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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 746 del 24/01/2017


Interrogazioni

ANGIONI, CUCCA, LAI - Al Ministro della salute - Premesso che:

esiste un accordo collettivo nazionale che disciplina le modalità d'accesso alla graduatoria annuale regionale per la medicina generale;

per l'inclusione nella graduatoria i medici devono presentare o inviare con plico raccomandato, entro il 31 gennaio all'Assessorato regionale per la sanità o ad altro soggetto individuato dalla Regione, alla quale intendano prestare la propria attività, una domanda unica;

l'amministrazione regionale, sulla base dei titoli e dei criteri di valutazione previsti, predispone la graduatoria regionale, approvata e pubblicata dall'Assessorato, sul Bollettino ufficiale della Regione entro il 31 dicembre, con valore dall'anno solare successivo a quello della pubblicazione;

considerato che:

annualmente ottengono il diploma di formazione specifica in medicina generale circa 1.000 medici, che dovranno attendere ancora un altro anno per l'inserimento nella graduatoria con tempi di attesa ingiustificati e che si aggiungono ad un percorso di studi particolarmente lungo;

nei prossimi anni è previsto il pensionamento di molte migliaia di medici della medicina generale, senza che si sia creato, in tutto il Paese, il relativo ricambio di medici provvisti dei titoli richiesti dall'attuale normativa,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo ritenga ipotizzabile, e con quali modalità, rivedere le procedure e i tempi per l'inserimento nella graduatoria regionale, al fine di consentire ai nuovi medici che acquisiscono il diploma di formazione in medicina generale di evitare l'attesa di almeno un altro anno per l'inserimento nella graduatoria stessa;

se ritenga ipotizzabile rendere meno rigida la suddetta graduatoria predisponendo, per i medici, un'altra finestra d'accesso durante l'anno solare.

(3-03415)

GIARRUSSO, DONNO, MORRA, BERTOROTTA, BUCCARELLA, PAGLINI, CAPPELLETTI, SANTANGELO, MORONESE, PUGLIA - Al Ministro dell'interno - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

nel Comune di Roccamena, in provincia di Palermo, già sciolto per infiltrazioni mafiose nel gennaio 2006, vi sarebbero inquietanti elementi che attesterebbero il tentativo da parte della criminalità organizzata di manipolare l'amministrazione locale;

Roccamena, nel 1968, fu colpito da un violento terremoto e il processo di ricostruzione, dopo circa mezzo secolo, sarebbe ancora ben lontano dal potersi definire compiuto, anche a causa dei continui ritardi nella gestione ed esecuzione degli appalti;

in particolare, il precedente sindaco Salvatore Giuseppe Gambino, al momento dello scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose nel 2006, sarebbe stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, nonché per detenzione illecita di arma da fuoco poi risultata rubata, assieme al boss di Roccamena, Bartolomeo Cascio (deceduto a luglio 2016), ritenuto uomo vicino al boss corleonese Totò Riina, già condannato per associazione mafiosa, insieme ad altri 2 imprenditori, accusati anche di turbativa d'asta;

ad oggi, la quasi totalità degli appalti collegati alla ricostruzione post terremoto sarebbe in mano ad aziende legate all'ex sindaco Gambino, lo stesso che avrebbe approvato i progetti di ricostruzione, 56 in una sola notte dell'aprile 2004, e tra i vari lavori eseguiti da una di queste aziende, vi sarebbero anche quelli relativi alla costruzione di un capannone per l'attuale sindaco di Roccamena, Tommaso Ciaccio;

inoltre, i medesimi gruppi che avrebbero sostenuto in passato l'ex sindaco Gambino avrebbero sostenuto la candidatura dell'attuale sindaco Ciaccio; infatti, sarebbe di pubblico dominio che membri della Giunta e del Consiglio comunale, anche di maggioranza, al momento dello scioglimento per infiltrazioni mafiose, sarebbero direttamente o indirettamente legati all'attuale amministrazione comunale;

secondo quanto riportato da "il Fatto Quotidiano", in data 19 dicembre 2015, l'attuale sindaco Tommaso Ciaccio si sarebbe reso protagonista di un increscioso evento ai danni di alcuni suoi concittadini; contrariamente a quanto disposto dalla normativa in materia, senza alcun riguardo per le regolari procedure amministrative, avrebbe tentato di intromettersi in alcune pratiche edilizie, relative ad alcuni residenti di Roccamena, che da anni denuncerebbero potenziali ed eventuali malefatte da parte dell'amministrazione comunale; il funzionario comunale si sarebbe opposto a tale richiesta e, nel rispetto della legge, avrebbe sporto regolare denuncia dell'accaduto;

infine, nei mesi scorsi si sarebbero verificati episodi di violenza e intimidazione ai danni di cittadini di Roccamena, regolarmente denunciati alle forze dell'ordine;

considerato che i fatti descritti sulla delicata situazione in cui si trova il Comune di Roccamena, a parere degli interroganti, richiederebbero maggiore attenzione da parte delle Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere e dell'autorità giudiziaria,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti;

se non intenda valutare i presupposti per attivare la procedura di cui all'articolo 143 e seguenti del testo unico sugli enti locali (decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267), al fine di verificare la sussistenza di fenomeni di infiltrazione mafiosa o elementi di condizionamento dell'amministrazione da parte di cosche mafiose;

quali azioni intenda intraprendere, al fine di prevenire infiltrazioni mafiose negli enti locali e territoriali.

(3-03416)

PEZZOPANE - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

con l'inizio del 2017 si sono registrati nuovi adeguamenti delle tariffe dei pedaggi autostradali;

secondo il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, l'aggiornamento annuale delle tariffe deriva dall'applicazione di quanto contrattualmente previsto dalle convenzioni uniche, stipulate dal 2007, in attuazione della legge di riforma del settore n. 296 del 2006 unitamente alle delibere Cipe del 2007 e del 2013 che hanno stabilito le formule tariffarie e i criteri di calcolo;

sulla base del quadro regolamentare vigente, ed a seguito delle verifiche istruttorie poste in essere, sono stati firmati, quindi, i decreti interministeriali di concerto tra il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e il Ministro dell'economia e delle finanze, che hanno determinato l'adeguamento delle tariffe;

gli aumenti riconosciuti riguardano: ATIVA SpA 0,88 per cento; Autostrade per l'Italia SpA 0,64 per cento; Autovie venete SpA 0,86 per cento; Brescia-Padova SpA 1,62 per cento; CAV SpA 0,45 per cento; Autocamionale della Cisa SpA 0,24 per cento; Milano Serravalle Milano Tangenziali SpA 1,50 per cento; Tangenziale di Napoli SpA SpA 1,76 per cento; RAV SpA 0,90 per cento; SAT SpA 0,90 per cento; SATAP SpA Tronco A4 4,60 per cento; SATAP SpA Tronco A21. 0,85 per cento; Torino-Savona SpA 2,46 per cento; Strada dei parchi SpA 1,62 per cento; Bre.be.mi. 7,88 per cento; TEEM 1,90 per cento e Pedemontana lombarda 0,90 per cento;

ai rincari dei pedaggi si aggiunge l'aumento dei prezzi dei carburanti: secondo le previsioni, nel 2017, la benzina costerà mediamente oltre il 6,5 per cento in più rispetto al 2016 e il gasolio il 10,5 per cento in più rispetto allo stesso anno;

secondo quanto riferisce il Codacons, ogni nucleo familiare dovrà affrontare per il 2017 una maggiore spesa di 64 euro in totale per i trasporti (aerei, treni, taxi, mezzi pubblici, traghetti, eccetera);

considerato che:

tale situazione sta creando forti disagi tra i viaggiatori, soprattutto tra i pendolari che quotidianamente si spostano dalle loro residenze verso i capoluoghi e le altre grandi città per motivi di lavoro e di studio;

negli ultimi anni, particolarmente gravosi sono stati gli aumenti dei pedaggi sulla A24 e sulla A25, tratti autostradali che si è obbligati a percorrere, vista l'assenza di un'adeguata rete ferroviaria alternativa;

Strada dei parchi SpA, concessionaria delle suddette arterie stradali, ha richiesto un aumento tariffario molto elevato senza adeguate giustificazioni;

valutato, inoltre, che:

nel nostro Paese il meccanismo di rivalutazione delle tariffe appare ancora sbilanciato a favore dei concessionari, essendo parametrato sui dati dell'inflazione, degli obiettivi di efficienza, del traffico previsto e della qualità del servizio, senza alcuna capacità di rivalsa dello Stato persino in caso di inadempienze dei concessionari;

si è più volte auspicato, a tale proposito, l'introduzione, anche in Italia, del cosiddetto price cap, ovvero di un meccanismo di regolazione dei prezzi dei servizi pubblici volto a vincolare il tasso di crescita di un aggregato di prezzi o tariffe. Il regolatore stabilisce il massimo saggio a cui un insieme di prezzi è autorizzato a crescere per un certo numero di anni e nel rispetto di questo vincolo aggregato l'impresa è libera di fissare i prezzi e le tariffe che desidera;

le convenzioni in essere con le società concessionarie autostradali prevedono che le stesse, oltre a corrispondere un canone proporzionale ai pedaggi riscossi, debbano corrispondere anche un canone annuo, in ragione di una certa percentuale sugli extra profitti generati dal concessionario per lo svolgimento delle attività commerciali sul sedime autostradale;

tra tali attività, definite collaterali, rientra l'esercizio di tutte quelle iniziative di rilevanza economica che si svolgono all'interno delle aree di servizio, quali ristorazione, vendita carburanti ed attività pubblicitarie;

tale canone, che non è fisso, solitamente viene versato all'Anas, ma talvolta concorre al contenimento delle tariffe praticate agli utenti;

non essendovi una regolamentazione definita, i relativi proventi possono essere di ben cospicuo importo e sarebbe auspicabile avere accesso alla relativa rendicontazione,

si chiede di sapere:

quali siano i criteri adottati per determinare gli aumenti delle tariffe di pedaggio autostradale, che si sono registrati a partire dal 2017;

in particolare, secondo quali criteri siano stati definiti gli aumenti delle tariffe dei pedaggi in Abruzzo;

quale sia l'elenco delle opere di ammodernamento realizzate dalle concessionarie sull'intera rete autostradale nazionale nel 2016 e nello specifico sull'Autostrada dei parchi;

se le società concessionarie risultino in regola con il versamento dei canoni previsti dalle convenzioni in proporzione ai pedaggi riscossi, nonché con quelli annui previsti, in ragione di una percentuale sugli extra profitti generati dal concessionario per lo svolgimento delle attività commerciali sul sedime autostradale;

se il Governo abbia previsto o intenda prevedere sconti o agevolazioni per i pendolari lavoratori e studenti che viaggiano in autostrada.

(3-03417)

BATTISTA - Al Ministro della difesa - Premesso che, a quanto risulta all'interrogante:

il 17 gennaio 2017 la presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, nel corso dell'incontro con il presidente e vicepresidente della Guardia costiera ausiliaria regionale, ha confermato, come priorità amministrativa, il recupero del pontone galleggiante "Ursus", nonché la valorizzazione degli spazi culturali del porto vecchio in Trieste;

ad integrazione del futuro polo museale potrebbe giungere l'ex nave ammiraglia della Marina militare italiana, l'incrociatore "Vittorio Veneto", che ha operato dal 1969 al 2003, anno in cui è stato collocato in status di ridotta tabella di disponibilità;

l'incrociatore, attualmente stazionato a Taranto, è in disarmo dal 29 giugno 2006, dopo che gli sono stati rimossi gli otturatori dai cannoni, poi tagliati e sigillati con tappi di bronzo, ed è stato cancellato dal quadro del naviglio militare dello Stato;

negli ultimi decenni, la Marina militare ha favorito la musealizzazione di alcune piccole unità dismesse con il sano e lungimirante spirito della conservazione dal significato storico e patriottico, che l'ha spinta a prevedere la possibilità di cedere questi beni a favore di musei, pubblici o privati che, a fronte di un lecito guadagno per loro ed un giusto ritorno per la forza armata, con regolare contratto, assicurino la gestione ed il mantenimento del bene con il reinvestimento di gran parte dei ricavi nella stessa impresa;

l'ipotesi di trasformare anche suddetta nave in museo galleggiante era stata già annunciata negli anni passati da parte di un'associazione che porta il suo nome e che era nata proprio con questo desiderio. La realizzazione sarebbe stata effettuata entro il 2010, prima delle previste celebrazioni del 150º anniversario dell'unità d'Italia svolte nel 2011, ma evidentemente non si sono potuti rispettare i termini dichiarati;

tenuto conto che:

il più delle volte, l'ostacolo fondamentale alla realizzazione del progetto di musealizzazione di navi così anziane è la presenza di materiali pericolosi a bordo, quali l'amianto, che, ove ci sia il rischio di contatto con gli addetti ai lavori di trasformazione prima o con i visitatori poi, vanno rimossi e opportunamente bonificati;

nel caso dell'incrociatore "Vittorio Veneto", il recupero della nave e la bonifica avranno costi stimati tra i 15 ai 20 milioni di euro, commisurati alle sue notevoli dimensioni e alla sua complessità: 7.500 tonnellate di dislocamento per 179,6 metri di lunghezza;

considerato che:

la pericolosità dei materiali presenti a bordo risiede anche nel fatto che possano liberarsi nell'aria, e quindi diventare potenzialmente inalabili, durante la lavorazione o per qualsiasi sollecitazione esterna come manipolazione, vibrazioni, trasporto o dismissione;

se mal dissipate e perciò assorbite dall'organismo umano, tali sostanze ne possono ledere la salute, rappresentando quindi un pericolo per tutta l'area portuale ove sono dismesse,

si chiede di sapere:

se sia disponibile un resoconto degli esiti, in termini economici e di immagine, delle musealizzazioni fin qui concesse dalla Marina militare, così da valutare l'effettiva utilità di promuovere l'impresa nave museo "Vittorio Veneto", a fronte dei costi e dei rischi connessi;

in considerazione soprattutto del processo di ridimensionamento della flotta della Marina militare, quante siano le unità navali dismesse e quali siano eventualmente quelle già destinate a futuri progetti museali o già in corso di trasformazione;

nello specifico dell'incrociatore "Vittorio Veneto", quali siano le modalità esecutive per il trasferimento da Taranto a Trieste della nave, in relazione anche alla presenza di materiali pericolosi a bordo;

se sia stato commissionato uno studio di fattibilità, prima di procedere ai lavori esecutivi di trasformazione e di adeguamento alle vigenti normative, con particolare riguardo per quelle in tema di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, quantificandone i costi e le conseguenti ricadute economiche.

(3-03418)

BELLOT, BISINELLA, MUNERATO - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

giungono alle interroganti numerose segnalazioni da parte di amministratori di piccoli Comuni, in difficoltà nella gestione delle poche risorse disponibili e costretti a confrontarsi con norme e vincoli finanziari sempre più stringenti;

è il caso, tra gli altri, del nuovo Comune di Alpago, risultante dalla fusione dei Comuni di Farra d'Alpago, Pieve d'Alpago e Puos d'Alpago nella provincia di Belluno;

come segnalato dal sindaco di Alpago, ai sensi dell'art. 1, comma 26, della legge n. 208 del 2015, "è sospesa l'efficacia delle leggi regionali e delle deliberazioni degli enti locali nella parte in cui prevedono aumenti dei tributi e delle addizionali attribuiti alle regioni e agli enti locali con legge dello Stato rispetto ai livelli di aliquote o tariffe applicabili per l'anno 2015";

ai sensi inoltre dell'art. 1, comma 132, della legge n. 56 del 2014 (cosiddetta legge Delrio), "i comuni risultanti da una fusione, ove istituiscano municipi, possono mantenere tributi e tariffe differenziati per ciascuno dei territori degli enti preesistenti alla fusione, non oltre l'ultimo esercizio finanziario del primo mandato amministrativo del nuovo comune";

i Consigli comunali dei tre ex Comuni, poco prima della fusione, ai sensi dell'art. 15, comma 2, del decreto legislativo n. 267 del 2000, hanno approvato, nel medesimo testo, lo statuto del nuovo Comune di Alpago il quale, all'art. 32, comma 1, prevede che: "allo scopo di valorizzare le specificità territoriali ed assicurare adeguate forme di partecipazione ai cittadini delle Comunità d'origine, sono istituiti i Municipi di Farra d'Alpago, Pieve d'Alpago e Puos d'Alpago, ai sensi dell'art. 16 del D.Lgs. n. 267/2000";

detto ciò, si fa presente come i 3 enti cessati avevano, nel 2015, aliquote dei tributi (IMU - TASI - addizionale IRPEF) differenti, che avrebbero dovuto necessariamente essere armonizzate, anche per garantire equità e parità di trattamento ai propri cittadini. Tuttavia, non essendo possibile, per le pesanti ricadute sul bilancio del nuovo ente, adottare per l'intero territorio del Comune l'aliquota più bassa tra quelle applicabili nei tre enti antecedenti alla fusione (si veda l'art. 1, comma 26, della legge n. 208 del 2015), sono state mantenute per l'anno 2016 aliquote differenziate per ciascuno dei territori municipali;

a fronte della proroga del blocco degli aumenti di aliquote tributarie per l'anno 2017, previsto dall'art. 1, comma 42, della legge n. 232 del 2016 (legge di bilancio per il 2017), l'amministrazione si trova nuovamente costretta, per evitare forti riduzioni dell'entrata tributaria e, di conseguenza, ripercussioni negative sul bilancio dell'ente, a valutare il mantenimento delle differenziazioni municipali, se non per tutti, almeno per alcuni tributi; soluzione che tuttavia non pare realizzare gli scopi della fusione stessa e soprattutto crea disparità di trattamento nei confronti di cittadini dello stesso comune;

in concreto, ad esempio, l'addizionale IRPEF comunale è oggi fortemente differenziata nei 3 ambiti: in due municipi è progressiva per scaglioni di reddito ed in un municipio è pari a zero;

l'amministrazione vorrebbe intervenire per ridurre lo squilibrio, ma l'unica operazione consentita dall'art. 1, comma 42, della citata legge di bilancio per il 2017, è quella di azzerare tutte le aliquote, soluzione insostenibile per il bilancio comunale, che perderebbe un'entrata di circa 320.000 euro;

inoltre, il mantenimento di aliquote differenziate per i 3 diversi municipi, ancorché consentita dal quadro normativo citato, sta comportando notevoli difficoltà applicative: in particolare, diversi sostituti di imposta hanno segnalato al Comune di Alpago l'impossibilità di differenziare l'aliquota della addizionale IRPEF, stante la presenza di un unico codice comunale, posto che i codici catastali dei tre Comuni precedenti la fusione sono stati soppressi al 31 dicembre 2016 e sostituiti definitivamente dall'unico codice del Comune di Alpago;

sarebbe opportuno, secondo l'amministrazione comunale di Alpago, valutare la possibilità di sospendere l'efficacia degli aumenti prevista dalla legge di bilancio per il 2017, come riferita alla pressione tributaria nel suo complesso. Secondo questa interpretazione, infatti, potrebbe essere consentito al Comune di armonizzare le aliquote, purché il gettito atteso non superi il totale della somma delle entrate accertate per tributi, nel 2015, nei tre comuni cessati di Farra d'Alpago, Pieve d'Alpago e Puos d'Alpago,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della problematica relativa al Comune di Alpago e di altri casi simili, e come intenda intervenire, per quanto di propria competenza, al fine di garantire, specie nel caso dei Comuni risultanti da fusione, equità e parità di trattamento nell'applicazione dei tributi comunali.

(3-03420)

VACCARI, CAPACCHIONE - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

dalla relazione sullo stato della giustizia, presentata dal Ministro in indirizzo al Parlamento nei giorni scorsi, emergono dati significativi che certificano i passi in avanti fatti per migliorare l'efficacia del nostro sistema giudiziario e renderlo più rispondente alla Carta costituzionale sul fronte dei diritti e delle garanzie, facendo apprezzare il nostro Paese per l'equilibrio raggiunto;

la popolazione carceraria al 31 dicembre 2015 è risultata pari a 54.653 detenuti, 10.000 in meno rispetto al 2013; 12 sono le carceri che ospitano 750 detenuti, secondo l'art. 41-bis dell'ordinamento penitenziario di cui alla legge n. 354 del 1975, in regime di "carcere duro";

la situazione delle carceri italiane, pur se migliorata negli ultimi anni, presenta ancora elementi di forte criticità relativamente al rispetto dei diritti umani dei detenuti;

nelle 12 città italiane sedi penitenziarie che ospitano detenuti in regime di "41-bis " è provato come fino al 2010 le maglie di questo particolare regime detentivo si fossero lentamente ma inesorabilmente allargate, con episodi clamorosi di boss che riuscivano a mantenere relazioni con i clan o addirittura a concepire figli;

nel corso del 2015 il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria (DAP) ha operato una revisione delle presenze dei detenuti sottoposti al regime del 41-bis per meglio applicare la legge, specializzando alcune strutture e qualificandole anche dal punto di vista strutturale;

considerato che:

la Direzione nazionale antimafia ha sempre attribuito massima importanza al regime di carcere duro, perché strategico nell'attività di disarticolazione delle organizzazioni mafiose e in quanto consente di privarle dell'apporto che i loro capi, finalmente assicurati alla giustizia e raggiunti da condanne per reati gravissimi, potrebbero continuare a fornire anche in regime di detenzione ordinaria;

la scelta operata dal DAP è da ritenersi qualificante e risolutiva circa la detenzione dei soggetti più pericolosi in regime di 41-bis, ridefinendo per l'insieme delle presenze nelle 12 sedi penitenziarie oneri e numeri significativi rispetto alle capienze delle sezioni specifiche, come accaduto per la struttura penitenziaria di Parma;

rilevato che:

si è appreso che l'amministrazione penitenziaria starebbe studiando l'ipotesi di realizzare una sezione detentiva da destinare a detenuti in regime di 41-bis presso il carcere di Modena;

la fattispecie ipotizzata mal si adatterebbe ad una struttura che ha mostrato nel corso degli anni limiti strutturali già relativamente alla detenzione ordinaria, pur se compensati dagli sforzi e dall'impegno delle personale chiamato alla direzione e alla custodia, in un rapporto proficuo con il volontariato cittadino;

la scelta paventata parrebbe in contraddizione con quella fatta dalla stessa amministrazione penitenziaria circa la qualificazione di una struttura come quella di Sassari per la detenzione di condannati in regime di 41-bis per meglio gestirne la custodia, limitare i contatti con l'esterno, e garantire spazi più funzionali allo scopo;

l'ipotesi prospettata aggiungerebbe inoltre ulteriori problemi nella gestione della sicurezza del territorio, essendo dimostrata anche per le altre 12 città la presenza di sodali dei detenuti in regime di 41-bis e manifestandosi azioni collegate da parte delle organizzazioni criminali di appartenenza;

rilevato infine che l'Emilia-Romagna è una regione dove le organizzazioni criminali, 'ndrangheta e camorra in particolare, si sono insediate in diversi settori dell'economia come confermato da diverse inchieste tra cui "Aemilia", pertanto sarebbe da scongiurare il rischio che i sodali o i familiari dei detenuti sottoposti al regime del 41-bis si stabilizzino nel territorio aggiungendo ulteriori presenze potenzialmente pericolose ad un radicamento già esistente,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo confermi la notizia circa l'intenzione del DAP di realizzare una sezione per detenuti al 41-bis nel carcere di Modena;

se ritenga la stessa ipotesi coerente con le scelte operate finora dallo stesso Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria sulla detenzione in regime di 41-bis e con gli obiettivi di qualificazione più complessiva del sistema penitenziario del nostro Paese.

(3-03421)

VACCIANO, MUSSINI, MOLINARI, BATTISTA, SIMEONI, CAMPANELLA, MASTRANGELI, BENCINI, BOCCHINO, Maurizio ROMANI, BIGNAMI, GIACOBBE, GOTOR, BUCCARELLA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che la vicenda dei 419 plichi custoditi nel caveau della Banca d'Italia ancora non suscita il dovuto interessamento del Ministero dell'economia e delle finanze, proprietario e responsabile di quello che, a tutti gli effetti, è un patrimonio pubblico di indubbio valore storico e culturale. Recentemente gli interroganti sono entrati in possesso di dati meno approssimativi relativi al contenuto dei 63 depositi visionati fino al 2006, dati sicuramente noti al Ministero evidentemente taciuti in sede di risposta al precedente atto ispettivo (3-02870). Avendo il Ministero perso l'occasione di comunicare ufficialmente quanto realmente custodito (almeno per la parte dei reperti ispezionati) nella sede della Banca d'Italia di via dei Mille di Roma, ciò è testimonianza a giudizio degli interroganti dell'ignavo incedere delle istituzioni competenti in questa vicenda;

considerato che:

oltre al gruppo di lavoro che tra il 2005 e il 2006 procedette alla ricognizione di 63 plichi, si apprende dalla risposta fornita presso la 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato il 13 settembre 2016 che, nel 1978, fu istituita anche un'altra commissione interministeriale, il quale lavoro fu ripreso dal gruppo del 2005. Nel testo della risposta viene ricordato che nel 1999 ci fu il passaggio di consegne di questi beni dalla Direzione generale del tesoro alla Tesoreria centrale della Banca d'Italia. In apparenza niente di clamoroso, se non si considera che questi passaggi compiuti nelle segrete stanze permisero la compilazione di documenti che avrebbero dovuto esser resi di dominio pubblico, poiché quei beni in cauta custodia attendono di entrare a far ufficialmente parte del patrimonio dello Stato. Quindi è opinione degli interroganti che il riserbo del Ministero sul contenuto noto fin nel dettaglio dei plichi sottoposti a ricognizione, che gli interroganti ora conoscono con meno approssimazione, sia stato e sia tuttora funzionale al minore interessamento dell'opinione pubblica poiché lasciata volutamente all'oscuro;

ai fini di un maggiore coinvolgimento del pubblico, è opinione degli interroganti che sia doveroso mettere al corrente la cittadinanza del contenuto dei plichi già ispezionati dalle autorità durante le ricognizioni del 1978 e del 2005-2006: 1) dossier "Mussolini": 24 decorazioni, o parti di esse, tra cui: collare (piccolo) dell'ordine della SS. Annunziata; ordine persiano di Agdas di I classe; medaglia pontificia in oro, probabilmente celebrativa dei patti Lateranensi; placca d'oro e brillanti dell'ordine dell'Aquila tedesca (prodotta in un singolo esemplare per il duce); ordine di Simon Bolivar; placca in oro e brillanti dell'ordine della Fedeltà albanese; ordine del collare di Albania con brillanti; 2) decorazioni dell'ordine di Nepal Tara del Regno del Nepal; ordine di Carlos Manuel de Cespedes della repubblica Cubana; 2 decorazioni dell'ordine al merito della Repubblica austriaca; ordine della Croce di Vytis della Repubblica di Lituania. Queste informazioni dettagliate sono state pubblicate on line su un forum di pubblico dominio. Inoltre, nei depositi associati al dossier Mussolini si annovera anche qualche gioiello da donna, i vestiti indossati dal duce e da Claretta Petacci e le banconote in loro possesso al momento della fuga dall'Italia; vaglia cambiario e distinta valori custoditi in una cassetta di sicurezza sequestrati presso la villa Mantero di Como; 3) dossier "Gerarchi fascisti": argenteria, per lo più pezzi singoli (teiere, lingotti, vassoi, candelabri, suppellettili da tavola), sacchetto contenente pietre ancora non valutate, crogiolo per la fusione di metalli, monete d'argento, 4 dozzine di orologi da polso e uno da tasca in oro, macchina da scrivere Olivetti studio 42; 4) dossier "Casa Savoia" e casati correlati: monete d'argento, astucci e bicchieri da viaggio e servizi di posate con varie iniziali e stemmi, collier Cartier Parigi con 25 pendenti in oro, circa 400 posate d'argento di diversa forma e utilizzo marchiati con diversi stemmi tra cui quello reale; 46 tra piatti e vassoi in argento su cui sono incisi diversi stemmi tra cui quello reale; 5) dossier "Corpi di reato": documenti, francobolli, banconote, monete storiche d'oro e non, qualche lingotto d'oro e titoli; 6) dossier "Oro alla patria": fedi nuziali, monete d'oro storiche di diversa provenienza, spille, monili ed altri oggetti in oro; 7) dossier "Oggetti d'oro e gioielli": 4 orologi in metalli preziosi, 12 anelli da donna in platino con pietre preziose, più di 40 oggetti in oro, 20 brillanti di natura al momento ignota; 8) dossier "Comunità di Salonicco": posate, vari oggetti d'oro, banconote, penna stilografica ed un orologio; 9) inoltre, sono stati ritrovati anche i titoli azionari della costruenda Baghdadbahn (ferrovia Berlino-Costantinopoli-Baghdad) e la documentazione relativa al "prestito Morgan";

considerato inoltre che:

da informazioni in possesso degli interroganti, i beni custoditi nei plichi sepolti nel caveau della Banca d'Italia associati alla Casa Savoia non sarebbero tutti quelli che effettivamente furono requisiti dalle truppe anglo-americane e consegnati, al tempo, al Governo italiano: infatti, durante la ricognizione del 1978, gli oggetti più significativi vennero distribuiti a vari musei;

il sempreverde interesse del circuito museale rispetto a oggetti di simile valore storico-culturale è la testimonianza tangibile della fattibilità di un piano unitario di progressiva musealizzazione di questi reperti di grande valore storico e punto di partenza per interessanti ricostruzioni storiche. Verosimilmente, l'alienazione dei beni che risultassero meno attraenti ai fini espositivi potrebbe sostenere economicamente sia l'attuazione di un progetto unico di esposizione che il prosieguo della ricognizione di tutti gli altri plichi ancora mai visionati, senza che si debba ricorrere a ulteriori aggravi economici per la finanza pubblica;

considerato altresì che:

in data 20 settembre 2016 è stata depositata un'interrogazione (3-03138) indirizzata al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, chiedendo delucidazioni circa le procedure di verifica dell'interesse storico e culturale degli oggetti contenuti nelle bisacce ispezionate, come annunciato dal vice ministro dell'economia in sede di risposta al precedente atto di sindacato ispettivo. Infatti, risultava che tale richiesta avrebbe potuto essere inoltrata anche per via telematica, quindi senza impedimenti di sorta. Ad oggi, dopo svariati solleciti, non è stata ricevuta alcuna risposta formale né informale da parte del Ministero dei beni culturali in merito allo stato di avanzamento della verifica dell'interesse storico e culturale dei reperti noti;

è opinione degli interroganti che, in base alla documentazione in loro possesso (fotografica e testuale), nonché dalla presentazione della Banca d'Italia, sia possibile desumere che il materiale contenuto nei plichi abbia un valore se non storico quantomeno economico. Quindi, la conclusione da parte del Ministero dei beni culturali della verifica dell'interesse storico e culturale risulta senza dubbio indispensabile, ma la sua assenza non può costituire un impedimento reale alla ricognizione integrale delle 2.087 bisacce stipate in via dei Mille. Laddove non si dovesse convenire con le considerazioni degli interroganti appena espresse, ovvero non si dovesse attribuire alcun valore al materiale custodito nel caveau della Banca d'Italia, risulterebbe assolutamente irragionevole proseguire nella già ultradecennale attività di custodia,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo intenda rendere noto l'elenco dettagliato del contenuto dei plichi sottoposti a ricognizione di modo da renderlo ufficiale e, soprattutto, pubblico;

quali siano le tempistiche per la valorizzazione dei primi depositi ispezionati, considerata la richiesta di verifica dell'interesse storico e culturale già in essere, di competenza del Ministero dei beni culturali e se, nel caso, il Ministro dell'economia intenda sollecitare tale procedura;

se sia a conoscenza del sollecito al Ministero da parte della Banca d'Italia per la ripresa dell'attività di ricognizione;

se nell'ambito delle proprie competenze in relazione ai beni da includere nel patrimonio dello Stato, intenda predisporre un modello di sistema autonomo e indipendente dall'avvicendarsi dei governi per la sistematica valutazione e reindirizzamento di ogni bene facente parte della partita di plichi in oggetto.

(3-03422)

BLUNDO, CASTALDI, MONTEVECCHI, SERRA, PUGLIA, GIARRUSSO, PAGLINI, SANTANGELO - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che :

il decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2009 n. 77 e recante "Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile", prevedeva all'articolo 2, comma 12-bis che "i comuni di cui all'articolo 1, comma 2, predispongono, d'intesa con il Presidente della Regione Abruzzo - Commissario delegato per la ricostruzione ai sensi dell'articolo 4, comma 2 del medesimo decreto - sentito il Presidente della Provincia e d'intesa con quest'ultimo nelle materie di sua competenza - la ripianificazione del territorio comunale, definendo le linee di indirizzo strategico per assicurarne la ripresa socio-economica, la riqualificazione dell'abitato e garantendo un'armonica ricostruzione del tessuto urbano abitativo e produttivo, tenendo anche conto degli insediamenti abitativi realizzati ai sensi del comma 1";

nell'articolo 5 del decreto 9 marzo 2010, n. 3 della Regione Abruzzo, riguardante le Linee guida per la ricostruzione, si fissavano, altresì, gli obiettivi e i contenuti dei Piani di ricostruzione che dovevano essere predisposti dai comuni, secondo quanto disposto nel decreto-legge n. 39 del 2009. Tra questi: promuovere la ripresa socio-economica del territorio al quale il piano si riferiva, supportare la riqualificazione dell'abitato, in funzione anche della densità e complementarietà dei servizi e dei servizi pubblici su scala urbana, nonché della qualità ambientale, facilitare il rientro delle popolazioni nelle abitazioni recuperate a seguito dei danni prodotti dal sisma del 6 aprile 2009;

tali obiettivi venivano ribaditi anche nel decreto-legge del 22 giugno 2012, n. 83, recante "Misure urgenti per la crescita del paese" (meglio noto come decreto sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134. Addirittura, nel comma 6 dell'articolo 67-quater del medesimo si sancisce che a decorrere dall'anno 2012, una quota pari al 5 per cento delle risorse previste al comma 1 dell'articolo 14 del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39 sono destinate "agli interventi preordinati al sostegno delle attività produttive e della ricerca";

successivamente, il decreto-legge del 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 125, prevedeva, al comma 12 dell'articolo 11, che a valere sull'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 7-bis del decreto-legge del 26 aprile 2013, n. 43, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2013, n. 7, una quota fissa, fino a un valore massimo del 4 per cento degli stanziamenti annuali di bilancio, era destinata alla definizione di programmi di sviluppo finalizzati alla valorizzazione delle risorse territoriali, produttive e professionali endogene. Tali programmi avrebbero dovuto concentrarsi su alcuni importanti assi d'intervento come: adeguamento, riqualificazione e sviluppo delle aree di localizzazione produttiva; promozione di servizi turistici e culturali; ricerca, innovazione tecnologica e alta formazione; sostegno alle micro e piccole attività imprenditoriali, anche attraverso facilitazioni relative soprattutto all'accesso al credito;

considerato che:

pochissimi comuni hanno presentato nel corso degli anni i programmi di ripianificazione comunale e ripresa socio-economica previsti dalla legge n. 77 del 2009. Inoltre, nei casi in cui siano stati presentati, risultano bloccati nella loro attuazione da cavilli burocratici. Questa situazione, nell'ottobre 2016, è stata denunciata anche sulla stampa locale ("Il Centro", del 1° ottobre 2016) dall'ex sindaco di Tornimparte, Umberto Giammaria, uno dei pochi a presentare il programma di sviluppo socio-economico, quando era primo cittadino del comune dell'entroterra aquilano. Uno dei progetti inseriti nel suo programma riguarda il settore agroalimentare e si basa sullo studio delle proprietà terapeutiche e preventive dei prodotti della provincia aquilana. Nello specifico l'iniziativa, potenzialmente in grado di generare apprezzabili ricadute economiche e occupazionali sul territorio, è rimasta in stand by come molte altre. Ciò è accaduto perché, nel complesso, il ruolo dei comuni, seppur previsto dalle disposizioni normative richiamate in premessa, è stato cancellato, insieme alle numerose ipotesi progettuali discusse ed elaborate nei diversi incontri con Invitalia. Il tutto è stato surrogato dall'operazione "Restart", che da circa un anno è stata elaborata, a parere degli interroganti, in modo opaco, poco rispettoso della legge e contro gli interessi delle popolazioni e dei comuni lasciati, tutti o quasi, senza piani di ricostruzione sociale;

considerato inoltre che col passare degli anni si è avuto un graduale impoverimento del capoluogo aquilano e dei comuni del cratere, con tantissimi giovani e molte famiglie che hanno deciso di trasferirsi in altre città, ormai scoraggiati dalla perdurante assenza di prospettive per il loro futuro. Inoltre, al cospicuo ammontare di risorse, previste nei numerosi decreti legge richiamati e destinate alla ricostruzione socio-economica dei comuni colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009, non è corrisposta, a parere degli interroganti, una considerevole ripresa economica della città de L'Aquila e dei comuni del cratere. Il tessuto produttivo si è completamente sfaldato, con piccole e piccolissime realtà imprenditoriali e artigiane che sono state costrette a chiudere, non avendo ricevuto alcun supporto dalle Istituzioni nazionali e locali;

considerato infine che oltre agli effetti quasi nulli prodotti dai decreti citati sulla ripresa socio-economica dei comuni del cratere, sono anche necessari, a detta degli interroganti, alcuni chiarimenti in merito all'impiego dei fondi rientranti nel piano di ricostruzione "Restart". In un articolo di stampa apparso su "news-town" il 21 ottobre 2015, oltre ad essere quantificato in 260 milioni di euro l'ammontare delle risorse provenienti dal "famoso" 4 per cento, fissato nel decreto-legge 19 giugno 2015 n. 78, da destinare alle attività produttive, veniva data notizia della costituzione presso la Regione Abruzzo di una cabina di regia, in grado di interloquire col Governo e mettere a disposizione una struttura di supporto e consulenza per chiunque volesse richiedere dei fondi per la realizzazione di progetti. In particolare, nel documento "Restart. Per una strategia di sviluppo del territorio del cratere" venivano tracciate le coordinate e gli asset strategici, sui quali si stabiliva di voler intervenire per rivitalizzare il tessuto sociale e produttivo colpito dal sisma del 2009. Sempre nello stesso articolo venivano riportate le dichiarazioni del vice presidente della Regione Abruzzo, secondo le quali l'obiettivo dell'operazione "Restart" "è predisporre bandi in grado di tener conto delle specificità e delle peculiarità del territorio, per non ripetere gli errori fatti in passato, ad esempio con i fondi del 5 per cento e i 100 milioni della delibera Cipe n. 135 del 2012, che hanno finanziato interventi spot, come i contratti di sviluppo, i progetti di ricerca e i bandi "Start&Smart", che non hanno prodotto, in termini di ricadute occupazionali, i risultati sperati",

si chiede di sapere:

quanti e quali siano i comuni del cratere che, ai sensi dell'articolo 2, comma 12-bis del decreto-legge n. 39 del 2009, hanno presentato i programmi di ripianificazione comunale finalizzati alla ripresa socio-economica, riqualificazione dell'abitato e, infine, ricostruzione del tessuto urbano abitativo e produttivo;

quali siano le attività produttive e di ricerca finanziate col 5 per cento delle risorse previste nel comma 1, dell'articolo 14 del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39;

quali siano i programmi di sviluppo e di valorizzazione delle risorse produttive e professionali strettamente legate al territorio, che hanno effettivamente beneficiato, per un valore massimo del 4 per cento, dei fondi previsti dalla legge 24 giugno 2013, n. 7;

se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno acquisire approfondite informazioni sullo stato di attuazione del programma "Restart" e su quali siano, nel dettaglio, i progetti finanziati fino a questo momento e le relative ricadute economico-occupazionali prodotte da questi ultimi sul territorio colpito dal sisma del 6 aprile 2009.

(3-03423)

Maurizio ROMANI, BENCINI, VACCIANO, DE PIETRO, SIMEONI, BELLOT - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - Premesso che:

con l'atto di sindacato ispettivo 3-02996 del 6 luglio 2016 è stato chiesto al Ministro in indirizzo di indicare, con urgenza, modi e tempi certi per il ripristino delle attività della biblioteca universitaria di Pisa nella sua originaria collocazione all'interno di palazzo della Sapienza, con urgenza, modi e tempi certi per il ripristino delle attività della biblioteca universitaria di Pisa nella sua originaria collocazione all'interno di palazzo della Sapienza;

nella seduta del 2 agosto 2016, nell'ambito delle procedure informative della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica e beni culturali), il sottosegretario Cesaro ha illustrato le azioni messe in atto dall'amministrazione per assicurare il servizio al pubblico, tra le quali anzitutto la costituzione di un gruppo di lavoro composto da tecnici delle istituzioni statali interessate per verificare i problemi strutturali del Palazzo, precisando che nel 2014 è stata istituita una commissione, la quale ha elaborato uno studio sulle problematiche connesse alla riapertura della biblioteca e della succursale nell'ex convento di san Matteo;

ha inoltre riferito che i tecnici dell'amministrazione hanno già più volte avuto modo di confrontarsi con i tecnici dell'università, per risolvere tutti gli aspetti progettuali che possano confliggere con il progetto generale di messa in sicurezza del palazzo della Sapienza, comunicando come la direzione generale biblioteche abbia valutato la possibilità di trasferire, per la durata dei lavori, l'intero patrimonio librario conservato presso il palazzo della Sapienza in locali idonei a consentirne, tanto la conservazione in sicurezza, quanto la pubblica fruizione;

il sottosegretario Cesaro ha infine ribadito l'impegno del Ministero ad operare, in stretto coordinamento con l'università e le istituzioni locali, per conseguire, insieme alla tutela del prezioso patrimonio librario della biblioteca e alla continuità della sua fruizione, l'obiettivo del pieno ripristino del palazzo della Sapienza e la riapertura della biblioteca nella sua sede storica, prevedendo la fine dei lavori per lo scorso autunno;

nel novembre 2016 sono state disposte dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con nota 19079/2016 della direzione generale per le biblioteche e gli istituti culturali, le misure di trasferimento e conservazione dei volumi nei depositi dell'Archivio di Stato di Lucca, al fine di garantire una più veloce prosecuzione dei lavori di ristrutturazione e adeguamento funzionale della Sapienza e per assicurare la più adeguata conservazione del patrimonio librario e documentale della biblioteca, garantendo comunque la continuità del servizio al pubblico presso il museo di San Matteo, dove saranno disponibili tutte le pubblicazioni e opere di più frequente consultazione;

risulta agli interroganti che il trasferimento del patrimonio bibliotecario sia tuttora in corso mentre pare non essere ancora stato chiarito come avverrà la distribuzione dei volumi al pubblico, come verrà disposta la collocazione del personale;

anche l'archeologo e storico dell'arte Salvatore Settis, in una recente intervista, si è detto preoccupato della chiusura della biblioteca di Pisa e della conseguente deportazione dei volumi che saranno quindi inutilizzabili per un numero imprecisato di anni,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo intenda chiarire se vi siano state variazioni al progetto originario di restauro, riqualificazione e messa in sicurezza del Palazzo della Sapienza, sede naturale della biblioteca universitaria di Pisa, e quali siano ad oggi i tempi previsti per la conclusione dei lavori;

se non intenda comunicare con chiarezza al personale della Biblioteca come si intenderà garantire il servizio al pubblico e secondo quali modalità.

(3-03424)

BOCCHINO, CAMPANELLA, BIGNAMI, SIMEONI, MINEO, BENCINI, VACCIANO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che a quanto risulta agli interroganti:

il 22 gennaio 2017 il giornale on line " il Fatto Quotidiano" riporta la notizia della sospensione dal servizio e dalla paga per un giorno della dottoressa Fedora Quattrocchi, dirigente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), sanzione irrogata dall'Ufficio provvedimenti disciplinari dello stesso istituto, rea di avere espresso sui suoi social dubbi e perplessità sulla macchina organizzativa che la Protezione civile aveva messo in moto all'indomani del terremoto di agosto, invitando il Commissario straordinario del governo per la ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto, dottor Vasco Errani, a dimettersi in caso questi dubbi fossero risultati fondati;

in particolare la dottoressa Quattrocchi aveva espresso delle perplessità sulla lentezza degli interventi nella zona di Norcia chiedendosi le motivazioni della mancata puntellatura degli edifici e della Chiesa dopo il primo terremoto, ipotizzando che questo avrebbe potuto evitare i crolli del terremoto di ottobre;

tenuto conto che:

dopo le esternazioni sui social della dottoressa Quattrocchi, il dottor Curcio, capo della Protezione civile, chiede ufficialmente all'INGV "se quanto pubblicato corrisponda o meno alla posizione di codesto Istituto, dato che la prima informazione riportata sulla pagina della dottoressa Quattrocchi è "Dirigente ricerca tecnologo presso Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia", fatto che conferisce credibilità e seguito tra gli utenti di questo social, a quanto frequentemente postato dalla stessa";

il presidente dell'Ingv dottor Doglioni risponde che quanto espresso dalla Quattrocchi erano sue posizioni personali e si attiva per formalizzare la sanzione disciplinare comminata poi dall'Ufficio del personale;

gli interroganti esprimono perplessità in merito all'intervento del presidente Dogliani che sembrerebbe essere stato istigato ad intervenire per punire la dottoressa Quattrocchi sollecitato, seppur non direttamente, dal capo della Protezione civile dottor Curcio, andando così ad inficiare l'autonomia statutaria che ogni EPR possiede e che, se fosse confermata questa interpretazione dei fatti, porterebbe ad un grave precedente di interferenza del Governo su un ente autonomo. Tale interpretazione parrebbe verosimile anche alla luce della tempistica in cui sono avvenuti i fatti ed in particolare considerando che il provvedimento disciplinare è stato comminato subito dopo la ricezione della lettera che il Capo della protezione civile ha inviato al Presidente Dogliani;

considerato che:

internet ed i social network sono diventati realtà ormai imprescindibili a cui nessuno riesce più a rinunciare e sempre più frequentemente si assiste all'espressione di pensieri ed opinioni sulle "bacheche virtuali" di reti quali "Facebook", "Twitter", "Linkedin" e simili;

è fortemente sentita nell'ultimo decennio la questione di quali riflessi possa avere la manifestazione, da parte dei dipendenti, del proprio pensiero rispetto all'azienda datrice di lavoro ed all'ambiente di lavoro in senso ampio, colleghi inclusi;

è ormai pacifico in giurisprudenza che il prestatore di lavoro possa contestare e criticare, anche pubblicamente, il datore di lavoro, nonché l'ambiente e le condizioni lavorative, ma ciò deve avvenire pur sempre entro i limiti del rispetto della verità oggettiva dei fatti e della correttezza espressiva e quindi con toni civili ed adeguati;

il caso di specie, però, mal si attaglia alla situazione, in quanto la dottoressa dottoressa Quattrocchi è dipendente dell'INGV e non della Protezione civile, criticata sui social social e quindi il soggetto a cui rivolge le proprie perplessità risulta essere terzo rispetto al rapporto lavorativo non giustificandosi così, in alcun modo, la sanzione disciplinare comminata;

tenuto conto, altresì, che è costituzionalmente sancito all'art. 21, primo comma della Costituzione che: " Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo, nell'ambito dei poteri di vigilanza ad esso afferenti, non intenda intervenire tempestivamente al fine di chiarire i fatti e le eventuali responsabilità che hanno portato alla sanzione disciplinare della ricercatrice, restituendo dignità al principio costituzionalmente sancito della libertà di espressione;

se non voglia intervenire per ristabilire gli spazi di autonomia degli EPR, attivando un'indagine conoscitiva volta ad appurare la presenza di inappropriate ingerenze del Governo o di strutture ad esso collegate nei confronti dell'INGV, che avrebbero causato l'emissione della sanzione disciplinare e, qualora accertate, assumere i più opportuni provvedimenti nei confronti dei responsabili.

(3-03425)