiamo lontanissimi dai maggiori concorrenti europei (la Germania è 7a, la Gran Bretagna 13a e la Francia 16a) e a forte distanza anche dalla Spagna (33a), che pure ha subito una forte caduta del prodotto interno lordo;
nessuna impresa industriale è presente tra le prime 20 imprese leader mondiali. Nella classifica redatta annualmente da Fortune, tenendo conto del valore complessivo della produzione di ciascuna impresa, solo tre imprese italiane (Generali 21a, Eni 2a e Fiat 79a) figurano tra le prime 100 del mondo e soltanto altre due ( Enel 132a e Telecom 141a) tra le prime 200. Di queste una soltanto produce beni di natura industriale. Solo per fare un sintetico raffronto gli Usa hanno 31 imprese tra le prime 100; la Germania ha 14 imprese fra le prime 100 e 19 tra le prime 200; la Francia 11 imprese tra le prime 100; la Gran Bretagna 10 fra le prime 100; il Giappone ha 9 imprese fra le prime 100; l'Olanda 4 tra le prime 100. In tale classifica siamo stati recentemente raggiunti da Cina e Corea del Sud ed altri Paesi si apprestano a superarci;
come evidenziato dal recente rapporto annuale dell'Istat, le imprese italiane registrano un forte arretramento nei principali settori competitivi (agricoltura, manifatturiero, servizi) in rapporto alle corrispondenti imprese del resto dei paesi UE; dato questo che si è fortemente ampliato nel periodo 2008-2009 in rapporto all'andamento medio registrato negli anni 2001-2007. Tale situazione evidenzia le difficoltà delle imprese italiane a reagire agli egli effetti della crisi e ad agganciare la ripresa in atto;
particolarmente preoccupante è il dato sulla produttività totale dei fattori. Fatta 100 la produttività del settore manifatturiero nel 1995, l'Italia si attesta oggi al 94,8, perdendo più di 5 punti. La Germania ne guadagna 30, salendo al 130,3, mentre la Francia sale al 126,3. Nei 10 anni compresi tra il 1994 ed il 2005 il prodotto per ora lavorata ha avuto un incremento dello 0,5 per cento, rispetto alla crescita del 2,1per cento che aveva caratterizzato il decennio precedente. In generale, nel periodo 1995-2008 il contributo dato alla crescita dall'incremento di produttività è stato appena dell'11 per cento, rispetto ad una media del 46,3 dei Paesi dell'area dell'euro;
rispetto ai nostri principali partner europei, tra il 1998 e il 2008, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per cento in Italia, del 15 in Francia, mentre in Germania è diminuito;
tali divari riflettono soprattutto i diversi andamenti della produttività del lavoro: nel decennio 1998-2008, secondo i dati della Banca d’Italia, la produttività del fattore lavoro è aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 per cento in Francia e solo del 3 per cento in Italia. Nello stesso periodo il costo nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento, del 20 per cento in Germania e meno che in Francia (37 per cento);
altro indicatore particolarmente indicativo della competitività complessiva di un sistema è rappresentato dall'andamento dello stock di investimenti diretti esteri (IDE) da e verso l'estero. Il nostro Paese registra un generale arretramento dei flussi di investimento diretto di imprese estere nel nostro territorio nel corso dell’ultimo decennio per le note ragioni di chiusura dei mercati, del peso fiscale e dell'arretratezza infrastrutturale. Tale dato evidenzia che nel nostro Paese non è stato costruito un ambiente favorevole alle imprese e fa comprendere le motivazioni delle crescenti difficoltà denunciate dalle grandi imprese internazionali nel mantenere in funzione gli stabilimenti produttivi esistenti;
al contempo, i dati sullo stock IDE in uscita evidenziano la ridotta capacità delle imprese italiane nell'investimento attività all'estero per gli altrettanto noti deficit dimensionali e patrimoniali;
la dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione e per le imprese più piccole è sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale;
per effetto di tali mutamenti di mercato, nel corso degli ultimi anni sono scomparsi alcuni distretti produttivi che hanno rappresentato, in passato, l'eccellenza della produzione manifatturiera italiana nei mercati internazionali. In tale ambito, sono del tutto esemplificativi gli andamenti dei vari distretti del tessile-calzaturiero, degli elettrodomestici e dell'elettronica dove il Paese ha perso un numero consistente di imprese e di addetti. In tali ambiti, nel breve volgere di pochi anni, da Paese esportatore ci siamo trasformati in un Paese importatore Tale trend si sta oggi diffondendo in altri distretti produttivi di eccellenza, tanto che persino quello della meccanica inizia a perdere ingenti commesse, ed interessa anche l'area del nord est dove migliaia d'imprese chiudono o delocalizzano le proprie attività;
la perdita di competitività complessiva del Paese è riflessa anche da un altro dato. La bilancia dei pagamenti è in costante perdita nel corso degli ultimi anni. Nel 1996 la bilancia dei pagamenti registrava un dato positivo del 3,2 per cento in rapporto al PIL, gradualmente eroso nel corso degli anni fino a registrare un dato negativo pari al 3,2 per cento del PIL nel 2009. A tale performance ha fortemente contribuito l'andamento del segmento dell'import e dell'export di merci, ovvero la bilancia commerciale. L'Eurostat ha recentemente certificato che l'Italia presenta una bilancia commerciale in progressivo peggioramento: si passa dal -3,9 per cento del periodo da gennaio a maggio 2009 a un -11,2 per cento da gennaio a maggio 2010. Nello stesso periodo la Germania ha registrato un surplus commerciale di 60 miliardi di euro. Tale dato evidenzia che da Paese esportatore ci siamo trasformati in Paese importatore di merci;
l'incapacità di mantenere alti livelli di competitività e la mancanza di attrazione del mercato interno si sta inesorabilmente riflettendo sull'andamento del mercato del lavoro;
la situazione del mercato del lavoro è alquanto drammatica: secondo la DFP 2011-2013, il tasso di disoccupazione si attesterebbe a fine 2010 all’8,7 per cento rimanendo su tale livello anche per l'anno 2011. Tuttavia, la Banca d'Italia ha recentemente corretto tale dato all'11 per cento, conteggiando nella disoccupazione anche i lavoratori cassintegrati, i quali difficilmente torneranno ad occupare il proprio posto di lavoro o troveranno nuovi posti di lavoro e gli inattivi. il dato relativo a questi ultimi appare particolarmente drammatico: si tratta di 15 milioni di persone, prevalentemente giovani, donne e, lavoratori maturi;
la disoccupazione colpisce in particolare i giovani, che sulla base dell'ultima rilevazione Istat del 23 settembre 2010, raggiunge il 27,9 per cento, con una punta del 39,3 per cento nel mezzogiorno. Nella stessa rilevazione emergono in tutta evidenza le difficoltà occupazionali delle donne che registrano un tasso di disoccupazione pari al 9,4 per cento (7,6 per cento per i maschi), con punte del 16,4 per cento nel Mezzogiorno. Fra le giovani del Mezzogiorno il tasso di disoccupazione raggiunge il 40,3 per cento;
l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità;
l’obiettivo del tasso di occupazione al 75 per cento indicato dalla UE appare, per tutte queste ragioni, lontanissimo, a partire dall’attuale 57,2 per cento, in riduzione di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; anche la sua rimodulazione al 67-69 per cento in ragione dei bassi livelli di partenza appare difficilmente raggiungibile;
un contributo significativo all'andamento del sistema Paese è dato, poi, dall'accentuazione degli squilibri territoriali e dai cronici problemi del Mezzogiorno che dopo anni di costante riduzione del gap con le altre aree territoriali del Paese è tornato ora a regredire in tutti i fondamentali macroeconomici;
in sintesi, l’analisi del quadro macroeconomico attuale segnala una perdita strutturale di capacità competitiva del Paese, non interpretabile soltanto come un fatto ciclico ma al contrario come un deterioramento progressivo del capitale fisico imprese, del capitale sociale, dell’adeguatezza delle infrastrutture, del fattore lavoro e della mobilità sociale;
in parallelo all'andamento certamente non positivo dei fondamentali macroeconomici , la situazione della finanza pubblica è forse ancora più preoccupante di quella economica;
dal lato dei conti pubblici, i dati resi noti dalla DFP evidenziano la situazione drammatica nella quale ci ritroviamo dopo anni di iniziative di contenimento della spesa pubblica e di costante rientro del debito pubblico verso la soglia del 100 per cento del PIL. Nel breve volgere di due anni:
- il debito pubblico è salito a livelli superiori a quelli registrati 15 anni fa e il suo volume globale è previsto al 118,5 per cento nel 2010 e al 119,2 per cento nel 2011, per restare in media attorno al 115 per cento fino a tutto il 2013;
- il livello di indebitamento, malgrado l'assenza di interventi per lo sviluppo, ha comunque raggiunto il 5 per cento del PIL e si manterrà ben al di sopra del 3 per cento anche nel 2011 (3,9 per cento);
- il saldo primario dopo aver registrato un disavanzo dello 0,6 per cento nel 2009 e dello 0,3 per cento nel 2010 è ottimisticamente previsto avanzo dello 0,8 per cento nel 2011;
- la spesa corrente al netto degli interessi raggiunge nell'anno in corso il 43,5 per cento del PIL, con un aumento di ben 3,2 punti rispetto al 2008 e - ciò che è più grave - è programmata ben al di sopra del livello raggiunto nel 2008 fino a tutto il 2013. Il totale delle spese è previsto ad un livello superiore al 50 per cento sia nel 2010 (51,9 per cento) sia nel 2011 (50,5 per cento);
- le entrate sono previste in lieve riduzione nel periodo considerato, per effetto, in particolare, della riduzione dei contributi sociali dovuta in gran parte alle norme di contenimento della spesa del personale dipendente del settore pubblico. Le entrate tributarie, considerate al netto di quelle in conto capitale, registrerebbero, invece, un leggero incremento;
- la pressione fiscale si è accresciuta, nel 2009, fino al 43 per cento del PIL, e si manterrà sopra al 42,4 per cento fino al 2013, cioè per l'intera legislatura;
tali dati evidenziano come le politiche dei tagli lineari, operati al di fuori di un contesto di revisione complessiva della spesa pubblica non siano stati in grado di garantire effettivi risparmi. La spesa fuori controllo ha alimentato, a sua volta, la crescita esponenziale del nostro debito pubblico che ha ormai raggiunto la soglia di 1.900 miliardi di euro. Dal 1 gennaio 2008 ad oggi registra una crescita media mensile del debito pubblico di 8,7 miliardi di euro, che equivalgono in soli tre mesi ad una manovra correttiva paragonabile a quella del decreto legge n. 78 del 2010, approvata lo scorso luglio. Sul volume globale del debito paghiamo 80 miliardi di euro annui;
se a questo si aggiungono le problematiche dell'evasione fiscale, i risultati non possono che essere quelli appena descritti. L'evasione fiscale in Italia ha dimensioni patologiche, con una perdita di prodotto stimato superiore a 100 miliardi di euro l‘anno. Secondo l'Istat, poi, nel 2008 il valore del sommerso economico è compreso tra il 16,3 per cento e il 17,5 per cento del prodotto interno loro, ovvero tra 255 e 275 miliardi di euro annui,) costituendo di per sé un ostacolo non solo agli interventi di riforma fiscale e di riduzione della pressione fiscale, ma anche al corretto sviluppo dei mercati e alla equa redistribuzione del carico delle imposte tra le diverse categorie di contribuenti. L'evasione, pertanto, colpisce l'equità ed è fonte di concorrenza sleale, contribuendo a peggiorare l‘immagine e l’appetibilità del nostro sistema economico;
tale situazione richiama evidenti responsabilità politiche e in tal senso non si può negare che nel corso degli ultimi anni ben poco è stato fatto. Quindici anni di produttività stagnante sono indice inequivocabile di fisco troppo pesante sul lavoro e sull'impresa, infrastrutture materiali e immateriali carenti, pubblica amministrazione inefficiente. Negli ultimi dieci anni, di cui ben otto governati dal centrodestra, tale consapevolezza non si è tradotta né in un discorso di verità al Paese, per suscitarne l'impegno e la riscossa, né in una coerente strategia di riforme strutturali;
appare del tutto evidente che, senza una forte inversione delle politiche economiche e di sviluppo e di quelle di riforma, il Paese rischia da un lato di non rispondere alle iniziative intraprese in sede UE in materia di governance europea e, dall'altro, di restare indietro proprio nella fase in cui tutte le economie danno evidenti segnali di ripresa, bloccato da tassi di crescita troppo bassi e soprattutto senza un chiaro indirizzo di sviluppo industriale, con un tessuto produttivo ridimensionato, in particolare nella componente delle piccole e medie imprese, privo di adeguate risorse finanziarie e di merito di credito, esposto alla concorrenza sempre più aggressiva non solo dei concorrenti tradizionali ma dei nuovi attori dell'economia emergente, con un mercato del lavoro indebolito e privo di adeguati strumenti di sostegno e riqualificazione per i soggetti che perdono l'occupazione e con una forte distorsione nella distribuzione della ricchezza a discapito delle fasce più deboli della società. Proprio in tale ambito non si può ignorare la colossale regressione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, causa primaria della grande stagnazione ora in atto. L’Italia è tra i Paesi europei a maggiore disuguaglianza di reddito e ricchezza e minore mobilità sociale, la quota della ricchezza nelle mani del decile più ricco delle famiglie è arrivata al 47 per cento, mentre dal 1993 al 2006 la quota di ricchezza detenuta dall'1 per cento più ricco delle famiglie è aumentata di 3 punti percentuali a svantaggio della variegata platea delle classi medie. In questo ambito, dal 2000 al 2010, si registra una perdita cumulata di potere d’acquisto dei salari lordi di fatto di 3.384 euro (solo nel 2002 e nel 2003 si sono persi oltre 6.000 euro) che, sommata alla mancata restituzione del fiscal drag, si traduce in 5.453 euro in meno per ogni lavoratore dipendente alla fine del decennio. La perdita cumulata calcolata sulle retribuzioni equivale a circa 44 miliardi di maggiori entrate complessivamente sottratte al potere d’acquisto dei salari. Questo spiega perché, nel decennio 2000-2010, le entrate fiscali da lavoro dipendente abbiano registrato una crescita reale (quindi al netto dell’inflazione) del 13,1 per cento a fronte di una flessione reale di tutte le altre entrate del -7,1 per cento. Nel periodo 2000-2008, a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni lorde italiane sono cresciute solo del 2,3 per cento rispetto alla crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori inglesi del 17,40 per cento, francesi (11,1 per cento) e americani (4,5 per cento). Questo spiega anche come, in Italia, sempre a parità di potere d’acquisto, nonostante una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto più sostenuta, le retribuzioni e lo stesso costo del lavoro risultino all’ultimo posto della classifica OCSE 2008;
considerato che,
le nuove procedure di governance europea, che hanno preso avvio nel giugno del 2010 e successivamente definite dalla Commissione lo scorso 29 settembre con l'approvazione di cinque proposte di regolamento e di una direttiva, prevedono un più approfondito coordinamento programmatico delle politiche economiche e di bilancio dei Paesi membri, la cui attuazione pratica si avrà, a partire dall'anno 2011, nell'ambito del cosiddetto "Semestre europeo";
la nuova governance europea prenderà avvio, pertanto, a metà aprile 2011, con la presentazione contestuale da parte di tutti gli stati membri, della versione definitiva dei National Reform Program (Piani nazionali di riforma, PNR) e degli Stability Program (Programmi di stabilità, PS), tenendo conto delle linee guida dettate dal Consiglio europeo nei mesi precedenti;
gli obiettivi e i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita rappresentano, da subito, un vincolo di notevole importanza per il nostro Paese con ricadute sulle scelte di finanza pubblica che potranno essere adottate nel prossimo futuro;
in particolare, per rafforzare la disciplina del PSC, la Commissione ha proposto l’obbligo per gli Stati di convergere verso l'obiettivo del pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi pari ad almeno lo 0,5 per cento, l’obbligo per gli Stati con un debito superiore al 60 per cento del PIL di ridurlo di almeno 1/20 della differenza rispetto alla soglia del 60 per cento, nuove sanzioni finanziarie a carico degli Stati che non rispettino la parte preventiva o correttiva del PSC;
tali criteri, seppure destinati ad essere parzialmente attenuati ed affiancati da altri parametri, prefigurano per il nostro Paese, aggiustamenti economici e di finanza pubblica più ampi di quanto finora previsto. La dimensione dei sacrifici che saranno richiesti a cittadini ed imprese saranno molto elevati e tali da richiedere da subito un'ampia discussione politica ed una condivisione degli obiettivi, svincolata dalla logica del brevissimo periodo;
per quanto riguarda le parti di competenza dell'8a Commissione:
occorre preliminarmente notare dalla manovra di bilancio emerge una realtà ben diversa da quella delineata dal Governo, che sin dall'inizio della legislatura ha più volte manifestato l'intenzione di contribuire allo sviluppo del sistema infrastrutturale del Paese;
i tagli di spesa colpiscono vari settori e sono chiaramente riportati nelle varie tabelle di Bilancio.
In particolare, per quanto di competenza, relativamente alla Tabella n. 10:
- la missione 13 Diritto alla mobilità, fatta eccezione per la missione Autotrasporto ed intermodalità, subisce una serie di tagli, di cui 72 milioni al programma sviluppo e sicurezza della mobilità stradale, 48,7 milioni di euro al programma di sviluppo e sicurezza della mobilità stradale, 23 milioni di euro al programma sviluppo e sicurezza del trasporto aereo, 213 milioni di euro al programma autotrasporto ed intermodalità e 5,3 milioni di euro al programma sviluppo e sicurezza del trasporto ferroviario. Solo il programma sviluppo e sicurezza della navigazione e del trasporto marittimo e per vie d'acqua interne registra un incremento di circa 185 milioni di euro;
- la missione 14 (Infrastrutture pubbliche e logistica) e la missione 19 (Casa e assetto urbanistico) - reca previsioni di spesa per complessivi 2.809,3 milioni di euro, con un decremento, rispetto alle previsioni assestate 2010, di 229,9 milioni di euro, pari al 7,6 per cento; in particolare la missione casa e assetto urbanistico subisce una decurtazione, che raggiunge, in termini percentuali, quasi il 34 per cento. il taglio effettuato dal Governo è particolarmente grave, con pesanti ricadute sugli investimenti pubblici e sul sistema economico; la maggior parte dello stanziamento di competenza per il 2011 è infatti rappresentato da spese in conto capitale, le quali costituiscono il 95,8 per cento (pari a 2.690,7 milioni di euro) del totale dello stanziamento complessivo delle missioni 14 (Infrastrutture pubbliche e logistica) e 19 (Casa e assetto urbanistico). Se si confronta la serie storica dal 2008 al 2011 degli stanziamenti previsti per le missioni 14 e 19 che costituiscono la parte principale della politica infrastrutturale di competenza dell'8a Commissione, emerge che dopo il 2009, le risorse disponibili si sono ridotte drasticamente; la variazione più consistente è proprio quella prevista per il 2011: lo stanziamento complessivo previsto dalla manovra in esame per il 2011 sconta una riduzione di oltre 2 miliardi di euro rispetto al dato assestato 2010 (-38,7 per cento); la missione «Casa e assetto urbanistico» passa da uno stanziamento di 2.176 milioni di euro nel 2009 a 238 milioni di euro nel bilancio di previsione 2011 al nostro esame;
- l'effettiva capacità di spesa del Ministero, rispetto alle previsioni assestate 2010, non è migliorata: non è aumentato in misura apprezzabile il livello delle spese effettuato rispetto ai precedenti esercizi finanziari, né è cresciuto il volume dei pagamenti: il tasso di realizzazione della spesa delle due missioni congiuntamente considerate, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2010 (48,8 per cento);
- la missione 14 (Infrastrutture pubbliche e logistica) con circa 2.570,7 milioni di euro, nella tabella 10, registra una diminuzione di 107,5 milioni di euro rispetto alle previsioni assestate 2010 (pari al 4 per cento), una variazione contenuta; nell'ambito di tale missione l'88,3 per cento delle risorse è concentrato nel programma 14.10 (opere strategiche, edilizia statale ed interventi speciali e per pubbliche calamità) con 2.270,4 milioni di euro;
- se si considera però la previsione triennale, e, in particolare, anche gli stanziamenti del programma 14.8 (opere pubbliche e infrastrutture) inseriti nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze (MEF) appare evidente un vero e proprio crollo della previsione 2011 rispetto al dato assestato (88,4 per cento), che si ripercuote sullo stanziamento totale dell'intera missione, che registra una diminuzione di quasi 2 miliardi di euro (pari al 41,4 per cento), quasi interamente dovuta alla riduzione del capitolo 7464 «Somma da erogare per interventi in materia di edilizia sanitaria pubblica», per 1.884,3 milioni di euro;
- ma anche altri importanti programmi subiscono tagli incisivi: il Programma 14.5 (Sistemi idrici, idraulici ed elettrici), che ha solo 29,9 milioni di euro di risorse, si riduce di 14,4 milioni di euro rispetto all'assestato 2010;
- il programma 14.10 (Opere strategiche, edilizia statale e interventi per calamità) - che rappresenta la maggior parte degli stanziamenti di competenza - e che riguarda le spese per investimenti collocate sul capitolo 7060 «Fondo da ripartire per la progettazione e la realizzazione delle opere strategiche di preminente interesse nazionale nonché per opere di captazione ed adduzione di risorse idriche» - registra, rispetto al dato assestato, un modesto incremento di 45,7 milioni di euro, pari al 2,7 per cento in termini percentuali;
- l'altra missione di interesse della Commissione, su cui sono concentrati i principali interventi del Ministero, la missione 19 (Casa e assetto urbanistico) ha 238,6 milioni di euro, attribuiti ad un unico programma 19.2 (Politiche abitative, urbane e territoriali); tale missione ha subito una riduzione consistente negli stanziamenti di competenza rispetto al dato assestato 2010 (122,4 milioni di euro rispetto al 2010, pari al 34 per cento);
- se si considerano anche gli stanziamenti del programma 19.1 (edilizia abitativa e politiche territoriali) collocati nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze (MEF) - unitamente al programma 19.2, presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, prima considerato, appare evidente che, mentre lo stanziamento complessivo della missione presso il MEF rimane pressoché invariato nel triennio rispetto al dato assestato 2010, la quota collocata nello stato di previsione del MIT mostra un trend decrescente, non compensato dall'incremento della dotazione del programma 19.1 presso il Ministero dell'Economia, in particolare per il 2011, per cui si determina una diminuzione dello stanziamento totale dell'intera missione - casa e assetto urbanistico - pari a 65 milioni di euro (equivalente, in termini percentuali, al 13 per cento);
- occorre notare che le risorse assegnate al programma 19.1 presso il MEF ammontano a 197,5 milioni di euro ( 57,5 milioni di euro rispetto al dato assestato 2010) ma la maggior parte degli stanziamenti (il 90 per cento del totale) sono concentrati nel capitolo 7817 con 177 milioni di euro, destinato alla concessione di contributi anche sotto forma di crediti d'imposta, alle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo, risorse però sufficienti «solo» a coprire gli oneri quantificati dal «vecchio» decreto n. 39 del 2009, che si sono rivelati ben più elevati nei mesi successivi;
- il programma 19.2 (Politiche abitative, urbane e territoriali), nell'arco di pochi mesi, subisce una decurtazione del 34 per cento, e che tale programma comprende capitoli di vitale importanza per le politiche abitative, tra cui in particolare: il capitolo 1690, con soli 33,5 milioni di euro, per il Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione; il capitolo 7437, relativo a Programmi di edilizia sperimentale agevolata in locazione a canone concertato con 41,3 milioni di euro; il capitolo 7440, recante il Fondo per l'attuazione del Piano nazionale di edilizia abitativa, che evidenzia uno stanziamento irrilevante, per soli 4,1 milioni di euro;
- la missione 17 Ricerca e innovazione reca un taglio di 8 milioni di euro, gran parte dovuti al funzionamento e all'attività del soppresso INSEAN;
per quanto di competenza, relativamente al disegno di legge di stabilità per l'anno 2011,
il provvedimento non sembra francamente rispondere alle esigenze primarie del nostro Paese, e lascia disattesi non soltanto i grandi progetti di sviluppo infrastrutturale, registrando una riduzione complessiva delle risorse che mette a forte rischio la realizzazione di importanti opere infrastrutturali, a partire da quelle per il Mezzogiorno, ma anche taluni servizi indispensabili per la cittadinanza, quali il servizio universale di trasporto ferroviario locale. Una situazione francamente intollerabile per chiunque abbia a cuore il futuro del Paese e il suo ammodernamento;
in tale ultimo ambito, gli strumenti di politica economica adottati dal Governo incidono in misura rilevante sul servizio di trasporto e sulle infrastrutture connesse con una consistente riduzione dei trasferimenti operata con il decreto legge 78/2010, che ha ridotto del 15 per cento il budget destinato al trasporto pubblico locale, penalizzando in particolare il trasporto ferroviario regionale con un taglio pari a circa 1200 milioni di euro; si riducono drasticamente così servizi essenziali per i cittadini, e contestualmente si aumenta il costo della mobilità sia con l'incremento delle tariffe autostradali sia con l'introduzione di nuovi pedaggi;
con il decreto 78/2010, e la netta riduzione delle risorse per il trasporto pubblico locale, si sottraggono risorse essenziali alla vita quotidiana dei cittadini, in particolare di quelli che ogni giorno vivono il disagio e i costi della distanza tra l'abitazione e il luogo di lavoro o di studio;
nelle politiche del Governo sono del tutto assenti le necessarie misure di sostegno economico ai pendolari: secondo i dati CENSIS, i pendolari in Italia sono oltre 13 milioni (pari al 22,2 per cento della popolazione residente); di questi il 14,8 per cento - circa due milioni di persone - utilizza normalmente il treno, come unico mezzo di trasporto o in combinazione con altri mezzi, per spostarsi in ambito locale e metropolitano;
gli utenti dei servizi di trasporto pubblico locale, in gran parte, rappresentano quella fascia di cittadinanza che più delle altre risente degli effetti della crisi economica; nella manovra 2011 non è prevista alcuna agevolazione fiscale per l'acquisto di abbonamenti mensili ed annuali ai servizi di trasporto pubblico urbano e ferroviario;
nella tabella C della legge di stabilità, la missione 19 (Casa e assetto urbanistico), con 32,9 milioni di euro per il 2011, 33,9 milioni di euro per il 2012 e 14,3 milioni di euro per il 2013 (capitolo 1690, programma: Politiche abitative, urbane e territoriali); la totalità degli stanziamenti indicati è prevista per il rifinanziamento del Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione di cui all'articolo 11, comma 1, della legge n. 431 del 1998; la riduzione di tale capitolo 1690 è motivata con l'applicazione dell'articolo 14, comma 2, del decreto-legge n. 78 del 2010, che prevede una riduzione delle risorse alle regioni a statuto ordinario;
il Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione, istituito dall'articolo 11 della legge n. 431 del 1998, è il principale strumento previsto dalla normativa nazionale in materia di agevolazioni alle locazioni, in quanto le sue risorse sono utilizzate per la concessione di contributi integrativi a favore dei conduttori appartenenti alle fasce di reddito più basse per il pagamento dei canoni di locazione, e per questo la dotazione del Fondo dovrebbe essere integrata ogni anno dalla legge finanziaria; mentre le singole regioni ed i comuni - che hanno subito tagli ingenti ai trasferimenti, con la manovra disposta dal decreto-legge n. 78 - dovrebbero mettere a disposizione ulteriori risorse;
se si considera la storica degli stanziamenti disposti dalle leggi finanziarie negli anni dal 2001 al 2010, relativi al cosiddetto «Fondo affitti» emerge che tale fondo, che aveva una «dote» di oltre 335 milioni nel 2001, si è ridotto nel 2010, a meno della metà, con poco più di 143 milioni di euro; la legge di stabilità 2011, alla tabella C ci dice che il Fondo affitti avrà, nel 2011, un quarto delle risorse del 2010, 33,55 milioni di euro! Secondo le previsioni, non andrà meglio nel 2012: 33,9 milioni di euro! Per il 2013 lo stanziamento del relativo capitolo «crolla» a 14,3 milioni di euro!
Tutto ciò premesso e attesa, pertanto, la necessità di:
- definire le priorità di intervento sull'infrastrutturazione materiale e immateriale del Paese, anche col concorso di capitali privati, che si intendono realizzare nei prossimi anni, con particolare riferimento al Mezzogiorno. In tale ambito specifica priorità dovrà essere assegnata alla focalizzazione degli investimenti su specifici obiettivi, evitando la dispersione delle risorse pubbliche su interventi micro settoriali e su opere inutili, e al miglioramento e al potenziamento delle reti di trasporto e dei nodi, delle infrastrutture plurimodali e della logistica, e soprattutto al completamento in tempi certi delle opere relative ai grandi assi di collegamento. In tale ambito occorre assegnare priorità alla realizzazione del Corridoio paneuropeo n. 1 (Palermo-Berlino) e n. 8 (Bari-Sofia). Una particolare attenzione deve essere riservata, poi, alle infrastrutture di collegamento tra gli scali portuali e aeroportuali e le principali arterie autostradali e ferroviarie del Paese a partire dalle necessarie interconnessioni con la linea AV/AC, oggi particolarmente carenti ed indispensabili per essere ricomprese nella "Core network" della rete infrastrutturale europea e ovviamente per consentire l'incremento dei traffici merci e passeggeri;
- adottare specifici interventi per lo sviluppo del sistema aeroportuale italiano, che rispetto ai principali sistemi concorrenti in Europa e nel mondo, accusa un forte ritardo competitivo. L'esasperata frammentazione industriale, la presenza di un numero eccessivo di operatori aerei e l'elevato numero di aeroporti, in assenza di un sufficiente grado di specializzazione produttiva, mette a rischio non solo la funzionalità del sistema del trasporto aereo nazionale, ma anche un elevato numero di posti di lavoro. A tal proposito nulla si rintraccia nei documenti di bilancio e nella legge di stabilità;
- sostituire il taglio al trasporto pubblico locale, disposto dal Governo con l'articolo 14 commi 1 e 2 del decreto-legge 78 del 2010, con il ripristino delle disposizioni già previste dalla finanziaria 2008 (L. 244 del 2007) che garantivano la continuità nella corresponsione, per gli anni dal 2008 al 2010, delle risorse per il finanziamento delle funzioni regionali relative alla programmazione e amministrazione dei servizi ferroviari in concessione a Trenitalia di interesse regionale e locale. Le stesse norme prevedevano la sostituzione di tali risorse, a decorrere dal 2011, con l'adeguamento della compartecipazione al gettito dell'accisa sul gasolio per autotrazione;
- contenere il costo del trasporto pubblico che grava sulle famiglie mediante la detrazione dall'imposta lorda ai fini IRPEF, per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2010, per l'acquisto di ciascun abbonamento ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale ed interregionale, nella misura del 19 per cento per un importo di spesa massimo di 250 euro. Si prevede che tale detrazione sia riconosciuta anche se la relativa spesa è stata sostenuta nell'interesse di familiari fiscalmente a carico del contribuente;
- garantire risorse crescenti nel triennio per il contratto di servizio del trasporto ferroviario di passeggeri a media e lunga percorrenza da erogare all'impresa ferroviaria a condizione che garantisca servizi di utilità sociale adeguati ai migliori servizi presenti in ambito europeo in termini di frequenza, copertura territoriale, qualità e tariffazione; si propone inoltre di modificare in modo radicale le agevolazioni tariffarie ad oggi vigenti eliminando quelle obsolete e discriminatorie;
- disporre sufficienti misure per il riequilibrio modale del trasporto merci, tenuto conto che il trasporto ferroviario di merci può vantare il più alto valore in termini di compatibilità ambientale sia nei confronti del trasporto aereo, sia del trasporto su gomma, rispetto al quale registra un 77 per cento in meno di emissione di gas serra e un 77 per cento in meno di emissione di anidride carbonica.».
- adeguare la viabilità ordinaria alle necessità di sviluppo e di potenziamento infrastrutturale delle aree a forte concentrazione di attività economiche, sopratutto per le piccole e medie imprese e per le aziende artigianali, nonché la sicurezza di tratti stradali di particolare pericolosità, che costituiscono un fattore di arretratezza infrastrutturale del Paese;
- rafforzare gli interventi per lo sviluppo dell'infrastrutturazione in banda larga del Paese, per la lotta al "digital divide" e lo sviluppo delle nuove reti tecnologiche,
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