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Legislatura 16ª - 7ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 63 del 18/12/2008


Il PRESIDENTE, ricordando brevemente le finalità dell'indagine conoscitiva, introduce l'audizione del direttore generale per l'università del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, dottor Antonello Masia.

 

Prende indi la parola il dottor MASIA, il quale richiama preliminarmente il Processo di Bologna, avviato nel 1999, a partire dal quale sarebbe iniziata la proliferazione delle sedi e dei corsi universitari. Nel consegnare alla Commissione un'ampia documentazione relativa alle misure da allora intraprese per regolare tale fenomeno, si sofferma analiticamente sulla nuova architettura delineata dal summenzionato accordo. In particolare, rammenta che si trattò di un'intesa intergovernativa tra quattro Paesi (Italia, Francia, Germania ed Inghilterra) non tanto finalizzata all'allineamento con i sistemi anglosassoni, quanto piuttosto ad armonizzare l'articolazione universitaria dei Paesi aderenti, a partire dai primi quattro fondatori. Attualmente, riferisce, sono oltre 40 gli Stati che hanno aderito all'accordo e si tratta di un processo ancora in itinere, tanto che per il 2009 è in programma un'espansione degli obiettivi specifici.

Le finalità che indussero i primi quattro Paesi fondatori a stipulare l'intesa furono molteplici: favorire la mobilità di studenti e docenti; garantire un'offerta formativa universitaria di alta qualità; promuovere l'ingresso nel mercato del lavoro europeo; sviluppare una maggiore capacità di attrazione nei confronti dei sistemi allora emergenti. Del resto, prosegue l'oratore, non va dimenticato che in quegli anni il mercato economico si avviava verso la globalizzazione e le immatricolazioni erano in calo, corrispondentemente ad una riduzione del "tasso di passaggio" dalla scuola superiore all'università. Inoltre, emergeva con sempre maggiore insistenza una richiesta di trasparenza nell'uso delle risorse pubbliche, riferita anche al sistema universitario.

Alla fine degli anni Novanta, quando il Processo di Bologna ebbe inizio, gli ordinamenti didattici erano peraltro fermi alla legge Ruberti del 1990, che per la prima volta aveva individuato un percorso formativo più breve, destinato a sfociare nei diplomi universitari. Il decreto ministeriale n. 509 del 1999 incentrò invece l'architettura del sistema su due livelli, di cui il primo non inferiore a tre anni ed il secondo di ulteriori due. Tuttavia, mentre gli altri Paesi aderenti all'accordo avviarono graduali sperimentazioni, l'Italia intraprese un immediato riordino dell'intera offerta formativa che risultò inevitabilmente affrettato. Le università contrassero così i propri percorsi da 4-5 a 3 anni, ma risultò incrementato il numero degli insegnamenti e quello delle verifiche, con un effetto di sostanziale polverizzazione. Nell'anno accademico 2006-2007, ad esempio, furono attivati circa 5.700 corsi di studio, di cui 3.076 di primo livello, 2.361 di secondo livello e 262 a ciclo unico. Il numero dei crediti per insegnamento era tuttavia di 5,8 e si richiedevano circa 10 esami all'anno per completare il percorso di studi nei tempi prefissi. Ciò determinò un forte aumento del carico didattico, sicché per conseguire il titolo di studio non bastavano 5 anni ma ne occorrevano 7-8. Inoltre, si produsse un forte scollamento fra le esigenze delle categorie professionali e produttive e l'offerta formativa.

Passando ad illustrare il IX Rapporto sullo stato del sistema universitario, l'oratore riferisce poi che il Processo di Bologna ha comunque conseguito un risultato positivo: l'innalzamento del numero totale dei laureati, passati dagli 84-85.000 ai 300.000 attuali. Resta invece più o meno stabile la percentuale di abbandoni dopo il secondo anno, che si attesta intorno al 20 per cento. Dopo una prima fase, immediatamente successiva alla riforma, si registra poi una lieve flessione delle immatricolazioni. Contestualmente, dopo una prima ripresa del "tasso di passaggio" dalla scuola superiore all'università, si assiste ore ad un leggero calo. Gli studenti fuori corso sono invece diminuiti dal precedente 45 per cento all'attuale 32,5 per cento, ancorché il dato sia in constante aumento dall'avvio della riforma.

Il dottor Masia dà successivamente conto dei corsi con pochi immatricolati, puntualizzando che il 10 per cento ha meno di 10 iscritti. Sono invece 116, pari al 3,4 per cento del totale, i corsi con 5 o meno matricole. Al riguardo, pone peraltro in luce la connessione con i corsi a numero programmato.

Egli riferisce poi sui lavori della commissione De Maio, incaricata nella XIV legislatura dall'allora ministro Moratti di ridisegnare gli ordinamenti didattici al fine di aumentare la flessibilità e conseguire obiettivi di quantità e qualità attraverso la definizione di appositi requisiti necessari per la istituzione dei corsi di studio. Inoltre, la commissione aveva il compito di individuare misure idonee a ridurre il fenomeno degli abbandoni e sostenere il processo di internazionalizzazione degli atenei.

I lavori della commissione hanno costituito la base del decreto ministeriale n. 270 del 2004 che, pur lasciando inalterato il modulo "3+2", ha tuttavia introdotto il percorso a "Y" e ha reso autonoma la progettazione di primo e secondo livello sulla base di esigenze specifiche. Infine, è stata prevista una nuova definizione dei requisiti minimi per l'attivazione dei corsi di studio. Sulla base di tale regolamento, furono predisposti i decreti di revisione delle classi di laurea di primo e di secondo livello, che tuttavia non furono definitivamente emanati prima della fine della XIV legislatura. Nella XV il nuovo Governo ritirò quelli precedentemente predisposti, per ripresentarli dopo averli sottoposti a revisione. In tali decreti è finalmente previsto un numero massimo di esami, che mancava nel decreto n. 509, e sono stati introdotti alcuni accorgimenti per evitare la proliferazione dei corsi di studio. Si garantisce altresì il riconoscimento di almeno la metà dei crediti accumulati in una stessa classe agli studenti che cambiano università, si dispone il passaggio dai "requisiti minimi" ai "requisiti necessari" e si fissa il limite dei crediti riconoscibili per l'abilità professionale.

Il dottor Masia completa la ricostruzione normativa dando conto delle Linee guida per l'istituzione e l'attivazione dei corsi di studio emanate con il decreto n. 206 del 2007, cui ha fatto seguito il decreto n. 544 che ha individuato i requisiti necessari per l'attivazione dei percorsi formativi di primo e secondo livello, nonché delle Linee di indirizzo sulla programmazione 2007-2009, seguite dal decreto n. 506. Al riguardo, pone l'accento sugli obiettivi di razionalizzazione che erano alla base degli incentivi economici contenuti nel Piano 2007-2009.

Soffermandosi sui contenuti del decreto n. 544 in tema di requisiti necessari, egli puntualizza come dopo il regolamento n. 270 sia stato avviato un processo di maggiore rigore e ponderazione nella razionalizzazione, culminato nel divieto posto nella finanziaria 2007 di istituire sedi distaccate per tre anni.

Quanto al decreto n. 506 sulla programmazione, si tratta anche in questo caso di uno strumento di razionalizzazione, oltre che di potenziamento della formazione per la ricerca e di efficienza dei processi formativi. Esso prevede altresì incentivi economici sulla base di indicatori specificamente individuati. Infine, il decreto del 10 giugno scorso sui requisiti di trasparenza impone agli atenei di migliorare le attività di orientamento in favore degli studenti.

L'oratore svolge infine una disamina comparata degli atenei europei, confrontando i dati italiani con quelli degli altri Paesi in termini di numero delle sedi, offerta didattica e corpo docente. Riferisce peraltro dell'intento del ministro Gelmini di ridurre del 30 per cento gli insegnamenti ed i corsi di studio, procedendo anche alla riforma del reclutamento.

 

Seguono quesiti posti dai senatori.