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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 782 del 01/08/2012


CAFORIO (IdV). Signor Presidente, onorevole Ministro, colleghi, siamo di fronte ad un'emergenza, ad una duplice emergenza. Da una parte, infatti, occorre salvaguardare il diritto dei cittadini alla salute e l'ambiente circostante. Dall'altra parte, invece, occorre garantire il diritto al lavoro di 11.634 dipendenti, che - come lei giustamente ha detto - arrivano a circa 20.000 con l'indotto. Conciliare entrambe queste due esigenze sembra impossibile, ma - a mio avviso - non lo è.

Il gruppo Riva, oggi formalmente incriminato dalla magistratura, è detentore di ben 36 siti produttivi, di cui 19 in Italia (tra questi l'ILVA di Taranto), ed altri in Germania, Francia, Belgio, Spagna, Grecia, Tunisia e Canada.

Caro Ministro, negli altri Paesi le posso assicurare che i lavoratori non sono posti di fronte ad una scelta come quella che è stata profilata ai tarantini, ossia morire di stenti e di fame o morire di lavoro. Mi perdoni la brutalità, ma stiamo assistendo ad una guerra sociale dove dei cittadini, pur di riuscire a portare a casa 1.000 euro al mese, hanno deciso di intavolare una guerra contro la magistratura, chiamata ad agire nel loro stesso interesse.

In Germania non si mangia pane e diossina. Greggi di pecore non sono state ammazzate per via della presenza di elevati valori di diossina. I formaggi prodotti non sono alla diossina. Come mai, onorevole Ministro? La risposta è semplice. La famiglia Riva in Italia non ha investito nella tecnologia. Nell'ILVA si continua a produrre attraverso impianti vetusti che inquinano in termini inaccettabili per il territorio, per l'ambiente e per la salute dei cittadini.

Siamo alla solita politica inefficiente e superficiale che tristemente contraddistingue il nostro Paese. A partire dagli anni '80 abbiamo ceduto - sarebbe più corretto dire regalato, visto l'esiguo compenso richiesto - gli impianti siderurgici di proprietà statale. Nel 1995, quando il gruppo Riva, uno dei protagonisti di questo processo di dismissione, si è aggiudicato all'asta l'impianto dell'ILVA (allora Italsider), lo Stato non ha imposto condizione alcuna, di fatto autorizzando, dunque, ad inquinare barbaramente il territorio. Questo, onorevole Ministro, non è avvenuto altrove. In altri Paesi, evidentemente, la tutela dell'ambiente e della salute non sono seconde a nessun altro interesse.

Dovute premesse a parte, ritengo che questo non debba e non possa essere il momento delle inutili e sterili polemiche. Occorre però evidenziare come per troppi anni lo Stato e le istituzioni tutte, abbiano tacitamente riconosciuto al gruppo Riva il diritto ad inquinare. Il guadagno del padrone ha generato inerzia e connivenza nelle istituzioni.

Abbiamo permesso che una famiglia, alla quale abbiamo regalato un impianto tra i più importanti nel settore, continuasse a produrre senza innovare in termini di tecnologia, non abbiamo preteso investimenti in questo settore, spesso abbiamo verificato i livelli di inquinamento ma li abbiamo ignorati.

Il Sud vive un perenne ricatto occupazionale. Ed è su questo che la famiglia Riva, con la connivenza delle istituzioni, ha costruito la propria ricchezza. Se l'impianto fosse stato al Nord, onorevole Ministro, probabilmente non saremmo arrivati alla drammatica situazione attuale.

Oggi, la magistratura, alla quale desideriamo esprimere tutta la nostra solidarietà, ha disposto il sequestro per disastro ambientale dell'impianto e finalmente il suo Dicastero, d'intesa con il Ministero dello sviluppo economico e con la Regione Puglia, ha messo a punto una strategia di bonifica del sito, stanziando ben 336 milioni di euro 30 dei quali verranno destinati all'innovazione tecnologica. Ad eccezione di 7,2 milioni di euro, i restanti 329 sono a carico del pubblico, del Paese.

Ecco la stortura. Ecco il danno, la beffa: la famiglia Riva ha guadagnato fin quando si poteva, e oggi, dopo l'«alt» tanto atteso e dovuto della magistratura, interviene nuovamente lo Stato facendosi carico di questa ingentissima spesa.

Chi inquina dovrebbe pagare e spero che un giorno lo Stato deciderà di presentare alla famiglia Riva la fattura. Hanno distrutto un ecosistema, reso malsano l'ambiente di vita di un'intera popolazione, messo in ginocchio l'economia locale. Sono tre reati che non possono passare ingiudicati.

Alla magistratura auguriamo dunque buon lavoro; al contempo siamo solidali con i lavoratori e le loro famiglie. Dobbiamo comunque essere attenti nella gestione dei fondi appena stanziati. Vigileremo affinché vengano gestiti oculatamente e si raggiungano i risultati prefissati. Dobbiamo infatti far conciliare la bonifica reale dei siti e la tutela della salute, con la tenuta dei livelli occupazionali.

Mi auguro che finiscano i tempi del gioco delle tre scimmiette e che, di volta in volta, si vadano ad affrontare e risolvere concretamente tutte le problematiche relative alla salvaguardia dell'ambiente e della pubblica salute da spregiudicate attività di grandi impianti industriali. Questo, ovviamente, a cominciare da Taranto ma guardando anche a Brindisi dove a breve potrebbe scoppiare un caso analogo legato alla centrale a carbone Federico II dell'ENEL.

A Brindisi, infatti, si continua ad inquinare con un carbonile a cielo aperto e un nastro trasportatore di 14 chilometri (sempre a cielo aperto) che inibisce la coltivazione in tutti i terreni limitrofi provocando un danno ambientale gravissimo oltre che un danno economico.

Non siamo ancora arrivati alla mattanza di pecore. Non vorrei onestamente che arrivassimo mai a questo punto. Taranto sia di lezione e convinca le istituzioni che la parola chiave è la prevenzione, da esercitare attraverso il rigido controllo sull'applicazione delle norme. Solo così potremo evitare che queste drammatiche situazioni abbiano a verificarsi nuovamente. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Menardi. Ne ha facoltà.