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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 746 del 24/01/2017


Mozioni

DIRINDIN, DE BIASI, BIANCONI, ROMANO, Maurizio ROMANI, BIANCO, GRANAIOLA, MATTESINI, MATURANI, PADUA, SILVESTRO, ALBANO, AMATI, BERTUZZI, CANTINI, CHITI, CIRINNA', CORSINI, CUOMO, D'ADDA, FAVERO, GATTI, GIACOBBE, GOTOR, GUERRA, LAI, LO GIUDICE, LO MORO, MANASSERO, ORRU', PAGLIARI, PEGORER, PEZZOPANE, SCALIA, VACCARI, VALDINOSI - Il Senato,

premesso che:

secondo i dati del Ministero della salute, il tumore al seno colpisce una donna su 8, rappresenta il 29 per cento dei tumori che colpiscono le donne ed è la prima causa di mortalità per tumore nelle donne;

dall'analisi dei dati dei registri tumori italiani si stima che in Italia siano diagnosticati, ogni anno, circa 46.000 nuovi casi di carcinoma della mammella;

il rischio di essere colpiti da questo tipo di carcinoma aumenta con l'età, con una probabilità di sviluppo della malattia del 2,3 per cento fino a 49 anni (una donna su 45), del 5,2 per cento tra 50 e 69 anni (una donna su 19) e del 4,4 per cento tra 70 e 84 anni (una donna su 23);

sono stati identificati diversi fattori di rischio: fattori riproduttivi, nulliparità, prima gravidanza a termine dopo i 30 anni, mancato allattamento al seno, fattori ormonali, fattori dietetici e metabolici;

premesso inoltre che:

dalla fine degli anni '90 si osserva una moderata ma continua tendenza alla diminuzione della mortalità per carcinoma mammario (con un calo dell'1,4 per cento all'anno), attribuibile alla maggiore diffusione dei programmi di diagnosi precoce e quindi all'anticipazione diagnostica ed ai progressi terapeutici;

la sopravvivenza relativa a 5 anni dalla diagnosi, indipendentemente da altre comorbidità, è in moderato e costante aumento da molti anni (78 per cento per le donne ammalate dal 1990 al 1992, 87 per cento dal 2005 al 2007), in relazione a diverse variabili, tra cui l'anticipazione diagnostica e il miglioramento delle terapie;

ciò nonostante, i dati sulla sopravvivenza mostrano differenze tra le varie aree del Paese, sia pure in misura minore rispetto al passato, ma con la persistenza di una situazione più sfavorevole per le Regioni meridionali (81 per cento a 5 anni contro l'85-87 per cento delle Regioni del Centro-Nord);

considerato che:

numerosi studi hanno dimostrato come lo screening mammografico possa ridurre la mortalità da carcinoma mammario e aumentare le opzioni terapeutiche. La diffusione su larga scala, dalla seconda metà degli anni '90, dei programmi di screening mammografico ha contribuito infatti a determinare una riduzione della mortalità specifica, con una diminuzione degli interventi di mastectomia e con una modesta e del tutto accettabile quota di overdiagnosis;

ove confrontata con gli standard nazionali ed europei di riferimento, l'attività italiana di screening mammografico rivela complessivamente un buon andamento;

nel 2015 si è avuto un marcato miglioramento della copertura che ha superato l'80 per cento, anche se la copertura riguarda più di 9 donne su 10 al Nord, poco meno di 9 su 10 al Centro e quasi 6 ogni 10 al Sud, con un netto aumento rispetto agli anni precedenti;

l'adesione supera il livello accettabile del 50 per cento, il tasso di richiami così come gli indicatori che valutano la sensibilità del programma (rapporto fra biopsie benigne e maligne, identificazione dei tumori invasivi e trattamenti chirurgici conservativi) sono coerenti con gli standard di riferimento;

un numero rilevante di Regioni continua tuttavia ad essere in difficoltà nel garantire nel tempo la buona qualità degli screening con valori degli indicatori (invio dell'esito per i casi negativi entro 21 giorni dall'esecuzione della mammografia, approfondimento entro 28 giorni dall'esecuzione della mammografia, intervento entro 60 giorni dall'esecuzione della mammografia) ben al di sotto del livello accettabile e con tendenza al peggioramento;

il divario riguarda sia il numero di inviti (nel Sud l'attivazione dei programmi è molto più recente e incompleta rispetto al resto del Paese) e il numero di richiami, sia la qualità degli indicatori presi in considerazione;

tenuto conto che:

sulla base delle evidenze scientifiche attualmente disponibili, nel nostro Paese i programmi di screening prevedono la mammografia in tutte le donne dai 50 ai 69 anni d'età;

sotto i 50 anni, lo IARC (International agency for research on cancer) riporta come "limitate" le dimostrazioni di efficacia dello screening mammografico generalizzato, in ragione della correlazione inversa fra età della donna ed effetti negativi (limitata capacità di detection, rischio radio indotto), da cui un rapporto tra benefici e danni meno vantaggioso;

nel 2014 e nel 2015 alcune Regioni hanno avviato programmi di estensione degli inviti allo screening alle donne nelle fasce di età 45-49 anni (a intervallo annuale) e 70-74 anni (con intervallo biennale), coinvolgendo quote relativamente ristrette di popolazione bersaglio e registrando tassi di adesione all'invito piuttosto elevati;

nelle donne nella fascia di età tra 45 e 50 anni l'intervallo raccomandato è quello annuale. Sono allo studio ipotesi di differenziazione dell'intervallo di screening sulla base di specifici fattori di rischio, quali, in particolare, densità del tessuto mammario e storia familiare;

nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare di carcinoma mammario o per la presenza di mutazione dei geni BRCA-1 o BRCA-2, i controlli mammografici potrebbero essere iniziati all'età di 25 anni o 10 anni prima dell'età di insorgenza del tumore nel familiare più giovane, nonostante la bassa sensibilità della mammografia in questa popolazione. La risonanza magnetica mammaria è raccomandata, in aggiunta alla mammografia annuale, solo per le pazienti con mutazione dei geni BRCA-1 o BRCA-2;

considerato inoltre che:

secondo quanto riportato dal documento del gruppo di lavoro per la definizione di specifiche modalità organizzative ed assistenziali della rete dei centri di senologia (maggio 2014), l'Eusoma (European society of breast cancer specialists) ha pubblicato le raccomandazioni sui requisiti di un'unità di senologia, sottolineando la necessità di curare la patologia della mammella in centri multidisciplinari dedicati;

il documento indica le modalità di organizzazione e operative per la senologia in Italia, ridefinendo in particolare il ruolo delle breast unit come percorsi diagnostico-terapeutici, debitamente coordinati, omogenei, unitari, integrati, multidisciplinari dedicati alla diagnosi dei tumori della mammella, alla mappatura e gestione del rischio genetico familiare, alla terapia chirurgica, radioterapica, oncologica e palliativa, oltre che come centro di riabilitazione e recupero funzionale e di counseling psicologico,

impegna il Governo:

1) a promuovere la realizzazione di un'efficiente e capillare rete di centri di senologia, integrati con i programmi di screening organizzati, in grado di garantire i migliori trattamenti diagnostici e terapeutici nelle diverse fasi della malattia in tutte le Regioni del Paese, con un sistema di monitoraggio e di produzione di indicatori di qualità simile a quello esistente per i programmi di screening organizzati;

2) a monitorare, con continuità nelle diverse Regioni, l'andamento dei programmi di screening mammografico, demandando al comitato per la verifica dei LEA (livelli essenziali di assistenza) l'effettuazione di specifiche rilevazioni concernenti le diverse modalità organizzative e i differenti costi sostenuti, al fine di evidenziare le migliori pratiche e promuovere la loro estensione in tutte le realtà regionali, superando così le inaccettabili differenze che ancora sussistono tra Regione e Regione;

3) a prevedere specifici interventi per l'estensione in tutte le Regioni italiane dei programmi di screening a favore delle donne dai 45 ai 49 anni, sulla base delle evidenze scientifiche disponibili.

(1-00713)

CERVELLINI, DE PETRIS, BAROZZINO, BOCCHINO, CAMPANELLA, DE CRISTOFARO, MINEO, PETRAGLIA - Il Senato,

premesso che:

si assiste, negli anni della più grave crisi economica dal dopoguerra ad oggi, ad un paradosso nel trasporto pubblico: tagli di treni e linee ferrate e aumento dei prezzi dei biglietti. Sono questi, anni particolarmente critici per i pendolari, una categoria di cittadini, composta per lo più da studenti e lavoratori, costretta a spostarsi, perché impossibilitata a trovare nella propria città o regione una soluzione adeguata alle proprie esigenze di studio e di lavoro. Quella dei pendolari è una vera e propria questione nazionale, di dignità e di diritto alla mobilità delle persone e l'attuale momento di crisi economica obbliga i pubblici poteri ad offrire risposte adeguate ad un fenomeno sociale di tali dimensioni. Il solo dato dei più di due milioni e ottocentomila cittadini che giornalmente usufruiscono del servizio ferroviario regionale, è impressionante;

Trenitalia, con un atto a parere dei proponenti molto grave, ha aumentato in modo rilevante tutte le tariffe degli abbonamenti dei treni Frecciarossa facendo gravare sui prezzi degli abbonamenti rincari medi del 35 per cento. Si tratta di aumenti indiscriminati e che hanno suscitato estese proteste, coinvolgendo, oltre alle istituzioni locali e i media, comitati e associazioni tra i milioni di pendolari che quotidianamente si spostano sulla rete ferroviaria nazionale, nelle più varie destinazioni, non certo per turismo, ma per studio o per lavoro, spesso mal pagato e, se confrontato ai livelli di prezzo degli abbonamenti dopo i rincari, non più conveniente rispetto alla fatica quotidiana di viaggi estenuanti e con servizi quasi mai all'altezza del costi sopportati, costringendo non pochi tra loro a valutare seriamente la necessità di abbandonare il lavoro;

i nuovi abbonamenti, 4 versioni diverse per prezzo e ampiezza d'uso, si applicano dal mese di febbraio 2017. Sulla tratta Torino-Milano, per fare alcuni esempi, si passa da 340 a 459 euro per un abbonamento di seconda classe valido per tutti i giorni; sulla Roma-Napoli da 356 a 481 euro; sulla Milano-Bologna da 417 a 563. E ancora: sulla Milano-Firenze da 529 a 714, sulla Milano-Reggio Emilia da 264 a 356 euro e sulla Roma-Caserta da 275 a 371 euro;

questi aumenti, del tutto ingiustificati, si configurano come l'ennesimo abuso a carico dei pendolari sempre più schiacciati dalle insostenibili tariffe applicate da Trenitalia con il grave silenzio del Governo che così risulta essere complice del comportamento della maggiore società di trasporto ferroviario del nostro Paese;

questo ennesimo ingiustificato aumento conferma il regime di monopolio che caratterizza il trasporto ferroviario e ribadisce il predominio assoluto di Trenitalia SpA e meriterebbe l'attenzione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) al fine di valutarne il comportamento della società Trenitalia SpA;

gli stessi vertici di Ferrovie dello Stato, in un sussulto simile a un riflesso condizionato dovuto a un forte e malcelato senso di "vergogna", auspicano un intervento pubblico come unica soluzione alla situazione, che si è venuta a creare, giustificata da parte di FS dalle alte cifre di investimenti posti in essere su tutta la rete ferroviaria. Tali investimenti, secondo le parole dell'amministratore delegato di FS, "ridurranno i tempi dei passaggi tra un convoglio e l'altro da 5 a 3 minuti: maggiore puntualità e un aumento dei passeggeri trasportati". Il paradosso tuttavia è che il peso maggiore di tali investimenti ricadrà sulle spalle di una categoria tra le più vessate del panorama dei lavoratori italiani a fronte di risultati, sulla carta, francamente modesti dinnanzi allo stato di disservizio complessivo dei trasporti nel nostro Paese e non solo nel settore ferroviario;

Sinistra italiana auspica che si possa procedere almeno, come primo atto di giustizia sociale, ad un ristoro fiscale per i pendolari, adottando una misura simile alla sperimentazione introdotta nella legge finanziaria del 2008 (legge n. 244 del 2007), che permetteva la detrazione per l'acquisto degli abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale, estendendoli al trasporto su ferro a livello nazionale. Si tratta di introdurre una misura nazionale tampone, utile e urgente, che "scarichi" il peso degli investimenti pubblici nei trasporti sulla platea complessiva dei contribuenti italiani, permettendo un minimo di ristoro a studenti e a lavoratori pendolari, fruitori primi e continuativi di tali servizi;

i finanziamenti da parte dei Governi che si sono succeduti in questo decennio attraverso la Legge obiettivo ed il Piano infrastrutture hanno premiato per il 66 per cento gli investimenti in strade e autostrade, e comunque con un attenzione prioritaria alle grandi opere costante ormai da anni. Inoltre, con il provvedimento Sblocca Italia, (di cui al decreto-legge n. 133 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 164 del 2014) sono state stanziate ingenti somme per nuove infrastrutture stradali ed autostradali e tunnel alpini. Occorre invece definire una nuova politica per il trasporto ferroviario, fermare i tagli indiscriminati, monitorare le tariffe e applicare maggiori controlli in termini di prezzi e di offerta di servizi di trasporto a livelli europei; mentre le Regioni sono tenute ad investire di più in questo servizio, attraverso maggiori risorse;

spetta al Governo nelle sue articolazioni tra Ministero delle infrastrutture e trasporti e Ministero dell'economia e delle finanze, che avrebbe le leve in mano per garantire un servizio dignitoso, dato che è suo compito controllare la qualità a seguito dei trasferimenti da parte dello Stato, controllare e monitorare la resa, l'efficienza e la fruizione del servizio di trasporto per gli studenti e i lavoratori pendolari e controllare quanto avviene sulla rete pubblica affidata in concessione a RFI, per garantire investimenti indispensabili ad aumentare la velocità dei collegamenti e per tutelare i treni pendolari e infine controllare la congruità degli aumenti dei prezzi degli abbonamenti ferroviari,

impegna il Governo:

1) ad attivarsi, nella qualità di azionista unico del gruppo Ferrovie dello Stato, per il ripristino immediato delle tariffe in vigore prima di febbraio 2017, sulle tratte di alta velocità gestite da Trenitalia;

2) ad operare scelte di politica fiscale che ristorino parzialmente i pendolari dei pregressi forti aumenti tariffari negli abbonamenti di servizio di trasporto pubblico locale e nazionale, ad esempio introducendo la detrazione per l'acquisto degli abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale e su ferro a livello nazionale;

3) nell'ambito del contratto di servizio con Trenitalia SpA, a prevedere che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti si riservi il controllo totale e la potestà autorizzativa sugli aumenti di tutte le tariffe, in particolare modo quelle relative agli abbonamenti;

4) a controllare in modo costante, puntuale e capillare tutto il settore del trasporto pubblico ferroviario, definendo e seguendo l'attuazione degli obiettivi di miglioramento del sistema dei trasporti legato ai contratti di servizio del gruppo FS, monitorando scrupolosamente lo stato dei servizi nelle diverse regioni bloccando il taglio dei collegamenti ferroviari interregionali e ripristinando collegamenti vitali cancellati; controllando il rispetto del contratto di servizio rispetto alla puntualità e agli impegni, coinvolgendo in quest'opera i pendolari nelle loro varie articolazioni e aggregazioni; controllando quanto avviene sulla rete pubblica affidata in concessione a RFI, per garantire investimenti indispensabili ad aumentare la velocità dei collegamenti e per tutelare i treni pendolari.

(1-00714)