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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-00515


Atto n. 4-00515

Pubblicato il 17 settembre 2008
Seduta n. 58

PERDUCA , PORETTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze. -

Premesso che:

precedentemente al 1° gennaio 2002, anno nel quale il nostro Paese, in seguito alla sottoscrizione del trattato di Maastricht, ha volontariamente devoluto la prerogativa sovrana del conio della moneta alla Banca centrale europea (BCE) adottando l'euro come valuta avente corso legale nel Paese, due erano i modi più frequenti per approvvigionarsi della nuova moneta necessaria al finanziamento del sistema economico:

il primo sistema consisteva nella collocazione di titoli del debito pubblico effettuata mediante operazioni di mercato aperto, con le quali veniva fornita nuova moneta al Ministero del tesoro. Sino al 1981, per proteggersi dai casi nei quali la domanda di titoli del debito pubblico era inferiore all'offerta, per la Banca d'Italia vigeva l'obbligo di acquisto dei titoli non collocati sul mercato. In pratica la Banca d'Italia non poteva rifiutare il finanziamento del fabbisogno pubblico, anche a costo di creare base monetaria in eccesso. Dal 1981, con l'indipendenza della Banca d'Italia dal Ministero del tesoro, inauguratasi con l'asta dei BoT del luglio 1981, iniziava un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, il cosidetto "divorzio" fra Tesoro e Banca d'Italia: una "separazione dei beni" che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo, liberandola dal precedente obbligo, anche se la prassi fu di fatto mantenuta sino all'adozione della moneta unica;

il secondo sistema di monetizzazione del debito, in caso di disavanzo pubblico, era quello di chiedere alla Banca Centrale di emettere moneta e versarla sul conto che il centro di spesa del governo, gestito dal Ministro del tesoro, aveva aperto presso la Banca d'Italia;

dall'abuso di questa pratica, negli anni ‘70 e ‘80, l'economia nazionale ebbe gravi danni a causa del susseguirsi di tassi di inflazione sempre più elevati, come ugualmente accadde per i tassi di interesse, causando un abnorme e inarrestabile aumento del debito pubblico;

gradatamente, nel corso degli anni successivi, si mostrò un’attenzione maggiore alla quantità di moneta emessa ricercando, per le nuove emissioni, una corrispondenza tra la quantità di moneta immessa nel sistema e la ricchezza reale prodotta dal Paese giungendo, nel 1993, alla chiusura del Conto di tesoreria;

tale chiusura fu stabilita con la pubblicazione della legge 26 novembre 1993, n. 483, la cui applicazione portò all'azzeramento del conto di tesoreria e, conseguentemente, del debito contratto dal Ministero del tesoro verso la Banca d'Italia,

si chiede di sapere:

a quanto ammontasse l'importo totale del debito;

se, da parte del Ministero del tesoro, vi sia stata una corresponsione di denaro (o di altri valori) alla Banca d'Italia in cambio della chiusura del conto e, in particolare, se la contropartita fosse rappresentata in titoli del debito pubblico;

nel caso in cui la chiusura del conto di Tesoreria non avesse determinato la cessione di moneta, bensì di titoli del debito pubblico, se questi ultimi siano andati in scadenza;

nell'eventualità positiva, ovvero se alla scadenza dei titoli consegnati alla Banca d'Italia essi siano stati rimborsati, in quale posta di bilancio sia possibile trovarne traccia;

nell'eventualità in cui essi non siano stati ancora rimborsati, ad esempio perché i titoli consegnati erano titoli a lunga scadenza, se essi siano ancora custoditi nel patrimonio di Banca Italia, o se siano stati venduti sul mercato secondario dei titoli;

nel caso ipotizzato di cessione dei titoli sul mercato secondario, in quale posta di bilancio sia possibile trovarne traccia;

se il debito derivato da una procedura che non ha comportato alcun costo per la Banca d'Italia, eccetto i minimi costi di produzione della cartamoneta, sia da considerare un debito senza alcun fondamento economico e giuridico e, quindi, non possa formalmente considerarsi tale;

poiché ci si trova innanzi ad un attivo di patrimonio formatosi in base ad una devoluzione della sovranità monetaria ad un organo diverso dallo Stato, a cui questo dovrebbe appartenere di diritto, ed essendo innanzi ad un attivo formatosi con uno scambio che appare vantaggioso per la sola Banca d'Italia, con sicuro danno dei cittadini i quali, oltre ad avere subito un danno a causa dell'innalzamento dei prezzi generato dall'inflazione causata dalla stampa di una ingente ed eccessiva quantità di moneta al fine di coprire il disavanzo pubblico, hanno visto trasformare il valore di questa moneta ceduta al Tesoro, da positivo in negativo, cioè in debito pubblico che dovrà essere coperto con tassazione presente e futura, nei loro confronti, se il Ministro in indirizzo ritenga giuridicamente possibile richiedere ed ottenere l'annullamento unilaterale di tale debito.