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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 135 del 06/11/2013


ZAVOLI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, nella mia veste di Presidente della Commissione che sovrintende all'attività della Biblioteca e dell'Archivio storico del Senato so di prendere la parola ai margini dei grandi numeri: non è infatti ragionevole che, in presenza di una crisi così aspra, esigente e durevole, la falce della spesa pubblica possa avere un atteggiamento riguardoso per la voce di bilancio (così tecnicamente ci si richiama) relativa anche alla nostra solennissima Biblioteca, cui un'integerrima e imperturbabile equità amministrativa assegna di fatto un valore corrispondente ai suoi numeri, minimi evidentemente, seppure per altri versi niente affatto minimi e men che meno accessori.

Già in altre due legislature, assistito da un gruppo di lavoro di riconosciuta eccellenza, mi ero occupato di questo problema, cavandone (devo ammetterlo) risultati pressoché irrilevanti. Mi riferisco a tutti quei Servizi e a quegli Uffici che sono preposti alla raccolta, alla conservazione e alla trasmissione della memoria, non soltanto dell'istituzione parlamentare ma, per tanti aspetti, dell'intera collettività nazionale, quando addirittura non europea. A tali funzioni assolvono fondamentalmente l'Archivio storico e la Biblioteca. Basti qui ricordare la raccolta degli Statuti di tutte le città italiane conservata presso la Biblioteca, una collezione unica che costituisce un punto di riferimento essenziale per gli studiosi di storia del diritto, recentemente arricchita da due preziose donazioni, il Fondo Filippo Vassali e il Fondo Ennio Cortese, fondamentali raccolte di testi giuridici che spaziano dal XV al XVIII secolo.

L'Archivio storico e la Biblioteca non sono solo luoghi di conservazione della memoria ma anche sedi dinamiche di promozione e diffusione della cultura, oltre che di prestigiose pubblicazioni: per tutte cito i Diari di Amintore Fanfani, pubblicati dall'Archivio storico con un apparato critico di ottimo livello scientifico.

Va ricordato che ricorre quest'anno il decimo anniversario dell'apertura della Biblioteca al pubblico. Essa non si dedica soltanto alla gestione di un'utenza di studiosi; la sua attività sta già concretizzandosi, tra l'altro, in corsi di formazione alla ricerca bibliografica e documentaria tenuti da dipendenti della Biblioteca e molto apprezzati dai numerosi frequentatori per l'elevata qualità culturale dell'insegnamento; per non parlare, infine, dell'ampia attività di seminari, convegni e presentazioni di libri che hanno coinvolto numerosi studiosi italiani e stranieri.

L'intervenuto pensionamento del direttore del Servizio della Biblioteca dottor Bulgarelli ha privato l'amministrazione di un dirigente esperto e di alta qualità culturale al quale si devono molte delle realizzazioni fin qui sia pure sommariamente illustrate.

Nel corso degli anni la spesa complessiva per il Servizio della Biblioteca è andata diminuendo in progressione geometrica, mentre la riduzione dei budget della Biblioteca della Camera è stata in qualche modo più graduale e, comunque, contenuta. Attualmente la nostra Biblioteca non dispone neanche dei fondi per assicurare regolarmente l'incremento del patrimonio bibliografico, malgrado le sinergie già avviate con la Camera dei deputati, che hanno comportato una notevole riduzione dei costi.

A proposito del Polo bibliotecario parlamentare, va segnalato che le risorse assegnate anche per il prossimo anno alla Biblioteca del Senato sono inferiori a quelle previste nei protocolli che hanno promosso l'integrazione fra i due Servizi, un'integrazione ancora parziale ma che costituisce - è appena il caso di ricordarlo - un'esperienza unica nella realtà delle amministrazioni parlamentari.

Avviarsi in condizioni economiche diverse ad un cammino del genere significherebbe ridare una prospettiva a questo importante progetto, restituendo alla cultura e alla ricerca il ruolo che spetta in questa benemerita attività del Senato.

A ben vedere, si trattava e si tratta di tenere in vita, tutelandone la qualità e lo scopo, cioè il senso della prassi, un patrimonio circondato da una stima non solo nazionale, al cui incremento andrebbero dedicate attenzioni particolari. Ma siamo consapevoli di essere figli del numero ontologicamente privo di aggettivi, specialmente se qualificativi, cioè in qualche modo virtuosi, e nondimeno ci sentiamo legati a una questione di fondo primaria, che ci legittima a dire tutti insieme che proprio oggi possiamo cogliere l'occasione per ricordare l'esortazione di Croce «tu sei quel che sai e puoi», a cominciare dal comune diritto alla conoscenza («prima luce della ragione» la chiamava Goethe). Un diritto che la biblioteca garantisce a ciascuno, nella quale ciascuno ricerca non solo se stesso, ma incontra anche l'altro (il diverso da te), senza il quale la tua conoscenza è monca, deprivata, inconclusa. È la questione dell'identità: siamo ciò che sappiamo e possiamo, a partire da quando non siamo più stati soli a decidere della nostra volontà e del nostro destino.

Saranno la politica, quindi le istituzioni e i relativi mandati a condizionare la nostra storia personale collettiva. Non lo dico per spremere dalla circostanza un po' di filosofia d'accatto, di giornata, ma per ricordare, cominciando da me stesso, che qui oggi, accanto a problemi complessi, c'è anche quello negletto, e quindi inerte, di una struttura civile per antonomasia che ci fa uguali nel dover percepire e difendere il significato reale di una biblioteca la cui funzione corrisponde ad un aspetto tra i più alti della politica, quando essa significa - per dirla con don Milani - uscirne insieme.

Così è del libro, specie se - come nel caso nostro - è il testimone di storie che coinvolge e in qualche modo nutre la cultura nazionale attraverso le fonti della nostra storia comune. «Io sono anche quello che c'è nei tuoi libri»: mi perdoni, Presidente, se mi prendo questa libertà. Non si esce del tutto indenni da una cultura che interpreti ed eserciti civilmente, culturalmente, antropologicamente la nostra diversità.

È il motivo in forza del quale chiedo a ciascuno di voi, colleghe e colleghi, un consenso che giovi ad uno strumento affidato alla pari a tutto l'emiciclo dalla democrazia del sapere, del diffonderlo, del confrontarlo per trarne un bene che si chiami «mettere in comune», per essere cioè, con l'aria che tira, una comunità. (Applausi dai Gruppi PD, PdL, M5S, SCpI, Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE) e Misto-SEL).