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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 834 del 31/05/2017


Discussione del documento:

(Doc. XVI-bis, n. 11) Relazione all'Assemblea della Commissione parlamentare per le questioni regionali sulle forme di raccordo tra lo Stato e le autonomie territoriali e sull'attuazione degli Statuti speciali (ore 18,12)

Approvazione della proposta di risoluzione n. 1

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del documento XVI-bis, n. 11.

La relazione è stata già stampata e distribuita.

Ha chiesto di parlare per integrare la relazione scritta la relatrice, senatrice Orrù. Ne ha facoltà.

ORRU', relatrice. Signor Presidente, la relazione della Commissione parlamentare per le questioni regionali, approvata lo scorso 10 maggio, giunge al termine di un'approfondita riflessione sullo stato del regionalismo e, più in generale, sull'assetto degli enti territoriali del nostro Paese. Si tratta di una riflessione che tiene conto delle principali criticità nel sistema di raccordo tra Stato ed enti territoriali, nell'attuazione degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale e nel processo di riordino degli enti locali, secondo le indicazioni emerse nel corso delle indagini conoscitive concluse dalla Commissione, in particolare quella sulle forme di raccordo tra lo Stato e le autonomie territoriali, con particolare riguardo al sistema delle Conferenze; nonché quella sulle problematiche concernenti l'attuazione degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale.

Prima di entrare nel merito dei contenuti della relazione, permettetemi di rivolgere un ringraziamento al presidente, onorevole D'Alia, per la modalità con cui ha condotto i lavori della Commissione, e a tutti i colleghi, che hanno contribuito alla stesura di un documento ampiamente condiviso, secondo una logica bipartisan tesa ad evidenziare criticità e a proporre soluzioni concrete nell'esclusivo interesse del Paese.

Richiamo solo due numeri, che fanno comprendere l'impegno profuso dalla Commissione: considerate congiuntamente le due indagini conoscitive e l'ulteriore breve procedura informativa condotta durante l'esame della relazione, la Commissione ha svolto ben 49 sedute e audito oltre cento personalità, fra rappresentati del Governo centrale, delle autonomie territoriali, della magistratura amministrativa e contabile, del mondo accademico e dirigenti della pubblica amministrazione.

Un ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno contribuito ai lavori, a partire proprio dai numerosi rappresentanti delle istituzioni ed esperti del settore, che hanno indubbiamente arricchito i lavori della Commissione con i loro contributi e le loro riflessioni. La Commissione si è altresì avvalsa della proficua collaborazione di consulenti, svolta a titolo gratuito. Infine, un apprezzamento e un sentito ringraziamento va alle due amministrazioni di Camera e Senato, che hanno fortemente sostenuto l'attività della Commissione, mettendo a disposizione personale di qualità in un'ottica di messa a sistema delle rispettive risorse. In particolare, insieme agli uffici della Commissione, voglio ringraziare i funzionari, la dottoressa Martuscelli e il dottor Fucito.

Entrando nel merito, la relazione enuclea una serie di indicazioni concrete per la ridefinizione volte a completare il quadro istituzionale delineato dalla riforma costituzionale del 2001.

Il primo tema affrontato riguarda l'esigenza di procedere all'integrazione della Commissione parlamentare per le questioni regionali con rappresentanti delle autonomie territoriali. I soggetti auditi hanno, infatti, convenuto sulla necessità di riconoscere una sede parlamentare di dibattito e confronto sulle questioni relative agli enti territoriali, individuata nella Commissione parlamentare secondo quanto previsto dall'articolo 11 della legge costituzionale n. 3 del 2001.

Al riguardo, ricordo che l'articolo 11 demanda ai Regolamenti parlamentari l'integrazione della Commissione con rappresentanti delle Regioni, delle Province autonome e degli enti locali e stabilisce una particolare valenza procedimentale al parere reso dalla Commissione, se riferito a disposizioni di legge che incidano sulle materie assegnate alla competenza legislativa concorrente (articolo 117, terzo comma, della Costituzione) o sull'autonomia finanziaria delle autonomie (articolo 119 della Costituzione). Nel caso in cui la Commissione di merito non si adegui al parere, «sulle corrispondenti parti del progetto di legge l'Assemblea delibera a maggioranza assoluta dei suoi componenti».

L'integrazione della Commissione era delineata come una soluzione-ponte in attesa di una più ampia riforma costituzionale che trasformasse il Senato in una Camera delle autonomie. Con la mancata entrata in vigore sia della riforma costituzionale del 2006, sia di quella del 2016, tale soluzione non si può considerare neanche più transitoria; piuttosto, essa costituisce l'unica forma di raccordo fra Stato ed autonomie territoriali prevista a livello costituzionale, in un assetto che può oramai ritenersi consolidato.

Il ritardo nell'attuazione dell'articolo 11 della legge costituzionale n. 3 del 2001 ha costituito per il Parlamento una sostanziale rinuncia ad una funzione essenziale nell'attuale sistema di governance multilivello: la funzione di coordinamento tra i diversi livelli di governo. Le Assemblee parlamentari costituiscono infatti la sede naturale per la realizzazione del principio di leale collaborazione (soprattutto, ma non solo, nell'ambito del procedimento legislativo); sede che consente di riportare nel circuito della democrazia rappresentativa l'adozione di scelte di fondamentale importanza per la vita dei cittadini. È lo stesso articolo 5 della Costituzione, del resto, a richiedere alla Repubblica di adeguare i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento. L'attuazione dell'articolo 11, lungi dal costituire una soluzione anacronistica, risulta dunque quanto mai urgente nella fase attuale, per superare l'impasse dovuta all'assenza di uno spazio parlamentare per la composizione degli interessi degli enti costitutivi della Repubblica.

Occorre porre rimedio all'assenza di una sede istituzionale e trasparente dove le istanze provenienti dai territori possano confrontarsi con lo Stato centrale al fine di elaborare soluzioni comuni e condivise. La partecipazione delle autonomie territoriali al procedimento legislativo consentirebbe, per così dire, di anticipare a monte il confronto fra Stato ed enti territoriali sulla legislazione; un confronto che oggi è relegato in gran parte a valle, ovvero in sede di attuazione delle leggi presso il sistema delle Conferenze o nell'ambito della Corte costituzionale, chiamata fin troppo spesso a risolvere i continui conflitti tra Stato e Regioni, finendo di fatto con lo svolgere un ruolo che va oltre quello proprio di un giudice delle leggi. L'elevato contenzioso costituzionale sul Titolo V costituisce il segno più evidente della crisi dell'attuale sistema di raccordo fra Stato e autonomie, presidiato solo dal sistema delle Conferenze.

Più in generale, il sistema delle Conferenze è stato chiamato a svolgere, oltre al ruolo che gli è proprio (di sede di confronto fra esecutivi sull'attuazione delle leggi e di collaborazione sul piano amministrativo), anche un ruolo di sostanziale supplenza del Parlamento.

È proprio la Corte costituzionale ad aver più volte fatto riferimento, nelle sentenze in cui richiamava il rispetto della leale collaborazione al fine di dirimere i conflitti tra Stato e Regioni, alla «perdurante assenza di una trasformazione delle istituzioni parlamentari e, più in generale, dei procedimenti legislativi - anche solo nei limiti di quanto previsto dall'articolo 11 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3».

L'urgenza di procedere all'integrazione della Commissione si lega anche alla recente sentenza n. 251 del 2016 della Corte costituzionale. Mutando il proprio precedente orientamento, la Corte ha esteso l'applicabilità del principio di leale collaborazione all'ambito del procedimento legislativo: nei casi in cui «il legislatore delegato si accinge a riformare istituti che incidono su competenze statali e regionali, inestricabilmente connesse, sorge la necessità del ricorso all'intesa». In altri termini, nel processo di approvazione dei decreti legislativi occorre acquisire l'intesa da parte del sistema delle Conferenze, e non più il solo parere, finendo peraltro per rendere marginale l'esame parlamentare dei decreti legislativi.

Nella relazione si propone, nello specifico, di valorizzare gli esiti dell'ampio lavoro istruttorio che è stato svolto nel corso della XIV legislatura dalle Giunte per il Regolamento dei due rami del Parlamento per l'integrazione della Commissione. Un lavoro istruttorio successivamente interrotto anche in considerazione dell'avvio dell'iter legislativo della riforma costituzionale, poi respinta a seguito del referendum del giugno 2006. Un lavoro che la Commissione ha ulteriormente arricchito facendo tesoro dei circa sedici anni trascorsi dalla riforma del titolo V della Costituzione e della cospicua giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha concretamente ridisegnato il quadro del riparto di competenze tra Stato e Regioni.

Gli approfondimenti recati nella relazione (cui si fa necessariamente rinvio) riguardano in particolare: l'individuazione della fonte cui ricorrere per l'attuazione dell'articolo 11; la composizione e l'integrazione della Commissione; le competenze della Commissione in composizione integrata; le modalità di deliberazione e di funzionamento; gli effetti dei pareri nell'ambito del procedimento legislativo.

Tenuto conto della tempistica necessaria per la completa attuazione dell'articolo 11, anche in relazione alla durata dell'attuale legislatura, la relazione suggerisce una rapida attivazione delle sinergie tra la Commissione parlamentare e i rappresentanti di Regioni ed enti locali, tanto per l'urgenza con cui si impongono le questioni relative all'assetto ordinamentale e finanziario degli enti territoriali, quanto per l'opportunità di porre le basi, anche metodologiche, del lavoro della futura Commissione in composizione integrata.

Altro tema importante della relazione, peraltro connesso con il precedente, riguarda l'esigenza di una razionalizzazione del sistema delle Conferenze. Fra le principali criticità delle Conferenze intergovernative, dalle audizioni è emersa l'eterogeneità delle materie all'ordine del giorno e la conseguente necessità di concentrare l'attività sugli ambiti propri del confronto fra Governo nazionale ed esecutivi degli enti territoriali. Si segnala inoltre l'opportunità di sostituire le tre Conferenze con una Conferenza unica, articolata in una sede plenaria e in due distinte sezioni (regionale e locale). Nell'ambito delle Conferenze, dovrebbe essere poi favorita una maggiore bilateralità, attenuando la posizione di supremazia del Governo con la previsione di forme di rotazione nella Presidenza o di una co-Presidenza ed assicurando una maggiore partecipazione degli enti territoriali alla formazione dell'ordine del giorno. È emersa altresì l'esigenza di più ampie forme di trasparenza e pubblicità degli atti e delle sedute delle Conferenze, al fine di rendere più agevolmente conoscibile la posizione dei vari soggetti per una corretta assunzione di responsabilità.

Sotto diverso profilo, si rileva l'assenza di una vera sede politica in cui il Governo nazionale e gli esecutivi territoriali si confrontino sulle grandi scelte strategiche per il Paese. Si suggerisce, quindi, l'istituzione di una Conferenza degli esecutivi, composta dal Presidente del Consiglio dei ministri e dai Presidenti delle Regioni e delle Province autonome, con il compito di delineare un'agenda politica condivisa tra Governo centrale e territori.

Il terzo tema affrontato dalla relazione riguarda le Regioni a Statuto speciale. Il lavoro della Commissione si è articolato su due versanti: la revisione degli Statuti speciali e l'attuazione delle norme statutarie. Si tratta di due aspetti fra loro connessi: per un verso, infatti, l'esito non confermativo del referendum costituzionale del dicembre 2016 non ha fatto venir meno l'esigenza di una organica revisione degli Statuti speciali; per altro verso, appare ineludibile una regolamentazione del procedimento di attuazione al fine di eliminare le evidenti distonie che hanno fin qui caratterizzato i procedimenti nelle diverse Regioni a Statuto speciale. In questo ambito una specifica attenzione è stata dedicata alla questione dell'ordinamento finanziario delle Regioni ad autonomia speciale.

L'ultimo tema affrontato dalla relazione è quello del riordino degli enti di area vasta: Province e Città metropolitane. All'indomani del referendum costituzionale, si è avviato un dibattito sulle possibili conseguenze della mancata entrata in vigore della riforma della Costituzione sulla legge n. 56 del 2014, con cui si è operato il riordino. In proposito, rimane immutata la collocazione nell'ordinamento delle Province, che continuano a essere enti costitutivi della Repubblica assieme allo Stato, le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni e a vantare una propria autonomia anche in termini finanziari. Ed è proprio alla luce della posizione di equiparazione agli altri enti territoriali delle Province che deve essere rapportata ogni ipotesi di intervento ulteriore che incida sugli enti di area vasta. La relazione ritiene auspicabile che ogni riflessione in proposito non possa non tener conto delle trasformazioni a livello territoriale nel frattempo intervenute, e in particolare della rilevante attività legislativa posta in essere dalle Regioni in attuazione della legge n. 56 (peraltro esaminata in dettaglio da un'analisi del Servizio studi del Senato).

Le Regioni hanno proceduto, infatti, ad una complessiva ed estremamente articolata ridefinizione delle funzioni e degli assetti degli enti locali, che si è accompagnata a una riorganizzazione delle strutture amministrative regionali e degli enti di area vasta (che ha riguardato anche procedure di mobilità di personale, ormai definite). Si tratta di un processo, in fase molto avanzata, che sembrerebbe opportuno non rimettere completamente in discussione, al fine di non introdurre elementi di incertezza in ordine all'esercizio delle funzioni appena riordinate e all'erogazione dei servizi ai cittadini.

Più che ad una rivisitazione della legge n. 56, l'attenzione dovrebbe essere posta in particolare su alcune misure che, come sostenuto anche dalla Corte dei Conti in audizione, hanno inciso significativamente sull'autonomia organizzativa e finanziaria degli enti di area vasta e che fondavano la loro legittimità proprio nella prospettiva della riforma costituzionale.

È stata l'esiguità delle risorse, risultante dalla contestualità del taglio dei trasferimenti statali e del ritardo nell'attuazione del federalismo fiscale, che ha fatto sì che non fosse sempre pienamente assicurata la corrispondenza fra funzioni affidate e risorse assegnate, principio peraltro riconosciuto dalla Corte costituzionale. Solo superando in modo strutturale le condizioni di difficoltà finanziaria, si potrà ottenere un efficace governo di area vasta. In questo senso ritengo apprezzabili gli sforzi che Governo e Parlamento stanno compiendo in questa direzione, da ultimo anche nell'ambito dell'esame del decreto-legge n. 50 del 2017, che il Senato si appresta a discutere la settimana prossima. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Le proposte di risoluzione al documento in esame dovranno essere presentate entro la conclusione della discussione.

Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, interverrò solo in sede di dichiarazione di voto, rinunciando ad intervenire in discussione generale.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cotti. Ne ha facoltà.

COTTI (M5S). Signor Presidente, colleghi, come componente della Commissione parlamentare per le questioni regionali ho seguito attentamente l'iter delle audizioni e delle discussioni sull'argomento in esame.

Il documento contiene sicuramente le risultanze di esigenze condivise da tutte le forze politiche nella Commissione. In particolare, mi voglio riferire, per esempio, alla necessità di superare i contenziosi ancora diffusi e presenti che riguardano il rapporto tra Stato e Regioni. La Commissione per le questioni regionali ha riconosciuto che continuano a essere valide in alcuni ambiti le Conferenze Stato-Regioni, anche se bisogna sottolineare che esse intervengono a conciliare le esigenze di entità governative - vi partecipano i Governi regionali e statali - mentre non esiste - purtroppo questo è un limite del nostro ordinamento - un luogo dove intervenire nella fase legislativa già per conciliare diverse esigenze tra Stato e poteri locali. Da qui nasce la necessità di mettere mano alle norme per cercare una sempre maggiore armonia tra lo Stato e le Regioni.

Il documento appare però ancora troppo generico perché si possa prendere una posizione chiara e condivisa da parte della nostra forza politica e, presumo, anche delle altre. Nonostante contenga degli elementi positivi, contiene anche degli aspetti che fanno venire dubbi sul futuro assenso che può essere dato o meno a una riforma che preveda una diversa funzione e composizione innanzitutto della Commissione per le questioni regionali. Stiamo parlando dell'ipotesi di allargare questa Commissione a rappresentanti delle Regioni e degli enti locali. È un'indicazione che ci perviene dalla legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, che, al suo articolo 11, prevede che la partecipazione alla Commissione parlamentari per le questioni regionali si possa allargare ai rappresentanti delle Regioni, delle Province autonome e degli enti locali.

Vorrei fare alcuni esempi che inducono perplessità e prudenza nel dare assenso alla relazione. Ad esempio, l'ipotesi di allargamento a rappresentanti degli enti locali della Commissione comporterebbe ovviamente la presenza di rappresentanti delle Regioni. E fin qui nessuna obiezione. Tuttavia, si avrebbe così anche la presenza di rappresentanti degli altri enti locali; si parla esplicitamente di Province, Città metropolitane e Comuni. Dal momento che i componenti delle Città metropolitane e delle Province non vengono eletti direttamente dal cittadino, si avrebbe la situazione paradossale per cui delle persone nominate non da cittadini, ma da loro colleghi, ossia consiglieri comunali, si troverebbero addirittura, in un'elezione indiretta di secondo grado, a dover nominare dei componenti di una Commissione parlamentare. Quindi, avremmo componenti di una Commissione parlamentare eletti da persone che non sono elette dal popolo. Questo, soprattutto per chi fa parte del Movimento 5 Stelle, è una cosa abbastanza discutibile e bizzarra.

Per questo motivo, bisognerà valutare quali saranno i testi proposti per operare l'eventuale modifica del funzionamento della Commissione parlamentare per le questioni regionali, che poi influenzerà i lavori del Parlamento. Infatti, si prevede che questa Commissione abbia anche un potere interdittivo nei riguardi di provvedimenti legislativi che dovrebbero essere approvati non più a maggioranza dei presenti dalle due Camere, ma a maggioranza assoluta qualora la maggioranza della Commissione per le questioni regionali lo chiedesse.

L'ipotesi è di una Commissione formata da 60 membri. Ce ne sono anche altre che ne farebbero qualche cosa di elefantiaco, quasi una terza Camera. Io credo che vada assolutamente evitata un'ipotesi del genere, cercando di limitare il numero dei componenti. C'è anche da dire che la legge costituzionale del 2001 attribuisce ai Regolamenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica la possibilità di prevedere una partecipazione allargata. Quindi, si dovrebbe procedere con una modifica ai Regolamenti parlamentare e la cosa sembrerebbe quindi abbastanza semplice e rapida. In realtà, per avere dei meccanismi di elezione da parte delle Regioni e di altri enti locali è ovvio che ci vorrà anche un passaggio di tipo legislativo e non solo regolamentare.

Per tale motivo, credo che si dovrebbe prendere posizione su un progetto di questo genere quando ci saranno delle proposte molto più precise. La relazione in esame pone infatti dei problemi e ipotizza delle soluzioni, ma di fatto non dà alcuna precisa soluzione al problema del coinvolgimento delle Regioni nell'attività legislativa statale. La posizione del Movimento 5 Stelle è dunque di attesa, data l'indeterminatezza di molte questioni. Dovremo aspettare di avere delle norme precise e concrete davanti ai nostri occhi per poterci pronunciare in senso positivo o negativo. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Comunico all'Assemblea che è stata presentata la proposta di risoluzione n. 1, dalla senatrice Orrù e da altri senatori. Il testo è in distribuzione.

Poiché la relatrice non intende intervenire in sede di replica, ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo anche di esprimere il proprio parere sulla proposta di risoluzione presentata.

PIZZETTI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, il lavoro svolto dalla Commissione è stato certamente intenso e importante. Come Esecutivo, vi abbiamo concorso con le audizioni cui hanno partecipato diversi rappresentanti del Governo nella fase di indagine e di stesura. Da questo testo scaturiscono indicazioni utili e - aggiungo - ragionevoli, a tal punto da poterle considerare persino tardive; è questo un elemento di critica nei confronti del nostro lavoro nel corso degli anni. Le norme, infatti, sono attese da molto tempo, ma sono rimaste a lungo ferme, a partire da quelle sulla piena composizione della stessa Commissione bicamerale, peraltro unica ad avere protezione costituzionale. Proprio questo elemento, che è stato suggerito e posto con evidenza nella riforma del Titolo V del 2001, è lì a dimostrare quanto tempo sia passato da quell'atto ai giorni nostri.

La mancata riforma costituzionale mette ancora più in evidenza l'obbligo di dare piena attuazione a quei dispositivi e alle previsioni costituzionali che ne derivano. In particolare, nei diversi interventi dei senatori, ma anche dalla relatrice, è stato citato quanto disposto dall'articolo 11 della legge di riforma costituzionale n. 3 del 2001.

Tra l'altro, questo passaggio prevede in sé un atto semplice, cioè l'attivazione dei Regolamenti parlamentari, e non grandi riforme. Penso che, tanto più dopo il 4 dicembre scorso, sia utile che la Camera e il Senato pongano mano al tema dei Regolamenti parlamentari e, in tale circostanza, diano piena attuazione alla composizione della Commissione. Questo passaggio non compete al Governo, perché la tematica è tipicamente parlamentare, ed è quindi una forma di auto sollecitazione parlamentare, su cui, peraltro, il Governo è d'accordo.

Il rapporto che viene individuato nella risoluzione tra lo Stato, le Regioni e gli enti locali è un tema centrale: quel rapporto è il fulcro nevralgico della Repubblica. È chiaro che, se quell'elemento si inceppa, tutto rischia di essere molto più difficile, sia sul fronte della disarticolazione, sia nella capacità di dare risposte alle questioni che man mano si pongono.

Il lavoro svolto dalla Commissione e le sollecitazioni che ne derivano è importante anche per quanto riguarda il sistema delle Conferenze da riformare; sotto questo profilo il Governo può fare di più come concorso e come contributo.

Analogamente, il tema delle revisioni e delle attuazioni delle specialità è stato discusso, proprio in quest'Aula, ai tempi della riforma e indubbiamente richiede un aggiornamento in relazione ai mutamenti intervenuti.

Apprezzo, altresì, l'attenzione che è stata posta in merito alla questione degli enti di area vasta, non in termini di cancellazione, ma di attuazione. È questo un tema di grande rilevanza nella fisionomia della Repubblica e ritengo che, da questo punto di vista, dare attuazione alla legge Delrio sia responsabilità anche del Governo sul fronte delle leggi di bilancio. Infatti, le difficoltà che si lamentano non derivano tanto dalla riforma strutturale, quanto dalle condizioni in cui i bilanci degli enti locali, a causa della crisi e dell'alto debito, si trovano.

Allo stesso modo mi sembra significativa la sollecitazione all'ulteriore attuazione del disegno relativo al tema del federalismo fiscale, su cui peraltro sta lavorando un'apposita Commissione parlamentare.

In conclusione - lo dico a margine, se non altro per la mia esperienza - ritengo che una parte importante di tutto questo lavoro dovrebbe essere dedicata, in questo caso nei rapporti tra Stato, Regioni e Parlamento, alla piena attuazione dell'articolo 116 della Costituzione in relazione a tutta la partita del federalismo differenziato, che è stato introdotto nel 2001 ma assai poco perseguito; infatti se ne fa spesso l'oggetto di iniziativa politica, che però con difficoltà si traduce in un'iniziativa dal punto di vista legislativo o comunque relazionale tra le Regioni e lo Stato. Penso invece che questo elemento sia assolutamente utile e da sollecitare.

Pertanto la proposta di risoluzione n. 1 è indubbiamente autoapplicativa per una parte su cui, pur dichiarando il nostro parere favorevole, ci rimettiamo alla volontà del Parlamento; per l'altra parte di sollecitazione al Governo, per ciò che ci compete, circa i richiami che fa alla piena attuazione all'impianto della Repubblica, insisto nel dire che la Repubblica non è lo Stato, ma lo Stato insieme alle Regioni e agli enti locali. Spesso infatti si confonde la Repubblica con lo Stato ed è un gravissimo errore dal punto di vista delle culture politiche e istituzionali.

Ciò detto dichiaro il parere favorevole del Governo sulla proposta di risoluzione n. 1. (Applausi del senatore Russo).

PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione.

*QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. (Commenti del senatore Candiani). Senatore, la prego.

QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). Signor Presidente, sono qua.

PRESIDENTE. Stavo invitando il senatore Candiani a non fare commenti vocali.

QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). I commenti del senatore Candiani sono sempre ben accetti.

PRESIDENTE. Però devono essere conformi al Regolamento.

QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). Questo, signor Presidente, è compito suo e non mio.

PRESIDENTE. Infatti.

QUAGLIARIELLO (FL (Id-PL, PLI)). Signor Presidente, colleghi senatori, la relazione al nostro esame può essere considerata un testo di transizione, come è stato già evidenziato dal senatore Cotti, e per questo ha delle volute incompiutezze e delle indefinitezze, frutto anche del fatto che questa è la prima relazione che viene dopo il fallimento della riforma costituzionale e dunque orienta il dibattito su un tema cruciale, cioè il rapporto tra Stato, autonomie e sistema delle Conferenze.

Più che indicare delle soluzioni, la relazione sottolinea l'esigenza di non smarrire questo tema che rimane centrale, forse il più importante tra quelli concernenti la riforma delle nostre istituzioni. Non c'è dubbio che la riforma delle istituzioni richiede una visione organica e credo proprio l'assenza di questa visione sia stata uno dei limiti della riforma che abbiamo affrontato; tuttavia, se si immagina di segmentare i diversi capitoli - esercizio sicuramente sbagliato -, forse il più importante è proprio quello che riguarda la revisione del rapporto tra autonomie e Stato.

Signor Presidente, lasciando da parte le problematiche dei Comuni, che molto spesso stanno diventando degli uffici esattoriali dello Stato, e limitandoci agli aspetti che sono stati presi in considerazione dalla relazione, noi ci troviamo in una situazione nella quale - per procedere con l'accetta e certamente per stigmatizzare alcune posizioni - abbiamo delle Province che dovevano essere superate e che, come è stato giustamente rilevato dalla relazione, rimangono in Costituzione tra gli organi fondamentali dello Stato. Queste Province sono diventate organi di secondo grado, sono state esautorate di gran parte delle loro risorse ma non delle loro funzioni, con il risultato che quelli che erano compiti primari, come la manutenzione delle strade e delle scuole, sono compiti sempre più dimenticati.

Esse convivono oggi con enti di area vasta che non sono stati ben definiti e, soprattutto, ben distinti da quelle che erano appunto le Province, in una situazione nella quale le Città metropolitane, anch'esse citate in Costituzione, restano - se ne osserviamo il funzionamento - una sorta di mistero glorioso. Le Città metropolitane avrebbero dovuto rappresentare il connubio tra i grandi centri e la cinta degli altri Comuni che in qualche modo li circondavano. Questo nella prospettiva di creare delle sinergie che avrebbero dovuto determinare da una parte dei risparmi e, dall'altra, un miglioramento dei servizi.

Nella loro attuazione, le Città metropolitane non si sono rivelate nulla di tutto ciò! Sono, nel migliore dei casi, delle super Province che vengono affidate al sindaco del capoluogo, il quale, tra l'altro, è l'unica figura che in caso di sfiducia vede andare a casa coloro i quali lo hanno sfiduciato mentre lui rimane in carica, perché in quasi tutte le città metropolitane la funzione del Presidente è una funzione stabile. Evidentemente, con questi presupposti è difficile pensare a un organismo che possa in qualche modo avere una ragione e una efficienza.

La situazione è molto indefinita anche per quanto riguarda l'ente Regione, che non è più l'ente irresponsabile disegnato dalla riforma degli anni Settanta, irresponsabile anche sotto l'aspetto economico-finanziario. Questa irresponsabilità è stata una delle ragioni che ha provocato la crisi del bilancio del nostro Stato: la Regione non è riuscita ad essere quell'organo dotato di responsabilità legislativa e finanziaria che rispondesse in qualche misura ai cittadini.

Il centrodestra ci ha provato nella scorsa legislatura. Il federalismo fiscale era il tentativo di incarnare questo ideale. Siamo rimasti a metà strada, sicché oggi noi ci ritroviamo con un ente fondamentale situato in una sorta di limbo, sospeso tra un passato che è bene dimenticare ed un futuro che non si è riuscito ancora a inverare.

Signor Presidente, lungo questa strada ci si presenta nei prossimi mesi, anche politicamente, una grande occasione. Noi sappiamo che in autunno si svolgeranno referendum sull'autonomia in Lombardia e in Veneto. Questa occasione, che poi è maturata e anche dal punto di vista costituzionale ha determinato un capitolo importante nello svolgimento della vita materiale delle nostre istituzioni, può essere interpretata in due modi diversi: o quasi come una richiesta di tipo corporativo di due Regioni, ovvero come la grande occasione per ripensare il rapporto tra Stato e Regioni, facendola fare diventare una grande occasione nazionale.

Signor Presidente, se noi interpretassimo correttamente il concetto di autonomia, dovremmo arrivare alla conclusione che questo è il metro che potrebbe guidare il rapporto Stato-Regione non soltanto per Veneto e Lombardia, ma per tutte le Regioni italiane. E alla luce di questa impostazione potremmo riaprire il dibattito sulla specialità, che pure è stato citato nella relazione, evidenziando come il superamento di questa specialità - d'altra parte alcuni elementi ci sono stati forniti dalla senatrice Orrù in questo senso - può avvenire non attraverso l'abrogazione, ma attraverso il riconoscimento del fatto che il rapporto tra ogni singola Regione e lo Stato dovrebbe essere speciale, se in qualche modo governato da una corretta concezione di autonomia.

Ogni Regione, infatti, ha proprie esigenze diverse da quelle delle altre Regioni, e dunque l'autonomia dovrebbe essere un concetto a geometria variabile, perché quello di cui ha bisogno la Lombardia è diverso da quello di cui ha bisogno la Sicilia e quello di cui ha bisogno il Nord è diverso da quello di cui ha bisogno il Mezzogiorno. Prendiamo soltanto per un istante ad esempio il tema della sanità: esso ci chiarisce molto bene come il concetto di geometria variabile nel rapporto tra Stato e Regioni potrebbe essere alla base di una profonda riforma.

D'altra parte queste non sono idee originali: si tratta di considerazioni già emerse nel dibattito costituente. Basti pensare alla riflessione di quegli anni di un politico come don Sturzo per comprendere come, tornando a quella radice, noi potremmo fare un passo in avanti.

In conclusione, signor Presidente, il nostro voto sarà favorevole ed è un voto di incoraggiamento; è il voto di chi ritiene che si sia fatto lo sforzo di tematizzare la transizione ma che ora sia necessario andare avanti e non mettere assolutamente sotto il tappeto un tema che è fondamentale per la vita del nostro Paese e del nostro Stato per i prossimi decenni. (Applausi del senatore Berger).

CANDIANI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signor Presidente, non posso condividere quanto appena dichiarato dal senatore Quagliariello, cui peraltro mi lega un rapporto di stima, perché onestamente lo ricordo quando era seduto ai banchi del Governo come Ministro per le riforme ed oggi lo ritroviamo invece a fare una dichiarazione di voto favorevole su un provvedimento che ha pochissimo spessore, come ammetterà lui stesso. (Applausi del senatore Carraro). Il provvedimento ha pochissimo spessore rispetto all'importanza e al peso dei temi che dovrebbe trattare: il rapporto tra le autonomie e lo Stato centrale.

Signor Presidente, noi ci saremmo aspettati una presa d'atto più coscienziosa e più forte, ovviamente da parte della politica che sostiene la maggioranza, dei guasti generati dalle scelte del Governo Renzi, che andavano nel senso di non assentire alla voglia di libertà e di autonomia che ormai da troppo tempo scuote il nostro Paese senza trovare un punto di arrivo reale. Ci siamo invece trovati di fronte prima alla legge Delrio, con tutti i guasti che ne derivano, e poi di fronte alla riforma costituzionale, di cui conosciamo bene i devastanti risultati.

Nella relazione troviamo delle affermazioni rispetto alle quali non possiamo che essere contrari, a partire dalle considerazioni che nella relazione vengono fatte riguardo al riordino degli enti di area vasta, perché non si può non prendere atto del fatto che i guasti causati dalla legge Delrio devono essere superati di slancio, andando semplicemente a rimuovere la modifica di un assetto che, prima ancora di essere costituzionale, è stato ordinamentale. Hanno cominciato a smontare la casa dalle fondamenta, non facendo attenzione al fatto che il tetto poi è rimasto pericolante, nel momento in cui la stessa casa è rimasta pericolosamente in bilico. Oggi ci troviamo con le Province che continuano a esistere e con la sovrapposizione degli enti di area vasta, con la definizione delle città metropolitane che non troveranno mai una loro compiuta attuazione, in un sistema che sta invece depredando gli enti locali, nel caso specifico le Province, delle risorse che dovrebbero essere alla base di qualsiasi politica amministrativa.

Questo per dire che la relazione al nostro esame - come si dice al mio paese - taja e medega: da una parte taglia e dall'altra ricuce. Nella relazione si dice infatti che ci sono alcuni problemi, ma si considera che possano essere risolti con strumenti che non necessitano di una riforma costituzionale. In essa si parla di Conferenze unificate e di integrare i rapporti che oggi già esistono con la Conferenza Stato-Regioni: tutte misure insufficienti.

Signor Presidente, stamattina abbiamo approvato in pochi minuti una legge che consente al Comune di Torre de' Busi di spostarsi dalla Provincia di Lecco a quella di Bergamo, assentendo al favore che quei cittadini, a più riprese e con l'espressione più forte della democrazia, quella del referendum, avevano espresso. Contemporaneamente quest'oggi il Senato ha nuovamente rinviato l'approvazione del passaggio del Comune di Sappada da una Regione all'altra, e guarda caso da una Regione a Statuto ordinario a una a Statuto speciale.

In questa relazione è dedicato pochissimo spazio al rapporto tra le Regioni a statuto ordinario e quelle a Statuto speciale, quando le disequazioni ormai sono evidenti, in un Paese che non ha trovato, attraverso il regionalismo differenziato, l'opportunità di una maggiore unità. Questo è un Paese in cui la politica ha utilizzato il regionalismo differenziato per creare ulteriore disparità a livello regionale, con Regioni che fanno fatica a far quadrare i proprio bilanci e altre che non hanno alcun problema, perché, in ogni caso, l'autonomia loro garantita consente loro di ripianare sempre i debiti contratti.

Ci saremmo aspettati qui dentro indicazioni importanti sul fatto che tutte le Regioni debbono avere quei margini di manovra e autonomia che garantiscono ai loro cittadini di poter riconoscere negli amministratori eletti degli amministratori responsabili, oppure colpevoli defraudatori del bilancio pubblico da poter cacciare. Di tutto questo non c'è nulla qua dentro.

Nella stessa proposta di risoluzione, signor Presidente, che la invito a leggere (sono quattro righe scarne), la maggioranza si accontenta di dire al Governo di fare proprio il contenuto della relazione, tenendo conto delle indicazioni in essa contenute.

Avremmo voluto che nella relazione si fosse parlato diffusamente della voglia di libertà e autonomia che contraddistingue i cittadini lombardi e veneti, che il prossimo 22 ottobre saranno chiamati a esprimersi, con un referendum libero, sul loro diritto a chiedere al governo regionale di portare la loro Regione ad avere più autonomia. È una rivendicazione di principio che, nel momento in cui sarà attuata in Lombardia e in Veneto, potrà essere seguita in altre Regioni italiane, perché questa è la differenza che sta tra noi e voi: chiamare il popolo a esprimersi per noi è un valore aggiunto, mentre per voi è un problema da cui uscire.

Di fronte a questo, signor Presidente, succede che la richiesta del Comune di Sappada non possa ancora trovare risposta, perché la politica di maggioranza che sostiene il Governo non vuole consentire che un Comune passi da una Regione a statuto ordinario ad una a Statuto speciale. Altrimenti - quello che non viene detto, ma è scritto tra le righe - quanti altri Comuni seguirebbero il suo esempio?

Voi state semplicemente impedendo la democrazia e il rispetto dell'espressione democratica di una popolo, di un Comune, di una realtà e di una comunità.

Voteremo contro questa relazione, perché è ipocrita nel contenuto e vuota nelle prospettive che offre. Le uniche serie prospettive che possono essere date al Paese per uscire dalla crisi, che ancor prima che economica è politica, sono quelle di riconoscere i livelli di autonomia a cui i cittadini di tutte le Regioni, oltre a quelli lombardi e veneti, hanno diritto ad ambire e aspirare.

Con questi presupposti voteremo contro la relazione e invitiamo il Governo ad una seria riflessione. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. Desidero pregare i colleghi che intendono intervenire in dichiarazione di voto di tenere conto del fatto che dobbiamo concludere i nostri lavori entro le ore 20 e che è stato richiesto di anticipare alla seduta odierna l'esame di questo punto all'ordine del giorno.

PEGORER (Art.1-MDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PEGORER (Art.1-MDP). Signor Presidente, innanzitutto voglio evidenziare il significativo lavoro svolto dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali in ordine ai rapporti fra Stato ed enti territoriali. Si tratta di un lavoro complesso, articolato, che ha fra l'altro previsto l'audizione dei soggetti interessati, che credo sia sinonimo della vitalità della nostra democrazia rappresentativa.

Con la relazione della Commissione, approvata il 10 maggio 2017, si intende così portare a compimento il percorso intrapreso negli ultimi due anni con lo svolgimento di due indagini conoscitive sulle forme di raccordo tra lo Stato e le autonomie territoriali, con particolare riguardo al «sistema delle Conferenze», e sulle problematiche concernenti l'attuazione degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale.

A parere del nostro Gruppo è opportuno evidenziare in questa sede alcuni temi di particolare rilievo.

Va sottolineata innanzitutto la mancata attuazione dell'articolo 11 della legge costituzionale n. 3 del 2001. Da questo punto di vista l'attuazione del citato articolo risulta dunque quanto mai urgente, per superare la complessa situazione causata dall'assenza di uno spazio parlamentare per la composizione degli interessi degli enti costitutivi della Repubblica.

Sotto questo profilo, infatti, emerge dalla relazione che la Commissione parlamentare per le questioni regionali in composizione integrata potrebbe avere un ruolo fondamentale per la prevenzione del conflitto costituzionale tra Stato e Regioni. Si ricorda a tale proposito che attualmente l'unico organo in grado di assicurare il coordinamento tra i diversi livelli di governo è rappresentato dal sistema delle Conferenze (Conferenza Stato-Regioni, Conferenza Stato-Città e autonomie locali e Conferenza unificata), che sono sicuramente un luogo di concertazione degli esecutivi dei vari enti territoriali, ma non certamente la sede più adatta qualora si intenda intervenire sul piano della funzione legislativa. La relazione fa poi emergere una possibile soluzione a questa problematica, attribuendo alla Commissione in composizione integrata potere consultivo su tutti i progetti di legge di interesse per gli enti territoriali, mantenendo dunque una competenza inalterata rispetto a quella della attuale Commissione parlamentare per le questioni regionali. In tal modo la Commissione in composizione integrata potrebbe pronunciarsi su materie di fondamentale importanza per il governo territoriale, come l'ordinamento degli enti locali, che risulta attribuito alla competenza esclusiva dello Stato dall'articolo 117, secondo comma, lettera p), della nostra Costituzione.

Sul fronte poi della revisione e dell'attuazione degli Statuti ad autonomia speciale la relazione ci consegna senza dubbio un campo di future attività, che mirano

nella sostanza a determinare un assetto tra Stato e autonomie speciali improntato ad un maggior coordinamento sulle decisioni da assumere e sulle prerogative da rispettare. In particolare, nell'apposita indagine conoscitiva, deliberata il 25 febbraio 2015 e conclusa appunto con l'approvazione del documento finale nella seduta del 4 novembre 2015, si sono evidenziate criticità nel funzionamento delle Commissioni paritetiche, chiamate ad elaborare gli schemi di decreti legislativi di attuazione delle norme statutarie. Come detto, ciò rappresenta un terreno su cui promuovere una iniziativa al fine di realizzare una nuova stagione nei rapporti tra Stato e le singole autonomie speciali.

Infine, signor Presidente, sul delicato tema dei rapporti finanziari, con riferimento ancora all'autonomia finanziaria delle Regioni speciali, la Commissione evidenzia l'opportunità di valorizzare l'esperienza di coordinamento infraregionale della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia. Il sistema regionale integrato di finanza pubblica delineato in quella Regione può essere inteso per le autonomie differenziate come uno strumento di ricomposizione dei rapporti tra gli enti, a fronte della sostanziale mancata attuazione del disegno di federalismo fiscale previsto dalla riforma costituzionale del 2001 e sancito dal pluralismo autonomistico e dalla equiordinazione degli enti che costituiscono la Repubblica ai sensi degli articoli 114 e 119 della Costituzione.

Per quanto sopra esposto, il Gruppo Articolo 1-Movimento democratico e progressista esprimerà un voto favorevole sulla risoluzione proposta dalla relatrice. (Applausi dal Gruppo Art.1-MDP).

PRESIDENTE. Ringrazio il senatore Pegorer per aver dimezzato i tempi massimi dell'intervento.

LANIECE (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANIECE (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, cogliendo le sollecitazioni ad essere stringato provenienti da più parti, cercherò di sintetizzare il nostro pensiero di autonomisti su questa indagine conoscitiva, alla quale abbiamo partecipato attivamente in tutte le sedute.

Ringrazio la senatrice Orrù, che ha già ampiamente delineato e spiegato il contenuto di questa indagine conoscitiva. Mi piace iniziare sottolineando l'ultima parte dell'intervento del sottosegretario Pizzetti, soprattutto perché egli rappresenta il Governo; due giorni prima della festa della Repubblica, sentire un rappresentante del Governo che dice che la Repubblica non è solo lo Stato, ma è rappresentata dallo Stato, dalle Regioni e dagli enti locali (Città metropolitane e Comuni) fa piacere, perché questo è un po' il cuore di questa indagine conoscitiva, cioè quello di ristabilire e cercare di armonizzare meglio i rapporti tra i componenti della Repubblica. E ogni componente (Stato, Regioni ed enti locali) deve avere la stessa dignità.

Cogliendo una suggestione del senatore Quagliariello, quando parlava di un federalismo fiscale che è stato attuato a metà, faccio notare che siamo a metà strada non solo in questo caso, ma anche nel caso della riforma degli enti locali e delle Province e della riforma del 2001. Siamo in un momento storico in cui effettivamente l'assetto del territorio e dello Stato si trova in difficoltà, perché tutta una serie di riforme legittime non si sono concluse. Ci troviamo in momenti di difficoltà, come quello già citato dalla senatrice Orrù e da altri colleghi per quanto riguarda la situazione delle Province.

Questa indagine, che la Commissione parlamentare ha voluto portare avanti proprio in seguito all'esito non confermativo del referendum costituzionale del 2016, ha inteso esaminare attentamente gli aspetti del rapporto tra lo Stato e gli enti della Repubblica, cercando di suggerire anche alcune soluzioni pratiche.

Molti hanno enfatizzato la non attuazione dell'articolo 11 della riforma del 2001. Credo sia giusto sottolineare il fatto che quest'articolo non sia ancora stato attivato; si tratta di un articolo che prevede ‑ com'è già stato detto più volte ‑ l'armonizzazione dei rappresentanti parlamentari in seno alla Commissione affari regionali con i rappresentanti delle Regioni, degli enti locali e dei Comuni. Non vorrei tanto enfatizzarlo, perché questo era un articolo che prevedeva la possibilità di far partecipare gli enti locali alla fase legislativa insieme al Governo in vista della riforma costituzionale e quindi di una modifica del Senato in senso più territoriale, dove potevano essere rappresentati anche gli enti locali e le Regioni. Se si arriva ad applicare questo articolo 11, ciò sicuramente può essere un bene, però in proiezione futura; quindi questo documento può e credo debba servire per preparare il dibattito sulla prossima riforma della Costituzione, che ritengo debba essere nell'agenda del Governo nella prossima legislatura.

È chiaro che, come rappresentante di una Regione a Statuto speciale, mi interessano in particolare i punti riguardanti la revisione e l'attuazione degli Statuti speciali.

A proposito della revisione, è già stata sollevata la necessità di rivedere molte norme che non sono più attuabili. Vi è dunque la necessità di rivedere gli Statuti speciali. Faccio un esempio: lo Statuto della Valle D'Aosta prevede una zona franca ma tale norma, così com'è scritta, non è più applicabile, considerate le nuove norme dell'Unione europea.

Per quanto riguarda l'attuazione degli Statuti speciali, come il senatore Pegorer ha ben ricordato, le commissioni paritetiche, che devono prevedere la preparazione dei decreti legislativi che devono essere approvati dal Governo sulle materie che poi saranno di competenza delle Regioni a Statuto speciale, non funzionano effettivamente così bene. C'è tutta una serie di criticità alle quali questa relazione cerca di dare delle soluzioni.

Concludendo, credo, a differenza di qualcun'altro, che questa relazione e questa indagine serviranno come base al dibattito che comunque fra pochi mesi (elezioni anticipate o no) la nuova legislatura dovrà affrontare e cioè il tema della riforma costituzionale, che è ancora lì, e dell'ammodernamento della nostra Costituzione e degli Statuti per cercare, lo dico da federalista convinto, di avvicinare sempre di più la Repubblica agli enti locali e alle Regioni, per dare maggiori possibilità ai territori. (Applausi del senatore Berger).

MANCUSO (AP-CpE-NCD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MANCUSO (AP-CpE-NCD). Signor Presidente, certamente il voto negativo del popolo italiano dello scorso 4 dicembre 2016 ha nuovamente posto all'attenzione dei costituzionalisti l'ormai decennale problema delle forme di raccordo fra Stato ed enti territoriali.

Il superamento del bicameralismo perfetto e la configurazione del Senato quale Camera delle autonomie avrebbe consentito un più rapido ed efficace raggiungimento di posizioni condivise fra i diversi livelli territoriali, una semplificazione del quadro dei relativi rapporti ed il superamento del contenzioso istituzionale che ha subito un'implementazione notevole nel periodo postriforma del 2001.

Credo che non si possa non convenire con i risultati a cui è giunta la Commissione bicamerale per le questioni regionali, che ha svolto un ottimo lavoro: l'unica soluzione percorribile per garantire una maggiore partecipazione degli enti territoriali al procedimento legislativo e, di conseguenza, avere benefici notevoli in tema di deflazione del contenzioso costituzionale, è quello di attuare la soluzione ponte che fu individuata nell'articolo 11 della legge costituzionale n. 3 del 2001, ossia l'attuazione di una Commissione bicamerale per le questioni regionali in forma integrata, che avrebbe consentito alla stessa di essere una sorta di laboratorio per il confronto istituzionale tra lo Stato e gli enti territoriali.

È necessaria questa soluzione prospettata, perché il principio della leale collaborazione non deve costituire unicamente il cardine dell'attività degli esecutivi, ma anche il riferimento costante del legislatore. Le Assemblee parlamentari costituiscono, invece, la sede naturale per la realizzazione del principio di leale collaborazione, in quanto consentono di riportare nel circuito della democrazia rappresentativa l'adozione di scelte di fondamentale importanza per la vita dei cittadini.

Bisogna superare l'impasse dovuta all'assenza di uno spazio parlamentare per la composizione degli interessi degli enti costitutivi della Repubblica. Il confronto istituzionale della pluralità degli interessi in campo consentirebbe anche di evitare interventi disorganici e disomogenei che spesso sono stati adottati senza l'inclusione nella discussione dei destinatari delle norme.

Altro beneficio indiretto sarebbe la prevenzione del conflitto costituzionale tra Stato e Regioni. Il riparto di competenze legislative delineato dall'articolo 117 della Costituzione ha infatti ben presto dimostrato la sua insufficienza nella composizione degli interessi nazionali, regionali e locali. Con l'integrazione della Commissione bicamerale si consentirebbe di assicurare a monte del processo, nell'ambito del procedimento legislativo, il rispetto del quadro delle competenze delineato dal Titolo V della Costituzione.

L'integrazione della Commissione bicamerale, in ogni caso, non è sufficiente. È necessario delineare con precisione chirurgica anche i relativi competenze e poteri, soprattutto per evitare dannose sovrapposizioni con il sistema delle Conferenze, le quali costituiscono peraltro un luogo di concertazione degli esecutivi e non risultano la sede più appropriata laddove si tratta di incidere sulla funzione legislativa.

Auspichiamo come Gruppo una rapida e proficua discussione di tutti i Gruppi in tal senso. Pertanto, voteremo a favore della relazione proposta dalla Commissione bicamerale.

CERVELLINI (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CERVELLINI (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, colleghi, per brevità mi permetterete di affrontare solo alcuni punti, evidenziati in particolare dal senatore Cotti, con il quale ho condiviso molte delle considerazioni fatte in sede di discussione. Le esalterò condividendole salvo precisarne alcune, una in particolare.

Mi riferisco alla forte criticità, che veniva ricordata dal senatore Cotti, circa le Province e le Città metropolitane: una criticità anzitutto di stampo propriamente democratico, avendo con la legge Delrio determinato un ente di secondo livello. Noi osteggiammo quel provvedimento quando fu discusso e approvato, ma poteva avere una ratio e una tenuta dentro la controriforma che il Governo si accingeva a discutere, approvare e poi sottoporre al referendum. Tuttavia, com'è stato detto, il referendum ha puntualmente smentito quel disegno, il che non consente di "fare spallucce" di fronte a un'idea di riordino di tutta la materia, non solo sul piano dell'assetto democratico, ma sul piano proprio dell'equilibrio rispetto agli enti locali.

È del tutto evidente, infatti, che la non presenza di voto direttivo e quindi di eletti a suffragio universale e la concomitante composizione del consiglio (a partire dai consiglieri, eletti dai consiglieri stessi, al Presidente, che è il sindaco del capoluogo) ha determinato - lo dico in base a una breve verifica fatta in questi anni - indipendentemente dal colore politico, che l'hinterland di una grande città o addirittura di una metropoli è diventato il tappeto sotto cui mettere tutta la spazzatura. E quando parlo di spazzatura, molto spesso mi riferisco proprio alla spazzatura, perché è del tutto evidente che in assenza di un confronto democratico ogni problema di una città media, tanto più di una metropoli, troverà nella Provincia, nel territorio degli altri Comuni il luogo di risoluzione, non pagando prezzi di natura elettorale se non nello specifico Comune. Allora, qui doveva essere dato un segnale più forte. Ovviamente ci sono aspetti positivi che non ci sfuggono, come Sinistra Italiana, ma doveva essere dato un segnale più forte e, cioè, il pasticcio della legge Delrio doveva essere il primo aspetto ad essere affrontato in termini di cambiamenti profondi e di controtendenza legislativa profonda, perché altrimenti il rischio sarà che nelle prossime aperture di anno scolastico piuttosto che sul piano della viabilità e della difesa del territorio, che erano le competenze storiche delle Province tradizionali ante legge n. 56 del 2014, avremo seri problemi di corto circuito. La necessità di mettere mano a livello legislativo, anche nel poco tempo che rimane a questa legislatura, in maniera cogente era un segnale che doveva essere contenuto nella risoluzione.

Per questo, dichiariamo il voto di astensione. (Applausi dal Gruppo Misto).

COTTI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COTTI (M5S). Signor Presidente, come già ampiamente espresso nella discussione, le nostre perplessità sulla vaghezza di questo documento ci indurranno a esprimere un voto di astensione.

Voglio solo aggiungere due motivazioni a questo voto di astensione, che vuole essere un incoraggiamento a trovare delle soluzioni per un migliore rapporto tra Stato e Regioni, ma anche una critica. Noi voteremo su un documento che impegna il Governo, per quanto di propria competenza, a dare corso alle indicazioni contenute nella relazione. Le indicazioni sono vaghe, quindi praticamente si sta dando al Governo la facoltà di scegliere tra le indicazioni scritte, alcune anche in contrasto, quali ritiene debbano essere prese in considerazione.

Vedo poi la risoluzione, che reca la prima firma della senatrice Orrù, siciliana con origini in parte anche sarde, e è sottoscritta dal senatore Laniece della Valle d'Aosta e leggo nella relazione una frase molto ambigua che, a proposito della specialità regionale, dice che «paradossalmente, in alcune realtà sembra essere superata». In tutto il lavoro della Commissione per le questioni regionali non ho rilevato questa considerazione.

Chiudo augurandomi - e mandando un messaggio in tal senso al rappresentante del Governo - che la superata specialità regionale voglia significare che non si è riusciti ad attuare appieno le forme di specialità regionale, tant'è che, come dice la relazione, addirittura ci sono Regioni come il Veneto e Lombardia che premono per andare verso una maggiore autonomia. Spero che su questo punto non ci sia un tornare indietro alle pretese di un referendum costituzionale bocciato, che tagliava tantissime competenze alle Regioni, perché per il polso che ho nelle Regioni a Statuto speciale, se è superata la specialità regionale, dietro questa arriva l'esigenza dell'indipendenza. Non vedo altre soluzioni. (Applausi dal Gruppo M5S).

PELINO (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PELINO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione al nostro esame è il frutto del lavoro di una delle quattro indagini conoscitive svolte nell'ambito della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Il lavoro della Commissione è iniziato e fortunatamente si è concluso con la stessa Carta costituzionale in quanto il referendum costituzionale del 4 dicembre è stato sonoramente bocciato e oggi non si può fare finta che le norme che prevedevano un enorme passo indietro sulle disposizioni che riguardano le competenze delle Regioni non siano state respinte dagli italiani. Quindi, per fortuna, ci troviamo con la Costituzione vigente così come è stata modificata nel 2001, almeno nella parte che riguarda le autonomie regionali.

Da questo stato di fatto parte la relazione al nostro esame, con considerazioni iniziali a nostro avviso completamente sbagliate, innanzitutto perché nella riforma costituzionale proposta non c'erano le soluzioni ai problemi che hanno portato al contenzioso costituzionale tra Stato e Regioni degli ultimi anni. Quindi, la risoluzione dei problemi passa anche dalla Commissione che ha redatto questa relazione. Tuttavia, per continuare a essere autorevole, dato l'alto compito che le è attribuito, tale Commissione non può prendere posizioni troppo sbilanciate politicamente, ma deve essere un organismo che lavora nell'interesse del titolo che le è proprio, appunto, per la risoluzione delle questioni regionali.

Semmai, se proprio dobbiamo rimproverarci qualcosa come membri del Parlamento, lo dobbiamo fare rammaricandoci di non aver integrato prima, secondo le previsioni dell'articolo 11 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, la Commissione bicamerale con i rappresentanti delle autonomie.

Proprio quel contenzioso possibile tra Stato e Regioni potrebbe infatti essere risolto con un esame preventivo dei motivi di conflitto, in nome di quella leale collaborazione che deve esserci tra i diversi livelli di governo. Sinora un luogo di compensazione delle controversie è certamente stato il complesso sistema delle Conferenze, fornendo un ruolo di supplenza rispetto alla mancata attuazione delle disposizioni di cui al citato articolo 11. Si tratta, quindi, di un potere importante di cui la Commissione per le questioni regionali non ha potuto avvalersi, il quale avrebbe condizionato l'iter di molti provvedimenti legislativi, probabilmente riuscendo ad evitare il contenzioso poi verificatosi.

Abbiamo evidenziato che non siamo d'accordo sulle premesse, mentre possiamo esserlo sulle modalità di individuazione delle più opportune forme per integrare la Commissione per le questioni regionali con i rappresentanti delle autonomie. Così come si può trovare un percorso condiviso per il riordino del sistema delle Conferenze.

Per quanto riguarda la revisione degli Statuti speciali, molte delle conclusioni della Commissione sono condivisibili, in quanto rappresentano un percorso di buon senso, che ovviamente deve essere condiviso con le stesse autonomie speciali. Nella prossima legislatura, chiunque vinca le elezioni, bisognerà anche fare tesoro di alcune indicazioni che emergono in questa relazione sul come integrare la Commissione per le questioni regionali. Così com'è sarà necessario studiare i modi per dare agli enti del territorio quell'autonomia di risorse che è il fondamento per inquadrarli nel modo più efficace nell'ambito di un regionalismo efficiente da tutti auspicato.

Signor Presidente, mi avvio a concludere. Considerato che non condividiamo larga parte degli assunti di tipo politico della relazione, ma apprezziamo buona parte del lavoro istruttorio fatto in un consesso autorevole e con personalità di tutto rispetto come la Commissione per le questioni regionali, il voto di Forza Italia sulla proposta di risoluzione della maggioranza presentata dalla senatrice Orrù sarà di astensione. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

BORIOLI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BORIOLI (PD). Signor Presidente, nel dichiarare il voto favorevole del Gruppo del Partito Democratico alla proposta di risoluzione che fa propria la relazione della senatrice Orrù, che ringrazio per il lavoro che abbiamo fatto insieme e che lei in particolare ha curato presentandolo all'Assemblea, mi limiterò a svolgere due considerazioni.

Quanto alla prima, è evidente che la relazione in esame, così come l'indagine conoscitiva ad essa sottesa avevano il compito di fornire al legislatore (quindi, in qualche modo, a noi stessi) alcune indicazioni di carattere regolamentare e, per alcuni aspetti, di carattere legislativo, al fine di intervenire a valle della mancata conferma della riforma costituzionale per dar corso a quanto contenuto nelle previsioni di cui all'articolo 11 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, rimaste lungamente in sospeso, anche nelle ultime legislature, in attesa della riforma, che peraltro la stessa legge costituzionale n. 3 indicava quale approdo conclusivo del processo riformatore delle relazioni e dei rapporti tra lo Stato e il sistema delle Regioni e delle autonomie locali.

Da questo punto di vista, credo che sia l'indagine conoscitiva, sia la relazione diano un buon compendio e ci forniscano un materiale utile e molto importante per poter svolgere il nostro lavoro.

Credo, signor Presidente, che non ci sia bisogno di precisare ai colleghi che anche le incompletezze e forse le mancanze di precisione nell'indicare alcuni punti debbano essere ricondotte al fatto che questa non era una relazione di accompagnamento a un disegno di legge - che non compete alla Commissione bicamerale per le questioni regionali licenziare, ma caso mai, per quanto ci riguarda, a chi si occupa di Regolamenti e alla prima Commissione - ma aveva semplicemente la funzione di indicare alcune ipotesi di soluzione di una questione che la mancata riforma ha lasciato aperta e credo che questo lo abbia fatto in maniera molto soddisfacente.

Sono molto d'accordo, peraltro, con la sollecitazione che veniva dall'intervento del sottosegretario Pizzetti, rispetto al fatto che, nella gamma delle ipotesi risolutive che la relazione propone, abbia un particolare rilievo il tema di come ricostruire un nesso, che poi è molto rilevante anche per il buon funzionamento delle istituzioni della democrazia, tra le funzioni e le competenze dello Stato e le funzioni e le competenze delle Regioni e degli enti locali. Da questo punto di vista, evidenzio la sollecitazione rivolta al Governo - ma che credo dobbiamo rivolgere anche a noi stessi per impegnare utilmente ciò che rimane della legislatura - di cominciare, soprattutto nell'integrazione della composizione della Commissione bicamerale, con l'assunzione, magari in una prima fase di carattere sperimentale, di quella rappresentanza delle Regioni e delle autonomie locali che era prevista nell'articolo 11 della legge n. 3 del 2001. Credo che questo sia il compito al quale, al di là dei diversi punti di vista che oggi si sono messi in gioco anche nella nostra discussione, dovremmo auspicabilmente cercare di lavorare per senso di responsabilità nei confronti del Paese e del funzionamento delle istituzioni democratiche, anche di quelle territoriali, che erano la ratio sottesa al tentativo di riforma costituzionale.

Nel ribadire con convinzione che è stato fatto un buon lavoro, che mette a disposizione di tutti noi strumenti su cui discutere (e mi auguro che si possa utilizzare anche la parte finale della legislatura per avviare questo tipo di lavoro), desidero sottolineare un aspetto, con il massimo rispetto delle opinioni di chiunque. Sappiamo chiaramente che, in questo momento, dobbiamo cercare di comporre, attraverso la Commissione per le questioni regionali, una riduzione del danno; è evidente, infatti, che il pieno compimento di quella che il sottosegretario Pizzetti evocava come la Repubblica fatta di parti costitutive, rappresentate non solo dallo Stato, ma anche dalle autonomie locali (Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni), si era affidato a un generoso tentativo di risolvere la questione trasformando questa Assemblea parlamentare in un'assemblea che avesse proprio il compito di assumere al massimo livello costituzionale le funzioni delle autonomie locali e delle Regioni in una sede parlamentare.

Siccome si è parlato di mortificazione delle spinte autonomistiche e regionaliste, forse dovremmo fare una riflessione comune su questo aspetto. Infatti, aver buttato alle ortiche - certamente con il responso inappellabile della maggioranza dei cittadini italiani - un'occasione che avrebbe potuto dare al regionalismo una sede istituzionale propria in cui esprimersi rappresenta un'occasione mancata, su cui dovremmo riflettere tutti quanti per cercare di superare positivamente, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, questo gap. (Applausi dal Gruppo PD).

FALANGA (ALA-SCCLP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FALANGA (ALA-SCCLP). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Orrù e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo pertanto la seduta fino alle ore 19,55.

(La seduta, sospesa alle ore 19,35, è ripresa alle ore 19,55).

Metto ai voti la proposta di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Orrù e da altri senatori.

È approvata.