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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 914 del 06/12/2017


Allegato B

Intervento della senatrice Albano nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Onorevole Presidente, cari colleghi, per prima cosa rendiamo onore alla verità. L'autodeterminazione terapeutica non è eutanasia.

Si è spesso parlato di Piergiorgio Welby come di colui che chiedeva l'eutanasia. Non è vero. Non era eutanasia chiedere di sospendere la respirazione artificiale, di essere staccato dalla macchina che lo faceva respirare, era chiedere una interruzione di terapia, non era eutanasia. Era volere esercitare il suo diritto di rifiutare l'accanimento terapeutico venendo sottoposto a cure forzate. Era volere esercitare il suo sacrosanto diritto riconosciuto nell'articolo 32 della Costituzione italiana che recita: «Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Questa norma costituzionale è definita dai giuristi «diritto soggettivo perfetto» che, cioè, non ha bisogno di leggi applicative per essere esercitato. Così scrisse nella sua sentenza il giudice Zaira Secchi quando mandò assolto il dottor Mario Riccio che interruppe la ventilazione meccanica a Welby.

Al tempo triste e crudele di Welby non c'era una legge che regolamentasse in materia di fine vita. Ma oggi, per fortuna, la Camera dei deputati si è fatta carico di questa istanza ed ha approvato una legge, richiestaci da tempo dall'Europa e che, finalmente, ci equipara in parte a quei paesi europei che hanno a cuore: la buona nascita, la buona qualità della vita e la buona morte.

La legge, approvata dalla Camera il 20 Aprile 2017, finalmente recepisce il diritto dei cittadini di esprimersi sul proprio fine vita con proprie disposizioni anticipate di trattamento (DAT) o testamento biologico. Per «dichiarazione di volontà anticipata» per trattamenti sanitari si intende un documento legale - testamento biologico - che permette di indicare in anticipo i trattamenti medici che ciascuno intende ricevere o rifiutare in caso di incapacità mentale, di incoscienza o di altre cause che impediscano di comunicare.

A questo punto mi preme sottolineare come il Paese sia molto più avanti della politica. Infatti centinaia e centinaia di Comuni in Italia, Comuni che sono in costante crescita, di cui poco si parla, hanno risposto da tempo con l'istituzione di registri, al bisogno dei loro cittadini di depositarvi i propri testamenti biologici, per dare ad essi la certezza di data e di firma onde garantirne così l'autenticità.

Una moderna società deve permettere ai propri cittadini la libertà di pensare al proprio fine vita per tempo, quando cioè si è nelle piene facoltà mentali, quindi capaci anche di prevedere la malaugurata ipotesi di un nostro fine vita senza avere più la capacità di intendere, di volere o di esprimersi. Chi deciderà dunque al nostro posto? Ecco comparire la figura del fiduciario, nominato dal testatario del testamento biologico, che si farà carico del rispetto delle nostre DAT e che, se lo vorremo, potrà essere la nostra voce quando non avremo più voce. Potrà in nostra vece accordare o rifiutare il consenso ai trattamenti proposti dai medici.

Il testamento biologico attraversa trasversalmente le libertà individuali di tutti i cittadini, permettendo ad ognuno l'autoterapia nel rispetto della propria filosofia, etica, religione, sensibilità. La Costituzione della Repubblica Italiana prevede infatti all'articolo 2 l'inviolabilità dei diritti dell'uomo.

All'articolo 3 la Costituzione riconosce l'eguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni di condizioni personali, all'articolo 13 l'inviolabilità della libertà personale e all'articolo 32, primo comma il diritto del cittadino alla salute e al secondo comma, il diritto del cittadino all'autodeterminazione terapeutica: «Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario…» e «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana» (articolo già citato all'inizio del mio intervento). Per cui, come ricordava il professor Stefano Rodotà, per la nostra Costituzione il primato non è della legge ma della persona.

La legge che oggi discutiamo in Senato è una buona legge che merita di essere approvata e approvata velocemente, come ci chiede l'Europa.

Voglio ricordare la storia struggente, nota a tutti, di Eluana Englaro che fu costretta in stato vegetativo, per morte cerebrale, per ben diciassette anni, prima che l'affetto e la determinazione del padre Beppino Englaro giungessero ad ottenere che fosse rispettata la volontà della figlia di non volere perdurare in stato vegetativo subendo l'alimentazione e l'idratazione forzata; volontà espressa più volte verbalmente di fronte al caso analogo di un suo amico. Volontà che chiunque può comprendere se laicamente, come è lo Stato italiano, si pone la domanda: «Quando la vita si può definire tale?».

A questo punto occorre fare una distinzione fra «vita biologica» e «vita biografica».

La vita biologica è pura e semplice sopravvivenza di cellule ed organi senza alcuna coscienza della vita stessa. Tale è lo stato vegetativo, che non esiste in natura ma è l'esito, certo non voluto, delle tecniche di rianimazione, procedure altamente sofisticate che non esistevano fino a pochi decenni or sono. La vita biografica è una vita ricca di pensiero, di autocoscienza, di relazioni umane, di significati, di azioni, di cultura, di ideali, di emozioni, di sentimenti. È la vita dinamicamente intesa che si evolve, che si trasforma.

Ecco, quindi, la necessità del testamento biologico compilato per tempo, quando, grazie alla nostra capacità di intendere e di volere, possiamo esprimerci se vogliamo o se non vogliamo essere sottoposti a determinate cure.

Anche la Società italiana di cure palliative ritiene che le DAT non possono non essere vincolanti per il medico, in nome di una vera alleanza terapeutica, in cui il medico propone la cura, in scienza e coscienza, ma non la impone. Al malato, in ultima analisi, spetta la scelta.

La legge sul testamento biologico, che oggi esaminiamo, rende giustizia a chi vuole sopravvivere anche in stato vegetativo e a chi questo rifiuta. Ogni cittadino è libero di esprimere finalmente per tempo le proprie DAT ed avere la certezza che verranno rispettate. Legalizzare il testamento biologico rende tutti più uguali e più liberi e crea le condizioni per alleviare le inutili sofferenze cui ancora assistiamo, purtroppo, nei nostri ospedali.

La legge approvata il 20 aprile a Montecitorio è una buona legge in quanto recepisce lo spirito espresso nella legge n. 145 del 28 marzo 2001 che ratifica la Convenzione di Oviedo (Spagna) del 4 aprile 1997 che recita, all'articolo 5 «un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona abbia dato consenso libero e informato» e precisa all'articolo 9 «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione».

Recepisce ancora quanto sancito con la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza nel 2004, che al capo I sulla dignità stabilisce ai primi tre articoli che «la dignità umana è inviolabile», che ogni individuo ha diritto «alla vita» e alla «propria integrità psichica» e che nell'ambito della medicina e della biologia deve essere rispettato in particolare «il consenso libero ed informato della persona interessata».

Recepisce ancora quanto recita il Codice di deontologia medica del Dicembre 2006 all'articolo 35 («il medico non intraprende né prosegue in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato…» del paziente. In ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona. Il medico deve intervenire in scienza e coscienza nei confronti del paziente incapace, nel rispetto della dignità della persona e della qualità della vita evitando ogni accanimento terapeutico tenendo conto della volontà del paziente) e all'articolo 38 (il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà deve tener conto nelle proprie scelte di quanto precedentemente manifestato dallo stesso in modo certo e documentato).

I dati EURISPES dicono che il 68 per cento dei cittadini italiani hanno a cuore una loro fine dignitosa e che sono favorevoli all'introduzione del testamento biologico.

Noi siamo Chiesa, la Chiesa Valdese, varie associazioni italiane fra cui Libera uscita, si sono espresse favorevolmente su questo testo di legge che, approfondendo aspetti etici, morali, religiosi diversi, ha avuto il merito di ridare dignità al tema della morte, prendendosene cura, come ci si prende cura della nascita e del decorso della vita stessa. Tema oggi quasi evitato, tenuto nascosto, tema che ha smarrito la sua naturalezza.

Un tempo la vita media era di cinquant'anni. Oggi, grazie ai progressi della scienza medica e scientifica in generale il fine vita si è spostato molto più in avanti, novant'anni e oltre, in cui si evidenziano quadri clinici di malattie neurovegetative degenerative e croniche, un tempo quasi inesistenti, Oggi non possiamo più non porci riflessioni e azioni sull'accanimento terapeutico e sul fine vita che siano in linea coi nuovi tempi, nel pieno rispetto del malato. C'è da augurarsi una nuova riscrittura del giuramento di Ippocrate.

Questa legge, pur con qualche zona d'ombra, rappresenta un passo in avanti per migliorare le condizioni spesso disumane in cui oggi si muore nei nostri ospedali, per cui io la giudico una buona legge e mi esprimo per la sua approvazione e dichiaro che questa legge aiuterà i medici a rispettare le volontà espresse dai propri pazienti in grado di capire e le volontà dei pazienti, espresse per iscritto, se non sono più in grado di decidere per sé.

Per ultimo, vorrei dire, a scopo di riflessione precipua per il futuro, due parole sul codice deontologico e quindi sull'obiezione di coscienza del medico. Ritengo giusto che i medici vadano tutelati, ma deve altresì essere tutelata la volontà del malato incapace di intendere e di volere. Una eventuale obiezione di medici, mi auguro che non diventi come l'obiezione che si è vista nei confronti della legge 194, usata per sabotare la legge stessa nelle strutture pubbliche e per esercitarla a pagamento nelle strutture private. Come, purtroppo, è accaduto.

Spero non si abbiano cliniche private compiacenti che, per denaro e sotto silenzio, applichino ciò che è un diritto gratuito nelle strutture pubbliche.

O peggio ancora, non vorrei che, senza l'approvazione dell'attuale legge, si desse avvio ad un macabro turismo d'Oltralpe, come accadeva quando ancora non c'era la legge 194, quando le donne di ceto elevato potevano concedersi il lusso di interrompere la gravidanza in altri Stati europei, mentre quelle di ceto basso morivano nelle mani delle "mammane".

Invito i senatori qui presenti, che hanno la saggezza di riflettere serenamente sull'approvazione già avvenuta a Montecitorio dell'attuale disegno di legge, di esprimere altresì voto favorevole, come in tranquilla coscienza farò io.

Testo integrale dell'intervento della senatrice Puppato nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Capita con relativa scarsa frequenza di poter leggere una nuova legge scritta così bene, in modo tanto attento, coerente e armonioso quanto questa, a iniziare dal titolo, che non parla di testamento biologico, ma di DAT ovvero disposizioni anticipate di trattamento e consenso informato e consapevole per il paziente.

Insomma già nel titolo dovremo poter considerare una platea di cittadini informati e capaci direttamente, o per tramite dei loro fiduciari, di "disporre" non semplicemente "dichiarare" la propria volontà rispetto ai trattamenti di cura a cui poter attingere in caso di necessità. Non è affatto una legge sull'eutanasia o peggio sul suicidio assistito, come ho sentito denunciare da chi evidentemente - devo ritenere - non l'abbia neppure letta, che rimangono pratiche illegali non richiedibili al medico; ma non è neppure la legge sul "testamento biologico", che non compare come termine proprio perché ha il dono della profondità e dell'accuratezza dei termini, questa legge.

Il "testamento" presuppone di trasferire propri beni patrimoniali e non è di questo che si parla, e neppure si sta valutando la persona solo come mera "entità biologica", ma come un insieme di elementi, soprattutto relazionali, psicologici e umani. Vuole coprire una lacuna gigantesca questa legge di grande civiltà, permettendo a ognuno di noi di autodeterminare il proprio percorso e, quando le condizioni di salute non permettono più una relazione con medici e mondo esterno, ci richiama alla responsabilità di conoscere nella consapevolezza.

Da oggi in poi saremo chiamati a promuovere le DAT come pratica culturale e sociale, grazie alla quale la persona è invitata a riflettere su se stessa, sull'eventualità futura di non potersi esprimere, sui suoi rapporti interpersonali, sul come essere accompagnati verso la fine vita; tema tabù nella moderna società, salvo i casi assurti a livello nazionale di Eluana Englaro o Dj Fabo o ancora del piccolo Charlie, situazioni diverse tra loro che hanno scosso il nostro torpore e chiedono risposte a quesiti sopiti e respinti.

Mi fa piacere riprendere qui le parole del dottor Gandolfo Fiorito, medico esperto in cure palliative, che in un convegno sulle DAT nella mia città di luglio scorso disse: "Non solo i medici, ma tutti gli operatori sanitari, infermieri compresi, devono vivere una relazione continua con il paziente. Il dialogo e l'ascolto sono parte della cura e servono a capire come affrontare l'evoluzione della malattia, soprattutto quando il paziente è indisponibile ad accanimento terapeutici e chiede di poter semplicemente addormentarsi per sempre, come accaduto a Dino Bettamin di Montebelluna.

La medicina, se diventa semplice culto della tecnologia, si snatura diventando altro dalla ragione che ha spinto a nuove frontiere per mantenere la vita, guai a confondere i medici con gli scienziati. Noi dobbiamo occuparci della relazione di cura ma anche di cura della relazione umana". Ed è interessante vedere che al comma 8 del primo articolo si tratta del "tempo della comunicazione "tra medico e paziente perché costituisce "tempo di cura", soprattutto nella terapia del dolore e nelle cure palliative. Richiamo ciò che scriveva il Comitato nazionale di bioetica il 18 dicembre del 2003, ..."In realtà le dichiarazioni (oggi disposizioni anticipate di trattamento) ..omissis ...hanno anche il compito molto delicato e complesso di rendere ancora possibile un rapporto personale tra medico e paziente proprio in quelle situazione estreme in cui non sembra poter sussistere alcun legame tra la solitudine di chi non può esprimersi e la solitudine di chi deve decidere".

La legge all'articolo 4 non tralascia anche il rischio che l'evoluzione sanitaria e scientifica possano rendere obsolete le DAT, indicando nel medico il professionista che può disattenderle in tutto o in parte qualora appaiano incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale, ovvero esistano ora terapie capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di salute, non prevedibili all'atto della sottoscrizione.

La medicina cura non la malattia ma la persona ammalata, così ben si è espressa una persona pia e devota come Maria Bettamin che ha accompagnato il marito Dino con grande amorevolezza, dopo anni di assistenza, alla sua decisone di andarsene senza dolore, grazie alla sedazione profonda, salutato dai figli e benedetto dal parroco. È stato un ultimo emozionante momento quando, per rispondere alle assurde accuse rivolte a Englaro (sempre nel corso del convegno), ha voluto leggere una lettera del marito dicendo: "Sono felice di aver accompagnato Dino secondo il suo desiderio - ha detto a una sala commossa - è morto sereno. Mio marito si considerava un privilegiato, perché fino all'ultimo ha potuto essere accudito dai propri cari e dagli infermieri, supportato dall'amore e dalla fede". Nessuna migliore risposta poteva esserci a far comprendere che la medicina cura non la malattia ma la persona malata e dunque non può prescindere dalla soggettività della persona stessa.

Per dirla con Reichlin, "i diritti senza la cura sono vuoti, la cura senza diritti è cieca". Ecco perché le parole chiave di questa legge sono relazione, fiducia e consenso informato tra medico e paziente.

Intervento della senatrice Fattorini nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Come è diverso il clima di queste ore da quello di otto anni fa, quando sul caso Englaro si "cercava" la spaccatura del Paese, inseguendo le posizioni estreme: chi sosteneva si trattasse addirittura dell'assassinio di una giovane donna in grado persino di partorire e chi invocava la libera eutanasia.

Inascoltate erano le voci di chi, come esponenti autorevoli del pensiero laico e cattolico, editorialisti e intellettuali laici, ma anche tante persone di buon senso, sostenevano che, per non scivolare né nell'eutanasia né nell'accanimento terapeutico, non si dovesse stabilire una regola generale e astratta buona per ogni situazione ma che, per affrontare quella zona grigia che attende tutti alla fine della vita, bisognasse valutare caso per caso: sia soggettivamente, perché è sacrosanta la libertà di scelta del singolo di sospendere le cure o di continuarle; sia oggettivamente, perché il crescere esponenziale delle tecniche mediche nel tenere in vita un paziente aumenta il potenziale accanimento. Le voci di buon senso allora chiedevano dunque non una legge rigida e prescrittiva, ma un'indicazione del paziente e del suo fiduciario, che il medico avrebbe verificato naturalmente alla luce della sua relazione con il paziente.

Voci inascoltate dicevo.

Ora siamo all'approvazione di una legge equilibrata e saggia che fa fronte alla crescente invasività delle tecniche che, come dicevo, aumentano il rischio di accanimento e, insieme, tutela il medico che dovrà scegliere in scienza e sapienza.

I casi estremi, pochi anche numericamente, che non vanno strumentalizzati in nessun senso sono un'altra, triste questione.

Pensiamo a DJ Fabo, il giovane rimasto tetraplegico dopo un incidente, e andato a morire in Svizzera in assenza di risposte dallo Stato.

Tutte le volte che, di fronte a questi casi si cede all'onda emotiva, come successe con il caso Englaro, si riapre lo scontro ideologico tra i fautori dell'eutanasia e chi non vuole legiferare in nessun modo. È così che, come sempre in Italia, è avvenuta la paralisi sui temi bioetici, da tanti, troppi anni.

È tempo ora, finalmente, di stabilire diritti e confini sul fine vita.

Bisogna legiferare sulle DAT, anche se la parola non mi piace (dichiarazioni anticipate di trattamento, evitando quella contrapposizione ideologica, quel bipolarismo etico del passato, così paralizzante.

Dobbiamo valorizzare gli elementi buoni del dibattito che nel corso di così tanti anni si è svolto, a fatica ma ci sono stati: nel Comitato nazionale di bioetica e ora anche nel "Cortile dei Gentili" (coordinato dal cardinal Ravasi e Giuliano Amato), luoghi dove si confrontano tutte le posizioni con spirito costruttivo e dialogico.

I risultati di questi sforzi si sintetizzano nella consapevolezza di alcuni principi fondamentali: la difficoltà a legiferare su una materia nella quale il malato può cambiare idea, fino all'ultimo momento; la valorizzazione del triangolo medico-paziente-famiglia, ricreando una fiducia che spesso è venuta meno, o una sorta di Commissione nei casi estremi, (come nel caso di Fabio) e poi la mediazione del tutore, della famiglia.

Ancora: le cure palliative. Negli ultimi anni si è andati molto avanti su quel fronte perfezionando le tecniche per togliere il dolore, che vanno estese e rese più fruibili, così come il ricorso alla sedazione profonda. Ma la base di tutto resta la relazione medico-paziente che va umanizzata, non burocratizzata o resa diffidente da paure legali. Detto questo, la legge non risolve tutto. Questo però non deve diventare un alibi per non legiferare - come hanno fatto, con interventi in alcuni casi impietosi molti esponenti dell'opposizione - ma serve la consapevolezza che farlo in modo astratto non sempre aiuta. L'esperienza di altri Paesi ci dice che occorre ascoltare la specificità dei singoli casi, là dove l'universalità della condizione umana del morire diventa irriducibile peculiarità di ogni persona, e dei suoi affetti.

Io sono contraria all'eutanasia, così come sono contro l'accanimento terapeutico o la sopravvivenza in condizioni estreme come quelle di DJ Fabo. Un conto è l'eutanasia a freddo, la decisione di non voler più vivere, che può veramente aprire ancora di più a una "cultura dello scarto" che, fatta in buona fede per difendere i diritti all'autodeterminazione, finisce per mettere a rischio le persone più deboli, povere e indifese. E dobbiamo essere tutti più sensibili alla condizione degli anziani, dei malati e dei disabili e non permettere che derive eutanasiche si alimentino surrettiziamente a causa dell'indifferenza verso queste solitudini.

Testo integrale dell'intervento della senatrice Fasiolo nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Presidente, cari colleghi, il disegno di legge si propone di normare due aspetti legati alla procedura dello status di paziente: il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (DAT).

Leggendo attentamente i termini utilizzati si evince l'attenzione posta dal legislatore nell'esporre i contenuti del provvedimento nel modo più rigoroso e rispettoso possibile della sensibilità di ciascuno.

Il titolo dell'articolo 2, in particolare, richiama il "divieto di ostinazione", termine decisamente forte ed evocativo di quel che vuol significare e di "dignità nella fase finale della vita", il che sta a ribadire il concetto di rispetto dell'essere umano anche e specie nel momento estremo.

L'articolo 1, nell'introdurre il consenso informato, cita in premessa il rispetto della Costituzione e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, quasi a voler sgomberare da ogni dubbio di costituzionalità le normative nazionali, internazionali e comunitarie dei contenuti trattati. Nessun trattamento sanitario può essere iniziato e proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge. Al centro vi è quindi la persona "libera e consenziente". Ma a questa autonomia decisionale, di iniziare o interrompere un percorso di cura, di individuare una persona di fiducia che lo assista al momento di far prevalere le sue volontà, si affianca la competenza, l'autonomia professionale e la responsabilità del medico, che con il suo staff diviene non solo il depositario a cui viene affidato il percorso di cura voluto dal paziente ma è, di fatto, il responsabile nel rendere edotto il malato sul suo stato clinico attraverso una doverosa formazione specifica in materia di relazione e di comunicazione con il paziente. Quindi viene promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico, che trova il suo presupposto e atto fondante nel consenso informato nel quale si incontrano l'autonomia decisionale del paziente e la competenza l'autonomia professionale e la responsabilità del medico.

Come è previsto per la normativa sulla cosiddetta "donazione degli organi" il consenso prestato può essere revocato in qualunque momento, a sottolineare la possibilità ad ogni ripensamento.

Particolarmente significativa e delicata è la trattazione dei pazienti minori e incapaci (articolo 3), che devono essere messi nelle condizioni di comprendere il loro stato di malato pur nelle more della loro condizione di minore e/o incapace al fine di avere ben chiara, per chi assumerà in loro vece la decisione (ovvero gli esercenti la potestà genitoriale o il tutore), e di tenere in debita considerazione la volontà della persona minore.

L'istituzione dell'apposito registro delle DAT e l'informazione sulla possibilità di ricorrervi è di competenza del Ministero della salute, delle Regioni e delle aziende sanitarie.

Ritengo, a ragion veduta, che i tempi sono maturi perché oggi, anche in Senato, si avvii la discussione su due questioni importantissime, di grande impatto umano, etico e morale che vanno affrontate e non possono essere rimandate ulteriormente, e pongono ciascuno di noi di fronte a scelte personalmente difficili e ad assunzioni di responsabilità.

Altro tema è l'erogazione dei farmaci ospedalieri a domicilio

Un particolare, apparentemente irrilevante, ma invece di grande impatto, riguarda la distribuzione di farmaci ospedalieri a livello territoriale, necessaria a garantire la domiciliarità delle cure (vedasi paziente terminale e cure fine vita), aspetto trova in alcune aree del paese difficoltà erogativa. La motivazione adottata in alcune AAS rimanda agli articoli nn. 92, 93, 94 del decreto legislativo n. 219 del 2006.

A tal proposito il limite erogativo, con riferimento alla norma di cui sopra, viene così esplicitato: "Medicinali utilizzabili esclusivamente in ambiente ospedaliero o in strutture a esso assimilabili. Sono i medicinali che, per le caratteristiche farmacologiche, o per innovatività, per modalità di somministrazione o per altri motivi di tutela della salute pubblica, non possono essere utilizzati in condizioni di sufficiente sicurezza al di fuori di strutture ospedaliere".

L'affermazione sopra riportata raffigura l'ostacolo nell'erogazione dei farmaci per cure palliative e sedative a domicilio e rappresenta il riferimento normativo addotto da alcuni responsabili dei servizi farmaceutici a motivazione del divieto di somministrazione dei farmaci "ospedalieri", quali ad esempio antibiotici iniettivi. Risulta, pur tuttavia, che in alcune aree del Paese questo ostacolo sia stato comunque superato da una delibera della Direzione aziendale e che in tal modo si garantisca la permanenza a domicilio dei malati terminali.

Il problema in sé dovrebbe essere risolto da tempo grazie a una nota esplicativa al proposito dell'AIFA del 10 settembre 2015.

L'AIFA infatti, al fine di dirimere dubbi interpretativi sulle norme che disciplinano l'erogazione dei farmaci di cui sopra, chiarisce che il termine di Centro Ospedaliero, in cui i farmaci vengono prescritti e erogati al fine di garantirne un utilizzo in condizioni di sicurezza, non va inteso come "ospedale in toto", ma si riferisce in senso lato alla singola SOS (Struttura operativa Complessa) o SOC (Struttura Operativa Semplice) in ambito ospedaliero o sanitario territoriale, all'interno della quale opera il medico prescrittore.

Questo chiarimento renderebbe pertanto possibile l'erogazione e prescrizione da parte dei medici palliativisti o di specialisti territoriali a garanzia del mantenimento a domicilio del paziente, luogo privilegiato in cui praticare le cure palliative.

Alla luce delle disposizioni AIFA sarebbe pertanto auspicabile uniformare l'erogazione dei farmaci ospedalieri a domicilio in tutto il Paese per evitare la ospedalizzazione di pazienti in ADI o terminali, nel rispetto della volontà del malato e dei suoi familiari.

Il rispetto della volontà e sensibilità del malato significa dargli ciò di cui ha bisogno nella sua casa, tra i suoi cari. L'ordine del giorno che ho presentato e su cui chiedo al Governo la massima attenzione e impegno guarda a questa preziosa opportunità, aspetto non affatto secondario da affrontare, superando un'interpretazione arcaica e burocratica che nella medicina territoriale oggi non può più starci.

Testo integrale dell'intervento del senatore D'Ambrosio Lettieri nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

La vita non è un bene disponibile, è un bene inalienabile. Credo di poter affermare, senza mezzi termini, che il disegno di legge sul consenso informato e le Disposizioni anticipate di trattamento approvato dalla Camera e di cui oggi discutiamo in questa sede sia lontano anni luce da questo principio. Un principio tra l'altro inscritto nella nostra Costituzione e nella lunga tradizione di civiltà giuridica italiana. Sono considerati reati, ad esempio, l'omicidio del consenziente e l'istigazione e l'aiuto al suicidio.

Con questo disegno di legge il principio della indisponibilità della vita umana è messo in discussione per la prima volta nel nostro ordinamento. È messo nero su bianco quando l'articolo 1, comma 5, precisa che il paziente può esprimere "la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza". Oltre che incidere sui fondamenti della deontologia medica, come dirò più avanti, mi viene da pensare ad altri beni considerati invece come indisponibili. La libertà, ad esempio. Ma anche la stessa tutela della salute. Nei mesi scorsi stiamo stati impegnati nell'approvazione del decreto che rendeva obbligatori diversi vaccini per i bambini quale presupposto per l'iscrizione a scuola. Lo abbiamo fatto proprio in nome del valore sociale della salute di tutti e di ciascuno. E vogliamo parlare di altri beni molto meno importanti della vita come le ferie? Le devi fare. Punto. Le ferie sono indisponibili. La vita umana, sì. Da questa alle prossime disponibilità, il passo sarà breve. C'è da scommetterci. Paradossi? So solo che il principio della indisponibilità della vita per me è imprescindibile, perché questo passaggio da bene inalienabile a disponibile non è affatto così innocente come sembra, non è un atto di democrazia, non è un atto di pietas. Le conseguenze potrebbero essere devastanti.

Questo testo non mi convince perché parte da una visione antropologica della vita che non condivido, una visione meramente individualistica che finge di ignorare la natura sociale dell'essere umano, per dirla con Aristotele, ed erge l'autodeterminazione a religione assoluta, mentre, in realtà, presta il fianco alla prevaricazione delle persone più deboli e indifese, favorendo la convinzione nichilistica che sia meglio morire e annientarsi piuttosto che affidarsi allo Stato che non è capace di farti guarire e di darti l'assistenza necessaria di cui avresti invece diritto.

Il punto, infatti, è proprio questo: le disposizioni anticipate di trattamento, così come concepite da questo disegno di legge, spianano la strada all'eutanasia e al suicidio assistito perché non preservano sufficientemente i cittadini dalla paura di essere lasciati soli di fronte alla malattia e instillano il dubbio che l'accanimento terapeutico sia la prassi, senza neanche stabilire cosa sia effettivamente accanimento terapeutico.

Ma pensiamo davvero che la posta in gioco sia l'accanimento terapeutico?

Le norme scritte per i minori e gli incapaci, per esempio, il cui destino è affidato a persone terze autorizzano di fatto, per via legislativa, il diffondersi di quella cultura dello scarto, per cui se non sei in grado di produrre e di essere autonomo, sei solo un peso per la società e dunque non resta che l'emarginazione fisica sino all'estremo. L'eutanasia come premio, come terapia, come riconoscimento del diritto alla dignità della morte, senza pensare a quello che una siffatta visione distorta potrebbe comportare in termini di dignità della vita di malati e disabili.

A conferma del fatto che ci si trova di fronte a una vera e propria disciplina dell'eutanasia vi è (articolo 1 comma 5) la definizione della nutrizione e della idratazione artificiali quali trattamenti sanitari. Cibo e acqua vengono parificati ai trattamenti medici, se assunti attraverso ausili artificiali.

È evidente che il discrimine è la qualità della vita, che diventa decisiva per la sopravvivenza. Ma davvero siamo disposti a credere che nutrizione e idratazione, pur se praticate per via di dispositivi artificiali, siano forme di trattamento sanitario?

La nutrizione e l'idratazione costituiscono sostegni indispensabili alla vita, tanto della persona sana quanto dell'ammalato. Ed essi non perdono la loro essenza anche quando il mezzo della loro attuazione non è quello ordinario. Va aggiunto che l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione conduce alla morte della persona tra atroci sofferenze, e quindi costituisce una modalità atroce di eutanasia passiva. Per evitare le sofferenze procurate da tali condotte, si ricorre abitualmente alla cosiddetta sedazione profonda, consistente nella somministrazione anticipata di analgesici anche in dosi letali: ciò che il testo uscito dall'Aula della Camera prevede all'articolo 2, comma 2, ultima parte.

Così la sospensione o l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione obbligano il medico a contribuire attivamente alla morte del paziente con un atto che diventa di eutanasia attiva. Ippocrate e secoli di storia di scienze mediche sacrificate.

Ed eccola, la vera posta in gioco: introdurre nell'ordinamento il principio che la vita è un bene disponibile. Non solo il futuro della professione medica sta tutto qui, ma quello della nostra società.

Il punto centrale della delicatissima questione su cui, per la verità, si dibatte da anni, sta tutto nella risposta a un'unica domanda: fino a che punto la vita di una persona può essere considerata un bene disponibile? Un interrogativo che è andato ben oltre l'iniziale tema che lo aveva generato: ovvero, se l'alimentazione e l'idratazione fossero sostentamento vitale o trattamento sanitario e come tale, dunque, configurabile come accanimento terapeutico.

È, infatti, sulla vita come bene disponibile e non negoziabile che si registra la divaricazione tra chi ritiene che ciascuno, in nome del sacro e inviolabile principio di libertà, possa fare della sua vita ciò che più e meglio ritiene; e chi, al contrario, ritiene che la libertà assoluta di disporre di sé sia oggettivamente in antitesi con i principi e le regole del vivere civile e sociale e quindi non ammissibile.

Non nascondo di avvertire un certo disagio quando, anziché confrontarci su argomenti opponendo posizione a posizione, ragionamento a ragionamento, vi è chi considera pregiudizialmente la mia convinzione come frutto di un dogmatismo confessionale e fideistico. Il principio della indisponibilità della vita non è sostenuto solo da argomenti teologico-confessionali, ma anche da forti e ben radicati argomenti laico-razionali. Come ho ribadito più volte in Commissione, e lo ripeto, partiamo da visioni antropologiche assolutamente in antitesi.

Per come sono poste, oltretutto, le DAT sembrano essere l'esatto opposto di un consenso libero e informato, anzi entrano in contrasto con il consenso informato, già reso alquanto scivoloso da una forma scritta e un obbligo burocratico per niente agevole.

Le "disposizioni" che superano anche nel linguaggio oltre che nella sostanza, le originarie "dichiarazioni", consentono ad un essere umano di disporre anticipatamente della propria morte, non della propria vita, in previsione di un futuro eventuale, per sua natura incerto e imprevedibile nella sua evoluzione clinica, senza lasciare altra scelta al medico se non la vincolante osservanza delle volontà espresse nel buon tempo. Eppure il buon senso suggerirebbe che siano considerate orientative, non vincolanti per il medico, obbligato a dare la morte, anziché sollecitato a trovare e fornire le cure e l'assistenza migliori.

L'obiezione di coscienza non è neppure contemplata e non oso pensare a quali e quanti contenziosi si aprirebbero nel caso in cui il medico decidesse in coscienza che la situazione clinica non consente di eseguire le volontà espresse dal paziente nella DAT.

Certo, il medico, non viene considerato responsabile delle conseguenze che derivano dal rifiuto del paziente a essere sottoposto a terapie.

Non ci si rende conto che già questa affermazione entra in contraddizione stridente con la missione del medico e di tutti gli operatori sanitari? Si dice: può rifiutarsi di "staccare la spina". L'approvazione da parte dell'Aula della Camera di un emendamento che aggiunge un periodo all'articolo 1, comma 6 - "Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali" - fa incorrere nell'errore che sia stata finalmente riconosciuta quella obiezione di coscienza che mancava nel testo originario e per cui io mi batto. Ma non è così.

Premesso che l'obiezione di coscienza costituisce un diritto fondamentale della persona umana, tutelato dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali sui diritti umani, come recita il Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo devo ricordare che le norme sul diritto di obiezione in altre leggi - per esempio la n. 194 del 1978 sull'aborto - sono espresse in modo esplicito e ne disciplinano forma, limiti ed effetti. Eppure, come tutti sappiamo attraverso fatti di cronaca anche recenti, nella prassi applicativa non mancano forzature, resistenze, contrapposizioni e contenziosi. Figuriamoci cosa accadrebbe lasciando il testo così com'è, affidando il riconoscimento dell'obiezione di coscienza ad un generico "il medico non ha obblighi professionali".

E non si dica che è sufficiente il richiamo "alla deontologia professionale". Anche perché dal punto di vista giuridico non si sentiva proprio la necessità di una legge nuova sul consenso del paziente alle cure, alle terapie e ai trattamenti da prestarsi in fine vita. I principi costituzionali e del diritto internazionale consentono già oggi di risolvere secondo scienza e prudenza i casi più problematici di conflitto tra l'abbandono terapeutico e l'accanimento terapeutico, soprattutto quando si rompe quel rapporto di fiducia medico-paziente-familiari che declina un percorso di cura e assistenza condiviso.

Le norme in vigore si aggiungono al Codice deontologico, che costituisce l'ambito per eccellenza da cui il medico attinge le regole che caratterizzano la sua professione: con le DAT, la legge pretende di costituire invece la fonte principale, se non esclusiva, di diretta regolamentazione, sovvertendo l'essenza della professione medica, fatta di scienza e di coscienza, e di decisioni ponderate, discusse, difficilmente formalizzabili e soprattutto mai valide per tutti i pazienti tout court.

Tutte le disposizioni dell'articolato sono incompatibili col giuramento del medico: come si coniugano la vincolatività delle DAT - disposizioni date ora per allora - e le altre norme coercitive dell'attività sanitaria con l'impegno solenne che ogni medico assume a "esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l'indipendenza della professione con l'articolo 4 del Codice deontologico, per il quale "Il medico ispira la propria attività professionale ai principi e alle regole della deontologia professionale senza sottostare a interessi, imposizioni o condizionamenti di qualsiasi natura" e con l'articolo 17 dello stesso Codice, per il quale "Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte?".

Mi chiedo e vi chiedo che società sarà quella che avrà smarrito il significato più profondo dell'"avere cura" che invece si trasforma e traduce nella indicazione di una strada a senso unico, quella della morte.

Devo anche osservare che le norme contenute nel disegno di legge, pure in discussione da tanti anni, sono un pugno nello stomaco per chi, da altrettanti anni, chiede e si adopera perché ai pazienti neurodegenerativi, o affetti da altre patologie gravi, sia garantita l'assistenza più adeguata e innovativa in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale.

Le difficoltà immani e la solitudine cui sono costretti i malati e con loro, le persone che li seguono, concorrono per larga parte a costituire quel buco nero che risucchia la loro voglia di lottare, e anche quella di chi pensa di potersi trovare un giorno nella stessa situazione.

E questo varrà tanto più in là nel tempo, quando gli effetti di una legge sbagliata, confusa e incompleta, se approvata - e io mi auguro fortemente che non lo sia - si riveleranno in tutta la loro forza distruttiva, che va ben al di là della volontà di lasciarsi morire e il rifiuto delle terapie salvavita, soprattutto in presenza di un quadro di prospettiva che vede la nostra società invecchiare sempre di più. Il pericolo che si nasconde dietro la logica della vita e del corpo quali beni disponibile è l'uso utilitaristico e commerciale di essi, con sempre meno spazi e possibilità per i più deboli, che entreranno nel giro infernale degli scarti sociali. Il disegno di legge presenta diverse distorsioni di tipo giuridico e burocratico, che trovano anche nella mancata previsione del registro nazionale delle DAT uno dei loro punti di non ritorno.

La cosa peggiore è che nell'ambiguità che la contraddistingue darà la stura ad un successivo passo verso l'eutanasia attiva. Di fronte alla morte, terribile, per denutrizione e disidratazione di una persona in stato di coma neurovegetativo, sembrerà un sollievo poter mettere fine alla vita in modo più veloce e indolore con una sostanza letale, anziché lasciar morire di fame e di sete. Anzi, in realtà questo disegno di legge contiene già tutti i presupposti perché ciò avvenga domani, considerato che l'articolo 2, comma 2, del disegno di legge dispone che per evitare le sofferenze procurate dalla sospensione di idratazione e nutrizione artificiale, si ricorre abitualmente alla cosiddetta sedazione profonda, consistente nella somministrazione anticipata di analgesici anche in dosi letali.

Ora, colleghi, a tutti coloro che arrivando talvolta a promuovere, sotto le spoglie suadenti della pietas, la causa del diritto a disporre della propria esistenza, aprendo così la porta ad una deriva nichilista, gioverà ricordare che se il livello della nostra civiltà, della quale siamo al tempo stesso eredi e artefici, è stato possibile è esclusivamente sulla base dell'affermazione del principio della non disponibilità della vita: se avesse prevalso, al contrario, il concetto della vita come bene disponibile, forse saremmo ancora dalle parti della rupe Tarpea.

Su questo punto nodale non mi è sembrato di registrare contro-argomentazioni convincenti condotte in punta di ragionamento. Eppure, se attraverso un confronto aperto, sereno e maturo arrivassimo a condividere la convinzione, tutta laica, razionale e soprattutto fondata sull'irrinunciabile dimensione sociale del nostro essere persone, in ordine all'indisponibilità della vita, credo che al provvedimento che oggi stiamo discutendo si aprirebbe una strada in discesa.

Credo che il legislatore debba dare delle risposte anche e a maggior ragione a temi di tale complessità, che investono la coscienza e la sensibilità di ciascuno in modo diverso. Ma dal testo licenziato dalla Camera nel 2011 e poi arenatosi proprio qui in Senato, al testo di cui stiamo discutendo oggi c'è, a mio avviso, un sostanziale passo verso la legittimazione dell'eutanasia, essendo scomparsi tutti i riferimenti alla inviolabilità della vita umana.

Quindi, credo anche e soprattutto che una cosa non dobbiamo perdere mai di vista: non siamo isole. Siamo comunità. Ciascuno legato all'altro dalla stessa umanità carica di debolezze e di imperfezioni, che sono poi la nostra forza e la nostra perfezione. Ignorarlo significherebbe condannare a morte l'Umanità.

Integrazione all'intervento del senatore Floris nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

E addirittura si contraddice laddove prevede che il medico possa promuovere ogni sostegno al paziente, anche un eventuale sostegno psicologico, ma solo quando il paziente si sia già espresso rinunciando o rifiutando i trattamenti necessari alla propria sopravvivenza.

Quindi prima di ogni altra cosa, soprattutto, prima di ogni atto vincolante avente valore di legge, prima di scrivere qualsiasi cosa che possa limitare future scelte del paziente (o dei suoi familiari ovvero delle persone a lui più vicine) bisogna mettere in atto ogni possibilità di far condividere al paziente e al medico le scelte sul percorso terapeutico da adottare al bisogno.

A noi sembra quindi che manchi completamente quel momento di confronto tra il medico e il paziente che è prodromico alla firma di un atto, quello appunto della disposizione di fine trattamento, che può diventare irreversibile.

Detto questo, è necessario, quindi, affrontare le questioni ulteriori connesse con il consenso informato laddove riferite ai minori ovvero agli incapaci. In questo caso sono i tutori o i rappresentanti legali che devono dare un consenso. Ad essi viene delegato un potere decisionale a volte non legato da alcun vincolo d'affetto con il soggetto sottoposto alle cure.

Laddove si tratti puramente di rappresentanti legali, si rischia di consegnare loro un potere abnorme di decidere sulla vita o sulla morte di una persona alla quale, alla fine, non li lega alcun rapporto di affettività. In questi casi sarebbe opportuno che vi sia, innanzitutto, la possibilità di sentire il parere di eventuali parenti o congiunti del minore o dell'incapace e poi che vi sia un giudizio ulteriore - quello del giudice tutelare - sulla adeguatezza di "staccare la spina".

E guardate che siamo abbastanza adulti per renderci benissimo conto del fatto che, in alcune realtà, esistano delle volontà a tenere in vita delle persone per le quali non c'è più speranza.

Così come sappiamo bene che esiste un vero e proprio business delle strutture sanitarie che si occupano di questo tipo di malati terminali.

Questo non toglie che, secondo noi, sia sempre necessario mettere in atto una ulteriore istruttoria sulla possibilità di salvare una vita ogniqualvolta si debba decidere per una persona che non sia in grado di esprimere in modo chiaro la propria volontà.

Bisogna, inoltre, fare una valutazione sul fatto che con questo disegno di legge l'idratazione artificiale e l'alimentazione del paziente siano considerati alla stregua di un trattamento sanitario o di una terapia medica. A nessuno va negata l'acqua e certamente si configurerebbe un autentico abbandono del malato qualora se ne interrompesse la somministrazione. L'alimentazione e l'idratazione di un essere umano, e ancor più di un malato in stato di bisogno o di dipendenza, vanno considerate secondo profili di dovere umano, oltreché etico.

Un altro punto non condivisibile del disegno di legge è quello che viola le norme sulla obiezione di coscienza, che contrappone le scelte etiche del personale sanitario alla deontologia medica. In questo modo si calpesta uno dei diritti fondanti di un medico, quello di non uccidere, o meglio eseguire o assistere un aborto, ovvero interventi di eutanasia. In questo modo si mette letteralmente sotto i piedi un diritto costituzionale garantito, affermato in tutto il mondo e in favore del quale si sono espressi autorevoli consessi internazionali. Così come si denigra il codice deontologico dei medici laddove non si rispetti l'assunto che il medico possa rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici.

Noi riteniamo che l'obiezione di coscienza vada sempre riconosciuta come un diritto fondamentale del medico e della scelta professionale e di vita che ha effettuato.

La questione delle questioni è quindi quella che interroga sul fatto che questo disegno di legge, che riguarda anche persone in stato neurodegenerativo ovvero persone in stato di veglia responsiva ovvero persone in trattamento intensivo respiratorio, non possa aprire la strada al suicidio assistito o magari a una qualche forma di eutanasia.

Detto per inciso, notate quante volte ho dovuto usare la parola "persone".

E allora mi chiedo chi mai vorrebbe togliere la vita a un altro uomo?

Ma qualcuno ha posto altresì la questione se questa legge non possa addirittura aprire la strada alla soppressione eugenetica di bambini ammalati da malattie genetiche. Ricordiamo che esistono bambini affetti da sindromi disgenetiche, di Turner, di Down e/o da malformazioni di ogni genere, magari dopo aver superato le diagnosi prenatali. Un domani, potrebbero essere sottoposti al cosiddetto "aborto post-natale"? Ma qualcuno ipotizza che dopo questa legge potrebbero rimanere senza le terapie necessarie, per mancanza di consenso, così da giungere alla morte, anche gli anziani in stato di incoscienza.

Rimangono, dunque, troppi interrogativi e poche garanzie sul fatto che un malato possa continuare ad avere cure proporzionate e adeguate.

E quindi anche l'ultima delle obiezioni che viene fatta da chi ha voluto questo disegno di legge - quella di ovviare al fiorire delle sentenze dei tribunali, che finora sono intervenuti per colmare un vuoto normativo - non sta in piedi.

Le nostre argomentazioni critiche chiedevano non di fermare il testo, ma di migliorarlo, di modificarlo, impostandolo secondo quel percorso di condivisione tra medico e paziente (e congiunti), che avrebbe riempito il vuoto normativo e fermato nuovi interventi della magistratura.

Insomma, il disegno di legge in esame interroga le coscienze e lascia troppi dubbi circa la opportunità con cui è concepita la disposizione anticipata di trattamento, sul carattere troppo vincolante della stessa, mentre dovrebbe possedere un carattere orientativo e lasciare aperto un rapporto maggiormente fiduciario tra il paziente e il suo medico che - non bisogna mai dimenticare - agisce secondo scienza e coscienza.

Integrazione all'intervento del senatore Endrizzi nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Presidente, colleghi, sono questi i giorni in cui il Parlamento, e la politica tutta, si trova davanti a un bivio. Da un lato la strada della civiltà, della libertà, dell'autodeterminazione individuale nel rispetto dei principi della Costituzione. Dall'altro la barbarie, l'oscurantismo, l'orrido opportunismo di oppone un ostruzionismo becero a questo disegno di legge, nonostante circa il 70 per cento degli italiani chieda a gran voce un progresso sul tema del fine vita.

Riecheggiano ancora, in quest'Aula, le parole agghiaccianti di chi già in passato ebbe lo stomaco di intervenire su questo tema per opporsi a questo passo avanti di civiltà. Penso al senatore Quagliariello che riferendosi al caso di Eluana Englaro ebbe a dire che era stata «ammazzata». E non dimentichiamo l'allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che si spinse a dire che in fondo Eluana - in stato vegetativo da diciassette anni - tecnicamente poteva anche «generare un figlio».

Sono passati otto anni da quella orrida rissa in Aula (molti di voi c'erano) e nel frattempo siamo ancora qui a vivere in un Paese privo della dovuta legislazione su un tema delicato come quello del «fine vita».

Ma a cosa si oppongono Quagliariello e quelli come lui? Cosa spinge il leader di una forza politica importante come la Lega a dire con disprezzo (ma soprattutto con ignoranza) che sarebbe meglio occuparsi «dei vivi, piuttosto che dei morti» (frase tecnicamente stupida, oltre che offensiva)?

Poche e mirate norme di civiltà: 1) che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata; 2) che ogni persona maggiorenne e capace di agire abbia il diritto di accettare o rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso, e che tali trattamenti possano essere in ogni momento rifiutati o sospesi; 3) che sia sancito il divieto di accanimento terapeutico e riconosciuto il diritto del paziente all'abbandono terapeutico; 4) che ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi possa, attraverso disposizioni anticipate di trattamento (DAT), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari.

Ovviamente le DAT devono essere redatte in forma scritta e possono essere disattese qualora appaiano palesemente incongrue o le condizioni nel frattempo siano mutate e se siano sopraggiunte nuove terapie non prevedibili al momento della loro compilazione. Con la medesima forma scritta le DAT sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. In caso di emergenza possono essere modificate o annullate anche a voce.

A questo si oppongono gli oscurantisti che siedono alla mia destra. A norme che esistono in tutto l'Occidente, e di cui solo Italia e Irlanda sono prive!

Presidente, lei ha letto la lettera dell'ex Presidente della provincia di Firenze Michele Gesualdi, oggi malato di SLA, che ha definito la sua condizione come «l'inutile tortura del condannato a morte», aggiungendo che «non si tratta di favorire l'eutanasia, ma solo di lasciare libero l'interessato di scegliere di non essere inutilmente torturato».

Anche Papa Bergoglio: «moralmente lecito rinunciare all'applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito "proporzionalità delle cure"».

La necessità di una legge che regoli il fine vita è stata sottolineata negli ultimi dieci anni da storie drammatiche, pubbliche e private: da Eluana Englaro a Piergiorgio Welby al caso di Dj Fabo, a tanti altri casi che non sono andati sui media ma che segnano la vita di moltissime persone coinvolte e dei loro familiari.

Noi del Movimento 5 Stelle siamo da sempre favorevoli a questa legge, che avremmo potuto approvare volendo già molto tempo fosse dipeso da noi. Abbiamo già votato a favore alla Camera: è una legge sacrosanta che nasce dal nostro lavoro. Perché riteniamo che la dignità si esprima attraverso scelte politiche chiare, che segnino la differenza tra chi ha a cuore il diritto alla vita e all'autodeterminazione individuale, e chi specula sulla vita altrui. Non possiamo lasciare né a Salvini, né a Quagliariello, né a nessun altro il compito di scegliere per noi.

Testo integrale dell'intervento della senatrice Mattesini nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Insieme alle tante scelte fatte dal Governo e dal Parlamento per il rilancio dell'economia e il risanamento dei conti pubblici, nonché per la creazione dei posti di lavoro e per la lotta alle diseguaglianze, questa legislatura sarà ricordata per il grande impegno profuso a favore dei diritti civili.

Dalla approvazione della legge sulle unioni civili alla legge sulla dichiarazione anticipata di trattamento. Una norma attesa da tanto tempo dal Paese, norma di civiltà che garantisce la dignità del fine vita. Una legge che trova ancora una ingiustificata opposizione: i 3.000 emendamenti presentati in Commissione sanità e che ha portato la presidente De Biasi a dimettersi da relatrice per poter portare il provvedimento alla discussione dell'Aula. Ho parlato di ingiustificata opposizione, poiché essa sostiene l'idea che questa è una legge propedeutica all'eutanasia. Premesso che non è così, mi permetto di sottolineare e lo dico con chiarezza, già Papa Pio XII circa sessant'anni fa, in un memorabile discorso rivolto ad anestesisti e rianimatori affermò che non c'è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene, è dunque moralmente lecito rinunciare all'applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli.

A ciò si aggiunge la chiarezza con cui Papa Francesco, pochissimi giorni fa, è intervenuto sul tema, che ci dice in modo chiaro qual è il pensiero della Chiesa. Sono stati e sono ancora troppi coloro che hanno nascosto in modo strumentale la propria retrività ed anche "cattiveria umana" dietro al pensiero della Chiesa. Oggi il Papa ha fatto chiarezza e sono sicura che ciò tolga falsi alibi e permetta a quest'Aula di arrivare in tempi rapidi all'approvazione della legge.

Leggo testualmente ciò che ha detto Papa Francesco: «Rinunciare all'accanimento terapeutico è una decisione che si qualifica come morale. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. Non si vuole così procurare la morte, si accetta di non poterla impedire. Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all'accompagnamento al morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere... Vediamo bene infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l'uso, equivale ad evitare l'accanimento terapeutico, cioè compiere una azione che ha un significato etico completamente diverso dall'eutanasia che rimane sempre illecita».

Una buona legge. Una legge che ha trovato un bilanciamento tra i due diritti fondamentali quali il diritto alla salute ed il diritto all'autodeterminazione, così come auspicato dalla Corte costituzionale.

E voglio sottolineare come il livello della discussione, sia pure con approcci diversi, sia alla Camera che al Senato non è avvenuto in un clima di lacerazione come in passato.

Non c'è nella legge, così come nella volontà di chi la sostiene, e neppure nel Paese, una deriva eutanasica, non ci sono ragioni a quel "pessimismo antropologico" che spesso emerge dalle parole di tanti che osteggiano questa legge.

È una legge che si basa su una concezione del "diritto mite", perché c'è piena consapevolezza che oggi più che mai, occorre che il legislatore parta sempre dal confronto con le idee generali e con il pluralismo dei tanti universi culturali, etici e religiosi che caratterizzano, ma anche complicano la società attuale.

E questa è una legge mite che tiene insieme i valori della vita ed i valori della libertà e dell'autodeterminazione.

È una legge che da risposte precise e concrete alla richiesta di certezza e qualità delle cure, alla pres ain carico di ognuno e di tutti, alla lotta contro la solitudine che la malattia produce. Che è solitudine della persona malata, ma anche degli operatori sanitari. Perché sembra che in quelle situazioni estreme non esista alcun legame tra la solitudine di chi non può esprimersi e la solitudine di chi deve decidere. Ed invece la solitudine esiste ed è proprio ciò che la legge disciplina e cioè il consenso informato, le DAT, l'alleanza terapeutica, la pianificazione delle cure, la relazione di cura (tempo di cura) che unisce queste due solitudini, in un rafforzamento della presa in carico, della relazione e della difesa della dignità anche nel fine vita.

Questa legge ha un grande valore in sé, ma si incrocia anche con un'altra legge e cioè quella sulla sicurezza delle cure e del paziente e sulla responsabilità professionale. Perché sicurezza delle cure non è solo assenza di errori, ma è appropriatezza, proporzionalità, consensualità.

E con questa legge stabiliamo che la cura è appropriata non solo quando soddisfa i parametri di oggettiva validità scientifica, ma quando è in sintonia con il sentire del paziente e così riscuote la sua fiducia. Ed è proporzionale quanto tiene conto, insieme, dei benefici della sofferenza della persona curata. La cura è consensuale perché è consensuale tutta la relazione di cura, perché essa è un processo che deve portare alle decisioni terapeutiche in modo commisurato alle condizioni del paziente, alla sua capacità e disponibilità ad acquisire informazioni, a valutare il proprio stato e ad assumere la responsabilità del proprio futuro.

E finalmente si chiarisce che il tempo di relazione è tempo di cura. Relazione come tempo di cura che vale per tutte le strutture pubbliche e quelle private.

Con questa legge si supera, in linea con le normative internazionali e con la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, e tutta la giurisprudenza, il modello che assegnava al medico in via esclusiva tutte le decisioni relative al trattamento sanitario. Si mette in discussione il cosiddetto "privilegio terapeutico" ed il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione o meno al trattamento sanitario proposto dal medico, va considerato diritto della persona.

Insomma valorizzare il ruolo della volontà del paziente, ed anche il suo diritto a rifiutare trattamenti, ed affermare il dovere del medico di astenersi dai trattamenti rifiutati, non significa avallare l'abbandono terapeutico. Perché prendersi cura, non riguarda solo prendersi cura della malattia, ma anche della biografia di una persona, del suo contesto di vita, del suo credo e dei suoi valori e voleri.

Perché la «relazione di cura» si fonda sulla «relazione di fiducia» tra medico, paziente, familiari, ed è la modalità di cura più ambiziosa e difficile. Essa va vista come un dialogo costante tra medico, paziente e familiari, è una relazione che va nutrita di flussi di continua informazione per far maturare scelte consapevoli.

Si lascia così indietro e si supera una concezione paternalistica del rapporto medico-paziente e della concezione di alleanza terapeutica, e cioè l'idea che ciò che è giusto è solo la convergenza di valutazioni tra medico e paziente ed in caso di divergenza la prevalenza è da accordare alla valutazione medica.

Ai medici compete infatti, «l'appropriatezza clinica dei trattamenti», essi non sono «arbitri della meritevolezza della rilevanza della volontà dei pazienti».

Mi piace sottolineare l'articolo 2, comma 2: Nei casi di prognosi infausta a breve termine, e/o nell'imminenza della morte il medico deve astenersi dall'accanimento terapeutico e quindi astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione cure e trattamenti inutili o sproporzionati.

Quando si è di fronte a sofferenze refrattarie a trattamenti sanitari, si può ricorrere alla sedazione palliativa continua profonda in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente.

Qualcuno ha definito questo come un passo verso l'eutanasia all'italiana. Io dico che questo è rispetto della dignità della persona.

Piuttosto sulle cure palliative dobbiamo ragionare e realizzare una loro migliore organizzazione. Perché esse non sono semplicemente un percorso per quando non c'è più niente da fare, ma sono «un sistema di cure appropriato, quando, con la progressione di una malattia cronica, l'obiettivo della cura non è più la guarigione, ma il mantenimento della miglior qualità e dignità della vita possibile». Cure precoci, quindi, simultanee con altre.

Il problema casomai è la consapevolezza che il «consenso informato cure palliative» è particolarmente delicato poiché non riguarda solo la comunicazione della diagnosi, ma coinvolge quasi inevitabilmente una comunicazione di prognosi di progressione della malattia.

Un ultimissimo punto riguarda la questione della idratazione e nutrizione artificiale che vengono da alcuni considerate non come atti terapeutici, ma come atti vitali. Ed invece sono atti medici, che richiedono conoscenza e pratica clinico-scientifiche... non è dare l'acqua con il cucchiaino. Tant'è che oggi il nostro Sistema sanitario nazionale proprio considerandoli atti medici - terapie mediche - ci investe: da semplice supporto è infatti diventata terapia aggiuntiva ed è fondamentale per tutti coloro che non possono nutrirsi per via orale e sono quindi a rischio di malnutrizione. Domando a coloro che sostengono che idratazione e alimentazione artificiale non sono atti medici cosa succederebbe nel Sistema sanitario nazionale che oggi le considera tali destinando a tali pratiche risorse e personale? Che ne sarebbe di tutti quei cittadini che necessitano di nutrizione artificiale e che lo Stato prevede come terapia medica? Si rendono conto coloro che insistono, che la nutrizione artificiale non è terapia medica, che essi mettono a rischio un pezzo importante del Sistema sanitario nazionale e il diritto di centinaia di migliaia di persone che necessitano della nutrizione artificiale? E non sono solo malati oncologici, ma tutti coloro che, per fare degli esempi, sono curati per patologie gravi, come ad esempio: trapianto midollo osseo; pancreatite acuta; trauma cranico grave; bambini con insufficienza intestinale o malattie infiammatorie intestinali.

Legge perfetta? No, perfettibile. Ma adesso approviamola ed applichiamola! E poi nella prossima legislatura risolviamo alcuni problemi, come ad esempio il registro nazionale delle DAT, piuttosto che il rinnovo delle DAT.

Ma basta con gli oscurantismi, è dovere dello Stato garantire la dignità delle persone nel fine vita.

Testo integrale dell'intervento del senatore Bianco nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2801, 5, 13, 87, 177, 443, 485 e 1973

Grazie Presidente, il testo normativo oggi in discussione, sebbene stretto da procedure parlamentari condizionate dall'imminente fine della legislatura, rappresenta il punto di caduta di un dibattito parlamentare che, vorrei sottolineare, ha mosso i primi passi nella XV legislatura, senza esiti, in ragione della forte dialettica tra visioni etiche, civili e politiche non agevolmente componibili.

Ho sperimentato questo difficilissimo contesto e la complessità delle problematiche allorquando ho avviato e concluso il codice di deontologia nella versione del 2006 e del 2014. In particolare, il secondo e tuttora vigente codice di deontologia medica fortemente influenzato da casi profondamente diversi (caso Englaro, caso Welby), ma tutti diversamente attinenti al principio di autodeterminazione della persona nei trattamenti sanitari.

Una dialettica ed una irriducibilità di posizioni diverse che non è solo del legislatore, basti ricordare che alcune risoluzioni del Comitato nazionale di bioetica furono espresse a maggioranza e sempre accompagnate dalla formalizzazione di orientamenti dissenzienti su punti qualificanti.

Allora, come responsabile del processo di revisione del codice di deontologia medica nel domandarmi quale dovesse essere la stella polare a guidarci nelle norme di etica professionale su queste materie, le individuai nella dimensione unica e irripetibile della relazione di cura ove si incontrano l'autonomia, la responsabilità e la libertà del paziente con l'autonomia, la responsabilità del medico e di tutti i professionisti sanitari che intervengono nel processo di cura e assistenza.

Oggi, su quelle stesse materie, nelle vesti del legislatore le ho cercate e le ho trovate, come tra l'altro fa la proposta di legge in esame, nei principi fondamentali della Parte prima della Costituzione repubblicana da attuare, come più volte ci ha ripetuto la Corte costituzionale bilanciando, ove necessario, tra diritti protetti secondo criteri di giustizia e ragionevolezza.

Sono convintamente tra coloro che ritengono il testo in esame rispettoso dei valori e dei principi costituzionali di cui all'articolo 32 ponendo al centro il principio di autodeterminazione che è il presupposto per il pieno sviluppo delle libertà e della dignità della persona.

Tutta la prima parte della proposta di legge attiene al consenso informato, una sorta di testo unico che consolida a livello legislativo principi e prassi già radicate nella giurisprudenza penale e civile, nelle regole deontologiche dei medici e dei professionisti sanitari e nelle prassi clinico-assistenziali.

Mi limito a sottolineare come questi principi non hanno una dimensione astratta, o peggio di procedura burocratica, né irrigidiscono e sviliscono la relazione di cura in una sorta di vincolo contrattuale, ma attraverso l'informazione e soprattutto la comunicazione colloca la diagnosi, la terapia e la prognosi della malattia all'interno della dimensione umana di quella persona, del suo ambiente familiare, dei suoi valori di riferimento, della sua interpretazione della qualità di vita.

C'è un passaggio nel testo a cui sono particolarmente legato che dice che il tempo della comunicazione è tempo di cura, una frase assunta nella lettera dal codice di deontologia medica e nello spirito da tutti i codici deontologici delle professioni sanitarie.

Detto cosi ha un qualcosa di retorico, ma ogni giorno migliaia di persone si incontrano in questi termini, ma vivono ognuno una storia unica e irripetibile, che se condivisa ha in sé tutti gli elementi per legittimare le scelte, anche quelle più difficili.

In qualche intervento dei tanti che sia in Commissione, che in Aula ho ascoltato con grande rispetto, mi pare venga smarrito il significato profondo di questo cambio di paradigma nella relazione di assistenza e cura, che invece pone grandi sfide alla moderna medicina, ai moderni professionisti e al moderno sistema delle cure.

A mero titolo di esempio riscontro questa dimenticanza nella differenza che spesso viene operata tra terapia e cura; ritenendo la terapia un rimedio alla malattia e la cura un insieme di atti e procedure rivolti al sostegno della persona.

In realtà è difficile immaginare una terapia senza cura e viceversa, atteso che sempre più e sempre meglio la moderna medicina, per realizzare compiutamente i suoi fini, spesso guarire e sempre prendersi cura, deve incontrare e confrontarsi con la persona. Questa distinzione viene spesso usata per contestare l'inserimento della nutrizione e idratazione artificiale tra i trattamenti sanitari e credo che qualche precisazione vada ribadita.

Sul piano tecnico il mondo scientifico (e la quotidiana prassi professionale) ci dicono che sono procedure che usano mezzi richiedenti nell'avvio, nella gestione e nelle valutazioni di esito, competenze mediche e sanitarie e che, soprattutto, richiedono il consenso informato della persona a cui sono destinate.

Sul piano etico e civile vale la pena ricordare che, come già la mozione presentata dai senatori Zanda e Finocchiaro ricordava nel 2009, come la stessa sentenza della Cassazione sul caso Englaro sottolineava, sono trattamenti sanitari da garantire a tutti, ovvero a nessuno può essere consentito di sospenderli se non quando costituiscano (spesso succede nella fase immediatamente pre-morte) trattamenti futili e sproporzionati o quando su di essi interviene la volontà della persona destinataria.

I no sono chiari e ineludibili: no a trattamenti futili e sproporzionati, no all'abbandono terapeutico e quindi su questo piano sarebbe opportuno non generare equivoci che disegnano scenari di abbandono di soggetti fragili totalmente estranei a questa legge ma più in generale ai principi di universalismo, solidarietà ed equità che presiedono al nostro sistema delle cure.

Per quanto riguarda il consenso informato dei minori e degli incapaci il testo in esame, anche in questo caso, sistematizza orientamenti giurisprudenziali e prassi clinico-assistenziali consolidate con un passo in più cercando, per quanto e per come possibile, di promuovere nelle scelte difficili, il punto di vista del minore; una innovazione da non sottovalutare perché i bambini in gravi sofferenze crescono in fretta e spesso stupiscono per la loro capacità di comprendere e aiutare.

Il tema più delicato riguarda le norme in materia di DAT che hanno indubbiamente il difficilissimo compito di individuare il perimetro entro il quale il principio di autodeterminazione possa realizzarsi nella formula "dispongo oggi per domani", nell'eventuale condizione di non poterlo fare.

Innanzitutto non è un obbligo per nessuno, è una scelta che liberamente ognuno può o può non fare, e che parte dunque da un principio di libertà e di responsabilità.

L'esercizio di questa volontà pone delicate questioni giuridiche, così come pone problemi tecnico-professionali nonché deontologici.

Il dispositivo affronta questi tre differenti profili a cominciare dal primo, quello giuridico.

Credo che questo venga fatto dal testo in esame con l'approccio giusto e cioè una legge "mite" laddove si limita a perimetrare gli ambiti di applicazione, i contenuti e i limiti, delle DAT nel rispetto dell'ordinamento e nell'equilibrio di una relazione di cura con il medico e i professionisti sanitari.

Sul piano tecnico-professionale e deontologico credo sia sbagliato, quando non strumentale, rappresentare come notarile o di mero esecutore la posizione dei professionisti e dei medici in particolare; mi pare invece che venga riconosciuto a questi il compito e lo spazio di valutare la coerenza tra le disposizioni rese e il caso concreto, così come, in caso di emergenza, di attuarle se e quando coerenti ancora una volta al caso concreto.

C'è infine la possibilità per il medico e il professionista sanitario di sottrarsi, interrompendo gli obblighi professionali, qualora quanto richiesto sia in contrasto con il suo orientamento tecnico-professionale o etico, in altre parole con la sua deontologia professionale.

Questa formulazione della norma individua un bilanciamento delle diverse posizioni soggettive coinvolte anche in assenza di un richiamo esplicito all'obiezione di coscienza.

Per chi, come me, spesso, troppo spesso, ha affrontato queste situazioni e che magari non può conoscere la storia della persona che cura e assiste, ha ben presente il grande silenzio entro il quale si è chiamati a delle scelte e, al di là di ogni altra considerazione, un documento siffatto (le DAT) può aiutare portando un po' di luce, e soprattutto alleggerendo quella che il Comitato nazionale di bioetica splendidamente rappresenta come la solitudine di chi non può esprimersi ingigantita dalla solitudine di chi ne assuma la cura.

Dal dibattito in questi mesi, e anche in Aula in questi giorni ho altresì colto la preoccupazione di "uso leggero" della cosiddetta sedazione palliativa profonda continua quale procedura sostanzialmente pro-eutanasica se non di per se stessa eutanasica.

Al riguardo vorrei sottolineare come linee guida nazionali e internazionali ben individuano quali sono i contesti clinici, le procedure e le stesse schedule farmacologiche in piena sintonia con analoghe raccomandazioni del Comitato nazionale di bioetica. Forse, e lo dico con un po' di amarezza, nel dibattito non solo di oggi la vera riduzione del ruolo del medico e dei professionisti sanitari è ritenerli disponibili a qualunque avventura etica e professionale ai confini estremi della vita.

Forse una lettura preliminare ed attenta dei codici deontologici e un po' più di rispetto per la funzione anche etica e civile che questi esprimono nella loro quotidiana attività di garanzia aiuterebbe quantomeno a limitare i pregiudizi e dissipare inutili equivoci.

Concludo Presidente negando la vocazione pro-eutanasica di questa legge, questa preoccupazione non è oggettivamente rinvenibile nello spirito e nella lettera della norma in esame che offre invece una soluzione equilibrata, bilanciata, che si rivolge alle libertà, alle autonomie e alle responsabilità di coloro che sono chiamati ad esprimersi su quanto indissolubilmente ci appartiene e ci accomuna: la dignità della nostra morte.

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Albertini, Anitori, Cattaneo, Chiavaroli, Conte, D'Ascola, Della Vedova, De Poli, Fissore, Formigoni, Gentile, Monti, Napolitano, Nencini, Olivero, Piano, Pizzetti, Rubbia, Sibilia, Sposetti, Stucchi e Valentini.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Di Biagio, per attività della 10a Commissione permanente; Augello, Bellot, Casini, Ceroni, D'Ali', Del Barba, De Pin, Fabbri, Giannini, Girotto, Marcucci, Marino Mauro Maria, Martelli, Migliavacca, Mirabelli, Molinari, Pagnoncelli, Sangalli, Tosato e Zeller, per attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario; Casson, Crimi, Esposito Giuseppe, Marton e Romani Paolo, per attività del Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica; Catalfo, Corsini, Fazzone, Gambaro e Giro, per attività dell'Assemblea del Consiglio d'Europa; Crosio, per attività dell'Unione interparlamentare.

Gruppi parlamentari, variazioni nella composizione

La senatrice Cristina De Pietro ha comunicato di cessare di far parte del Gruppo Misto e di aderire al Gruppo parlamentare Forza Italia - Il Popolo della Libertà XVII Legislatura.

Il Presidente del Gruppo Forza Italia - Il Popolo della Libertà XVII Legislatura ha accettato tale adesione.

Disegni di legge, trasmissione dalla Camera dei deputati

Onn. Baldelli Simone, Ricciatti Lara, Librandi Gianfranco, Allasia Stefano, Gigli Gian Luigi, Rampelli Fabio, Palese Rocco, Brunetta Renato, Matarrese Salvatore, Occhiuto Roberto, Polidori Catia, Polverini Renata, Vargiu Pierpaolo, Abrignani Ignazio, Bargero Cristina, Becattini Lorenzo, Benamati Gianluca, Galgano Adriana, Paglia Giovanni, Peluffo Vinicio Giuseppe Guido, Senaldi Angelo

Disposizioni a tutela dei consumatori in materia di fatturazione a conguaglio per l'erogazione di energia elettrica, gas e servizi idrici (2993)

(presentato in data 06/12/2017)

C.3792 approvato dalla Camera dei deputati.

Disegni di legge, assegnazione

In sede referente

2ª Commissione permanente Giustizia

Dep. Molteni Nicola ed altri

Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inapplicabilità e di svolgimento del giudizio abbreviato, nonché modifica all'articolo 69 del codice penale, in materia di concorso di circostanze aggravanti e attenuanti (2989)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali)

C.4376 approvato dalla Camera dei deputati

(assegnato in data 06/12/2017).

Affari assegnati

È stato deferito alla 7a Commissione permanente, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, e per gli effetti di cui all'articolo 50, comma 2, del Regolamento, l'affare sulle modalità di attuazione della statizzazione degli istituti superiori musicali non statali e delle Accademie non statali di belle arti, nonché sulla piena attuazione della legge n. 508 del 1999 e sulla riorganizzazione dell'alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM) (Atto n. 1139).

Risposte scritte ad interrogazioni

(Pervenute dal 30 novembre al 5 dicembre 2017)

SOMMARIO DEL FASCICOLO N. 188

ARACRI: sulla realizzazione a Cassino (Frosinone) di un impianto per lo stoccaggio e il trattamento di rifiuti sanitari (4-08066) (risp. GALLETTI, ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare)

AUGELLO: sul regolare funzionamento dell'impianto di compostaggio dei rifiuti AceaAmbiente di Aprilia (Latina) (4-08154) (risp. GALLETTI, ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare)

CARDIELLO: sulla gestione di alcuni appartamenti confiscati alla mafia da parte del Comune di Eboli (Salerno) (4-08023) (risp. BOCCI, sottosegretario di Stato per l'interno)

CASSINELLI: sull'ampliamento della linea metropolitana di Genova (4-08195) (risp. NENCINI, vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti)

DONNO ed altri: sulla progettazione del sistema di sosta all'interno dell'area portuale di Gallipoli (Lecce) (4-07754) (risp. NENCINI, vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti)

PUGLIA ed altri: sulla realizzazione di parcheggi interrati a Sorrento (Napoli) (4-07623) (risp. NENCINI, vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti)

SANTANGELO ed altri: sull'impianto di depurazione di Trapani nord e la salvaguardia del lungomare (4-07103) (risp. GALLETTI, ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare)

Interrogazioni

PUGLIA, NUGNES, MORRA, CASTALDI, DONNO, GIARRUSSO, PAGLINI, MORONESE - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dell'interno - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

il Comune di Pozzuoli (Napoli) è stato oggetto di verifica del Ministero dell'economia e delle finanze, la cui relazione ispettiva è stata notificata al Sindaco con la nota riassuntiva prot. 87056/2016 dell'11 novembre 2016, a firma del ragioniere generale dello Stato;

la richiamata relazione riassume in 16 punti rilievi e gravi irregolarità contestate al sindaco e all'amministrazione del Comune sottoposto all'azione di vigilanza; la perizia degli ispettori, di oltre 120 pagine, ha posto in risalto le innumerevoli illegittimità che hanno riguardato il personale dirigente e non, perpetrate dalla gestione amministrativa relativamente all'ultimo quinquennio 2010-2015. Il Ministero ne richiede la rimozione e il ripristino della legalità, indicando anche le responsabilità per fattispecie;

a distanza di un anno, il sindaco di Pozzuoli non ha prodotto alcun procedimento riparatore, eludendo con ciò la verifica e vanificando i contenuti di legge in materia di gestione del personale, di bilancio economico-finanziario, di tutela e salvaguardia del pubblico interesse e dei principi costituzionali di buon andamento, salva la definizione di sanzioni per diretta responsabilità amministrativa contabile e, ove presenti, anche penali correlate a diretti e personali vantaggi;

tra l'altro, non sarebbero state diverse le risultanze qualora l'esame si fosse protratto anche ai quinquenni antecedenti, come si accerta dai documenti economico-finanziari annuali, per la perdurante reiterata condizione di deficienza strutturale determinata da criticità accuratamente relazionate e conseguenza delle irregolarità contestate dall'organo ispettivo, indice di una gestione tutt'altro che votata alle buone pratiche e all'efficienza;

in particolare, le irregolarità riscontrate includono: 1) slittamento di categoria per verticalizzazioni operate a mezzo di graduatorie scadute, a dimostrazione di comportamenti e procedimento non perequativi per quanto difformi dalle norme contrattuali; 2) assenza di procedure di mobilità ex art. 34 del decreto legislativo n. 165 del 2001, nei procedimenti di reclutamento del personale di cui si indicano le fattispecie concausa della nullità espressa dei contratti di assunzione e di inquadramento nell'organico dell'ente di nuovo personale di categoria D apicale, con connesse responsabilità di chi ha posto in essere procedure fuorvianti dai canoni normativi, creando conseguenti vantaggi; 3) adozione di provvedimenti da parte degli organi di governo riassunti ai punti dal n. 12 al n. 16 della relazione in assenza delle obbligatorie determinazioni del sistema di controllo interno OIV, organismo indipendente di valutazione ex decreto legislativo n. 165 del 2001 e decreto legislativo n. 150 del 2009, malamente sostituiti da relazione e provvedimenti di organi non deputati o incompetenti. Nell'occasione sostituiti da procedimenti del segretario comunale in conflitto con il ruolo di responsabile della trasparenza (ex legge n. 190 del 2012), di responsabile dei controlli di legittimità preventivi e successivi (ex decreto-legge n. 174 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 213 del 2012) e di dirigente, posti ad avvantaggiare se stesso e i vertici dirigenziali con autodichiarazioni finalizzate all'erogazione di premi di risultato eccedenti e in contrasto con le norme contrattuali di categoria e di legge; 4) uso distorto in quanto non conforme alle norme contrattuali (contratto collettivo nazionale di lavoro del 1999, art. 15, comma 2) e di legge (decreto legislativo n. 165 del 2001 e decreto legislativo n. 150 del 2009) per erogazione annuale abitualmente "a pioggia" di premi incentivanti al personale dipendente senza fissazione di obiettivi e di rilevazioni dei risultati soggettivi e complessivi, nei fatti in assenza di qualsivoglia accertamento di effettivi miglioramenti dei servizi alla città; 5) incompatibilità, cumulo di impieghi e alterazione del sistema di anagrafe delle prestazioni contestate al dirigente dottor Carmine Cossiga nella fattispecie per lesione del requisito della "temporaneità" o occasionalità degli stessi ai sensi dell'art. 53 del decreto legislativo n. 165 del 2001, essenziale per la loro regolarità. Accertando per conseguenza la lesione del rapporto di "esclusività" derivante dal contratto di dipendenza sottoscritto con il Comune il Pozzuoli, "tanto più in un contesto come quello del Comune verificato, dove, a seguito delle evidenti carenze della dotazione organica dirigenziale, l'Amministrazione ha dovuto fare ricorso in modo massiccio agli incarichi ad interim";

considerato che, per quanto risulta:

a tutt'oggi perdura l'inadempienza e l'inerzia del sindaco e dell'amministrazione di Pozzuoli che, a distanza di un anno, non ha rimosso le irregolarità contestate all'intero apparato di vertice amministrativo-burocratico-dirigenziale, in cui i segretari comunali hanno conseguito vantaggi personali, stando alla perizia e alla nota del ragioniere generale dello Stato, con erogazioni irregolari di denaro pubblico per quanto in condizione persistente di criticità economico-finanziarie strutturali dell'ente, mai risolte;

si riscontra comunque il protrarsi di attività e comportamenti irregolari che hanno caratterizzato la precedente gestione come l'attuale;

si rileva, insieme alle inerzie, il rischio del permanere di comportamenti volti al mantenimento di privilegi personali per incarichi illegittimi, cumulo di incarichi e autorizzazioni ad attività esterne extracontrattuali, che portano all'assenza giornaliera anche della dirigenza neo assunta, rendendo inaffidabile e ancor più critica la gestione;

inoltre, non viene avvertita la necessità, anche negli organi di auditing esterni, di indagare con maggiore efficienza ed efficacia sulle pendenze creditizie perduranti da decenni con particolare riguardo a: 1) crediti da canoni di locazione e mancata valorizzazione del corposo patrimonio comunale; 2) crediti per affitti e concessione di strutture pubbliche e impianti sportivi a terzi; 3) crediti per mancato recupero dei canoni dei consumi idrici dell'ultimo ventennio; 4) aumento spropositato e ingiustificato dei costi dei servizi di fornitura di energia elettrica delle strutture comunali legate al passaggio dal mercato convenzionato a quello libero; 5) spese ingenti relative alla gestione del ciclo dei rifiuti, i cui bandi non sembrano essere sempre tesi alla piena e libera concorrenza, visti gli affidamenti da anni agli stessi operatori; 6) artificioso frazionamento della gestione del sistema idrico integrato che produce un'inefficiente, inefficace e diseconomica conduzione delle reti e degli impianti; 7) oneroso ricorso a incarichi e convenzioni con professionisti esterni per rappresentanza e difesa dell'ente; 8) esternalizzazione di diversi servizi (in ultimo la gestione dei tributi) a fronte di un piano di prepensionamento che non ha tenuto conto delle reali necessità dell'ente, determinando un aumento della spesa pubblica e nessun miglioramento dell'efficienza,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza i Ministri in indirizzo intendano porre in essere al fine di ovviare alle inerzie ed omissioni dell'amministrazione di Pozzuoli, perché vengano immediatamente rimosse le irregolarità contestate con nota di prot. n. 87056/2016 e illustrate dalla relazione degli ispettori, valutando l'opportunità di prevedere sanzioni nel contempo per diretta responsabilità degli organismi di vertice di controllo contabile e di auditing che hanno prodotto i comportamenti complessivamente elusivi, le irregolarità e le distrazioni a danno della città per sviamento di fondi destinati al miglioramento dei servizi;

se ritengano, nei limiti delle rispettive competenze, di dover sollecitare l'attivazione delle procedure sanzionatorie alla Procura nazionale e regionale della Corte dei conti, assegnatarie della relazione ispettiva e della richiamata nota del ragioniere generale dello Stato, considerato che, ad oggi, non risulta che abbia conseguito interessamento di tali organi di magistratura competenti, i cui ritardi, sommati alle antecedenti distrazioni, a giudizio degli interroganti rendono complessivamente inefficiente il sistema di controllo invalidando nella fattispecie anche l'intervento ispettivo;

se intendano attivare un processo di verifica circa l'efficacia del sistema e delle attività di auditing negli enti pubblici multilivello sottoposti a reiterate riforme rese inefficaci da carenze normative e relazionali con gli organi locali, assenza di interventi sanzionatori, anche indirizzati a provvedimenti di gestione controllata o scioglimento dell'amministrazione in caso di reiterate irregolarità, omissioni e comportamenti difformi dalle leggi e liquidatori a danno della collettività, come nel caso in specie, laddove sono state periziate dagli ispettori del Ministero dell'economia distorsioni e sviamento di risorse pubbliche, per creare vantaggi e privilegi personali degli apparati di vertice a sostegno della stabilità degli stessi, nel corso della gestione del sindaco Figliolia e l'amministrazione di Pozzuoli che ostinatamente si oppongono alle determinazioni e alla richiesta ministeriale, non producendo atti finalizzati alla rimozione delle irregolarità, avendo già eluso ogni termine e contenuto normativo;

se intendano verificare il sistema di auditing nella sua interezza e costituzione riguardo alle attività preordinate di controllo delle condizioni e della gestione economico-patrimoniale degli enti e degli annuali di spesa per il personale finalizzati ai miglioramenti, a norma degli artt. 40 e 60 del decreto legislativo n. 165 del 2001, al fine di limitare la perdurante progressiva crescita della spesa pubblica per cattiva amministrazione;

se non intendano valutare i presupposti per attivare la procedura di cui gli articoli 141 e seguenti del testo unico sugli enti locali (decreto legislativo n. 267, del 2000), al fine di verificare la sussistenza di violazioni di legge nonché di elementi di condizionamento dell'amministrazione, attese le procedure in atto anche della magistratura penale;

se intendano attivarsi, per quanto di rispettiva competenza, nelle sedi opportune, affinché si provveda all'immediato ripristino della legalità, al rispetto delle normative irriguardosamente aggirate dal sindaco e dalla compagine di governo della città di Pozzuoli, sollecitando continuità ed efficacia nell'azione di controllo e nelle procedure sanzionatorie, ai crescenti aumenti della spesa pubblica, ai disavanzi e al deficit complessivo derivante dalle complessive inerzie, omissioni e inefficienze del sistema di amministrazione e di auditing, per assenza di qualsivoglia sanzione, che ricadono e penalizzano da sempre la collettività costretta a sobbarcarsi le conseguenze dei guasti prodotti dalla burocrazia politica, ma di cui, per mandato e rispetto dei principi costituzionali, di perequatività ed equità, l'amministrazione di governo è tenuta a farsi carico.

(3-04139)

GATTI, GUERRA, DIRINDIN, FORNARO, SONEGO, GRANAIOLA, LO MORO, PEGORER, BATTISTA, GOTOR, BUBBICO, CASSON, CAMPANELLA, RICCHIUTI, CORSINI, MIGLIAVACCA - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

la Castelfrigo Srl è una azienda del settore della macellazione e trasformazione delle carni situata a Castelnuovo Rangone (Modena), dove parte delle lavorazioni sono affidate dall'azienda committente, attraverso appalto, a cooperative operanti sul territorio e non iscritte alle principali centrali cooperative;

più nel dettaglio, l'azienda committente ha appaltato il lavoro al consorzio Job service, dei fratelli Melone, che a sua volta ha proceduto ad un affidamento dei lavori a 5 cooperative aderenti al consorzio;

da notizie di stampa locale e nazionale e da materiali sindacali presentati in convegni universitari, sembrerebbe che chi, materialmente, ha gestito i lavoratori delle cooperative appaltatrici sia il signor Ilia Miltjan che pare svolgere una funzione di prestanome con inconsapevoli incarichi all'interno di quel sistema di imprese cooperative da una parte, e dall'altra di controllo della forza lavoro all'interno dell'azienda;

per quanto riguarda invece Domenico Melone, da visure camerali descritte all'interno della documentazione presentata ai convegni, sembrerebbe aver ricoperto cariche di presidente o di socio in diverse imprese cooperative o società a responsabilità limitata che sono state create e chiuse nel giro di pochi anni o addirittura mesi;

dal 13 ottobre 2017 presso lo stabilimento dell'azienda è in atto una vertenza sindacale che è partita con il licenziamento collettivo di circa 75 lavoratori ed è continuata con la dissoluzione del consorzio che raggruppava le 5 cooperative e la successiva cessazione del contratto di appalto che ha generato il licenziamento di 127 persone;

come riportato da un articolo de "La Stampa" del 5 dicembre 2017, dopo essere stata investita di questi problemi, la Regione Emilia-Romagna ha proceduto a chiedere alla magistratura di indagare sul mondo di questo tipo sistema di cooperative;

considerato inoltre che, per quanto risulta:

l'improvvisa disdetta dei contratti di appalto e il conseguente licenziamento dei lavoratori sono già avvenuti in passato ma è subentrato subito un altro contratto di appalto con altre cooperative, anche di nuova costituzione, organizzate dalle medesime persone e con la riproposizione dello stesso sistema;

quanto avvenuto alla Castelfrigo è uno dei tanti casi di "cooperative spurie" o "false cooperative" cioè quelle realtà pseudo-imprenditoriali che, invece di perseguire scopi mutualistici, agiscono in spregio dei diritti dei lavoratori e delle regole della sana concorrenza al solo fine di massimizzare il profitto;

la prima firmataria dell'interrogazione è stata la relatrice al Senato del disegno di legge divenuto poi legge n. 199 del 2016, recante "Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo"; si rileva come il problema delle cooperative spurie, che nel settore agricolo vengono chiamate "cooperative senza terra", e quello relativo all'affitto di ramo d'azienda erano stati molto presenti durante la discussione del disegno di legge, ma non si era riusciti a formulare una norma capace di sanare una situazione rilevata comunque come degna di urgente intervento;

questi episodi sottolineano che problemi gravissimi non sono solo in agricoltura ma si rilevano in moltissimi altri settori, e ciò rimarca il valore di quanto definito nella legge n. 199 del 2016 che inserisce il reato di sfruttamento lavorativo nel nostro ordinamento valido per tutti i settori produttivi;

considerato infine che:

le vicende della Castelfrigo sembrano inoltre richiamare la "somministrazione fraudolenta" di lavoro, fattispecie di reato tuttavia abrogata a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 183 del 2014;

infatti, tra le modifiche introdotte con il decreto legislativo n. 81 del 2015, in attuazione della legge delega n. 183 del 2014 (cosiddetto Jobs act), vi è stata l'abrogazione degli articoli da 20 a 28 del decreto legislativo n. 276 del 2003 riguardanti la "somministrazione di lavoro"; in particolare, l'abrogazione dell'articolo 28 inerente al reato di "somministrazione fraudolenta", ovvero quella posta in essere con la specifica finalità di eludere le norme inderogabili di legge o di contratto collettivo;

inoltre, il reato di somministrazione abusiva di lavoro di cui all'articolo 18 del decreto legislativo n. 276 è stato depenalizzato da successivi interventi normativi,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della grave situazione della Castelfrigo e quali siano i suoi intendimenti al riguardo;

quali ipotesi intenda perseguire per attivare i controlli atti ad impedire che soggetti che abbiano una storia come quella del signor Melone, che risultano già coinvolti in ruoli apicali in aperture di cooperative e società a responsabilità limitata che hanno chiuso dopo pochissimo tempo, possano continuare a fare da prestanome, o comunque, ad operare nell'ambito della creazione di impresa perpetrando una situazione di illegalità sostanziale;

se non intenda ripristinare il reato di somministrazione fraudolenta di lavoro di cui all'ex articolo 28 del decreto legislativo n. 276 del 2003, magari "per fasce" come previsto nell'articolo 22 del decreto legislativo n. 151 del 2015 e non per "lavoratori e giornate", meccanismo quest'ultimo che rende particolarmente difficoltosa l'attività accertativa, lasciando ampi margini di elusività delle norme;

se non intenda vigilare in relazione al rischio sottolineato nell'articolo citato de "La Stampa" che l'organizzazione del sistema nella Castelfrigo non assuma i tratti di discriminazione razziale, visto che il sindacato denuncia che gli impiegati e i dirigenti sono tutti italiani, mentre i lavoratori in appalto addetti alle lavorazioni più pesanti e usuranti sono stranieri, ghanesi, albanesi e cinesi.

(3-04141)

CANDIANI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali -

(3-04142)

(Già 2-00488)

Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

CASTALDI, DONNO, GIARRUSSO, MORONESE, GIROTTO, LUCIDI, CAPPELLETTI, BUCCARELLA, SANTANGELO, PUGLIA, NUGNES, PAGLINI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e per la semplificazione e la pubblica amministrazione - Premesso che:

nell'ambito del settore dei servizi di supporto e assistenza tecnica alla pubblica amministrazione per l'attuazione dei programmi cofinanziati dall'Unione europea, in esecuzione di quanto previsto dall'articolo 9, comma 8-bis, del decreto-legge n. 66 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 89 del 2014, nell'ottica della semplificazione e dell'efficientamento dell'attuazione dei programmi di sviluppo cofinanziati con fondi dell'Unione europea, il Ministero dell'economia e delle finanze si avvale di Consip SpA nella sua qualità di centrale di committenza ai sensi dell'articolo 3, comma 34, del decreto legislativo n. 163 del 2006, per lo svolgimento di procedure di gara finalizzate all'acquisizione, da parte delle autorità di gestione, certificazione e audit istituite presso le singole amministrazioni titolari dei programmi di sviluppo cofinanziati con fondi della UE, di beni e di servizi strumentali all'esercizio delle relative funzioni;

in data 19 marzo 2015 la Consip SpA ha indetto una gara a procedura aperta ai sensi del decreto legislativo n. 163 del 2006, e successive modificazioni e integrazioni, per "l'erogazione di supporto specialistico e assistenza tecnica per lo sviluppo della funzione di sorveglianza e audit dei programmi cofinanziati dall'Unione europea", per un importo base di 66.543.720 euro, al netto di IVA, suddivisi in 9 lotti, gara successivamente oggetto di un provvedimento di multa da parte della dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM);

in data 21 dicembre 2015 la Consip SpA ha indetto una seconda e successiva gara a procedura aperta per l'erogazione di supporto specialistico e assistenza tecnica alle autorità di gestione e di certificazione istituite presso le amministrazioni titolari dei programmi di sviluppo cofinanziati dai fondi strutturali dell'Unione europea per l'attuazione dei programmi operativi 2014-2020, per un valore di 261.600.000 euro, al netto di IVA, suddivisi in 10 lotti;

considerato che, per quanto risulta agli interroganti:

nel rispetto della normativa comunitaria le previsioni del disciplinare di gara predisposto dalla Consip SpA prevedevano, sia per i 9 lotti relativi alla gara per l'"assistenza tecnica per l'esercizio e lo sviluppo della funzione di sorveglianza e audit" che per i 10 lotti relativi alla gara per l'"assistenza tecnica alle autorità di gestione e di certificazione", 1) l'esclusione della gara dei concorrenti per i quali si fosse appurato che le relative offerte fossero imputabili a un unico centro decisionale, sulla base di univoci elementi (art. 3, comma 3, del disciplinare), 2) la valutazione dell'esclusione dalla partecipazione nel caso di accertamento di pratiche o intese restrittive della concorrenza e del mercato vietate ai sensi della normativa applicabile, ivi inclusi gli articoli 81 e seguenti del Trattato istitutivo della Comunità europea e gli articoli 2 e seguenti della legge n. 287 del 1990 (art. 6 del capitolato), e 3) la risoluzione di diritto (art. 13 del capitolato) dei contratti già sottoscritti nel caso di accertata violazione delle dichiarazioni sulla trasparenza (art. 9, comma 2, del capitolato), tra le quali l'obbligo del concorrente di non avere in corso né di aver praticato intese o pratiche restrittive della concorrenza e del mercato;

in data 5 maggio 2016, la stazione appaltante Consip ha reso nota l'aggiudicazione definitiva dei 9 lotti relativi alla gara "autorità di audit", il 19 maggio 2017 l'aggiudicazione definitiva dei lotti 2-10 e in data 19 giugno 2017 l'aggiudicazione del rimanente lotto 1 relativi alla gara "autorità di gestione e di certificazione";

sono risultati aggiudicatari per la gara "autorità di audit", le seguenti società: lotto 1: 1) Kpmg, 2) Deloitte, 3) Ernst Y; lotto 2: 1) Kpmg, 2) Lattanzio, 3) Pwc; lotto 3: 1) Lattanzio, 2) Deloitte, 3) Pwc; lotto 4: 1) Deloitte, 2) It Audit, 3) Kpmg; lotto 5: 1) Lattanzio, 2) Pwc, 3) Deloitte; lotto 6: 1) Lattanzio, 2) Kpmg, 3) Ernst Y; lotto 7: 1) It Audit, 2) Ernst Y, 3) Kpmg; lotto 8: 1) Cogea, 2) Lattanzio, 3) Kpmg; lotto 9: 1) Kpmg, 2) Deloitte, 3) Pwc;

sono risultati aggiudicatari per la gara "autorità di gestione e di certificazione" le seguenti società: lotto 1: Bdo; lotto 2: Kpmg; lotti 3 e 7: Deloitte; lotti 4, 9 e 10: Pwc; lotti 5 e 8: Ernst&Young; lotto 6: Lattanzio;

con provvedimento n. 25919 del 15 marzo 2016 dell'AGCM ha rilevato talune anomalie nel comportamento dei principali operatori del settore dei servizi di supporto e assistenza tecnica alla pubblica amministrazione per l'attuazione dei programmi cofinanziati dall'Unione europea, bandita da Consip SpA; operatori individuati in Deloitte & Touche SpA, Meridiana Italia Srl, Reconta Enrst&Young SpA, PricewaterhouseCoopers Advisory SpA, PricewaterhouseCoopers SpA, Kpmg SpA;

nella sua adunanza del 18 ottobre 2017 l'Autorità ha deliberato che "le società Deloitte Consulting S.r.l., Deloitte & Touche S.p.A., KPMG S.p.A., KPMG Advisory S.p.A., Enrst&Young S.p.A., Enrst&Young Financial Business Advisors S.p.A., PricewaterhouseCoopers S.p.A., PricewaterhouseCoopers Advisory S.p.A., hanno posto in essere un'intesa restrittiva della concorrenza contraria all'articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) consistente in una pratica concordata avente la finalità di condizionare gli esiti della gara Consip attraverso l'eliminazione del reciproco confronto concorrenziale e la spartizione dei lotti";

nella medesima deliberazione ha invitato "le società Deloitte Consulting Srl, Deloitte & Touche SpA, KPMG SpA, KPMG Advisory SpA, Enrst&Young SpA, Enrst&Young Financial business Advisors SpA, PricewaterhouseCoopers SpA, PricewaterhouseCoopers Advisory SpA, ad astenersi" dal porre in essere comportamenti analoghi a quelli oggetto dell'infrazione accertata; invito disatteso in modo grave nelle due gare di assistenza tecnica bandite da Consip SpA nel 2015 quali la gara assistenza autorità di audit e la gara assistenza autorità di gestione e certificazione;

come riportato da "il Fatto Quotidiano" in data 7 novembre 2017, secondo l'Autorità antitrust, tali società avrebbero messo in atto "una delle più gravi violazioni del diritto della concorrenza". In pratica, "secondo l'Authority, i quattro colossi avevano stabilito in precedenza a chi sarebbero finiti i vari lotti messi a gara. A quel punto, con una partecipazione 'a scacchiera', ogni azienda aveva presentato offerte con sconti più elevati per le parti di bando che le spettavano in base alla spartizione, presentando offerte completamente inadatte per i lotti che erano stati 'assegnati' alle altre. In questo modo, hanno 'condizionato l'esito della gara', come si legge nel comunicato dell'Antitrust che ha dato la notizia";

risulta agli interroganti che la stessa AGCM ha accertato, in una serie di documenti, i "contatti orizzontali", la ripartizione dei lotti e gli incontri tra le società, organizzati semplicemente tramite posta elettronica, con oggetto delle e-mail "incriminate" che recitava "incontro fondi EU";

considerato inoltre che, per quanto risulta:

nonostante il provvedimento sanzionatorio dell'AGCM del 18 ottobre 2017, né Consip SpA né le altre amministrazioni pubbliche beneficiarie dei servizi banditi in gara hanno provveduto ad accertare l'avvenuta violazione delle regole sulla trasparenza e ad emanare gli atti conseguenziali di revoca delle aggiudicazioni ovvero di risoluzione dei contratti sottoscritti con le citate società procedendo allo scorrimento delle graduatorie al fine di stipulare un nuovo contratto per l'affidamento del completamento delle prestazioni contrattuali, alle medesime condizioni già proposte dall'aggiudicatario in sede di offerta, secondo quanto previsto dalla previsioni contrattuali;

a parere degli interroganti, il ritardo nell'emanazione di tali provvedimenti rappresenta un nocumento all'interesse pubblico, in quanto rischia di pregiudicare l'attuazione dei programmi nei termini fissati dall'Unione europea e di perdere i finanziamenti ricevuti;

l'avvenuto accertamento della violazione delle norme sulla concorrenza avrebbe dovuto imporre alla stazione appaltante la valutazione dell'eventuale esclusione delle società coinvolte dalle altre gare Consip per l'erogazione di supporto specialistico e assistenza tecnica alle autorità di gestione e di certificazione per l'attuazione dei programmi operativi 2014-2020 per un valore di 216.000.000, al netto di IVA, suddivisi in 10 lotti secondo quanto previsto dal disciplinare;

a giudizio degli interroganti il protrarsi di tale situazione di immobilismo da parte della stazione appaltante e delle altre autorità pubbliche coinvolte continua a determinare una condizione di vantaggio competitivo per le società sanzionate da AGCM a danno degli altri operatori del mercato;

considerato, altresì, che:

come anche nella gara per l'erogazione di supporto specialistico e assistenza tecnica alle autorità di gestione e di certificazione (suddivisa in 10 lotti), è emerso che "le parti, coordinandosi a livello di network, hanno presentato delle offerte economiche differenziate per i vari lotti in gara, secondo uno schema comune che appare indicativo di dinamiche concertative. Più precisamente questi soggetti, che si sono aggiudicati complessivamente 232.000.000 euro su un totale posto a base di gara di 261.600.000, pur presentando sostanzialmente sempre un'offerta tecnica equivalente tra i diversi lotti, hanno presentato in alcuni lotti offerte economiche con ribassi tra il 30 e il 35%, mentre in altri lotti le offerte sono risultate decisamente inferiori (con ribassi del 10-15% circa). Particolarmente significativo è il fatto che le offerte con sconti più elevati di tali soggetti non si sono mai sovrapposte";

le dette società sono già state oggetto dell'atto 3-02739, presentato il 5 aprile 2016 dal primo firmatario della presente interrogazione, per le anomalie riscontrate da AGCM) nella gara autorità di audit del 19 marzo 2015, specificamente per "la strategia adottata dalle parti del procedimento, consistente nel presentare ribassi molto contenuti in alcuni lotti, appare volta, con ogni probabilità, a favorire l'aggiudicazione di tali lotti all'unico dei soggetti partecipanti all'intesa che avrebbe offerto uno sconto più significativo (30- 35 per cento). Ciò, nell'intenzione delle parti, avrebbe garantito al 'designato vincitore' l'ottenimento di un punteggio economico comunque elevato, anche nel caso in cui altri partecipanti alla gara avessero presentato offerte più competitive";

a parere degli interroganti, risulta essere grave e paradossale che Consip SpA, durante la valutazione, non abbia tenuto in debito conto l'indagine e i rilievi di AGCM avviati con provvedimento n. 25919 del 15 marzo 2016, permettendo nei fatti una politica "di favore" per le multinazionali con danni notevoli ed evidenti per le piccole e medie imprese italiane che operano nel settore, che si trovano di fatto escluse dall'attività di assistenza tecnica alla pubblica amministrazione per i prossimi anni,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se, in considerazione delle anomalie partecipative e di fronte alla decisione dell'AGCM di multare le società, non intendano intervenire presso Consip SpA per verificare il suo comportamento a fronte di palesi anomalie di partecipazione alla gara, che evidenziano dinamiche collusive;

se non intendano verificare come tali comportamenti, che a parere degli interroganti evidenziano dinamiche collusive, non abbiano coinvolto la stessa Consip, visto che l'ammontare complessivo è pari ad oltre 330 milioni di euro;

se non intendano attivarsi, con iniziative di competenza, per emanare specifici atti di revoca delle aggiudicazioni ovvero di risoluzione dei contratti sottoscritti con le società citate, procedendo allo scorrimento delle graduatorie al fine di stipulare nuovi contratti per l'affidamento del completamento delle prestazioni contrattuali, atto già previsto dai capitolati come risoluzione di diritto (art. 13) dei contratti già sottoscritti nel caso di accertata violazione delle dichiarazioni sulla trasparenza (art. 9, comma 2), tra le quali l'obbligo del concorrente di non avere in corso né di aver praticato intese o pratiche restrittive della concorrenza e del mercato;

come intendano regolarsi di fronte alla mancata ottemperanza alla prescrizione dell'AGCM alle società di astenersi dal porre "in essere comportamenti analoghi a quelli oggetto dell'infrazione accertata", invito disatteso, a parere degli interroganti in modo grave, nelle due gare di assistenza tecnica bandite da Consip nel 2015, quali la gara assistenza autorità di audit e la gara assistenza autorità di gestione e certificazione;

quali iniziative intendano assumere per far rispettare quanto previsto per le gare dai relativi capitolati circa l'esclusione della gara dei concorrenti per i quali si sia appurato che le relative offerte fossero imputabili ad un unico centro decisionale, sulla base di univoci elementi, nonché per la valutazione dell'esclusione dalla partecipazione nel caso di accertamento di pratiche o intese restrittive della concorrenza e del mercato vietate ai sensi della normativa applicabile;

se non intendano promuovere, anche in termini di autotutela, specifiche iniziative di segnalazioni sia verso l'Anac che verso la magistratura ordinaria.

(3-04140)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

DONNO, MORONESE, GIARRUSSO, PAGLINI, PUGLIA - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che, sulla base degli elementi informativi acquisiti dagli interroganti:

secondo quanto riportato nel sito web dell'azienda, Icop SpA ha sede "a Basiliano in provincia di Udine, su un'area di oltre 40.000 metri quadrati, di cui 5.000 coperti e 30.000 attrezzati secondo le esigenze aziendali". L'impresa, operante "nel settore delle costruzioni stradali, delle fondazioni e delle opere speciali", conta "oltre 250 addetti, impegnati in varie commesse in Italia e all'estero, che realizzano una produzione media annua superiore a 75 milioni di euro";

in data 16 dicembre 2015, mediante comunicato, il presidente di Friulia SpA, finanziaria regionale del Friuli-Venezia Giulia, annunciava "l'ingresso della Finanziaria nel capitale del Gruppo Icop di Basiliano con un intervento di 4 milioni di euro, consentendone così il rafforzamento patrimoniale, un ulteriore sviluppo del processo di internazionalizzazione e un'adeguata copertura del piano di investimenti e crescita";

nello specifico, come riportato sul suo sitointernet, Friulia, "con un patrimonio netto di circa 700 milioni di Euro, è da 50 anni l'equity partner di riferimento per le imprese interessate ad investire nella Regione". La mission dell'azienda, dunque, risulta essere così descritta: "concorrere, in sinergia con gli altri attori economici del territorio, alla promozione dello sviluppo economico del FVG; rafforzare la capitalizzazione delle nostre imprese aiutandole ad indirizzare risorse economiche verso investimenti caratterizzati da un ritorno economico sostenibile; contribuire alla strutturazione ed al miglioramento di una corretta governance aziendale; diffondere la conoscenza e la pratica della buona finanza per la crescita del sistema economico regionale";

considerato che, per quanto risulta agli interroganti:

secondo quanto riportato nella documentazione pubblica della procedura di valutazione di impatto ambientale relativa alla costruzione dell'approdo italiano facente parte del progetto TAP (Trans Adriatic pipeline), si evince che taluni lavori che vedevano Saipem come soggetto contraente (quali, ad esempio, la costruzione del pozzo di spinta funzionale all'esecuzione delle operazioni di microtunnelling e i tubi spinta in calcestruzzo armato) venivano affidati in subappalto alla ICOP SpA di Basiliano;

inoltre, in data 9 gennaio 2016 "ilpiccolo", con un articolo intitolato "In dieci sotto accusa per la Villesse-Gorizia", riportava che tra gli imprenditori indagati per "attività estrattiva non autorizzata, frode in pubbliche forniture e gestione non autorizzata di rifiuti" figurava anche "Piero Petrucco, 53 anni di Udine, della Icop SpA, società capofila mandataria dell'Ati costituita per realizzare il raccordo",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e se non ritenga doveroso, per quanto di competenza, svolgere approfondimenti su quali siano attualmente le opere affidate in subappalto nell'ambito della realizzazione del gasdotto TAP, con particolare riferimento alle imprese finanziate da società di interesse strategico regionale non ricadenti nel territorio pugliese;

se non ritenga doveroso fare chiarezza circa gli attuali contrattisti TAP, gli effettivi nonché potenziali subappaltatori, le connesse procedure di selezione e l'esperimento di ogni verifica all'uopo richiesta, con particolare riferimento a eventuali anomalie, irregolarità e risvolti giudiziari.

(4-08488)

DE CRISTOFARO - Al Ministro dell'interno - Premesso che, secondo quanto risulta all'interrogante:

è stato rilasciato dal Comune di Caserta il permesso di costruire n. 172/09 avente ad oggetto la realizzazione di un parcheggio interrato multipiano in via San Carlo;

la realizzazione è stata rallentata da numerose traversie, sia per rilievi di tipo tecnico, che di tipo giudiziario, che hanno coinvolto dirigenti del Comune di Caserta ed ex assessori;

sembrerebbe infatti, per quanto segnalato all'interrogante, che per il parcheggio ed altri "affari" i Carabinieri del nucleo investigativo di Caserta abbiano notificato 10 misure cautelari, arresti in carcere e ai domiciliari e divieti di dimora in Campania, tra cui si ricordano quello all'ex sindaco di San Felice a Cancello (Caserta) ed ex consigliere regionale, Pasquale De Lucia, a Rita Emilia Nadia Di Giunta, ex presidente e amministratore delegato della società "Terra di Lavoro", Antonio Zagaria, fratello del boss Michele Zagaria, e imprenditori di Casal di Principe. Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di concorso esterno in associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione per un atto contrario ai doveri dell'ufficio e rivelazione e uso di segreti d'ufficio, con l'utilizzo del metodo mafioso;

tenuto conto che:

sembrano in via di conclusione i lavori del parcheggio, sia per quanto riguarda il sottosuolo, che per la parte superficiale in verde attrezzato;

inoltre, la via San Carlo, luogo del parcheggio interrato, è stata in questi ultimi anni oggetto di uno straordinario investimento commerciale che ha visto la realizzazione di svariati pub, ristoranti, una tabaccheria e diverse enoteche la cui promozione è stata affidata al "San Carlo street fest"; sembrerebbe che tali attività possano essere tutte riconducibili, direttamente o indirettamente, all'imprenditore di San Felice a Cancello Andrea De Lucia, arrestato, insieme al consigliere dello stesso Comune Clemente De Lucia, poiché coinvolti nell'organizzazione "Tangentopoli sanfeliciana",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto esposto e delle risultanze delle indagini della Direzione distrettuale antimafia, sezione di Napoli, e se non ritenga necessario predisporre, per quanto di competenza, i controlli necessari per la verifica della coerenza complessiva tra il permesso di costruire e la realizzazione finale del parcheggio;

se non ritenga opportuno, proprio a seguito delle numerose vicissitudini giudiziarie che coinvolgono politici locali, amministratori ed imprenditori del nuovo insediamento commerciale che insiste proprio su via San Carlo a Caserta, porre in essere, per quanto di competenza, una seria ed attenta vigilanza sulla legittimità e trasparenza degli affidamenti dei locali commerciali in essere nonché su quelli futuri, dando un forte segnale di presenza dello Stato in un territorio non privo di contraddizioni.

(4-08489)

CENTINAIO - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che:

il decreto ministeriale 11 dicembre 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 26 febbraio 2016, n. 47, che individua i requisiti necessari per l'abilitazione alla professione di guida turistica e per il rilascio dell'abilitazione, riconosce alle Regioni le competenze per il rilascio dell'abilitazione;

le leggi regionali della Toscana n. 22 del 2015 e n. 86 del 2016 provvedono a disciplinare la formazione e la qualificazione professionale delle guide turistiche e degli accompagnatori turistici;

il decreto dirigenziale regionale n. 7831 del 12 agosto 2016 detta specifici criteri per la partecipazione di candidati esterni agli esami di certificazione dei percorsi di formazione per l'abilitazione a svolgere la professione di guida turistica, prevedendo l'invio attraverso i canali telematici delle domande entro la data del 22 settembre 2016;

dal programma televisivo "Striscia la Notizia" è emerso come alcune agenzie abilitate dalla Regione Toscana rilasciassero la qualificazione all'esercizio professionale di guida turistica e accompagnatore turistico a persone che non conoscevano neppure una parola di italiano, contrariamente a quanto disciplinato dalla vigente normativa in materia di abilitazione professionale;

il solo Comune di Firenze, per quanto riguarda gli accompagnatori turistici, nei primi 10 mesi del 2017, ha rilasciato 719 tesserini abilitanti alla professione, più del doppio rispetto ai 325 rilasciati tra il 2014 ed il 2016, nonché 252 tesserini abilitanti alla professione di guida turistica, rispetto ai 368 rilasciati tra il 2014 ed il 2016;

il turismo è un settore strategico per l'economia italiana e rappresenta una vera eccellenza verso la quale deve essere posta la massima attenzione, al fine di offrire ai turisti una conoscenza storico-culturale che sia almeno soddisfacente e la massima professionalità possibile;

casi conclamati di truffa o di scarsa professionalità concorrono a danneggiare l'immagine della regione ed in generale del Paese, minando la competitività dell'intero comparto ed alimentando un mercato sommerso che sottrae risorse e occupazione all'economica regolare,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare per garantire che l'esercizio di guida turistica e di accompagnatore turistico siano svolti solo ed esclusivamente da personale qualificato e abilitato;

se intenda adottare specifiche iniziative di revisione della normativa quadro di settore, al fine di introdurre criteri più stringenti per la selezione delle agenzie abilitate al rilascio dei requisiti professionali per l'esercizio di guida turistica e di accompagnatore turistico;

se non ritenga necessario implementare le risorse ai fini di maggior controllo sulla regolarità delle autorizzazioni rilasciate sul territorio, prevedendo nel caso specifico opportune iniziative per l'annullamento delle abilitazioni accordate senza il rispetto dei requisiti professionali previsti dalle norme vigenti.

(4-08490)

PUGLIA, GIARRUSSO, LUCIDI, NUGNES, CASTALDI, PAGLINI, MORONESE - Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali, del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

a seguito della chiusura dei consorzi agrari, 26 lavoratori, dipendenti dell'ex consorzio agrario di Caserta e dell'ex consorzio agrario idi Napoli, Salerno e Avellino, collocati in mobilità, hanno agito in giudizio per la declaratoria dell'obbligo dell'amministrazione regionale della Campania di provvedere "circa l'attivazione delle procedure finalizzate alla ricollocazione lavorativa" del personale, in relazione a quanto previsto dall'art. 5, comma 6, della legge n. 410 del 1999, ovvero di concludere il procedimento di ricognizione dei posti disponibili nel comparto regionale, al fine di porre in essere gli adempimenti successivi per la loro ricollocazione, anche previa riqualificazione ove ritenuta necessaria;

il TAR di Napoli, sez. III, con sentenza n. 02193/2015 ha respinto il ricorso ritenendo l'insussistenza di tale obbligo di provvedere in capo alla Regione Campania, stante l'intervenuta abrogazione della richiamata normativa da parte del decreto-legge n. 181 del 2006, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 233 del 2006;

avverso tale decisione i ricorrenti hanno proposto appello e il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, con la sentenza n. 1596/2016, ha accolto tale istanza ritenendo (all'esito di una serie di considerazioni e del richiamo alle diverse normative che, nella loro successione temporale, hanno disciplinato la vicenda) l'attuale vigenza della disposizione invocata dai ricorrenti, e dichiarato pertanto il richiesto obbligo a carico della Regione Campania precisando comunque che "ciò non comporta, in modo automatico, l'obbligo in capo alla Regione di provvedere all'invocata ricollocazione dovendo comunque essere puntualmente vagliata dagli organi regionali la sussistenza dei presupposti e delle condizioni per svolgere e concludere le richiamate procedure";

la Regione avrebbe dovuto provvedere entro il termine di 60 giorni dalla comunicazione in via amministrativa della sentenza. In caso di ulteriore inerzia protrattasi entro il termine di 60 giorni, gli appellanti avrebbero potuto adire direttamente il Consiglio di Stato il quale avrebbe nominato un commissario ad acta incaricato di sostituirsi all'amministrazione inadempiente;

perdurando quindi l'inadempienza della Regione Campania, con ordinanza n. 5208/2016 il Consiglio di Stato ha nominato il prefetto di Napoli, o suo delegato, commissario ad acta al fine di porre in essere gli adempimenti sostitutivi necessari all'integrale esecuzione del giudicato;

alla data odierna è ancora in corso tale attività delegata che, seppur in prossimità della scadenza assegnata dal giudice di appello, a parere degli interroganti, non sembra che possa comunque raggiungere il risultato statuito da norme statali e ribadito da una sentenza perché, relativamente alla disponibilità d'impiego degli interessati presso la Giunta regionale, sussiste un divieto assoluto di assunzione per ogni categoria di personale non appartenente alle Province e aree metropolitane derivante dalla legge n. 190 del 2014, art. 1, comma 424, e dalla legge n. 56 del 2014, e presso altri enti e amministrazioni comunali interpellate risulterebbe comunque insufficiente il numero di posti disponibili individuati;

dal 1° gennaio 2018 ai lavoratori ricorrenti, inoltre, non verrà più corrisposta neanche l'indennità di mobilità, giunta alla sua naturale scadenza, e di conseguenza 26 famiglie si ritroveranno senza alcuna risorsa per far fronte ai quotidiani bisogni della vita;

risulta agli interroganti che anche 9 dipendenti dell'ex consorzio agrario di Benevento, seppur non beneficiari della sentenza del Consiglio di Stato, avrebbero inoltrato diffida alla Regione Campania per essere ricollocati ai sensi della richiamata normativa;

ai sensi dell'art. 9, commi 1-quinquies e 1-sexies, del decreto-legge n. 113 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 160 del 2016, la Regione Campania è, allo stato, soggetta a divieto di assunzioni a qualunque titolo. La norma prevede un regime sanzionatorio per gli enti che, come la Regione Campania, non abbiano, tra gli altri obblighi previsti, ottemperato all'approvazione preventiva del rendiconto nel termine del 30 aprile dell'esercizio successivo a quello di riferimento;

la Regione Campania è inoltre soggetta alle misure previste dal piano di stabilizzazione finanziaria, approvato con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 20 marzo 2012 che prevede che saranno concertate con il Dipartimento delle politiche fiscali e il Ministero dell'economia eventuali assunzioni di nuovo personale, in sostituzione di quello cessato,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo intendano attivarsi, nei limiti delle proprie attribuzioni, affinché: 1) siano appurati i motivi per cui la Regione Campania persista nel richiamarsi a vincoli normativi per evitare l'esecuzione immediata della sentenza citata e non abbia tenuto conto, pur in presenza di una norma che prevede la ricollocazione della categoria di lavoratori, di una tale evenienza, stabilendo comunque un'automatica prosecuzione dell'erogazione dell'indennità di mobilità nelle more della ricollocazione; 2) siano verificati i presupposti per procedere in deroga al richiamato art. 9, commi 1-quinquies e 1-sexies, del decreto-legge n. 113 del 2016.

(4-08491)

MORRA, CAPPELLETTI, PAGLINI, GIARRUSSO, CASTALDI, PUGLIA, SANTANGELO, ENDRIZZI, CRIMI, MONTEVECCHI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

la collina Velia, il poggio sopra via dei Fori imperiali, di fronte al Colosseo e alla basilica di Massenzio, a Roma, ospita palazzo Silvestri-Rivaldi e il villino Rivaldi, oltre a un ampio giardino con una vista unica al mondo. La proprietà è di una IPAB (istituzione pubblica di assistenza e beneficenza), ovvero un'ex "opera pia". L'IPAB è denominata ISMA, acronimo di "Istituti di Santa Maria in Aquiro";

la gara per la costruzione della metro C di Roma, bandita da Roma metropolitane Srl, veniva vinta nel 2006 da un'associazione temporanea di imprese tra Vianini lavori, Astaldi, CMB di Carpi, Ansaldo STS e Consorzio cooperative costruzioni. I 5 vincitori costituivano successivamente "Metro C ScpA" che prendeva il posto dell'associazione temporanea d'imprese;

il 23 ottobre 2009, dopo circa 3 anni dall'aggiudicazione della gara, l'ISMA veniva chiamata a partecipare a una conferenza dei servizi indetta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per la realizzazione della tratta "T3". Proprio sotto la collina Velia doveva essere costruita la stazione metro "Fori Imperiali", forse la più importante stazione di tutta la linea. Nella riunione veniva spiegato all'ISMA che per esigenze di cantiere le sarebbe stata espropriata, fino al termine dei lavori, praticamente tutta l'area esterna del villino Rivaldi, precisamente tutto il giardino e la rampa di accesso, e, a fronte di questo esproprio, le sarebbe stata pagata una considerevole indennità;

il 30 ottobre 2009 ISMA, a fronte del notevole indennizzo comunicato (ma risultante in maniera formale solo nel 2013 a seguito di accesso agli atti fatto da ISMA), dava parere positivo (pur senza conoscere nel dettaglio le cifre previste) al progetto della Metro C SCpA comprendente l'esproprio temporaneo di gran parte del giardino antistante il villino Rivaldi;

il 27 luglio 2010 veniva approvata l'apposita delibera n. 60 del CIPE, pubblicata in Gazzetta Ufficiale solo in data 4 marzo 2011, che non veniva trasmessa all'ISMA;

considerato che, per quanto risulta:

il 15 febbraio 2013 Roma metropolitane (ovvero l'emanazione organica del Comune di Roma) approvava il progetto esecutivo della tratta "T3" San Giovanni-Colosseo;

il 21 marzo 2013 veniva emesso l'ordine di inizio dei lavori e delle forniture delle opere della tratta "T3";

in quel periodo al Comune di Roma il capo di gabinetto del sindaco pro tempore Alemanno era un ex dirigente del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Sergio Basile, che successivamente al pensionamento aveva ottenuto una nomina governativa quale consigliere della Corte dei conti, e pertanto acquisiva il suddetto incarico previo collocamento in posizione di "fuori ruolo" dalla Corte;

il 14 maggio 2013 ISMA richiedeva accesso agli atti a Roma metropolitane per verificare la reale entità dell'indennizzo;

Roma metropolitane, con nota prot. n. 7419, comunicava che l'indennizzo era pari a circa 700.000 euro annui per 7 anni e circa 1.000.000 euro una tantum alla fine della realizzazione del tunnel della metro C. I costi dei lavori della tratta "T3" sono per il 70 per cento a carico dello Stato, il 18 per cento a carico di Roma capitale e il 12 per cento a carico della Regione Lazio;

fra maggio e novembre 2013 l'allora segretario generale ISMA, avvocato Maria Capozza, eseguiva una serie di verifiche e controlli, insospettita dal fatto che la piantina dell'esproprio ottenuta dall'accesso agli atti non era affatto chiara, ma sembrava riportare quale area esproprianda la rampa carrabile di accesso al giardino e la maggior parte del giardino stesso. La stessa chiedeva varie volte chiarimenti su tale aspetto, in quanto i dipendenti frequentavano regolarmente il giardino e vi parcheggiavano (e parcheggiano tuttora) le automobili, oltre ai pulmini atti al trasporto degli assistiti. Trovare soluzioni alternative in zona non era affatto semplice, e quindi il segretario decideva di approfondire per comprendere i reali problemi da risolvere derivanti dall'esproprio. Eseguiva ulteriori controlli e chiedeva spiegazioni ai funzionari di Metro C. I referenti di Roma metropolitane e di Metro C la rassicuravano circa la possibilità di continuare a utilizzare il giardino. Ma per far ciò anche la rampa di accesso sarebbe dovuta rimanere agibile, e quindi non espropriata, cosa questa che non coincideva con la situazione rappresentata sulla planimetria, pur se non affatto chiara;

il 29 ottobre 2013 il presidente dell'ISMA, Massimo Pompili, chiedeva agli uffici ISMA di considerare quale referente per il Comune il responsabile progetti speciali presso lo staff del sindaco, ovvero il dottor Maurizio Pucci (ex assessore per i lavori pubblici della Giunta Marino);

il 26 novembre, all'insaputa di tutti e senza l'assistenza dei tecnici ISMA, il presidente Pompili effettuava la consegna dell'area a Metro C SCpA (documento che verrà inviato all'ISMA solo nel gennaio 2014 dopo insistente richiesta da parte del segretario generale);

nel verbale di immissione in possesso si legge che Pompili era preoccupato per il fatto che le aree di cantiere sarebbero arrivate praticamente a ridosso di palazzo Rivaldi, potendo incidere sulla precaria situazione di stabilità del complesso monumentale;

tra dicembre 2013 e gennaio 2014, iniziato l'esproprio, il giardino veniva occupato in modo molto limitato. La recinzione (posta senza previo avviso all'ISMA) delimitava un'area enormemente più piccola rispetto a quella apparentemente indicata nella planimetria, e, inoltre, veniva consentito a ISMA di usare circa la metà dell'area. Cercando d'avere chiarimenti per la situazione, si susseguivano diverse comunicazioni tra il segretario generale ISMA e Metro C;

il 13 gennaio 2014 il segretario generale convocava urgentemente una riunione tra ISMA, Roma metropolitane e Metro C;

il 14 gennaio, tramite e-mail, il segretario generale ISMA chiedeva di sospendere le attività, finché non fossero stati consegnati i documenti richiesti da ISMA. A questo punto, il 15 gennaio Roma metropolitane confermava la riunione per il giorno successivo;

il 16 gennaio durante la riunione veniva riferito al segretario generale ISMA che l'indennizzo sarebbe stato abbassato. Il segretario chiedeva di motivare la riduzione, ma le veniva riferito di un'errata interpretazione di alcuni "punti neri" sulla planimetria, precedentemente scambiati per fabbricati, cosa che avrebbe dato luogo al relativo (cospicuo) indennizzo. Poiché il giardino era assolutamente visibile e alcuni tra i migliori tecnici d'Italia avevano fatto, precedentemente, ogni tipo di sopralluogo, ella si riservava di rispondere dopo la visione di ulteriori documenti;

il 20 gennaio 2014, a mezzo di e-mail, veniva inviata al segretario generale ISMA una piantina di esproprio finalmente chiara, da cui si rilevava che le aree occupate sarebbero state la rampa e, quasi per intero, il giardino;

il 27 gennaio venivano comunicati da Roma metropolitane (con nota prot. n. 948) i nuovi importi dell'indennizzo, completamente diversi da quelli previsti originariamente. Precisamente: circa 199.000 euro all'anno per 7 anni; 45.451,25 euro all'anno per 5 anni; 172.640 euro una tantum per la realizzazione della galleria di linea; 80.000 euro una tantum per un presunto risarcimento relativo al sottosuolo. Si tratta di una riduzione di circa il 74 per cento rispetto agli importi comunicati con nota prot. n. 7419 del 14 maggio 2013;

considerato, altresì, che, sempre per quanto risulta:

il 31 gennaio 2014, ovvero solo 4 giorni dopo il crollo dell'ipotesi economica originaria dell'esproprio, il consiglio di amministrazione ISMA si riuniva per approvare un nuovo regolamento degli uffici e dei servizi. Il 10 marzo 2014 lo modificava ulteriormente, in quanto quello approvato il 31 gennaio sembrava essere illegittimo, tanto che la stessa Regione Lazio aveva chiesto di adeguarlo;

con entrambe le versioni del nuovo regolamento, il consiglio di amministrazione, rispetto al passato, sostanzialmente poteva nominare un soggetto esterno come segretario generale, cosa che appare, alla luce dei fatti successivi, come unico vero motivo dante luogo al cambio del regolamento stesso;

il 13 marzo 2014, dopo soli 3 giorni dall'approvazione del regolamento definitivo, il segretario generale, avvocato Maria Capozza, veniva rimossa dal suo ruolo, pur ovviamente rimanendo l'unica dirigente dell'ente, e contestualmente veniva nominato d'urgenza, quale segretario generale, proprio il dottor Sergio Basile, ovvero colui che era capo di gabinetto del Comune di Roma quando, l'anno precedente, Roma metropolitane aveva validato il progetto esecutivo della tratta "T3" e aveva emesso l'ordine di servizio di inizio dei lavori e delle forniture;

Basile prendeva servizio all'ISMA solo dopo essere stato autorizzato a mettersi fuori ruolo da magistrato della Corte dei conti, su richiesta formale del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti anziché del presidente ISMA come sarebbe stato regolare;

il 3 aprile 2014, con ordinanza presidenziale n. 19 a firma di Massimo Pompili, venivano accertate le seguenti somme: 16.629,17 euro al mese per aree destinate a cantierizzazione per 7 anni, per un totale di 1.396.850 euro; 3.787,60 euro al mese per occupazione del sottosuolo; 172.640 euro una tantum per la realizzazione della galleria di linea; 80.000 euro una tantum per presunto risarcimento relativo al soprassuolo;

a maggio 2015 ISMA, continuando a utilizzare l'area che sarebbe stata espropriata, affidava un incarico per la pulizia della stessa area (per la quale percepisce l'indennità di esproprio), a tutt'oggi regolarmente usata per parcheggio;

da allora Roma metropolitane sta pagando all'ISMA le suddette indennità, pur se nella misura ridotta;

dai rilievi dell'area realmente espropriata, e limitando il ragionamento al soprassuolo, si rileva che in realtà i metri quadri realmente espropriati sono 343, e non 2.285;

ricalcolando i valori sulla base dell'area realmente espropriata e confrontandoli con quelli dichiarati (e pagati), utilizzando sia il primo metodo di calcolo del 2013 (in base alla nota prot. n. 7419/2013 di Roma metropolitane), sia il secondo metodo di calcolo del 2014 (in base alla nota prot. n. 948/2014 di Roma metropolitane) si evidenziano, a parere degli interroganti, gli elementi base di una truffa, che sarebbe stata ben più devastante (applicando i valori originari) senza l'intervento segretario generale pro tempore, avvocato Maria Capozza; intervento che a giudizio degli interroganti avrebbe comportato una feroce ritorsione da parte degli attuali vertici dell'ISMA nei confronti di quest'ultima, fino ad arrivare al suo allontanamento dall'ente mediante una delibera che nel 2017 ha preteso di annullare un concorso bandito nel 2009. Allontanamento da poco bloccato dal Consiglio di Stato,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e, qualora corrispondano al vero, se intenda, nei limiti delle proprie attribuzioni, attivarsi al riguardo;

se intenda intervenire presso le sedi di competenza affinché sia riscontrato il reale perimetro delle espropriazioni e il relativo costo associato all'area definita;

se intenda attivarsi, per quanto di competenza, affinché: sia predisposta idonea indagine o ispezione, al fine di verificare se i problemi evidenziati abbiano comportato dei ritardi nell'esecuzione dell'opera pubblica e degli aggravi economici ai danni dello Stato, della Regione Lazio e di Roma capitale, nonché disagi indiretti ai cittadini; sia verificata la regolarità della sostituzione del segretario generale ISMA durante una delicata operazione e la gestione del patrimonio immobiliare dell'ISMA, vincolato nella destinazione d'uso.

(4-08492)

D'ANNA - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che, per quanto risulta:

secondo quanto appreso dall'interrogante attraverso gli organi di stampa, alcune gare bandite in materia di medicina del lavoro e sorveglianza sanitaria in alcune aziende, per quanto attiene alla fase dell'aggiudicazione, sarebbero state ispirate da un avvocato da sempre vicino a una ben determinata parte politica;

detto avvocato, secondo quanto risulta all'interrogante,si sarebbe adoperato per far entrare la società Sintesi SpA in Enel, in Tim e ultimamente in Poste italiane, INPS e Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, sempre per l'aggiudicazione delle gare relative alla sorveglianza sanitaria;

secondo l'interrogante Sintesi SpA è una società da sempre vicina ad una parte politica, sebbene sia ultimamente sponsorizzata sia da un ex deputato del PD prima e UDC poi, sia dall'avvocato Alberto Bianchi che ne avrebbero consentito l'affermazione, per le medesime attività, anche in Consip SpA,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano al corrente dei fatti esposti, se corrispondano al vero e come li valutino;

se non ritengano di dover attivare tutte le proprie prerogative, nei limiti delle rispettive attribuzioni, per l'immediato annullamento delle gare presso Poste italiane, Consip e il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo;

se non ritengano opportuno valutare la presentazione di esposti all'autorità giudiziaria.

(4-08493)

BATTISTA, CASSON, CAMPANELLA, CORSINI, LO MORO, DIRINDIN - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

da troppo tempo risulta aperta la vertenza relativa ai tirocinanti impegnati nell'ufficio del processo a supporto del personale amministrativo delle cancellerie degli uffici giudiziari;

il prossimo 31 dicembre 2017 scadrà l'ennesimo contratto di tirocinio formativo, che dal 2010 vede impegnati centinaia di precari nelle mansioni di ausiliario ed operatore giudiziario, con un semplice rimborso spese mensile di 400 euro, senza alcun riconoscimento di diritti e nonostante l'esperienza e la dedizione dimostrata in molti anni di lavoro;

considerato che:

lo stesso Ministro in indirizzo ha più volte riconosciuto l'opportunità di non disperdere tali professionalità che ad oggi ammontano a circa 850 unità;

la legge 28 febbraio 1987, n. 56, all'articolo 16 prevede espresse modalità di avviamento a selezione presso le pubbliche amministrazioni per le qualifiche per le quali è richiesto il solo requisito della scuola dell'obbligo; selezioni promosse dai vari centri per l'impiego sulla base di appositi bandi di offerta di lavoro e di selezione emanati dalle amministrazioni interessate;

il decreto del Ministro della giustizia 9 novembre 2017, in materia di "Rimodulazione dei profili professionali del personale non dirigenziale dell'Amministrazione giudiziaria", recepisce tra l'altro le misure in fatto di stabilizzazione del personale previste dall'accordo del 26 aprile 2017 firmato con le organizzazioni sindacali di categoria,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga di dare seguito agli impegni presi sulla base dell'accordo citato e se a tal fine non ritenga che lo stanziamento previsto dalla legge di bilancio per il 2018, in discussione presso la Camera dei deputati, per l'assunzione di circa 1.400 unità nei ruoli non dirigenziali del Ministero della giustizia non debba contemplare anche quote di risorse da destinare espressamente alla stabilizzazione dei circa 850 tirocinanti impegnati nell'ufficio del processo;

se non ritenga altresì di dover procedere all'individuazione di nuovi profili professionali, anche tecnici, come previsto dall'articolo 1, comma 2-octies, del decreto-legge 30 giugno 2016, n. 117, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 agosto 2016, n. 161.

(4-08494)

CARDIELLO, FALANGA, AMORUSO, BARANI, COMPAGNONE, MILO, PAGNONCELLI, SCAVONE - Ai Ministri dell'istruzione, dell'università e della ricerca, dell'interno e per la semplificazione e la pubblica amministrazione - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

da diverse settimane, numerose notizie sui quotidiani nazionali hanno insistentemente richiamato l'attenzione su fatti che coinvolgono la vita scolastica e il percorso educativo della comunità studentesca del liceo statale "Virgilio" di Roma, affermando che all'interno della scuola sono praticati liberamente il commercio e il consumo non solo di droghe leggere (cannabis), bensì anche di cocaina e di eroina, nonché rapporti sessuali ostentati, filmati e diffusi;

la degradata e degradante situazione sarebbe sostenuta e giustificata da una parte dei genitori degli alunni che fornirebbero agli stessi loro figli le sostanze stupefacenti "così stanno tranquilli";

la fonte delle allarmanti notizie riportate e diffuse dagli organi di stampa e televisivi è la dirigente scolastica, in carica da appena 2 mesi presso la sede, professoressa Carla Alfano, che ha dichiarato di aver "sentito con le proprie orecchie" quanto ha riferito;

queste informazioni hanno suscitato viva preoccupazione e prodotto altrettanto turbamento non solo all'interno della comunità scolastica, ma anche nell'opinione pubblica nazionale, che ha recepito tali notizie riguardanti un luogo come la scuola che, stando a quanto dichiarato, avrebbe derogato alla propria funzione, soccombendo a forzature criminogene, mafiose e depravate;

la stessa dirigente scolastica ha, inoltre, testualmente dichiarato in un servizio del "Corriere della Sera", del 18 novembre 2017, e anche in altre sedi, che: «Purtroppo il Virgilio è conosciuto come posto dove si può trovare roba. In altre scuole, in altri licei sanno che qui ci sono cose buone, parliamo anche di eroina. Ma quello che mi preoccupa di più in questa situazione, non è la droga, non è le connotazioni politiche varie estremiste, ma è un clima mafioso che c'è dentro il Virgilio. Una cappa, una cupola che ha egemonizzato tutti gli altri... Hanno paura e c'è un condizionamento psicologico pazzesco. Sono messi in scacco tanti dei miei professori, tanti. Hanno intimidito tutti, dicendo che avrebbero fatto una sorta di lista di proscrizione su chi avesse osato dire che era contro l'occupazione. C'è un'omertà paurosa. Poi noi, adesso, vediamo i filmati della mafia, ora è morto Riina, Ostia, quello che dà testate... Ma veniamo qui al Virgilio»;

rispondendo alla domanda sull'identità di coloro che compongono questo gruppo "mafioso", ella ha affermato testualmente: «Non stiamo parlando di emarginati. Parliamo di figli di politici, di onorevoli… I genitori tendono a minimizzare… loro poi manipolano tutto. Quando io dico la Scampia dei colletti bianchi, perché ci sono alcuni che hanno il potere di andare al Ministero a chiedere la mia testa, perché è successo anche questo! Alcuni di loro hanno una violenza psicologica, questi i sistemi mafiosi li sanno usare» e poi, riferendosi ancora ai genitori di questi alunni, la dirigente scolastica Alfano ha aggiunto: «sono professori universitari, giornalisti, onorevoli, deputati, senatori, persone che hanno degli incarichi all'interno del Governo, Magistrati. È accaduto che magistrati, per ragazzi ai quali era stata data una sospensione, meritatissima, sono intervenuti, ed è stata fatta togliere»;

alle dichiarazioni della dirigente scolastica e agli effetti mediatici prodotti sono seguite numerosissime prese di posizione e smentite, provenienti dalla presidente e dai componenti del consiglio d'istituto nella rappresentanza dei genitori, da una nutrita componente del corpo docenti e dagli stessi alunni;

la Questura di Roma, dopo le segnalazioni della dirigente scolastica Alfano e un incontro svoltosi il 20 novembre 2017, al quale hanno preso parte sia la dirigente sia un gruppo di docenti dello stesso liceo, e disposto dal questore Guido Marino d'intesa con il prefetto ed il comandante provinciale dell'Arma dei Carabinieri Antonio De Vita, per mettere a punto una strategia condivisa, tesa a garantire il regolare svolgimento delle lezioni al Virgilio, ha emanato una nota con la quale ha evidenziato che: «non sono emersi elementi che facciano pensare a traffici di droga né, tantomeno, atteggiamenti violenti ed intimidatori da parte degli studenti»;

la stessa nota inoltre ha rilevato che «non si può trascurare tuttavia come sia presente, secondo quanto riferito, una serie di problematiche che devono investire, in prima battuta la funzione educativa della scuola e, solo in un secondo livello, la funzione di Polizia. Allo scopo sono stati già suggeriti alcuni correttivi a carattere strutturale, di tipo educativo, mentre proprio il dialogo con questi ultimi infatti aveva consentito, poco meno di un mese fa, la liberazione, senza alcun utilizzo della forza pubblica, del liceo Virgilio, a circa 48 ore dalla richiesta di sgombero della dirigenza scolastica»;

nei giorni successivi all'incontro, sono stati disposti, agli ingressi del liceo di via Giulia, serrate perquisizioni e controlli antidroga, con l'ausilio delle unità cinofile, nei confronti degli alunni, da cui non è emerso nulla di rilevante rispetto a quanto diffuso, incrementando tuttavia e ulteriormente lo stato di tensione e di agitazione nella comunità scolastica;

nel corso della trasmissione "Porta a Porta" del 21 novembre, è stato dedicato un considerevole spazio a tali fatti, e gli intervenuti hanno assunto due diverse e contrapposte posizioni: un rappresentante dell'associazione regionale dei dirigenti scolastici ha vantato il primato del ricorso ai cani antidroga per ripristinare la legalità, attribuendosene egli stesso il merito, mentre altri insegnanti e la presidente del consiglio d'istituto del liceo Virgilio hanno invece insistito sul potenziamento dell'azione educativa e del dialogo e di altre iniziative meno eclatanti e più incisive;

il direttore dell'Ufficio scolastico regionale del Lazio, dottor Gildo De Angelis, ha testualmente dichiarato al quotidiano "Il Messaggero" il 19 novembre: «Il liceo Virgilio dovrebbe essere chiuso e gli studenti dovrebbero essere ridistribuiti su altre scuole»;

numerose richieste di nulla osta per il trasferimento ad altra scuola, nonché di accesso agli atti sono state presentate, almeno nell'ultimo biennio, dall'utenza al dirigente scolastico sia per i fatti predetti sia per altre presunte anomalie connesse all'attività didattica e disciplinare dell'istituto;

domenica 26 novembre la trasmissione "Mezz'ora in più" di Rai3, è stata dedicata agli stessi fatti e sui quali è intervenuta in collegamento il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, che ha dichiarato di voler approfondire la vicenda per restituire all'istituzione scolastica la serenità e il prestigio;

le tensioni e il disagio non accennano a diminuire e l'istituzione scolastica rimane sotto i riflettori degli organi di informazione, compromettendo gravemente le condizioni di benessere umano, culturale e sociale e inficiando il percorso di crescita degli alunni e le responsabilità di coloro che ne devono garantire l'affermazione,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non ritengano necessario accertare la veridicità delle dichiarazioni della dirigente scolastica Alfano, e soprattutto di quelle relative alla presenza di persone, di alunni le cui peculiarità di azione connotano la fattispecie di reati puniti dall'art. 416-bis del codice penale e specificamente dai commi 3 e 9 dello stesso articolo, ovvero: "forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti" e che "si applicano anche (…) alle altre associazioni, comunque localmente denominate, (…) che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso";

se ritengano di verificare il reale e provato coinvolgimento di personalità del mondo accademico, giornalistico, politico e parlamentare, di membri del Governo e della magistratura, che avrebbero influito con ingerenze di sorta, condizionando la responsabilità e l'autonomia della funzione scolastica ed educativa, in ordine a procedimenti disciplinari scolastici, e quanto altro denunciato dalla dirigente Alfano ai mezzi di informazione;

se siano mai pervenute, e in quali forme, al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca richieste motivate di rimozione della dirigente scolastica;

se all'interno del corpo docenti non siano alimentate altrettante divisioni di sorta che sarebbero, invece, una tra le considerevoli cause dell'ulteriore divisione e conflitto che coinvolge tutta la comunità scolastica e che, segnalate dalle cronache degli anni precedenti, penalizzano l'istituzione e rimangono ancora inspiegabilmente irrisolti;

quali siano le eventuali responsabilità emergenti da tutti gli atti prodotti nel corso delle sedute dei vari organi collegiali e, in primis, del collegio dei docenti e del consiglio d'istituto, svolte negli ultimi 4 anni;

quali siano le motivazioni a sostegno dell'affermazione del direttore dell'Ufficio scolastico regionale, dottor Gildo De Angelis, sull'auspicio della chiusura dello storico liceo Virgilio di Roma e sulla ridistribuzione degli alunni in altre scuole;

se il Ministro dell'interno intenda, semplicemente sulla base di mere e generiche segnalazioni e di arbitrarie iniziative, sollecitate da singoli dirigenti o da rappresentanti dell'associazione dirigenti scolastici, assumerle come "ordine operativo" e impegnare ripetutamente contingenti di forza pubblica, unità cinofile e altre risorse per monitorare ipotesi di consumo di sostanze stupefacenti nelle scuole, senza un preventivo accertamento e sulla base di circostanziate denunce all'autorità giudiziaria;

se e in quale misura tale intervento sia risultato deterrente o efficace al contrasto del consumo di droghe all'interno degli istituti scolastici e se e in quale misura invece abbia avuto efficacia un altro genere di interventi con minore o nessuna esposizione mediatica;

se il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione non ritenga di inviare delle ispezioni presso il liceo per accertare la conformità dell'azione amministrativa svolta nell'arco degli ultimi 4 anni ai principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione in generale e nei confronti del personale e dell'utenza, in particolare con riferimento specifico alle richieste di accesso agli atti pervenute nonché ai ricorsi, alle richieste di nulla osta per il trasferimento di alunni ad altre scuole o altro genere di procedimenti promossi da parti ricorrenti;

quali provvedimenti intendano adottare nel caso di ipotesi di procurato allarme o altro nocumento di specie arrecato a istituzioni, categorie o singole persone dalle dichiarazioni della dirigente scolastica Carla Alfano, o di quanti altri abbiano fornito informazioni infondate o vi abbiano, in altro modo, contribuito.

(4-08495)

ORELLANA, MOLINARI, BENCINI, URAS - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

con protocollo n. 26329/2015, la Direzione centrale del personale, Ufficio selezione e inserimento, dell'Agenzia delle entrate ha avviato una selezione pubblica per l'assunzione a tempo indeterminato di 892 unità per la terza area funzionale, fascia retributiva F1, profilo professionale di funzionario per l'attività amministrativo-tributaria;

la selezione è stata indetta con bando per funzionari dell'Agenzia delle entrate, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale Concorsi ed esami, del 24 febbraio 2015, e suddiviso per diverse regioni;

la procedura di selezione prevedeva tre fasi: prova oggettiva attitudinale (con quesiti a risposta multipla), prova oggettiva tecnico-professionale (con quesiti a risposta multipla su diritto tributario, diritto civile e commerciale, diritto amministrativo, elementi di diritto penale, contabilità aziendale, organizzazione e gestione aziendale, scienza delle finanze, statistica) e, infine, un tirocinio teorico-pratico di 36 ore settimanali, integrato da una prova orale finale (su diritto tributario, diritto civile e commerciale, contabilità aziendale, informatica e lingua straniera);

nel dettaglio, l'articolo 5 del bando di concorso disponeva l'ammissione alla prova oggettiva tecnico-professionale dei "candidati che riportano il punteggio di almeno 24/30 e rientrano in graduatoria nel limite massimo di cinque volte il numero dei posti per i quali concorrono";

ai sensi del successivo articolo 6 vengono, invece, ammessi al tirocinio "i candidati che riportano il punteggio di almeno 24/30 e rientrano in graduatoria nel limite massimo dei posti per i quali concorrono, aumentati fino al 30 per cento";

infine, l'articolo 7 stabilisce che "la commissione d'esame, tenendo conto della valutazione espressa sul tirocinio dal direttore dell'ufficio, sottopone i candidati alla prova finale orale per valutarne la preparazione professionale, le attitudini e le motivazioni, anche con l'assistenza di personale esperto per lo svolgimento di prove comportamentali";

nulla viene indicato sul punteggio numerico che verrà attribuito al tirocinio e alla conoscenza della lingua straniera;

considerato che, per quanto risulta agli interroganti:

la commissione d'esame nella seduta del 19 aprile 2016 ha deciso di definire in un'inconsueta scala da meno 3 a più 2 il giudizio del tirocinio non specificando il significato dei valori fra meno 0,5 e più 0,5, chiarendo invece il significato dei valori fra meno 3 e meno 0,5 quali elementi di criticità, quelli fra meno 0,5 e più 1 quali tratti distintivi e fra più 1 e più 2 quali tratti di spicco fuori dal comune;

ha anche definito la conoscenza della lingua straniera con valori fra meno 0,25 e più 0,5 chiarendo, a differenza del caso precedente, il significato di ognuno dei valori meno 0,25, 0, più 0,25 e più 0,50, rispettivamente corrispondenti a non adeguato, adeguato, più che adeguato ed eccellente, rispettivamente;

tenuto conto che, per quanto risulta:

i tirocini teorico-pratici svolti presso gli uffici territoriali dell'Agenzia delle entrate in Lombardia e finalizzati alla verifica delle reali capacità dei candidati allo svolgimento della mansione sono invece stati veri e propri periodi di lavoro, dovendo rispettare orari di entrata e uscita e dovendo garantire, nei fatti, una certa produttività in termini di pratiche evase;

l'articolo 7 del concorso, al punto 8, indica che "la valutazione finale è espressa in trentesimi. Superano la prova i candidati che hanno riportato il punteggio di almeno 24/30";

il decreto del Presidente della Repubblica n. 487 del 1994 all'art. 7, comma 1, lett. a), indica che, quando si usa la valutazione in trentesimi, il concorso si intende superato con una votazione di almeno 21 trentesimi o equivalente;

i tirocini hanno avuto una durata di 6 mesi e, benché i tirocinanti abbiano avuto una borsa di studio a titolo di mero rimborso spese non hanno acquisito alcuna attestazione certificata per la prestazione fornita negli uffici di competenza;

considerato che:

a giudizio severo degli interroganti, è innegabile che ci si debba soffermare a riflettere sul ruolo che i tirocini svolgono nelle procedure concorsuali dell'Agenzia delle entrate in virtù soprattutto della specificità dell'ente;

l'impiego dei tirocini come prova teorico-pratica contribuisce a dequalificare lo stesso tirocinio e a consolidare la convinzione, purtroppo molto diffusa, che la prestazione dei tirocinio stesso sia una prassi di distorsione dei rapporti lavorativi,

si chiede di sapere:

quali siano le iniziative poste in essere per garantire procedure trasparenti e condizioni di lavoro eque per i tirocinanti-concorrenti oggetto delle selezioni concorsuali dell'Agenzia delle entrate;

come il Ministro in indirizzo intenda intervenire nelle sue funzioni di vigilanza sulle procedure di selezione in ordine alle valutazioni delle prove, molto discrezionali ma purtroppo vincolanti, del tirocinio teorico-pratico integrato dalla prova finale;

quali opportune misure intenda adottare al fine di assicurare una conforme, giusta e regolare attuazione delle disposizioni normative già vigenti in materia di tirocini;

quali elementi ostativi siano stati riscontrati al rilascio di certificazioni attestanti il tirocinio svolto presso l'Agenzia delle entrate;

se la scelta di assegnare punteggi di valutazione con una scala di valore anche negativo, non specificandone puntualmente il significato, sia stata solo della sede della Lombardia o sia una prassi diffusa anche nelle altre sedi;

infine, se non ritenga opportuno adottare, al fine di venire incontro alle legittime aspettative dei concorrenti tirocinanti ai concorsi dell'Agenzia delle entrate, nuovi criteri di selezione e valutazione.

(4-08496)

FUCKSIA - Al Ministro della salute - Premesso che:

l'articolo 1 della legge n. 281 del 1991, recante "Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo", afferma che: "Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l'ambiente";

l'articolo 3 disciplina e delimita le competenze delle Regioni e sancisce che esse debbano adeguare la propria legislazione ai principi contenuti nella legge quadro. In particolare, le Regioni devono provvedere a determinare i criteri per il risanamento dei canili comunali e la costruzione dei rifugi per i cani. Tali strutture devono garantire buone condizioni di vita per i cani ed il rispetto delle norme igienico-sanitarie e sono sottoposte al controllo sanitario dei servizi veterinari delle unità sanitarie locali. La legge regionale determina altresì i criteri e le modalità per il riparto tra i Comuni dei contributi per la realizzazione degli interventi di loro competenza ed il rispetto dei criteri di cui al medesimo articolo 3;

l'articolo 4 disciplina e delimita le competenze dei Comuni in ordine all'attuazione della legge quadro;

considerato che:

nel comune di Galatone (Lecce) si trascinano ormai da tempo le vicissitudini di due sfortunate coppie di docili, anziani e malandati cani randagi "di quartiere", ai quali la comunità galatonese è affezionata, tanto da attribuire loro i nomi di "Bianca e Biondo" e "Rino e Macchia". Mentre la prima coppia di cani staziona abitualmente presso la piazza centrale del monumento ai caduti, sita in largo San Antonio, la seconda coppia staziona nel locale palazzetto dello sport, ove, in assoluto accordo con la precedente amministrazione comunale, e grazie al contributo degli stessi cittadini di Galatone, i volontari hanno acquistato e posizionato in modo discreto e protetto cucce in vetroresina coibentata;

per ragioni legate alle elezioni amministrative di giugno 2017 (una delle volontarie, parte attiva della vicenda, era infatti candidata sindaco di Galatone), l'attuale primo cittadino ha assunto, fin dal proprio insediamento, un atteggiamento inspiegabilmente ostile verso le due coppie di animali, provocando l'indignazione e la mobilitazione dei cittadini galatonesi che ha avuto ampia eco sugli organi di stampa locale e sulle piattaforme social;

a dimostrazione dell'avversità dell'amministrazione verso la sorte di questi cani randagi e, in genere, verso la causa della tutela degli animali, il 18 ottobre 2017 l'assessore comunale competente disponeva l'immediata rimozione delle cucce di "Bianca e Biondo", con la conseguenza che i due poveri cani rimanevano esposti alle intemperie, giacendo per oltre un mese su cartoni bagnati;

la delibera della Giunta municipale di indirizzo n. 330 del 16 novembre 2017 autorizzava l'acquisto ed il posizionamento di altre due cucce, che risultavano tuttavia sottodimensionate rispetto alle precedenti e comunque inadeguate, oltre che collocate in un vicolo angusto sito su un'area pedonale ridotta;

subivano la stessa sorte le cucce di "Rino e Macchia", site nei paraggi del palazzetto dello sport, peraltro sgomberate con modalità brutali e violente da parte di un addetto della protezione civile, il quale spezzava con delle cesoie gli ancoraggi che tenevano le due cucce unite agli alberi e, dopo aver scaraventato fuori dal giaciglio uno dei poveri animali, prelevava e portava via le cucce;

a seguito di questa ulteriore azione, a giudizio dell'interrogante inqualificabile, la mancanza di riparo causava problemi di salute ad uno dei due cani ("Rino", tuttora ospite di una volontaria) e faceva perdere le tracce dell'altro ("Macchia");

a parere dell'interrogante, risulta di tutta evidenza come l'azione dell'amministrazione comunale configuri un comportamento in totale contrasto con i principi di tutela degli animali d'affezione e prevenzione al randagismo fissati dalla legge n. 281 del 1991, integrando un vero e proprio accanimento verso poveri animali indifesi ed inoffensivi, oltre al sostanziale disprezzo verso il comune sentire dei generosi cittadini galatonesi che si sono fatti carico di ogni spesa relativa al mantenimento dei quattro randagi,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e se, nell'ambito della propria competenza, non ritenga opportuno intervenire, alle luce della violazione della normativa in materia di tutela degli animali di affezione e prevenzione del randagismo perpetrata dalla Giunta del Comune di Galatone.

(4-08497)

GUERRA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

per il 15 dicembre 2017 a Modena è stato convocato un corteo con parola d'ordine "No allo Ius Soli", da parte di due gruppi sedicenti informali denominati "Difendi Modena" e "Cittadini modenesi"; un corteo, spiegano, aperto a tutti i cittadini che intendono far sentire la propria indignazione contro la pessima proposta di legge denominata Ius Soli, che sarà discussa in Parlamento nelle prossime settimane. La manifestazione si svolgerà senza simboli partitici, sotto il segno del Tricolore e dei colori della nostra città. Il corteo è previsto per venerdì 15 dicembre, con concentramento alle ore 20.30. Il luogo verrà comunicato in seguito»;

alcune inchieste autogestite dal network "Modena antifascista" e di fonte giornalistica, tra cui quella molto accurata de "La Gazzetta di Modena" del 6 dicembre 2017, hanno evidenziato come nell'organizzazione del corteo, oltre ai citati gruppi (risultanti "braccio politico" del circolo culturale cittadino di estrema destra "Terra dei padri"), risulti attiva una rete quale "Progetto nazionale" (riconducibile al "Veneto Fronte Skinheads"), e sia annunciata più o meno esplicitamente la partecipazione di note sigle dell'estremismo di destra da tutta la regione: da Forza nuova a CasaPound, da Azione identitaria a Generazione identitaria, da Lealtà azione a Veneto Fronte Skinheads (Vfs);

sempre secondo il quotidiano "La Gazzetta di Modena", risulta che il referente modenese di "Progetto nazionale", Andrea Casolari, sia stato tra i protagonisti, insieme a militanti del già citato Vfs, della recente irruzione intimidatoria a Medole (Mantova), in occasione della presentazione del libro di Chaimaa Fatihi, "Non ci avrete mai";

considerato che

stando al "Corriere del Veneto" (edizione Venezia e Mestre) del 6 dicembre 2017, risulta essere lo stesso Ministro della giustizia Andrea Orlando a chiedere con forza lo scioglimento del Vfs;

nell'inchiesta de "La Gazzetta di Modena", sono riportate le seguenti parole di Giordano Caracino, presidente del Vfs, pronunciate attraverso il canale "Youtube" dell'associazione: «Io mi definisco razzista perché ho una forte amore per la mia gente, per il mio popolo, per la mia razza. Non è che disprezzo e odio le altre, amo la mia e la voglio preservare. La violenza fa sicuramente parte della vita e della società, noi non siamo chierichetti, non siamo per l'etica del porgere l'altra guancia, a chi ci attacca rispondiamo con quelli che sono i nostri modi che possono essere di confronto qualora abbiamo a che fare con persone intelligenti oppure davanti a chi ci attacca in maniera stupida non abbiamo problemi a rispondere anche con violenza»,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga che sia il caso di procedere al divieto immediato della manifestazione prevista per il 15 dicembre, in ottemperanza ai precedenti richiamati e soprattutto all'impianto antifascista della nostra Carta costituzionale;

se non ritenga altresì di procedere all'auspicato e necessario scioglimento di organizzazioni neofasciste come il Vfs.

(4-08498)

BONFRISCO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

ad oggi è ancora inattuata la prima parte dell'art. 5 (che recita: "Coloro i quali, all'entrata in vigore del decreto del Presidente della Repubblica 14 febbraio 2016, n. 19, sono in possesso di titoli di studio validi per l'accesso alle classi di concorso ai sensi del DM 39/98 e successive modifiche e integrazioni e del DM 22/2005 e successive modifiche e integrazioni possono partecipare alle prove di accesso ai percorsi di tirocinio formativo attivo di cui al decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca 10 settembre 2010, n. 249 e presentare domanda di inserimento nelle graduatorie di istituto per le corrispondenti nuove classi di concorso, come definite nelle tabelle A e B allegate al DPR n. 19 del 14 febbraio 2016") del decreto ministeriale n. 259 del 2017 per l'attivazione dei percorsi di tirocinio formativo attivo in conformità al precedente decreto ministeriale n. 249 del 2010;

con il decreto ministeriale n. 259, pubblicato con nota del 19 maggio 2017, n. 5499, il direttore generale ha evidenziato che quanto espresso si è attuato in parte col decreto ministeriale n. 374 del 2017, che prevede l'aggiornamento della seconda e della terza fascia delle graduatorie di circolo e di istituto del personale docente ed educativo, per gli anni scolastici 2017/2018, 2018/2019 e 2019/2020;

la mancata attuazione della prima parte dell'art. 5 penalizza coloro i quali hanno intrapreso un percorso altamente qualificante, quali i "congelati" delle scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario e coloro che hanno frequentato i tirocini formativi attivi, che per qualunque motivazione non hanno potuto completare il loro ciclo di studi. Difatti, i "congelati SSIS" IX ciclo, i quali non hanno potuto frequentare i corsi "congelando" la propria iscrizione, hanno diritto attraverso l'ultimo ciclo del tirocinio formativo attivo (TFA) di completare il loro percorso di studi, in qualità di soprannumerari, oltre ai "tieffini" che per qualsivoglia motivazione hanno sospeso il corso ed hanno pieno diritto di completare il loro percorso di studi, attraverso l'ultimo ciclo di TFA, di cui al decreto n. 249 del 2010, e contemplato nel decreto ministeriale n. 259 del 2017;

la disciplina transitoria della FIT (formazione iniziale e tirocinio), che entrerà in vigore a partire dal febbraio 2018, penalizza fortemente i diritti soggettivi di questa categoria di docenti e palesa incostituzionalità, ai sensi dell'art. 33 della Costituzione, perché preclude la conclusione degli studi, a differenza di coloro i quali, frequentando il terzo ciclo per il TFA sostegno, hanno diritto di accesso, seppur con riserva, alla disciplina transitoria del primo bando di concorso FIT,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga, a tutela degli interessi legittimi della suddetta categoria, di bandire nell'immediatezza l'ultimo ciclo del TFA, così come indicato nel decreto ministeriale n. 259 del 2017 e richiamato nel precedente decreto ministeriale n. 249 del 2010.

(4-08499)

Mario MAURO - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

i risultati operativi presentati negli ultimi esercizi da Ansaldo STS, società ad azionariato diffuso attiva nel settore del segnalamento ferroviario, hanno fatto registrare un tendenziale peggioramento del business. L'andamento negativo delle attività sembra coincidere temporalmente con l'acquisizione del pacchetto di maggioranza e l'assunzione del controllo della governance dell'azienda da parte di Hitachi rail, sussidiaria del gruppo giapponese Hitachi;

nelle scorse settimane, Ansaldo STS ha reso pubblici i risultati relativi al terzo trimestre 2017, che hanno in particolare evidenziato una diminuzione degli ordini dell'8 per cento rispetto al terzo trimestre 2016, con un forte calo registrato proprio nell'area Asia-Pacifico, dove la cooperazione con Hitachi avrebbe dovuto portare i maggiori benefici, ed un peggioramento del margine operativo del 2,7 per cento;

questi dati sembrano confermare la preoccupazione per il cattivo andamento dell'azienda, che sembrerebbe imputabile ad un'impropria gestione dei presidi di corporate governance da parte dell'azionista di maggioranza, già manifestata dall'interrogante con l'atto 3-03927 del 27 luglio 2017, cui non ha ancora fatto seguito alcun riscontro da parte del Ministro in indirizzo;

pare opportuno evidenziare che la capogruppo Hitachi è un concorrente diretto di Ansaldo STS nel settore del segnalamento ferroviario, ed una gestione dell'azienda in apparente contrasto con gli interessi sociali potrebbe essere funzionale al conseguimento di interessi propri da parte dell'azionista di maggioranza, quali il trasferimento di know how tecnico e commerciale, con evidenti gravi conseguenze in termini di livelli occupazionali e competenze tecnologiche;

è notizia delle ultime settimane che AB Storstockholms Lokaltrafik, la società che gestisce la metropolitana di Stoccolma, avrebbe contestato inadempienze e terminato unilateralmente un contratto con Ansaldo STS, che ha già provveduto a versare alla controparte anticipi, penali ed interessi per complessivi 45 milioni di euro. L'impatto negativo sui bilanci dell'azienda si andrà a sommare al danno alla reputazione, che potrebbe ulteriormente pesare sulle prospettive di crescita di Ansaldo STS;

le dinamiche di consolidamento del mercato ferroviario, attraverso la fusione di alcuni tra i principali operatori internazionali, in atto negli ultimi mesi, sembrano paventare scenari di ulteriore difficoltà per Ansaldo STS, che rischierebbe di non competere efficacemente sul mercato in assenza di un'alleanza commerciale con un grande operatore industriale. Le prospettive di una collaborazione potrebbero tuttavia essere frustrate dai contrasti interni all'azionariato di Ansaldo STS, in larga misura imputabili alla gestione della corporate governance da parte di Hitachi Rai,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione e quali siano i suoi intendimenti per garantire che il percorso di tendenziale decrescita che Ansaldo STS sembra avere intrapreso non produca una crisi aziendale che avrebbe ricadute occupazionali e sociali nei territori in cui insistono gli stabilimenti produttivi della società.

(4-08500)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti:

1ª Commissione permanente (Affari costituzionali, affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno, ordinamento generale dello Stato e della Pubblica Amministrazione):

3-04139, del senatore Puglia ed altri, sul Comune di Pozzuoli (Napoli);

8ª Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni):

3-04137, della senatrice Mattesini, sui lavori di ripristino della diga di Montedoglio (Arezzo);

9ª Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare):

3-04142, del senatore Candiani, sul godimento del beneficio fiscale sul carburante agricolo;

11ª Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale):

3-04141, della senatrice Gatti ed altri, sulle condizioni di lavoro nella cooperativa Castelfrigo in provincia di Modena.

Interrogazioni, ritiro

È stata ritirata l'interrogazione 3-04126 del senatore Castaldi ed altri.