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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 891 del 05/10/2017


Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

DE POLI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

da fonti di stampa si apprende che il centro servizi del casello autostradale di Desenzano del Garda (Brescia) rischia la chiusura: infatti la multinazionale spagnola Abertis, in seguito all'acquisto di A4 Holding (che controlla anche la Brescia-Padova), ha annunciato la volontà di chiudere i centri servizi di Padova ovest, Thiene, Vicenza ovest e Desenzano a partire dal 2018, a seguito della definizione del piano di ridimensionamento delle strutture di servizio operata da Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova SpA;

risulta, inoltre, che il Consiglio comunale di Desenzano si è espresso contro un simile progetto evidenziando l'utilità del centro in un'ottica di servizi ai turisti ed alla popolazione locale;

anche l'assessore per lo sviluppo economico della Regione Lombardia, Mauro Parolini, ha indirizzato, nei giorni scorsi, una lettera al presidente del consiglio di amministrazione della A4 Holding Carlos del Rio per evitare la chiusura del centro servizi, nella quale rileva che tale decisione "priverebbe il territorio bresciano dell'unico punto di relazione diretta con l'autostrada, privandolo anche di un importante punto di riferimento per il turismo gardesano, che negli ultimi anni ha fatto registrare una costante crescita di arrivi e presenze";

la proposta sarebbe quella di non chiudere il centro, bensì di valutare, assieme ai vertici della società, possibili collaborazioni con la Regione Lombardia per rilanciare le funzioni del centro, integrandole con un servizio di accoglienza e informazione turistica;

nonostante il presidente del Rio abbia replicato che non vi sarebbe alcuna decisione definitiva sulla chiusura del centro servizi, tutte le istituzioni della provincia di Brescia, il sindaco di Desenzano e quelli dei comuni rivieraschi, con i presidenti degli enti e dei principali protagonisti del sistema che si occupano di promozione del Benaco, dovranno essere debitamente informati in modo che la difesa e la valorizzazione di questo punto di accesso strategico ad una delle aree turistiche più importanti d'Italia siano condivisi e abbiano maggiore efficacia;

la decisione del ridimensionamento nel numero dei centri servizi, in particolare quello di Desenzano, metterebbe in seria difficoltà un cospicuo numero dei lavoratori addetti e delle loro famiglie, la popolazione locale, quella in transito ed il turismo di un'area che sta vedendo una progressiva crescita delle presenze: le imprese turistiche del territorio, con il relativo indotto, anche in termini occupazionali, ne sarebbero danneggiate, e tutto questo non può accadere,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno esaminare la questione nelle sedi adeguate.

(4-08177)

CONSIGLIO, CENTINAIO - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

secondo quanto riportato da un articolo apparso sul quotidiano "La Verità" del 28 settembre 2017, vi sarebbe un "buco" da 40 milioni di euro per lo Stato a causa del gratuito patrocinio concesso agli immigrati irregolari nei procedimenti civili avverso i dinieghi delle commissioni territoriali successivamente all'esame delle istanze di protezione internazionale;

difatti, mentre nei precedenti anni, precisamente nel 2014 e nel 2015, la spesa per garantire il patrocinio gratuito ammontava a circa 175 milioni di euro, nel 2016 la stessa avrebbe avuto una decisa impennata, raggiungendo la cifra di ben 214 milioni di euro, in realtà 271 comprensivi di Iva e contributi versati alla cassa forense;

nella relazione sullo stato delle spese di giustizia, riferita al 2016 e al primo semestre del 2017, presentata al Parlamento a luglio, il Ministro in indirizzo imputava la maggior spesa al fatto che "dal maggio 2015 è stato aumentato il limite di reddito al di sotto del quale si può ottenere l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato (…) con la conseguenza che l'ammissione di un maggior numero di soggetti al beneficio determina un maggiore onere";

tuttavia, secondo i dati riportati nell'articolo, tale incremento non sarebbe tanto da imputare all'allargamento della platea dei beneficiari quanto piuttosto all'incremento esponenziale degli immigrati che ricorrono a tale istituto per impugnare i dinieghi delle commissioni territoriali esaminatrici delle domande di protezione internazionale;

difatti, nell'ultimo quinquennio sarebbero quasi 118.000 i sedicenti profughi che si son visti respingere la richiesta di protezione internazionale e già dal 2012 si sarebbe registrato un aumento dei ricorsi, anche per il fatto che i tribunali civili sono più propensi, rispetto alle commissioni, a concedere un permesso per motivi umanitari anche a chi non ne avrebbe titolo e sia perché, nelle more del giudizio, l'immigrato irregolare ha diritto a permanere sul nostro territorio con relativa assistenza sanitaria;

considerando che "un processo in sede civile, per valutare il diritto di un sedicente profugo a ottenere un visto di soggiorno, comporta una parcella sui 900-1.000 euro per il difensore", i 100.000 casi degli ultimi 5 anni "corrisponderebbero ad esborso per l'erario di circa 100 milioni in avvocati d'ufficio" solo per il primo grado, aumentando con il giudizio d'appello, per il quale la parcella dell'avvocato d'ufficio "sale intorno ai 1.200 euro";

nella medesima relazione, peraltro, si indica una spesa presunta, su base previsionale, di circa 540 milioni di euro per il 2017, evidenziando che "la spesa di giustizia è in se una spesa piuttosto variabile, condizionata dal numero di processi dalla celerità con cui vengono effettuate le liquidazioni giudiziarie, nonché da parametri reddituali (come nel caso del patrocinio a spese dello Stato)", con la conseguenza che non è possibile prevedere, con precisione, quella che potrà essere la spesa che verrà sostenuta in un dato anno;

conseguente all'oggettiva impossibilità di quantificare le "spesa di giustizia" e all'aumento esponenziale delle domande di protezione internazionale presentate già nell'anno in corso (102.688, con un aumento del 31,12 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016) e ai rigetti (52 per cento) e, di conseguenza, degli immigrati che ricorrono al gratuito patrocinio, si determina il rischio evidente di una crescita esponenziale ed incontrollata di tale spesa, in mancanza di misure di contenimento;

l'ampliamento della platea dei beneficiari del gratuito patrocinio avrebbe dovuto interessare i cittadini italiani più bisognosi e magari vittime della cattiva giustizia e non già invece una tassa per i contribuenti a beneficio di immigrati non aventi diritto ad alcuna forma di protezione internazionale,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo confermi le cifre riportate, in merito al numero di immigrati irregolari che hanno usufruito del gratuito patrocinio negli ultimi anni ed allo scostamento di 40 milioni di euro rispetto alla spesa previsionale;

se e quali urgenti iniziative intenda adottare per scongiurare il rischio di un incremento abnorme delle "spese di giustizia" correlato al gratuito patrocinio usufruito dagli immigrati che ricorrono avverso le decisioni delle commissioni territoriali, al fine di garantire ai cittadini italiani più bisognosi e magari vittime della cattiva giustizia il ricorso a tale istituto;

se non ritenga opportuno escludere e, nel frattempo, limitare i ricorsi promossi dagli immigrati contro il diniego di una forma di protezione dal beneficio del patrocinio a spese dello Stato.

(4-08178)

DI MAGGIO - Al Ministro della giustizia - Premesso che, sulla base degli elementi informativi acquisiti dall'interrogante:

secondo quanto riportato dagli organi di stampa, il sostituto procuratore generale di Napoli Ugo Ricciardi è stato accusato di grave negligenza dal Consiglio superiore della magistratura nella gestione di due fascicoli riguardanti la demolizione di immobili abusivi siti a Giugliano (Napoli);

il dottor Ricciardi è altresì accusato di "grave scorrettezza" nei confronti dell'avvocato generale, Antonio Gialanella, che aveva chiesto lumi circa i due fascicoli;

le accuse riguardano i decreti di liquidazione emanati in favore dei consulenti tecnici incaricati dalla Procura di procedere alle demolizioni. Nel dettaglio, secondo quanto riportato dai media, le ditte incaricate di procedere ai lavori di demolizione non sarebbero state le medesime effettivamente presenti presso i cantieri;

altro episodio simile si è verificato a Castel Volturno (Caserta), dove il consulente tecnico nominato dal procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Sergio Occhionero, avrebbe stimato il costo dell'abbattimento di un manufatto abusivo in 89.326,38 euro, a fronte dei 25.000 euro preventivati, invece, dall'ufficio abusivismo del Comune;

nel medesimo comune di Castel Volturno, per l'abbattimento di una seconda opera abusiva, il preventivo redatto dal consulente tecnico della Procura supererebbe il milione di euro, una cifra considerata dall'amministrazione comunale spropositata rispetto ai valori di mercato, nonché incompatibile con le casse dell'ente,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia al corrente dei fatti esposti e come li valuti;

se, al fine di dissipare ogni dubbio relativo alla condotta dei magistrati impegnati nell'esecuzione delle citate sentenze di abbattimento di manufatti abusivi, intenda attivare i propri poteri ispettivi previsti dall'ordinamento presso le rispettive Procure.

(4-08179)

Elena FERRARA, AMATI, ANGIONI, BORIOLI, BROGLIA, CAPACCHIONE, CARDINALI, CHITI, CIRINNA', D'ADDA, DALLA ZUANNA, FABBRI, FASIOLO, FILIPPIN, FISSORE, IDEM, LAI, LO GIUDICE, MANASSERO, MARTINI, MATTESINI, MICHELONI, MOSCARDELLI, MUCCHETTI, PEZZOPANE, PUGLISI, SANGALLI, SILVESTRO, Stefano ESPOSITO, TOCCI, VACCARI, VALENTINI, ZANONI, FAVERO - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

nella notte tra il 14 e il 15 agosto 2017, nei comuni di Trecate e a Sillavengo (Novara), in seguito alla lettera inviata dal sindaco di Trecate alla popolazione con la quale esortava ad evitare di concludere accordi finalizzati all'accoglienza di migranti, si registrava un'iniziativa dei militanti del movimento "CasaPound" con l'esposizione di uno striscione contenente la scritta "Refugees not welcome" ("I rifugiati non sono benvenuti");

a Novara il capogruppo consiliare di maggioranza (Lega Nord) ha presentato una mozione (n. 241) affinché l'amministrazione comunale si doti di un provvedimento volto ad attivare procedure preventive di controllo su privati e cooperative che intendano ospitare richiedenti asilo: proprietari o conduttori di beni immobili sarebbero obbligati a comunicare preventivamente all'amministrazione la partecipazione a bandi finalizzati all'ospitalità e alla gestione di richiedenti asilo. Lo stesso provvedimento contiene sanzioni in caso di mancata comunicazione;

i Comuni di Grignasco e Momo, sempre in provincia di Novara, hanno predisposto delle ordinanze che obbligano i privati, le cooperative o varie organizzazioni che partecipano ai bandi della Prefettura per dislocare sul territorio i richiedenti asilo a informare preventivamente e tempestivamente l'amministrazione comunale delle proprie intenzioni, pena una denuncia all'autorità giudiziaria e una sanzione pecuniaria;

la Giunta del Comune di San Germano vercellese, in data 9 agosto 2017, ha adottato una delibera denominata "Tutela del territorio sangermanese dall'invasione, immigrazione delle popolazioni africane e non solo", che accusa il principio della distribuzione diffusa dei migranti sul territorio, allude al fatto che le associazioni che si occupano dell'accoglienza dei migranti siano dedite al malaffare e rifiuta il piano di accoglienza presentato dalla Prefettura, non riconoscendo le legittime scelte portate avanti dal Governo;

considerato che:

le procedure e le modalità di accoglienza sono regolate dalla normativa nazionale e da appositi accordi tra enti locali e Ministero dell'interno;

tali procedure prevedono norme per l'accoglienza volte a tutelare sia la permanenza sul territorio nazionale dei migranti, sia la salute e l'incolumità dei cittadini residenti;

Trecate conta 20.399 abitanti (dato al 31 dicembre 2016) e il Ministero ha stabilito una quota di 2,5 migranti ogni 1.000 abitanti e quindi è prevedibile vi siano nuovi arrivi, oltre al fatto che i 22 migranti al momento presenti rappresentano lo 0,11 per cento della popolazione;

nel caso di specie, le procedure per l'accoglienza dei migranti sono state rispettate interamente dagli organi preposti sul territorio,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per far fronte alla grave situazione e se non ritenga di dover intervenire, in base alle proprie attribuzioni, per sollecitare un intervento normativo in via d'urgenza volto ad enucleare una possibile soluzione rispetto alle delibere degli enti locali in totale contrasto rispetto alla normativa nazionale sulla questione migranti, senza che sia necessario procedere in sede di impugnazione davanti al giudice amministrativo con i seguenti oneri economici e lungaggini processuali;

come intenda tutelare l'azione degli organi preposti alla gestione delle politiche per l'accoglienza dei richiedenti asilo, assicurandone il buon esito.

(4-08180)

GIARRUSSO, MORRA, DONNO, PUGLIA, SANTANGELO - Al Ministro dell'interno -

(4-08181)

(Già 3-03743)

VOLPI - Ai Ministri della salute e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

a oltre 20 anni dall'avvio delle attività estrattive in val d'Agri, nella provincia di Potenza, arriva finalmente il primo studio di impatto sanitario realizzato sugli abitanti della valle, con particolare riferimento ai due comuni maggiormente interessati dal polo estrattivo, Viggiano e Grumento. Nel 2009 è stata istituita una commissione per la valutazione di impatto sulla salute (VIS), una decisione presa per rispondere alle preoccupazioni e al bisogno di una corretta informazione sui rischi ambientali e sanitari delle comunità locali;

nel centro oli Val d'Agri dell'ENI il greggio subisce una prima lavorazione per togliere le impurità presenti e in particolare lo zolfo. Il COVA emette sostanze tra cui i composti organici volatili, anidride solforosa, idrogeno solforato, ossidi di azoto e polveri sottili i cui effetti negativi sulla salute sono ben documentati. Nel 2014 è iniziato il programma di ricerca, frutto del lavoro di un team di circa 30 ricercatori e della collaborazione di 3 istituti CNR, dell'università di Bari e del dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio, che si è concluso ed è stato reso pubblico a settembre 2017;

i media locali riportano le indiscrezioni emerse circa le risultanze dello studio, che, se confermate, avvalorerebbero le preoccupazioni più volte espresse negli anni dalla cittadinanza. Dalla VIS emerge che, nei due comuni, la mortalità e i ricoveri ospedalieri tra il 2000 e il 2014 sono superiori alla media regionale. I primi dati trapelati parlano infatti di livelli allarmanti di rischio. Le cause di decesso e di ricovero per neoplasie maligne, malattie cardiocircolatorie, in particolare ischemiche, e respiratorie, soprattutto fra le donne, risultano significativamente correlabili all'esposizione agli ossidi di azoto. I composti organici volatili presenti intorno all'impianto risultano potenzialmente dannosi per l'uomo e le sostanze inquinanti emesse dai camini si diffondono fino a molti chilometri andando ad impattare sui comuni limitrofi. Il polo petrolifero lucano rappresenta un esempio paradigmatico di come una risorsa naturale strategica possa divenire una pericolosa condanna per il territorio;

il fatto che le donne siano più colpite degli uomini appare compatibile con l'origine residenziale e non occupazionale delle esposizioni nocive;

mentre per il suolo nel suo strato più superficiale e per le acque non si sono trovati valori fuori norma, per l'aria si è osservata una differenza significativa tra le concentrazioni di composti organici volatili intorno all'impianto nell'area di Viggiano e le zone più distanti. In particolare, le concentrazioni di benzene non attribuibili al traffico o al riscaldamento domestico sono superiori a quelli, per esempio, dell'area industriale di Taranto. Il che fa riflettere considerando il contesto apparentemente bucolico della val d'Agri dove si trova adagiato il centro oli dell'ENI;

un campione di residenti nell'area più vicina al centro olio sono stati sottoposti a test con spirometro e a un questionario che ha indagato anche percezione locale del rischio e i bisogni informativi. È emerso che chi abita più vicino al COVA ha maggiori probabilità di soffrire di sintomi respiratori come bruciori agli occhi, tosse e asma. La maggior parte degli intervistati ritiene che il centro oli rappresenti un rischio per la salute ed ha espresso una marcata preoccupazione sui rischi connessi alla prossimità dell'impianto, nonché un livello di fiducia medio-basso nei confronti di attori istituzionali, media locali ed associazioni,

si chiede di sapere:

se non sia necessario, così come suggerito dalla VIS, migliorare il monitoraggio ambientale delle emissioni dannose attuando standard di protezione della salute basati sulle conoscenze scientifiche più avanzate e sofisticate, che spesso suggeriscono un approccio di precauzione più severo rispetto a quello basato semplicemente sui limiti di legge, peraltro non esistenti per tutte le sostanze emesse;

se si intenda proseguire lo studio della situazione ambientale e sanitaria della popolazione nell'area con attività di costante sorveglianza;

se si intenda promuovere e sviluppare attività permanenti di informazione, comunicazione e formazione su ambiente e salute, coinvolgendo tutti i portatori d'interesse.

(4-08182)

CASTALDI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che, per quanto risulta all'interrogante:

"Area 51", associazione sportiva dilettantistica fondata nel 2006, è titolare di un centro wellness con sede, in contrada Malverno, a Orsogna in provincia di Chieti, è regolarmente registrata presso l'albo delle associazioni riconosciute dal CONI, essendo affiliata al CSEN (Centro sportivo educativo nazionale);

il 5 marzo 2009 la Guardia di finanza della tenenza di Ortona ha effettuato una verifica fiscale presso la palestra di Area 51, volto al controllo dell'adempimento delle disposizioni contemplate dalla normativa fiscale vigente ai sensi e per gli effetti degli artt. 52 e 63 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, art. 33 del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, art. 2 del decreto legislativo n. 68 del 2001, nonché della legge n. 4 del 1929, con particolare riferimento all'evasione fiscale perpetrata da enti "non lucrativi" ovvero dalle associazioni sportive dilettantistiche;

la Guardia di finanza di Chieti, a giudizio dell'interrogante sulla base di dati lacunosi e del tutto arbitrari, ha desunto lo scopo di lucro di Area 51 stendendo specifico verbale (redatto su un modello prestampato e con data errata) del 2 ottobre 2009; verbale del quale Area 51 l'annullamento al Garante del contribuente de L'Aquila e alla Direzione provinciale dell'Agenzia delle entrate di Ortona con la motivazione, tra le altre, di assenza nella redazione del verbale sia del legale rappresentante che del vice; nel processo verbale di constatazione n. 360 del 2 ottobre 2009, tra l'altro, viene spesso evidenziato il "pensiero" e il "giudizio" degli ispettori, contrariamente alle norme che disciplinano tali azioni;

la verifica è stata effettuata nei confronti di un campione di soci dell'associazione intervistati dai verificatori senza allegare i verbali al verbale di constatazione, non consentendo di conoscere, quindi, quanto grande sia questo campione preso a rappresentatività dell'azione investigativa o accertatrice, né quali siano state le dichiarazioni rese; né risulta traccia di atti ufficiali di convocazione come previsto dall'art. 51, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 che prevede la raccomandata con avviso di ricevimento. La Guardia di finanza ha poi tenuto conto soltanto dei ricavi e non delle spese dell'associazione procedendo, tra l'altro, ad una quantificazione dei suddetti ricavi oltremodo esagerata;

conseguentemente, ad Area 51 è stato notificato un avviso di accertamento relativamente all'anno impositivo 2006, avviso impugnato il 30 maggio 2011 presso la commissione tributaria di Chieti; impugnazione dove viene messa in evidenza l'assoluta mancanza di prove circa lo scopo di lucro dell'associazione;

a seguito del giudizio di primo grado definito con sentenza del 5 dicembre 2011 di rigetto del ricorso e conferma dell'atto impugnato, Area 51 ha appellato la sentenza con impugnazione avanti la commissione tributaria regionale de L'Aquila, sezione distaccata di Pescara;

nelle more del giudizio di appello, Area 51 ha sottoscritto in data 27 settembre 2012 anche l'atto di accertamento con adesione relativamente agli anni d'imposta 2007, 2008 e 2009;

con sentenza n. 195 del 28 febbraio 2013, depositata in segreteria in data 27 marzo 2013, la commissione tributaria regionale, IX Sezione, ha ritenuto legittime le motivazioni addotte nel ricorso di Area 51, accogliendo e annullando il verbale redatto dalla Guardia di finanza su cui si basava la pretesa impositiva dell'Agenzia delle entrate e nel contempo ha ritenuto l'Area 51 soggetto senza scopo di lucro e, dunque, non tenuto ad alcuna imposizione fiscale (IRAP) annullando la sentenza di primo grado;

infatti, dopo avere evidenziato che nel processo verbale di constatazione non vi è traccia dei questionari e delle dichiarazione dei soci, che non è stato specificato il numero dei soci presi a campione al fine di valutarne l'attendibilità e che non sono state fornite le motivazioni per le quali i risultati della verifica effettuata dai militari non sia stata portata a conoscenza di Area 51 nel rispetto del principio di difesa, la commissione ha definito anche che le entrate risultano ininfluenti, difettando la prova che gli associati siano in realtà soci di un ente commerciale;

in ragione del buon esito conseguito con la sentenza di appello, in data 25 luglio 2013, Area 51 ha presentato istanza di annullamento in autotutela relativamente agli avvisi di accertamento per gli anni 2007-2009 nel frattempo notificati con consequenziale provvedimento di sgravio e la disapplicazione dell'accertamento con adesione con rinuncia da parte dell'istante al rimborso delle rate già pagate e la disapplicazione dell'accertamento con adesione del 27 settembre 2012;

nel dicembre 2013, Area 51 ha presentato altra istanza in autotutela presso l'Agenzia delle entrate provinciale di Chieti e la direzione regionale di L'Aquila, mentre l'Agenzia delle entrate di Ortona, nonostante il passaggio in giudicato della sentenza di appello, ha notificato, in data 15 novembre 2013 (a parere dell'interrogante con evidente errore e sperpero di denaro pubblico), ad Area 51 il suo ricorso in Cassazione;

perdurando il silenzio della pubblica amministrazione, Area 51, con atto del 28 aprile 2014 è ricorsa presso la commissione tributaria di Chieti avverso il predetto silenzio-rifiuto lamentando il mancato rispetto dei diritti garantiti nello statuto del contribuente e dei principi di collaborazione, ragionevolezza e buona fede;

in presenza di tale situazione, in data 12 marzo 2014, l'Agenzia delle entrate di Ortona ha notificato all'associazione l'intervenuta iscrizione a ruolo delle cartelle di pagamento per le rate di ammortamento non pagate e derivate dalla sottoscrizione dell'accertamento;

considerato che, a parere dell'interrogante:

gli avvisi di accertamento e le cartelle di pagamento per gli anni 2007-2009, oggetto dell'accordo con adesione, poggiano su presupposto errato, come la sentenza della commissione tributaria regionale, IX Sezione, per cui il consenso prestato dall'Area 51 dimostra, ed è pertanto da ritenersi viziato;

con il passaggio in giudicato della sentenza della Corte di appello, è venuto meno il presupposto per l'imposizione delle imposte non solo dell'anno 2006 ma per quelle relative agli anni 2007-2009, oggetto dell'accordo, anche perché presi in considerazione nel processo verbale di constatazione che è stato annullato;

considerato infine che:

in data 19 novembre 2014 è stato definito il giudizio promosso contro il silenzio-rigetto della pubblica amministrazione: il ricorso è stato respinto e ritenuto infondato in base all'art 2, comma 3, del decreto legislativo n. 218 del 1997, che prevede che l'accertamento con adesione non è modificabile né impugnabile, nonché perfezionato con il pagamento della prima rata;

tutta la situazione è frutto di un errore esclusivo commesso dalla stessa pubblica amministrazione così come riconosciuto nella sentenza n. 195 del 28 febbraio 2013, ovvero l'errata presunzione che Area 51 sia un ente commerciale e non un'associazione senza scopo di lucro,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto esposto;

se intenda avviare un'indagine al fine di verificare come si siano svolti i fatti e, comunque, quali iniziative urgenti intenda adottare al fine di ripristinare una situazione di equilibrio e giustizia;

se ritenga consona e adeguata la condotta dell'Agenzia delle entrate coinvolta in ordine alla necessaria collaborazione prevista dallo statuto del contribuente, nonché ai principi di collaborazione, ragionevolezza e buona fede.

(4-08183)

DE PETRIS - Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

nell'ambito territoriale di caccia (ATC) della Provincia di Avellino è in corso dalla metà del mese di settembre un programma di ripopolamento a scopo venatorio riguardante circa 5.000 starne e 12.000 fagiani, provenienti da allevamento;

la pratica dei ripopolamenti è da lungo tempo oggetto di forti contestazioni sotto il profilo scientifico, per l'inquinamento genetico che può arrecare, sotto il profilo ambientale ed etico, in quanto si basa sull'immissione in natura di animali di allevamento, assai confidenti con l'uomo e generalmente incapaci di adattarsi alle nuove condizioni, dunque facili vittime sia dei fucili che dei predatori;

la pratica dei ripopolamenti è stata spesso contestata anche per il notevole esborso di pubblico denaro che ha comportato; ad esempio, per i ripopolamenti condotti nella provincia di Avellino nel 2017 la spesa ammonterebbe a circa 160.000 euro;

in Campania, tale pratica a fini venatori non è consentita durante la stagione di caccia e dal mese di settembre, come vuole l'art. 37 della legge regionale n. 26 del 2012. Le immissioni possono avvenire nel periodo ricompreso tra il 10 febbraio e il 31 luglio e nelle aziende faunistiche entro il 31 agosto;

l'iniziativa assunta dall'ATC di Avellino in violazione della legge regionale si pone in contrasto anche con il parere espresso dall'ISPRA (organismo nazionale riconosciuto dalla legge quadro e sotto il controllo del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare), che il 28 agosto 2017 ha reso noto un documento particolarmente importante sulla condizione della fauna dopo la devastante stagione di prolungata siccità e di incendi, che ha colpito notevolmente anche la regione Campania;

in tale documento, oltre ad evidenziare un quadro drammatico, non solo per gli effetti di mortalità sulle popolazioni selvatiche, ma anche sulle conseguenze sulle capacità riproduttive degli animali sopravvissuti, l'Istituto ha sottolineato l'inopportunità dei ripopolamenti, anche per la competizione sulle risorse trofiche, sino al ristabilirsi di normali condizioni ambientali, che certamente non possono avvenire in breve tempo, ma sono legate a processi naturali complessi di ricostituzione degli habitat;

con lettera del 29 agosto la ASL veterinaria ha espresso parere contrario alle immissioni volute dall'ATC di Avellino, sottolineando le condizioni di "difficoltà e stress che stanno subendo le specie selvatiche ormai in gravi difficoltà fisiologiche, che possono compromettere in maniera seria il loro stato di salute", vista la "situazione di siccità sconosciuta al nostro territorio".Nel testo si affermava che "le specie da immettere sul territorio sono soggetti che provengono da allevamento, già afflitti da uno stress da adattamento al territorio naturale" e si esprimeva "un vivo monito a procrastinare tale immissione di selvaggina";

con una lettera datata 11 settembre le associazioni venatorie della Campania, ANUU, Arcicaccia, Italcaccia, EPS, rivolgendosi al presidente della Giunta regionale, al consigliere delegato in materia e agli organi di stampa, hanno denunciato l'iniziativa "prontocaccia" dell'ATC di Avellino, richiamando la violazione della legge regionale e delle finalità del piano faunistico venatorio regionale, nonché l'assenza di qualsiasi finalità riconducibile ad una "gestione sostenibile" dell'attività venatoria.Nel testo si ricorda che gli indirizzi regionali sono sempre stati orientati verso l'eliminazione delle immissioni pronta caccia e l'azione dell'ATC viene definita "un gioco";

nella vicenda è intervenuto anche l'ENPA, Ente nazionale protezione animali, con lettere di denuncia agli amministratori regionali, alle autorità sanitarie, alla Prefettura, ai Carabinieri per l'ambiente, al NOE e agli organi di informazione;

nonostante le chiare prescrizioni di legge, i pareri espressi dall'ISPRA e dalla ASL, le prese di posizione contrarie delle associazioni dei cacciatori e dall'ENPA, l'ATC di Avellino ha proceduto ai ripopolamenti, dal 14 settembre in poi, interessando numerosi comuni con migliaia di animali "liberati"; il costo dell'operazione è stato rilevante;

la condotta del presidente e dei vertici dell'ATC si pone in netto contrasto con le responsabilità e le finalità che la legge nazionale di tutela della fauna e regolamentazione della caccia, legge n. 157 del 1992, attribuisce alla figura dell'ATC, organismo che deve "promuovere ed organizzare le attività di ricognizione delle risorse ambientali e della consistenza faunistica", nonché "programmare gli interventi per il miglioramento degli habitat" ed adoperarsi, anche attraverso incentivazioni, affinché i conduttori dei fondi adottino le misure necessarie per permettere la ricostituzione delle popolazioni selvatiche,

si chiede di sapere quali misure di competenza intendano adottare i Ministri in indirizzo nei confronti dei dirigenti dell'ATC di Avellino.

(4-08184)

LUCIDI, PAGLINI, CAPPELLETTI, SANTANGELO, GIARRUSSO, BLUNDO, BOTTICI, COTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per la coesione territoriale e il Mezzogiorno e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

a seguito dei gravi eventi sismici manifestatisi nel centro Italia tra il 2016 e il 2017, il Governo ha adottato il decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 dicembre 2016, n. 229, recante "Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dal sisma del 24 agosto 2016";

il decreto fissa all'articolo 8, comma 4, il termine per la presentazione delle richieste di contributi dovute a inagibilità, da far pervenire ai rispettivi uffici speciali, al 31 luglio 2017, data a seguito della quale non si avrebbe più diritto ai contributi previsti per le strutture dichiarate inagibili;

considerato che in sede emendativa, presso la 5ª Commissione permanente (Programmazione economica, bilancio) del Senato della Repubblica, viene approvato l'emendamento n. 16.0.27 a prima firma della senatrice Bulgarelli alla legge n. 123 del 2017 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 188 del 12 agosto 2017) cosiddetto "Decreto Mezzogiorno", tramite il quale viene prorogato il termine della presentazione delle richieste per i contributi dovuti a inagibilità al 31 dicembre 2017, anziché al 31 luglio 2017;

considerato altresì che:

risulta agli interroganti che alcuni comuni colpiti dagli eventi sismi citati abbiano a tutt'oggi enormi difficoltà legate all'adempimento dei sopralluoghi necessari per verificare le agibilità delle strutture per le quali viene richiesto;

nel Comune di Ascoli Piceno è stata presentata in data del 20 aprile 2017 l'interrogazione n. 22, tramite la quale viene esposto il disagio per i ritardi nei sopralluoghi AEDES (agibilità e danno nell'emergenza sismica) e FAST (fabbricati per l'agibilità sintetica post terremoto) presso gli edifici sia privati che pubblici danneggiati dagli eventi sismici;

al momento della presentazione dell'atto, il Comune di Ascoli Piceno, aveva effettuato 1.750 sopralluoghi FAST e 550 sopralluoghi AEDES, tramite dipendenti comunali e personale della Protezione civile regionale e nazionale, su un totale di 7.000 richieste,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda verificare, nelle aree colpite dagli eventi sismici citati, il rapporto tra la situazione e il numero delle richieste di sopralluoghi AEDES e FAST e il personale impiegato allo scopo, nonché se quest'ultimo sia in numero sufficiente per assolvere a tutte le richieste di sopralluogo entro la data del 31 dicembre 2017;

se intenda, qualora sussistano condizioni di squilibrio tra richieste di sopralluogo e operatori addetti a eseguirli, implementare il personale preposto, anche per evitare l'aggravarsi della situazione in cui versano i cittadini già provati dalla tragedia che li ha colpiti.

(4-08185)

RICCHIUTI, CORSINI, GOTOR, GRANAIOLA - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

la situazione presso il conservatorio Santa Cecilia di Roma (ente sottoposto a vigilanza del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca) è divenuta insostenibile, per diversi motivi, tutti legati alla gestione del direttore, insediatosi nel novembre 2016;

la situazione critica è parsa particolarmente evidente già con il caso del master di II livello in "Interpretazione della Musica Contemporanea" per l'anno accademico 2016-2017, il cui avviso pubblico di ammissione era stato pubblicato l'8 aprile 2016, previa autorizzazione del Ministero;

l'avviso, regolarmente protocollato, prevedeva, all'articolo 4, che le lezioni si sarebbero svolte nell'arco di 2 semestri, con termine iniziale nel mese di novembre 2016;

il calendario delle lezioni successivamente comunicato dal conservatorio, in particolare, fissava l'inizio delle lezioni per la data del 7 novembre 2016 e il termine per la data del 13 ottobre 2017;

gli studenti, già in possesso dei requisiti richiesti e superato l'esame di ammissione, venivano ammessi alla frequenza obbligatoria del master, ma dopo tre sole giornate di lezione, svoltesi il 7, 8 e 9 novembre 2016, in data 10 novembre 2016, venivano a conoscenza del seguente avviso (datato 8 novembre 2016): "si porta a conoscenza di tutti gli interessati (...) che il master di II livello in Interpretazione della Musica Contemporanea per l'A.A. 2015/2016, è sospeso in attesa del perfezionamento di tutte le procedure previste dall'allegato A nota Ministeriale 9 dicembre 2010 prot. n. 7631";

tale nota ministeriale, datata 9 dicembre 2010, richiamata nell'avviso e addotta a motivazione del disposto provvedimento, non poteva certo costituire atto sopravvenuto, tale da legittimare la repentina sospensione del master avviato, in quanto era già stata oggetto di preliminare e propedeutica disamina;

con delibere del consiglio accademico del 13 gennaio 2017 si è avuta l'approvazione di un nuovo piano formativo per il master in "Interpretazione della musica contemporanea" e l'attribuzione delle relative docenze 2016/2017; il tutto mentre gli studenti restavano in attesa della ripresa delle lezioni, per accedere alle quali avevano non solo superato prove di profitto, ma anche speso il danaro occorrente per l'iscrizione e quello per trovare un alloggio;

le predette delibere hanno modificato in modo assai significativo il piano formativo, mutando i docenti originariamente previsti e pubblicizzati, senza l'osservanza della procedura prevista dal regolamento dei corsi di master;

il tutto è altresì avvenuto senza il coinvolgimento del nucleo di valutazione dell'istituzione e del consiglio di corso, organi deputati ai sensi degli articoli 4 e 6 del regolamento dei corsi di master;

nella seduta del consiglio accademico del 13 gennaio 2017, come risulta dal verbale, si è avuto l'abbandono della seduta da parte di alcuni consiglieri e la sollevazione a verbale di una contestazione inerente "alla modalità di presentazione delle candidature nonché al modo in cui sono state valutate - mancanza di un criterio condiviso e supportato da un'adeguata documentazione";

successivamente, gli studenti hanno chiesto di poter assistere allo svolgimento delle assemblee degli organi collegiali di loro interesse, ma tale facoltà è stata loro denegata, in violazione dello statuto del conservatorio, che all'art. 7, comma 3, prevede, in via ordinaria, la pubblicità delle sedute;

a seguito del totale silenzio del conservatorio circa la ripresa delle lezioni, gli studenti hanno inoltrato via PEC la comunicazione della risoluzione del contratto di adesione al master per inadempimento e la richiesta di rimborso dell'importo versato per l'iscrizione alle lezioni;

solo in data 7 febbraio 2017 il direttore Roberto Giuliani inviava agli studenti comunicazione email dal proprio account personale, asserendo di aver mantenuto le promesse, regolarizzando il piano di studi del master. Il direttore comunicava, altresì, che le lezioni sarebbero riprese il 13 febbraio 2017, data in cui gli studenti sarebbero stati informati del nuovo corpo docente, che era in via di definizione; il direttore si mostrava, altresì, disponibile a concordare con gli studenti le date per recuperare le lezioni perse, ma non dava alcun riscontro alle richieste di rimborso;

in data 10 febbraio 2017 gli studenti, tramite legali, inviavano comunicazione al Ministero, accompagnata da specifica documentazione, che però non veniva riscontrata;

dopo numerosi solleciti, gli studenti vedevano prese in carico le loro doglianze solo nella seconda metà del mese di giugno 2017;

in data 28 giugno 2017 il direttore del conservatorio (alla presenza di 2 docenti) accettava di incontrare l'avvocato degli studenti (cui costoro si erano dovuti rivolgere, con ulteriore e ingiusto esborso di danaro proprio), nell'occasione il direttore s'impegnava alla restituzione delle somme ingiustificatamente trattenute;

il 24 luglio 2017 il direttore veniva però meno a detto impegno e comunicava al difensore degli studenti che avrebbe rimborsato solo l'80 per cento delle somme trattenute, riservandosi d'informarne il consiglio accademico;

il 7 agosto 2017, la difesa degli studenti rispondeva diffidando il direttore a dar seguito alla restituzione delle quote indebitamente sottratte alla disponibilità degli iscritti al master e a risarcire il danno loro cagionato per l'inadempimento consistito nel non aver svolto il corso, secondo quanto pubblicizzato e comunicato nel bando iniziale di ammissione;

considerato altresì che:

gli studenti di fuori Roma hanno subìto anche il danno aggiuntivo dovuto all'inutile soggiorno nella capitale (con canoni locatizi dell'entità anche di euro 2.400 mensili);

a tutt'oggi gli studenti non sono stati risarciti e si vedranno costretti ad anticipare le spese legali per un'azione in giudizio;

il direttore del conservatorio ha anche impedito l'accesso agli atti relativi al verbale del citato Consiglio accademico del 13 gennaio 2017, che avrebbero dovuto motivare e sostenere le relative decisioni;

il medesimo direttore ha anche negato l'accesso agli atti inerenti a 2 procedure di selezione per l'attribuzione di incarichi aggiuntivi retribuiti (si vedano gli avvisi pubblici contraddistinti dai numeri di protocollo 11657/pr15 e 2255/pr15);

tali procedure sono avvenute con mancanza di trasparenza per quanto riguarda i criteri di selezione, la composizione della commissione, la valutazione comparativa e la pubblicazione delle graduatorie;

gli interessati si sono visti costretti a impugnare avanti al TAR del Lazio anche questi dinieghi, ai sensi della legge n. 241 del 1990,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda inviare immediatamente un'ispezione ministeriale presso il conservatorio Santa Cecilia di Roma;

se non ritenga che il comportamento dell'attuale direzione sia lesivo del buon andamento e dell'imparzialità degli uffici e degli organi pubblici;

se non ritenga che questo tipo di gestione esponga l'Erario pubblico ad azioni risarcitorie, che potrebbero finire per danneggiare il patrimonio pubblico in tutti i sensi.

(4-08186)

ORELLANA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

l'8 gennaio 2013, l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU), con la sentenza "Torreggiani e altri c. Italia" per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in cui è prescritto che "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti";

in particolare, oggetto dei 7 ricorsi sottoposti al vaglio della Corte, erano le condizioni di detenzione denunciate dai detenuti negli istituti penitenziari di Busto Arsizio (Varese) e Piacenza, i quali occupavano una cella di 9 metri quadri da condividere con altri 2 detenuti, ovvero con uno spazio personale di 3 metri quadri. Inoltre, era difficile l'accesso alla doccia, anche a causa dell'insufficienza di acqua calda;

oltre alle predette condizioni di detenzione e disagio, i ricorrenti dell'istituto penitenziario di Piacenza manifestavano anche una sproporzionata presenza di pesanti sbarre metalliche, che impediva all'aria e alla luce del giorno di entrare nei locali;

nella sentenza Torreggiani, i giudici rilevarono come il sovraffollamento carcerario in Italia rappresentasse un "problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano", e non un semplice fenomeno episodico;

con il decreto-legge n. 92 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 117 del 2014, il Governo ha inserito nel proprio ordinamento un rimedio di tipo compensativo, introducendo nell'ordinamento penitenziario l'art. 35-ter, che disciplina due tipologie di rimedi specificamente diretti a riparare il pregiudizio derivante a detenuti ed internati da condizioni detentive contrarie all'art. 3 della Corte europea dei diritti dell'uomo;

in particolare, il risarcimento si distingue in una riparazione in forma specifica e in una monetaria, a seconda che la violazione superi o meno i 15 giorni: il detenuto godrà, infatti, di una riduzione di pena detentiva pari ad un giorno per ogni 10, in cui ha subito il pregiudizio, nel caso in cui la violazione sia durata più di 15 giorni; nel caso in cui la violazione, invece, sia stata inferiore ai 15 giorni o la detrazione di pena non sia interamente possibile, al richiedente è riconosciuta una somma di denaro pari a 8 euro per ogni giorno di detenzione in condizioni inumane e degradanti. Infine, qualora il soggetto abbia subito il pregiudizio in custodia cautelare (che non sia computabile come pena da espiare) o abbia già espiato la pena detentiva, l'azione potrà essere proposta al tribunale civile entro 6 mesi dal termine della detenzione o custodia cautelare;

tenuto conto che a quanto risulta all'interrogante a seguito del rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) che, nell'aprile 2016, ha visitato alcune carceri italiane e altri luoghi di privazione della libertà, è risultato chiaramente che la situazione di sovraffollamento penitenziario persiste e ha ricominciato a crescere anche dopo gli interventi post sentenza Torreggiani;

considerato che;

dopo un timido tentativo di riforme nell'ambito penitenziario, che aveva portato ad avere, in breve tempo, circa 11.000 detenuti in meno e a recuperare 2.500 posti, questa diminuzione si è interrotta nel 2016 con i numeri che hanno ricominciato a salire. Attualmente il 16 per cento della popolazione vive in meno di 4 metri quadri, non lontano dal parametro minimo che è fissato a 3 metri quadri. Proprio su questo parametro il CPT critica l'Italia;

a giudizio dell'interrogante, tale situazione rappresenta una violazione di diritti umani, contrastante con il principio di umanizzazione della pena, da cui emerge l'esigenza di tutelare maggiormente i detenuti, proprio in virtù della loro delicata condizione di perdita della libertà,

si chiede di sapere:

quali siano le valutazioni del Ministro in indirizzo in merito alla situazione esposta in premessa;

se non ritenga opportuno adottare urgenti misure di miglioramento, al fine di adeguare le già difficili condizioni di detenzione;

quale sia lo stato attuale dei rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell'articolo 3 della CEDU e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati, quelle dichiarate inammissibili, nonché le istanze risarcitorie per equivalente, in fase istruttoria;

se, infine, non sia utile fornire un dossier di approfondimento, corredato anche da dati statistici, per valutare e monitorare attentamente le prescrizioni del citato articolo 35-ter dell'ordinanza penitenziaria, in considerazione soprattutto dell'area geografica e degli istituti di pena coinvolti.

(4-08187)

IURLARO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che a quanto risulta all'interrogante:

la studentessa A. R. G., iscritta nell'anno accademico 2014/2015, al corso di laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi dell'Insubria di Como e Varese, è beneficiaria di una borsa di studi; dall'anno accademico 2014/2015 al quarto anno di corso, la predetta non ha più ricevuto la borsa di studio che le era stata assegnata, invece, nell'anno accademico precedente (2013/2014), in cui la stessa ha frequentato il corso di laurea in Scienze e tecnologie biologiche presso lo stesso ateneo;

relativamente all'anno accademico 2014/2015, la richiesta della borsa è stata rifiutata per la rinuncia agli studi necessaria alla successiva reimmatricolazione; nello specifico, il bando riporta: "Per ottenere l'idoneità alla Borsa di Studio non devono essersi verificate interruzioni della regolare progressione degli anni di corso frequentati (trasferimenti con ripetizione dello stesso anno di corso, iscrizioni al ripetente o fuori corso intermedio, rinuncia agli studi) per il livello di studi per il quale viene richiesto il beneficio"; in proposito, va precisato che, secondo il decreto 22 ottobre 2004, n. 270, il corso di laurea in Medicina e Chirurgia è un corso universitario di secondo livello, in quanto laurea magistrale a ciclo unico (360 CFU) e non primo, come per i corsi di laurea triennale (180 CFU), per cui l'esclusione sembra non essere giustificata;

l'ente che si è occupato della gestione dei fondi economici in questo anno accademico è il CiDiS;

durante il secondo (2015/2016) ed il terzo anno (2016/2017), invece, la richiesta è stata rifiutata, perché, sempre secondo il bando, nel calcolo del numero di crediti necessari (per il requisito di merito), si fa riferimento al primo anno di immatricolazione assoluta, mentre nel calcolo del numero di crediti totali dello studente, si fa riferimento solo ai CFU acquisiti dopo l'ultima immatricolazione, ed è quindi necessario un numero di CFU, mai raggiungibile, dimostrato dal fatto che la stessa studentessa ha ottenuto tutti i crediti possibili durante il percorso in Medicina e Chirurgia;

a riguardo il bando riporta: "il numero dei crediti o delle annualità necessari per accedere alla graduatoria relativa alla Borsa di Studio viene calcolato con riferimento ai crediti o alle annualità previsti per ciascun anno trascorso, a partire dall'anno di prima immatricolazione assoluta", inoltre gli studenti iscritti al primo anno fuori corso hanno comunque diritto alla borsa; per questi anni e quello in corso i fondi sono gestiti dall'ateneo;

per quest'anno accademico (2017/2018) la richiesta è stata inoltrata e la graduatoria provvisoria verrà pubblicata entro il 31 ottobre 2017; l'importo della borsa, comprendente il servizio mensa, è di 5.139 euro, in quanto la studentessa è nello stato di "fuori sede" ed appartenente alla "fascia 1", per quanto riguarda il requisito di reddito,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di questa situazione e quali provvedimenti intenda attuare per la sua positiva soluzione.

(4-08188)

CASSINELLI - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e della salute - Premesso che:

da anni l'associazione di volontariato "pubblica assistenza Croce bianca rapallese", insieme ad altre pubbliche assistenze, si batte per veder riconosciuto il principio giuridico previsto dall'art. 373, comma 2, lett. c), del regolamento attuativo del codice della strada (di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 495 del 1992) riguardo all'esenzione dal pagamento del pedaggio autostradale per tutti i mezzi di soccorso;

dal 1° gennaio 2015 la società Autostrade per l'Italia SpA, ciononostante, impone alle pubbliche assistenze il pagamento dei pedaggi ed applica ingenti sanzioni in caso di mancato pagamento;

con la sentenza n. 617 del 2017 il giudice di pace di La Spezia ha accolto il ricorso presentato dalla Croce bianca rapallese contro la Prefettura di La Spezia relativo a due verbali elevati dalla Polizia stradale in data 19 maggio 2016 (violazione dell'art. 176 del codice della strada, di cui al decreto legislativo n. 285 del 1992, e successive modificazioni e integrazioni) per non aver corrisposto il pedaggio dovuto secondo le modalità e le tariffe vigenti;

con la sentenza n. 618 del 2017 lo stesso giudice di pace ha accolto un ulteriore ricorso della pubblica assistenza contro un verbale del 28 giugno 2016, per le stesse violazioni;

a dicembre 2016 la Croce bianca rapallese ha ricevuto da Autostrade per l'Italia SpA un'ingiunzione di pagamento di quasi 220.000 euro, oltre a centinaia di cartelle per il mancato pagamento del pedaggio autostradale a cui la pubblica assistenza ha sempre risposto certificando la correttezza dei trasporti in base al richiamato articolo di legge;

né il Ministero della salute, né le società concessionarie autostradali hanno titolo a introdurre un regime differenziato (convenzioni, autocertificazioni, eccetera) tra la Croce rossa italiana e le associazioni di volontariato per la pubblica assistenza, come autorevoli giuristi hanno confermato in pareri pro veritate di cui la stampa ha dato notizia;

laddove i concessionari delle autostrade italiane continuassero a richiedere il pagamento dei pedaggi alle pubbliche assistenze, il relativo costo graverebbe sui contribuenti, essendo competenza delle Regioni;

alla luce del fondamentale ruolo che le pubbliche assistenze, grazie alla generosità dei propri volontari, rivestono per la tutela della salute dei cittadini, si ritiene opportuno un intervento del Governo che si faccia promotore di un'intesa con i concessionari della rete autostradale italiana, affinché i mezzi delle pubbliche assistenze siano sempre esonerati dal pagamento del pedaggio,

si chiede di sapere quali iniziative, e in quali tempi, i Ministri in indirizzo intendano assumere per trovare una rapida soluzione alle criticità evidenziate.

(4-08189)