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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 824 del 17/05/2017


Seguito della discussione e approvazione, con modificazioni, del disegno di legge:

(10-362-388-395-849-874-B) Introduzione del delitto di tortura nell'ordinamento italiano (Approvato dal Senato in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei senatori Manconi ed altri; Casson ed altri; Barani; De Petris e De Cristofaro; Buccarella ed altri; Torrisi e modificato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 9,37)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 10-362-388-395-849-874-B, già approvato dal Senato in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei senatori Manconi ed altri; Casson ed altri; Barani; De Petris e De Cristofaro; Buccarella ed altri; Torrisi e modificato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri si è concluso l'esame degli articoli del testo proposto dalla Commissione e degli emendamenti ad essi presentati.

Passiamo alla votazione finale.

STEFANI (LN-Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STEFANI (LN-Aut). Signor Presidente, trattiamo ancora, per l'ennesima volta, in quest'Aula la problematica riguardante l'introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura. Tale questione, sulla carta, potrebbe forse apparire come la più semplice del mondo agli occhi dei nostri concittadini. Si è visto invece come il percorso, per certi versi, sia stato pieno di insidie. La storia di questo provvedimento nasce al Senato con il varo di una norma approvata quasi all'unanimità o, comunque, a larghissima maggioranza. Alla Camera dei deputati si è poi stravolto il testo. Oggi parliamo di un provvedimento parzialmente modificato. Ricordiamo però che le maggioranze sono sempre le stesse ed erano quelle che alla Camera dei deputati avevano previsto un'ipotesi di reato che l'allora capo della Polizia, dottor Pansa, ascoltato in audizione, definì una norma contro la polizia. La sua argomentazione fu talmente lapidaria e stentorea che, nonostante ciò, si è arrivati comunque a mantenere l'impianto della struttura normativa. Ricordo che si disse che era una norma contro la polizia perché - come si può leggere dal testo varato dalla Camera dei deputati - la configurazione del reato passava attraverso violenze e minacce, eseguite al fine di ottenere informazioni o di vincere una resistenza; classica ipotesi in cui si esegue un arresto nei confronti magari di un delinquente recalcitrante. Si arrivava addirittura alla punizione di un agente o pubblico ufficiale da cinque a quindici anni. Ne nacque una grande querelle mediatica, al punto che - lo ricordo ai colleghi - quando in quest'Assemblea si iniziarono a votare gli emendamenti vi fu una grande partecipazione delle rappresentanze delle Forze dell'ordine, che da queste tribune videro cosa si stava facendo. Mi riferisco all'eliminazione dell'inciso «reiterate condotte», a significare che è sufficiente una sola violenza o minaccia che provochi acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico.

Ora, signori, chi lavora nel mondo del diritto sa come possono venire valutate certe fattispecie concrete davanti a un magistrato e dunque può ben comprendere come l'aggettivo «acute» implichi una valutazione difficilmente ponderabile e come anche il trauma psichico «verificabile» - che è diverso da «verificato» - sia di difficile e labile configurazione, presentandosi pertanto come una rete a maglie molto larghe.

Si arrivò così ad una sospensione del provvedimento: proprio per le considerazioni delle forze di Polizia e per l'attività che portammo avanti noi della Lega Nord in quest'Assemblea, l'esame del provvedimento venne sospeso, per arrivare oggi a questi due emendamenti dei relatori, che cercano di mitigare gli effetti considerati perniciosi nei confronti delle Forze dell'ordine.

Sebbene siano state approvate queste due modifiche, ad ogni buon conto riteniamo che l'impianto normativo non possa essere ancora accettato; questo ovviamente senza voler ribattere né avanzare alcun tipo di considerazione sul fatto che nel nostro ordinamento debba essere previsto un reato di tortura, perché in effetti si tratta di un'ipotesi delittuosa non prevista dal nostro ordinamento. Il fatto che non sia prevista non significa che si tratti di un reato appartenente al mondo medievale, perché purtroppo episodi di tortura possono esserci e vanno assolutamente puniti. Dalla formulazione uscita dall'esame della Commissione e dalle dichiarazioni di voto sugli emendamenti, però, è emersa una fattispecie che a nostro avviso può essere variamente e latamente interpretata, lasciando adito a denunce puramente pretestuose nei confronti degli operatori delle Forze dell'ordine.

Ci troviamo di fronte alla configurazione di un reato che, per certi versi, sembra quasi psicotico, mi si passi il termine: da un lato si dice che, se i fatti sono commessi da un pubblico ufficiale nell'esecuzione del servizio, si prevede la reclusione da cinque a dodici anni; allo stesso tempo, nel caso in cui vengano eseguite legittime misure privative o limitative di diritti (come gli arresti), questo non si applica. Sembra quasi che si voglia prevedere qualcosa, salvo poi toglierlo, quindi una mano dà e l'altra toglie.

Se ci soffermiamo solo su questa prima parte del testo e sull'articolo 1, ne dimentichiamo altre fondamentali, sulle quali nutriamo una perplessità profonda e continua, che, in alcuni casi, diventa ferma contrarietà. Passiamo ad esempio alla previsione dell'articolo 613-ter, l'istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura. Su questo testo non è stata accolta alcuna proposta emendativa, pertanto non è stato in alcuna maniera modificato: eppure ricordiamo bene che, in base al nostro ordinamento, per l'istigazione in sé, se non accolta e se il delitto non è commesso, non è prevista in alcun caso la reclusione. Qui, invece, nell'ipotesi di un pubblico ufficiale incaricato di pubblico servizio che istiga (e neanche è scritto "pubblicamente") a commettere un delitto di tortura, anche se non è accolta l'istigazione e anche se il delitto comunque non è commesso, è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni. Questa è una norma fatta appositamente per le Forze dell'ordine, quasi a voler dire che prevediamo una fattispecie di reato perché le Forze dell'ordine fanno questo. Cosa che non è vera.

Le Forze dell'ordine in Italia operano con grande spirito di abnegazione. Pur avendo una grave limitatezza di mezzi, risorse e uomini, esse dedicano il loro lavoro alla tutela della legalità e alla tutela dei cittadini. E non si possono prevedere fattispecie come queste, ad hoc, quasi a dire che le prevediamo perché può accadere (accade) che vi siano delle istigazioni alla tortura. Stiamo parlando del nostro Stato, della nostra nazione, del nostro ordinamento e di una civiltà che deve essere di legalità.

Per questa ragione, continuiamo fermamente a dire che questa norma doveva essere totalmente espunta dal testo, eliminata. Poi, però, si tace e si soprassiede continuamente sulla portata dell'articolo 3, che noi ricordiamo e leggiamo, perché tutti i cittadini devono conoscerlo. In esso è previsto che: «Non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato» - e sappiamo benissimo qual è il problema qui in Italia relativamente all'immigrazione - «qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani».

Signori, stiamo facendo una valutazione puramente eventuale e puramente probabilistica. Ovviamente, chiunque entrerà in territorio italiano per chiedere asilo, protezione umanitaria e sussidiaria, il riconoscimento dello status di rifugiato e tutto quanto l'ordinamento italiano mette a disposizione, lo farà sulla base di una eventualità: l'esistenza di un rischio. È ovvio che basta una mera dichiarazione e si arriverà a bloccare immediatamente qualsiasi espulsione o respingimento.

Per questa ragione, noi non possiamo formulare un giudizio positivo sul provvedimento in esame e per questo insistiamo ed esprimiamo, come abbiamo già fatto, un nostro voto contrario su di esso. (Applausi dal Gruppo LN-Aut).

LO MORO (Art.1-MDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LO MORO (Art.1-MDP). Signor Presidente, colleghi, comincio col dire che il Gruppo Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista non farà mancare il suo appoggio a questo provvedimento. Lo fa convintamente ma anche con spirito critico. Il nostro giudizio sul provvedimento è complessivamente un giudizio positivo, anche se ci sono tanti elementi che non sono soddisfacenti. Comincio dagli elementi che mancano.

Ricordo a tutti, e lo ricordo a me stessa, che siamo davanti alla necessità di introdurre nell'ordinamento italiano e, nello specifico, nella legge penale italiana il reato di tortura. E lo facciamo con grave ritardo, dopo oltre trent'anni dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura e dopo trent'anni dalla ratifica di questa Convenzione. Quindi, lo facciamo - ripeto - con grave ritardo, e ci sarà pure un motivo per questo ritardo.

Intanto, di che reato stiamo parlando? Stiamo parlando di un reato che esiste nella storia e anche nella cronaca attuale, che velocemente si fa storia. Il reato di tortura esiste anche a prescindere dalle legislazioni penali nazionali. Esso è presente nelle convenzioni internazionali e, nello specifico, è un reato che dobbiamo introdurre nella legislazione penale perché la legislazione di un Paese democratico come l'Italia, che nei fatti bandisce la tortura, non può non recepire e non adeguarsi agli impegni che ha assunto e non può non introdurre un reato come questo. Lo diciamo sapendo che la tortura, nell'Italia democratica, non è un costume del nostro Paese e non è ricorrente. Anzi, è un reato spregevole, che solo raramente è stato visualizzato dalla magistratura, dalla cronaca e dalla politica. Quindi non si tratta di una necessità da affrontare, come avviene in Siria o in altri Paesi di questo genere, ma dell'opportunità di sancire principi di democrazia che qualificano e orientano la nostra azione politica e amministrativa. Lo diciamo, perché in questa Assemblea spesso ci si distingue tra chi è per le Forze dell'ordine e chi è contrario, quasi che il reato di tortura le riguardasse. Io credo invece che introdurre il reato di tortura sia un modo di difendere l'onore delle Forze dell'ordine, le quali servono ogni giorno il nostro Paese e sono molto lontane nella pratica quotidiana da reati spregevoli come questo. Se poi ci sono episodi localizzati in cui si concretizza il reato di tortura, allora è ovvio che questi vanno colpiti e puniti.

Stavo parlando di cosa manca. Noi stiamo eseguendo una Convenzione che prevede una definizione, su cui tornerò dopo, e una serie di conseguenze, perché dà un giudizio tecnico e giuridico, ma anche etico, storico e morale sul reato di tortura. Una delle conseguenze dell'introduzione del reato di tortura è che si tratta di una fattispecie talmente spregevole che non può prevedere o immaginare prescrizioni; non si può immaginare che lo Stato si trovi costretto a dichiarare la prescrizione, così come non è immaginabile - lo dice la Convenzione in maniera espressa - che su questi reati si intervenga concedendo amnistia o indulto. Non è un discorso fuori luogo, perché l'ultimo indulto, quello del 2006, riguardava tutti i reati; quindi oggi, dopo l'introduzione del reato di tortura, dovremmo dire che riguarda anche questo.

Quello che manca pertanto - ed è grave che manchi in questo provvedimento - è anzitutto una norma specifica sulla prescrizione, che pure la Camera aveva accettato di introdurre, raddoppiando i termini di prescrizione per questo reato; manca inoltre il divieto di amnistia e di indulto. Ci sembra un dovere segnalarlo, ma ci sembra anche che queste carenze possano essere colmate altrove, con la riforma dell'articolo 157 del codice penale sulla prescrizione e in eventuali improbabili, e secondo me assolutamente inaccettabili, legislazioni in materia di amnistia e di indulto (non credo infatti sia il caso di andare in questa direzione). Dunque mancano due cose piuttosto importanti.

Sulla fattispecie si è molto discusso in Assemblea, così come si è molto discusso anche sulla definizione. Vorrei ricordare a tutti che la nostra guida deve essere la Convenzione, che tutti citiamo, ma che in pochi abbiamo letto. Infatti, gli elementi di apparente contraddizione segnalati si trovano tutti nell'articolo 1 della Convenzione. Tale articolo - lo dico da subito - prevede proprio nel secondo comma la possibilità, per le legislazioni nazionali, di adottare normative diverse, che ovviamente devono contenere disposizioni in materia, ma anche di portata più generale. A cosa faccio riferimento? Io avrei difeso il testo della Camera. Ricordo a tutti che l'articolo 1 nasce quando, con un testo già definito e licenziato dalla Commissione (su cui noi quindi non rivendichiamo alcuna paternità), il Senato toglie la finalizzazione, che pure era prevista nel testo della Camera e che a mio modo di vedere andava mantenuta. In realtà, nell'articolo 1 questa finalizzazione c'è; storicamente la tortura (come emerge anche dalla consultazione di un qualsiasi dizionario) consiste nell'utilizzo di strumenti al fine di ottenere da qualcuno una dichiarazione o una confessione utili per una qualche indagine, sempre con una finalizzazione. Tutto questo è scritto nella Convenzione e tutto questo appartiene alla storia della tortura.

Ma devo dire, con molta sincerità, che la storia più recente ha visto anche un'evoluzione. Proprio ieri una denuncia di Amnesty International che riguarda un altro Paese, la Siria (non certo l'Italia), ha evidenziato che la tortura non viene utilizzata per ottenere informazioni, ma solo come sistema per spezzare i prigionieri, degradarli, punirli e umiliarli. Leggo questo passaggio per richiamare la vostra attenzione sul fatto che la stessa Corte europea dei diritti dell'uomo, nella famosa sentenza sul G8 e riferendosi all'Italia, parla di «rappresaglie», non parla di quelle finalizzazioni di cui si parla nella Convenzione contro la tortura, perché a volte la giurisprudenza va oltre il tenore letterale delle parole scritte.

Il fatto che non ci sia una finalizzazione può rappresentare un elemento che poteva essere meglio precisato, ma ci consente di avere una norma di più ampia portata, per cui tutti noi sappiamo che c'è tortura anche solo se si compie un atto per semplice rappresaglia, per spezzare la dignità e la volontà della persona torturata.

Un altro aspetto molto discusso è se il trattamento dovesse essere «disumano e degradante» oppure «o degradante», perché nelle rubriche della Convenzione si parla di «trattamenti crudeli, inumani o degradanti». Ricordo a tutti però che quando se ne parla si fa riferimento non tanto alla tortura, ma alle altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Ricordo ancora - citiamo fino in fondo le cose che leggiamo - che quando poi la Corte europea dei diritti dell'uomo parla nello specifico di tortura, nella sentenza di Strasburgo del 7 aprile 2015, con riferimento al caso Cestaro, e quindi all'Italia, parla sì di «rappresaglie», ma parla anche nello specifico, con riferimento a questa espressione, di violazione di ogni principio di umanità e rispetto della persona. È come dire che i trattamenti sono contestualmente inumani e degradanti. In altri luoghi l'aspetto viene ancora più evidenziato, perché non c'è dubbio che tra i trattamenti di questo genere la tortura, proprio per definizione, è quella che contestualmente comporta un trattamento inumano e degradante.

Certo, avremmo potuto modificare il testo. Noi non abbiamo votato a favore delle proposte di modifica perché vincolati da un accordo, anche di maggioranza, ma questo non mi sembra che ci porti lontano, fuori dal seminato.

Concludo dicendo che voteremo questo testo, pur con tutti i suoi limiti, per una scelta politica di fondo, perché l'Italia deve introdurre il delitto di tortura. Su questa scelta politica di fondo i limiti del testo sono limiti che conosciamo e che non subiamo, ma accettiamo e nell'accettarli esprimiamo due volte fiducia: fiducia nelle Forze dell'ordine, che ogni giorno lavorano in Italia e devono considerarsi estranee a questo sistema per i motivi che ho già esposto, e fiducia nella magistratura che saprà bene interpretare le nuove norme, perché la definizione del concetto di tortura è dentro la legge penale, ma anche nella storia dell'umanità.

Esprimiamo quindi fiducia nello Stato, rappresentato dalla magistratura e dalle Forze dell'ordine, e siamo sicuri di fare con questo testo - che mi auguro la Camera saprà difendere, nonostante sia il prodotto di un'elaborazione che viene dal Senato, leggermente diversa dal pensiero della Camera - un passo in avanti verso la civiltà del nostro Paese.(Applausi dal Gruppo Art.1-MDP e del senatore Lo Giudice).

FALANGA (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FALANGA (ALA-SCCLP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, quando ho letto il testo del disegno di legge, trasmesso dalla Camera e che oggi discutiamo, sono rimasto alquanto sconcertato per la totale mancanza di coerenza e indirizzo politico che, come legislatori, molto spesso - ahimè - manifestiamo. Com'è possibile, infatti, che in questi giorni si assista ai più fantasiosi e funambolici tentativi - mi riferisco alla legittima difesa - di ridurre i margini di discrezionalità interpretativa, per poi, in una materia così delicata come quella che oggi esaminiamo, affidarsi a locuzioni comunque incerte e connotate da rischiosi soggettivismi?

Bando all'ipocrisia; sappiamo tutti che questo progetto di legge ha registrato le responsabili preoccupazioni dei vertici di tutte le Forze dell'ordine che, a loro volta, hanno recepito istanze allarmanti provenienti dagli operatori della sicurezza quotidianamente esposti alla necessità dell'uso della forza e delle conseguenti responsabilità.

Non è possibile ignorare che il provvedimento legislativo in questione tocca aspetti assai delicati e deve essere calibrato in modo da coniugare la doverosa tutela dei cittadini con la copertura normativa delle necessarie operatività dei tutori dell'ordine. È piuttosto singolare, del resto (ma credo che ormai siamo abituati un po' a tutto), che da un lato si voglia dare più spazio alla difesa privata e dall'altro, sia pure per finalità encomiabili quali la repressione della tortura, si esponga a rischio, a causa della poco felice formulazione delle norme di legge, l'azione dello Stato.

Sappiamo anche che i problemi da più parti sollevati, anche in sede di lavori preparatori, si riferiscono ancora una volta alla necessità di fissare criteri e parametri davvero oggettivi in grado, nei limiti del possibile, di assicurare un'applicazione da parte dei giudici ragionevole e prevedibile dei precetti. Onorevoli colleghi, una delle prime cose che si insegna ai giovani studenti di giurisprudenza è l'importanza, il valore, nella prospettiva del sommo bene, della certezza del diritto, della prevedibilità delle decisioni. Essere certi, già prima di fare ricorso al giudice, di quale sarà la sua decisione è infatti garanzia di condivisione delle regole e di rispetto del primato delle leggi. D'altra parte, a questo fondamentale obiettivo è indirizzata in sostanza la stessa funzione nomofilattica della Corte di cassazione.

Credo non vi sia bisogno di sottolineare come il quadro dell'esistente sia invece caratterizzato dall'assoluta imprevedibilità delle decisioni, con interpretazioni creative, soppressive, manipolative che spesso, attraverso lo strumento della cosiddetta interpretazione costituzionalmente orientata, ma individuata senza rivolgersi alla Consulta, si allontanano sempre più dal solido terreno del diritto positivo. La vicenda della legittima difesa, in questo senso, è emblematica. La riforma del 2006, che pure avrebbe dovuto assicurare una solida protezione dell'aggredito nei casi di violazione di domicilio, è stata, di fatto, resa inefficace in via interpretativa e dopo alcuni clamorosi episodi di cronaca e condanne avvertite come profondamente ingiuste, ha condotto ai progetti attuali di una nuova riforma dell'articolo 52 del codice penale.

È davvero sorprendente, allora, che in questo quadro si ritenga possibile costruire il delitto di tortura, previsto e punito dall'articolo 613-bis del codice, di nuova introduzione, con formule e locuzioni che non danno sufficienti garanzie in termini di tipicità e determinatezza della fattispecie. Sia ben chiaro: non si tratta di porre in discussione la necessità di una legge o la condivisione e meritevolezza dei beni che ci si propone di tutelare, ma piuttosto di riuscire ad elaborare un testo equilibrato e di agevole applicazione, destinato insomma a durare nel tempo e non tale da costringerci a nuovi interventi.

Il testo che ci è pervenuto dalla Camera era intriso di una certa cultura e di una certa ideologia. Vi hanno lavorato con grande impegno la Presidenza della Commissione giustizia del Senato, cui va il mio apprezzamento, e il senatore Lumia, cui va ugualmente il mio apprezzamento perché ha impegnato molto del suo tempo e delle sue conoscenze in materia per apportare miglioramenti al testo.

Così, in particolare, è stata ripristinata la connotazione di gravità rispetto alle minacce che potrebbero integrare il delitto di tortura, con il vantaggio di fare uso di un concetto ampiamente presente e noto nel sistema penale vigente. Mi riferisco alle minacce gravi, di cui all'articolo 612, comma 2, del codice penale. Il concetto della gravità delle minacce è stato ripristinato perché, diversamente e paradossalmente, anche una minaccia che dipende dalla sensibilità di ciascuno, ad esempio «se non fai questo, ti rimprovero» avrebbe potuto configurare - anche questa - l'ipotesi delittuosa di cui al reato di tortura. Ad ogni modo, abbiamo ripristinato la previsione per cui la minaccia deve essere grave.

Analogamente, ho salutato con soddisfazione l'eliminazione del proposto comma 3 dell'articolo 613-bis del codice penale che, in modo assolutamente pleonastico, se non fuorviante, precisava che ai fini della sussistenza del delitto di tortura la sofferenza dovesse essere ulteriore rispetto a quella che deriva dall'esecuzione di legittime misure privative o limitative del diritto, come a dire che sentiamo la necessità di affermare che non è tortura essere legittimamente arrestati o scontare una pena dopo una condanna.

Resta - ahimè - insuperato il nodo centrale costituito dalla tecnica di costruzione della condotta, che peraltro è a forma libera e quindi non offre significativi spunti di tipicità. Infatti, accanto alle reiterate violenze e minacce gravi si pone una modalità possibile e ulteriore del delitto riassumibile nell'espressione «agendo con crudeltà». Si tratta, in tutta evidenza, di una norma penale in bianco, vivamente sconsigliabile, per i motivi già richiamati, in un settore così delicato. La fattispecie è stata polarizzata... (Richiami del Presidente).

FALANGA (ALA-SCCLP). Signor Presidente, non mi sembra che siano trascorsi i minuti a mia disposizione.

PRESIDENTE. Senatore Falanga, noi lavoriamo con un cronometro, non prendiamo decisioni...

FALANGA (ALA-SCCLP). Non so perché, ma ho la sensazione che i minuti a mia disposizione siano più brevi di quelli degli altri.

PRESIDENTE. Senatore Falanga, le concedo un minuto in più, ma abbiamo verificato con Greenwich e il tempo è corretto.

FALANGA (ALA-SCCLP). Mi perdoni, signor Presidente, ma ho questa sensazione proprio quando presiede lei, ma non penso niente di male, sia chiaro.

PRESIDENTE. No, pensa male.

Prego, senatore Falanga, prosegua.

FALANGA (ALA-SCCLP). Signor Presidente, concludo.

Un'altra criticità non rimossa durante i successivi passaggi in Aula è rappresentata dalla previsione di cui all'articolo 2, che prevede - è cosa buona e giusta - l'inutilizzabilità delle dichiarazioni o informazioni ottenute per effetto della tortura. Tuttavia, si è mancato di creare un collegamento tra le informazioni distorte e il procedimento in cui le stesse vengono utilizzate. Forse sarebbe utile farlo, perché, diversamente, ci potremmo trovare con un mare di denunce in questo senso.

In conclusione, malgrado questa scorrettezza e le criticità che ancora rilevo nel provvedimento che ci apprestiamo a licenziare, il fine e l'obiettivo perseguiti sono assai nobili, giusti e corretti.

Inoltre, voglio dare una risposta di apprezzamento, perché gli apprezzamenti non si dichiarano soltanto, ma si esprimono anche con le proprie condotte e azioni.

Ho espresso apprezzamento al presidente D'Ascola per la conduzione dei lavori, così come ai senatori Lumia e Palma. Anche per loro, dichiaro il voto favorevole del Gruppo ALA-SCCLP al Senato. (Applausi dai Gruppi ALA-SCCLP e FI-PdL XVII).

GIOVANARDI (GAL (DI, Id, GS, M, MPL, RI, E-E)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIOVANARDI (GAL (DI, Id, GS, M, MPL, RI, E-E)). Signor Presidente, mi preme anzitutto dire una cosa fuori da questa Aula: quando ci sono stati casi di tortura in Italia, come quelli troppe volte evocati dei colleghi in questa Assemblea? Parlo del caso Regeni o degli italiani torturati e sgozzati a Dacca. Quando, nella nostra storia, Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza o magistrati hanno messo in atto condotte tali da portare alla tortura, come quella che viene giustamente denunciata da Amnesty International quando parla dei Paesi del mondo - tantissimi, purtroppo - in cui la tortura esiste? Incominciamo a dire che, rispetto a tutta questa prosopopea che è stata fatta nel combattere un reato, l'Italia - bisogna dirlo con fierezza e coerenza in tutto il mondo - ha stroncato il terrorismo, ha combattuto la criminalità organizzata senza mai ricorrere alla tortura, e lo sottolineo. Se non diciamo questo, hanno ragione quelli che hanno detto che questo provvedimento è stato gestito troppe volte per colpire Polizia e Carabinieri e per criminalizzarli. Abbiamo sentito tante volte in quest'Aula ricordare casi che non c'entrano assolutamente nulla con la tortura.

Questo va detto perché da qui nasce un testo confuso - lo abbiamo visto ieri nel dibattito - che ha fatto un ping pong tra Camera e Senato, con modifiche francamente incomprensibili. Pensate che la Camera ce lo ha rimandato (e il Senato lo ha corretto nuovamente) con quella clausola che diceva che chiunque venga da qualunque parte del mondo dove non sono rispettati i diritti umani, ha diritto d'asilo in Italia. Sono venuti i capi della Polizia, dei Carabinieri e della Finanza per avvertirci che dovevamo incominciare con 1,1 miliardi di cinesi perché, per come era scritto quel testo, tutti i cinesi (della Cina popolare, naturalmente) avevano diritto d'asilo in Italia; poi, il 90 per cento dall'Africa e, a seguire, quasi tutti i Paesi dell'Asia. Che cosa c'entrava questa norma con la tortura? Non si è capito, eppure è stata inserita dalla Camera in questo provvedimento. Ancora, come ha detto la collega della Lega, c'è un vago accenno - confuso, come in tutte le nostre leggi - alla possibilità che chi teoricamente possa essere sottoposto a tortura in Paesi dove la praticano (e, purtroppo, sono tantissimi nel mondo) avrebbe diritto di asilo nel nostro Paese. C'entra qualcosa con la tortura che abbiamo in mente? Assolutamente niente, ma questa norma è stata inserita.

Presidenza della vice presidente DI GIORGI(ore 10,12)

(Segue GIOVANARDI). Il testo è poi ambiguo sul trauma psichico. Qualcuno ha contestato che il trauma psichico sia verificabile? Ci mancherebbe altro che non lo fosse. Non ci sarà membro della malavita organizzata, 'ndrangheta, camorra o mafia che, una volta arrestato, non sarà consigliato dei suoi legali di dire che l'arresto o l'interrogatorio gli ha comportato un trauma psichico. Poi, naturalmente, questo vuol dire che qualcuno andrà sotto processo e sotto inchiesta per questa accusa; poi, magari, ci saranno perizie e controperizie per andare a determinare se il trauma c'è stato o no. Deriva da minacce: noi abbiamo scritto che le minacce, cioè le parole, possono comportare tortura. Lo abbiamo scritto in Italia; non siamo in un Paese dove magari ci possono essere raffinate forme di tortura psicologica sugli arrestati.

Qualcuno ha ricordato - può essere vero - che nei periodi più bui della storia del Cile e dell'Argentina veniva fatta pressione sugli arrestati, minacciandoli indirettamente di rappresaglie sui loro familiari. Ma vi sembra che l'Italia sia un Paese in cui la nostra magistratura, che ha tanti difetti, possa intervenire minacciando rappresaglie sui familiari degli arrestati? Vi sembra che si possa scrivere in una legge che parla di tortura che le minacce, le semplici minacce che creano un turbamento psichico, siano definibili a loro volta come tortura? Vi sembra che si possa scrivere che l'istigazione, che è una cosa verbale - può essere anche una battuta - che non comporta alcuna conseguenza perché poi a valle non c'è alcuna tortura, viene punita, anche questa severamente, anche se il reato non viene consumato da nessuno e si fa il processo semplicemente alle parole?

Volete che le forze di polizia siano tranquille e serene nel momento in cui svolgono la loro attività quando sanno che in extremis al Senato siamo riusciti a espungere la norma della Camera secondo cui bastava il respingimento di una violenza in una manifestazione pubblica per essere incriminati per tortura? Parliamoci chiaro: negli stadi o nei disordini di piazza, vediamo scene di Polizia e Carabinieri aggrediti da persone mascherate con i caschi e con i manganelli; ebbene, la norma scritta dalla Camera definiva come tortura la reazione di un agente a questa violenza.

La resistenza a una violenza fatta dagli altri comportava ed era definita come reato di tortura.

Purtroppo succede una cosa molto triste, cioè che l'opinione pubblica viene disinformata sulla polemica per la quale in Italia siamo in ritardo dall'introdurre il reato di tortura e non viene messa conoscenza - ahimè - del fatto che invece, per fortuna, poiché ci sono i reati di percosse, di ingiuria, di lesioni, i reati colposi, i reati colposi aggravati, la persona singola o il pubblico ufficiale che si macchia di questi delitti viene già oggi severamente punita, come è stato punito (giustamente o ingiustamente a seconda dei punti di vista) fino in Cassazione chi è stato coinvolto nei fatti del G8 di Genova. Pertanto la domanda che mi faccio è: questo reato troverà applicazione in Italia?

Avviandomi alla conclusione, signora Presidente, bisogna fare attenzione, perché si continua a dire, come è stato fatto per alcuni casi importanti, che ad esempio è tortura bloccare pancia a terra una persona fermata e mettergli le manette. Ho già parlato in questa Aula degli eroici carabinieri che davanti a Palazzo Chigi hanno fermato Preiti quando ha sparato al carabiniere e, invece di sparargli, gli sono saltati addosso, lo hanno buttato per terra (c'è la foto del carabiniere a cavalcioni della persona che ha tentato di uccidere un suo collega e gli mette le manette dietro la schiena): ebbene in altri casi, come quello di Aldrovandi, questo è stato definito una tortura. Inoltre, se quello che ha sparato ed è stato bloccato avesse avuto un infarto, secondo il disegno di legge in esame quel carabiniere sarebbe andato all'ergastolo.

LO GIUDICE (PD). Racconti balle!

AIROLA (M5S). La tortura è quella che ci ha fatto Giovanardi!

GIOVANARDI (GAL (DI, Id, GS, M, MPL, RI, E-E)). Non l'ho detto io, ma dei colleghi in quest'Aula parificando queste fattispecie, ormai chiarite anche in sede giudiziaria, al reato di tortura. Questo è il pericolo che si corre quando preventivamente non si vuole colpire reati gravissimi, ma si vuole fare una polemica surrettizia, preventiva ed ideologica nei confronti di Polizia, Carabinieri e Forze dell'ordine. Poi non ci si accorge che magari, facendo questa polemica, si favorisce la malavita organizzata, la 'ndrangheta, la camorra e la mafia che, nelle pieghe di questo ordinamento, sanno anche trovare la maniera di mettere in difficoltà magistrati e Forze dell'ordine.

Per questi motivi, signora Presidente, evidentemente questa norma, questa accezione di tortura così com'è disegnata non possiamo votarla.

ALBERTINI (AP-CpE-NCD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALBERTINI (AP-CpE-NCD). Signora Presidente, esordirò con una citazione molto nota ma non sempre applicata, almeno in un passato recente: nemo tenetur se detegere. Nessuno, in un Paese civile, in uno Stato di diritto, può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale, né deve essere sottoposto ad azioni coattive perché questo avvenga, anche se in un passato non lontanissimo la confessione era considerata la regina delle prove, cioè la modalità più appropriata per affermare la repressione dei reati da parte dello Stato.

Mi permetto di fare una breve digressione con riguardo a una sovrana, Maria Teresa d'Austria, che è ricordata nella storia d'Europa, e anche più modestamente nella storia della mia città, come una sovrana illuminata che nel suo lunghissimo regno fece molti atti di governo ricordati con positività per lo sviluppo civile (non solo la riforma del catasto, ma la buona amministrazione e le opere pubbliche, tra cui, per esempio, la costruzione del Teatro alla Scala a Milano), ma intervenne anche con una modalità del tutto appropriata per i tempi che, letta con gli occhi di oggi ci pare peraltro atroce, proprio sulla tortura. Nel 1769 pubblicò un editto, la «Constitutio criminalis theresiana», che venne a essere operativo in tutto l'impero austroungarico.

Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 10,20)

(Segue ALBERTINI). L'editto affermava che non solo la tortura era lecita, ma quasi ne faceva obbligo ai tribunali per poter ricercare le prove della commissione dei delitti; inoltre introduceva - e questo è l'aspetto, se volete, positivo e in evoluzione - degli elementi di contemperamento rispetto alle atrocità di ciò che consentiva. Ad esempio, la scala di stiramento, che doveva provocare, se protratta e intensificata, la lussazione delle spalle dell'imputato presunto reo da far confessare, doveva essere applicata per un certo periodo di tempo e non oltre, per una certa intensità e non oltre. Inoltre, seppure veniva ammesso che si provocassero delle ustioni gravi sui fianchi dell'imputato anche con l'uso di candele o altri mezzi idonei, questo supplizio doveva continuare per un certo periodo; se, alla fine, questa persona, magari in condizioni drammatiche, con un'infezione per le ustioni subite, con le spalle ormai inservibili, ancora resisteva alla confessione, secondo le disposizioni di questo provvedimento doveva essere considerato innocente.

Quale cammino è stato fatto in trecento anni nella civilissima Milano o nell'Impero austroungarico rispetto a quella condizione? Più recentemente, la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e la Convenzione dell'ONU del 1984 hanno vietato a tutte le civiltà giuridiche che fanno parte del consesso civile l'utilizzo della tortura e l'applicazione di trattamenti di pena degradanti e infamanti?

Nell'affrontare questo tema, il nostro Parlamento si è dovuto porre davanti a delle esigenze opposte: la necessità di poter consentire alle indagini di fare il percorso utile, anche con l'escussione degli imputati o degli indagati, e la tutela della libertà, dell'onore, della dignità, nonché dell'integrità fisica delle persone sottoposte a indagini.

Poi c'era un altro tema di particolare rilievo giuridico, che si è dovuto approfondire a lungo per trovare una soluzione equa: specificità del reato di tortura rispetto al delitto comune, che riguarda invece tutte le azioni che provocano lesioni (traumi fisici o psichici, ferite, sofferenze e quant'altro) che fanno parte del diritto comune. L'esigenza di intervenire con specificità inventando, nel senso di trovare le modalità appropriate per la caratterizzazione del reato di tortura, viene proprio da questa realtà. Fino a non molto tempo fa, negli ordinamenti giuridici degli Stati una forma di tortura più o meno surrettizia era quasi considerata legale, ammessa per consentire allo Stato di reprimere i reati in danno della dignità umana e della tutela delle esigenze della persona. In questa norma, quella che era la parte più critica, non solo cioè la distinzione tra reati comuni e specifico reato di tortura, che è stata ricordata da molti degli interventi che abbiamo ascoltato in discussione generale e ora in dichiarazione di voto, ma anche il fatto che l'introdurre questo reato avrebbe limitato le possibilità di intervento delle Forze dell'ordine e degli organi di polizia giudiziaria nella repressione dei reati, credo abbia trovato un giusto equilibrio nelle formule edittali che sono state individuate.

È chiaro che lo Stato è l'unico ente titolato all'esercizio legittimo della violenza quando deve contrastare un'altra violenza, ma non può eccedere oltre questo limite, perché il diritto alla dignità della persona prevale su quello della necessaria repressione dei reati.

Parlo delle Forze dell'ordine, quelle vere, quelle dell'ordine, quelle in cui ci riconosciamo. Porto qui uno stemma che mi onora grandemente: sono carabiniere onorario, quindi chi più di me, più ancora di chi lo è stato effettivo, può essere orgoglioso del fatto che nel nostro Paese ci siano queste professionalità e queste dignitose persone che ci difendono dai reati e perseguono la legge nel superiore interesse della nostra comunità?

In queste norme c'è qualcosa che riguarda le disfunzioni e le deviazioni dal corretto compito di far rispettare la legge e reprimere i reati e non credo che nessuno degli appartenenti alle Forze dell'ordine trovi in questi limiti degli argomenti contrari al corretto esercizio delle proprie funzioni. Sono stati individuati in maniera puntuale i termini per cui questo fatto possa essere salvaguardato. È un elemento importante, che ha avuto, nelle discussioni che sono state fatte, anche momenti di contrasto dialettici tra chi voleva negare questa possibile interpretazione contraria ai principi fondanti del nostro ordine civile e chi, invece, lo riteneva un pericolo.

La discrezionalità e il buonsenso degli agenti delle Forze di polizia rimangono intatti nei momenti in cui questi esercitano legittimamente la violenza, anche privando della libertà e anche con forme di persuasione aggressive ancorché legittime. Certo, non può essere tollerato quello che dagli Stati civili e dall'evoluzione del diritto in avanti è considerata una conquista del nostro vivere.

Richiamando, quindi, ancora il motto latino con cui ho iniziato questo breve intervento, nemo tenetur se detegere, il diritto al silenzio rimane ed è confermato. Ma, non è però vero che nemo tenetur se detergere (e qui faccio apposta un refuso): nessuno di noi può evitare di pulirsi, anche nella propria identità spirituale, non solo in quella fisica, per essere fino in fondo un Paese civile. (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII e GAL (DI, Id, GS, M, MPL, RI, E-E). Congratulazioni).

BUCCARELLA (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BUCCARELLA (M5S). Signor Presidente, il Senato è chiamato oggi a votare, in occasione della terza lettura parlamentare, il disegno di legge sul reato di tortura, che finalmente colma un vuoto normativo, segnalato ormai da decenni dalle giurisprudenze di corti internazionali e nazionali e da un senso di responsabilità e di civiltà che è stato costretto a sopportare il fatto che, fino ad ora, il reato di tortura non è stato mai oggetto di un'istanza punitiva precisa. Pertanto, non possiamo che salutare favorevolmente questa volontà legislativa, cui abbiamo pure contribuito, ricordando che uno dei primi disegni di legge del Movimento 5 Stelle a inizio legislatura atteneva proprio a questo, ossia alla necessità di introdurre il reato di tortura. Non possiamo, quindi, che esprimere, intanto, una soddisfazione per il fatto che questo testo - pare - possa avere una possibilità di sbocco definitivo una volta che, in occasione della quarta lettura parlamentare, la Camera lo esaminerà e valuterà se approvarlo o apportare qualche modifica, magari piccola, che pure necessiterebbe (e spiegherò il motivo).

Abbiamo anzitutto apprezzato l'impostazione generale del reato, che è inteso come reato comune. È un dato importante e significa che del reato di tortura non potrebbero rispondere, in astratto, solo gli appartenenti alle Forze dell'ordine, ma anche il «normale» cittadino, ad esempio un rapinatore che in casa sottopone a tortura un familiare per avere la combinazione della cassaforte, un mafioso che sottopone a trattamenti inumani e degradanti qualcuno per avere notizie della reperibilità di un pentito e mille altre ipotesi in cui comportamenti come quelli descritti possono essere opera non di appartenenti alle Forze dell'ordine. L'argomento relativo all'impostazione di un reato comune piuttosto che di un reato proprio delle Forze dell'ordine l'abbiamo sostenuto anche per depotenziare la polemica politica, che puntualmente si affaccia anche in Aula, secondo cui questa normativa vuole in qualche misura punire o limitare la legittima libertà di azione delle forze di polizia. Va bene quindi che sia un reato comune. Va bene, a nostro avviso, che non sia specificata una finalizzazione, il dolo specifico. Perché si tortura qualcuno? Per averne una confessione? Per punirlo? Qualsiasi definizione tassativa - e non potrebbe che essere tale trattandosi di diritto penale - rischierebbe di tener fuori, ad esempio e per astratto, anche chi dovesse sottoporre a tortura qualcuno giusto per il gusto di farlo. Va bene quindi che non ci sia una finalizzazione precisa.

A me piace dare lettura del testo depurato - diciamo così - di quegli elementi, che pure sono in esso presenti, sui quali abbiamo avuto qualche perplessità e che riguardano la pluralità delle violenze e delle minacce gravi o la pluralità delle condotte. Leggiamo insieme una volta per tutte questo testo e vediamo se può andar bene: risponderà del reato di tortura chiunque, agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza o che si trovi in condizioni di minorata difesa, e sarà punito da quattro a dieci anni se il fatto comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona. Ci sembra un testo accettabile, anche in questa lettura che ne ho dato, dove ho volutamente saltato alcune parti che sono alternative, e che pure esistono, e che prevedono una punibilità anche nel caso in cui non ci sia stata crudeltà, ma una pluralità di violenze e minacce gravi ed anche nel caso in cui, pur non ponendosi in essere un trattamento inumano e degradante - difficile immaginarlo, ma poniamolo come ipotesi - si siano compiute più condotte che abbiano causato le citate sofferenze fisiche o psichiche. Annunciando pertanto il voto del Movimento 5 Stelle, riteniamo di poter sostenere con un voto favorevole il provvedimento.

Ciononostante non nascondiamo, come emerso anche in fase emendativa in Aula, alcune criticità che abbiamo segnalato e alle quali abbiamo cercato di porre rimedio. La particella congiuntiva «e» riferita al trattamento inumano e degradante per la dignità della persona, evidentemente fa sì che in quell'ipotesi debbano essere presenti entrambe le caratteristiche per la sussistenza del reato. Ricordo invece che la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e le altre Convenzioni internazionali prevedono che il trattamento inumano sia posto alternativamente a quello lesivo della dignità personale, inserendo la particella disgiuntiva «o» invece che «e». Così non è stato. Siamo a conoscenza della giurisprudenza che sostiene il principio secondo il quale un trattamento inumano non può che essere anche degradante della persona e pertanto, probabilmente, questo problema che ci stiamo ponendo è superato da quella che potrebbe essere l'applicazione concreta della giurisprudenza; avremmo però voluto maggiori rassicurazioni sul punto.

Altre criticità - se così vogliamo definirle - concernono l'eccessiva volontà di rassicurare le Forze dell'ordine con l'inserimento dei commi 2 e 3 all'articolo 613-bis, di cui non do lettura per mancanza di tempo, che mirano a rassicurare i pubblici ufficiali e gli operatori delle Forze dell'ordine che, qualora non vi sia abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, la pena prevista per il reato di tortura, aumentata nel caso in cui i responsabili siano pubblici ufficiali, non si applica. Questo, a nostro modo di vedere, è già previsto dall'articolo 51 del nostro codice penale; la scriminante dell'adempimento del dovere già prevede infatti che i sottoposti a strutture gerarchiche, come sono quelle delle Forze dell'ordine e delle Forze armate, possano essere sottratti a un giudizio di sindacabilità sulla legittimità dell'ordine che viene loro dato. Anche qui occorre ricordare che in ogni caso ne risponderebbe chi ha dato l'ordine, quindi un responsabile ci sarebbe sempre, e comunque anche al sottoposto è sempre riconosciuto il diritto di non dare esecuzione ad un ordine che dovesse essere criminale. Così si esprime il codice penale militare, per il quale, ad esempio, un soldato o un pubblico ufficiale che dovessero far fuoco su una folla inerme per un ordine impartito dall'alto potrebbero legittimamente opporre il proprio dissenso e non dar seguito all'ordine ricevuto qualora fosse palesemente criminale. Non possiamo dubitare che altrettanto opererebbero qualora l'ordine fosse quello di torturare qualcuno, applicandogli elettrodi in qualche parte sensibile del corpo o sottoponendolo a trattamenti inumani e degradanti. Siamo quindi rassicurati e vogliamo a nostra volta rassicurare le Forze dell'ordine che, anche per quanto riguarda il Gruppo del Movimento 5 Stelle, il voto favorevole non solo non vuole ma non può essere inteso in alcun modo come limitativo o come espressione di un senso di sfiducia nei confronti delle Forze dell'ordine, ovviamente in tutti i casi in cui si operi legittimamente.

L'ultima criticità che avevamo segnalato era quella relativa alla legittimità della misura privativa o limitativa dei diritti. Si tratta del terzo comma dell'introducendo articolo 613-bis. Il Senato ha ritenuto opportuno specificare che non si applica il reato di tortura nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall'esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti. Abbiamo osservato che non è tanto la legittimità della misura che andrebbe sottoposta allo scrutinio di un ipotetico giudice, bensì la correttezza e la legittimità dell'esecuzione della misura. Un ordine di arresto, un'ordinanza cautelare o un intervento occorsi nell'immediatezza di disordini di ordine pubblico, seppur legittimi, possono essere condotti con modalità esecutive tali - come un eccesso di violenza o un'inutile crudeltà - da tradurre quelle misure, pur legittimamente disposte, in comportamenti non legittimi da parte dell'operatore delle Forze dell'ordine. Forse sono casi limite, però ritengo che un legislatore responsabile debba scandagliare tutte le ipotesi in astratto possibili, fin dove lo consentono l'immaginazione, la fantasia e anche l'esperienza passata.

In conclusione, a fronte delle criticità che abbiamo segnalato e che mi auguro l'altro ramo del Parlamento vorrà prendere in considerazione, ma con l'auspicio che comunque entro la fine di questa legislatura si possa licenziare un testo che introduce il reato di tortura, annuncio il voto favorevole del Gruppo Movimento 5 Stelle. (Applausi dal Gruppo M5S).

MINEO (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MINEO (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, ci battiamo per l'introduzione del reato di tortura da sempre, perché c'è in tutte le Convenzioni internazionali e non si può essere macronisti a giorni alterni e, se il riferimento è a quel grande movimento che si sviluppò in Francia nel "secolo dei Lumi", prima, durante e anche dopo la Rivoluzione francese, bisogna riconoscere allora che la tortura esiste, è un reato proprio e, come tale, va introdotta in ogni ordinamento di un Paese democratico e liberale.

Vorrei dire una cosa su questo punto: la tortura esiste? Sì, basta che leggiate un romanzo o guardiate un film per rendervene conto. La tortura, per esempio, negli Stati Uniti è esistita quando è stato usato il waterboarding contro i terroristi: in quell'occasione la CIA non disse che quella pratica era un eccesso di misure cautelative o di contenimento, ma ha ammesso trattarsi di tortura, necessaria perché si voleva che il terrorista parlasse; questo disse la CIA.

La tortura quindi c'è ed è un reato proprio. Questa mattina, in Aula, il senatore Giovanardi ha chiesto: ci sarà pure la tortura, c'è certamente quando vediamo quanto è stato fatto a Regeni: ma che c'entra la tortura con l'Italia? Quando mai c'è stata la tortura in Italia?

Senatore Giovanardi, signor Presidente, ma vi ricordate cosa è successo in questo Paese in occasione del G8 di Genova del 2001? Ricordate la vergogna internazionale per quelle persone selvaggiamente pestate in una caserma e in una scuola che serviva da ricovero per i convenuti ad una manifestazione? Se non è tortura quella, che cosa lo è?

Volete introdurre il principio per cui, affinché si possa effettivamente parlare di tortura, il torturato deve morire? Non è così. La maggior parte dei torturati della CIA non sono morti, ma sappiamo come sono stati ridotti. Volete che vi faccia un altro esempio? Avete visto il film, tratto dal libro di John le Carré, «La talpa»? In quel film, al prigioniero russo - che poi naturalmente si vendica - gli americani infilavano oggetti sotto le unghie, provocando alle mani danni permanenti. E non è tortura questa? Sì, è tortura.

La tortura esiste nel nostro Paese e per questo è così importante introdurre il reato nel nostro ordinamento. Diciamoci, però, chiaramente che noi oggi abbiamo una legge che è altra cosa rispetto a quella per cui ci siamo coerentemente battuti. Innanzitutto, in essa si nega che il reato di tortura sia un reato proprio. Cosa vuol dire questo? Di fatto, che si derubrica la tortura a un eccesso di azione legata ad azioni legittime, come il coercimento della libertà o l'arresto di una persona in flagrante delitto. Non è così. La tortura è quando anche il pubblico ufficiale usa metodi di altro genere: umilia la persona, ferisce la persona, vuole ottenere delle cose dalla persona o vuole punirla perché è diversa da lui. In questi casi c'è tortura e la tortura va riconosciuta come un reato proprio.

Ma non è solo questo il limite della legge che oggi ci proponete. Questa maggioranza, che è composta da molte anime (si va da Casson e Manconi fino a D'Ascola e Sacconi), ha anche introdotto una serie di norme per cui in giudizio sarà praticamente impossibile dimostrare la tortura. Sarà praticamente impossibile perché ogni volta gli avvocati del torturatore potranno dire che vi era la necessità di usare la forza. Chiederanno se l'eccesso è stato provato, se il trauma psichico è stato provato; chiederanno se hanno spaccato un pezzo del cervello, se è venuto meno un pezzo del cervello o quali arti sono stati tagliati al torturato. Voi vi rendete conto che questo non è degno di un Paese civile. Anche il principio della reiterazione delle azioni del torturatore, che era stato negato da quest'Assemblea, è stato reinserito surrettiziamente. La "bocca della verità", caro presidente Gasparri, è stata proprio lei: nel suo bell'intervento di ieri lei ha detto esplicitamente che voi eravate contro questo provvedimento ma che siete stati talmente soddisfatti che ora potreste quasi votare a suo favore.

Onorevoli senatori, per questo motivo Sinistra Italiana non voterà a favore del provvedimento che ci si presenta. Certo, ho letto anche io Romano Prodi: meglio succhiare l'osso che subire il bastone. Ho visto anch'io cosa sta dicendo Trump in America. Egli sta dicendo che il potere è così: il potere può fare pastette con i russi; il potere può ordinare all'FBI di non indagare sui suoi collaboratori; il potere può mettere a tacere la stampa democratica. O lo accettate o avrete i barbari alle porte. Ma questa logica, secondo noi, è il contrario della libertà, il contrario della trasparenza, il contrario della democrazia. Non si salva il Paese facendo sempre compromessi al ribasso: e questi sono compromessi al ribasso. Dopo tanti anni dalla Convenzione di Ginevra noi abbiamo il dovere di portare in Italia una legge vera, che consideri la tortura un reato proprio, che non trovi scappatoie, che non porti il caos nelle aule dei tribunali per poi dare la colpa ai giudici, quando la colpa è nostra, del legislatore che si muove in modo ambiguo.

Concludo, signor Presidente, dicendo un'altra cosa che è bene che l'opinione pubblica sappia. Esistono tre possibilità di voto. Esiste la possibilità di votare a favore, quella di votare contro e quella di astenersi. Ma siccome in Senato l'astensione equivale a votare contro, una certa macchina mediatica ha accusato Sinistra Italiana di essersi astenuta e di avere quindi votato contro l'istituzione della Commissione d'inchiesta sul fenomeno bancario. Noi avevamo chiesto tre anni fa l'istituzione di una Commissione d'inchiesta su Monte dei Paschi e su Banca Etruria. Tale Commissione è stata istituita con un sacco di ambiguità, per cui si andrà a una vetrina mediatica - lo dicono anche i giornalisti - in cui le varie posizioni si confronteranno senza arrivare mai al nodo e senza dire mai chi è il vero responsabile delle malefatte bancarie. Vedete, questo tipo di cosa parte da una fake news, cioè da una disinformazione.

L'astensione, quando è certo - e qui è certissimo - che il provvedimento passerà, è il solo modo che un Gruppo politico ha di dire che finalmente l'avete fatto, ma l'avete fatto molto male e noi vogliamo che l'opinione pubblica sappia che l'avete fatto molto male. (Applausi dal Gruppo Misto).