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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 833 del 31/05/2017


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente DI GIORGI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,35).

Si dia lettura del processo verbale.

AMATI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 25 maggio.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Decorre pertanto da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,36).

Seguito della discussione e rinvio in Commissione dei disegni di legge:

(302) DE POLI. - Riconoscimento della lingua italiana dei segni

(1019) FAVERO ed altri. - Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e per il riconoscimento della lingua dei segni italiana

(1151) PAGLIARI ed altri. - Disposizioni per la rimozione delle barriere della comunicazione, per il riconoscimento della lingua dei segni italiana (LIS) e della LIS tattile, nonché per la promozione dell'inclusione sociale delle persone sorde, sordo-cieche e con disabilità uditiva in genere

(1789) CONSIGLIO. - Disposizioni per la rimozione delle barriere della comunicazione, per il riconoscimento della lingua dei segni italiana (LIS) e della LIS tattile e per la promozione dell'inclusione sociale delle persone sorde e sordo-cieche

(1907) AIELLO. - Disposizioni per la rimozione delle barriere della comunicazione, per il riconoscimento della lingua dei segni italiana (LIS) e della LIS tattile e per la promozione dell'inclusione sociale delle persone sorde e sordo-cieche

(Relazione orale) (ore 9,37)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 302, 1019, 1151, 1789 e 1907.

Ricordo che nella seduta del 18 maggio il relatore ha svolto la relazione orale e ha avuto luogo la discussione generale.

Ha chiesto di intervenire il relatore, senatore Russo. Ne ha facoltà.

RUSSO, relatore. Signora Presidente, desidero aggiornare l'Assemblea rispetto a questo provvedimento.

Come ricorderanno i colleghi, si attendeva il via libera dalla 5ª Commissione, anche alla luce delle prescrizioni attese dalla Ragioneria generale dello Stato. Mi è stato inviato il carteggio con una nota della Ragioneria che richiede alcune modifiche al testo affinché possa ricevere successivamente il parere favorevole e la relazione tecnica del Ministero del lavoro.

A questo punto, credo sia meglio che il provvedimento torni in Commissione, affinché tali prescrizioni e indicazioni possano essere accolte - spero rapidamente - e possa essere ripresentato all'Assemblea - auspico tempestivamente - con la relazione tecnica adeguatamente bollinata.

PRESIDENTE. Pertanto, se non si fanno osservazioni, così resta stabilito.

Discussione e approvazione, con modificazioni, del disegno di legge:

(968) PAGLIARI ed altri. - Norme in materia di domini collettivi (Relazione orale)(ore 9,39)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 968.

I relatori, senatore Cucca e Vaccari, hanno chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Cucca.

CUCCA, relatore. Signora Presidente, signora Sottosegretario, colleghi, giunge oggi in Assemblea un provvedimento che ha avuto un iter sicuramente non travagliato ma estremamente lungo perché, nel corso della discussione in Commissione, si erano creati dei problemi anche interpretativi che hanno condotto all'allungamento dell'iter in attesa di un parere che pervenisse dal MEF e che, per qualche verso, ha tardato ad arrivare. Ciò ha allungato enormemente l'iter del provvedimento che è estremamente importante, perché mette finalmente ordine in una materia su cui si sono avute elaborazioni dottrinali sviluppate nel corso degli anni da puntuali riferimenti giurisprudenziali e da accenni di regolamentazione presenti in diversi provvedimenti normativi. Ciò nonostante, sino ad oggi, la materia non è stata compiutamente affrontata.

La relazione proposta dal senatore Pagliari, che invito i colleghi a rileggere, unitamente al disegno di legge, si era fatta carico di svolgere un'accurata disamina storica delle radici dei domini dei collettivi. Si tratta di un fil rouge che aveva accomunato la gran parte della dottrina civilistica e amministrativistica italiana. Molti studiosi si sono occupati nel corso degli anni di questa materia e il loro esame ha condotto al tentativo da parte del Parlamento di regolamentarla ma, come ho detto, fino ad oggi non si è mai avuto un intervento organico e completo. Ci si è limitati ad alcune puntualizzazioni introdotte in provvedimenti di legge di variegata natura.

Come dicevo, molti studiosi si sono occupati della materia. Per tutti, citerei Salvatore Pugliatti e Filippo Vassalli, che si sono concentrati sulle radici giuridiche del concetto di proprietà collettiva fondata sulla tradizione di alcune formazioni sociali, il cui rapporto con il territorio e l'ambiente ha assunto nel corso degli anni forme e usi peculiari. Questi studiosi, che sono stati seguiti da numerosi amministrativisti, hanno tracciato una parabola di questa idea che è stata addirittura mal tollerata in un sistema come il nostro che, com'è noto, pone al centro dell'attenzione e del sistema dei diritti reali fondamentalmente la proprietà provata, tutelata anche costituzionalmente. Esso si fonda su un'impostazione codicistica basata sul numero chiuso dei diritti reali.

Mi pare inutile soffermarmi sull'analisi dottrinale del problema che, in effetti, muove dal rilievo che il rapporto tra i diritti dei soggetti e i beni possa essere letto in una chiave anche diversa rispetto a quella oggi seguita dagli ordinamenti di stampo romanistico.

Il disegno di legge che oggi ci occupa è molto stringato, ma finalmente mette ordine in una materia che - posso assicurare - ha condotto spesso e volentieri addirittura a problemi di ordine pubblico. Con riferimento alla materia dei domini collettivi, proprio per il sistema che vige in Italia di tutela della proprietà privata, nel corso degli anni, ma direi addirittura nel corso dei secoli, si è arrivati a pensare, da parte di taluno, che quei beni che non erano di proprietà dei privati, ma erano di proprietà collettiva o comunque appartenente ad enti, poiché sfruttati dal cittadino e poiché talvolta per lungo tempo assegnati in uso e in godimento della collettività e dei privati cittadini, potessero poi essere, in virtù di quell'utilizzo, privatizzati.

Questo ha originato nel corso dei decenni anche numerosi problemi. Parlo per conoscenza diretta della questione, poiché nella mia isola ci sono stati numerosissimi problemi di questo genere e si sono originati numerosi contenziosi, anche davanti all'autorità giudiziaria. Ciò perché da taluno è stata fraintesa la natura del godimento di questi beni e si è pensato che, effettivamente, quei beni perdessero la loro caratteristica di pubblicità di beni, messi a disposizione della collettività, e potessero invece entrare nella sfera privata dei cittadini.

Come dicevo, il disegno di legge è molto snello e si compone di tre articoli.

Con l'articolo 1 si conferisce riconoscimento ai domini collettivi come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie. Con il primo comma viene evidenziata la natura ibrida di questo istituto, che si pone a un crocevia tra l'esercizio in comune di diritti reali e di godimento e un profilo pubblicistico di gestione, che, tra l'altro, si evince dall'ultima parte della lettera d). Questa lettera fa esplicitamente riferimento ai terreni che il Comune amministra o che la comunità da esso distinta ha in proprietà pubblica o privata. Il secondo comma disciplina lo statuto del dominio collettivo e sembra ricondurre all'idea che si tratti di una formazione sociale cui è conferita anche personalità giuridica.

L'articolo 2 stabilisce invece la competenza dello Stato e indica con chiarezza che i domini collettivi sono componenti stabili del sistema ambientale e costituiscono base territoriale di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale.

Quindi, il fondamento costituzionale del disegno di legge si rinviene in una forma atipica di proprietà collettiva, a cui allude anche l'articolo 42, primo comma, della Costituzione e un elemento finalistico di tutela del patrimonio culturale di cui all'articolo 9 della Costituzione.

Infine, quanto all'articolo 3, esso disciplina i beni collettivi definendoli puntualmente. Sotto questo profilo vi è da rilevare che si tratta di una disposizione che integra implicitamente il Titolo I del libro terzo del codice civile, nel tentativo di introdurre una sorta di tertium genus tra i beni pubblici e quelli privati. Rispetto al regime giuridico di questi beni è necessario sottolineare che ne viene stabilita l'inalienabilità, l'indivisibilità, l'inusucapibilità e il vincolo di permanente destinazione.

In questo senso si sgombra definitivamente il campo da quell'equivoco - di cui parlavo in precedenza - dal quale molti cittadini sono stati tratti in inganno, in relazione all'uso estremamente prolungato di questi beni, in alcuni casi addirittura tramandato di padre in figlio, che per qualche verso ha avvalorato l'idea che questi potessero uscire dalla sfera pubblica ed entrare in quella privata, diventando quindi di proprietà esclusiva dei cittadini e delle persone che fino ad allora ne avevano usufruito.

Proprio questo trascorrere del tempo, come dicevo, ha originato numerosissimi contenziosi che tuttavia, al di là di qualche oscillazione giurisprudenziale che si è verificata ma che è assolutamente minoritaria, hanno sempre condotto al riconoscimento e quindi alla conferma del vincolo pubblico e del vincolo di destinazione, compresa ovviamente l'inusucapibilità del bene medesimo. Sembra pertanto potersi concludere che, escluse le vicende di traslazione della titolarità che si sono verificate e quindi di acquisizione a titolo derivativo originario di diritti reali su tali beni, i domini collettivi si contraddistinguono per l'esercizio di soli diritti di godimento, di utilizzazione e di uso, rilevando in maniera determinante anche la conservazione degli usi civici per contribuire alla salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio.

Durante i lavori della Commissione sono state introdotte non delle modifiche, ma semplicemente delle precisazioni relative più che altro alla titolarità di questi beni collettivi, anche con brevi riferimenti alle Regioni a statuto speciale; ripeto però che sono modifiche assolutamente non di sostanza, ma semplicemente di completamento, di chiarimento e di specificazione.

In buona sostanza, quindi, con il provvedimento in esame si tenta di conferire certezza a situazioni giuridiche soggettive che spesso hanno avuto contorni sfumati proprio perché hanno sedimentato nel tempo, si sono verificati per lunghissimi periodi e, come dicevo, addirittura questi beni o il loro utilizzo - per essere più precisi, corretti e puntuali relativamente al concetto che dobbiamo avere in tema di diritti collettivi - sono stati tramandati di padre in figlio per intere generazioni (dal nonno sono passati al padre, dal padre al figlio) nell'esclusivo utilizzo. Viene quindi definitivamente sgomberato il campo sulla destinazione che questi beni possono avere; semplicemente rimane quindi la natura originaria, che è quella di beni messi a disposizione, di beni di proprietà di enti pubblici, o comunque di proprietà pubblica, che vengono messi a disposizione per l'utilizzo, l'uso e anche lo sfruttamento con particolari destinazioni. Si pensi, ad esempio, all'uso per il legnatico (si consente cioè alla cittadinanza di andare a fare legna per i propri bisogni in territori di proprietà della collettività), o all'attribuzione del diritto di pascolo sempre su beni della collettività; nello stesso tempo però si consente al privato cittadino di introdurre le proprie greggi, le proprie mandrie per poter pascolare in questi terreni, che tuttavia mantengono in ogni caso la loro natura pubblica e che mai possono diventare oggetto di usucapione o comunque di traslazione del diritto di proprietà.

Si è pertanto voluto definire per atto di legge questo rapporto tra le comunità collettive e i beni, le terre di cui parlavo, tendendo quindi a dare sicurezza nei diritti di godimento ovviamente anche in quei rapporti sociali che sino ad ora erano stati rimessi a fonti di regolazione subordinate o comunque di giuridicità assai sfumata, dai contorni assai sfumati.

Ovviamente il provvedimento viene accolto con grande soddisfazione da numerosi studiosi che si erano occupati di questa vicenda e da numerosi rappresentanti di comunità interessate al problema dei beni collettivi.

C'è un gran numero di beni che sono considerati beni collettivi e che vengono assicurati all'utilizzo da parte della collettività. Quindi, questo provvedimento viene salutato con grandissimo interesse da queste persone: si sono costituite anche numerose associazioni, che hanno fortemente dato impulso e stimolo anche all'attività parlamentare.

Questo provvedimento, dunque, finalmente mette ordine in una materia che conteneva alcuni punti di poca chiarezza i quali - ripeto - hanno originato numerosi contenziosi nel corso di questi anni. L'auspicio è che esso venga approvato in tempi rapidi, anche considerata la scarsa complessità del problema.

Mi consenta, signora Presidente, ancora una volta, e sempre sottolineando che non si tratta di un atto di circostanza, di ringraziare i componenti delle Commissioni, che con assoluta professionalità si sono messi a disposizione per consentire un corretto svolgimento dei lavori e una completa conoscenza dei documenti necessari per l'esame del provvedimento.

Un ultimo ringraziamento deve andare al collega senatore Pagliari, primo firmatario di questo disegno di legge, il quale davvero ha lavorato molto per istruire questo provvedimento. Ha dato anche lui un forte stimolo, avendo egli consapevolezza del tema, anche a motivo della sua attività professionale, e avendo avuto modo di occuparsi anche personalmente della materia. Egli lo ha voluto fortemente scrivendolo egli stesso e ponendo l'accento su quei temi di cui ho parlato che, finalmente, troveranno adeguata soluzione e assicureranno un più corretto svolgimento tra gli enti titolari di questi beni e coloro che, invece, saranno chiamati a goderne.

Saluto ad una delegazione del Soroptimist International

PRESIDENTE. Sono presenti oggi in tribuna la presidente nazionale e una delegazione del Soroptimist International. Nel ringraziarle per la loro presenza, voglio aggiungere che è un'occasione importante quella che le vede qui oggi. Nel pomeriggio, infatti, si svolgerà un convegno organizzato proprio con il nostro patrocinio sul tema «Donne vittime di violenza».

Il Soroptimist è impegnato a fianco delle istituzioni nel salvaguardare la condizione femminile, valorizzarne i talenti e tutelare i diritti umani. Volevo quindi dire che noi da molto tempo, purtroppo, qui portiamo avanti una nostra battaglia. Per quello che può servire (e riteniamo che serva), c'è una staffetta in atto qui in Senato tra i senatori che, tutte le volte che una donna viene uccisa, prendono la parola in Aula proprio per ricordare l'evento. Siamo molto sensibili a questo tema e vi ringraziamo per il lavoro che svolgete. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 968 (ore 9,57)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Vaccari.

VACCARI, relatore. Signora Presidente, signora Sottosegretario, onorevoli colleghi, anche io voglio cominciare la mia relazione ringraziando il collega Pagliari per la proposta che ha consegnato alle Commissioni e che poi è stata portata, dopo un lavoro che il collega Cucca ha ben descritto, all'attenzione dell'Assemblea.

A completamento del quadro giuridico e dottrinale descritto dal collega, voglio soffermarmi sugli aspetti di innovazione legislativa, e anche culturale, che questo provvedimento contiene. Parliamo, infatti, degli usi civici e di tutte le altre forme di proprietà collettiva che, nel corso dei secoli, hanno subìto diverse trasformazioni, generato contenziosi, come ha ricordato il collega Cucca, subìto numerosi attacchi in nome di modelli ufficiali propugnati dai vari sistemi statali.

Non è un legislatore, quindi, che li ha creati, né ci sono leggi degli Stati all'origine della loro costituzione. È vero esattamente il contrario: legislatori e leggi si sono mossi unicamente per sopprimerli, o almeno per soffocarli, per arginarli, per alterarne la struttura in corrispondenza dei nuovi modelli ufficiali della società borghese. Cito solo a titolo di esempio la legge fascista del 1927, legge a proiezione nazionale e pertanto sicuramente sacrificatoria della straripante ricchezza e varietà espresse dal territorio della nostra penisola. È proprio di questo che si vuole sottolineare l'importanza: come ci ha ben insegnato Paolo Grossi nel suo saggio «Usi civici: una storia vivente», da cui ho tratto numerosi spunti, gli usi civici sono manifestazioni di un costume primordiale, sono un prius rispetto allo Stato, emanazioni genuine di una società che spontaneamente si auto-ordina al fine di garantirsi una migliore sopravvivenza quotidiana.

Non si dovrebbe mai dimenticare, infatti, che questi usi civici costituiscono la voce di popolazioni, che grazie ad essi hanno sopravvissuto e che in essi hanno trasfuso il proprio segno tipico, il proprio costume, identificandosi addirittura in essi.

Quelli che noi chiamiamo usi civici - ricomprendendo in questo generico ed a volte equivoco collettore i mille e diversissimi assetti fondiari collettivi che vanno dalle consorterie valdostane alle regole e comunità dell'arco alpino orientale, alle partecipanze emiliane, su cui dirò qualcosa più avanti, ai domini collettivi dell'Italia centrale, agli usi civici meridionali, agli ademprivi sardi - rappresentano, riguardo alla tradizione giuridica ufficiale di impronta romanistica, un'altra tradizione, che nasce in tempi remoti.

Infatti, a una tradizione imperniata fino all'esasperazione sul soggetto individuo e sui suoi poteri, si contrappone una fondazione antropologica e un'esperienza di vita a carattere comunitario. In altre parole, la assoluta diversità (anzi, la assoluta opposizione) sta nel ruolo protagonistico della cosa - della cosa produttiva, del bene per eccellenza: la terra - e della comunità. Ed è proprio attorno alla terra che è nata una delle ultime forme di proprietà collettiva di origine medievale ancora presenti in Italia come le partecipanze agrarie emiliane. Attualmente sono sei, situate nella striscia della bassa pianura emiliana stretta tra Modena e Bologna, nei Comuni di Nonantola, Sant'Agata Bolognese, San Giovanni in Persiceto, Cento, Pieve di Cento e Villa Fontana. Seguendo regole quasi immutate nel tempo, il patrimonio fondiario collettivo che le caratterizza viene periodicamente ripartito, mediante sorteggio, tra gli aventi diritto, cioè i legittimi discendenti maschi delle antiche famiglie legate a questi territori. Alla loro base stanno una serie di concessioni enfiteutiche di vasti terreni da bonificare, fatte a partire dalla fine del secolo XI dall'Abate del monastero di Nonantola o, successivamente, dal Vescovo di Bologna alle comunità che già abitavano in quei luoghi.

La più antica tra queste esperienze emiliane di partecipanza agraria è quella di Nonantola, in Provincia di Modena, Comune in cui sono nato e cresciuto e in cui ho fatto il sindaco per nove anni.

L'origine dei beni che costituiscono l'attuale Partecipanza agraria di Nonantola comunemente si fa risalire ad una concessione enfiteutica di una vasta estensione di terreno in quel territorio, fatta nel 1058 dall'abate Gotescalco, abate commendatario dell'Abbazia e del monastero di Nonantola, al popolo nonantolano. L'enfiteusi dava in godimento perpetuo del terreno da bonificare e coltivare ai nonantolani (inizialmente 50 famiglie) e a tutti coloro che dai luoghi limitrofi avessero voluto appositamente trasferirvisi, con l'obbligo della residenza, della inalienabilità, del pagamento di un modesto canone e il diritto di pascolo e legnatico in altri terreni comuni. Fondamento più sicuro della istituzione dell'ente era la concessione enfiteutica ventinovennale, fatta dall'abate di Nonantola Galeazzo Pepoli nel 1442, dei tenimenti denominati la «Valle», al Comune e agli uomini di Nonantola e ai loro successori e discendenti, in perpetuo, a cui si aggiunse la rinnovazione di tale enfiteusi del 1453 che si accrebbe di un nuovo livello anche per il bosco nonantolano. Tali beni concessi alla collettività furono poi distribuiti periodicamente ai discendenti dei primi beneficiari che andarono a formare, all'interno della comunità, quello che è il nucleo degli odierni partecipanti. L'approdo all'ente morale esistente attualmente però non fu facile: nel corso dei secoli diverse furono le vicende che caratterizzarono la sua lenta costituzione come istituzione autonoma.

Nel secolo XIX il Comune, che inizialmente si identificava con i cittadini originari, ruppe progressivamente questi antichi limiti, si allargò a tutti i cittadini residenti, anche non originari, e prese vita per gradi l'ente della Partecipanza agraria. L'affrancazione dalla gestione comunale fu lenta e travagliata. Fu con la legge 4 agosto 1894, n. 397, che la Partecipanza venne riconosciuta, insieme alle altre Partecipanze emiliane, come ente morale avente personalità giuridica propria. Originariamente le famiglie che concorsero alla creazione della Partecipanza agraria furono cinquanta e i loro cognomi si possono trovare nei carteggi e documenti depositati sia presso l'Archivio storico comunale, che presso l'Archivio storico della Partecipanza. Oggi i discendenti degli originari nonantolani sono caratterizzati da ventidue particolari cognomi e rappresentano un quarto della popolazione complessiva, di poco superiore a 15.000 abitanti.

Ma è proprio la Carta di Gotescalco del 1058, ancora conservata presso l'Archivio abbaziale di Nonantola, che incise profondamente sulla vita della comunità sorta intorno a uno dei più importanti monasteri d'Europa. Tale Carta fissava infatti quelle speciali convenzioni economiche e sociali che diedero inizio alla consuetudine dello sfruttamento comune dei beni abbaziali, legando con un vincolo fortissimo gli uomini di Nonantola alla loro terra. L'Abate concesse in perpetuo a tutti gli abitanti del luogo, divisi in maiores, mediocres e minores, secondo l'estrazione sociale, il privilegio del godimento dei diritti fondamentali riguardanti la libertà della persona, il diritto dell'uso della terra coltivabile posta entro il confine del territorio e una vasta estensione di boschi, paludi e prati da poter sfruttare per il pascolo e il legnatico. L'Abate stabilì le regole per poter usufruire di tali privilegi: in primo luogo, l'obbligo della residenza, la trasmissione ereditaria della terra per via mascolina, l'onere della costruzione di tre quarti delle mura di fortificazione del borgo, del monastero e del territorio di Nonantola contro tutti i nemici. Nella Carta un passaggio chiarisce bene il carattere di pubblica utilità che avrebbe dovuto mantenere quella terra donata agli abitanti del borgo nato intorno al Monastero benedettino. Gotescalco scriveva: «Con tale ordine poi che né a me, soprascritto Gotescalco Abate, né ad alcun mio successore sia lecito dare ad alcuno o concedere in feudo o per precaria o per libello né in qualsiasi altro modo della predetta terra, selve e paludi e pascoli che sono in essa, se non a comune utilità del soprascritto popolo come sopra si legge».

Sono anche queste, quindi, le radici su cui affonda e si motiva il disegno di legge che oggi discutiamo, il quale vuole riconoscere i domini collettivi come soggetti neoistituzionali, in quanto a essi compete l'amministrazione in senso sia oggettivo, che soggettivo del patrimonio civico. Inoltre, in quanto enti gestori delle terre di collettivo godimento, essi rientrano a pieno titolo nell'imprenditoria locale, cui competono le responsabilità di tutela e valorizzazione dell'insieme di risorse naturali e antropiche presenti nel demanio civico.

Nell'attuale fase di sviluppo delle aree rurali (in particolare, della montagna), le cui strategie fanno affidamento essenzialmente sul modello di sviluppo locale e su quello di sviluppo sostenibile, ai domini collettivi viene riconosciuta, infine, la capacità di far propri anche gli stimoli provenienti dall'esterno della comunità per la mobilitazione delle risorse interne, di trattenere in loco gli effetti moltiplicativi e di far nascere indotti nella manifattura familiare e artigianale, nella filiera dell'energia delle risorse rinnovabili e nei settori dei servizi e del turismo responsabile e sostenibile.

Tra i tanti effetti che l'applicazione delle disposizioni contenute nel disegno di legge in esame potranno avere sul territorio e sui soggetti cui compete, appunto, l'amministrazione del patrimonio civico, come conseguenza diretta della presenza attiva della proprietà collettiva, possiamo citare il mantenimento delle popolazioni a presidio del territorio (pubblico, collettivo, privato), l'integrazione fra patrimonio civico e famiglie residenti, l'integrazione tra patrimonio civico e imprese locali, la manutenzione del territorio e la conservazione attiva e valorizzazione dell'ambiente, la garanzia di un marchio ambientale, la coesione della popolazione e la creazione di comportamenti cooperativi in campo economico, sociale e ambientale. (La senatrice Puglisi, mentre si reca al suo scranno, inciampa e cade).

PRESIDENTE. Per favore, chiamiamo il medico.

La seduta è sospesa.

(La seduta, sospesa alle ore 10,08, è ripresa alle ore 10,14).

La seduta è ripresa.

Prego, senatore Vaccari, prosegua la sua relazione.

VACCARI, relatore. Signora Presidente, come dicevo, tra i tanti effetti che l'applicazione delle disposizioni contenute nel presente disegno di legge potranno avere sul territorio e sui soggetti cui compete l'amministrazione del patrimonio civico, come conseguenza diretta della presenza attiva della proprietà collettiva, possono essere citati: il mantenimento delle popolazioni a presidio del territorio (pubblico, collettivo, privato), l'integrazione fra patrimonio civico e famiglie residenti, l'integrazione tra patrimonio civico e imprese locali, la manutenzione del territorio, la conservazione attiva e la valorizzazione dell'ambiente, la garanzia di un marchio ambientale, la coesione della popolazione e la creazione di comportamenti cooperativi in campo economico, sociale, ambientale.

Quindi, quello al nostro esame è un disegno di legge che si pone obiettivi importanti e innovativi, fra i quali il riconoscimento dei domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie, nonché il riconoscimento del diritto d'uso del dominio collettivo, in quanto diritto avente ad oggetto, normalmente e non eccezionalmente, le utilità del fondo, consistenti in uno sfruttamento del dominio riservato ai cittadini del Comune, il che determina, nel cittadino, una situazione giuridica complessa, di un interesse individuale avente ad oggetto un uso dei beni conforme alla loro destinazione ed un interesse collettivo alla conservazione della destinazione dei beni. Vi è poi il riconoscimento della capacità di autonormazione dei domini collettivi che facilita, pertanto, l'esercizio dei diritti a livello individuale (diritto di accesso in una zona, diritto di prelievo) e a livello collettivo o di amministrazione (vale a dire i diritti di gestione e i diritti di esclusione dall'uso oppure la tacita cooperazione degli individui che utilizzano le risorse nel rispetto di una serie di regole stabilite dall'ente gestore). È infine presente un richiamo alla competenza dello Stato che rivela i motivi di interesse generale che sono alla base dell'intervento legislativo del Parlamento nazionale, che mira a garantire che le leggi che le Regioni intendano eventualmente emanare sugli assetti collettivi non possano disconoscere l'idea e i valori della proprietà collettiva, che sono il modo peculiare delle collettività di vivere il rapporto uomo-terra e la disciplina consuetudinaria della gestione delle terre da parte delle collettività titolari, con il fine della protezione della natura e della salvaguardia dell'ambiente e le moderne attività progettate ed esercitate dalle collettività sulle loro proprietà comuni al fine del mercato.

Si tratta, quindi, di una innovazione legislativa che coniuga tradizione, storia e valori. Ad esempio il valore della solidarietà, del fare insieme, che se per un verso è stato un tempo indispensabile (ad esempio le opere di bonifica non potevano essere fatte se non con la collaborazione e il lavoro di tutti), per altro verso è sempre stato di riferimento per fissare le regole per la buona conduzione dei terreni, per i giusti rapporti tra i partecipanti e i componenti degli usi civici. Nell'ultimo secolo questo valore è servito anche per fissare nuove forme di autogoverno degli enti. Aggiungo il valore del rispetto per la terra ricevuta in consegna per il periodo prestabilito con l'impegno di coltivarla secondo le buone regole dell'agricoltura, non solo perché nel successivo riparto il sorteggio avrebbe comportato uno scambio di terreni ma soprattutto perché tali terreni dovevano essere trasmessi alle future generazioni. Inoltre, cito il valore dell'identità che trova il suo maggior riferimento nel sentire, in qualità di partecipante agli usi civici, di far parte di una storia di persone e di luoghi, nella consapevolezza delle proprie radici culturali e il valore di un «altro modo di possedere» che si misura attraverso la continua sollecitazione a ricercare le migliori regole per la migliore convivenza possibile, che deve sempre far perno sull'essenza del diritto originario e, al tempo stesso, deve sempre riferirsi ai principi della parità di trattamento fra i partecipanti stessi, della trasparenza amministrativa, della democrazia e della partecipazione. Infine, ricordo il valore dell'uguaglianza che ha continuamente motivato e sostenuto le lotte contro le sopraffazioni e i soprusi dei potenti che, in modi e tempi diversi, hanno però sempre cercato di appropriarsi della maggior parte della rendita ottenibile dai terreni.

Il loro essere comunità, quindi, non è il frutto di una visione malata di romanticismo. La comunità c'è, perché c'è una comunità di uomini e donne uniti da una storia comune, da comuni tradizioni, da un comune lavoro, da finalità comuni: tratti, questi, che fanno di una proprietà collettiva una comunità anche spirituale, intendendo con questo impegnativo aggettivo connotare una comunità sorretta da comuni valori (che possono essere morali, sociali, ambientali). Grossi ha scritto una «felice congiunzione di cose e di uomini, di terra e di persone che su di essa vivono e lavorano all'insegna di un costume assolutamente tipico».

Infine, la centralità della parola «sussidiarietà», che significa valorizzazione delle diversità, utilizzando lo strumento rispettoso di auto-normazioni scaturenti dal basso e spesso frutto di un lungo collaudo storico. Solo così il principio di sussidiarietà, anziché ledere l'unità dello Stato, lo ravvicina alla società evitando quei rischiosi scollamenti fra apparato statale di potere e complessità sociale; scollamenti che sono - ahimè - uno degli aspetti negativi del tempo attuale.

Siamo ancora gli inconsci - o consapevoli - portatori di una visione giacobina, ingombrante, invasiva, intollerante, dello Stato, mentre dovremmo essere più attenti alla ricchezza di un tessuto sociale, che non è lesione dell'autorità statale, ma piuttosto la sua forza.

Quindi, i domini collettivi, sono una multiforme realtà, frutto di una storia millenaria e di un'attività pulsante, che oggi finalmente verrà riconosciuta. (Applausi dei senatori Panizza e Sposetti).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Guerra. Ne ha facoltà.

GUERRA (Art.1-MDP). Signora Presidente, colleghi, usi civici e domini collettivi sono sopravvivenze di un uso comunistico del territorio di origini antichissime. Queste forme organizzative antichissime - lo ribadisco - non solo non sono scomparse, ma presentano ancor oggi importanti profili di ordine economico, ambientale e sociale. Si tratta di diritti esercitati da tempo immemorabile e l'aspetto che più mi preme sottolineare è che hanno costituito la prima forma di organizzazione delle comunità e il primo livello di partecipazione alla cosa pubblica.

I domini collettivi sono, infatti, una forma di proprietà collettiva originaria, cioè patrimoni o complessi di beni che fanno capo, a titolo appunto originario, a una comunità riconosciuta secondo antichi statuti o consuetudini. Ad esempio, la Partecipanza agraria del mio paese, Nonantola, in Provincia di Modena - già citata dal mio conterraneo, senatore Vaccari - che mi piace qui ricordare e che è la più antica fra le sei Partecipanze emiliane tuttora esistenti, deve la sua origine alla Carta del 1058 con cui l'Abate Gotescalco di Nonantola concesse al popolo nonantolano il diritto d'uso sul terreno coltivabile posto all'interno dei confini del paese.

Questi beni costituiscono antichi patrimoni agro-silvo-pastorali; sono gestiti storicamente dalla comunità proprietaria ab origine e appartengono pro indiviso a ciascuno e a tutti i membri della comunità. Questo comporta una peculiarità rispetto all'ordinamento giuridico di diritto comune dove di regola il bene o il diritto è intestato a un soggetto individuato come singolo (sia pubblico sia privato) e ad esempio costituisce garanzia reale del titolare, può essere soggetto a esecuzione coattiva a favore dei creditori, eccetera. Invece, i beni destinati ai bisogni di un'intera comunità sono soggetti a un regime giuridico di indisponibilità, ma anche a vincolo di destinazione e imprescrittibilità, che in effetti rende il loro regime simile a quello dei beni del demanio pubblico. Per questa ragione, mi sono a suo tempo battuta, con successo - prima che si arrivasse all'esenzione dei terreni agricoli in generale - per eliminare il prelievo patrimoniale su questi terreni che, proprio per la loro indivisibilità e inalienabilità, non possono essere liquidabili; il che significa che il proprietario pro tempore non può mai entrare in possesso del controvalore del bene, ma è proprio la possibilità per il proprietario di disporre del bene patrimoniale, di entrare, cioè, in possesso del controvalore del suo bene, il presupposto principale perché si giustifichi la tassazione anche sul patrimonio.

La Costituzione, che all'articolo 42, comma 1, dispone che «la proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati», non considera in modo espresso l'istituto delle proprietà collettive, per l'appunto i beni facenti capo originariamente ad una comunità.

Il disegno di legge al nostro esame introduce così un elemento di chiarezza, stabilendo il riconoscimento dei domini collettivi comunque denominati. Questa terzietà fra pubblico e privato classicamente intesi è stata infatti da tempo riconosciuta in dottrina, tanto che si è parlato con riferimento alle proprietà collettive di un «pianeta diverso».

Contribuiscono a definire meglio il concetto tre elementi: quello di comunità, l'insieme cioè delle persone fisiche che gestiscono il bene comune e sono indispensabili al raggiungimento di uno scopo che è l'utilità di tutti; la «cosa», cioè la terra intesa come «ecosistema completo», ricchezza non solo economica, ma anche naturale, estetica e paesaggistica; il fine, che è appunto sociale, va oltre e trascende gli interessi delle singole persone fisiche.

Il disegno di legge è perciò importante perché dà finalmente riconoscimento pieno ai domini collettivi, valorizzandoli, come si dice espressamente, come autentici «soggetti neoistituzionali», cui compete la diretta amministrazione del patrimonio civico, nella prospettiva di uno sviluppo legato alle esigenze del territorio e soprattutto al bisogno di una sempre maggiore sostenibilità ambientale.

Si tratta di una finalità che merita tutto il nostro sostegno, così come le altre importanti finalità correlate a questa impostazione di fondo del disegno di legge. Mi riferisco, ad esempio, al pieno coinvolgimento delle imprese locali, alla manutenzione del territorio, alla garanzia dei marchi di qualità locale e allo sviluppo della sensibilità cooperativa, sociale ed ambientale.

Sono quindi contenta che, dopo un iter lungo e complesso, grazie anche alla tenacia della Commissione, e in particolare dei relatori, che ringrazio, questo disegno di legge sia giunto finalmente all'approvazione. (Applausi dal Gruppo Art.1-MDP).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i professori del Liceo classico e scientifico «Ettore Majorana» di Desio, nella provincia di Monza e Brianza. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 968 (ore 10,26)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LN-Aut). Signora Presidente, in Trentino-Alto Adige, Regione dalla quale provengo, c'è una storia millenaria di usi civici e domini collettivi. Vorrei fare qualche appunto a questa norma che, tutto sommato, va a sancire delle cose importanti e a fissare dei paletti più rigidi su alcune questioni. La tendenza da parte dei Comuni era infatti quella di inglobare tutto ciò che era collettivo sul territorio, con il famoso affrancamento; alcuni Comuni lo realizzavano con gestioni separate, altri Comuni addirittura con la patrimonializzazione all'interno dei beni comunali. Chi ha conosciuto la dinamica e il fenomeno ha portato avanti importanti guerre e battaglie per continuare a mantenere questo istituto come disciplinato oggi da questo disegno di legge. Avendo una storia pre-comunale ed essendo stato un patrimonio collettivo costruito con fatica dai residenti per una gestione collettiva funzionale perlopiù alle attività pastorali ed agricole, non era infatti corretto che l'istituto in esame fosse amministrato politicamente da un altro ente; ricordo che per noi il Comune è l'ente che sostanzialmente amministra tutti i beni collettivi e comuni di un determinato territorio.

Si è stabilito allora che i Comuni non potranno più «allungare le mani» su questi domini. Vorrei ricordare che in Trentino-Alto Adige si voleva addirittura far sì che l'elettorato delle strutture di gestione fosse lo stesso che eleggeva il Consiglio comunale; ossia l'elettorato attivo di tali strutture sarebbe stato esattamente lo stesso che andava ad eleggere il Consiglio comunale. È chiaro che si sarebbero creati dei doppioni: un Consiglio comunale ufficiale e un secondo Consiglio comunale per l'amministrazione dei beni collettivi.

No, i beni collettivi devono essere amministrati con le regole che questi usi civici si sono dati nel tempo e che a volte possono sembrare in conflitto con il nostro ordinamento democratico. Uno dei punti per noi importanti, infatti, era: bene se sono un patrimonio collettivo, ma se sono un patrimonio di una microsocietà, la discendenza di questa avrebbe potuto godere dei beni. Una persona - che può essere un italiano, un oriundo eccetera - una volta che prende la residenza in un Comune, ha il diritto dei residenti. Questa invece è una proprietà che non può essere divisibile in funzione dell'anagrafe e delle scelte delle persone. In Trentino riuscimmo a bloccare questo orientamento e si continuò con il binario che questo provvedimento sancisce il modo definitivo.

Ricordo ai colleghi un'altra assurdità (o comunque un elemento che potrebbe sembrare tale): l'antica Regola feudale di Predazzo, che risale al 1400, epoca in cui non tutta l'Italia ancora conosceva i Comuni. In base ad essa, il patrimonio collettivo si trasmetteva per linea maschile, perché la famiglia era formata dai capofuoco e dai capofamiglia; la donna che si sposava sarebbe uscita da una famiglia per entrare in un'altra, ergo erano le famiglie ad avere il diritto al legnatico, all'uso ragionato e alla divisione dei frutti che si sarebbero realizzati con l'amministrazione di questi beni.

Nel 1948 - molto tardi - la nostra Costituzione ha sancito la parità tra uomini e donne, le quali in quell'anno hanno votato per la prima volta. Era impossibile che le donne nel contesto della Repubblica italiana acquisissero i pieni poteri ma non avessero gli stessi poteri nel subentrare in quest'antica regola feudale. Indubbiamente vi furono ricorsi, che poi si chiusero in questo modo: la Corte costituzionale sancì che, poiché lì si amministravano quei beni da tempo immemorabile e si era sempre ritenuto giusto che fosse la linea maschile a subentrare nella titolarità di tali diritti, così era stato da sempre e così sarebbe stato per sempre. Si potrebbe obiettare che la Costituzione prevede un'altra cosa, però la Corte costituzionale ha sancito la costituzionalità, la correttezza e il grande rispetto per gli enti prestatali e precomunali (e precostituzionali, a questo punto). (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Dobbiamo non solo prenderne atto, ma riconoscerli.

Se dovessi muovere una piccola critica a questo provvedimento potrei dire che esso lascia ancora aperto uno spiraglio, un'alea d'incertezza, nel punto in cui parla di «diritti di godimento»: i membri della comunità hanno il diritto di godimento sui beni collettivi indivisibili, eccetera. Anche questo è stato un punto di grande discussione. Prendiamo un bene come un bosco. Il diritto di godimento sarebbe relativo al legnatico, perché di anno in anno un lotto o un grande appezzamento possono essere sfruttati ai fini del legname. Nulla quaestio sulla ripartizione delle quote di legname per capofamiglia o capofuoco; il problema nasce in epoca moderna, negli ultimi anni, quando sempre meno famiglie - ahimè - utilizzano la legna per scopi di riscaldamento domestico. Si è provato a redistribuire per equivalente, il che significa che l'amministrazione dei beni civici vende il legname, monetizza e restituisce: non potendo dare denaro, però, restituisce un bene equivalente, che, con riferimento al legnatico per riscaldamento, potrebbe essere per esempio gas, in bombole o fornito in qualche altra maniera. Si è provata questa strada, ma subito ci siamo bloccati per il fatto che non è prevista la vendita e un rimborso monetario per equivalente. Ergo, si deve dare la legna; chi non la utilizza si arrangi. Attualizzando quindi il provvedimento, sarebbe stato forse più opportuno dire che il soggetto che appartiene della comunità gode di un pieno diritto di godimento dei beni, ancorché trasformabili in beni fungibili o equivalenti. Non so se l'obiettivo si possa realizzare con un ordine del giorno, dato che poi esso andrebbe regolamentato con provvedimenti in subordine a questo; sarebbe però bene specificare questo punto per risolvere anche l'ultima alea che potrebbe nascere nella discussione attorno a un provvedimento che, con l'impianto, sicuramente ben sancisce il rispetto che dovremmo avere verso i domini collettivi, ergo gli usi civili memorabili, precomunali, precostituzionali e prestatali. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Panizza. Ne ha facoltà.

PANIZZA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghe e colleghi, la legge disciplina un ordinamento, quello dei domini collettivi, che è antico e attuale allo stesso tempo, perché unisce storia e tradizioni con i valori della condivisione delle decisioni e della partecipazione e, insieme, della sussidiarietà, come ricordato bene dal collega Vaccari.

Le prime forme di gestione comunitaria delle terre per attività agro-silvo-pastorali traggono la propria origine da una storia millenaria di consuetudini, che si cristallizzano nel primo Medioevo e giungono, pressoché integre, fino ai giorni nostri. Sarebbe però un errore ritenere questa consuetudine come un fatto marginale o un retaggio del passato. Credo sia attualissima, perché parla di sostenibilità attraverso il buon uso del territorio, ossia di come godere della crescita senza intaccare il patrimonio o, detto in termini economici, di come godere degli interessi senza intaccare il capitale. Introduce anche il tema del ruolo della comunità e della partecipazione attiva dei suoi componenti nelle scelte e nella gestione diretta, che è un tema sempre più sentito in un'epoca storica caratterizzata dalla scarsità delle risorse.

La collettività può e deve essere alleata delle istituzioni per un loro utilizzo efficace, in quanto portatrice di energie e anche di competenze, un capitale che deve essere messo a valore e sempre più coinvolto nella gestione della cosa pubblica. Tutto questo è in qualche modo legato al tema più complessivo della partecipazione alla condivisione delle scelte, della necessità, sempre più sentita, di non ridurre l'impegno della collettività a un atto di delega, ma di un percorso partecipativo fattivo e concreto, che è dal mio punto di vista un processo di responsabilizzazione e di maturazione complessiva della cittadinanza, un antidoto all'antipolitica e al disimpegno.

Credo che il provvedimento sia importante non solo perché per la prima volta disciplina dal punto di vista normativo questa consuetudine, ma lo è anche perché introduce nel nostro ordinamento giuridico la nozione di bene praticato dalla collettività: il ruolo attivo della comunità intesa come portatrice di bisogni, che attraverso le proprietà collettive possono essere soddisfatti, ma anche con un ruolo attivo per la cura accorta e oculata dei beni collettivi e, quindi, per la loro valorizzazione anche in chiave economica.

In questi anni ho avuto tante occasioni di confronto con le amministrazioni separate di uso civico (ASUC) del Trentino e con l'associazione che le rappresenta e che, in più occasioni, ha sollecitato l'approvazione del provvedimento. A loro devo un grande grazie per il forte attaccamento che esprimono ogni giorno al nostro territorio e anche per la sinergia con cui lavorano sia al loro interno, che in collaborazione con tutte le altre realtà nazionali e alpine.

I domini collettivi sono distribuiti su tutto l'ambito nazionale, per quanto sull'arco alpino trovino la loro massima estensione. Secondo i dati ISTAT, l'82 per cento sono ubicati in montagna, il 16 per cento in collina e il 2 per cento in pianura. II Trentino è uno dei territori con la presenza più massiccia di proprietà collettiva, con un'estensione che raggiunge il 42 per cento dell'intero territorio provinciale, in questa superata solo dall'Abruzzo dove giunge al 49 per cento. Tanto per fare un esempio di quanto siano state importanti queste realtà in passato, voglio ricordare che le principali opere pubbliche della Valle di Fiemme, compreso l'ospedale, sono state realizzate proprio dalla Magnifica comunità.

Gli enti gestori dei domini collettivi, pur nella molteplicità di nomi attraverso cui si contraddistinguono, sono riconducibili a tre elementi: la comunità, la terra di collettivo godimento, uno scopo istituzionale diverso rispetto agli interessi individuali delle singole persone fisiche che compongono la comunità. Solo in taluni casi il patrimonio collettivo viene gestito da un ente dotato di personalità giuridica. Quando ciò accade, questo è formalmente titolare nei rapporti con i terzi di beni la cui proprietà sostanziale spetta agli associati e nei confronti dei quali funge solo da amministratore. In assenza di un ente dotato di personalità giuridica privata, il bene è amministrato dalla amministrazione comunale ed è questa la situazione più diffusa in Italia, specie nel Centro Sud e nelle isole.

I domini collettivi sono già riconosciuti dalla Costituzione come particolare tipo di proprietà privata, dotato di sue tutele specifiche. In attuazione del dettato costituzionale, talune proprietà collettive sono già espressamente riconosciute dalle leggi ordinarie dello Stato.

Il conferimento di una personalità giuridica a tutte le varie ipotesi di proprietà collettiva oggi esistenti nel nostro Paese è l'obiettivo principale del provvedimento che stiamo esaminando. Il passaggio è fondamentale per conseguire una migliore gestione di questi beni, la produzione di maggiori redditi e, di conseguenza, di maggiori entrate fiscali, anche se è evidente che il patrimonio agro-silvo-forestale è molto meno importante di un tempo, quando era vitale per la stessa sopravvivenza delle comunità di montagna.

Le proprietà collettive dotate di personalità giuridica potranno impiegare più efficacemente i propri beni, perché dotate della capacità di obbligarsi efficacemente con i terzi. La concessione di una personalità giuridica direttamente alla proprietà collettiva, attraverso i meccanismi delineati dal provvedimento, garantirà questi benefici, consentendo a ciascun dominio collettivo di essere in sé capace, attraverso organi definiti per statuto, di gestire i beni conformemente al proprio vincolo di destinazione, ma avendo la possibilità di un bilancio autonomo e di un autonomo capitale di gestione, con cui obbligarsi validamente con i terzi.

Collettività, bisogni, ambiente, sostenibilità, responsabilità, il costruire comunità: voglio pensare che il riconoscimento di queste forme speciali di "autonomia responsabile" riveli anche una prima percezione che l'Italia deve dare maggior fiducia ai territori, deve capire che il dare ai territori la responsabilità di autogovernarsi non costituisce un problema per la tenuta del sistema, ma viceversa, lo rafforza e costituisce un'opportunità da sfruttare.

Riprendendo il tema, credo quindi che ci siano tutti gli ingredienti per salutare positivamente questo disegno di legge sia per il suo portato culturale più complessivo sia per aver dato finalmente una cornice normativa al settore.

È fondamentale il riferimento all'inalienabilità, all'inusucapibilità, all'indivisibilità, così come è fondamentale il ruolo svolto per la salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio. Ho ripresentato l'emendamento 3.4, con cui chiedo di aggiungere anche il vincolo dell'imprescrittibilità, come garanzia che non venga a cessare il diritto di uso civico anche in presenza di una sospensione dell'esercizio del possesso per motivi naturali, demografici, tecnici ed economici, trattandosi di beni e diritti spettanti anche alle future generazioni di utenti. So che forse è ridondante e giuridicamente, ma comunque rafforza il principio contenuto nella proposta di legge e mi auguro comunque che il relatore e il Governo, che ringrazio per essere stati così sensibili in Commissione, accolgano questa richiesta.

Ringrazio infine tutti colleghi che hanno lavorato al provvedimento, il presentatore Pagliari, i relatori Cucca e Vaccari, e che hanno portato avanti un lavoro molto approfondito e costruttivo, nonché tutti i commissari. Un ringraziamento va soprattutto a tutti coloro che hanno conservato e tramandato nel tempo il nostro patrimonio agro-silvo-pastorale e quello dei valori che ne sono alla base.

Grazie anche alle ASUC del Trentino e del Sudtirolo e grazie alla Consulta nazionale della proprietà collettiva e al suo presidente Michele Filippini, che è qui ad assistere ai lavori.

Questo provvedimento è un ulteriore elemento a favore delle attività agro-silvo-pastorali, soprattutto quelle di montagna, ma è importante anche per l'identità territoriale, per dare valore e sostanza alla nostra offerta agroalimentare e turistica. Pertanto esprimiamo la nostra soddisfazione per il fatto che il testo, dopo tre anni dalla sua presentazione, sia finalmente giunto alla discussione dell'Assemblea. La sua approvazione è un fatto assolutamente importante e speriamo davvero di poter avere quella definitiva prima della chiusura della legislatura.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Candiani. Ne ha facoltà.

CANDIANI (LN-Aut). Signora Presidente, premesso che accogliamo con estremo favore la proposta di legge oggi in discussione, mi ricollego a degli esempi specifici.

Purtroppo nel Paese sono trascurate preesistenti circostanze - nel caso specifico i domini collettivi e gli usi civici - legate a tradizioni, a modi di vivere e di condurre e tutelare il territorio che hanno contraddistinto le comunità locali per parecchi secoli fino ad oggi. Ne è un esempio un fatto di cronaca relativo al rapporto tra la Comunanza agraria Appennino Gualdese e la società La Rocchetta per lo sfruttamento delle acque minerali, per il quale si è ricorso al tribunale e qualche penna illuminata, che scrive su giornali che cercano sempre la spigolatura per poter apparire molto più attraenti sui propri articoli, ha scritto che è uno scandalo trovarsi di fronte a un ente medioevale che si mette di fronte agli interessi di una multinazionale che porta da lavorare, e nei cui confronti ha delle pretese che porta in tribunale. Mi chiedo dove sia lo scandalo nel riconoscere a comunità, a persone che hanno diretto territori per secoli, il diritto di potersi sedere a un tavolo per scegliere assieme agli interlocutori - nel caso specifico anche stranieri o multinazionali o a grandi portatori di interessi societari - il destino delle proprie terre e dei beni che su di esse gravano e che, se sfruttati, possono produrre utili e ritorni in quelle realtà e non altrove.

Signora Presidente, ritengo pertanto molto importante il provvedimento in esame, perché - come ha giustamente detto il relatore - la questione relativa ai domini collettivi è troppo spesso contornata in maniera sfumata, non precisa o addirittura con approssimazioni e dimenticanze che poi, emergendo nel corso di un procedimento amministrativo, danno corso a rilievi e, quindi, a ricorsi. È, dunque, positivo che una legge definisca i diritti, i doveri e le funzioni stesse di queste importanti preesistenze che nascono non da cavilli giuridici medievali, ma dalle attività che le persone hanno svolto collettivamente e dall'uso che hanno fatto dei beni per secoli.

Leggo direttamente dal testo di legge - fatto assai importante - che vengono definiti quali sono gli elementi e quali i domini collettivi, nell'ambito dei quali rientrano - ad esempio - le fonti di risorse rinnovabili da valorizzare e utilizzare a beneficio delle collettività locali e degli aventi diritto. Parlare di fonte di risorsa rinnovabile significa, quindi, non cristallizzare una situazione - come qualcuno vorrebbe far credere, e come se fossimo nel medioevo - ma consentire lo sfruttamento, l'utilizzo e la valorizzazione di quel patrimonio e di quei beni, con la considerazione che le comunità locali non possono e non devono essere trascurate o emarginate dalle scelte di sfruttamento. Mi riferisco a quelle stesse comunità locali che hanno difeso e tramandato siffatti beni di generazione in generazione, ricordando - come bene indica il disegno di legge all'articolo 3, lettera f) - che fanno parte di essi i corpi idrici, sui quali i residenti del Comune o della frazione esercitano gli usi civici.

Signora Presidente, ritengo che quello in esame sia un caso più unico che raro, perché realmente si procede a una valorizzazione, riconoscendo l'importanza delle comunità locali per quello che valgono, delle persone e dei territori.

Noi non viviamo nella foresta amazzonica, che è gestita solo dalla natura. Noi viviamo in ambienti antropizzati da millenni, dove il rapporto antropico tra le persone e il territorio ha modellato gli stessi dandoci oggi un equilibrio straordinario. Quando una comunanza chiede di essere rispettata, quando un dominio collettivo chiede di essere rispettato, la sua richiesta deve essere considerata e rispettata.

È un bene che questa legge faccia chiarezza su questo tema. È un bene che chi si approccia a un territorio consideri le comunanze e i domini collettivi come un interlocutore istituzionale costituzionalmente riconosciuto, affidabile, identificabile, con cui potersi sedere al tavolo e decidere il destino di un territorio e di un bene collettivo. (Applausi del senatore Arrigoni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Filippin. Ne ha facoltà.

FILIPPIN (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, senatrici e senatori, il presente disegno di legge si propone - come hanno già detto tutti coloro che sono intervenuti - la finalità di riconoscere in modo formale i domini collettivi, comunque essi siano denominati.

È stata interessante la breve discussione generale svolta, perché ci ha consentito un viaggio nella storia del nostro Paese, così lungo, così diverso, eppure con una storia incredibilmente comune nel suo sviluppo culturale e sociale. Nel mio territorio, Cortina d'Ampezzo, ci sono le regole ampezzane. I boschi e i pascoli sono, da secoli, proprietà collettiva della comunità originaria; un patrimonio naturale, culturale ed economico che gestisce oggi circa 16.000 ettari di boschi, con taglio e vendita del legname e selvicoltura naturalistica del patrimonio forestale.

Sull'Altopiano di Asiago, poi, vi sono le vicinie. La vicinia era l'assemblea, l'unione dei capi famiglia, degli originari compartecipi, ossia dei comproprietari dei beni comuni, i titolari della proprietà indivisa dei boschi di ogni singolo colonnello, cioè di una borgata, con una sua organizzazione autonoma retta dalla vicinia di tutti i capifamiglia. E solo la vicinia era in grado di decidere se acquistare o vendere beni, prendere in affitto, concedere livelli e provvedere ai bisogni dei propri abitanti. Sono tradizioni risalenti nel tempo e il 29 giugno del 1310 venne definito lo Statuto della Spettabile Reggenza, il cui preambolo esaltava e suggellava lo spirito di solidarietà: il bene del popolo è il bene della reggenza e il bene della reggenza è il bene del popolo.

I domini collettivi sono quindi patrimoni destinati, sin dall'origine, a soddisfare i bisogni e gli interessi fondamentali di vita e di sopravvivenza delle comunità di abitanti e, come tali, sono soggetti a uno specifico regime di indisponibilità e tutela, che li ha posti però al di fuori del regime di commerciabilità del diritto comune. Nella nostra Costituzione la proprietà dei diritti e beni, di qualsiasi natura essi siano, fa capo a un soggetto determinato come soggetto titolare. Se il soggetto titolare è pubblico (lo Stato o ente pubblico di qualsiasi specie, territoriale o non territoriale), la proprietà è pubblica. Se il soggetto titolare è privato (persona fisica o persona giuridica), la proprietà è privata.

Nelle proprietà collettive originarie, o domini collettivi, invece, i patrimoni o complessi di beni e diritti fanno capo a titolo originario, non derivativo, a una comunità o collettività di abitanti residenti, in conformità ad antichi statuti, regolamenti e consuetudini riconosciuti dal diritto anteriore. I beni e i diritti non appartengono individualmente a uno o più soggetti (persone fisiche o persone giuridiche determinate), ma fanno capo all'intera comunità di abitanti insediata e organizzata stabilmente in un determinato territorio, non differenziata nei suoi componenti, ma costituente un complesso unitario di soggetti, beni e diritti.

In questa forma proprietaria manca il collegamento diretto tra il bene e il soggetto titolare, intendendosi per tale un soggetto determinato, sia pubblico che privato, individuato come entità singola e differenziata da tutti gli altri individui. I beni o diritti di proprietà collettiva, quelli costituiti quindi dagli antichi patrimoni agrosilvopastorali gestiti dalle comunità proprietarie ab origine, appartengono pro indiviso e contestualmente a ciascuno e a tutti i componenti la collettività o comunità di abitanti.

Essendo destinati a soddisfare i bisogni primari della comunità, gli antichi patrimoni sono soggetti a un regime giuridico di indisponibilità, sia pure derogabile, e a un vincolo di destinazione, di tutela e imprescrittibilità che li fa somigliare molto al regime dei beni del demanio pubblico. Infatti, a causa della storica necessità di preservarne il godimento da parte dell'intera collettività ed evitare la loro parcellizzazione da parte di usurpatori e privati, le proprietà collettive sono caratterizzate dalla inalienabilità - non possono essere vendute, salvo particolari deroghe- dall'indivisibilità - non sono soggette ad usucapione, ovvero non possono essere acquisite in proprietà in base al perdurare del possesso per un determinato periodo di tempo - e hanno la perpetua destinazione agrosilvopastorale. Tutto questo costituisce la difficoltà maggiore per il riconoscimento delle proprietà delle comunità di abitanti (domini collettivi) come proprietà costituzionalmente riconosciuta e garantita allo stesso livello della proprietà pubblica e privata.

Di qui scaturisce la necessità del presente disegno di legge, con il quale si vuole riconoscere che i domini collettivi, ai sensi degli articoli 2, 9, 42 (secondo comma) e 43 della Costituzione, si collocano come soggetti neoistituzionali, in quanto a essi compete l'amministrazione, in senso sia oggettivo che soggettivo, del patrimonio civico e, dunque, la responsabilità di tutela e valorizzazione di quell'insieme di risorse naturali e antropiche presente nel demanio civico.

Lo scopo delle disposizioni contenute nel disegno di legge è assicurare la presenza attiva della proprietà collettiva, salvaguardarla, con una somma di ricadute positive sul territorio, che sono state ricordate poc'anzi: il mantenimento delle popolazioni a presidio del territorio pubblico, collettivo e privato; l'integrazione tra patrimonio civico e le famiglie residenti; la manutenzione del territorio; la conservazione attiva dell'ambiente; la garanzia di un marchio ambientale; la coesione della popolazione e la creazione di comportamenti cooperativi in campo economico, sociale e ambientale.

È quindi estremamente positiva la cornice normativa che diamo oggi a questa storia che - come è stato ricordato - ha tradizione millenaria e riguarda tutto il nostro Paese. Con il riconoscimento dei domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originali, nonché con il riconoscimento del diritto d'uso del dominio collettivo, noi diamo un diritto avente a oggetto l'utilità del fondo, e cioè lo sfruttamento del dominio riservato ai cittadini del Comune. Riconosciamo loro la capacità di autonormazione, che quindi facilita l'esercizio dei diritti a livello individuale, con il diritto di accesso a una zona e il diritto di prelievo, e a livello collettivo e di amministrazione, con i diritti di gestione ed esclusione dall'uso o di tacita cooperazione degli individui che utilizzano le risorse, nel rispetto delle regole stabilite dall'ente gestore.

C'è poi anche un richiamo alla competenza dello Stato, che serve però a garantire che le leggi che possono emanare le Regioni riconoscano gli assetti collettivi e, quindi, non disconoscono l'idea e i valori della proprietà collettiva, il modo assolutamente peculiare della collettività di vivere il rapporto uomo-terra, la disciplina consuetudinaria della gestione delle terre da parte della collettività dei titolari, la protezione della natura e della salvaguardia dell'ambiente con moderne attività progettate ed esercitate dalle collettività sulle proprietà comuni ai fini del mercato.

È quindi una cornice importante quella che noi oggi diamo a una storia che tutto il nostro Paese ha visto nascere. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

I relatori e il rappresentante del Governo non intendono intervenire in sede di replica.

Comunico che è pervenuto alla Presidenza - ed è in distribuzione - il parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti, che verrà pubblicato in allegato al Resoconto della seduta odierna.

Passiamo all'esame degli articoli, nel testo proposto dalle Commissioni riunite.

Procediamo all'esame dell'articolo 1, sul quale è stato presentato un emendamento che invito i presentatori ad illustrare.

RUTA (PD). Signora Presidente, ritiro l'emendamento 1.100.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'articolo 1.

FORNARO (Art.1-MDP). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'articolo 1.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo all'esame dell'articolo 2, sul quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori a illustrare.

RUTA (PD). Signora Presidente, ritiro l'emendamento 2.100 e lo trasformo in ordine del giorno.

BERGER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, anche io, accogliendo una proposta del relatore, ritiro l'emendamento 2.101 e lo trasformo in ordine del giorno.

PRESIDENTE. Invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.

CUCCA, relatore. Signora Presidente, il parere sugli ordini del giorno è favorevole, a condizione che venga utilizzata la formula: «a valutare l'opportunità di».

CHIAVAROLI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Signora Presidente, il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore.

PRESIDENTE. Chiedo ai senatori Ruta e Berger se insistono per la votazione degli ordini del giorno G2.100 e G2.101.

RUTA (PD). Sì, signora Presidente, insisto per la votazione.

BERGER (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Sì Presidente, anch'io insisto.

PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione dell'ordine del giorno G2.100.

Verifica del numero legale

DI MAGGIO (GAL (DI, GS, MPL, RI)). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 968

Metto ai voti l'ordine del giorno G2.100, presentato dai senatori Ruta e Saggese.

È approvato.

Metto ai voti l'ordine del giorno G2.101, presentato dal senatore Berger e da altri senatori.

È approvato.

Passiamo alla votazione dell'articolo 2.

FORNARO (Art.1-MDP). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'articolo 2.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo all'esame dell'articolo 3, sul quale sono stati presentati emendamenti che si intendono illustrati e su cui invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunziarsi.

CUCCA, relatore. Signora Presidente, esprimo parere contrario sugli emendamenti 3.3, 3.4, 3.5, 3.6 e 3.8.

Per l'emendamento 3.100 si propone una riformulazione che, peraltro, è di poco rilievo. Si propone infatti di aggiungere la parola «eventuali» prima delle parole «procedimenti di assegnazione di terre definite quali beni collettivi ai sensi del presente articolo» e di espungere le parole «i comuni o» prima delle parole «gli enti esponenziali», perché si tratta di un'inutile ripetizione.

Il parere sull'emendamento così riformulato è favorevole.

CHIAVAROLI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Signora Presidente, esprimo parere conforme a quello del relatore.

PRESIDENTE. La senatrice De Petris accetta la riformulazione dell'emendamento 3.100, proposta dal relatore?

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). La accetto, signora Presidente.

PANIZZA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PANIZZA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, ritiro l'emendamento 3.4.

RUTA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUTA (PD). Signora Presidente, ritiro gli emendamenti 3.6 e 3.8.

PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 3.3.

FORNARO (Art.1-MDP). Chiediamo che le votazioni vengano effettuate a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 3.3, presentato dal senatore Piccoli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

L'emendamento 3.4 è stato ritirato.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 3.5, presentato dal senatore Piccoli.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Gli emendamenti 3.6 e 3.8 sono stati ritirati.

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'emendamento 3.100 (testo 2), presentato dalla senatrice De Petris e da altri senatori.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'articolo 3, nel testo emendato.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione finale.

STEFANI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STEFANI (LN-Aut). Signora Presidente, sul territorio esistono tracce di usi civici e domini collettivi di origine antichissima. Possiamo ricordare la nostra storia, la storia di molti paesi e nostri territori dove, talvolta, per le condizioni disagiate e l'isolamento proprio della vita di un tempo, si era creata una forma particolare di collettivismo. La necessità di collaborazione rendeva gli aggregati per certi versi chiusi, quasi gelosi delle loro caratteristiche. Al loro interno, però, le comunità erano saldamente legate tra di loro in una sorta di rete di solidarietà comune, con rapporti di obbligo e diritti reciproci, in modo tale che la collettività quasi sostenesse se stessa.

È così che sono sorte questi istituti con patrimoni di natura quasi pubblicistica, perché, effettivamente, la loro funzione era fornire un servizio pubblico. Pensiamo a questi istituti, quindi, quasi fossero un retaggio storico quando invece sono assolutamente moderni e attuali e si intersecano, sotto certi aspetti, con la tutela e la valorizzazione del territorio e soprattutto del patrimonio ambientale e paesaggistico.

Per certi versi è avvenuta un'evoluzione del significato e del senso stesso di proprietà collettiva. Strutture come i parchi e le nicchie ambientali garantiscono una fruizione a tempo, dove si entra a orari stabiliti, come un turista, per appropriarsi e vivere quel patrimonio. In realtà, con il concetto stesso di dominio collettivo si vuole raggiungere la possibilità di vivere in prima persona l'ambiente, per sentirlo proprio, per cui l'approccio alla valorizzazione del territorio non deve passare attraverso un sistema quasi museale, come se fosse possibile visitare il parco dietro un vetro. Abbiamo, quindi, una forma di progettazione cosciente del paesaggio, che non è un'entità statica ma diventa una realtà dinamica all'interno della quale vivono le genti. E le genti vivono il territorio, il loro paesaggio, il loro ambiente, come persone vive e il rapporto che si crea tra il territorio e i suoi abitanti diventa la coscienza collettiva del territorio stesso.

È qui che entra in gioco il concetto di dominio collettivo, che adesso a parlarne sembra abbia un significato filosofico, quasi metagiuridico. In realtà, stiamo parlando di un qualcosa che preesiste al diritto e alla Costituzione, che è storia della nostra civiltà, soprattutto di alcune zone.

I domini collettivi e gli usi civici non sono, quindi, relitti storici in via di estinzione. Sono invece un qualcosa - come si è detto prima - di estremamente attuale. E - come si è potuto evincere dagli stessi interventi dei colleghi che mi hanno preceduta - sono realtà che esistono, strutturate e radicate nel nostro territorio. E nell'articolato, seppure breve, di questo disegno di legge si vuole dare loro una istituzionalizzazione e una definizione, per quanto difficile sia definire una nostra appartenenza storica. È difficile, infatti, definire ciò che non è nato perché è previsto dalla legge ed è preesistente ad essa.

Sentir parlare di proprietà collettiva rievoca - questo sì - retaggi che sembrano appartenere a sistemi politici di cui si parlava molti anni fa. Oggi è un concetto molto diverso. Quando si dice che l'ambiente è proprietà «di tutti», non significa che non sia di nessuno; il problema dell'ente collettivo, infatti, è che spesso, essendo di tutti, non ha padroni né gestione. In questo caso, invece, arriviamo a sfruttare questi istituti per dare una sorta di pianificazione al territorio e all'ambiente, perseguendo in tal modo importanti obiettivi in un momento come quello che stiamo vivendo in cui c'è una forma di degenerazione di alcuni contesti paesaggistici stravolti dall'urbanizzazione. È per questo che adesso cerchiamo di riappropriarci di particolari tutele, perché ci rendiamo conto che, se distruggiamo l'ambiente, distruggiamo noi stessi.

Il dominio collettivo deve quindi avere l'obiettivo della conservazione stessa dell'ambiente e del paesaggio, per una continuità delle tradizioni, perché noi siamo l'ambiente in cui siamo nati e dove viviamo. (Applausi dal Gruppo LN-Aut). È per questo che possiamo avere una piena coscienza del territorio.

La bellezza dell'istituto è che non relega nicchie paesaggistiche e ambientali quasi fossero una sorta di riserva, come potevano essere le riserve di caccia. Non sono riserve ambientali e culturali, ma rappresentano una connessione, un legame continuo tra la comunità e il territorio.

C'è un passaggio che mi permetto di sottolineare - ritengo sia di particolare significato - di chi ha scritto in questa materia che il territorio dello stesso dominio, in questo caso collettivo, è una scuola di democrazia per le forme di gestione e di fruizione. È una cultura in materia di protezione della natura, una scuola di economia in materia di patrimonio civico esistente. (Applausi del senatore Volpi). È infine un'innovazione, uno studio, una ricerca di quelle che possono essere tecniche culturali per la difesa dell'ambiente. È quindi una forma di aggregazione sociale di altissimo valore civico, che rinsalda quello che noi abbiamo perso, purtroppo, per tanti anni: la solidarietà civile, il rapporto semplice di vicinato. È così che riusciamo a strutturare meglio le componenti delle nostre comunità, perché dobbiamo salvare una comunità fatta di popolo e territorio.

Per questa ragione il Gruppo Lega Nord voterà a favore del provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PEGORER (Art.1-MDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PEGORER (Art.1-MDP). Signora Presidente, il provvedimento alla nostra attenzione, che tratta la delicata e complessa materia dei domini collettivi, giunge al voto finale dopo un'importante discussione nelle Commissioni competenti e conclude un iter iniziato nel marzo 2014.

Il Gruppo Articolo 1-Movimento democratico e progressista, oltre a esprimere un giudizio positivo sul disegno di legge in esame, ritiene opportuno evidenziare in questa sede alcuni temi che il testo intende perseguire in modo significativo.

Il documento mira nella sua completezza a dare certezza a situazioni giuridiche soggettive e collettive dai tratti spesso non configurabili in modo certo e, talvolta, già esistenti prima dello stesso ordinamento statale. D'altra parte, fino ad oggi il tema dei domini collettivi si è caratterizzato per il tramite di elaborazioni dottrinali in vari periodi storici ed è stato oggetto della giurisprudenza in materia. Come è noto, i domini collettivi si contraddistinguono per l'esercizio di soli diritti di godimento, di utilizzazione ed uso, allo scopo di conservare gli usi civici, contribuendo altresì alla stessa conservazione dell'ambiente e del paesaggio interessato. In questo quadro competono infatti ai domini collettivi le responsabilità di tutela e di valorizzazione dell'insieme di risorse naturali ed antropiche presenti nel demanio civico. Da qui pertanto la loro importanza e la necessità di giungere finalmente a un quadro normativo definito.

L'applicazione delle disposizioni presenti nel provvedimento contribuirà sicuramente - a nostro avviso - a realizzare positive ricadute sui vari territori interessati. Da questo punto di vista si segnalano, in particolare, il mantenimento delle popolazioni a presidio del territorio; l'integrazione tra patrimonio civico e famiglie residenti e tra patrimonio civico e imprese locali; la manutenzione del territorio e la conservazione attiva dell'ambiente e, non da ultimo, la garanzia di un marchio ambientale. Si promuove inoltre la coesione della popolazione interessata e la stessa creazione di comportamenti cooperativi in campo economico, sociale e ambientale. Va a questo proposito rilevato che il provvedimento riconosce i domini collettivi come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie, alle quali compete l'amministrazione del patrimonio civico. Si tratta, quindi, di una situazione caratterizzata da un interesse individuale verso un uso dei beni conforme alla loro destinazione e, parimenti, un interesse collettivo rappresentato in particolare dalla conservazione dei beni stessi.

Da rilevare ancora in materia di competenza dello Stato che le disposizioni alla nostra attenzione definiscono i domini collettivi quali componenti stabili del sistema ambientale e, allo stesso tempo, basi territoriali di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale. A tale proposito va ricordato che il secondo comma dell'articolo 9 della Costituzione dice espressamente «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Si segnala, inoltre, che i beni collettivi sono soggetti alla inalienabilità, alla indivisibilità e a vincolo di permanente destinazione.

Va infine rilevato che il provvedimento stabilisce inequivocabilmente che i principi della legge su questo delicato tema andranno poi applicati alle Regioni a Statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano in conformità ai rispettivi statuti e alle relative norme di attuazione.

Concludendo, signora Presidente, le disposizioni alla nostra attenzione affrontano i temi di questo delicato istituto con completezza, disegnando finalmente un percorso definito. E per queste motivazioni il Gruppo Articolo 1 - Movimento democratico e progressista esprimerà un voto favorevole. (Applausi dai Gruppi Art.1-MDP e PD).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Salutiamo i ragazzi e i docenti dell'Istituto comprensivo «Don Lorenzo Milani» di Ariano Irpino, in provincia di Avellino, che stanno assistendo ai nostri lavori. Benvenuti. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 968 (ore 11,23)

BARANI (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BARANI (ALA-SCCLP). Signora Presidente, il Gruppo cui appartengo voterà a favore del provvedimento al nostro esame.

Ricordo che i domini collettivi sono un retaggio storico, culturale, agreste e pastorale delle nostre comunità agricole ante legem, ante qualsiasi legge di qualunque Stato, perché viene dai nostri avi. Tra l'altro, ciò è eredità di una cultura socialista agricola di cui andiamo ovviamente fieri.

Il provvedimento sui domini collettivi approda finalmente in quest'Aula, dopo un lavoro delle Commissioni giustizia e ambiente congiunte durato un po' troppo (tre anni) e mira ad assegnare una veste istituzionale e dunque un riconoscimento giuridico a tutti gli effetti ai terreni oggetto del godimento comune.

A nostro avviso, si sarebbe dovuto fare qualcosa di più, perché i domini collettivi non sono solamente i terreni, ma qualsiasi forma di diritto. E non è vero che la nostra Costituzione non li riconosce, perché i padri costituenti li avevano ben presenti: agli articoli 42, primo comma, e 43, si dice che le proprietà sono pubbliche o private, però si garantiscono anche le proprietà degli enti e i domini collettivi lo sono a tutti gli effetti. Anche all'articolo 43 si parla di patrimoni e beni complessi, che sono forme alternative di proprietà. Lo status di civis romanus, infatti, permetteva al singolo di agire anche in giudizio e di utilizzare quei domini collettivi, intesi come beni e diritti, sia per sé sia per la collettività. È stata questa la prima vera forma di aggregazione, culturale e storico-politica, socialista, che ci parla di una collettività che ha cercato di promuovere lo slogan «l'unione fa la forza», perché in quel momento bisognava avere la solidarietà di una collettività per superare le crisi, le carestie e le epidemie che colpivano le varie comunità, soprattutto agricole cui, ricordiamo, nel 1952, con la legge n. 991 in favore dei territori montani, il legislatore ha avuto modo di dare veste giuridica.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 11,26)

(Segue BARANI). L'impatto del disegno di legge sarà quindi certamente positivo, in quanto consentirà di fare una serie di cose in particolar modo alle comunità originarie - che sono quelle di cui parliamo qui - e quindi a coloro che presiedevano i beni. Nella terra da cui vengo io, la Lunigiana, ci sono proprietà e domini collettivi sulle cave di marmo e sulla loro coltivazione. Il disegno di legge consentirà a queste comunità originarie d'intraprendere anche attività imprenditoriali, oltre che di valorizzazione del territorio, sotto il profilo sia economico sia del godimento del territorio stesso.

Oltretutto, in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo e nella quale non si vede ancora la luce in fondo al tunnel, il tentativo di rilanciare settori di attività che sono andate via via scemando o ridimensionandosi, questo si pone sicuramente come un tassello decisivo nell'ottica di una ripresa quanto più possibile ad ampio spettro che incentivi la manifattura, l'artigianato e, più in generale, il settore terziario della nostra economia, che sono direttamente interessati da questi domini collettivi. Il loro abbandono, infatti, oltre alla perdita di questi valori intrinseci ben noti alle società e alle comunità originarie, porta anche al degrado ambientale, al dissesto idrogeologico e all'impoverimento del territorio.

Nell'era della digitalizzazione che vede la società e soprattutto i più giovani sempre più orientati verso attività dal forte accento tecnologico - da quelle ludiche a quelle lavorative - una misura normativa come quella in esame ha una valenza tanto più forte se viene inserita e innestata in una struttura più localistica e paesana di comunità anche chiuse. Non si tratta di voler tentare una sorta di ritorno al passato, bensì di valorizzare le radici che sono alla base della nostra società e della nostra comunità nazionale, valori, idee e attività che nel corso di decenni ci hanno condotto fin dove siamo oggi e che, pertanto, non possono essere adesso dimenticati e divenire marginali perché rischierebbero di scomparire. Una ritrovata esaltazione delle vocazioni del Paese, che hanno fatto da traino alla società contemporanea, non potrà che produrre frutti positivi sotto una moltitudine di punti di vista.

L'amore e il rispetto per i nostri territori devono rappresentare il fulcro di un'azione incisiva che la politica e il Parlamento dovrebbero condurre quotidianamente a testa alta e con vigore e il provvedimento va in questa direzione. Il patrimonio agro-silvo-pastorale, considerato dagli statuti dei nostri avi, da consuetudini, dal diritto anteriore, da quanto annoverato dalla legge sulla montagna, che contempla l'istituto di proprietà collettiva dove ciascuno, per sé e gli altri, interviene, è una forma di mutuo soccorso, che va nella direzione di un retaggio culturale agricolo, comunitario, sociale e socialista ma anche imprenditoriale, proprio per la caratteristica del mutuo soccorso, per una forma di società che sapeva integrarsi, fare di necessità virtù e, nei momenti di crisi, mettere assieme le forze. Lo slogan che l'unione fa la forza è dimostrato proprio da questi domini collettivi.

Annuncio, pertanto, il voto favorevole del Gruppo ALA - Scelta Civica per la Costituente Liberale e Popolare. (Applausi dal Gruppo ALA-SCCLP).

PANIZZA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PANIZZA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, annuncio il voto favorevole del Gruppo per le Autonomie-PSI-MAIE al provvedimento, che riconosce e valorizza il ruolo storico e attuale delle proprietà collettive.

Crediamo che questo provvedimento sia importante, non solo perché per la prima volta disciplina compiutamente dal punto di vista normativo questa consuetudine, ma anche perché introduce nel nostro ordinamento giuridico la nozione di bene praticato dalla collettività.

Ho molto apprezzato quasi tutti gli interventi appassionati dei relatori, delle colleghe e dei colleghi, che hanno denotato una conoscenza profonda della materia e anche una particolare sensibilità e rispetto. Hanno avuto percezione dell'originalità e anche dell'importanza di questa consuetudine, ma proprio perché ho apprezzato questi interventi - come ho già detto in discussione generale - voglio pensare che il riconoscimento di queste forme speciali di «autonomia responsabile» riveli anche una prima percezione che l'Italia debba dare maggiore fiducia ai territori e capire che il dare ai territori la responsabilità di autogovernarsi non costituisce un problema per la tenuta del sistema, ma un'opportunità da sfruttare per migliorare il nostro Paese.

Ringrazio ancora tutti i colleghi che hanno lavorato al provvedimento, anche con passione oltre che con competenza, a partire dal presentatore Pagliari fino ai relatori Cucca e Vaccari, e i rappresentanti del Governo.

L'approvazione del disegno di legge è un fatto assolutamente importante e speriamo davvero di poter avere, dopo diversi anni ormai, la definitiva approvazione prima della chiusura della legislatura.

*MARINELLO (AP-CpE-NCD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARINELLO (AP-CpE-NCD). Signor Presidente, farò un intervento brevissimo perché chiedo l'autorizzazione a consegnare il testo scritto dell'intervento.

Annuncio il voto favorevole del Gruppo Alternativa Popolare. Il voto è convinto per un motivo: il disegno di legge affronta una questione di estrema importanza, l'intera materia dei domini collettivi, che trae origine da un'epoca premoderna, ma che continua a vivere di vita propria in diverse aree del Paese e con diversa incidenza relativamente alle aree del Paese in cui questi domini collettivi si sono sviluppati. Evidentemente avrà una valenza nelle zone montane e un'altra nelle zone a prevalente indirizzo boschivo e mi rendo conto probabilmente che nelle zone urbanizzate l'interesse sarà minore. Però, proprio per le caratteristiche che ho già esplicitato nell'introduzione del mio intervento, siamo assolutamente convinti che normare questa materia rappresenti non soltanto un momento di regolarità e obiettività che contribuirà a dare certezze, ma soprattutto un momento di assoluta positività nei confronti di una cultura e di una storia antica, in particolare nella tutela dell'ambiente e delle aree più marginali del Paese.

Voglio ricordare come la legge n. 97 del 1994, recante disposizioni sulle zone montane, riconosceva all'articolo 3 la proprietà collettiva e attribuiva alla stessa una valenza generale. È di tutta evidenza che la norma andava attualizzata e, per evitare disguidi o difficoltà interpretative, resa di interesse generale. Credo che il Parlamento oggi svolga un buon lavoro approvando questo provvedimento, nella speranza che anche l'altro ramo del Parlamento, la Camera dei deputati, abbia la possibilità di apprezzarlo positivamente.

Come ho già anticipato, chiedo alla Presidenza l'autorizzazione ad allegare il testo integrale della mia dichiarazione di voto al Resoconto della seduta odierna. (Applausi dal Gruppo AP-CpE-NCD).

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, arriva oggi in approvazione un disegno di legge che non dobbiamo sottovalutare, perché riteniamo molto importante. È un disegno di legge che forse qualcuno può definire dal sapore antico e a qualcuno potrà apparire, esternamente, come facente riferimento a un passato lontano. Noi invece riteniamo assolutamente fondamentale questo passo per il riconoscimento pieno del valore della proprietà collettiva e lo riteniamo estremamente moderno e attuale.

Le tracce dell'importanza di questo provvedimento sono da rinvenire nella nostra stessa Costituzione, com'è stato detto più volte. A me piace ricordare l'articolo 9 della nostra Costituzione: credo infatti che la proiezione di questo provvedimento nell'attualità e nella modernità, quindi l'idea e la concezione stessa dei domini collettivi e della proprietà collettiva come strumento importante per il nostro futuro, a nostro avviso, sia da ancorare al significato e all'importanza dell'articolo 9 della nostra Costituzione.

È infatti evidente a tutti che quello che nasce agli albori della nostra civiltà, gli usi civici, i domini collettivi e le proprietà, come uno dei mezzi che hanno contraddistinto la formazione delle comunità di villaggio e dei Comuni stessi, oggi trova nuovo fondamento nell'assoluta e imprescindibile necessità della conservazione del nostro territorio e della sua tutela: la necessità, appunto, di tutelare quei beni che nel tempo si è tentato di preservare e quelle proprietà, che dovevano rappresentare beni comuni e diritti di godimento comune, come fonte di crescita e benessere per la comunità.

Vorrei anche dire che, a ben riflettere, proprio il riconoscimento dei domini collettivi, della proprietà collettiva, si può ancora di più proiettare nella stessa dottrina, che è importante non soltanto nel nostro Paese, ma che lo è stata anche nell'elaborazione delle Costituzioni che per un certo periodo sono state anche molto significative nella storia anche recente di Paesi come quelli dell'America Latina. Mi riferisco a tutta l'idea dell'elaborazione sui beni comuni che è presente anche nel nostro Paese, ma che dal punto di vista di elaborazione giuridica e costituzionale è meno forte. In realtà possiamo proiettare tutta la storia, anche giuridica, e la discussione in dottrina sulla proprietà collettiva e sugli usi civici nella riflessione più approfondita sull'idea stessa dei beni comuni. Dico che a mio avviso ciò è molto ancorato all'attuazione dell'articolo 9 perché la finalità fondamentale è la conservazione e la tutela del territorio come bene fondamentale, come risorsa basilare anche per il progresso e lo sviluppo delle comunità.

Era necessario elaborare il provvedimento in discussione, dare un riconoscimento pieno dal punto di vista giuridico e collocare anche i domini collettivi come soggetti neoistituzionali (con tutto quello che ciò comporta dal punto di vista dell'amministrazione), perché negli ultimi anni ci sono state molte controversie e in molti territori hanno rappresentato lesioni di diritti delle comunità e anche aggressione a questi beni. I domini collettivi sono per certi versi assimilabili a terreni demaniali, anche se, torno a ripetere, nascono e hanno una caratterizzazione diversa, e che sono a nostro avviso assolutamente fondamentali per la conservazione del territorio, perché sono uno degli elementi fondamentali del patrimonio naturale nazionale: pensiamo ad esempio ai boschi o ai corpi idrici.

Da questo punto di vista, forse si poteva fare qualcosa di più e aggiungere ulteriormente alcuni profili, anche dal punto di vista dell'istituto, per dare una garanzia ancora più elevata, tuttavia per noi l'inalienabilità e la inusucapibilità sono elementi fondamentali che vengono fortemente riaffermati. Vorrei, tra l'altro, ricordare il fatto che in moltissime di queste proprietà collettive e di questi territori vi sono anche dei vincoli di natura paesaggistica, che però, da soli, non sono stati sufficienti a garantirne la protezione. Noi abbiamo anche presentato un emendamento che, riformulato, è stato poi approvato dall'Assemblea e che indica una possibilità di utilizzo per i giovani agricoltori, a testimoniare che questo patrimonio è ancora molto importante per le economie locali. Si tratta quindi di preservare, conservare e valorizzare ma, contemporaneamente, queste forme di proprietà collettiva sono fondamentali anche per potere preservare e dare una mano alle economie locali.

Vi è stata per un periodo una lunga tendenza (che speriamo sia terminata) a far sì che le politiche pubbliche, anche avventate per certi versi, si spingessero verso una idea di cessione ai privati anche di territori gravati da usi civici. Questo disegno di legge, invece, compie un'operazione che permette di confermare il valore per le comunità di preservare tali territori e di garantirne, appunto, il godimento per i cittadini stessi.

È importante, a mio avviso, l'articolo 1 che riconosce i domini collettivi, è assolutamente fondamentale l'articolo 3 e, in particolare, la disciplina del regime giuridico.

Per tutti questi motivi, i senatori di Sinistra Italiana sono molto favorevoli al provvedimento in esame e quindi voteranno a favore. (Applausi dal Gruppo Misto).

FLORIS (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FLORIS (FI-PdL XVII). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghe e colleghi, il disegno di legge in esame, che, una volta tanto (e piace sottolinearlo), è di iniziativa parlamentare, affronta un tema molto avvertito e presente in diverse realtà del territorio italiano, specie della grande e vasta realtà della provincia italiana: quello dei domini collettivi.

Il testo approvato in Commissione, che anche il Gruppo di Forza Italia ha concorso fattivamente, attraverso i propri emendamenti, ad esitare, appare come un testo completo che affronta in modo organico i diversi problemi di tipo giuridico e di tipo pratico legati ai beni di godimento collettivo. Questi rappresentano, innanzitutto, un'autentica ricchezza naturale ma anche un patrimonio culturale ed economico del nostro Paese.

Il Senato arriva a varare questa nuova disciplina dopo circa novant'anni, perché le disposizioni che sinora hanno regolato la materia risalgono al 1927, per quelle che sono le norme primarie, e al 1928, per quelli che sono i regolamenti di attuazione e le prime disposizioni. Appare, pertanto, quanto mai necessaria l'esitazione di questo disegno di legge e va rilevato, appunto, che l'utilizzo dei domini collettivi è un uso che si tramanda di generazione in generazione. Ad esso sono legati gli interessi di vaste collettività, specie in determinate zone, ad esempio quelle di montagna.

In tante realtà della nostra montagna, tanto per fare un esempio concreto, si utilizzano i boschi, si taglia il legname e si impiegano i fondi per la valorizzazione dell'intera comunità. In altre località i domini collettivi sono utilizzati per il pascolo comune del bestiame di tanti allevatori che, oltre a sviluppare la nostra economia agricola, costituiscono un puntuale presidio del territorio anche da un punto di vista idrogeologico. Ma altrettanto importante è il valore della conservazione delle diverse specie naturali, soprattutto delle biodiversità, che si ritrovano in territori estesi, addirittura per migliaia di ettari di terreno.

Vorrei, infatti, ricordare che la proprietà collettiva rappresenta circa il 3,6 per cento del territorio italiano e che consta di più di 11.000 chilometri quadrati. Lo stesso discorso riguarda le dimensioni: sono circa 2.500 i soggetti o gli enti preposti alla gestione di un territorio così vasto e variegato. Spesso intere montagne e interi orizzonti sono racchiusi in proprietà collettive e custodite dalle popolazioni locali, con la consapevolezza che da quei luoghi viene il loro passato ma procede, per quei luoghi, anche il loro futuro.

Ai beni collettivi è legata una serie di valori e soprattutto quell'idea di sussidiarietà attraverso la quale si compie la gestione partecipata dei territori in modo fattivo e positivo. Attraverso la proprietà collettiva si realizza l'impegno di tante persone che vivono il territorio ed aiutano a gestire quello che è un autentico patrimonio comune: la propria terra.

Attraverso questo patrimonio condiviso si possono raggiungere e si raggiungono diversi scopi istituzionali che, in quanto interessi della propria comunità di riferimento, vengono sempre prima degli interessi dei singoli.

Ecco perché quello dei domini collettivi è un patrimonio culturale italiano da salvaguardare, da valorizzare, da lasciare in eredità alle generazioni future attraverso un complesso normativo aggiornato e coerente. Insomma, un capitale da trasmettere alle generazioni future, perché tante sono le generazioni che lo hanno tramandato a noi.

Questa è, oltretutto, una legge molto attesa dagli amministratori dei demani e degli usi civici, così come delle comunioni familiari, istituti che sono veri e propri eredi delle prime democrazie dei villaggi. Siamo quindi di fronte a disposizioni di assoluto buonsenso, scritte bene anche in termini giuridici, ed in questo l'esame congiunto della Commissione ambiente con la Commissione giustizia del Senato si è dimostrata una scelta appropriata, avendo migliorato il testo iniziale, già buono, presentato dal senatore Pagliari.

Tra l'altro, va ricordato che viene lasciata alle singole Regioni la possibilità di regolamentare le fattispecie non previste da questa, che rappresenta una vera e propria legge quadro e ovviamente viene lasciata al dominio collettivo la possibilità di stabilire le regole per l'utilizzazione del demanio, facendo così cessare anche i numerosi contenziosi fra Stato e Regioni.

Così come rimane intoccabile il regime della inalienabilità, come ha detto bene chi mi ha preceduto, della indivisibilità, della inusucapibilità e della perpetua destinazione agro-silvo-pastorale dei terreni.

Voglio ricordare, infine, che su questi temi si era già registrata una vasta sensibilità tra i parlamentari di tutti gli schieramenti, che aveva portato alla costituzione persino di un intergruppo parlamentare denominato «Amici della proprietà collettiva».

Insomma, per le ragioni esposte, questo è un disegno di legge che trova certamente il voto favorevole del Gruppo di Forza Italia e del quale auspichiamo anche l'immediata realizzazione. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

BERTOROTTA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BERTOROTTA (M5S). Signor Presidente, intervengo solo per annunciare il voto favorevole del Gruppo Movimento 5 stelle al provvedimento in esame.

*PAGLIARI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAGLIARI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di tutto desidero ringraziare i relatori, i Presidenti delle Commissioni ambiente e giustizia ed il Presidente della Commissione bilancio, perché questo provvedimento è stato fermo per una questione legata ad una posizione presa dal Ministero dell'economia e delle finanze, e naturalmente ringrazio tutti i membri della Commissione.

Credo però che la soddisfazione personale di vedere approvato un disegno di legge presentato debba lasciare assolutamente il passo alla evidenziazione, che peraltro in quest'Aula è già avvenuta, del significato e dell'importanza che questo disegno di legge ha in relazione alla realtà che disciplina le proprietà collettive, che è una realtà che anche nell'attualità è tutto tranne che insignificante.

Secondo l'ISTAT, nel 2010, nell'ambito del censimento dell'agricoltura, le proprietà collettive su tutto il territorio nazionale erano il 9,77 per cento, cioè 1.668 milioni di ettari rispetto ai complessivi 17 milioni di ettari che risultavano a quel momento coltivati.

Come è stato detto, i domini collettivi rappresentano una realtà più che millenaria. Si ha notizia, già nella Tavola di Polcevera del 117 a.C., del Senato di Roma che decide una controversia sui beni di una comunità ligure.

Quella dei domini collettivi è una realtà che ha attraversato con estrema rilevanza la storia italiana, arrivando ad avere ancora oggi una grande diffusione. Infatti, mi pare che sostanzialmente in quasi tutte le realtà regionali ci siano delle proprietà collettive diversamente denominate. Naturalmente si tratta di estensioni diverse, a seconda della diversa storia delle singole Regioni, ma la presenza è diffusa su tutto il territorio, a testimonianza di quella che è stata la valenza sociale di questi domini collettivi, di cui ancora oggi ne caratterizza la funzione.

Credo che oggi si possa dire che i domini collettivi rappresentino una forma di sussidiarietà orizzontale molto significativa e importante, perché in tanti territori realizzano la presenza nell'ambito della coltivazione di territori e dell'attività agro-silvo-pastorale, garantendo che i terreni siano mantenuti, coltivati e gestiti e non abbandonati al loro destino.

Come già detto, il disegno di legge in esame ha la funzione principale di uniformare il regime giuridico della proprietà collettiva che oggi in Italia, in ragione di storie e tradizioni diverse, aveva due differenti caratterizzazioni. Vi erano, infatti, proprietà collettive che avevano personalità giuridica e proprietà collettive che ne erano prive. Con il disegno di legge in esame viene garantito il riconoscimento della personalità giuridica a tutti i domini collettivi, e questo crea una prospettiva di ordine giuridico che non è solo puramente formale, ma anche sostanziale, perché garantisce una migliore definizione dei rapporti tra i domini collettivi e anche tra gli enti territoriali, dalle Regioni ai Comuni.

Credo che le valutazioni svolte spieghino le ragioni del voto favorevole che il Partito Democratico darà al disegno di legge, che unisce il riconoscimento di una tradizione al riconoscimento di una realtà ancora attuale e molto importante. In questo modo si testimonia una sensibilità a temi che non appartengono alla cronaca - mi riferisco ai temi più diffusi, su cui c'è una maggiore conoscenza - ma che non per questo non hanno una loro rilevanza sul piano dei diritti e della realtà sociale ed economica dei territori, soprattutto quelli disagiati. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione.

MARTELLI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo del disegno di legge, nel suo complesso, nel testo emendato.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Discussione e approvazione del disegno di legge:

(2770) ARRIGONI ed altri. - Modifica al decreto legislativo 6 marzo 1992, n. 250, e aggregazione del comune di Torre de' Busi alla provincia di Bergamo, ai sensi dell'articolo 133, primo comma, della Costituzione (Relazione orale)(ore 11,58)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2770.

Il relatore, senatore Calderoli, impegnato in altra mansione, non chiede l'autorizzazione a svolgere la relazione orale e si rimette al testo della relazione scritta, che verrà pubblicata in allegato al Resoconto della seduta odierna.

Dichiaro dunque aperta la discussione generale.

Se tutti i colleghi sono collaborativi, finiremo in fretta l'esame del provvedimento.

È iscritto a parlare il senatore Arrigoni. Ne ha facoltà.

ARRIGONI (LN-Aut). Signor Presidente, svolgerò un unico intervento in sede di dichiarazione di voto e, pertanto, rinuncio ad intervenire in discussione generale. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Il relatore e il rappresentante del Governo non intendono intervenire in sede di replica.

Comunico che è pervenuto alla Presidenza - ed è in distribuzione - il parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame, che verrà pubblicato in allegato al Resoconto della seduta odierna.

Passiamo all'esame degli articoli, nel testo proposto dalla Commissione.

Procediamo alla votazione dell'articolo 1.

MARTELLI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'articolo 1.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione dell'articolo 2.

MARTELLI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo dell'articolo 2.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Passiamo alla votazione finale.

ARRIGONI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ARRIGONI (LN-Aut). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, quello a cui ambisce e che desidera la comunità di Torre de' Busi, con in testa il sindaco Eleonora Ninkovic, che guida l'amministrazione comunale, non è tanto abbandonare la Provincia di Lecco, dopo venticinque anni di appartenenza, ma tornare nella grande casa orobica, nel territorio di Bergamo, ricco di storia, di tradizioni e dove è sentita e profonda l'identità culturale.

Torre de' Busi, piccolo Comune di circa 2.000 abitanti, situato nell'Alta Val San Martino, contro la volontà popolare, nel 1992, aveva subìto l'aggregazione all'allora costituenda provincia di Lecco, ma ora, come attestato anche dalla stessa Regione Lombardia, rivendica con forza la sua appartenenza alla provincia bergamasca sulla base sia di una continuità storico-culturale con il territorio provinciale di Bergamo, sia di una continuità rappresentata dalla rete infrastrutturale stradale e dalla molteplicità dei sevizi in gestione associata con i Comuni della stessa Provincia.

A Torre de' Busi, che si estende fino al passo della frazione di Valcava, la lingua locale parlata è ancora il bergamasco, la chiesa non ha mai smesso di appartenere alla Curia di Bergamo, i due gruppi alpini presenti, quello di Torre de' Busi e quello della frazione di Sogno, non hanno mai smesso di appartenere alla gloriosa sezione dell'Associazione Nazionale Alpini (ANA) di Bergamo.

La Regione, guidata dal governatore Maroni, ha già riconosciuto il valore aggiunto che il Comune di Torre de' Busi acquisterebbe con la sua adesione alla Provincia orobica in termini di strutture e attività turistiche, ma soprattutto per i servizi. Il Comune torrebusino ha infatti già espletato tutte le procedure previste dalla normativa vigente di attuazione dell'articolo 133, primo comma, della Costituzione, il quale prevede che «il mutamento delle circoscrizioni provinciali» è stabilito «con legge della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la stessa Regione».

Ho in precedenza sottolineato come Torre de' Busi, nel 1992, aveva subìto l'aggregazione all'allora costituenda Provincia di Lecco. Infatti nell'anno precedente - il 1991 - quando era in corso la procedura di costituzione della Provincia di Lecco, da formarsi con 84 Comuni comaschi e sei bergamaschi, un referendum consultivo registrò il 76 per cento delle preferenze dei torrebusini contrari al distacco dalla Provincia di Bergamo.

Dallo scorso anno, invece, nella massima incertezza creatasi attorno alle ipotesi di ridisegno delle aree vaste connesso alla previsione di eliminazione delle Province contenuta nella riforma costituzionale, fortunatamente bocciata dagli italiani, si sono intensificate le iniziative popolari e politiche, che hanno manifestano la chiara volontà dei cittadini di questa piccola realtà ad essere riaccorpati al territorio della Provincia orobica. Composto da diversi volontari, giovani e determinati, è stato anche istituito il Comitato di volontariato per la tutela del territorio di Torre de' Busi, che ha avviato una raccolta di firme finalizzata alla presentazione di una petizione popolare per il passaggio del Comune dalla circoscrizione provinciale di Lecco a quella di Bergamo. La petizione, depositata nel mese di luglio 2016, in poche settimane è stata sottoscritta dal 53 per cento degli elettori aventi diritto di voto; la maggioranza assoluta, esattamente 918 cittadine e cittadini.

Contestualmente, nello stesso mese, l'amministrazione comunale ha avviato le procedure previste dalla legge regionale n. 29 del 2006 trasmettendo alla Regione Lombardia e alle Province interessate, nonché ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio, la deliberazione approvata all'unanimità dal Consiglio comunale in data 28 luglio con la quale si invitava il sindaco e la sua Giunta ad intervenire presso la Regione affinché fosse accolto l'indirizzo espresso dalla popolazione.

Come già accennato, la Regione Lombardia ha già svolto l'istruttoria prevista di propria competenza e il Consiglio regionale lombardo, nella seduta del 21 febbraio, approvando la proposta del Presidente Maroni, ha deliberato all'unanimità di esprimere parere favorevole sulla richiesta del comune di Torre de' Busi di aderire alla provincia di Bergamo, nonché di trasmettere le deliberazioni ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Quello fu un altro giorno di festa che sanciva la vittoria dei cittadini.

Il presente disegno di legge, a mia prima firma, si propone dunque di normare la legittima aspettativa dei cittadini del comune di Torre de' Busi, concedendo loro il passaggio alla provincia di Bergamo, tenuto anche conto, come già accennato, delle continuità storico-culturali e territoriali già rilevate da tutti gli enti territoriali competenti.

Quella di oggi è una tappa importante di un percorso che ha sempre avuto sin dall'inizio il mio sostegno. Ho infatti partecipato a quasi tutti gli incontri pubblici organizzati dal sindaco e dal comitato ed ero presente allo storico consiglio comunale dove all'unanimità si è votato per il passaggio a Bergamo.

Dei sei comuni della Valle San Martino strappati a Bergamo nel 1992, il primo sta tornando a casa. Molti cittadini si augurano che in un arco di tempo non troppo lungo anche Calolziocorte, Carenno, Erve, Monte Marenzo e Vercurago, cioè gli altri cinque Comuni strappati alla terra orobica, possano ritornare a casa. Per questo obiettivo continuerà il lavoro e a raccogliere il consenso l'altro comitato nato allo scopo chiamato Valle San Martino con Bergamo.

Mi avvio a concludere esprimendo un ringraziamento a tutti i colleghi del Gruppo della Lega Nord e ai diversi senatori lombardi di vari gruppi politici che in uno spirito bipartisan hanno voluto sottoscrivere il progetto di legge. Un grazie particolare va poi a lei, collega senatore Roberto Calderoli, relatore del provvedimento, e al presidente della 1a Commissione affari costituzionali Torrisi, per aver consentito la rapida calendarizzazione del progetto di legge e averlo velocemente licenziato dalla Commissione per portarlo in Aula oggi, dimostrando un'efficienza non comune che si palesa nelle istituzioni e segnatamente nel Senato della Repubblica. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

Cari colleghi, mi auguro che il provvedimento possa trovare nell'Aula il massimo consenso. Sarebbe uno straordinario esempio di riconoscimento e rispetto della volontà popolare. L'auspicio, ovviamente, è che anche la Camera dei deputati possa velocemente fare il proprio passaggio parlamentare, senza modifiche, dando così efficacia alla legge. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, come è noto, noi siamo per l'autodeterminazione dei popoli e quindi, ovviamente, anche dei Comuni. Prendo la parola per dichiarare il nostro voto favorevole su questo provvedimento. Mi auguro che sia accolto con lo stesso favore anche il provvedimento successivo su cui, invece, mi pare di cogliere atteggiamenti meno favorevoli.

Dichiaro, quindi, il voto favorevole del mio Gruppo sul passaggio del comune di Torre de' Busi alla provincia di Bergamo. Auspico - ripeto - che il provvedimento successivo veda altrettanti pareri favorevoli.

MORRA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MORRA (M5S). Signor Presidente, colleghi, anche noi abbiamo una posizione di assoluta condivisione di questo provvedimento. Teniamo a rimarcare come ci sarebbe da approfondire quanto avvenuto nel 1992, visto che adesso il senatore Arrigoni ci dice che altri cinque Comuni della valle San Martino sono impegnati in prima linea a seguire ciò che probabilmente - se la Camera asseconderà - toccherà al Comune di Torre de' Busi.

Chi usa lo Stato per ridisegnare i confini di Provincia in funzione clientelare dovrebbe avere le mani tagliate, almeno così si insegnava un tempo. Il fatto, poi, che il 53 per cento degli iscritti alle liste elettorali abbia immediatamente sottoscritto la petizione popolare (perché il tutto si è concluso nell'arco di poche settimane) fa capire come certe operazioni siano nate, anche in un passato non troppo distante nel tempo, solo e soltanto da esigenze partitocratico-clientelari.

Che si tenga conto, come giustamente diceva la senatrice De Petris, della sovranità popolare e dell'identità culturale dei gruppi umani. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Senatore Morra, la curiosità nasce soprattutto dal fatto che se nel 1991 c'è stato un referendum in cui i cittadini con un plebiscito si sono espressi affinché il Comune di Torre de' Busi rimanesse alla Provincia di Bergamo non si capisce perché immediatamente dopo sia stato annesso alla Provincia di Lecco.

Se poi si considera il fatto che si è votato nel 1992 e lo spostamento di un Comune da una circoscrizione elettorale all'altra, forse si capisce il motivo di determinati spostamenti dei Comuni. (Applausi del senatore Crosio).

MALAN (FI-PdL XVII). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signor Presidente, il Gruppo Forza Italia voterà a favore di questo disegno di legge. Come è stato detto, la grande maggioranza dei cittadini di Torre de' Busi già a suo tempo si era espressa per l'appartenenza alla Provincia di Bergamo e non alla Provincia di Lecco. Incredibilmente, all'epoca si decise di andare contro a questa decisione; la qual cosa è sbagliata in ogni circostanza, a maggior ragione dopo che gli elettori sono stati consultati.

Purtroppo, a causa della legge Delrio questo si concretizzerà nel modo seguente: i cittadini di Torre de' Busi, anziché non poter votare per le elezioni della Provincia di Lecco non potranno votare per le elezioni della Provincia di Bergamo, ma perlomeno, attraverso i loro rappresentanti, potranno in qualche modo partecipare a determinare le politiche territoriali.

Speriamo anche che le Province in generale, di Bergamo, di Lecco e tutte le altre, abbiano le risorse perché se il risparmio sulle Province consiste nel non dare più le risorse minime e indispensabili per fare la manutenzione delle strade provinciali - che è una cosa che si vede subito - o sulle scuole, che dipendono dalla Provincia, non è questione di abolire o meno Province, Regioni o Comuni, ma si tratta di non dare il necessario agli enti locali per sopravvivere, sia pur mascherandolo con il fatto che siccome nessuno conosce più il Presidente della Provincia perché non è stato eletto dai cittadini (e pochissimi conoscono la sua identità), allora si può passare in secondo piano.

Tutti i cittadini vedono le strade provinciali dissestate, magari strade bellissime di sola pianura senza accessi laterali e con il limite di velocità di 30 all'ora per via delle buche. È una cosa che deve essere ricordata per tutte le Province d'Italia.

Almeno il Comune di Torre de' Busi starà nella Provincia di propria scelta, alla quale appartiene la sua tradizione e la propria cultura. Si rimedia oggi a guai fatti in un passato peraltro parecchio lontano. (Applausi del senatore Razzi).

MIRABELLI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MIRABELLI (PD). Signor Presidente, intervengo per confermare il voto favorevole del Gruppo del Partito Democratico sul provvedimento in esame, che abbiamo condiviso in Regione Lombardia e continuiamo a condividere. Mi pare evidente che di fronte ad una volontà popolare che si è esplicitata più volte, prima con un referendum e, recentemente, con la raccolta delle firme della maggioranza degli elettori (uno sforzo che dimostra una significativa volontà popolare), il nostro voto non possa essere altro che favorevole.

PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione.

MARTELLI (M5S). Chiediamo che la votazione venga effettuata a scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori.

(La richiesta risulta appoggiata).

Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo del disegno di legge, nel suo complesso.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

In quattordici minuti è stata approvata la legge: cotta e mangiata!

Saluto ad una rappresentanza del volontariato siciliano

PRESIDENTE. Salutiamo una delegazione di presidenti regionali del volontariato siciliano, che sta assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

BIGNAMI (Misto-MovX). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BIGNAMI (Misto-MovX). Signor Presidente, è certamente una delle ultime volte che vi parlo da questo scranno. Sono qui per implorare, per chiedere, da monoide del Senato, a chi di voi è al potere, a chiunque di voi ne abbia la capacità, di far approvare dal Parlamento la cosiddetta legge sul caregiver. Sappiamo tutti che è solamente una questione politica, che dipende dalla volontà di pochi. Sono passati ormai quattro anni e ho visto fare qui dentro le cose peggiori. Ho bisogno di voi. Chi può si prenda carico di queste donne e di questi ultimi, che non chiedono privilegi, ma il riconoscimento dei loro diritti: il diritto al riposo, alla salute e alla dignità esistenziale. Solo Dio sa quanta energia ho messo in campo, tutte le mie capacità e la mia forza. Sappiamo che la vita non è uguale per tutti, ma chi di voi ha preso il potere, oggi ha il dovere di agire e dare a queste donne dignità, sanità e riposo. È certo il passato di ognuno di noi, non il futuro. Agite ora. Ve lo chiede anche l'Europa. Agite ora perché potremmo diventare tutti caregiver. Agite ora perché potremmo diventare tutti anche disabili. Agite ora perché loro vi aspettano da trent'anni. Agite ora perché ormai qui non c'è più tempo. Oltre a pensare alla vostra ricollocazione, pensate anche a questo. Sarebbe l'ennesima legislatura, dopo trent'anni, per loro a vuoto. Sono trent'anni anni che vi chiedono questi riconoscimenti. Non so davvero più cosa fare nel mio lecito possibile. Vi imploro: chi può dia loro voce. Chi può, lo faccia. Chi può, dia un nobile senso a questa legislatura, per me prima, unica e ultima. (Applausi dai Gruppi Misto, PD, Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e Art.1-MDP).

BOCCHINO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BOCCHINO (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, vorrei ricordare in quest'Aula il professor Giovanni Fabrizio Bignami, scomparso improvvisamente giovedì scorso all'età di settantatré anni, astrofisico, professore ordinario di astronomia all'Università di Pavia, già presidente e direttore scientifico dell'Agenzia Spaziale Italiana, già presidente dell'Istituto nazionale di astrofisica (INAF), è stato anche direttore del Centre d'Étude Spatiale des Rayonnements a Tolosa, uno dei centri spaziali più importanti di Francia, e presidente del Comitato mondiale per la ricerca spaziale, autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche, fu a capo del team che individuò la prima stella di neutroni senza emissione radio, universalmente nota con il nome in dialetto milanese, che lui stesso le diede, «Geminga», proprio per la sua elusività.

Per i colleghi e amici, lui era, semplicemente, Nanni, e così oggi lo voglio ricordare. Ho avuto l'onore di conoscere Nanni circa venticinque anni fa, dapprima attraverso i suoi articoli scientifici sulle stelle di neutroni, per me fonte di ispirazione per la mia attività di giovane scienziato, poi di presenza ai congressi scientifici e come presidente del mio ente, l'INAF appunto. Mi sono poi accostato ai suoi libri di divulgazione scientifica e ai suoi innumerevoli passaggi televisivi, che lo hanno reso familiare al grande pubblico, ad esempio quelli al fianco di Piero Angela in «Superquark».

Nanni aveva il suo stile - originalissimo, caparbio, rigoroso e raffinato - e un aplomb perfetto: era la sua perfetta incarnazione dell'integrità professionale e umana a contraddistinguerlo. Nanni scienziato, Nanni presidente, Nanni divulgatore: sapeva essere tutto questo in unico grande uomo.

Recentemente ci siamo visti ancor di più: ci hanno avvicinato le prese di posizione per la ricerca pubblica, i suoi tantissimi contributi su «la Repubblica», il «Corriere della Sera», «Il Sole 24 ORE», «Le Scienze» e la stesura di un disegno di legge che abbiamo fortemente voluto - lui, io e tanti altri - sul Comitato interministeriale per la ricerca e l'Agenzia nazionale della ricerca. Fra le tantissime cose di cui si è interessato, infatti, vi fu anche la realizzazione dell'Agenzia nazionale della ricerca francese, a cui ci siamo ispirati per la redazione del disegno di legge.

Abbiamo lavorato insieme a questo progetto fino al giorno in cui l'ho depositato in Senato, il 12 gennaio scorso. Non so se questo disegno di legge verrà mai calendarizzato o discusso (e sarebbe un bel gesto in sua memoria se questo avvenisse); se mai lo sarà, verrà accorpato naturalmente agli altri vertenti sullo stesso tema (ad esempio ce n'è un altro della senatrice Di Giorgi) e modificato dal Parlamento, com'è giusto che sia. Quale che sia l'iter, però, vorrei rimanesse agli atti che da oggi in poi l'Atto Senato 2431 della XVII Legislatura sarà ricordato come la legge Nanni-Bignami, perché è a lui che la voglio interamente dedicare, ad un grande astrofisico e un grande collega, che ha portato tantissimo all'Italia delle stelle e non solo. (Applausi dai Gruppi Misto, PD e Art.1-MDP. Congratulazioni).

MINEO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MINEO (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, so che in quest'Aula le questioni che riguardano le vertenze per difendere il lavoro o affermare la dignità di chi è costretto a lavorare in condizioni precarie non vengono molto ascoltate né vanno molto di moda. Vi chiederei però un attimo di attenzione, non foss'altro per le tante volte nelle quali ho sentito parlare di investimenti in intelligenze, di lavoro intellettuale e di appoggio a ricerca e innovazione.

La vertenza di cui vi voglio brevemente parlare è quella dell'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che versa in stato di occupazione ormai da parecchi giorni a Roma, per il licenziamento di cento lavoratori precari. Si tratta di precari tutti superqualificati, come ingegneri, e di persone che lavoravano in un ente pubblico nell'interesse generale del Paese. Sono licenziandi per la semplice ragione che sono stati fatti tagli per 13 milioni di euro: è inutile parlare di stabilizzazione dei precari come fa il ministro Madia quando toglie fondi, perché così facendo naturalmente la fine è questa.

Non solo: i lavoratori dell'ISPRA si sono letteralmente infuriati quando hanno scoperto che 400 milioni di euro di denaro pubblico andranno all'IIT (Istituto italiano di tecnologia), quell'Istituto privato di cui avete sentito parlare in quest'Aula, cari senatori, dalla senatrice Cattaneo, al quale i Governi affidano fondi pubblici e che poi a sua volta li gestisce dandoli ad amici più o meno privati.

Vi chiedo allora: che futuro può avere un Paese che non difende i suoi ricercatori?

È poi possibile che in quest'Aula si riprendano le parole del Papa solo a fini polemici? Dell'intervento che ha fatto a Genova il Pontefice, l'unica cosa che si è ritenuto di ricordare qua dentro è che ci vuole il lavoro e non il sussidio, quindi hanno torto i cinquestelle; ma il Papa aveva detto anche che il lavoro precario toglie la dignità all'individuo. Ebbene, voi avete ingegneri qualificati che fanno i precari e poi vengono buttati via esattamente come un «rifiuto» (proprio questo termine ha usato Papa Francesco). (Applausi dal Gruppo Misto).

Concludo perché non voglio assillarvi più di tanto e la questione è molto semplice: dove va l'Italia, se continua con quest'ottimismo di facciata, che tralascia le migliori risorse intellettuali del Paese e che ha caratterizzato gli ultimi due Governi, per così dire? Voglio darvi un dato: oggi c'è qualcuno che dice che l'occupazione è cresciuta e il jobs act ha funzionato. Il governatore della Banca d'Italia - non un famoso estremista o un giornalista che spara sentenze - ha dichiarato che, se continuiamo così, forse recupereremo il livello di reddito ante crisi - quindi quello del 2007, che non era comunque soddisfacente - solo nel 2025. Chiunque di voi abbia qualche notizia di questioni economiche sa che un ciclo negativo così, lungo diciott'anni, non si era mai visto.

L'Italia esce a pezzi da una roba del genere se non si rilanciano gli investimenti e, innanzitutto, quelli in ricerca e sviluppo. Se non si difendono le migliori energie intellettuali del Paese non ci sarà futuro. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL e del senatore Liuzzi).

PADUA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PADUA (PD). Signor Presidente, intervengo per richiamare l'attenzione su cosa sta accadendo in questi giorni a Vittoria, nella provincia di Ragusa.

Presso il presidio permanente istituito su iniziativa di alcune associazioni territoriali da inizio gennaio in piazza Gramsci, alcune donne hanno iniziato a partire dal 18 maggio - oggi siamo al 31 maggio e, dunque, sono passati parecchi giorni - uno sciopero della fame per protestare contro la piaga delle aste giudiziarie. Il motivo di questa forma di protesta democratica è molto semplice e il caso della signora Rosetta, finita in ospedale dopo il nono giorno di sciopero della fame, ma poi subito tornata a protestare, è eclatante: la sua casa è stata venduta all'asta cinque mesi fa per 27.000 euro nonostante avesse un valore di 200.000. Ora la signora rischia di perdere con un'offerta di 70.000 euro anche la sua azienda agricola, il cui valore è di poco inferiore a 400.000 euro, a causa di un debito di circa 80.000 euro. Il risultato, come avviene in casi come questo in cui la vendita dei beni subisce un deprezzamento eccessivo rasentando cifre assolutamente al di sotto di ogni valore di mercato, è che si perda la proprietà dei propri beni senza soddisfare, peraltro, i creditori. L'unico vantaggio derivante da tale procedimento, quindi, è per gli speculatori, in cerca d'affari. Le donne in protesta sono arrivate, come dicevo poc'anzi, al quattordicesimo giorno di sciopero della fame. Se tutto ciò lo si unisce al gran caldo che in questi giorni sta colpendo il nostro Paese e, in particolare, la Sicilia, si comprendono le conseguenze sulla salute di queste persone che, nonostante tutto, si danno il cambio per questa staffetta perché vogliono tenere accesi i riflettori.

Serve quindi assolutamente un segnale d'ascolto e in controtendenza rispetto all'andamento attuale. Negli ultimi anni, a causa della crisi economica che ha determinato rilevanti difficoltà creditizie, si è assistito ad un notevole incremento delle procedure esecutive immobiliari e il Governo, con il decreto-legge n. 83 del 2015, è intervenuto nelle procedure di esecuzione immobiliare. Tuttavia in alcune zone della Sicilia, come nella Provincia iblea, è ancora in corso una vera e propria emergenza sociale che riguarda le vendite dei beni immobiliari all'asta e c'è necessità di operare un nuovo e più incisivo intervento, per garantire un iter procedimentale che bilanci e soddisfi al meglio interessi e diritti delle parti coinvolte, contrastando gli eccessivi e intollerabili ribassi dei prezzi applicati ai beni immobili oggetto di procedure esecutive.

Mi faccio promotrice di un appello: si potrebbe iniziare la discussione di un disegno di legge, l'atto Senato 2149, che ho presentato a dicembre 2015, proprio per contrastare il ricorso a questa deplorevole corsa al ribasso nelle aste giudiziarie. C'è una proposta: determinare un limite, fissato al 40 per cento del valore del bene determinato ai sensi dell'articolo 568 del codice di procedura civile, che non potrà in nessun caso essere superato. Così si evita la svendita dei beni in conseguenza dei ribassi previsti dallo stesso codice e, conseguentemente, si garantiscono i debitori dal perdere gli immobili di loro proprietà per prezzi notevolmente ridotti rispetto al reale valore di mercato. Tale «tetto», inoltre, dovrebbe contestualmente eludere la possibilità che vengano messe in atto operazioni speculative, cioè il travisamento della legge realizzato tramite le intese tra operatori professionali per disertare le aste fino a quando i ribassi rendano il prezzo risibile. Insomma, bisogna operare un bilanciamento tra i diritti dei debitori esecutati e quelli dei loro creditori attraverso l'assicurazione di un esito positivo dell'eventuale vendita forzata, in modo da assicurare ai creditori la possibilità di recuperare almeno per la maggior parte il proprio credito ed evitare contestualmente, per i debitori, di subire la svendita dei propri beni immobili.

Serve un gesto concreto, perché i diritti e le rivendicazioni delle donne di Vittoria, così come quelli delle altre associazioni sul territorio che si sono fatti portavoce di questa battaglia, non cadano nel vuoto dell'indifferenza. (Applausi delle senatrici Mattesini e Orrù).

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.

La seduta è tolta (ore 12,30).