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Legislatura 17 Risposta ad interrogazione scritta n° 4-05929



Risposta all'interrogazione n. 4-05929
Fascicolo n.143

Risposta. - Preliminarmente, è opportuno precisare che il lavoro accessorio, introdotto dal decreto legislativo n. 276 del 2003, si sostanzia in una particolare modalità lavorativa la cui precipua finalità è quella di regolamentare quelle prestazioni lavorative, definite accessorie, non riconducibili a forme tipiche di contratto di lavoro e svolte in modo saltuario ed occasionale da soggetti considerati, nella maggior parte dei casi, di difficile occupabilità. Si è inteso, in tal modo, regolarizzare attività normalmente saltuarie e marginali svolte "in nero" nell'intento di assicurare ai prestatori di lavoro un minimum di tutele previdenziali ed assicurative. Il pagamento della prestazione accessoria avviene unicamente attraverso lo strumento dei buoni lavoro (voucher) non essendo ammesse modalità retributive diverse.

L'originaria disciplina del lavoro accessorio ha subito una radicale trasformazione con la legge n. 92 del 2012 (cosiddetta riforma Fornero) e successivamente con il decreto-legge n. 76 del 2013, che hanno eliminato le limitazioni di tipo oggettivo (attività esercitabili) e soggettivo (soggetti legittimati a prestare lavoro accessorio) e fatto venir meno la natura occasionale dell'istituto. Conseguentemente, tale categoria di lavoro è stata definita dai soli limiti economici dei compensi percepiti dal prestatore di lavoro a prescindere dalla tipologia di attività svolta, identificandosi dunque con l'insieme delle prestazioni lavorative che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare e, con riferimento a ciascun singolo committente, ad un compenso superiore a 2.000 euro.

L'obiettivo del legislatore, con questi interventi di modifica, era certamente quello di estendere il ricorso ad un istituto volto principalmente a favorire l'emersione del lavoro irregolare, principalmente tra soggetti privi di una stabile occupazione o che si trovassero in fase di transizione da un'occupazione ad un'altra.

La materia è stata successivamente ridisciplinata con il decreto legislativo n. 81 del 2015, emanato in attuazione del Jobs Act, che ha innalzato a 7.000 euro il compenso massimo annuale che ciascun prestatore di lavoro può ricavare con riferimento alla totalità dei committenti, mantenendo invece inalterato il limite di 2.000 euro per le attività svolte in favore di ciascun singolo committente. È stato altresì introdotto il divieto del ricorso a prestazioni di lavoro accessorio nell'ambito dell'esecuzione di appalti. Inoltre, al fine di favorirne la tracciabilità, il decreto legislativo n. 81 del 2015 ha previsto che i voucher possano essere acquistati esclusivamente con modalità telematiche e che, prima dell'inizio della prestazione, i committenti siano tenuti a comunicare alta competente Direzione territoriale del lavoro i dati anagrafici, il codice fiscale del lavoratore, nonché il luogo e la durata della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore ai 30 giorni successivi. In assenza della comunicazione preventiva, la prestazione resa dal lavoratore avrebbe dovuto essere considerata quale prestazione di fatto, e come tale "in nero", con la conseguente irrogazione della cosiddetta maxi sanzione da parte del personale ispettivo.

Tanto premesso, si rappresenta che, ai fini di un corretto utilizzo dei buoni lavoro, il Ministero e l'Inps, in qualità di concessionario del servizio di gestione dei voucher, hanno fornito chiarimenti e precisazioni in ordine agli ambiti di utilizzo degli stessi mediante diversi atti regolamentari (circolari, messaggi e pareri). In tal senso, il ricorso al lavoro accessorio è stato considerato incompatibile con lo status di lavoratore subordinato se impiegato presso lo stesso datore di lavoro; parimenti, il ricorso al lavoro accessorio è stato considerato incompatibile con prestazioni aventi carattere di attività professionali per le quali l'ordinamento richiede l'iscrizione ad un ordine professionale ovvero ad appositi registri, albi, ruoli ed elenchi professionali qualificati.

Inoltre, sull'utilizzo dei voucher, il Ministero, in collaborazione con l'Inps, ha effettuato un'attività di monitoraggio e di valutazione i cui risultati sono stati illustrati in un apposito report pubblicato, il 22 marzo 2016, nel sito del Ministero. L'analisi sintetizzata nel rapporto consente di escludere che i voucher siano utilizzati per sostituire rapporti di lavoro stabili con prestazioni occasionali e di ritenere invece che l'aumento del ricorso ai voucher sia stato verosimilmente favorito dalle restrizioni all'utilizzo del lavoro a progetto e delle altre forme di contratti flessibili introdotte dal decreto legislativo n. 81 del 2015. Nel report si rileva inoltre che, negli ultimi anni, l'importo medio percepito da ciascun lavoratore mediante i lavoro accessorio è rimasto costante nella misura di circa 630 euro annui. Ciò induce a ritenere che sulla crescente diffusione dell'istituto non abbiano inciso in maniera significativa le modifiche introdotte dal Jobs Act in materia di lavoro accessorio.

Si aggiunge inoltre che, il 7 ottobre, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo n. 185 del 2016 recante disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi emanati in attuazione del Jobs Act. Esso ha rafforzato la tracciabilità dei voucher al fine di evitare eventuali distorsioni nell'uso di tale strumento e di preservarne la finalità originaria volta a far "emergere" quelle prestazioni che non possono essere disciplinate attraverso le forme di lavoro stabile previste dalla legislazione vigente. Si introduce così una modalità di controllo analoga a quella già in essere per il cosiddetto job on call (lavoro a chiamata) al fine di impedire possibili comportamenti illegali ed elusivi da parte di quelle imprese che acquistano il voucher, comunicano l'intenzione di utilizzarlo ma poi lo usano solo in caso di controllo da parte di un ispettore del lavoro.

Nello specifico, si prevede che i committenti imprenditori non agricoli o professionisti debbano comunicare alla competente sede territoriale dell'Ispettorato nazionale del lavoro, mediante sms o posta elettronica e almeno 60 minuti prima dell'inizio della prestazione, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, indicando altresì il luogo, il giorno e l'ora di inizio e di fine della prestazione. Invece, i committenti imprenditori agricoli sono tenuti a comunicare, nel medesimo termine e con le stesse modalità, solo i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore a 3 giorni. Il legislatore, in tal modo, ha voluto tenere conto della specificità del lavoro agricolo e della difficoltà dei committenti imprenditori agricoli di prevedere ex ante la durata delle prestazioni e il numero esatto di lavoratori da utilizzare a causa del condizionamento dell'attività agricola da parte di fattori meteorologici.

Per quanto concerne l'attività di controllo sui voucher, si precisa che nel Documento di programmazione dell'attività di vigilanza per il 2016, il Ministero ha previsto, tra gli obiettivi primari di attenzione degli organi ispettivi, la verifica sul corretto utilizzo dei voucher. Inoltre, l'attività di vigilanza sarà resa più efficace grazie alla costituzione dell'Ispettorato del lavoro: infatti, l'affidamento a tale organo della gestione unitaria delle attività in precedenza svolte dagli ispettori del Ministero, dell'Inps e dell'Inail consentirà di unificare e potenziare le ispezioni nelle imprese. Anche quest'ultimo intervento conferma la volontà del Governo di combattere ogni forma di illegalità e di precarietà nel mercato del lavoro e di colpire tutti quei comportamenti che sfruttano il lavoro e alterano la corretta concorrenza tra le imprese.

Il Sottosegretario di Stato per il lavoro e politiche sociali
CASSANO

(19 ottobre 2016)