SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, signor Ministro, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, inizio affermando che sono stanca di dovere abdicare al ruolo che i cittadini mi hanno assegnato e accetto questo dibattito mozzato su una legge importante e vasta solo per compiere un atto di responsabilità per il mio Paese, nella consapevolezza che non so quante fiducie ancora potrò votare a queste condizioni.
Il decreto-legge in esame sulla crescita mi impone questo ulteriore atto di responsabilità, perché si inserisce in un contesto socio-economico a dir poco problematico.
Di fronte ad un mercato finanziario non sufficientemente tranquillizzato dalle rassicurazioni della Banca europea, che sconta i veti di singoli Stati, la situazione politica ed economica che l'Italia sta attraversando risente ancora pesantemente delle ripercussioni della crisi internazionale. I dati ci descrivono in recessione, con un sensibile calo del PIL, che potrebbe protrarsi anche per tutto il prossimo anno. Il nostro è un Paese dove la pressione fiscale e tributaria supera la soglia del 50 per cento e la disoccupazione giovanile e femminile è la più alta d'Europa, mentre il debito pubblico, sempre in aumento, sfiora i 2.000 miliardi di euro. È evidente che abbiamo un grande bisogno, non di una nuova manovra, ma di una decisa ripresa dell'economia, come osservatori internazionali mettono in evidenza da tempo.
In questo contesto si inserisce il provvedimento in esame. Un atto vasto e complesso, che definisce misure urgenti per la crescita e lo sviluppo del Paese.
I punti strategici di questo decreto-legge toccano tutta l'economia reale del sistema Italia, a partire dal sostegno alle imprese, con incentivi al credito, al Fondo per lo sviluppo sostenibile, alle infrastrutture, alle norme per l'attrazione di capitali privati, ai bonus per le ristrutturazioni edilizie, a quanto previsto nel settore dell'energia, al rifinanziamento del Fondo di garanzia delle piccole e medie imprese, solo per citare qualche titolo. Procederò infatti per titoli perché, se dovessimo parlare e descrivere tutte le misure contenute in questo atto complesso, faremmo notte!
Particolarmente condivisibili ed opportuni, a mio avviso, anche le norme per la protezione del made in Italy e quelle per rilanciare la cosiddetta green economy, accanto alla ripresa dell'agenda digitale.
Tuttavia, c'è un tasto dolente che è noto a tutti: la scarsa disponibilità di risorse che si sono potute liberare. Non che la ripresa debba avvenire con modelli keynesiani, che mostrano il loro limite con evidenza, quando ci volgiamo verso il nostro debito pubblico che, per essere finanziato, assorbe una quantità enorme di risorse. È necessario, però, che lo stato crei condizioni per la crescita e divenga esso stesso soggetto di sviluppo: lo abbiamo detto pochi giorni fa, in occasione della fiducia data sulla spending review.
L'apparato pubblico italiano non regge il confronto con quello degli Stati europei più efficienti ed organizzati. Per questo, occorre un processo riformatore profondo. Ma i tratti di questo «Stato che verrà» non sono ancora delineati: sulla spesa pubblica siamo solo all'inizio di un percorso di verifica e riqualificazione. Il cantiere dell'abbattimento del debito, poi, non è stato ancora neppure appaltato!
La riforma mancante è quella liberale che ridefinisca compiti e funzioni dello Stato, senza se e senza ma.
L'Italia - o gran parte di essa - è carente di infrastrutture, di servizi alle imprese e alle famiglie. Se una donna italiana ha mediamente 1,4 figli, mentre in Francia si superano ampiamente i due, vuol dire che dietro l'angolo c'è una crisi demografica dovuta alle difficoltà che vive chi, nel nostro Paese, deve rinunciare ad avere figli per carenza di strutture pubbliche di supporto.
Tornando al provvedimento in esame, trovo positive le disposizioni in materia di energia e quanto si è potuto fare per il sostegno all'edilizia, soprattutto in termini di semplificazioni burocratiche. Ci sono anche disposizioni utili per le piccole e medie imprese, specie in materia di IVA; si è affrontato il problema dei terremotati dell'Abruzzo - ed era ora che si cominciasse a fare qualcosa di concreto e di cogente per far ripartire la ricostruzione in quella terra così dilaniata! - e anche di quelli dell'Umbria, colpita dal sisma del 15 dicembre 2009. Quest'ultimo risultato - voglio segnalarlo - è stato ottenuto grazie all'impegno congiunto dei parlamentari umbri del Popolo della Libertà e del Partito Democratico, per il quale ringrazio il Governo che ha mantenuto l'impegno preso, tramite noi, con le comunità locali e la Regione, anche nell'affrontare e stabilizzare la questione energetica che da tempo pesa sul futuro della ThyssenKrupp di Terni.
Abbattere le barriere ideologiche e gli interessi di parte significa lavorare nell'interesse collettivo. Testimonianza dell'impegno fattivo profuso tutti insieme ne è anche il mantenimento del terzo tribunale a cui ancorare la Corte di appello nonché la possibilità di non chiudere definitivamente (ma dipende dal piano che presenterà la Provincia) all'opportunità di mantenere in Umbria entrambe le Province, rinviando la scelta alla Regione e agli enti locali, in attesa però che le Province si aboliscano tutte.
Tornando al decreto, non posso contestualmente non segnalare al Governo che la disponibilità, per lo meno di parte del Parlamento, di accettare a scatola chiusa i provvedimenti, è giunta al limite. Ne è prova la presenza di decine di ordini del giorno accettati dal Governo in Commissione, diversi anche miei, che accompagnano un decreto non modificabile con emendamenti. È ormai da tempo che si è compiuta questa riforma attesa del Parlamento, ridotto, di fatto, ad un monocameralismo di necessità.
Ciò significa, a mio avviso, che il Parlamento non intravede una visione unitaria e chiara dello sviluppo nel grande numero di atti che sta approvando! Certo, ciascuna riforma contiene un riflesso di verità, di giustizia, di necessità. Ma il puzzle che si compone è poco chiaro e a questo non giova la fretta con cui ci si trova ad esaminare e discutere le norme, anche se i provvedimenti sono da emettere, da emanare e da far entrare in fretta subito a regime.
Più volte questo Governo è stato soccorso dall'apporto costruttivo dei rappresentanti del popolo, da persone meno tecniche, ma certamente più calate nel corpo sociale. Una impostazione meno ragionieristica nel Governo, che non significa meno rigorosa, potrebbe aiutare a eliminare la inevitabile sabbia che si prepara a cadere nei meccanismi delle nuove leggi che abbiamo approvato. Non si governa solo con carta e penna o, come direbbero oggi i nostri tecnici, con le statistiche e i benchmark; ma si governa con una visione politica della società, con la passione per la propria gente e con ideali che, in molti, ci portiamo dentro come parte del nostro DNA.
Voglio concludere con un riferimento ad un segnale di concretezza che ci viene dall'economia reale, in specie dalle piccole e medie imprese italiane. I dati del mese di giugno confermano che esse hanno permesso alla nostra bilancia commerciale, escluse le voci energetiche, di tornare in ampio attivo, con un avanzo dell'interscambio di ben 27 miliardi nel primo semestre dell'anno.
Questo dimostra che l'Italia ha le risorse umane, la tecnologia e la creatività per restare uno dei Paesi più sviluppati del mondo. Ogni azione a sostegno di questo lavoro è preziosa e pertanto voterò anche questa legge: ce lo chiedono le imprese, chi non ha lavoro, i giovani sempre più disorientati, le famiglie che vogliono tornare ad avere prospettive di serenità.
Abbiamo capacità e forze per crescere: basta guardare meglio il Paese reale per ritrovare una straordinaria economia di mercatosociale, che spesso non è stata né vista, né capita. È un'economia vitale, che non aspetta altro che di ripartire, attingendo alla nostra storia e ai nostri valori, che sono anche valori economici. (Applausi dal Gruppo PdL).