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Legislatura 18¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 006 del 02/05/2018


Mozioni

RIZZOTTI, GALLONE, SICLARI, STABILE, MALLEGNI, MANGIALAVORI, MASINI, MOLES, BERUTTI, Alfredo MESSINA - Il Senato,

premesso che:

la sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa demielinizzante, cioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale. Per molti anni è stata considerata una malattia della sostanza bianca del sistema nervoso centrale; tuttavia un numero crescente di studi ha dimostrato anche un coinvolgimento della sostanza grigia;

nella sclerosi multipla si verificano un danno e una perdita di mielina in più aree del sistema nervoso centrale. Numerose evidenze sia cliniche che sperimentali indicano che alla base della sclerosi multipla vi è una reazione del sistema immunitario che scatena un attacco contro la mielina. Tale attacco consiste in un processo infiammatorio che colpisce aree circoscritte del sistema nervoso centrale e provoca la distruzione della mielina e delle cellule specializzate, gli oligodendrociti, che la producono. Queste aree di perdita di mielina (o "demielinizzazione"), dette anche "placche", possono essere disseminate ovunque negli emisferi cerebrali, con predilezione per i nervi ottici, il cervelletto e il midollo spinale;

alla base della sclerosi multipla, dunque, vi è un processo di demielinizzazione che determina danni o perdita della mielina e la formazione di lesioni (placche) che possono evolvere da una fase infiammatoria iniziale a una fase cronica, in cui assumono caratteristiche simili a cicatrici, da cui deriva il termine "sclerosi";

più di 3.400 sono i nuovi casi che si registrano in un anno, e, la maggior parte delle volte, la diagnosi arriva tra i 20 e i 40 anni. In Italia si contano circa 114.000 uomini e donne con sclerosi multipla (SM), con un rapporto di uno a 2, che devono convivere ogni giorno con i sintomi di una malattia che induce disabilità progressiva, ma anche con le difficoltà legate ai servizi sanitari e assistenziali;

i costi di malattia si stimano in 5 miliardi di euro all'anno per una media stimata di circa 45.000 euro per persona con SM, di cui il 37 per cento per costi non sanitari, 34 per cento di costi sanitari, 29 per cento derivante dalla perdita di produttività: una realtà quindi dal forte impatto economico e sociale;

la sclerosi multipla, pertanto, è una condizione che richiede un pieno e specifico riconoscimento all'interno delle politiche di salute, sociali e di inclusione, una specifica strategia strutturata, organica e continua e l'adozione di politiche e interventi dedicati, tra i quali l'inserimento della malattia nel piano nazionale della cronicità; l'istituzione dell'Osservatorio nazionale della sclerosi multipla, in linea con quanto già accaduto in specifiche realtà regionali quali l'Emilia-Romagna; l'adozione di un atto di indirizzo nazionale che identifichi livelli garantiti di presa in carico per tutte le fasi di vita e di malattia secondo specifici percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali; l'istituzione di un registro nazionale di patologia che dialoghi con registri regionali di malattia e con il registro italiano sclerosi multipla, già attivato dalla Fondazione italiana sclerosi multipla congiuntamente con la rete dei centri clinici per finalità di ricerca;

considerato che:

i dati pubblicati da AISM (Associazione italiana sclerosi multipla) nel "Barometro della SM 2017" evidenziano che rispetto alla rete dei centri clinici dedicati alla patologia, non ancora adeguatamente formalizzata e riconosciuta, risulta chiara una forte carenza di personale dedicato: un solo neurologo può seguire un numero di pazienti che varia dai 141 (nei centri più piccoli) agli 837 (nei centri con oltre 1.000 pazienti), con il risultato che nel 36 per cento dei centri per la SM, per avere una prima visita, il tempo di attesa è di un mese o più, e nel 20 per cento la visita d'urgenza non viene fissata prima di una settimana. Il 16 per cento dei centri, inoltre, ha difficoltà a garantire ai pazienti i nuovi farmaci;

risulta evidente che attualmente non esiste una presa in carico unitaria e integrata dei pazienti: i rapporti tra centri clinici e servizi del territorio sono infatti scarsamente strutturati. Solo un centro su 4 dichiara di avere rapporti continuativi con il territorio, mentre il 60 per cento delle persone con SM ritiene che il rapporto sia da migliorare, mentre il 10 per cento ritiene sia completamente da costruire;

ad oggi, solo 9 Regioni (Sicilia, Veneto, Toscana, Lazio, Emilia-Romagna, Puglia, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Calabria) hanno un percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) dedicato alla sclerosi multipla;

a conferma delle difficoltà che le persone con SM e i loro familiari incontrano nella vita di tutti i giorni, il 50 per cento dei pazienti e dei familiari segnalano come carenti i servizi di assistenza domiciliare e il supporto economico e evidenziano come i servizi di riabilitazione, fatta eccezione per il riconoscimento in alcuni contesti di cicli di sedute fisioterapiche, siano quasi del tutto assenti per quantità o qualità con particolare riferimento ad alcune tipologie di prestazioni riabilitative (terapia occupazionale, logopedia, eccetera), questo sebbene la ricerca abbia dimostrato come la riabilitazione vada considerata come un approccio essenziale nella gestione della malattia. Tutto ciò spinge le persone con SM a sostenere il costo della riabilitazione privatamente, soprattutto per quei servizi non offerti dal sistema sanitario nazionale. Tra l'altro, l'area della riabilitazione segna un forte divario tra il Nord e le aree del Centro, del Sud e delle isole, con differenze che raggiungono i 15 punti percentuali di scarto;

si registrano problemi nell'accesso ai farmaci, con particolare riferimento a quelli innovativi, non disponibili in modo omogeneo sull'intero territorio nazionale; inoltre la collocazione di molti farmaci sintomatici in fascia C fa sì che molte persone con SM si trovino costrette a dover impegnare risorse personali ed a consumare i risparmi familiari (sino a 6.500 euro annui) per l'acquisto di questi medicinali;

considerato, inoltre, che:

sul fronte del lavoro, il 48 per cento delle persone con sclerosi multipla in età da lavoro (con meno di 65 anni) risulta occupato. Di questi, il 30 per cento circa ha dovuto ridurre le ore di lavoro e il 27 per cento ha cambiato tipo di lavoro. Per il 63 per cento di queste persone, i cambiamenti hanno significato una riduzione del proprio reddito pari a oltre il 30 per cento. Una persona su 3, secondo i dati pubblicati da AISM nel Barometro della SM 2017, ha dichiarato di aver dovuto lasciare il lavoro a causa della sclerosi multipla; una persona su 2 ha evidenziato che i sintomi e le manifestazioni della malattia le hanno impedito di fare il lavoro che avrebbe voluto svolgere o per cui era qualificata;

in assenza di un sistema strutturato di presa in carico della persona con SM, è la famiglia a dover far fronte all'assistenza informale dei pazienti nello svolgimento delle attività quotidiane con pesanti ripercussioni anche dal punto di vista economico sul bilancio familiare,

impegna il Governo:

1) ad adottare misure volte a istituire un Osservatorio nazionale permanente sulla sclerosi multipla che monitori e lavori, in accordo con tutti gli stakeholder, sulle grandi priorità sanitarie e socio-assistenziali della SM, come il riconoscimento e la promozione della rete dedicata alla presa in carico delle persone con SM, la diffusione, anche attraverso un atto di indirizzo nazionale, di percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali (PDTA) per una presa in carico continuativa e unitaria;

2) ad inserire la sclerosi multipla all'interno della seconda sezione del piano nazionale della cronicità, di cui all'accordo tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano del 15 settembre 2016;

3) a monitorare l'effettiva applicazione ed il costante aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (LEA) e del nuovo nomenclatore degli ausili e delle protesi (e il relativo monitoraggio) anche con riferimento ai bisogni di salute delle persone con sclerosi multipla;

4) ad istituire un registro nazionale sclerosi multipla con funzione di governo, programmazione sanitaria, verifica della qualità delle cure e dell'assistenza sanitaria, garanzia di accesso uniforme e trasparente ai farmaci modificanti la malattia e ai farmaci sintomatici, prevedendo l'opportuno coordinamento e integrazione del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 marzo 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 12 maggio 2017;

5) a garantire l'accesso ad un'adeguata riabilitazione per le persone con SM sull'intero territorio nazionale;

6) ad adottare una nuova procedura tempestiva e semplificata per l'accertamento degli stati invalidanti correlati alla sclerosi multipla e garantirne l'applicazione, valorizzando e sostenendo l'applicazione della specifica comunicazione tecnico-scientifica prodotta da AISM e INPS in materia di accertamento medico-legale degli stati invalidanti legati alla sclerosi multipla;

7) a sostenere la ricerca sulla sclerosi multipla riconoscendo specifica attenzione all'interno degli atti e programmi nazionali, assicurando adeguate fonti di finanziamento, sinergie tra ricerca pubblica, privata, nazionale, europea ed extraeuropea;

8) ad adottare una legge quadro sul riconoscimento e sostegno dei caregiver familiari, in attuazione dell'articolo 1, commi 254-256, della legge n. 205 del 2017 (legge di bilancio per il 2018), prevedendo altresì misure e interventi sul piano dei servizi sanitari, socio-assistenziali e sul piano delle tutele previdenziali ed assicurative, anche al fine di non disperdere le risorse stanziate nel triennio 2018-2020, destinate alla copertura finanziaria di interventi legislativi in materia;

9) ad adottare delle linee guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità, prevedendo l'inserimento mirato nella filiera delle associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità, garantendo certezza nei meccanismi di certificazione, ai fini dell'esercizio da parte delle persone con SM del diritto al part time di cui al decreto legislativo n. 81 del 2015;

10) a promuovere e a sostenere l'accesso allo smartworking per le persone con disabilità e gravi patologie, secondo quanto previsto dalla legge n. 81 del 2017 in materia di lavoro autonomo, anche con riferimento ai bisogni di flessibilità sul lavoro espressi dalle persone con SM;

11) a sostenere e ad incentivare la contrattazione collettiva di primo e secondo livello per l'introduzione e applicazione di misure di conciliazione dei tempi vita-cura-lavoro delle persone con SM, disabilità e gravi patologie, a partire dalla positiva evoluzione registrata in questi ultimi anni opportunamente documentata nella specifica analisi della CCNL condotta da AISM in materia di SM, gravi patologie, disabilità, presentata a dicembre 2017;

12) a sostenere progettualità che favoriscano modelli e interventi per l'accesso e il mantenimento al lavoro di persone con disabilità e con sclerosi multipla, anche con il coinvolgimento delle parti datoriali e sindacali e l'opportuna valorizzazione del ruolo del management aziendale e delle rispettive organizzazioni.

(1-00005)

CENTINAIO, SALVINI, STEFANI, PILLON, TOSATO, BONGIORNO, CALDEROLI, CANDIANI, SOLINAS, BORGONZONI, BORGHESI, ARRIGONI, NISINI, AUGUSSORI, BAGNAI, BARBARO, BERGESIO, BONFRISCO, Simone BOSSI, Umberto BOSSI, BRIZIARELLI, BRUZZONE, CAMPARI, CANDURA, CANTU', CASOLATI, DE VECCHIS, FAGGI, FERRERO, FREGOLENT, FUSCO, IWOBI, MARIN, MARTI, MONTANI, OSTELLARI, PAZZAGLINI, Emanuele PELLEGRINI, PEPE, PERGREFFI, PIANASSO, PIROVANO, Pietro PISANI, PITTONI, PIZZOL, PUCCIARELLI, RIPAMONTI, RIVOLTA, ROMEO, RUFA, SAPONARA, SAVIANE, SBRANA, SIRI, TESEI, VALLARDI, VESCOVI, ZULIANI - Il Senato,

premesso che:

dopo il caso di Charlie Gard, il Regno Unito è nuovamente sotto i riflettori per un'analoga vicenda. Alfie Evans è un bambino inglese di 23 mesi affetto da una patologia neurodegenerativa non diagnosticata, ma tale da rendere la sua vita "futile" secondo i giudici del suo Paese, per i quali la ventilazione deve essergli sospesa nel suo stesso "migliore interesse" ("best interest") e deve essergli applicato uno specifico protocollo di fine vita; attualmente ricoverato presso l'Alder Hey Hospital di Liverpool, è previsto che gli stacchino il respiratore;

i genitori del bambino poco più che ventenni si stanno opponendo in tutti i modi e in tutte le sedi competenti, lamentando la mancanza, da mesi, di cure e approfondimenti diagnostici; soltanto cure palliative;

si tratta di una vicenda che sta coinvolgendo il mondo intero. I genitori, come avvenne per il caso Charlie Gard, si sono visti rifiutare l'accoglimento delle loro richieste. Tanti gli appelli da parte di innumerevoli semplici cittadini e di autorità politiche di tutto il mondo. Il Santo Padre è intervenuto più volte auspicando che la volontà dei genitori trovi seguito. Al momento, però, la pronuncia dei giudici inglesi conferma l'impedimento a che i genitori individuino un altro sito per curare il loro bambino;

i legali della famiglia Evans chiedono l'autorizzazione a condurre il figlio in Italia dove le strutture ospedaliere "Bambino Gesù" di Roma e l'ospedale pediatrico "Gaslini" di Genova, eccellenze mondiali, hanno confermato, tramite la sua presidente, la disponibilità ad accogliere il piccolo in ogni momento, al fine di formulare una diagnosi e quantomeno accompagnarlo alla fine naturale. Le autorità sanitarie inglesi si sono opposte ad autorizzare la trasferta del piccolo, adducendo il rischio che durante il viaggio il bambino possa avere delle convulsioni, preferendone la morte dove si trova, nonostante Alfie sia vitale, reagisca e sorrida;

l'incuria e le negligenze dell'ospedale inglese sono state documentate dal padre, che ha reso pubbliche parecchie foto che non possono non lasciare chiunque allibito e straziato;

la vita di Alfie sta per terminare non già per la sua malattia, bensì per la "giustizia" inglese, secondo cui un paziente va ucciso, perché non corra il rischio di aggravarsi durante un trasporto e secondo cui, nell'incapacità dei medici di formulare una diagnosi, si debba eliminare il problema eliminando il malato;

dapprima il caso di Charlie, e ora quello di Alfie, ledono a giudizio dei proponenti del presente atto principi fondamentali contenuti nella Convenzione europea sui diritti dell'uomo: dalla intangibilità della vita alla libertà di scelta della famiglia, e in particolare alla libertà di cura e di circolazione all'interno del territorio europeo dei cittadini di uno dei suoi Paesi membri. È veramente singolare che uno Stato che fa ancora parte dell'Unione europea ritenga che il "superiore interesse del minore", criterio di decisione nel caso specifico, e già evocato in precedenza, per Charlie Gard, coincida con lasciar morire il minore senza che si formuli neanche una diagnosi, in contrasto con la famiglia e senza che sussista in concreto alcun accanimento terapeutico. Ed è altrettanto singolare che in una Unione europea, nella quale le istituzioni comunitarie intervengono, talora a sproposito, su scelte dei Governi dei singoli Stati relative ad altre voci che coinvolgono la vita e la salute delle persone, per esempio in tema di immigrazione, qui restino silenti, a conferma del condizionamento ideologico per una così grave lesione di beni fondanti;

il Governo italiano è in prima linea in questa battaglia di civiltà. Per scongiurare quanto sta accadendo e permettere che il piccolo sia trasferito nel nostro Paese e venga preso in carico dalle strutture ospedaliere italiane ha concesso, con un provvedimento d'urgenza, la cittadinanza italiana al bambino;

il Regno Unito continua a mietere vittime innocenti, cavalcando quella deriva eugenista e eutanatica che confligge con i principi fondamentali sottoscritti con la firma del trattato dell'UE e relativi al rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto (ovvero della separazione dei poteri) e dei diritti umani (art. 2);

tutto ciò viola, inoltre, un altro principio fondamentale dell'UE: quello sulla libera circolazione degli individui (ex art. 67: "L'unione realizza uno spazio di libertà sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali"); addirittura contraddice la stessa "Magna Charta Libertatum", i cui principi tutti i popoli europei hanno assunto a modello per i moderni ordinamenti cosiddetti "democratici" (art. 42 della Magna Charta: "ogni uomo potrà lasciare il nostro Regno e farvi ritorno senza danno o timore");

la circostanza che un giudice civile, negli ordinamenti di common law, abbia il potere abnorme di condizionare la vita umana oltre i casi della giustizia penale, crea una frattura incolmabile tra questi e gli ordinamenti continentali, in una materia fondamentale (è appunto scimmiottando a parere dei proponenti del presente atto arbitrariamente gli ordinamenti di common law che il giudice italiano ha decretato nel 2009, contra legem, la morte di Eluana Englaro);

la consegna della vita umana alla discrezionalità del giudice, foriera degli esiti tragici e disumani che sono sotto gli occhi di tutti, rappresenta una minaccia reale da cui rifuggire con convinzione;

la pena capitale inflitta da un giudice a un innocente, come il caso di Alfie Evans, costituisce il coronamento di una degenerazione culturale, etica e giuridica che rischia di travolgere una intera civiltà,

impegna il Governo:

1) a continuare nell'azione diplomatica avviata per scongiurare che al piccolo Alfie Evans vengano interrotti i presidi sanitari che lo tengono in vita e favorire un accordo con le autorità inglesi competenti al fine di consentire il suo trasporto e il suo ricovero presso le strutture Gaslini di Genova o Bambino Gesù di Roma, pronti a curarne il trasferimento e ad accoglierlo;

2) a sostenere in tutte le sedi competenti una moratoria internazionale di ogni decisione giudiziaria, legislativa o di qualsiasi altra natura che abbia come conseguenza di privare i minori di cure e supporti vitali, in particolar modo contro il volere delle famiglie.

(1-00006)

BAGNAI, CENTINAIO, ARRIGONI, AUGUSSORI, BARBARO, BERGESIO, BONFRISCO, BORGHESI, BORGONZONI, Simone BOSSI, Umberto BOSSI, BRIZIARELLI, BRUZZONE, CALDEROLI, CAMPARI, CANDIANI, CANDURA, CANTU', CASOLATI, DE VECCHIS, FAGGI, FERRERO, FREGOLENT, FUSCO, IWOBI, MARIN, MARTI, MONTANI, NISINI, OSTELLARI, PAZZAGLINI, Emanuele PELLEGRINI, PEPE, PERGREFFI, PIANASSO, PILLON, PIROVANO, Pietro PISANI, PITTONI, PIZZOL, PUCCIARELLI, RIPAMONTI, RIVOLTA, ROMEO, RUFA, SALVINI, SAPONARA, SAVIANE, SBRANA, SIRI, SOLINAS, STEFANI, TESEI, TOSATO, VALLARDI, VESCOVI, ZULIANI - Il Senato,

premesso che:

il 3 maggio 2018 scade il termine per la presentazione della domanda di costituzione dei nuovi gruppi bancari cooperativi in base a quanto stabilito dalla riforma contenuta nella legge n. 49 del 2016, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 18 del 2016, che ha prescritto un periodo di 18 mesi a decorrere dall'entrata in vigore delle disposizioni di attuazione stabilite dalla Banca d'Italia, emanate il 3 novembre 2016;

la normativa di risulta tra la legge nazionale e quella applicativa è molto complessa: il 3 maggio è la data in cui si dovrà presentare la domanda di costituzione, tramite invio del contratto di coesione e degli statuti delle banche aderenti, e la domanda di iscrizione del nuovo gruppo cooperativo all'albo dei gruppi bancari. La costituzione vera e propria dei gruppi seguirà poi il particolare scadenzario stabilito dalla Banca d'Italia nella circolare n. 285 (del 17 dicembre 2013, 19° aggiornamento);

il citato decreto-legge ha previsto, tramite l'introduzione dell'articolo 37-bis nel decreto legislativo n. 385 del 1993 (testo unico bancario), che i citati gruppi bancari cooperativi siano composti da una società per azioni capogruppo, le banche di credito cooperativo e le società bancarie controllate dalla capogruppo. La riforma ha sconvolto il precedente panorama del settore cooperativo, ridisegnando un sistema formato da piccole realtà territoriali e sostituendolo con un'unica holding che, oltre a perdere il carattere di mutualità e cooperazione, garantiti dall'articolo 45 della nostra Costituzione, non riuscirà nemmeno a replicare modelli presenti in altre nazioni europee per evidenti disparità dimensionali;

gruppi olandesi, francesi o tedeschi costituiti in holding di banche di credito cooperativo sono da 50 a 60 volte più grandi della dimensione ipotizzata per i costituendi gruppi bancari cooperativi italiani. In questo modo è dunque probabile che si genererà un ibrido che perderà le caratteristiche specifiche della cooperazione nel settore creditizio, tese a valorizzare le specificità locali, culturali, socioeconomiche dei diversi territori italiani, ma che, nel contempo, non sarà in grado di paragonarsi ad omologhi gruppi con cui confrontarsi nel mercato creditizio mondiale;

l'unica garanzia di difesa del territorio, concessa in sede di conversione del decreto-legge, riguarda la possibilità di creare eventuali sottogruppi territoriali; per le province autonome di Trento e Bolzano è stato invece stabilito che le banche di credito cooperativo aventi sede legale nelle stesse potessero costituire autonomi gruppi bancari cooperativi composti solo da banche aventi sede (ed operanti esclusivamente) nei medesimi territori, tra cui la corrispondente banca capogruppo, la quale può adottare anche la forma di società cooperativa per azioni a responsabilità limitata; di questa opportunità hanno approfittato solo gli istituti Raiffeisen della provincia autonoma di Bolzano, mentre nella provincia autonoma di Trento si è scelto di dar vita a un gruppo di livello nazionale, Cassa centrale Banca;

la relazione illustrativa di accompagnamento alla legge di conversione recitava che, a causa di "talune debolezze strutturali", degli "assetti organizzativi" e della "dimensione ridotta" delle banche cooperative, si rendeva necessario superare l'ostacolo di alcuni "tratti costitutivi della forma giuridica cooperativa in quanto tale", prevedendo "l'obbligatoria appartenenza a un gruppo bancario cooperativo", la cui capogruppo si costituisse in forma di società per azioni "al fine di favorire l'accesso al mercato dei capitali e alla patrimonializzazione". Si attestava, altresì, che una simile ristrutturazione non avrebbe in alcun modo alterato la qualificazione delle Banche di credito cooperativo in qualità di cooperative a mutualità prevalente;

non si può certo negare che una simile impostazione provenga dalle tesi allora maggioritarie sviluppate dalla Banca d'Italia in merito alla convinzione che sia impossibile vigilare correttamente su piccole entità bancarie. Su questo punto, Carmelo Barbagallo, capo del Dipartimento della Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia, in sede di audizione presso la VI Commissione permanente della Camera dei deputati, il 9 dicembre 2015, espresse una posizione nettamente favorevole ad operazioni di concentrazione, soprattutto per le banche di medie e piccole dimensioni. La tesi è stata poi ulteriormente confermata in sede di audizione sul decreto-legge, il 1° marzo 2016, in cui lo stesso ha confermato che: "nella prolungata fase di crisi economica, l'aumento della rischiosità dei prenditori e la stasi delle erogazioni hanno eroso i profitti rendendo più vulnerabili le BCC, caratterizzate da dimensioni contenute e da una operatività concentrata in ambiti territoriali ristretti", ripercuotendosi sulle possibilità di diversificazione del rischio;

le drammatiche vicende vissute dalle banche poste in risoluzione, da Monte dei Paschi di Siena così come dalle banche popolari venete, con le gravi ricadute sui risparmiatori, hanno dimostrato che la dimensione è tutt'altro che un requisito utile ad agevolare il controllo da parte degli enti preposti. Proprio nei confronti delle popolari venete, che erano nel novero dei 5 maggiori istituti di credito del Paese, Banca d'Italia e CONSOB hanno dimostrato, a giudizio dei proponenti del presente atto di indirizzo, gravi carenze nell'adempiere al loro ruolo istituzionale di vigilanza e tutela;

non risulta pertanto alcuna evidenza empirica secondo la quale istituti di maggiori dimensioni siano più facilmente controllabili e più stabili e, tantomeno, che le sofferenze dei piccoli istituti mettano in pericolo la stabilità dell'intero sistema bancario del Paese;

all'epoca dell'emanazione del decreto-legge, in Italia, le banche più piccole avevano 17 miliardi di euro di sofferenze a fronte dei 39 miliardi delle banche più grandi e dei 133 miliardi delle prime 5 banche, con un credito erogato che, per le banche di medie e piccole dimensioni, si attestava tra i 156 e 178 miliardi di euro;

non si sono quindi comprese a fondo le ragioni di una simile riforma quando anche la Banca d'Italia confermava la gestione più prudenziale delle "banche di minore dimensione, in prevalenza di credito cooperativo, anche per effetto del peso più elevato delle garanzie sui prestiti (79,8 per cento a fronte di una media di sistema del 66,5)";

a giudizio dei proponenti sembra essere scontato, dunque, che tutta questa riforma sia stata interessata da una deliberata eterogenesi dei fini: si sono abbandonati i principi di mutualità per far spazio alle ragioni del libero mercato, agevolando l'entrata, anche nelle banche di credito cooperativo, così com'è stato nelle banche popolari, di investitori, nazionali e non, ben poco interessati allo sviluppo e al sostegno del territorio e al tessuto delle piccole e medie imprese, fondamentale per l'economia del nostro Paese e strategico per la nostra capacità di competere in ambito internazionale;

anche facendo riferimento alla crisi americana dei prestiti o mutui subprime si è sempre affermato di dover evitare ad ogni costo il rischio del moral hazard che si può sviluppare nelle grandi banche in ragione del principio "too big to fail". Al contrario, nel nostro Paese, si sono volute accorpare le piccole banche, quelle che, per quanto evidenziato, non sono suscettibili di creare grandi shock al sistema;

ancora, la scelta del limite minimo di un miliardo di patrimonio netto per la capogruppo annulla del tutto la valenza territoriale del sistema mutualistico, postulando necessariamente la creazione di due grandi holding nazionali e una provinciale, governate in modo verticistico. Da quanto si apprende, infatti, si sta andando verso la creazione di un'unica holding nazionale (il polo romano di Iccrea), affiancata solamente dalla trentina Cassa centrale Banca e dall'altoatesina Raiffeisen, in cui devono confluire le circa 280 banche di credito cooperativo oggi esistenti;

la richiesta presentata nelle scorse settimane da Raiffeisen per la costituzione di un gruppo bancario provinciale è già stata avanzata, mentre, per Iccrea e Cassa centrale Banca, il processo in vista della presentazione delle istanze di costituzione dei due gruppi significativi pare essere più indietro;

la prossima conseguenza, già paventata all'epoca della riforma, sarà il forte condizionamento che simili gruppi eserciteranno sulla libertà di azione e sull'autonomia delle banche di credito cooperativo in sede locale, come pure quello derivante dalla vigilanza europea: Iccrea e Cassa centrale Banca, che da sole raggrupperanno circa 260 banche, saranno infatti sottoposte alla vigilanza unica con la sottoposizione al Comprehensive assesment della Banca centrale europea, che comprende la verifica degli attivi (asset quality review) e gli stress test;

in conseguenza di questa modifica, si stima che le banche di credito cooperativo saranno costrette a reperire nuovi capitali in misura pari a circa 700 milioni di euro per il gruppo Cassa centrale e 1,8 miliardi per il gruppo Iccrea, o a ridurre sensibilmente l'offerta di credito;

per questa ragione, nel mese di dicembre 2017, la Banca d'Italia ha inviato un documento alle 260 banche di credito cooperativo interessate in cui si richiede di allinearsi "al più presto" alle linee guida delle due capogruppo al fine di prepararsi al prossimo vaglio della vigilanza europea, dato che circa un terzo delle banche di credito cooperativo italiane sarebbe considerato ad alto rischio e un altro quarto mediamente a rischio;

al riguardo è il caso di ricordare come, in Germania, le Sparkassen e le Volksbanken tedesche non rientrino invece pienamente nella normativa europea, non soltanto per quanto riguarda i requisiti di capitale e liquidità, ma anche per quanto riguarda la vigilanza europea. Secondo la Bundesbank, le banche territoriali tedesche che non rientrano sotto la vigilanza unica sono oltre 1.500, pari all'88 per cento degli istituti di credito tedeschi, e gestiscono circa il 44 per cento dei prestiti erogati dall'intero settore bancario, che quindi non sono soggetti alla vigilanza unica europea. In particolare, su 431 Sparkassen tedesche, sola una è vigilata dalla BCE (e si consideri che in totale queste contano per il 22,3 per cento degli impieghi bancari). Va notato che in Italia la percentuale di crediti non soggetti alla vigilanza unica è molto inferiore, aggirandosi attorno al 20 per cento, e la riforma delle banche di credito cooperativo ridurrebbe questa percentuale di almeno altri 7 punti, portando virtualmente tutto il nostro sistema bancario sotto la vigilanza unica, mentre il 44 per cento di quello tedesco viene vigilato dall'autorità nazionale (il Bafin). Questo perché all'epoca della costruzione del primo pilastro, ossia della vigilanza unica, le grandi banche tedesche, il cui numero è relativamente ridotto, hanno beneficiato della fissazione a 30 miliardi di asset quale livello minimo, mentre, per le piccole banche, sono stati tenuti fuori dalla vigilanza unica i cosiddetti IPS (institutional protection schemes), ossia i sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, che differiscono sia dai gruppi che dai network bancari, ampiamente diffusi in Germania (Sparkassen e Volksbanken) e Austria (banche Raiffeisen);

in Italia, invece di ricorrere agli IPS, con i privilegi che essi garantiscono e dei quali le banche dei concorrenti godono, si è scelto di azzerare un patrimonio territoriale che anche Federcasse, seppur all'epoca grande sostenitrice della riforma, considerava invece necessario tutelare in virtù delle "particolari forme di coesione ed organizzazione a livello territoriale";

come già detto, queste ultime sono state riconosciute alle sole province autonome di Bolzano e Trento, ignorando le altre peculiarità, linguistiche, socioeconomiche e culturali, che rappresentano, invece, una peculiarità e un importante valore aggiunto dell'intero Paese. Seppur riconosciuta la necessità di salvaguardare il patrimonio mutualistico delle province autonome, non si comprende perché le stesse non debbano essere riconosciute a tutte le regioni e province italiane;

tali argomentazioni, già ampiamente discusse durante l'esame del decreto-legge nelle assemblee parlamentari, sono ancora oggi attuali e cogenti. All'approssimarsi della scadenza sono ancora molte le voci che chiedono una revisione della riforma: il presidente dell'Associazione generale cooperative italiane (Agci), Brenno Begani, ha richiesto una fase "di ulteriore e necessaria riflessione sull'impostazione della riforma del credito cooperativo per salvaguardare la biodiversità bancaria e per non soffocare realtà fortemente radicate". Spiega che l'assorbimento totale di tutte le banche di credito cooperativo italiane in grandi poli bancari, "con spazi limitati di autonomia rispetto alla Capogruppo, reca in sé il tangibile pericolo di declino dell'identità cooperativa e dei principi mutualistici nel settore del credito". E continua che, in questo modo, si "rischia di non incentivare lo sviluppo socio-economico a livello locale e, più in generale, di non rendere onore al principio di meritocrazia, che imporrebbe di premiare e non di mortificare i più virtuosi, poiché proprio i soggetti sani hanno maggiore patrimonio libero e minori rischi in portafoglio";

da ultimo, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, nelle risultanze preliminari dell'istruttoria in relazione al procedimento in materia di operazioni di concentrazioni avviato il 14 marzo 2018 nei confronti della società del gruppo Raiffeisen (procedimento C12138), ha rilevato che "le quote di mercato che saranno detenute dal costituendo gruppo Raiffeisen non appaiono scevre dal sollevare criticità concorrenziali in termini di costituzione ovvero rafforzamento di posizioni dominanti in alcuni dei mercati locali". Infatti, la detenzione delle quote evidenziate "appare comunque suscettibile di garantire al costituendo Gruppo un evidente vantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti, permettendo allo stesso di operare in sostanziale autonomia";

dunque, la riforma del credito cooperativo non soltanto ha creato una frattura nel sistema mutualistico delle banche locali, con le conseguenze economico-sociali che si stanno verificando nelle differenti territorialità del Paese, ma sembra anche violare, con tutta evidenza, le disposizioni di rango costituzionale del nostro ordinamento: da un lato, tali rischi di concentrazione, già paventati all'epoca dell'esame del decreto-legge, si stanno concretizzando e profileranno una violazione della normativa europea in materia del rispetto della concorrenza (artt. 101 e 102 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea); dall'altro, a livello interno, si sono violati differenti disposizioni e principi della nostra carta costituzionale;

innanzitutto, la disparità di trattamento per le province autonome, pur se fondato sul rispetto della diversità e delle minoranze, non trova uguale contemperamento nel rispetto del principio di uguaglianza con riguardo al diverso trattamento riservato al restante territorio nazionale. Quest'ultimo sembrerebbe anche violato dalla clausola del way out (possibilità, per gli istituti con un patrimonio netto superiore a 200 milioni di euro, di scorporare l'attività bancaria conferendola ad un istituto di credito costituito in società per azioni, corrispondendo all'erario un'imposta straordinaria pari al 20 per cento dello stesso);

un'altra disposizione di dubbia costituzionalità, difficilmente conciliabile con il principio di libera iniziativa economica tutelata dall'art. 41 della Costituzione, sembrerebbe essere il divieto di trasformazione in banca popolare: in caso di esclusione dalla superholding, la banca di credito cooperativo può continuare la sua attività solo con l'autorizzazione della Banca d'Italia e la trasformazione in società per azioni, pena la liquidazione, ma è esclusa, com'era prima della riforma, la fusione con banche di diversa natura da cui risultino banche popolari;

quest'ultima norma è stata infatti attaccata da più fronti, perché inficerebbe gravemente la tutela dei depositanti, contrastando con l'articolo 47 della Costituzione, in merito alla tutela del risparmio, e con articolo 45, in merito alla tutela e alla promozione della cooperazione,

impegna il Governo a prendere le necessarie misure, anche di carattere normativo, al fine di prevedere una moratoria del termine di 18 mesi in scadenza il 3 maggio 2018 o, in ogni modo, al fine di prevedere la sospensione dei termini entro i quali dovranno essere costituiti i gruppi bancari cooperativi.

(1-00007)