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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 871 del 02/08/2017


Seguito della discussione e approvazione del disegno di legge:

(2085-B) Legge annuale per il mercato e la concorrenza (Approvato dalla Camera dei deputati, modificato dal Senato e nuovamente modificato dalla Camera dei deputati) (Collegato alla manovra finanziaria) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)(ore 9,10)

Approvazione della questione di fiducia

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2085-B, già approvato dalla Camera dei deputati, modificato dal Senato e nuovamente modificato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri ha avuto luogo la discussione sulla questione di fiducia.

Passiamo alla votazione del disegno di legge n. 2085-B, composto del solo articolo 1, sul quale il Governo ha posto la questione di fiducia.

CONSIGLIO (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CONSIGLIO (LN-Aut). Signora Presidente, siamo di fronte all'ennesima fiducia - ormai abbiamo perso il conto - che svilisce ulteriormente il ruolo del Senato e ci fa arrabbiare inutilmente, perché il rapporto franco e onesto, certamente mai accomodante, che ci ha contraddistinto in Commissione, non meritava questo ulteriore epilogo. Sono stati presentati pochissimi emendamenti, neppure uno ostruzionistico, tutti insistenti nel merito. Eppure il Governo manca di rispetto soprattutto ai cittadini, umiliandoli, perché priva la loro rappresentanza politica della possibilità di esprimersi.

Se dovessimo prestare attenzione ai lavori parlamentari, non si può non costatare la presenza di un ricorso alla questione di fiducia, che è a dir poco astuto. Tale atteggiamento è talmente frequente, che ormai la posizione della questione di fiducia è percepita come un'effettiva e costante procedura legislativa nazionale. Questo massiccio abuso della fiducia parlamentare fa cessare quel carattere positivo e nobile di garanzia dell'azione governativa, sostituendosi con una forma negativa e sprezzante, tanto da sfociare in atteggiamenti di arroganza e superbia del potere esecutivo nei confronti di quello legislativo. Viene da pensare che ci sia un imbarazzante ricatto politico nei confronti dell'Assemblea parlamentare, perché dal voto sul provvedimento in esame dipende la vita dell'intero Esecutivo. Questo è estremamente chiaro ed è altrettanto chiaro che negli ultimi mesi non ci siano stati rapporti sereni, all'interno della maggioranza, per ciò che riguarda tale provvedimento.

Il provvedimento è all'esame del Parlamento ormai da due anni e mezzo. Si sarebbe potuto fare sicuramente meglio e prima. Di sicuro questa farraginosità e questa lungaggine dovrebbero fare scuola per le prossime leggi sulla concorrenza. Un esame parlamentare durato quasi due anni e mezzo ha portato a far perdere l'idea che quella in esame sia una legge annuale sulla concorrenza, perché è diventata biennale, quasi triennale. Il provvedimento in esame non è più una legge organica, frutto delle segnalazioni dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato e quella che nel testo originale sarebbe dovuta essere una sorta di legge di manutenzione annuale, in effetti è diventata un contenitore in cui è stato infilato di tutto.

Signora Presidente, se la concorrenza è quella condizione nella quale più imprese competono nello stesso mercato, producendo gli stessi beni o servizi, per soddisfare una pluralità di acquirenti in concorrenza e nella quale nessuno degli operatori è in grado di influenzare, con le proprie decisioni, l'andamento delle contrattazioni, ciò pare forse l'obiettivo che ci si era prefissati, ma certamente, guardando il risultato della legge che ci apprestiamo a votare, tale obiettivo non è stato né rispettato né raggiunto. Le liberalizzazioni sono molto spesso considerate necessarie, strategiche e utili per uscire dalla recessione. Oltre alle indicazioni provenienti dall'Autorità antitrust e dalle direttive europee, nel provvedimento in esame si vende una ricetta per uscire dalla crisi e non fa nulla se l'articolato del disegno di legge non sempre abbia basi solide e determinate da considerazioni tecniche, ma sia legato alle grandi lobby, ai grandi gruppi e alle immancabili ideologie politiche di cui le due Camere non sembrano poter fare a meno. Verrebbe allora da pensare che, in base al colore politico del Governo in carica in un dato momento, si tira e si stiracchia la legge n. 99 del 2009 alla bisogna e come meglio si crede. L'introduzione di una maggiore concorrenza all'interno di un sistema può scardinare le varie lobby e i trust, per fare in modo che si obblighino i produttori unici di un dato servizio a stare sul mercato e a confrontarsi con i diritti dei consumatori.

Un regime concorrenziale è favorevole a tutti, ai consumatori e ai produttori, che avrebbero tutto da guadagnare da un adeguamento della loro offerta e della loro competitività: questa è la base del ragionamento. Dunque, signora Presidente, abbiamo sbagliato comunicazione; o meglio, tutti coloro che hanno manifestato e scioperato in questi mesi lo hanno fatto senza sapere che perdere il lavoro o quello che hanno costruito negli anni sarebbe stato solo l'inizio del loro nuovo benessere. Chiediamo scusa per non essere stati capaci di trasmettere questa sensazione bellissima.

Molto cattivi samaritani considerano oggi il libero scambio e le politiche di libero mercato come la panacea di tutti i mali. La Banca mondiale, secondo i suoi studi sulla facilità di fare business, colloca il nostro Paese all'87º posto su 183: l'Italia ha dunque perso quasi quattro posizioni rispetto all'anno scorso. Nella velocità dei permessi edilizi siamo al 96º posto, nell'allacciamento alle reti elettriche al 109º posto, per l'accesso al credito al 98º posto. Non brilliamo per nulla per i tempi di apertura delle imprese. Siamo al 134º posto per facilità di pagare le tasse, anche se sembra un po' troppo. Si impiegano duecentottantacinque ore all'anno per adempimenti fiscali. Non siamo in grado di gestire i nostri rifiuti, le nostre carceri, il nostro approvvigionamento energetico e abbiamo visto anche cosa succede con l'acqua dopo soli due mesi che non piove. Non siamo in grado di gestire i conflitti con le grandi opere e non siamo neppure capaci di fare una politica industriale. Siamo alla politica industriale 4.0 e non ho visto la fine della 2.0; mi sono perso probabilmente per strada la 3.0. L'abbiamo saltata a piè pari. Non abbiamo voluto o saputo cambiare la scuola. Le privatizzazioni sono state fatte male e le liberalizzazioni le stiamo facendo anche peggio.

Si è parlato di presenza di barriera alla competizione, di insufficienza di trasparenza, di raccomandazione della Commissione europea per quanto riguarda ciò che dovevamo fare. Per la verità, questo provvedimento interviene in merito solo a qualche punto segnalato dall'Autorità. Si tratta di punti certamente importanti come la RC Auto, i fondi pensioni, i servizi postali e le questioni legate alle comunicazioni.

Per quanto ci riguarda, forse le cose potevano essere fatte un pochino meglio, ascoltando anche le minoranze, che non è una bruttissima cosa. Voi della maggioranza avreste dovuto cercare di mettervi davvero dall'altra parte del tavolo, dove si siedono i cittadini, che notoriamente sono anche i consumatori e i fruitori di servizi.

Aboliamo questa benedetta Bolkestein e rivediamo tutto il Trattato. L'Italia ha le sue tradizioni, la sua economia e la sua cultura nazionale ed è il Paese dove il piccolo è bello; è anche - occorre dirlo - il Paese dei campanili e delle corporazioni, che non è sempre un termine negativo se si fa riferimento alla trasmissione di un lavoro dal padre al figlio. Si è, infatti, notato che certe categorie in Italia erano particolarmente in affanno ad aprirsi all'Europa. Ciò è avvenuto perché le piccole dimensioni dell'azienda familiare la rendono inadatta a competere perché, per natura, molto venerabile. I tassisti, i balneari e gli ambulanti e tanti altri sono spaventati dal dover competere sulle licenze con aziende più grandi. Sono certamente più grandi per dimensioni, ma non so se dotate di competenze e capacità. La grandezza, però, li ha sicuramente spaventati.

Questo disegno di legge quale effetto avrà sull'economia, sui cittadini, sui contribuenti, sui consumatori e produttori? Quanti punti di PIL pensate di recuperare? Quanti nuovi assunti? L'apertura dei mercati ci sarà per gli altri, probabilmente. La Bolkestein ha creato solamente uno sfacelo sotto questo aspetto. Ci sono aziende che chiudono e delocalizzano e poi smettetela di parlare del cuneo fiscale. Ci venite ancora a raccontare che lo 0,1-0,2 per cento sono qualcosa di positivo.

Su questo disegno di legge è intervenuto a vario titolo il sottosegretario allo sviluppo economico Antonio Gentile, che è qua ad ascoltarci e di questo lo ringraziamo. Gli ha fatto eco il primo ministro Gentiloni Silveri. Entrambi hanno chiesto un'approvazione rapida e non sono stati, forse, grandi profeti: pensiamo di dover e poter chiudere con un passaggio rapidissimo in Commissione. In Commissione abbiamo svolto circa due anni di discussione ed abbiamo perso il conto delle audizioni. Pensavamo che, dopo otto o nove mesi dalla sua approvazione in 10a Commissione, il provvedimento fosse maturo, ma magari non lo è, e allora lo farete maturare come le banane nella cella della fiducia. E così è stato. L'articolo 47 della legge n. 99 del 2009 prevede che annualmente ci sia un provvedimento per il mercato e la concorrenza: si tratta di una finalità che pare sicuramente ottima e dovrebbe risolvere e rimuovere i tanti ostacoli, i freni che restano nei mercati dei prodotti e dei servizi. Ma questa legge di annuale ha ben poco.

È un provvedimento che ha palesato molte contraddizioni nell'approccio che la maggioranza ha avuto nel venire a capo di un testo condiviso. L'esame svolto ha chiaramente messo a nudo i vari portatori di interesse e soprattutto le grandi lobby. Come dicevamo, c'è stata una serie infinita di audizioni, certamente necessarie, ma a volte in limpida divergenza, in base agli interessati e agli auditi che venivano in Commissione. Si è detto che questo disegno di legge sulla concorrenza è stato rimesso sui binari: è come dire che era abbondantemente deragliato e quindi aveva perso quella linea guida che la legge n. 99 aveva fissato.

Nei quattro passaggi presso le due Aule parlamentari abbiamo espresso voto contrario e faremo lo stesso anche in questo passaggio.

Concludo con una chiosa. Visto che mancano alcuni mesi alla fine di questa legislatura, chiediamo che, finito l'iter di questo disegno di legge, si riprendano i temi principali: la disoccupazione è al 13-14 per cento mentre quella giovanile è al 42-43 per cento; vi sono i problemi del lavoro e dell'immigrazione. Inoltre, vi chiedo di farmi un favore: cercate di dire a Boeri di stare zitto, perché quando parla fa solamente casino. Con questo, ho terminato il mio intervento. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

GRANAIOLA (Art.1-MDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GRANAIOLA (Art.1-MDP). Signora Presidente, il disegno di legge per la concorrenza, approdato in Parlamento il 3 aprile 2015, torna al Senato, in quinta lettura, in quella che dovrebbe essere la sua veste definitiva. Il Gruppo Art. 1-MDP, pur riconoscendo che il provvedimento contiene temi molto sensibili e decisioni importanti che riguardano molti settori economici, e soprattutto i consumatori, non può non esprimere profondo rammarico su alcune modifiche introdotte alla Camera, che a nostro parere ledono pesantemente gli interessi dei consumatori stessi.

Mi riferisco prima di tutto al fronte assicurativo e quindi al ripristino del tacito rinnovo per le polizze danni diverse dalle RC auto e la sua abolizione solo per quelle accessorie a quest'ultima, per la quale il tacito rinnovo fu peraltro abolito nel 2012 e resta vietato. È un pesante passo indietro rispetto al precedente passaggio in Senato, che aveva esteso il divieto di tacito rinnovo a tutte le polizze danni. In 10a Commissione il presidente Mucchetti aveva presentato un emendamento, che anche noi abbiamo votato, molto ragionevole, che prevedeva la possibilità di disdetta senza penalità entro sessanta giorni dal tacito rinnovo. Purtroppo l'emendamento non è passato causando, a nostro parere, un notevole danno ai consumatori.

Altra modifica pesante è stata l'eliminazione del regime di maggior tutela nel settore dell'energia elettrica, per fortuna, anche grazie anche al nostro intervento, rinviato al 1° luglio 2019, dopo l'ipotesi iniziale che indicava la metà del 2017. Secondo le modifiche introdotte alla Camera, le aste per le aree territoriali previste dal regime di salvaguardia non si applicheranno ai clienti che alla scadenza del mercato tutelato non abbiano scelto il proprio fornitore, ma solo a quelli che si ritrovano senza fornitore, ad esempio per fallimento dello stesso.

Anche qui era stato presentato dal Presidente della 10ª Commissione un emendamento, che anche noi abbiamo votato, che prevedeva, in caso di mancata scelta, l'applicazione del criterio del prezzo unitario minimo delle forniture e che nessun fornitore potesse detenere più del 50 per cento del mercato dei clienti finali domestici. Anche questo emendamento non è stato approvato. Ditemi voi se non è questa una decisione in favore di alcune lobby.

Pure le modifiche apportate alla Camera in riferimento al telemarketing non possono certamente essere condivise, in quanto contrarie a una vera, reale ed effettiva protezione dei dati personali. C'è da augurarsi quindi che venga approvato al più presto l'Atto Senato in materia di iscrizione e funzionamento del registro delle opposizioni e l'istituzione di un prefisso unico nazionale per le chiamate telefoniche a scopo promozionale e per le ricerche di mercato che, se non regolamentate, vengono giustamente percepite e vissute dal consumatore come un fastidio ormai tendente all'insopportabilità.

Nel rimandare il nostro giudizio su tante altre questioni, come le farmacie, le parafarmacie, i notai, la direttiva Bolkestein e i trasporti non di linea, a quanto già espresso nella dichiarazione di voto resa al Senato della sottoscritta in merito al provvedimento nella seduta del 3 maggio 2017, non posso non ricordare altre due questioni a nostro parere molto importanti per la cultura e il turismo, che avrebbero meritato una maggiore attenzione da parte del Governo. Mi riferisco all'esportazione selvaggia dei beni culturali.

Come Articolo 1-MDP abbiamo provato a presentare un ordine del giorno che impegnava il Governo a rivedere l'articolo relativo all'esportazione del patrimonio culturale nazionale, ma con un cavillo procedurale ci è stato impedito di farlo, con il risultato che vengono eliminati i controlli che lo Stato esercita su antiquari, galleristi e case d'asta e viene meno la funzione di tutela del patrimonio culturale prevista dall'articolo 9 della Costituzione. L'uscita automatica dei beni con un'autodichiarazione che certifica un valore economico inferiore ai 13.500 euro favorirà la circolazione internazionale di beni rubati, contraffatti, falsi o addirittura inalienabili.

Nel settore turistico poi, tanto per restare in tema dello stesso Ministero, non saranno più validi i patti che obbligano gli hotel a non praticare ai clienti prezzi migliori rispetto a quelli offerti da Booking, Expedia e altri intermediari, con buona pace dei turisti consumatori.

Fatte queste dovute osservazioni, siamo però consapevoli dell'assoluta necessità di portare a termine questo provvedimento nel bene e nel male, osservando il complesso delle norme che nell'insieme costituiscono comunque un passo avanti. Quindi il Gruppo Articolo 1-MDP voterà a favore, non tanto con l'intento di non far cadere il ciclista all'arrivo, come dice il senatore Luigi Marino, ma con lo scopo, una volta tagliato il traguardo, di fermarlo, affinché non vada a sbattere sugli spettatori, si faccia male e faccia male agli stessi, e si possa ripartire per una nuova corsa e quindi una nuova legge sulla concorrenza, questa volta più rapida e incisiva e soprattutto più efficace per la reale tutela dei consumatori e delle imprese. (Applausi dai Gruppi Art.1-MDP e PD).

FUCKSIA (FL (Id-PL, PLI)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FUCKSIA (FL (Id-PL, PLI)). Signora Presidente, questa è la prima volta dal 2009 che sembra profilarsi all'orizzonte l'approvazione del disegno di legge concorrenza.

Come ricordato dal relatore in 10ª Commissione, sarebbe auspicabile obtorto collo il voto favorevole sul provvedimento, magari senza rimpallo di nuovo alla Camera. Anche per questo motivo la scelta della Commissione si è rivolta verso gli ordini del giorno, in particolar modo verso quello concernente l'obbligo per le imprese assicuratrici di informare i propri clienti trenta giorni prima della scadenza del contratto assicurativo per limitare pratiche commerciali che, tramite il tacito rinnovo, potessero vincolare i cittadini. Tuttavia, il senso di responsabilità e di coerenza con le premesse rende difficile fare ciò.

Il nostro è più un problema di sistema. Più lentamente di altri Paesi l'Italia è transitata e transita tuttora dalla realtà dei grandi enti statali alle imprese private fornitrice dei medesimi servizi. Scrivere un disegno di legge che accontenti tutti è impossibile e rimarrà impossibile fino a quando non capiremo che è inutile un comma che abroga, un articolo che introduce, se non ci convinciamo che il successo di qualsiasi progetto di riforma strutturale dei mercati richieda comunque una salda unità di intenti e l'impegno congiunto di tutte le amministrazioni, sia centrali che locali.

Al di là delle specifiche proposte che riguardano i diversi settori dell'economia, occorre promuovere una cultura della concorrenza diffusa a tutti i livelli di governo e migliorare la qualità della regolazione, rafforzando la capacità delle amministrazioni, soprattutto quelle locali, di adottare decisioni motivate sulla base di dati concreti e analisi puntuali. Questo, che dovrebbe essere un ragioniamo di buon senso, è stato scritto nero su bianco dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato proprio nel 2015, anno in cui il Governo ci consegnava questo provvedimento.

Quella concorrenza che noi tanto sbandieriamo, che a più riprese torna alla carica e che costituisce il motivo, ad esempio, delle proteste di qualche mese fa dei tassisti davanti Palazzo Madama, non è solamente un termine da attaccare a una legge, come in questo caso. La concorrenza è, a oggi, il collante più forte dell'Unione europea. Non è un caso, infatti, se a livello di Unione europea sono le autorità antitrust indipendenti gli interlocutori più attivi, più ancora dei Governi. Se la riforma della regolazione in senso pro-concorrenziale costituisce elemento centrale e fondante di una politica economica orientata al mercato, parte di questa politica consiste certamente in un'opera di riduzione, semplificazione e razionalizzazione del quadro normativo e delle procedure amministrative.

Il tasto più dolente è stato quello dell'energia e, a ben vedere, questo tema è il vero polso per misurare la salute del provvedimento. I commi 61 e seguenti disciplinano il passaggio delle utenze energetiche dal mercato tutelato a quello libero. In Commissione industria, commercio, turismo il dibattito su questo tema è stato molto partecipato, soprattutto con riferimento alla decisione della Camera dei deputati di espungere quella parte della norma con cui il Senato aveva inteso chiarire che gli utenti del servizio di maggior tutela sono clienti dell'acquirente unico e non di coloro che forniscono all'acquirente unico il servizio di vendita. Questa modifica consentirà a detti fornitori di acquisire questi clienti senza alcun costo commerciale, ma in forza di una legge.

È indubbio che la liberalizzazione in un settore così strategico non può avvenire da un giorno all'altro e deve essere accompagnata da misure che, favorendo un'adeguata informativa al consumatore, creino un contesto in cui sia quest'ultimo a esercitare la propria sovranità. Tuttavia, affinché ciò sia possibile è necessario che i consumatori siano effettivamente pronti a scegliere e che le loro scelte non siano ostacolate da barriere ingiustificate. Sarà necessario - questo dovrà essere compito di noi parlamentari - vigilare sull'andamento dei prezzi, per evitare che a fare le spese di questa transizione siano cittadini e imprese. È dal 2015 che Bruxelles raccomanda agli Stati membri di assicurare a imprese e famiglie, che sono il fulcro dell'Unione e dell'energia, prezzi abbordabili e competitivi. Noi abbiamo impiegato quasi tre anni per abbozzare delle modifiche alla normativa, che non possono considerarsi assolutamente insoddisfacenti.

Le analisi condotte dalle principali organizzazioni internazionali individuano nell'ipertrofia normativa e nella complicazione burocratica una delle prime cause dello svantaggio competitivo dell'Italia nel contesto europeo e dell'intera area OCSE. Non possiamo di certo dire buona la prima, ma certamente possiamo prendere atto che molti dei settori economici vitali nel nostro Paese meritano una maggiore attenzione e serietà nella trattazione del tema delle liberalizzazioni e, in definitiva, una maggiore coerenza delle scelte.

Proprio il fatto che il dibattito sia stato incentrato, in particolar modo nell'ultimo passaggio parlamentare, sull'energia mi ha fatto tornare in mente le parole di Rossi, il quale negli anni Cinquanta, con un'attualità che ha quasi dello stupefacente, diceva che quando noi appaltiamo l'energia, un servizio essenziale, è come se appaltassimo la sicurezza del nostro Paese a delle truppe mercenarie, o come se ponessimo altri servizi essenziali in mano a chi non ci può tutelare. L'esempio che fece allora Rossi fu di dare la gestione della Banca centrale a delle banche private. Questo, in qualche modo, nel corso dei decenni si è verificato.

Io penso di non avere la tranquillità e la serenità di potere, a nome del mio Gruppo, votare favorevolmente a questo provvedimento, perché ci sono dei punti in particolare che ce lo impediscono. (Applausi del senatore Giovanardi. Congratulazioni).

D'AMBROSIO LETTIERI (GAL (DI, GS, MPL, RI)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO LETTIERI (GAL (DI, GS, MPL, RI)). Signora Presidente, colleghe e colleghi, signor Sottosegretario, ad un senatore convinto come me della necessità delle doppie letture e del bicameralismo, devo dire che la storia di questo provvedimento produce obbligatoriamente delle riflessioni, perché abbiamo perduto occasioni preziose: novecento giorni di lavoro, ventisette mesi di dibattiti e di approfondimenti, un provvedimento entrato alla Camera nell'aprile del 2015 con 32 articoli, licenziato con 52 articoli, e che oggi consegniamo, con un abusatissimo voto di fiducia, con 192 commi.

Direi che quattro letture avrebbero dovuto produrre qualcosa di più e qualcosa di meglio, ma questo non è avvenuto e questo evidentemente è il motivo sul quale si costruisce la nostra più grande perplessità, che è quella che il Governo sia più attento a rispondere alle logiche e alle contese interne tra potentati economici che non a ricercare un giusto punto di equilibrio fra le esigenze di un mercato ed il primario dovere di rispondere ai cittadini per offrire loro migliori livelli di accesso ai servizi ad un prezzo inferiore.

D'altra parte, desidero anche esprimere un pensiero di affettuosa solidarietà e di vicinanza ai due colleghi relatori, il senatore Luigi Marino ed il senatore Salvatore Tomaselli, che hanno profuso le migliori energie per realizzare un testo più adeguato alle esigenze, che fosse arricchito anche dalle indicazioni emerse durante le numerose ore di confronto e di discussione generale. Purtroppo, sono stati traditi anche loro, se è vero come è vero che emerge dall'amarezza delle loro valutazioni la presenza di molti dubbi interpretativi e di punti irrisolti: quelli relativi alle società a partecipazione di capitale pubblico, ad esempio quelle che governano il settore dell'acqua, che hanno avuto negli ultimi dieci anni aumenti per oltre il 90 per cento, o quelle dei rifiuti, con un aumento di oltre il 50 per cento, o quelle dei trasporti, con un aumento di oltre il 30 per cento.

Non convince i relatori, come non convince me e non convince i colleghi di Direzione Italia, la componente interna al Gruppo GAL, la norma relativa al tacito rinnovo in ambito assicurativo, che giova certamente all'assicuratore, ma non giova all'assicurato. C'è poi la delusione per aver visto bocciato alla Camera l'emendamento che avevamo qui approvato sul telemarketing, che avrebbe evidentemente messo in protezione il cittadino dalla invadenza persistente dei venditori.

Vi è, insomma, una serie di punti critici che riconferma la presenza di un errore di fondo: si è persa l'occasione perché non si è riusciti né a scardinare i mercati chiusi, che rappresentano uno dei problemi all'origine della stagnazione economica del Paese, ma nemmeno ad aprire nuovi mercati con regole e con discipline adeguate. Infatti, non si sono posti né vincoli né limiti alla invadenza delle logiche mercatiste. Noi non siamo contrari alle liberalizzazioni. Noi siamo molto favorevoli alle liberalizzazioni, ma le liberalizzazioni devono avere un fine, quello di produrre servizi ai cittadini, servizi migliori in termini di qualità e che abbiano costi inferiori. Liberalizzazioni che sostengano il PIL, che promuovano l'occupazione, che rechino reale opportunità ai cittadini che vogliono fare intrapresa, che non rappresentino degli inganni.

La storia delle lenzuolate del 2006, degli esercizi di vicinato, con le cosiddette farmacie, ancora oggi meriterebbe le scuse da parte del Governo per aver tradito le aspettative di una intera platea di professionisti, prevalentemente giovani, le cui aspirazioni si sono infrante davanti all'indolenza di un Governo incapace finanche di chiedere scusa e di trovare le risorse per ristorare i danni prodotti a costoro.

Questa, invece, è una legge per la concorrenza finta, perché promuove finte liberalizzazioni destinate ad allargare ancora di più le differenze tra i ricchi e i poveri, a ridurre gli spazi per una vera concorrenza, che crei opportunità e generi occupazione.

Avviandomi a conclusione, credo che la sintesi della falsità sia scritta nel titolo del comma 157, che reca misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica. Ma come si fa a scrivere un titolo di questo genere? Come si fa a prevedere che possa esservi un incremento della concorrenza, quando si introduce nel sistema del comparto farmaceutico un vero oligopolio, con l'ingresso dei capitali senza limiti e senza vincoli? Questo è un inganno e questo è il risultato di una attenzione tutta protesa a compiacere potentati economici, che hanno il solo interesse di conseguire il business in una logica mercatista che distrugge la capillarità di una rete che oggi garantisce l'efficiente accesso alla prestazione farmaceutica.

Noi lo abbiamo detto in tutti i modi, con gli emendamenti, con le proposte di modifica illustrate anche in Commissione. Il tetto del 20 per cento è un tetto finto, poiché non ha incluso l'avverbio "complessivamente" e ha, di fatto, consentito che cinque società di capitale possano detenere, per ogni Regione, il controllo delle farmacie presenti nella stessa Regione. Questo vuol dire che si crea un oligopolio, con tutte le conseguenze che ne deriveranno.

Non avete inteso accogliere l'emendamento per l'introduzione di un tetto. Non avete inteso introdurre un emendamento per mettere in protezione l'ente di previdenza, l'ENPAF, attraverso la previsione di un contributo del 2 per cento, così come in analogia è stato fatto per le società dei medici nel 2006. Non avete inteso introdurre, nell'ambito della compagine societaria, la cosiddetta sentinella deontologica, per vigilare sul rispetto delle norme di una professione che, con l'ingresso dei capitali, rischia di perdere i livelli della sua autonomia e, quindi, di vedere compromesso il primato della sua funzione rispetto alla logica del mercato.

Insomma, giù la maschera: ditelo con chiarezza ai cittadini italiani che avete voluto compiacere più i potentati economici che i cittadini stessi relativamente ad una serie di iniziative che, con questo provvedimento, avrebbero in altro modo potuto produrre benefici e creare aspettative più adeguate rispetto all'esigenza di fare impresa, di produrre occupazione e di creare un accesso migliore ai servizi in termini di qualità e di costi. Questo non è avvenuto ed è questo il motivo per il quale i senatori della componente Direzione Italia, interna al Gruppo GAL, esprimeranno il loro convinto dissenso, votando in modo contrario. (Applausi dal Gruppo GAL (DI, GS, MPL, RI) e del senatore Castaldi).

BERGER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERGER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, cari colleghi e care colleghe, onorevoli rappresentanti del Governo, signora Ministro, signor Sottosegretario, chi mai nel lontano 28 aprile 2015 avrebbe pensato che questo provvedimento, dopo più di due anni, sarebbe giunto alla sua deliberazione finale nonostante il ritardo e nonostante il fatto che la revisione del testo sarebbe dovuta avvenire in Commissione e non con due fiducie al Senato e con una rimodulazione alla Camera. Purtroppo questa è la malattia del bicameralismo perfetto. La riapertura alla Camera dell'ultimo testo approvato dal Senato, sicuramente non ha apportato miglioramenti.

Andiamo però a vedere soprattutto gli elementi positivi.

La Commissione ha lavorato in un clima di grande concordia e costruttiva collaborazione tra tutti i suoi componenti, sia di opposizione che di maggioranza, e lei, signor sottosegretario Gentile, come rappresentante del Governo ha collaborato in maniera aperta e trasparente e la ringrazio. Ringrazio molto anche i relatori Tomaselli e Luigi Marino e il presidente Mucchetti per il clima presente durante i lavori della Commissione. Cari colleghi, non dico questo per modo di dire, ma sinceramente perché il clima nella Commissione era di una cordialità che in altre sedi finora non ho trovato. Per questo rinnovo sinceramente i miei ringraziamenti.

In sede di Commissione, durante il percorso purtroppo troppo lungo, sono stati introdotti elementi migliorativi molto importanti. Penso soprattutto alle norme per le carrozzerie e quelle sul booking che sciolgono un nodo dirimente sul rapporto tra grandi e piccoli soggetti del settore delle assicurazioni e dell'offerta alberghiera. Il rischio, in entrambi i casi, era di lasciare ai grandi gruppi la possibilità di determinare il mercato, imponendo regole e prezzi a tutti agli altri. Una specie di oligopolio occulto con le strutture alberghiere o le carrozzerie che sarebbero andate in grandissima difficoltà. Per questo le modifiche introdotte sono norme a tutela della piccola e media imprenditoria di questi due specifici settori.

La competitività del sistema Paese è un obiettivo da perseguire ogni giorno e lo è ancora di più in un mondo in rapida mutazione con un mercato globale dove le innovazioni tecnologiche chiedono uno sforzo ancora maggiore. Basti pensare al tema della banda ultralarga o alla tecnologia 5G che presto rivoluzionerà completamente il nostro sistema industriale con il pieno avvento di Industria 4.0. La quarta rivoluzione industriale con il grande tema dell'intelligenza artificiale sarà cosa importantissima da seguire in prossimità. La velocità dello sviluppo tecnologico è più alta di quanto la politica sia in grado di seguire.

L'intelligenza artificiale e la tecnologia avranno bisogno che la politica agisca in modo urgentissimo e fondamentale, perché le grandi trasformazioni devono essere guidate, o in ogni caso accompagnate dalla politica.

La liberalizzazione del mercato lascia purtroppo per le vie della sua attuazione feriti e morti, cioè aziende danneggiate e centinaia di imprese famigliari tradizionali che sono state chiuse. Ciò soprattutto nelle zone periferiche; penso al settore del commercio e dei servizi e accenno a un punto cui si è accennato tante volte nella discussione del provvedimento in esame, cioè le farmacie rurali.

Alle istituzioni spetta il compito di valorizzare il nostro sistema imprenditoriale, tutta la rete di piccole e medie aziende che in questi anni hanno pagato un prezzo salatissimo, perché sembra che la politica non sia stata in grado di capire che le grandi trasformazioni della globalizzazione, se non vengono attentamente guidate, travolgono il piccolo a tutto vantaggio del grande. Per il nostro Paese non ci può essere competitività se questa non parte dalle specificità del nostro sistema produttivo, composto soprattutto da piccole e medie aziende. In ogni caso bisogna intervenire anche tramite un'iniziativa che giace in Commissione da tanto tempo, cioè quella sugli orari di chiusura; se non interveniamo, infatti, le zone periferiche perderanno i servizi essenziali e subiranno uno spopolamento continuo. La liberalizzazione ha i suoi vincitori, cioè i grandi, ma le piccole e piccolissime imprese famigliari, soprattutto in periferia, sono quelle che vanno a perdere questa battaglia.

Credo che il merito principale del provvedimento in discussione sia stato quello di aver fatto propria questa logica, confermata anche dalla grande attenzione - come avevo già sottolineato - che è stata data nei lavori di Commissione a emendamenti migliorativi. Tra quelli proposti dal nostro Gruppo, ci sono anche gli emendamenti legati all'ambito energetico, a tutela delle aziende medio-piccole, nonché dell'interesse degli utenti. La tempistica però è un elemento critico che richiede un intervento immediato: l'unbundling funzionale delle società energetiche ha la massima urgenza ed è di grandissima importanza per i piccoli produttori di energia.

Con i passaggi sulla tematica del fotovoltaico (ma dell'energia in toto), ci sarebbe stata la necessità di regolamentare ancora tante altre questioni. Si sarebbe potuto affrontare meglio anche la tematica dei piccoli impianti fotovoltaici. Credo serva a poco controllare e sanzionare centinaia e migliaia di piccolissimi impianti sulla qualità, sulla certificazione e la provenienza dei materiali; sarebbe senz'altro meglio chiudere la partita di circa 300.000 impianti sotto i 3 chilowatt con la liquidazione di un forfait ridotto risultante dal calcolo dell'incentivo potenzialmente previsto per il periodo di incentivazione, così verrebbe meno la mole di lavoro e perdita di tempo legata ai controlli, calcoli, pagamenti e al sanzionamento di quasi 300.000 piccoli investitori e famiglie. Questo rappresenterebbe un modello esemplare di sburocratizzazione e immetterebbe un potenziale di spesa sul mercato (somme non indifferenti), liberando gli utenti e il gestore da infiniti atti di calcoli e procedure sanzionatorie caso per caso.

Questi, signor Sottosegretario, sono tutti temi su cui il Governo dovrà intervenire al più presto; aspettiamo il prossimo provvedimento sull'energia, che serve con grande, grandissima urgenza. Speriamo che, arrivati al punto finale e deliberante, il testo sia all'altezza delle aspettative di un provvedimento così importante e che tutti i nodi irrisolti vengano quanto prima affrontati. Alcuni, come negli esempi che ho fatto, hanno grande urgenza e devono essere messi al centro dell'agenda delle prossime settimane e dei prossimi mesi del nostro lavoro politico. Vedo il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, guardo con ottimismo e grande speranza alla sensibilità e capacità di questo Governo e dichiaro il voto favorevole del Gruppo Per le Autonomie-PSI-MAIE. (Applausi dal Gruppo Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

MAZZONI (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAZZONI (ALA-SCCLP). Signora Presidente, colleghi, siamo arrivati all'epilogo di questo provvedimento, che ha conosciuto un iter certamente lungo e travagliato. Ci rammarichiamo oltretutto di arrivare a conclusione, ancora una volta, attraverso l'ennesima questione di fiducia. Non dimentichiamo che il testo ha visto la luce nell'ormai lontano 2015, con l'ex ministro Guidi; oggi concludiamo con il ministro Calenda e con un altro Governo. Questo la dice lunga su quanta acqua sia passata sotto i ponti e su come, in due anni, tante cose siano cambiate. Infatti le dinamiche sociali ed economiche in questo momento storico mutano continuamente in maniera vertiginosa, per cui è stato necessario e ineludibile inseguire questi cambiamenti; il testo ne ha certamente risentito, rendendo necessaria una continua navetta tra Camera e Senato, assai prolungata nel tempo.

La legge annuale per il mercato e la concorrenza è figlia della legge sviluppo del 2009, determinata proprio dalla volontà del legislatore di rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, all'apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della concorrenza e di garantire la tutela dei consumatori. La direzione, quindi, è sicuramente giusta. Rispetto a queste finalità, sono state numerose e grandi le aspettative dell'opinione pubblica: dall'abolizione di monopoli ancora persistenti a una diversa regolamentazione di alcuni settori economici, per non dire dell'aspettativa, molto forte, di cancellazione delle attuali limitazioni alla libera iniziativa economica, con attesi benefici sia sulla produzione che soprattutto sui consumi.

E invece ci siamo ritrovati davanti a un testo forse eccessivamente corposo, che nella forma ricorda tanto un provvedimento omnibus e che contiene però materie che avrebbero necessità di interventi mirati. Ma proprio da questo emerge il paradosso: nonostante il testo sia stato a lungo "parcheggiato" nelle Commissioni di merito di Camera e Senato, non si è riusciti ad affrontare in maniera mirata le grandi questioni che risultano invece decisive per lo sviluppo del Paese. Parlo di questioni come le ferrovie, le telecomunicazioni, le concessioni autostradali, il web, la previdenza integrativa, i servizi pubblici locali, gli autotrasporti.

Anche in questo passaggio legislativo abbiamo provato a inserire degli emendamenti migliorativi del testo, ma senza alcun risultato concreto. E abbiamo dovuto quindi raccogliere le segnalazioni di persistenti criticità del testo che ci vengono dalle associazioni dei consumatori, per quanto riguarda, ad esempio, il settore dell'energia e le problematiche legate al mercato tutelato dell'energia, in uno scenario che ha visto le tariffe aumentare per i clienti domestici del 24 per cento, pari a 3,6 centesimi/kilowattora in più, per una spesa aggiuntiva familiare pari a circa 90 euro in più.

Il tema delle liberalizzazioni è sicuramente decisivo e fondamentale, ma certamente non rappresenta la panacea di tutti i mali, per recuperare in termini di crescita, di prospettive di sviluppo e di maggiore concorrenza, che deve tendere a far competere modelli economici uguali, al fine di determinare un migliore livello di accesso per i cittadini al minor costo possibile. D'altra parte, riteniamo che la liberalizzazione dei mercati possa, anzi debba procedere di pari passo con la tutela irrinunciabile dei consumatori.

Nonostante le modifiche intervenute e qualche disposizione apprezzabile, non ci sembra che il testo, che ancora una volta esaminiamo oggi, vada in questa direzione.

Le associazioni dei consumatori continuano a segnalarci come la concentrazione del mercato retail in pochi operatori verticalmente integrati, anziché produrre una maggiore concorrenza, produce invece il consolidamento di una situazione sostanzialmente monopolistica.

Inoltre, ripetiamo che in questo testo non risultano affrontate in maniera adeguata le problematiche legate all'apertura dei servizi pubblici locali, dai trasporti alla gestione dei rifiuti, alla concorrenza attraverso l'introduzione di meccanismi di gara. A questo proposito voglio ricordare come significativo l'arretramento compiuto rinunciando ad aprire a gare le attività industriali e di servizio nelle aree portuali.

I servizi pubblici locali alcuni mesi fa erano venuti alla ribalta nell'ambito della spending review, evidenziando ampi margini di miglioramento dell'efficienza, nonché la riduzione dei costi. Questo provvedimento poteva quindi diventare l'occasione per fornire ai cittadini servizi più efficienti e comprimere i costi.

Stessa aspettativa era lecito coltivare per i servizi ferroviari, dove pure una qualche forma di concorrenza si è avviata per l'alta velocità, con benefici visibili sui prezzi; ma è una strada che deve essere ancora sgomberata da ulteriori ostacoli. Infatti temi come la separazione della rete, la contabilità regolatoria, l'accesso non discriminatorio, sono passi che richiedono interventi complessi e coerenti che non possono esaurirsi all'interno di una variegata legge annuale sulla concorrenza, ma che in questa avrebbe dovuto trovare quantomeno un'impostazione di base.

Avevamo presentato in Commissione e poi per l'Assemblea un emendamento e un ordine del giorno che purtroppo non sono stati approvati, con cui siamo intervenuti sul sistema nazionale di monitoraggio del trasporto merci, evidenziando come, al fine dell'implementazione del nuovo sistema, riguardante gli standard di protocolli di comunicazione e trasmissione dei dati, risulti indispensabile un'attività di coordinamento a livello territoriale tra il più ampio numero di associazioni di categoria degli autotrasportatori, nonché di associazioni nazionali di rappresentanza, assistenza e tutela del movimento cooperativo.

A questo fine volevamo impegnare il Governo a intervenire affinché venisse modificato il decreto legislativo n. 284 del 2005, prevedendo che le associazioni di categoria dell'autotrasporto e le associazioni nazionali di rappresentanza riconosciute dal Ministero competente abbiano un'organizzazione periferica con proprie sedi in almeno 20 circoscrizioni provinciali (così come prevede il decreto legislativo), ma che in alternativa debbano essere presenti, direttamente o tramite le Confederazioni cui aderiscono, in almeno il 50 per cento delle camere di commercio, industria, artigianato. Una piccola modifica, si dirà, che però avrebbe rappresentato un impulso significativo per il settore.

In ultima analisi e concludo, signora Presidente, possiamo dire che, al netto di qualche intervento apprezzabile sul settore delle assicurazioni o della razionalizzazione del settore dei carburanti, rimangono ancora lacune troppo vistose che denotano un atteggiamento rinunciatario a intervenire con coraggio sulla tutela reale della concorrenza e soprattutto sulla tutela dei cittadini proprio nel momento in cui, con l'apertura dei mercati, corrono il rischio di trovarsi indeboliti nella loro posizione.

Per queste ragioni, il voto sulla fiducia del Gruppo ALA-Scelta Civica per la Costituente Liberale e Popolare sarà contrario. (Applausi dal Gruppo ALA-SCCLP).

MARINO Luigi (AP-CpE-NCD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARINO Luigi (AP-CpE-NCD). Signora Presidente, dichiaro il voto favorevole del mio Gruppo... (Commenti del senatore Castaldi).

Il voto è favorevole, con un avverbio: «ovviamente». Ovviamente perché ci abbiamo lavorato e ci siamo impegnati per oltre due anni; ovviamente perché ne condividiamo il contenuto, frutto anche di mediazioni necessarie; e ovviamente perché facciamo parte di un Gruppo di maggioranza che ha sostenuto lealmente prima il Governo Renzi - questo provvedimento nasce sotto la Presidenza di Renzi - e poi il Governo Gentiloni Silveri.

E questo è un provvedimento presente nel programma di Governo, non è lo ius soli, quindi essere riusciti, anche se con ritardo, a portarlo a casa è un motivo di orgoglio, un successo della maggioranza.

Nel merito rinvio ai miei interventi quale relatore del disegno di legge e mi limito a queste rapide osservazioni.

In primo luogo, c'è da chiedersi se si sarebbe potuto fare di più, in qualità e in quantità. Certamente è così: c'è molto da arare nel campo delle liberalizzazioni e della concorrenza, ma il disegno di legge in esame è un passo in avanti importante nella modernizzazione del nostro mercato. Affossarlo nelle nebbie di un quinto passaggio alla Camera dei deputati sarebbe stato un grave errore per quello che resta della credibilità della politica e delle istituzioni.

In secondo luogo, chi siederà su questi banchi nella prossima legislatura e anche chi sarà al governo di questo Paese dovrà ragionare su questo strumento, che deriva da una legge, che prevede che il Parlamento legiferi sulla scorta di una relazione della Autorità garante della concorrenza e del mercato. Già è un'anomalia che il Parlamento e il Governo debbano legiferare e decidere sulla base della relazione dell'autorità che regolamenta il mercato. Ebbene chi siederà su questi banchi dovrà decidere e valutare se questa è una normativa valida e se è ancora opportuna. Voglio solo ricordare che, se avessimo rispettato tale normativa, oggi non voteremmo il disegno di legge in esame, ma il terzo, se non addirittura il quarto provvedimento sulla concorrenza. Un provvedimento omnibus di questa natura stronca qualsiasi coalizione. Ci sono troppi temi e troppi problemi da affrontare in un colpo solo per trovare il consenso, non dico ovviamente dell'intera Assemblea, ma anche dei Gruppi o del Gruppo di maggioranza. Più che lamentarci del ritardo dovremmo dire che oggi abbiamo fatto un mezzo miracolo nell'aver portato a compimento il disegno di legge in esame, se sarà votata la questione di fiducia.

In terzo luogo, come sappiamo l'economia non è una scienza esatta, altrimenti saremmo tutti ricchi. Sul mercato non ci sono delle ricette magiche, che indicano che esso funziona meglio in un modo anziché in un altro. Anche per ciò che riguarda il disegno di legge in esame ci possono essere dubbi sulla validità e sull'efficacia delle norme che abbiamo introdotto. Il provvedimento non castiga, come avrebbero voluto alcuni "Soloni", che scrivono sui principali giornali del Paese, perché un provvedimento non deve castigare. L'obiettivo dei disegno di legge sulla concorrenza è quello di trovare sempre il compromesso tra la difesa del consumatore e, ovviamente, il mondo della produzione e delle professioni. Non possiamo infatti difendere il consumatore "scassando" l'apparato produttivo e dei servizi del Paese. L'obiettivo è quello far saltare la rendita e non l'impresa, è restringere l'orto delle speculazioni e non il desiderio del buon imprenditore o del buon professionista di conquistare sempre maggiori fette di marcato.

Passo al quarto e penultimo punto. Come ho detto ripetutamente in queste circostanze: smettiamola di dare la colpa alle lobby. Le lobby ci sono sempre state, ci sono e ci saranno sempre e, come ho detto nella seduta di ieri, non c'è un elenco, un regolamento o una saletta in cui ingabbiare il lobbista e le lobby, perché esistono tanti altri mezzi per mettere in contatto il lobbista e la grande impresa con il Governo e il parlamentare. Non esiste: questa è solo un'illusione! Alle lobby c'è solo un antidoto: l'autonomia, la correttezza e la trasparenza di comportamento sia da parte di chi governa, sia da parte di chi, come noi, legifera, e credo che lo abbiamo dimostrato.

Il quinto e ultimo punto riguarda i ringraziamenti. Porgo un ringraziamento corale alla Commissione, il cui lavoro è stato esemplare. Abbiamo rispettato le opposizioni, come deve fare una maggioranza, e credo che le opposizioni abbiano rispettato il nostro lavoro. Ringrazio il presidente Mucchetti e i collaboratori della Commissione e del Senato.

Ringrazio il mio preparatissimo collega Tomaselli, il sottosegretario Gentile e anche il ministro Calenda, che mi sarebbe piaciuto vedere qui oggi, ma che capisco non si possa spostare di un millimetro dopo le impegnative dichiarazioni nei confronti del Governo francese. (Applausi dai Gruppi AP-CpE-NCD e PD).

CERVELLINI (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CERVELLINI (Misto-SI-SEL). Signora Presidente, dopo quasi novecento giorni, ventisette mesi e quattro letture parlamentari ci si appresta ad approvare il disegno di legge corporazioni, lobby e monopoli. Il cambiamento nel titolo non è altro che una naturale conseguenza della disconnessione profonda tra ciò che avrebbe dovuto essere l'obiettivo del provvedimento - un disegno di legge volto a favorire la concorrenza e, dunque, quantomeno a consentire ai cittadini di godere dei benefici di un mercato aperto e libero - e ciò che è emerso da questo tortuosissimo percorso, alla fine del quale la parola concorrenza è stata svuotata del suo significato per lasciare spazio alla tutela delle lobby, delle rendite, dei monopoli e oligopoli di questo Paese, mitigata soltanto da qualche circoscritto intervento positivo.

Il processo è avvenuto con una certa arroganza, anche in modo plateale, a conferma non soltanto dell'incapacità, ma anche di una manifesta mancanza di volontà dell'attuale Governo (e del precedente) nel porre un freno all'ingordigia della rendita e del capitale, che li vede sempre contrapposti alla tutela della spesa dei cittadini e dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da una lettura, persino superficiale, del provvedimento appare evidente la scelta messa in atto da Governo: le misure che si sono stratificate su ciò che sin dall'inizio è apparso come un provvedimento omnibus, privo di una sua reale organicità, sono il frutto di vari compromessi al ribasso. In tal senso, si invita questo Governo e i prossimi che verranno a valutare l'opportunità di procedere con provvedimenti così estesi in questo settore, qualora non si sia in grado di opporsi al tiro incrociato degli interessi di un vasto panorama di lobby come quello presente nel nostro Paese. In esso è stata inserita una delega al Governo per attuare da qui ai prossimi mesi una riforma del settore dei trasporti non di linea, un tema molto discusso e di grande impatto sulla vita delle persone, soprattutto nelle grandi città e metropoli del nostro Paese. Noi di Sinistra Italiana in questi mesi siamo stati in contatto continuo con i sindacati di categoria e con i lavoratori seriamente preoccupati. Lo stesso abbiamo fatto per le garanzie per i cittadini utenti, a cominciare da quella sulla sicurezza. Di fatto questa attenzione non è mai calata, in un momento delicatissimo di confronto tra Governo e rappresentanze sindacali su una riforma generale del settore che si è rivelata particolarmente complessa. Dura è stata la reazione del Governo alle proteste legittime dei lavoratori in occasione della discussione del decreto mille proroghe in Senato e dell'emendamento incriminato.

Oggi a rischio è l'intero settore del trasporto con e senza conducente e dei taxi. Noi difendiamo i lavoratori e i cittadini utenti contro un Governo che, da una parte, non ha dato ancora risposte sulla regolamentazione del settore né è intervenuto sull'abusivismo mentre, dall'altra, ha applicato severamente, unico Paese europeo, direttive come la Bolkestein.

Come è possibile parlare di libera concorrenza quando intere categorie rischiano di essere messe in ginocchio? Ho partecipato alle proteste dei taxisti fuori del Senato per difendere lavoratori che da due anni e mezzo aspettano una risposta dal Governo sul tema dei diritti rispetto alle disposizioni prodotte a favore del servizio di noleggio con conducente e della multinazionale americana Uber. Una concitata trattativa è in corso con il Governo dal 21 febbraio scorso. Le organizzazioni sindacali dei tassisti avevano posto come condizione, per continuare il lavoro ai tavoli tecnici con il Governo, di sostituire l'articolo 71 del disegno di legge concorrenza e tornare al testo originale dello schema di legge delega, presentato dall'Esecutivo presentato nel luglio 2016.

Con Sinistra Italiana avevamo presentato specifici emendamenti, perché consideriamo legittime le proteste di categorie che chiedono solo di lavorare secondo le regole e che fino ad oggi si sono fatte carico, in sintonia con tanti enti locali di tutti i colori politici, di problematiche complesse come il diritto al trasporto che, se negato, cambia in maniera tragica le condizioni di vita, soprattutto materiali, dei cittadini nelle grandi città e metropoli. Mortificare il ruolo essenziale che il servizio pubblico taxi svolge, costringendolo a caricarsi da solo del peso delle prestazioni a carattere sociale con la scusa della modernizzazione del settore, è assolutamente inaccettabile.

Gli impegni e le promesse di tavoli di consultazione, presi dai Ministri rispetto a queste categorie, sono stati disattesi; e anche l'incontro col MIT delle scorse settimane ha visto completamente assente la rappresentanza politica.

La bozza di decreto interministeriale, che negli intenti annunciati durante l'incontro del 21 febbraio scorso di fronte al ministro Delrio avrebbe dovuto portare a misure tese ad impedire pratiche di esercizio abusivo del servizio taxi e del servizio di noleggio con conducente o, comunque, non rispondenti ai principi ordinamentali che regolano la materia, lungi dal fare tutto ciò, finisce col sanare tutto quello che fino ad oggi, colpevolmente lasciato impunito dalle istituzioni, era illegale ed abusivo.

Si registra un doppio standard da parte del Governo, nel momento in cui tenta ancor più di limitare l'operatività del settore taxi e, di fatto, sana pratiche di esercizio abusivo dell'attività di noleggio con conducente, con strumentale ed esplicito vantaggio delle multinazionali.

Le pressioni delle ricche lobby schiacciano Governo e maggioranza, e questo non vi fa onore.

A poco è servito l'appello di Sinistra Italiana contro il turboliberismo e corporativismo, che faranno vincere solo i più forti e coloro che hanno in spregio le regole, oltre a produrre la devastazione del nostro tessuto produttivo, delle vite dei lavoratori, vittime designate del nuovo caporalato tecnologico, e dei cittadini utenti, in balia, soprattutto i più deboli e i più fragili.

La concorrenza deve essere inserita entro limiti chiari sulle garanzie del lavoro, sia in termini di salario che in termini di sicurezza. Perché è evidente: la concorrenza ha un senso se favorisce, da un lato, il merito imprenditoriale e, dall'altro, i consumatori, attraverso una maggiore possibilità di scelta, di offerta e di comparazione. Per fare questo nei settori in cui è giusto e possibile farlo, è necessario intaccare la rendita di monopoli e oligopoli, a loro volta costretti dal regime concorrenziale a fare scelte diverse e costose per rimanere competitivi: aumentare gli investimenti, mutare i modelli organizzativi e rivedere i costi. È chiaro dunque perché le rendite reagiscano con tanta preoccupazione di fronte alla possibilità che ai cittadini sia consentita una maggiore libertà. Non è chiaro perché nel nostro Paese ci si debba automaticamente assoggettare alle levate di scudi delle corporazioni, per quale motivo si sono impiegati due anni e mezzo per diluire un provvedimento già manchevole, in modo da non urtare le sensibilità delle grandi lobby.

Questa non è una sensazione del Gruppo di Sinistra Italiana: più volte i relatori del provvedimento qui in Senato hanno manifestato una certa insofferenza per le incertezze del Governo, che hanno rallentato a dismisura la discussione; questioni su cui poi si è innestato il caso delle dimissioni dell'ex ministro Guidi. Tuttavia, neanche il cambio di guardia al MISE ha condotto a una reale accelerazione dei tempi. Ma non soltanto i relatori: il Presidente della 10a Commissione, il senatore Mucchetti, ha sottolineato nei giorni scorsi come il provvedimento «accanto a norme positive, contiene anche norme a favore di interessi organizzati o di monopoli», e come lo stesso sia stato salvato in extremis dai voti dell'opposizione di centrodestra: un segnale abbastanza chiaro della profonda unità di vedute, in campo economico, tra l'attuale maggioranza e l'opposizione proprio di centrodestra.

Poi c'è il caso delle modifiche approntate qualche settimana fa alla Camera. Si è parlato di modifiche "lievissime": ma allora che senso ha avuto farle, se non quello di rallentare ulteriormente i tempi di un provvedimento che galleggia da anni in queste Aule o di concedere favori a qualcuno?

Si tratterà infatti pure di piccole modifiche, il cui senso tuttavia è sempre quello di favorire gli interessi dei grandi colossi del nostro Paese. In quale altro modo si può leggere la modifica intervenuta sulla questione della maggior tutela del mercato dell'energia, ossia impedire di mettere all'asta la fornitura di energia elettrica per gli utenti che non avranno optato per un operatore alla scadenza del mercato tutelato, assegnandoli d'ufficio a coloro che garantivano precedentemente la fornitura per conto dell'acquirente unico, se non quella di favorire ENEL, che detiene circa l'85 per cento dei contratti in questione? Anche in questo caso si possono prendere in prestito le parole del senatore Mucchetti che conosce molto bene il provvedimento e i meccanismi che lo hanno governato: la modifica è il frutto di una dettatura via mail dell'ENEL.

Tutto ciò al netto delle considerazioni di merito, tra cui si ricordano le valutazioni dell'Authority dell'energia e del gas, la quale dichiara che i prezzi della maggior tutela risultano inferiori a quelli del mercato libero del 15-20 per cento.

Ancora, sul mercato dell'energia, la scelta di non ascoltare nemmeno le richieste sull'autoproduzione di energia, cioè la possibilità per un piccolo produttore di energia da fonti rinnovabili di cederla e venderla ai vicini, come succede praticamente in tutta Europa. Anche qui un regalo ai colossi dell'energia, che non hanno alcun interesse affinché si passi alla generazione distribuita. Anche in questo caso, gli appelli dell'Autorithy sono rimasti inascoltati.

Oppure, la questione su cui il Gruppo di Sinistra Italiana si è battuto sin dagli albori del provvedimento e che riguarda la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, la quale avrebbe consentito a un segmento che vale circa 5 miliardi di euro di promuovere risparmi per i cittadini, oltre a una possibilità e a una speranza per le parafarmacie. Tutto ciò in un momento in cui - sono dati diffusi il 31 luglio dal Censis - la spesa privata per la sanità è salita a 37,3 miliardi di euro, con 12,2 milioni di italiani che hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie (1,2 milioni in più rispetto all'anno precedente). Ma, d'altronde, perché consentire che la concorrenza si volga in favore di famiglie e cittadini, o alla produzione di nuova impresa e posti di lavoro, come nel caso delle parafarmacie?

Tra l'altro, si consente allo stesso tempo alle società di capitali di essere titolari di farmacie, con 1'unico limite del 20 per cento del controllo del territorio regionale: si tratta di un quinto, non di poco. È una previsione in netto contrasto con i meccanismi concorrenziali, che non potrà far altro che nuocere alle piccole farmacie e alle parafarmacie.

Infine c'è la questione del mercato dell'arte, per il quale questo provvedimento si limita a comprimere i controlli esercitati dallo Stato in virtù della necessaria tutela del patrimonio culturale, prevista dall'articolo 9 della Costituzione, su antiquari, galleristi e case d'aste, sottraendo da quel controllo i beni che hanno al di sotto dei settant'anni. In questo modo, le opere di artisti come Balla, Carrà, Fontana, Burri, Melotti, Morandi, De Chirico, Guttuso e altri ancora potranno essere demolite, distrutte, danneggiate, vendute, alterate, adibite a usi non consoni, restaurate e trasformate senza controllo, perché non più protette dal codice dei beni culturali. Questo soltanto al fine di consentire che esse potessero liberamente uscire dal territorio nazionale.

Stessa previsione per i beni con un valore economico inferiore ai 13.500 euro: un prezzo che, come è evidente, non è statico, immutabile nel tempo e che non viene nemmeno deciso da una parte indipendente, ma autodichiarato. È evidente, tra l'altro, come l'uscita automatica di beni autodichiarati favorirà la circolazione internazionale di beni rubati, contraffatti, falsi, inalienabili perché appartenenti a enti pubblici o parapubblici, che necessitano di permessi previ alla commercializzazione, staccati da monumenti, complessi architettonici e collezioni senza le dovute autorizzazioni, posseduti illecitamente, perché scavati o rinvenuti sottacqua dopo il 1909, oggetto di frode fiscale, riciclaggio, operazioni finanziarie gestite dalla criminalità organizzata, sempre più spesso adusa a investire nel mercato dell'arte del Novecento e dell'arte contemporanea.

Per questo intreccio di considerazioni di merito, metodo, opportunità e tempistica, il Gruppo di Sinistra Italiana voterà convintamente contro questo provvedimento, auspicando che le previsioni contenute non impattino in modo eccessivamente negativo sulla vita dei cittadini del nostro Paese.

Altro che legge sulla concorrenza: questa, su cui mettete la fiducia, è la legge del più forte! (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL).

CASTALDI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CASTALDI (M5S). Signora Presidente, prima dell'apposizione della fiducia ci trovavamo ormai alla quarta lettura del disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza. Si tratta del primo disegno di legge annuale che trova l'approvazione da quando, nel 2009, se ne decise l'obbligo. Cosa abbiamo vissuto da allora? Sfide tra Ministeri ed ex Ministri, conflitti di interesse, continui stop and go da parte del Governo nel merito delle misure, continui taglia e cuci di emendamenti e lobby che, purtroppo, hanno ancora il loro peso.

La sensazione che desta tutto questo è quella che continui a essere comunque il provvedimento delle occasioni perse. Una sensazione che è rimasta ed è aumentata. È un provvedimento omnibus che si occupa di tutti i settori del mercato e, quindi, inevitabilmente esposto alle interferenze e alle pressioni di un gran numero di lobby e gruppi di pressione. Il Presidente della 10ª Commissione, senatore Mucchetti, li chiama interessi organizzati o monopoli. Come dargli torto?

Le modifiche apportate al testo durante l'ultimo passaggio a Montecitorio, sulle quali avremmo dovuto concentrare il lavoro del Senato, hanno riguardato le assicurazioni, il telemarketing, l'energia, le società di odontoiatri e la bonifica dei terreni precedentemente utilizzati da distributori di carburanti dismessi. Modifiche che, secondo qualcuno della maggioranza, erano poco rilevanti e che quindi noi, in Senato, avremmo dovuto accettare senza troppo discuterle. E così, con la fiducia, avviene.

Il relatore, senatore Luigi Marino, ritenendo opportuno salvaguardare la credibilità del Senato, ci ha invitato, anche a nome dell'altro relatore, senatore Tomaselli, a ritirare tutti gli emendamenti presentati. Emendamenti sui quali, altrimenti, il parere sarebbe stato contrario. E questo - leggo dal Resoconto dei lavori di Commissione, oltre ad averlo ascoltato personalmente - nonostante i relatori giudichino «importanti e da tenere in considerazione alcune delle proposte di modifica» e rilevino «la presenza di alcuni elementi di criticità nel testo». Essi giudicano «prioritario, a questo punto, approvare definitivamente e in tempi rapidi il disegno di legge, rinviando eventuali correzioni al primo provvedimento utile».

I famosi primi provvedimenti utili, che sono quelli che poi non arrivano mai. Davvero credete o ci volete far credere «che ci possa essere, prima della fine della legislatura, un ulteriore provvedimento - anche d'urgenza - in tema di concorrenza, volto a modificare o integrare il disegno di legge in esame, correggendo le norme problematiche o addirittura errate che per diffusa consapevolezza si riconosce vi sono contenute»? Mucchetti dixit.

Erano sicuramente altri tempi quando il relatore Tomaselli dichiarava: «Quando Governo, partiti e maggioranza decideranno che questo provvedimento è utile al Paese e non l'ennesimo terreno di scontro politico, noi siamo a disposizione, avendo anche esaurito da tempo la nostra dose di pazienza». Le bocciature degli emendamenti, non solo i nostri ovviamente, sono state invece tutte squisitamente politiche, nessuna di merito. Un atteggiamento, questo della maggioranza e del PD, che conferma che per loro tutto ciò che chiedono le lobby e le autorità non imparziali non si tocca.

Non si comprende perché la Camera dei deputati possa modificare e noi invece rischiamo di perdere la credibilità se presentiamo e approviamo emendamenti e riapriamo la discussione. Da noi, invece, si pone la fiducia.

Faccio un esempio che mi riguarda: il famoso emendamento in tema di telemarketing, quello che subì anche l'editto renziano, dopo il silenzio dello stesso Renzi durato oltre un anno. All'epoca - parliamo di tre mesi fa - il senatore Tomaselli, relatore del disegno di legge, dichiarava che la polemica innestata in quelle ore dal Garante della privacy e ripresa da più parti su una norma del telemarketing pareva davvero «la classica tempesta in un bicchier d'acqua». Egli continuava dicendo che asserire che tale norma eliminava il requisito del consenso preventivo per le chiamate promozionali, "liberalizzando" il fenomeno del telemarketing selvaggio era una considerazione del tutto infondata. In realtà, la norma approvata, su proposta del Gruppo Movimento 5 Stelle, introduceva nuovi oneri a carico di chi opera in tale settore, volti a meglio identificare soggetti e oggetto della comunicazione. Il testo, ovviamente - spiegava allora il parlamentare Dem - era sempre migliorabile per evitare dubbi o equivoci, ma davvero lontano dalle nefaste conseguenze di cui si parlava. E lo avremmo certamente migliorato, Presidente, durante l'esame nell'Aula del Senato, possibilità che poi è venuta meno a seguito della apposizione della questione di fiducia sul testo Commissione da parte del Governo.

Ebbene, vi dico che la norma (che ricevette il parere positivo del Governo) è stata cassata alla Camera; noi l'abbiamo riproposta in Senato, dove però ci è stato detto: ritiro o bocciatura. Questo sarebbe il comportamento di fronte ad un testo migliorabile? E la perdita di credibilità sarebbe del Senato, nostra, di tutti noi senatori? E poi sento dire in Commissione che ci si sente sorpresi del voto favorevole di alcuni senatori, che sostengono il Governo, ad emendamenti delle opposizioni, quando il mio emendamento - lo ricordo - addirittura aveva il parere favorevole del Governo.

Come ebbe a dire il Capogruppo del Movimento 5 Stelle in 10a Commissione, senatore Girotto, non siamo certamente gli unici a rivolgere critiche a questo provvedimento, visto che critiche sono state espresse persino da autorevoli membri della maggioranza. Ricordo che il Presidente della 10a Commissione ha dichiarato testualmente che questa è una legge poco ambiziosa e che sarebbe stato meglio colpire di più i monopoli. Anche la collega Lanzillotta, all'epoca, giudicò questo come un provvedimento che conteneva norme insufficienti; poi, qualche giorno fa, al secondo passaggio, in discussione generale, ha modificato il suo giudizio, mentre il nostro rimane assolutamente negativo.

E come non potrebbe continuare ad esserlo, quando abbiamo sentito dire, dal presidente Mucchetti, in Commissione, che rispetto al suo emendamento relativo al mercato elettrico ed al servizio di salvaguardia «la Camera dei deputati, purtroppo, ha fatto un pasticcio dettato via mail dalla stessa ENEL». Presidente, ha sentito? Dettato via mail dalla stessa ENEL. Egli ha detto poi che è «stanco di veder prevalere le ragioni della politica politicante» - immagini noi, Presidente - «sulle questioni di merito» e che «trattandosi dell'unico provvedimento della legislatura sulla concorrenza, ben si potrebbe differirne di poco l'approvazione definitiva, visti i tempi complessivi dell'iter, correggendo un'evidente stortura che diversamente è destinata a restare e a produrre i suoi effetti», nonché che sul suo emendamento 1.1, che abbiamo votato anche noi «il testo approvato dal Senato aveva escluso il tacito rinnovo per le polizze assicurative del ramo danni di ogni tipologia, perché costituisce un privilegio delle compagnie di assicurazioni e non è nell'interesse degli assicurati. La Camera, dovendo fare una della "irrilevanti modifiche" (che non mi sembrano tanto irrilevanti),» «ha invece ripristinato questo meccanismo: è il testo del cartello delle assicurazioni, non certo a favore della concorrenza».

Tutto questo conferma il nostro giudizio espresso in discussione generale già in seconda lettura su questo disegno di legge: agevolare sfacciatamente le assicurazioni, consentire alle farmacie di continuare ad avere il monopolio sulla vendita di farmaci di fascia C, mantenere il patent linkage (la norma che ostacola la commercializzazione dei farmaci generici dopo la scadenza del brevetto), non abbandonare le difese di ristretti gruppi d'interesse contro i consumatori-cittadini.

Forse la migliore definizione di questo disegno di legge è stata fornita dal giornalista di «Il Fatto quotidiano» Palombi che, parafrasando Orwell e la sua neolingua, fotografa questo disegno di legge cosi: «La concorrenza è monopolio». Ed ancora: «Ecco, dentro questo carrozzone ogni lobby ha infilato o provato ad infilare una serie di norme proprio per comprimere il mercato e la concorrenza fottendo, per sovramercato, il cliente. È il caso della fine del mercato elettrico tutelato che regalerà alle aziende del settore 23 milioni di clienti a prezzi del 15-20 per cento superiori a quelli che si pagano ora. Ci sono pure favori per le assicurazioni (la lobby che ha incassato meno) e - "la concorrenza è monopolio" - a favore della concentrazione della proprietà delle farmacie o per consentire alle banche di prendersi l'intero mercato delle case private (ora potranno, cosa prima vietata, aprirsi il loro studio di ingegneria)».

Insomma ed in sintesi una mano persegue la concorrenza ed una mano invisibile (ma nemmeno tanto) la porta al monopolio. L'ossimoro nel quale navigate è quello di approvare un provvedimento antitrust che favorisce invece i monopoli.

Per tutti questi motivi, il nostro voto sarebbe stato convintamente contrario sul provvedimento e sarà ovviamente contrario sulla fiducia.

Approfitto di questi ultimi secondi per ringraziare comunque per il lavoro svolto i relatori e tutti i componenti degli Uffici della 10a Commissione, con i quali abbiamo collaborato in maniera positiva. (Applausi dal Gruppo M5S).

PELINO (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PELINO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, sono passati ormai più di due anni da quando è iniziato l'iter del disegno di legge recante la legge annuale per il mercato e la concorrenza, il cui esame ha preso l'avvio il 3 aprile 2015. Siamo, quindi, alla quarta lettura e questo ha comportato un forte rallentamento, assurdo per una legge che dovrebbe avere una cadenza annuale.

Vorrei solo ricordare che stiamo per esitare la prima legge in materia dal 2009, anno in cui è stato istituito lo strumento della legge annuale per il mercato e la concorrenza. E non è nemmeno servito a velocizzare il cammino della legge lo strumento della questione di fiducia, una richiesta che è stata posta solo per precludere la possibilità di apportare modifiche nell'Aula del Senato, in un testo che sembrava definitivo e che invece è stato rimodificato dalla Camera.

Noi abbiamo evidenziato sin dall'inizio dei lavori le nostre perplessità in merito al testo approdato in Commissione industria; i dubbi di una forza liberale, che si pone il problema fondamentale di contemperare le regole del mercato e della concorrenza con la tutela dei consumatori e dei lavoratori che da una concorrenza sleale rischiano di venire schiacciati.

Ed è sotto gli occhi di tutti l'immobilità del nostro Paese. Siamo quasi fermi, l'economia si muove a ritmi inferiori della media europea, che cresce più lentamente del resto del mondo. Il mercato e la concorrenza hanno come obiettivo quello di creare occasioni, innovare i vecchi modelli di produrre, allo stesso tempo favorire la creazione di nuovi lavori, di nuova impresa, per avere ogni giorno prodotti migliori a prezzi più bassi.

E a proposito di regole che incentivino l'occupazione, i dati di ieri, se letti bene, dimostrano che il jobs act ha solo creato precariato, lavoro a tempo determinato, spesso contratti di uno o due giorni in sostituzione dei voucher.

Il lavoro lo crea una economia che sia messa in grado di crescere stabilmente e in maniera rilevante. Una efficace legge sulla concorrenza dovrebbe, quindi, essere tempestiva e ricondurre al livello di mercato quelle aree che non consentono il più puntuale raffronto tra la domanda e l'offerta. E il confronto sul mercato tra i diversi player deve avvenire ad armi pari: cioè bisogna considerare le condizioni di partenza di tutti i soggetti che intendono contendersi il mercato.

Ovviamente, oltre alle regole generali, che sono valide sempre, devono esserci disposizioni da aggiornare, che seguano l'evoluzione dei mercati e delle nuove tecnologie, che sull'economia hanno un impatto importante.

Noi imprenditori italiani scontiamo il fare impresa in un Paese che conserva un eccesso di regole, di autorizzazioni e di controlli, che rallentano ogni iniziativa. A questo si aggiunga un carico fiscale tra i più alti al mondo, legato anche esso a una serie di adempimenti tributari spesso eccessivi ed inutili. Quindi, il primo ostacolo da togliere è quello della burocrazia, che mina la nostra competitività verso il resto del mondo. Poi, all'interno di ogni singolo settore è giusto che ci siano regole, ma che siano semplici e di facile attuazione.

Lo strumento annuale della legge sulla concorrenza andrà quindi rivisto e dovrà tenere conto di tutti gli aspetti che riguardano il fare impresa in Italia.

Il testo licenziato dalla Camera apporta varie modifiche a quello della Commissione industria del Senato. Alcune in peius - se si guarda alla ratio della concorrenza - come la norma che riguarda le polizze assicurative ramo danni di ogni tipologia, che alla loro scadenza, potranno essere rinnovate tacitamente, mentre il Senato aveva precluso questa possibilità.

Inoltre la Camera ha soppresso le norme sulle comunicazioni indesiderate, cioè i contenuti necessari dei contratti vocali non sollecitati da parte di operatori nei confronti degli abbonati e il fatto che si sarebbe stabilito che la chiamata è consentita solo quando l'abbonato, acquisite le suddette informazioni, presta un consenso esplicito. Questo significa una minore tutela in materia di protezione dei dati personali.

Inoltre, vi sono modifiche ad alcuni ambiti lavorativi e di produzione, quello energetico, assicurativo, odontoiatrico, bonifiche di aree contaminate e di distributori di benzina in dismissione.

Nella estenuante navetta, alcune modifiche introdotte in Senato si sono mantenute anche alla Camera, come ad esempio l'installazione a prezzi scontati per gli automobilisti che equipaggeranno il proprio veicolo con il dispositivo elettronico comunemente denominato «scatola nera».

Il comparto della odontoiatria, invece, ha visto ulteriormente precisati i criteri per l'abilitazione all'esercizio della professione.

Nel campo dei beni culturali rimangono nel testo, invece, privilegi a esclusivo favore degli antiquari e mercanti d'arte e su questo vorrei spendere qualche parola. In assoluto contrasto con i principi che l'hanno ispirato, il disegno di legge concorrenza non rimuove alcun ostacolo al libero dispiegarsi del mercato dell'arte, ma elimina solamente i controlli che lo Stato esercita su antiquari, galleristi e case d'aste in funzione dei compiti di tutela del patrimonio culturale demandatigli dall'articolo 9 della Costituzione.

In particolare, e ci tengo a precisarlo, siamo contrari all'innalzamento dell'età che un'opera deve avere per essere considerata un bene culturale, dagli attuali 50 ai 70 anni, e siamo contro la liberalizzazione dell'uscita definitiva dal territorio del Paese di tutti i beni culturali che abbiano un valore economico - tra l'altro autodichiarato - inferiore ai 13.500 euro. A parziale risarcimento, viene prevista l'introduzione del registro elettronico presso coloro che esercitano il commercio di beni culturali per il controllo preventivo delle cose libere di uscire. Per ridurre i controlli, purtroppo, il testo elimina una parte dal patrimonio culturale nazionale stabilendo che alcuni beni che oggi ne fanno parte, domani non vi rientreranno più e dunque non dovranno più, fra l'altro, passare al vaglio degli uffici esportazione del Ministero per lasciare il territorio del Paese.

Il testo, purtroppo non modificato dalla Camera, favorisce e protegge gli interessi di pochi, a totale discapito di quelli di tutti gli altri cittadini che si vedono sottrarre importanti e cospicui segmenti del patrimonio culturale nazionale senza alcun vantaggio. Prova ne sia che i provvedimenti relativi ai beni culturali non erano fra quelli richiesti dall'Autorità garante per il mercato e la concorrenza.

Così come continuiamo a ribadire la nostra netta contrarietà alle norme che danneggiano i tassisti, penalizzando il lavoro e il sacrificio economico di migliaia di persone in nome di una concorrenza sleale e non ponendosi il problema di garantire quella qualità del servizio che le piattaforme online non sono in grado di assicurare.

Siamo quindi di fronte a una legge contraddittoria, insufficiente, dopo la quale serviranno nuovi interventi e un maggiore impulso alle regole di mercato da parte delle Autorità indipendenti.

Per quanto riguarda gli interessi dei cittadini, poco si è mosso per i principali servizi di cui quotidianamente essi usufruiscono. Bisognerà arrivare a disposizioni che prevedano di mettere a gara i servizi pubblici locali, che costituiscono il grosso dell'economia e delle tariffe con cui si misurano ogni giorno i consumatori. Con gare serie, di tipo europeo, saranno i principali player del settore delle utility a confrontarsi sul mercato e, una volta ottenuti gli affidamenti, a misurare i livelli della propria efficienza e produttività, riuscendo a rendere servizi migliori a tariffe più contenute.

Per concludere, le norme sulla concorrenza servono laddove siano inserite in un quadro di semplificazione normativa, burocratica e fiscale, che agevoli la vita dei consumatori e dei lavoratori. Altrimenti, approvare una legge annuale sulla concorrenza può diventare addirittura un esercizio inutile, se non, in alcuni casi, veramente dannoso.

Con queste ultime considerazioni annuncio il voto contrario del Gruppo Forza Italia. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

TOMASELLI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 10,45)

TOMASELLI (PD). Signora Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, consentite anche a me di iniziare il mio intervento ringraziando, anzitutto il mio Gruppo che mi concede la possibilità di svolgere questa dichiarazione di voto avendo svolto la funzione di relatore insieme al collega Luigi Marino durante il lungo iter parlamentare che ha contraddistinto l'esame del disegno di legge in titolo.

Ringrazio il collega Luigi Marino per il lavoro che abbiamo svolto insieme e i membri della 10a Commissione, a cominciare dal suo Presidente e tutti i componenti, che non cito ma a cui rivolgo un sentito ringraziamento per la cordialità che è stata richiamata da alcuni colleghi nel corso del dibattito di ieri e di questa mattina, nonché per l'utilità che ha contraddistinto i lavori della Commissione. Ringrazio altresì gli Uffici della Commissione e anche il sottosegretario Gentile, per l'impegno con cui ha seguito i nostri lavori. Consentitemi inoltre di ringraziare la ministra Anna Finocchiaro e il presidente del Gruppo del Partito Democratico, senatore Zanda, perché senza la loro determinazione e il loro impegno probabilmente questo disegno di legge non sarebbe alla vigilia, come mi auguro sia, di un voto definitivo che consegni al Paese una legge importante per quanto controversa.

Siamo arrivati all'ultimo passaggio, quello finale, di uno dei provvedimenti più complessi dell'intera legislatura per l'ampiezza dei temi trattati, ma al contempo anche di uno dei disegni di legge dall'iter parlamentare più controverso e tortuoso che si sia esaminato in questi ultimi anni. Il testo è tornato all'esame dell'Assemblea del Senato a seguito della lettura con modifiche che la Camera dei deputati ha svolto nelle scorse settimane, a tre mesi dalla prima lettura di quest'Assemblea (la seconda dell'intero disegno di legge). Si è trattato di modifiche circoscritte, per quanto importanti, richiamate all'inizio di questo dibattito dal collega Marino, che non credo cambino il segno complessivo del provvedimento per come lo avevamo licenziato dopo il lungo esame in Commissione Industria.

Nel corso di questi due giorni di dibattito sul disegno di legge in esame è aleggiata da parte di più colleghi una domanda che ci eravamo posti in quest'Aula tre mesi fa: si poteva fare di più? Certamente sì, ma nonostante ciò il nostro giudizio era e resta quello di un provvedimento utile, che va nella direzione auspicata e sollecitata non soltanto dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, ma da molti settori della società che guardano a questa opportunità come a una occasione da cogliere. Si tratta indubbiamente di un primo tassello di un percorso che nei prossimi mesi ed anni, attraverso le prossime leggi sulla concorrenza, dovrà cimentarsi con la necessità di provare a rimuovere gli ulteriori ostacoli che si frappongono alla più ampia apertura dei mercati e ad innescare un circolo virtuoso di maggiore competitività e crescita del Paese.

Una parte del lavoro che spettava a tutti noi è stato fatto, pur tra ostacoli non lievi, a cominciare dai tempi di esame e approvazione, moltiplicatisi del tutto inopinatamente. Nonostante tali avversità, come abbiamo rivendicato già durante la prima lettura in quest'Assemblea ma desidero ribadirlo in questa sede, su temi molto importanti come le assicurazioni, l'energia, i servizi professionali, le farmacie, il credito e i trasporti abbiamo tenuto la barra dritta dell'apertura dei mercati a una più ampia concorrenza, in uno con la individuazione di un adeguato sistema di garanzie per i consumatori e gli utenti che possano evitare loro distorsioni e penalizzazioni. Si è trattato di una sfida non facile in presenza di temi di così largo interesse per il Paese e su cui legittimamente abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a un continuo braccio di ferro tra interessi contrapposti.

Sono state richiamate diverse questioni nel corso del dibattito e del confronto. Ne voglio richiamare velocemente alcune, per poi soffermarmi solamente su una in particolare. Per quanto riguarda il tema delle professioni (penso al tema delle farmacie), abbiamo condiviso - ed eravamo pronti anche a modificare il testo in quest'Aula, se ne avessimo avuto le condizioni - le perplessità su una soglia che rischia di essere troppo alta. Ne hanno parlato ieri il collega Mandelli e stamattina il collega D'Ambrosio Lettieri. Abbiamo lavorato insieme in Commissione per introdurre quello che comunque è un vincolo all'ingresso dei capitali nella gestione delle farmacie, scelta che condividiamo e che rivendichiamo, ma che va in qualche modo condotta dentro regole di mercato che non devono penalizzare l'istituto delle farmacie e la professionalità dei farmacisti. Penso che su questo tema si dovrà tornare.

Per quanto riguarda il tema delle parafarmacie, pur non avendo trovato le condizioni per farlo, eravamo pronti e c'era consenso a risolvere una volta per tutte e a dare una soluzione organica e definitiva a questo tema. Si tratta di un'esperienza tutta italiana, ma che - diciamoci la verità - non ha funzionato in questi anni o, se ha funzionato, non ha funzionato secondo le aspettative di quando nacque questo istituto. Eravamo pronti e mi auguro che in un prossimo provvedimento si possa addivenire a una soluzione organica, che non può che essere quella di allargare l'ingresso al mondo delle farmacie dei titolari di parafarmacie farmacisti; questa è la soluzione strutturale su cui penso vi possa essere nel Paese un largo consenso.

Il secondo tema è quello delle assicurazioni RC auto; anche questo tema è tornato in termini polemici. Io capisco la propaganda, però vorrei resistere a rispondere sul tono della propaganda e restare invece al merito delle questioni. Mi sembra più utile consegnare una riflessione di merito piuttosto che inseguire i toni della propaganda. Sull'RC auto abbiamo condiviso unanimemente in quest'Aula, così come alla Camera, la necessità di introdurre norme che potessero abbattere la fortissima discrasia che vi è tra varie aree del Paese a virtuosità costante tra automobilisti. Lo abbiamo fatto correggendo e migliorando la norma licenziata dalla Camera e rendendola più efficace e più certa. Una norma che produrrà sconti aggiuntivi e sensibili ai cittadini automobilisti virtuosi del Nord come del Mezzogiorno, purché insistano alcune condizioni, a cominciare dall'installazione della scatola nera. Verranno premiate in particolare quelle realtà in cui più alta è la discrasia rispetto alla media nazionale del costo delle polizze auto.

C'è un altro tema che è tornato anche questa mattina e mi spiace che sia caduta in una sorta di incidente dialettico anche la collega Pelino, con cui abbiamo lavorato sempre in grandissima sintonia. Non ci sono norme che danneggiano i tassisti in questo provvedimento. L'unica norma che riguarda i tassisti, così come il noleggio con conducente e, più in generale, il tema del trasporto pubblico non di linea, è una norma che abbiamo inserito con cui si delega il Governo ad emanare decreti attuativi rispondenti a una serie di criteri che abbiamo fissato nella delega. Non c'è alcuna norma immediatamente operativa, né tanto meno che danneggia i tassisti. C'è una delega che vuole affrontare in maniera sistematica il tema dell'ammodernamento di questo servizio, mettendo al centro il ruolo insostituibile dei taxi, ma non chiudendo gli occhi rispetto all'innovazione tecnologica, che cambia i costumi e gli usi dei cittadini e di ognuno di noi quotidianamente. Penso al tema delle applicazioni.

Lo vorrei dire anche al collega Cervellini (il collega Cervellini ha letto molti giornali sul tema della concorrenza, ma credo che non abbia letto per nulla il disegno di legge: lo invito a farlo): quando si enfatizza il tema delle lobby - lo dico assumendomi la responsabilità delle cose che dico, come ho sempre fatto - se c'è una lobby che, per violenza dei toni, degli argomenti e anche delle modalità con cui abbiamo dovuto confrontarci, è tra le più violente, è proprio quella di alcune frange che rappresentano i tassisti. Ho ancora di fronte la scena della Capitale d'Italia bloccata negli scorsi mesi da uno sciopero improvviso dei tassisti nelle ore in cui al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti si teneva il vertice tra il ministro Delrio e tutte le sigle sindacali dei tassisti. Questo è un lobbismo che danneggia le categorie interessate, non fa buona causa con gli interessi di cui sono portatori i sindacati e danneggia soprattutto il Paese.

Infine, vi è il tema dell'energia, anche questo controverso. Non ho il tempo per entrare nel merito. L'energia, e in particolare la cessazione del regime cosiddetto di maggior tutela e il passaggio al mercato libero, è un tema che molto ha appassionato in questi ultimi mesi e in queste ultime settimane anche qui dentro. Si è svolto un dibattito sull'errato e strumentale presupposto che le norme che stiamo per licenziare siano utili ad alcuni operatori e che possano produrre aumenti delle bollette. In realtà, proprio l'attuale regime, di cui, da parte di alcuni, si auspica inopinatamente la continuazione, ove non modificato, non farebbe altro che protrarre una situazione di sostanziale oligopolio e di prezzi amministrati, che mortificherebbe la concorrenza tra gli operatori e la stessa mobilità della clientela e non attiverebbe un protagonismo attivo dei consumatori. Su questo siamo intervenuti.

Vorrei ricordare che il regime di maggior tutela - attraverso il quale l'acquirente unico si occupa dell'approvvigionamento dei clienti che non hanno scelto il loro fornitore - è definito transitorio dalla stessa disciplina che lo ha introdotto. Ad oltre dieci anni dall'apertura alla concorrenza del mercato retail ci sembra che si siano create le condizioni di mercato e di maturità dei consumatori per portare a termine quel disegno coraggioso e innovativo di liberalizzazione, in piena sintonia con gli orientamenti europei sul tema.

L'acquirente unico ha svolto un ruolo egregio in questi anni, ma al tempo stesso l'esistenza di un regime di prezzi fissati dal regolatore e percepiti come amministrati ha contribuito a ingessare il mercato. Ha infatti scoraggiato la mobilità della clientela e disincentivato gli operatori a farsi concorrenza in modo più vivace, competendo sulla qualità e tipologia dei servizi offerti oltre che sul prezzo. Se non si ingaggia, non si motiva la domanda, allora diventa difficile vedere progressi in questo ambito e risulta anche più complicato veicolare soluzioni più efficienti nell'approvvigionamento e nel consumo di energia.

Con le norme che abbiamo previsto (indubbiamente migliorabili), peraltro, si definiscono una serie di condizioni ex post edex ante e una serie di strumenti volti a garantire il corretto funzionamento del mercato e la protezione dei clienti più deboli.

Le norme sono specificatamente individuate nel disegno di legge che stiamo per licenziare.

Inoltre, proprio per venire incontro alle esigenze poste da più parti e per un passaggio graduale e quanto più efficace possibile verso il mercato libero, abbiamo accolto, già nella prima lettura in Senato, la proposta emendativa avanzata dal Gruppo Articolo 1-MDP di posticipare tale scadenza al 1° luglio 2019. Le perplessità di alcuni, quindi, anche in questa sede, sono ingenerose verso lo sforzo che è stato fatto, con il duplice obiettivo di promuovere la concorrenza di mercato e rafforzare il protagonismo e lo stesso ruolo attivo dei consumatori.

Peraltro, l'Autorità per l'energia e lo stesso Ministero dello sviluppo economico saranno protagonisti della fase transitoria.

Insomma, a noi pare che questo provvedimento vada nella direzione giusta, pur tra limiti segnalati e tempi dilatati. Ora si tratta di proseguire con convinzione su questo percorso con il contributo di tutti, facendo tesoro di errori e inciampi, a cominciare dal fatto che - mi auguro - la prossima legge sulla concorrenza, quando verrà, debba essere forse meno ambiziosa ma più snella e mirata e quindi più incisiva.

Per tali ragioni, davvero convintamente, annuncio il voto favorevole del Gruppo del Partito Democratico alla definitiva approvazione del disegno di legge in materia di concorrenza e di apertura dei mercati. (Applausi dai Gruppi PD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

MUCCHETTI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

MUCCHETTI (PD). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, è con tristezza che prendo la parola per annunciare che non parteciperò al voto sul disegno di legge sulla concorrenza. Osservare la disciplina di partito in sede di votazione è importante, lo so bene, tanto più quando il Governo pone la questione di fiducia, ma temo che questa volta sia stata chiesta la questione di fiducia non per superare l'ostruzionismo dell'opposizione, ma per evitare il voto dell'Assemblea su emendamenti scomodi (Applausi dai Gruppo M5S, LN-Aut e della senatrice Rizzotti), come quelli che alcuni senatori avevano proposto su assicurazioni ed energia. Tali emendamenti erano stati respinti in Commissione grazie alle assenze e alle astensioni delle minoranze di centrodestra, che forse in Assemblea, in coerenza con le dichiarazioni che hanno testé fatto, avrebbero potuto tenere comportamento diversi.

D'altra parte, non andrebbe nemmeno richiesta la fiducia in tempi tali da far saltare la discussione generale conclusiva su un provvedimento che, almeno a parole, si vuole cruciale per la competitività del Paese. Mi dispiace in particolare che il Gruppo del PD, al quale mi onoro di appartenere, non abbia chiesto di utilizzare il proprio tempo nemmeno nella discussione sulla fiducia, per evitare che il Senato debba riunirsi anche domani, benché il calendario lo preveda. (Commenti dal Gruppo PD. Applausi dal Gruppo M5S). Non ho interrotto nessuno e chiedo ai miei colleghi, specialmente del PD, di avere la stessa buona educazione. (Applausi dai Gruppi M5S, LN-Aut e del senatore Compagna). Domani sarebbe mancato il numero legale, perché in mancanza di elezioni anticipate si anticipano le vacanze? O perché sarebbero emerse le difficoltà di un Gruppo - per meglio dire, di una maggioranza o, per meglio dire ancora, non solo di una maggioranza, perché alla Camera dei deputati ci sono state convergenze bipartigiane su certe norme - che nel merito di talune rilevanti questioni ha fatto della legge sulla concorrenza uno strumento per favorire o salvaguardare alcune grandi aziende, delle quali faccio i nomi: Enel, Generali, Unipol, Walgreen Boots Alliance, "Big pharma".

Dicevo che è con tristezza che non parteciperò al voto. Aggiungo che non vi parteciperò con preoccupazione. In pochissime altre occasioni mi sono avvalso dell'articolo 67 della Costituzione: in occasione del primo voto sulla riforma costituzionale e del voto sull'Italicum. La storia ha poi rapidamente dimostrato chi, in quelle due occasioni, aveva visto giusto e chi no. Temo che accadrà lo stesso anche su questo fronte ed è per questo che sono preoccupato. Mi si potrebbe chiedere, visto che ho votato la fiducia nella seduta del 3 maggio, perché adesso non faccio altrettanto. Rispondo che la fiducia del 3 maggio l'ho votata nonostante forti perplessità, delle quali do conto nel testo scritto, che chiedo la cortesia al Presidente di acquisire agli atti.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

MUCCHETTI (PD). La ringrazio, signor Presidente.

Voglio ricordare oggi la principale di queste perplessità: essa ha a che vedere con il livello del nostro dibattito culturale e politico generale sulla concorrenza e attiene alla filosofia di fondo del provvedimento, disegnato dal Governo Renzi, per cui si affrontano questioni particolari di varia importanza, seguendo qua e là la logica dell'«Istituto Bruno Leoni», un think tank assai brillante, di orientamento liberista, finanziato dai grandi gruppi, tra cui l'Enel.

Si fa questo e si sfugge alle questioni radicali del nostro tempo, che sono quelle poste dai nuovi monopoli della rete e non dai vecchi. È triste e preoccupante per tutti noi in questa Aula, ma specialmente per noi del Partito Democratico che sia un signore come Steve Bannon, chief strategist del presidente Trump, a porre la questione di come trattare Google e Facebook (non i tassisti) e a rispondere che andrebbero regolate quale public utility di tipo nuovo, mentre noi facciamo fatica a varare una web tax.

Insomma, la fiducia l'avevo votata nonostante le perplessità perché il Governo chiedendola e il PD concedendola promettevano un analogo percorso alla Camera, così da consentire al Governo Gentiloni Silveri l'immediato varo di un decreto-legge che avrebbe corretto alcune storture di questo disegno di legge e avviato una più ambiziosa e mirata politica della concorrenza. L'ambizione non sta nella quantità di temi che si affrontano, ma nell'importanza dei pochi temi che vanno affrontati e risolti. Invece, la Camera ha allungato i tempi e ha modificato il disegno di legge peggiorandolo, come lo stesso relatore Luigi Marino ha riconosciuto con la consueta onestà intellettuale.

Questo disegno di legge rappresenta l'unico provvedimento di politica della concorrenza di questa legislatura ed è troppo tardi per scongiurarne gli effetti, laddove questi non siano positivi. Avremmo dovuto farne cinque di leggi annuali sulla concorrenza; ne portiamo invece a casa una che è quella che è. Noto, infine, che è stato difficile per non dire impossibile il confronto…

PRESIDENTE. Concluda. (Commenti dal Gruppo PD).

MUCCHETTI (PD). Consentitemi di finire; forse può essere utile.

TAVERNA (M5S). È il loro relatore e gli stanno togliendo la parola.

MUCCHETTI (PD). Se il Gruppo del PD ritiene che mi si debba togliere la parola, non c'è problema. (Applausi dai Gruppi M5S, LN-Aut, Misto-SEL-SI e della senatrice De Pin. Commenti dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Senatore Mucchetti, aveva tre minuti e ha parlato per otto. Non si può lamentare del fatto che le viene tolta la parola.

AIROLA (M5S). Quanti relatori hanno parlato di più?

PRESIDENTE. Senatore Airola, non è stato chiamato in causa.

Senatore Mucchetti, se vuole concludere, ne ha la facoltà.

MUCCHETTI (PD). È con tristezza che non parteciperò al voto.

Noto, infine, che è stato difficile il confronto tecnico; lo dico con cifre alla mano. Quanti di noi si sentono novelli Cavour che credono di perseguire sofisticate strategie politiche alle quali ogni volta va sacrificato il merito delle questioni? Sono tanti e sono convinti che il merito seguirà (come l'intendenza per il generale de Gaulle), ma diversamente da noi, Cavour, prima di praticare la politica del carciofo, era andato in Francia a studiare l'agricoltura moderna per realizzarla in Piemonte. Ecco, se dico che la mera cancellazione del servizio di maggior tutela senza prevedere rimedi antitrust determinerà il passaggio automatico di 19 milioni di clienti dall'acquirente unico all'Enel, senza costi per lo stesso Enel, che ricaverà da questo provvedimento un margine maggiore di un miliardo, vorrei che mi si dicesse che i bilanci e le presentazioni agli analisti, che ho sempre citato, vanno letti in un altro modo e mi si dicesse qual è questo modo. Vorrei che mi si dicesse che i limiti antitrust non sono più quello che sono sempre stati e cioè un modo per rompere o evitare la costituzione di posizioni eccessivamente dominanti che si ritengono dannose, ma che sono un lacciolo che riduce il vantaggio futuro previsto per un'azienda a partecipazione statale. Purtroppo questo confronto non c'è mai stato. Si è solo discettato di mercato, sostanzialmente in astratto, dando per scontato ciò che scontato non è.

Per queste ragioni, e anche per difendere la dignità del Senato, compromessa nel confronto con la Camera, credo che sia dovere del Presidente della Commissione Industria far seguire un gesto alle parole. Questo gesto è la non partecipazione al voto (Commenti del Gruppo PD), ma non senza aver prima ringraziato i relatori, i colleghi della Commissione, gli Uffici, nonché il Ministro e il Sottosegretario per il buon lavoro che hanno comunque fatto: loro e non altri, sopra o accanto a loro. (Applausi dai Gruppi M5S, LN-Aut, Art.1-MDP, Misto-SI-SEL e della senatrice De Pin).

PRESIDENTE. Procediamo alla votazione.