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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 895 del 11/10/2017


Discussione dei disegni di legge:

(2681) Delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell'insolvenza (Approvato dalla Camera dei deputati)

(2211) PANIZZA. - Modifiche al codice civile, al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, al codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e al decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di concordato preventivo

(Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 9,37)

Approvazione del disegno di legge n. 2681

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dei disegni di legge nn. 2681, già approvato dalla Camera dei deputati, e 2211.

Il relatore, senatore Pagliari, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

PAGLIARI, relatore. Signora Presidente, onorevoli colleghi, chiedo fin d'ora l'autorizzazione a depositare la relazione scritta.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

PAGLIARI, relatore. Signora Presidente, intervengo brevemente solo per ringraziare l'apparato della Commissione giustizia e tutti i suoi componenti, a partire dal Presidente, perché sul provvedimento al nostro esame si è realizzata una condivisione di obiettivi di cui va dato atto a tutti. Il provvedimento è infatti ritenuto importante, per quanto perfettibile, e tutte le forze politiche hanno voluto consentirne una rapida approvazione, ritirando gli emendamenti e accettando di convertire alcune questioni in ordini del giorno che il Governo si è impegnato a prendere in considerazione. Ciò ha permesso di snellirne l'iter e ci consente oggi di arrivare senza molti emendamenti e ordini del giorno a questo appuntamento.

Ribadisco il mio ringraziamento nei confronti di tutte le forze politiche per la loro collaborazione, che ci consente di licenziare un provvedimento atteso dall'Unione europea e dal mondo produttivo, segnando al contempo una svolta nella disciplina dell'insolvenza. Si tratta infatti di un provvedimento che, a differenza del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, pone al centro il superamento della crisi dell'insolvenza e non il tema del debito e della sua punizione. È una procedura che, a partire dalla fase preventiva dell'allerta, si sviluppa tutta nella logica di ricercare... (Brusio).

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di diminuire il brusìo. Faccio fatica anche io ad udire il relatore.

PAGLIARI, relatore. Ripeto, è una procedura che si sviluppa nella logica di ricercare fino in fondo tutte le possibilità di superare la crisi in funzione di salvare le attività imprenditoriali, i posti di lavoro e le famiglie stesse degli imprenditori, evitando le drammatiche conseguenze che il fallimento comportava secondo la disciplina prevista dal citato regio decreto.

Concludo qui il mio intervento e consegno la relazione scritta. (Applausi dei senatori Giletti e Lumia).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà.

STEFANI (LN-Aut). Signora Presidente, una riforma di tutte le procedure concorsuali era richiesta da tempo, perché la normativa è diventata farraginosa e complessa a seguito dei vari interventi che si sono susseguiti in materia. Una riforma è necessaria anche al fine di creare una normativa più sintetica, organica.

D'ora in poi non si parlerà più in termini di «fallimento», visto che uno degli obiettivi della legge delega è proprio eliminare tale definizione, quasi che in essa vi sia una connotazione fortemente negativa. Ricordiamo cosa significava anni fa essere falliti: la perdita dei diritti civili, non poter votare e subire una forma di ostracismo da parte della comunità.

Oggi, infatti, questo disegno di legge non solo prevede l'eliminazione di tale connotazione negativa, ma agevola e incentiva una trattazione della crisi d'impresa nell'ottica della continuità aziendale. Ciò è importante perché il fallimento, a volte, consegue a cattive gestioni delle imprese, forse anche dolose o con finalità di bancarotta fraudolenta; altre, invece, deriva dalla crisi economica e da difficoltà di gestione derivanti dalla configurazione del mercato al giorno d'oggi.

Garantire la continuità aziendale significa eliminare l'aspetto punitivo, che doveva esserci nella procedura concorsuale, e agevolare quindi la possibilità di recupero dell'impresa. Abbiamo sollevato solo una piccola perplessità, che forse non è nemmeno così piccola, per quanto riguarda le competenze del nuovo tribunale del fallimento, che diventerà il tribunale delle imprese. Nella legge delega sono inseriti criteri che permetteranno un accorpamento delle attuali competenze dei tribunali fallimentari, che insistono in tutti i capoluoghi di provincia, che saranno così concentrate in alcuni tribunali. È stato sollevato da parte dell'Avvocatura il seguente problema: ciò creerà diverse difficoltà, perché l'accorpamento non sarà totale, ma riguarderà alcuni tipi di procedure e non altre, con conseguenti problemi d'interpretazione e applicazione pratica. Non da ultimo, possono esservi problemi attinenti al carico di lavoro negli attuali tribunali delle imprese e tale sovraccarico, in questo caso, è difficilmente sopportabile.

Il disegno di legge delega dovrebbe essere praticamente a costo zero, ma nessun tipo di riforma della giustizia può avvenire a costo zero. Occorre un aumento degli organici o comunque una ridefinizione dei medesimi al fine di permettere la trattazione delle procedure. Questi accorpamenti e questa concentrazione delle attività del tribunale dei fallimenti presso alcuni tribunali, a discapito di altri, crea una forma di distacco tra i professionisti e i cittadini rispetto alla magistratura. Tale distacco non fa bene, soprattutto in materia di diritto fallimentare, dove forse non è nemmeno opportuno.

Le procedure concorsuali, come si sa, sono difficili e complesse. Consapevoli di tali problemi, abbiamo proposto emendamenti che intendono essere almeno indicativi del problema. Sono stati presentati ordini del giorno, che noi del Gruppo della Lega Nord chiediamo di sottoscrivere. La questione delle competenze deve essere rivalutata.

La riforma è arrivata, ma un po' tardi. Avevamo a disposizione cinque anni, eppure ci troviamo in queste ultime battute a cercare di varare una riforma della legge fallimentare che non si sa nemmeno se andrà a buon fine, considerati i ristretti margini. Vedremo nel corso dell'esame degli articoli se c'è la possibilità di apportare miglioramenti al testo e ci riserviamo quindi di esprimere il nostro orientamento sul provvedimento in sede di dichiarazione di voto. (Applausi del senatore Candiani).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Uras. Ne ha facoltà.

URAS (Misto-Misto-CP-S). Signora Presidente, il mio intervento si collega in parte ad alcune delle considerazione fatte dalla collega Stefani.

Il provvedimento in esame è assai complesso e ha l'obiettivo di semplificare, se possibile, la normativa vigente. Tuttavia, la semplificazione non può essere fatta senza considerare la necessità di mantenere chiarezza nelle disposizioni, evitando in modo assoluto che possano essere ambigue. Infatti, tenuto conto dei temi affrontati nel provvedimento, si rischia di determinare conseguenze non positive per il sistema delle imprese e, soprattutto, per quelle coinvolte nella procedura fallimentare.

Detto questo, l'altro aspetto che voglio sottolineare riguarda la gestione in sede giudiziaria dei procedimenti fallimentari. L'operazione di semplificazione, con l'accentramento in un unico tribunale delle attività giudiziarie, è fortemente contestata da alcune curie, in modo particolare da quelle della Sardegna. Le cito perché il presidente dell'Ordine degli avvocati ha manifestato in modo molto chiaro la contrarietà a quest'operazione di accorpamento e, conseguentemente, anche all'esclusione di agire con la competenza di tutti gli altri tribunali in una Regione in cui quest'operazione di accentramento è già stata fatta per ragioni di natura economica e alcuni territori sono stati già interessati da procedure di soppressione delle sedi giudiziarie. Ricordo che stiamo parlando di una Regione molta vasta, dove alle difficoltà che sicuramente le imprese incontrano per sopravvivere si aggiungono quelle connesse al trattamento delle questioni fallimentari, che ovviamente danneggiano ancora di più coloro che finiscono dentro questa procedura.

Tutto questo viene fatto dal provvedimento senza prevedere un congruo periodo di transizione, anche se c'è un accenno all'ipotesi di una deroga nelle situazioni in cui, sotto il profilo logistico, non si riesce ancora a risolvere il problema di funzionamento dei tribunali.

Io penso che, per quanto riguarda la Sardegna (lo dico anche al Governo), non sia pensabile passare da un regime all'altro in modo improvviso, ma che questo passaggio debba essere accompagnato da una riorganizzazione, nonché da uno sviluppo degli organici della magistratura, perché altrimenti si rischia di intasare ancora una volta alcune linee di attività giudiziaria a danno della nostra economia, dell'interesse dei cittadini e anche dei lavoratori interessati da quelle procedure.

Inoltre, ritengo si debba pensare anche al personale delle nostre sedi giudiziarie, che è notevolmente insufficiente. I problemi della nostra giustizia riguardano molto gli strumenti operativi in suo possesso: il personale della magistratura, gli organici dei magistrati, ma anche gli organici del personale delle sedi giudiziarie di tutta Italia. Pertanto, quando si fanno operazioni di questo genere (poiché sappiamo, purtroppo, che le riforme, per essere vere, non possono essere fatte con i fichi secchi), è necessario mettere risorse finanziarie, sapere dove si va a toccare il problema e come si fa a risolverlo effettivamente.

Concludo dicendo al relatore e al Governo che presenterò un ordine del giorno sulla questione della Sardegna, che spero sia accolto; con tale ordine del giorno si chiede che sostanzialmente il Governo pensi a gestire la fase di transizione, senza creare le disfunzioni che in altre circostanze abbiamo dovuto successivamente affrontare, perché non avevamo pensato prima a come strutturare le sedi, potenziare gli organici della magistratura, le sedi giudiziarie con personale ausiliario e tecnico professionalmente competente, compresi i livelli dirigenziali, in modo da poter consentire a quelle sedi di svolgere la propria attività, soprattutto quando tali sedi sono frutto di una riforma che incide profondamente sull'attività e sulle procedure processuali.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Falanga. Ne ha facoltà.

FALANGA (ALA-SCCLP). Signora Presidente, intervengo brevemente perché pare che ci sia un'esigenza, avvertita da tutti i Gruppi politici, di licenziare senza modificazioni questo testo che ci è pervenuto dalla Camera, sicché possa essere legge di qui a pochi giorni e contribuire a un processo di ammodernamento di tutto il sistema delle nostre imprese anche al fine di rendere più attuale la soluzione dei problemi relativi a condizioni di insolvenza delle medesime.

Uno dei miei primi impegni in Parlamento, nel 2001, atteneva proprio alla legge fallimentare. Da avvocato mi stupivo di come, nel 2000 (e ancora nel 2002 e nel 2003), potesse essere vigente una legge di epoca fascista, del 1942, che prevedeva, ovviamente in rapporto a quel tempo, disposizioni che andavano in direzione della tutela delle imprese. Ma i tempi erano cambiati e noi nel 2000 parlavamo ancora di responsabilità dell'imprenditore che, in caso di fallimento, veniva visto come un soggetto che doveva "morire": non si faceva la distinzione tra la morte dell'impresa e quella dell'imprenditore. Ad esempio, un imprenditore che, non certamente per ipotesi di condotte delittuose quali ad esempio la bancarotta fraudolenta, aveva sbagliato il prodotto immesso sul mercato o non era stato pagato dai suoi clienti, viveva una condizione di insolvenza e pertanto veniva sanzionato dalla citata legge del 1942 con alcune previsioni: non poter esercitare il diritto di voto o non poter più avere rapporti commerciali di qualsivoglia natura. Era il soggetto a "morire" e non l'impresa.

Nel 2003 o nel 2004 (non ricordo bene l'anno), ero alla Camera e fui relatore della riforma del diritto fallimentare. Ricordo che intervenimmo per eliminare quanto meno quel profilo sanzionatorio penale che accompagnava l'imprenditore nella procedura che lo vedeva fallito; si intervenne anche attribuendo maggiori poteri al curatore fallimentare. L'assurdo era che, con i poteri molto limitati del curatore fallimentare, "alla morte" dell'imprenditore si accompagnava la morte dell'impresa, che veniva venduta dopo anni, quando ormai le strumentazioni erano divenute obsolete e non c'era la possibilità di una riattivazione dell'impresa, sia pur con altri soggetti. Questo perché la norma prevedeva una serie di limitazioni anche nelle attività del curatore.

Oggi arriva in Aula, dopo l'approvazione alla Camera, questo disegno di legge delega sul quale - ce ne siamo resi conto tutti - in Commissione giustizia erano stati presentati degli emendamenti, anche ragionevoli. Però ci siamo resi conto che il provvedimento aveva una certa urgenza e che l'eventuale modificazione di una parte di esso, pur migliorativa, ne avrebbe determinato la decadenza. Questo va assolutamente scongiurato.

Il Governo è delegato ad adottare provvedimenti che vanno a modificare innanzitutto il profilo lessicale: non si parlerà più di fallimento, anche perché esso è legato proprio alla suddetta norma del 1942, ma di liquidazione giudiziale. Questo sembra niente, ma sostanzialmente è importante che si cominci ad allontanare dalla figura del soggetto imprenditore, titolare di un'impresa che vive una crisi economica, quella considerazione della collettività e della società che lo vede come fallito. La parola «fallito» è divenuta nel nostro lessico un termine direi quasi denigratorio e offensivo.

C'è un punto sul quale avrei avuto piacere di intervenire: i compensi. Ricordo una sentenza della Corte costituzionale che destò in me uno stupore straordinario. Venne infatti sollevata una questione di incostituzionalità della norma che prevedeva che, quando nel fallimento non c'è la massa attiva, il curatore fallimentare non percepisce alcun compenso, ma ai consulenti dei giudici, a prescindere dal valore della controversia, vengono pagati i compensi attraverso le casse dell'erario. Ma la Corte costituzionale rispose in una maniera che da giovane avvocato io definii «cultura da supermercato» perché la Corte disse: qual è il problema? È prassi nei tribunali che, quando a un curatore o a un professionista si affida una curatela che non ha attivo, per cui non percepisce alcun compenso, in genere gli si affida un'altra procedura che presenta l'attivo e dalla quale può recuperare i compensi. La definii cultura da supermercato, perché era quasi come dire: prendi due e paghi uno. Non mi piacque questa sentenza perché, con tutto il rispetto che ho sempre nutrito e nutro per la Corte costituzionale, mi fece scoraggiare nell'andare avanti nel mio lavoro di interpretazione delle norme di legge.

Oggi eliminiamo dalle procedure concorsuali di amministrazione straordinaria per le grandi imprese il fallimento di ufficio - lo diciamo nel testo - e chiediamo al Governo di adottare provvedimenti. Va bene, però attenzione! Voglio sottolineare che al Senato abbiamo un disegno di legge di delega al Governo per la rivisitazione e la modifica della normativa relativa alle amministrazioni straordinarie delle grandi imprese in crisi. Pertanto, il Governo deve fare attenzione nell'emanare i decreti relativi a questa delega, perché deve creare un esatto coordinamento con l'altro testo, che attiene alle grandi imprese in crisi. Non so quale potrà essere la soluzione - sarà il Governo a studiarla - però, quando una grande impresa in crisi viene posta in amministrazione straordinaria, i commissari devono procedere, in applicazione dell'attuale legge, alla realizzazione di un programma. La norma attuale ne prevede due: il risanamento o la cessione. Nel caso in cui il programma non possa essere attuato, c'è automaticamente il fallimento di ufficio dichiarato dal tribunale fallimentare. Si dice che il fallimento non c'è più e che il Governo deve evitarlo. Non potrà più esserci la liquidazione giudiziale d'ufficio nell'ambito delle procedure di amministrazione straordinaria. Qualcosa, però, dovrà pure prevedersi, altrimenti si avvia il programma di amministrazione straordinaria - che, allo stato, prevede una durata di due anni, prorogabili per altri sei mesi (quindi, due anni e sei mesi) - e, alla fine, se il programma non si realizza, i creditori non vengono tutelati.

Mi dicono di tagliare. Il collega della Lega, senatore Candiani, quando parla esige da tutti noi la massima attenzione; quando intervengono gli altri mostra segni di insofferenza che rinvio al mittente.

Concludo perché, tutto sommato, al di là dei rilievi e delle osservazioni che il senatore Caliendo e altri hanno fatto in Commissione, credo sia preminente e prevalente l'urgenza di licenziare questo testo. Sarà poi il Governo, con i decreti legislativi, ad adottare e a recepire le pregevoli osservazioni che i colleghi hanno mosso sia in Commissione che in Assemblea.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signora Presidente, mi preme innanzitutto rassicurare il senatore Falanga in merito all'apprezzamento che viene riservato alla sua eloquenza, che riempie sempre molto bene questo emiciclo.

Signora Presidente, tornando invece sul tema, siamo molto desiderosi di vedere attuato il contenuto e i desiderata che sono all'origine di questo provvedimento di legge, che è molto importante.

Il nostro Paese sta vivendo una crisi economica molto forte e da prolungato tempo, che produce ovviamente sconquasso tra le imprese. Il tema del diritto fallimentare o, in questo caso, delle crisi e delle situazioni di insolvenza è enorme: si va, purtroppo, dalla piccola circostanza di paese, dove l'artigiano si trova di fronte a una situazione insormontabile, fino ad arrivare alle grandi crisi industriali, come quelle che stiamo vivendo e vedendo in questi giorni con l'ILVA o altrove. Si tratta di realtà estremamente differenti ed è anche difficile accostarle.

In tutto questo, però, vi è una necessità e riguarda chi si trova, e non dolosamente, ma per impossibilità sopravvenute, in questa situazione. Distinguiamo - ed è cosa doverosa - i professionisti del fallimento, che purtroppo in ogni realtà esistono, dalle situazioni nelle quali gente onesta si trovi disgraziatamente a vivere condizioni di insolvenza e di incapacità ad affrontare i debiti che un mercato instabile rende pesanti come macigni. L'obiettivo deve essere rivolto a questi ultimi soggetti che operano nel mercato e che, rischiando in proprio, si trovano nell'incapacità di assolvere agli impegni presi.

Queste crisi devono essere risolte senza che vi sia nocumento sociale per chi vi resta coinvolto. Penso al caso delle cooperative edilizie, delle costruzioni, degli operatori che costruiscono la casa utilizzando anche gli anticipi dati da chi in quella casa dovrà andarci ad abitare: quando questi soggetti vanno incontro a situazioni di insolvenza o di difficoltà, a quel punto è una catastrofe non solo per loro, ma anche per tutti coloro che vi sono collegati. Chi perde la casa su cui ha investito tutti i risparmi non riesce più a trovare una soluzione per uscirne. Si tratta di situazioni veramente complicate.

Discutiamo, quindi, di un provvedimento importante, su cui sollecito il Governo, anche se questo potrebbe apparire paradossale, alle 10,10 di oggi, 11 ottobre, dopo che ieri è mancato il numero legale, il Governo è andato sotto e c'è un contesto di instabilità; tuttavia è importante, perché nel testo è prevista una delega che deve essere attuata in dodici mesi. Se il Governo attuerà la delega velocemente o se lascerà passare il tempo, scavalcando la prossima legislatura, può fare la differenza.

Non voglio meditare sul merito e sul contenuto della delega; è responsabilità del Governo attuarla. Ma certamente sui tempi bisogna essere chiari e netti: i tempi devono essere stretti. Non si può attendere ulteriormente nel dare soluzioni alternative rispetto a quello che oggi brutalmente si chiama fallimento.

Abbiamo un sistema normativo farraginoso, composto da sovrapposizioni e stratificazioni che nel tempo hanno reso tutto più frammentario; anziché rendere le soluzioni più facili, le hanno rese più complicate.

Giova ricordare che le radici della stessa legge fallimentare risalgono al regio decreto n. 267 del 1942. La Commissione Rordorf da qualche tempo ha completato le proprie considerazioni e le ha affidate al Parlamento tramite il Governo, con questo disegno di legge. Vedo che sopra il testo - giova ricordarlo - vi sono le firme del ministro Orlando e, ancora, del ministro Guidi. Governo, di tempo ne è passato parecchio! Su questi provvedimenti bisogna essere molto più veloci.

Ci sono delle criticità, che sono state sollevate dagli avvocati e ovviamente dalle parti sociali. Siamo convinti che non sia ancora il provvedimento ideale, ma siamo certi che questo possa essere un provvedimento utile, se nelle deleghe il Governo terrà conto di tutte le considerazioni emerse dagli ordini degli avvocati, dai civilisti, dai penalisti, dai professionisti, da tutti coloro che sono interessati e che sappiamo hanno indirizzato al Governo le proprie riflessioni.

Non si può considerare, ancora oggi, il fallimento come una sciagura sociale. Siamo in una condizione nella quale il rischio di versare in una situazione di insolvenza è, purtroppo, all'ordine del giorno per qualsiasi impresa. Considerare la possibilità che chi si trova ad operare nell'impresa possa uscirne a testa alta, senza che vi sia discredito sociale e tracollo economico, è doveroso, per consentire una ripresa e, soprattutto, la tenuta sociale ed economica delle imprese più piccole. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Filippin. Ne ha facoltà.

FILIPPIN (PD). Signora Presidente, onorevoli senatori e senatrici, la delega al Governo oggi alla nostra attenzione, composta di 16 articoli che nascono dall'esperienza e dalle proposte della cosiddetta Commissione Rordorf, si occupa di crisi di impresa, una disciplina estremamente delicata, perché riguarda il funzionamento del tessuto economico del nostro Paese, nei momenti in cui proprio quel tessuto si trova in difficoltà. I tempi appena passati e la crisi che ha colpito l'Italia - e non solo - hanno dimostrato la necessità di adeguare la normativa, sia sostanziale che processuale, allo scopo di affrontare al meglio le difficoltà dell'impresa, preservando, per quanto possibile, la capacità produttiva del sistema.

L'obiettivo del disegno di legge al nostro esame, l'Atto Senato 2681, è dunque quello di intervenire in modo organico su una disciplina che risale, nei suoi capisaldi, alla legge del 1942, che certamente è stata modificata, anche in modo significativo, nel corso di questi anni - ricordo in particolar modo la modifica del 2005 - e che, tuttavia, ha scontato con tali modifiche la compromissione della sua omogeneità e della sua organicità. Siamo in un'epoca in cui la rapidità, la velocità e la dinamicità dei fenomeni economici sono tali che spesso il legislatore è incapace di tenerne il passo: tentare di rispondere a tale dinamismo con una disciplina puntuale rischia di essere fatica inutile e priva di effetti, se non dannosa per quella ricchezza che si vorrebbe preservare. Si deve allora giungere - ed è questo l'obiettivo della riforma - a discipline organiche, entro le quali sia possibile individuare principi chiari, che possano offrire agli interpreti, anche di fronte a fenomeni nuovi, la possibilità di ricavare la norma da applicare al caso concreto, in modo che non sia necessario rincorrere in continuazione i fenomeni economici, ma sia possibile, per l'appunto, da principi chiari, entro leggi omogenee e con una propria coerenza interna, ricavare quelle regole che consentano agli interpreti di intervenire, anche a fronte delle modifiche repentine della società e dell'economia.

Questo è, quindi, il grande obiettivo che va assegnato alla riforma organica della disciplina della crisi di impresa, parte nevralgica e delicata del nostro sistema giuridico, proprio perché interessa il sistema economico, nel momento in cui affronta le situazioni di difficoltà.

Il disegno di legge delega al nostro esame si pone però un secondo obiettivo: quello di cercare un nuovo equilibrio, più corretto, tra gli interessi, spesso contrapposti, presenti nella disciplina delle crisi di impresa e delle procedure concorsuali. Sappiamo infatti che in tale disciplina è presente l'interesse dei creditori, che, ovviamente, hanno diritto alla soddisfazione, nel maggior importo possibile, delle loro ragioni di credito e in tempi più veloci possibili. È inoltre presente l'interesse della società, dell'impresa in stato di crisi, che riguarda l'impresa in sé, ma anche il tessuto economico complessivo generale, che è interessato a non disperdere i valori rappresentati da quell'impresa, primo fra tutti quello occupazionale.

È anche presente l'interesse delle imprese sane ad evitare che il prolungarsi della crisi di imprese in stato di decozione, che rimangono sul mercato, alteri il funzionamento del mercato a danno delle imprese che, invece, lavorano senza condizioni di crisi. Se, infatti, lasciamo sul mercato troppo a lungo imprese che, invece, sono in condizione di pre-insolvenza o, comunque, di crisi conclamata, rischiamo di alterare anche il meccanismo di funzionamento del mercato.

La legge fallimentare, come è stato detto, negli ultimi dieci anni ha subito diversi rimaneggiamenti, ma i ripetuti interventi normativi, motivati il più delle volte dal dissesto di singole imprese e quindi da necessità occasionali, erano non sempre connotati dal requisito dell'urgenza, per cui è diventato sempre più necessario intervenire con una disciplina che portasse una razionalizzazione del sistema delle procedure.

Il provvedimento di cui oggi discutiamo è innovativo sotto diversi profili e ruota attorno ad alcuni principi cardine che sono riassumibili nei seguenti punti: la centralità del fenomeno dell'insolvenza anche nella sua accezione di crisi rispetto alla qualificazione soggettiva del debitore, consentendo in tal modo a tutti i debitori di poter accedere agli istituti finalizzati alla sistemazione dei debiti; gestione della crisi e dell'insolvenza del gruppo; prevenzione dell'insolvenza sin dai primi segnali di crisi nell'ottica della conservazione dei valori aziendali; responsabilizzazione degli organi di governance e dell'imprenditore; residualità della liquidazione, intesa come ultimo strumento per comporre la crisi; sostituzione del termine «fallimento» con quello di «insolvenza».

Con questo provvedimento sono state introdotte soluzioni che, fino ad oggi, erano sconosciute nel nostro ordinamento. Una delle novità più rilevanti della riforma è l'introduzione delle procedure di allerta e di composizione assistita della crisi, che assolvono all'importante funzione di far emergere in maniera tempestiva lo stato di crisi di chi non sia in grado di adempiere alle proprie obbligazioni. Nell'ottica di incentivare l'emersione anticipata dalla crisi e, dunque, il momento in cui si riscontra la probabilità di futura insolvenza, l'articolo 4 delega il Governo ad introdurre le procedure di allerta e di composizione assistita della crisi, quale strumento stragiudiziale e confidenziale di sostegno alle imprese, diretto a una rapida analisi delle cause del malessere economico e finanziario dell'impresa, destinato a sfociare in un servizio di composizione assistita della crisi.

Questa procedura rappresenta un momento di rafforzamento delle possibilità di successo di un programmato e strutturato percorso di risanamento; un percorso che l'impresa, specie se di piccole dimensioni, in tempi che non devono essere lunghissimi, dovrebbe intraprendere facendosi affiancare da soggetti professionisti del settore con esperienza e provata professionalità. Non solo, ma è fondamentale che, in questo quadro, anche la magistratura sia in grado di espletare in maniera esaustiva il proprio ruolo, data anche la natura chiaramente specialistica delle competenze giuridiche in ambito di procedure concorsuali.

Si prevede, inoltre, il coinvolgimento di molti enti pubblici, come gli enti di riscossione e di previdenza che diventano parte attiva nel monitorare in modo costruttivo l'andamento economico-finanziario dell'imprenditore. È fondamentale che siano portati alla luce tempestivamente comportamenti che, a lungo andare, si rivelerebbero estremamente dannosi per l'azienda, anche per impedire che - con il tempo - l'impossibilità di far fronte, da parte dell'azienda, alle proprie obbligazioni, abbia un effetto domino su tutti gli altri soggetti con i quali essa opera, a cominciare dai creditori e proseguendo naturalmente con i lavoratori e con tutte quelle imprese che fanno da satellite alle imprese in crisi.

Ma l'innovazione non si ferma alla fase preventiva di allerta, finalizzata all'emersione precoce della crisi d'impresa e alla sua risoluzione assistita, come ricordava poc'anzi anche il senatore Falanga. Anche il vocabolario cambia, perché nessuno potrà essere più apostrofato come «fallito» e scomparirà anche la parola «fallimento» e la relativa procedura, che verrà sostituita dal termine «liquidazione giudiziale». Si semplificano le regole processuali, prevedendo l'unicità della procedura destinata all'esame di tutte le situazioni di crisi e di insolvenza; si individua il tribunale competente in relazione alle dimensioni e alla tipologia delle procedure concorsuali, assegnando le procedure di maggiori dimensioni al tribunale delle imprese (sezione specializzata a livello del distretto di corte d'appello).

Consentitemi un commento, per così dire, fuori argomento: lo sforzo di specializzazione, cioè di risposta competente e veloce al problema, deve essere compiuto proprio da tutto il mondo della giustizia e della giurisdizione. Lo sforzo è stato chiesto all'avvocatura, ma uguale necessità deve essere anche a carico della magistratura; e spesso tale sforzo non viene fatto.

Come dicevo, si elimina la procedura fallimentare sostituendola con quella della liquidazione giudiziale. Cambia dunque anche la procedura, con l'eliminazione di quella fallimentare e con il curatore che diventa il "dominus" di quella nuova con poteri rafforzati e il possibile sbocco di un concordato di natura liquidatoria. In sede di chiusura della procedura di liquidazione, al curatore potrà, inoltre, essere affidata la fase di riparto dell'attivo tra i creditori, fatta salva la possibilità degli interessati di proporre opposizione.

Dovrà, inoltre, essere data priorità alla trattazione delle proposte che assicurino la continuità aziendale, considerando la liquidazione giudiziale come ultima ratio. Rivisitata anche la disciplina dei privilegi, ritenuta ormai obsoleta, e previsto un sistema di garanzie mobiliari non possessorie.

Nella delega si facilita l'accesso ai piani di risanamento e agli accordi di ristrutturazione del debito; si rivisita, sulla base delle prassi verificate e delle criticità emerse, la normativa sul concordato preventivo, considerato ad oggi lo strumento più funzionale tra quelli vigenti; si elimina come procedura concorsuale la liquidazione coatta amministrativa, che residua unicamente come possibile sbocco dei procedimenti amministrativi volti all'accertamento e alla sanzione delle gravi irregolarità gestionali dell'impresa; si prevede una esdebitazione di diritto per le insolvenze di minori dimensioni; si modifica la normativa sulle crisi da sovraindebitamento; colmando una lacuna dell'attuale legge fallimentare, si introduce, infine, una specifica disciplina di crisi e insolvenza dei gruppi di imprese.

Concludo, auspicando che, grazie al lavoro comune di Governo e Parlamento, e ringrazio qui ancora una volta i colleghi senatori che hanno privilegiato la rapida approvazione alla propria legittima aspirazione a migliorare il testo, si possa licenziare un testo che finalmente porti chiarezza e omogeneità nella disciplina fallimentare, un testo in cui non ritroviamo più la parola fallimento, che fa tanta paura, ma che fornisca a tutti gli attori che gravitano intorno ad un'impresa validi strumenti per superare il momento di difficoltà e continuare ad essere protagonisti nel mondo imprenditoriale e volano per l'economia del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lucidi. Ne ha facoltà.

LUCIDI (M5S). Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, mi rivolgo alla senatrice Filippin per dirle che io capisco come a voi ex bersaniani, poi neorenziani e vedremo ora cosa uscirà dalle prossime... (Commenti del senatore Buemi e dal Gruppo PD).

Stai calmo, Buemi! Vai un attimo al bar! Ti prendi una valeriana e ti calmi un attimo! (Commenti dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Colleghi, cerchiamo di stare tranquilli. Senatore Buemi, lasci parlare il senatore Lucidi, che invito comunque, nel suo intervento, a non attaccare direttamente colleghi appena intervenuti.

LUCIDI (M5S). Signora Presidente, dicevo appunto alla senatrice Filippin: voi, che siete abituati a cambiare nome e anche colori (per cui un'auto verde della Forestale diventa un'auto dei Carabinieri), anche in questo caso ci avete un po' messo lo zampino, perché, su uno stile derivante da un approccio molto globalizzato, che è molto vicino a quello del vostro ministro Calenda, abbiamo usato un po' un metodo cinese.

Credo che quasi tutti sappiamo, infatti, che nella lingua cinese la parola crisi non esiste, quindi l'ideogramma che i nostri amici cinesi usano per identificare la crisi in realtà, significa nuove opportunità. Quindi, secondo lei noi stiamo facendo questo. Però, alla base delle amministrazioni straordinarie, dei concordati fallimentari, delle liquidazioni, ci sono delle persone e ci sono delle famiglie. E io non credo che a queste famiglie e a queste persone basti semplicemente cambiare il nome a quello che sta avvenendo per poter portare un'onda di ottimismo. E perché dico questo? Lo dico perché il Ministero dello sviluppo economico, che non è qui presente come titolare del provvedimento, ma ci sta dentro con tutte le scarpe, ha un ruolo fondamentale nella gestione delle amministrazioni delle crisi di impresa. (Commenti del senatore Manconi.).

Un punto fondamentale, che ormai non attiene più al provvedimento, è il fatto che è stata sottratta al controllo parlamentare la gestione dell'amministrazione straordinaria e ciò si inserisce nel solco di quelle azioni tese a rendere quanto più autoritario possibile il Governo rispetto alla nostra funzione parlamentare.

Le amministrazioni delle crisi d'impresa, le liquidazioni e i concordati fallimentari gravano non soltanto sui cittadini, ma direttamente sulle imprese. Citiamo qualche dato: il caso Mediobanca è costato a noi cittadini 4 miliardi. L'amministrazione della Parmalat, con Enrico Bondi e il suo staff, ci è costata 32 milioni di euro. Guarda caso, proprio in questo provvedimento si inserisce una norma, quella che poi è stata varata con decreto ministeriale dal ministro Calenda, per nominare una commissione di esperti che scelga i suoi commissari. Tra i tre esperti c'è il già citato Enrico Bondi.

In questo alveo si inserisce il tema dei concordati fallimentari e dei compensi d'oro dei commissari e dei consulenti. Non sto qui a riprendere tutto il discorso e le polemiche, anche di natura giudiziaria, che si sono scatenate per i tribunali fallimentari. Cito su tutti un caso importante che è stato gestito dal Ministero, motivo per il quale era inserita nel provvedimento la norma per la riappropriazione da parte del Parlamento della gestione di determinate crisi. La mia terra è stata colpita dalla crisi del gruppo ex Novelli, che è stata poi gestita dal Ministero. Il Ministero ha un suo tavolo di gestione delle crisi d'impresa denominato UGV (Unità per la gestione delle vertenze delle imprese in crisi), con oltre 120 tavoli aperti per aziende con oltre 500 dipendenti. Ebbene, proprio in quel tavolo è avvenuta la cessione dell'azienda a un nuovo soggetto e sono state fornite garanzie di continuità lavorativa, aziendale e altre prospettive. Quelle garanzie, fornite con il beneplacito del Ministero riunito a quel tavolo e con la partecipazione delle Regioni e dei Comuni afferenti a quel territorio, sono state completamente disattese. Il risultato - che si inserisce in un elenco tristemente più lungo di fallimenti - è che, a dispetto di quelle prospettive, fornite circa dieci mesi fa, si è arrivati addirittura al pre-fallimento di due aziende. Questo per accendere un ulteriore faro su questo mondo.

L'altro tema che vorrei portare alla vostra attenzione in discussione generale, colleghi, è quello delle sedi specializzate, ma deve essere analizzato facendo riferimento all'iter che ha portato al riordino della geografia giudiziaria dei nostri tribunali. È chiaro infatti che tale questione si inserisce in un percorso avviato alcuni anni fa. Chiedere la specializzazione in una disciplina come il diritto fallimentare e, soprattutto, secondo criteri che consentirebbero solo a poche città di disporre di una sezione specializzata nel diritto fallimentare (stiamo parlando di circa otto magistrati e sono pochi i tribunali che possono permettersi una specializzazione di questo tipo), significa ancora una volta allontanare ulteriormente la giustizia non dal cittadino questa volta, ma dal mondo delle imprese, svincolandolo dal suo radicamento nel territorio. Credo che invece sia fondamentale che determinate questioni possano essere accessibili perché, lo ripeto, se riduciamo il numero delle sezioni fallimentari in modo così drastico, stiamo coinvolgendo anche le imprese, i cittadini e i lavoratori che, molto spesso, diventano creditori e quindi sono parte attiva nei contenziosi e negli altri procedimenti. L'accorpamento potrebbe sembrare apparentemente uno snellimento e una ottimizzazione, ma tutto questo va scapito del cittadino e delle imprese che dovranno rivolgersi a sezioni specializzate che molto probabilmente si troveranno lontano da quelle che dovrebbero essere le loro sedi naturali.

Per questi motivi con un ordine del giorno abbiamo chiesto di ripensare questo provvedimento e di prevedere, in futuro, che la norma al nostro esame possa essere in qualche modo "glissata" per un motivo fondamentale. Infatti questo nuovo passaggio (che, lo ripeto, non deve essere considerato come svincolato e come un provvedimento a sé stante), si inserisce nell'alveo di quella riforma della geografia giudiziaria che è iniziata con la chiusura di un numero elevato di tribunali e che ha colpito tutti i nostri territori. Chiunque di noi, infatti, è stato intercettato da questo problema, perché ognuno di noi ha un suo territorio che vuole ovviamente, giustamente e legittimamente tutelare.

È chiaro che il provvedimento al nostro esame darà un duro colpo a tutti i tribunali rimasti in vita con grande dignità, quindi lo riteniamo sbagliato quando chiede l'accorpamento di tutte le sezioni fallimentari. Allo stesso tempo, però, chiediamo che vi sia un'apertura, ad esempio per quanto avviene già nel settore agrario, con sezioni che siano magari non specializzate e non composte soltanto da magistrati ma che abbiano competenze specifiche ed aperte anche a consulenze e quant'altro.

Per quanto riguarda la specializzazione, tale questione non è relativa solo al numero di magistrati che la sezione può mettere o no a disposizione. Infatti, a tale proposito, si sta commettendo lo stesso errore compiuto quando è stato approvato il riordino della geografia giudiziaria: stiamo, cioè, prescindendo dal bacino di utenza del tribunale stesso. Se non inseriamo un criterio numerico relativo al bacino della geografia giudiziaria di un determinato tribunale, non facciamo un lavoro completo. Infatti molti tribunali che sono già stati penalizzati, sono stati accorpati, non sono stati forniti di sufficienti risorse in termini di cancelleria ma soprattutto di magistrati, hanno ereditato un bacino di utenza molto grande. A mio parere, quindi, questo è un altro criterio che avremmo dovuto considerare in questo provvedimento. Non basta, quindi, soltanto un criterio oggettivo sugli attori fondamentali della sezione fallimentare, ma serve considerare anche il bacino di utenza. (Applausi dal Gruppo M5S).