Riprendiamo l'esame degli articoli del testo unificato proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri ha avuto inizio la votazione degli emendamenti presentati all'articolo 3.
Ricordo che l'emendamento 3.214 è stato ritirato.
Passiamo alla votazione dell'emendamento 3.215. (Brusìo).
Colleghi, data la materia che stiamo trattando, vi avverto subito che, se continuerà questo brusìo, sospenderò la seduta, e non sto scherzando. Si discute infatti, in un clima caratterizzato anche da divisioni profonde, della riforma della Parte II della Costituzione.
CARLINO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, l'emendamento che ho presentato è diretto ad introdurre il principio della garanzia della rappresentanza delle minoranze e affronta le esigenze... (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi, senatrice Carlino. Cominciamo subito così: colleghi, sospendo la seduta per dieci minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 9,38, è ripresa alle ore 9,50).
Riprendiamo i nostri lavori.
Senatrice Carlino, ha facoltà di iniziare nuovamente il suo intervento.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, l'emendamento è diretto ad introdurre il principio della garanzia della rappresentanza delle minoranze... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, vale la stessa regola di prima: mi rifiuto di presiedere un'Aula che discute delle riforme costituzionali nella confusione e nel disinteresse. Questo è un tema rilevante, se si vuole affrontarlo. Vi prego quindi, poiché non voglio che vi siano altre impressioni - che non devono esservi quando presiedo - di far sì che l'Aula lavori in un clima di serietà e di dignità e di non mettere in difficoltà la Presidenza.
CARLINO (IdV). Grazie, signor Presidente.
Come dicevo, l'emendamento tende ad introdurre la garanzia della rappresentanza delle minoranze e di una equilibrata rappresentanza di genere. Sul problema della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali della politica, in quest'Aula sono intervenuta più volte, e credo che il tema richieda un intervento urgente anche di carattere costituzionale.
Nonostante il 52 per cento dell'elettorato sia composta da donne, nonostante siano passati nove anni da quando l'articolo 51 della Costituzione è stato modificato con l'introduzione del principio di pari opportunità tra donne e uomini nelle cariche elettive, poche donne sono presenti nelle istituzioni, e la questione non è squisitamente quantitativa, ma riguarda la possibilità che una parte consistente della società possa prendere parte ai processi decisionali e così contribuire alla realizzazione di politiche in favore di tutti.
Il Consiglio d'Europa già dal marzo 2003 ha sottolineato che una rappresentanza equilibrata tra uomini e donne nei processi decisionali è un'esigenza di mera giustizia e che la parità dei sessi è elemento costitutivo non negoziabile della democrazia. Il Rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia che è stato elaborato l'anno scorso da una serie di associazioni in occasione dei trent'anni dall'entrata in vigore della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha sottolineato una grave carenza di democrazia in Italia proprio a causa della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali. Infatti, il CEDAW sollecitava il Governo italiano ad adottare ulteriori misure per accrescere il numero delle donne nelle cariche pubbliche e politiche.
È intervenuto su questo tema più volte il presidente Napolitano, sottolineando che siamo davanti ad un problema culturale e che è necessario incidere essenzialmente sulla cultura diffusa, sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi. Quindi è importante sostenere e approvare l'emendamento 3.125, che mira a risolvere questa disuguaglianza, a realizzare la piena parità e che vuole rispondere anche alle esigenze del Movimento delle donne, che chiede di contare di più non tanto per la propria affermazione, ma per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese, e soprattutto per adeguarci ai livelli di partecipazione politica delle donne di altri Paesi europei.
L'Italia è in forte ritardo in questo campo: ci poniamo soltanto al dodicesimo posto su 13 Paesi membri del Consiglio d'Europa, proprio per la partecipazione delle donne alla vita politica. Pertanto, invito i colleghi a sostenere questo emendamento, e ne chiedo la votazione elettronica. (Applausi dal Gruppo IdV).
ADAMO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ADAMO (PD). Signor Presidente, su questo emendamento avevamo anche un po' discusso in Commissione, anche per quanto riguarda la sua collocazione, ma ritengo che valga la pena, laddove modifichiamo anche le caratteristiche, con questo ragionamento sull'età, far presente che, in questo contesto di innovazione e nel tentativo anche di portare una nuova classe dirigente ad occuparsi delle questioni nazionali e del Paese, sicuramente l'attenzione nei confronti della rappresentanza femminile è più che pertinente. Come la senatrice Carlino e come molte delle colleghe presenti, penso che il rinnovamento passi anche attraverso un aumento della rappresentanza.
Sicuramente l'articolo 51 dovrebbe offrire una tutela da questo punto di vista, ma la senatrice intervenuta prima ci ricordava la sua difficile applicazione; forse questo passaggio dal concetto di "promuove" al concetto di "garantisce" (poi si discuterà in sede di legge su quali siano i meccanismi costituzionali per arrivare a questa garanzia) rappresenta un rafforzativo che vale la pena di cogliere.
Inviterei, però, la senatrice Carlino ad espungere la questione delle minoranze perché, mentre rispetto a un rafforzamento della rappresentanza femminile il contesto è quello dell'allargamento dell'elettorato, costituendo quindi un tentativo di favorire il rinnovamento, la questione della garanzia delle minoranze deve essere collocata più direttamente laddove si parli di legge elettorale. Sono due punti di vista un po' diversi. A parte che l'accostamento tra la rappresentanza femminile e quella delle minoranze mi urta un po', direi che la questione delle minoranze in questo caso è anche fuori contesto.
Se la collega è d'accordo ad accogliere questa modifica, penso che io e molte altre colleghe potremo votare a favore. Naturalmente spero anche nel voto di tutta l'Assemblea. Mi rivolgo alle colleghe del PdL e del centro destra, ma è ovvio che mi rivolgo a tutto il Senato, per cogliere questa occasione di segnalare una volontà, sapendo che sarà poi sui meccanismi delle leggi che andremo a un confronto più serrato. (Applausi dal Gruppo PD).
BIANCONI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCONI (PdL). Signor Presidente, desidererei ringraziare la senatrice Carlino per aver posto all'attenzione di quest'Aula, in un momento così particolare e nell'ambito di una discussione così complessa sulla modifica della nostra Costituzione, il tema della rappresentanza di genere. La devo ringraziare perché in quest'Aula ci siamo trovati spesso e volentieri a fare questi ragionamenti. Abbiamo insieme votato anche la modifica dell'articolo 51, ma, in occasione di una modifica così sostanziale della nostra Carta costituzionale, credo sia arrivato il momento di cristallizzare questo principio: un principio di civiltà, un principio di riconoscimento di quello che accade nella nostra società civile.
Probabilmente parlo a nome personale e certamente non a nome del mio Gruppo; probabilmente sto parlando avendo con me il sentimento di molte colleghe, e spero anche di molti colleghi. Credo comunque che non possiamo permetterci di perdere questa occasione, veramente molto importante.
Molte riforme degli ordinamenti delle Regioni hanno garantito alle donne una rappresentanza oggettiva all'interno dei consessi regionali. Credo che questo passaggio nazionale sia di assoluta importanza.
Anch'io, però, chiedo alla senatrice Carlino di non amplificare altri concetti con quel termine di minoranza, che non garantirebbe a noi la libertà di poter sancire questo principio. Chiedo, pertanto, ai colleghi, in modo particolare a quelli del mio Gruppo, di non rimanere sordi di fronte a questa grande opportunità, in un momento nel quale stiamo veramente assistendo a modifiche sostanziali nelle rappresentanze, nella compartecipazione, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, delle donne.
Pertanto, chiedo a tutta l'Aula - ma, in modo particolare, al mio Gruppo - di sostenere questo emendamento, chiedendo però alla collega Carlino di spostare altrove la parte relativa al riconoscimento di tutte le minoranze.
BOSCETTO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOSCETTO (PdL). Signor Presidente, colleghi, nel lungo lavoro in Commissione abbiamo stabilito di limitare il nostro compito ad alcuni articoli della Costituzione, affinché questo provvedimento diventasse una riforma su alcuni temi fondamentali e non si allargasse ad altri concetti.
Quando si è discusso della norma costituzionale sulla parità di genere, si è deciso di escluderla - ossia di non votare su di essa in senso favorevole - sulla base di questo principio e del fatto che la materia della parità di genere è meglio regolamentabile con leggi ordinarie, senza andare a costituzionalizzare il contesto. Peraltro, noi tutti ricordiamo la sentenza della Corte costituzionale che si è pronunciata in materia di quote rosa e ha detto che era una limitazione non costituzionale.
Quindi, nel pieno rispetto delle ragioni e delle posizioni che sono state esposte dalle senatrici che hanno parlato e da coloro che hanno studiato questo problema, preannuncio il voto contrario del Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Astore).
PASTORE (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Intervengo per chiedere un chiarimento ai presentatori dell'emendamento. Credo che ciò sia importante, perché altrimenti, con un voto favorevole, creeremmo una discriminazione tra Camera dei deputati e Senato.
La disposizione si inserisce nell'ambito della normativa relativa alla composizione del Senato; analoga norma, nemmeno parente alla lontana di questa, è presente nella disciplina relativa alla composizione della Camera dei deputati. Quindi, per una battaglia sulla quale, certo, si può intervenire con argomenti a favore o contro, avremmo comunque un risultato che renderebbe questa riforma veramente indigeribile, più di quanto qualcuno abbia rappresentato possa diventare se certi emendamenti venissero approvati.
Tra l'altro, se questa norma venisse approvata, creeremmo un paradosso, perché la stessa Corte costituzionale ha sempre affermato che, mentre le pari opportunità vanno garantite, il risultato garantito non è previsto dalla Costituzione. Questa è una norma costituzionale e, quindi, potrebbe derogare a questo principio; tuttavia, avremmo un problema di compatibilità con il principio di uguaglianza e una limitazione delle opportunità di accesso alle cariche politiche che devono esservi per tutti coloro che partecipano alle competizioni elettorali di qualsiasi livello.
Chiedo ai presentatori se hanno riflettuto su questo punto. Condivido pienamente la scelta del mio Gruppo, ma - ripeto - vorrei un chiarimento su questo dato. Vorrei inoltre sapere se rimane il concetto di rappresentanza delle minoranze, perché altrimenti, se così fosse, dovremmo garantire, ancorché limitatamente al Senato, la presenza di tutti, alla luce del fatto che minoranza è - paradossalmente - anche un gruppo formato da poche persone.
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, mi associo anch'io alla richiesta, rivolta alla senatrice Carlino, di una riformulazione dell'emendamento 3.215, che mi permetto di proporre in questi termini: «La legge garantisce la parità di genere nella rappresentanza elettiva». E ciò, non perché questa formulazione possa esaudire l'obiezione appena formulata dal senatore Pastore, sulla quale tornerò, ma perché equiparare il tema della rappresentanza di genere ad una questione circoscrivibile al tema della tutela delle minoranze è francamente inaccettabile, se non altro per ragioni demografiche.
Detto questo, vorrei rivolgermi ai colleghi Boscetto e Pastore. Apprezzo molto il riferimento del senatore Boscetto alle determinazioni adottate dalla Commissione, con una larghissima maggioranza, circa gli ambiti del lavoro di riforma costituzionale ai quali ci si doveva limitare. Francamente però non posso non constatare la fatale ironia delle parole pronunciate dal senatore Boscetto nel momento in cui un testo costituzionale, frutto di un larghissimo accordo che avrebbe potuto avere oltre due terzi della maggioranza in quest'Aula e in quella della Camera, ha visto questo limite più che travalicato con la presentazione dell'emendamento sul semipresidenzialismo che ha inferto alla riforma un colpo mortale dal quale temo che la stessa non si riprenderà mai più; non certamente in questa legislatura. Quindi, lasciamo perdere i limiti che ci siamo dati in Commissione, perché francamente non mi pare un argomento utilizzabile.
Il secondo argomento è che questa partita può essere regolamentata con legge ordinaria. Questa è stata la determinazione cui si è giunti nel momento in cui si è modificato l'articolo 51 della Costituzione. I colleghi ricorderanno che con quella modifica si è fatto riferimento al ruolo di promozione della Repubblica affinché, con appositi provvedimenti, si realizzasse la pari opportunità per donne e uomini.
Come i colleghi ricordano, questa modifica costituzionale è del 2003. Sono trascorsi quasi 10 anni da allora e a me pare che questa strada non soltanto vada percorsa fino in fondo - chiederò anzi alla Conferenza dei Capigruppo di iscrivere subito all'ordine del giorno dell'Aula il provvedimento, proveniente dalla Camera, sulla doppia preferenza per le elezioni nelle Regioni e negli enti locali - ma la stessa composizione di quest'Aula dimostri come quest'opera di promozione affidata alle leggi ordinarie non sia in grado di garantire il principio della parità di genere nella rappresentanza, un valore che l'Italia interpreta molto peggio di centinaia di altri Paesi nel mondo.
Detto questo, sono dell'opinione che occorra votare l'emendamento secondo il quale la Repubblica garantisce la pari rappresentanza di genere. Il mio Gruppo pertanto voterà a favore di questo emendamento.
Vorrei ancora aggiungere che se un paradosso c'è è casomai quello di avere una norma di questo genere solo al Senato, per cui si tratta semmai, in questa prima lettura del testo, che certamente ben altre ne subirà, in questa legislatura e, credo, poi, nell'ambito di una riedizione della riforma costituzionale nella prossima, di cancellare questo, di paradosso. Il paradosso, dunque, opera per difetto e non per eccesso, come sosteneva il senatore Pastore. Peraltro il paradosso, nella ricerca filosofica ed anche in quella strettamente logica, è un ottimo strumento per raggiungere il risultato.
Quindi, il mio Gruppo voterà decisamente a favore di questo emendamento non appena la senatrice Carlino deciderà di riformularlo espungendo la questione riguardante le minoranze, che può trovare migliore collocazione in altra parte del testo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
BONFRISCO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, noi stiamo affrontando in quest'Aula uno dei passaggi più delicati ed importanti di questa legislatura. La forte volontà di offrire ai cittadini italiani un assetto diverso e una riforma profonda del nostro ordinamento e, soprattutto, di quell'architettura istituzionale che vogliamo sempre più vicina e rispondente ai cittadini, è oggi l'occasione per una seppur breve - ma io ritengo incisiva - riflessione, soprattutto alla luce dell'intervento appena svolto dalla capogruppo del PD in quest'Aula, Anna Finocchiaro, su un tema che attraversa le vere e profonde motivazioni che stanno alla base di una scelta forte, sostenuta in primis dal Presidente della Repubblica e che attraversa la politica nel suo insieme. Mi riferisco alla formulazione e alle proposte che in quest'Aula, così come nei luoghi decisionali della politica, oggi animano il dibattito sulle riforme istituzionali, per poter fare il punto riguardo ad una rappresentanza che - ne prendiamo atto - rivela una non più totale rispondenza al sentimento e alla volontà dei cittadini italiani.
Ha fatto bene prima la senatrice Finocchiaro a ricordare che sono passati quasi dieci anni da quella modifica dell'articolo 51 della Costituzione che ha consolidato e riaffermato un principio che era già scritto in una Carta non sempre rispondente alla realtà, quella Carta costituzionale nominale che non sempre siamo riusciti a tradurre ancora oggi in atti e fatti certi. E a lei voglio ricordare che ci sono voluti vent'anni per trasformare il reato di violenza sessuale da reato di serie B a reato di serie A, cioè rivolto contro una persona e non contro la morale. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Incostante). Il cammino di queste conquiste ha sempre avuto una storia difficile e tormentata.
Ma oggi difficile e tormentata è la nostra storia, è la storia di questa politica, che viene chiamata a superare una prova che io mi auguro sia in grado di cogliere in tutta la sua portata. Vede, signor Presidente, i forti cambiamenti che sono in atto nella società, certo in primis dal punto di vista economico, ma forse ancor di più (e non ce ne siamo resi conto abbastanza) dal punto di vista culturale e sociale, rischiano di travolgere totalmente questa nostra vecchia idea della rappresentanza e di liquidarla definitivamente. Io penso che una classe politica attenta innanzitutto al proprio ruolo non possa che interrogarsi continuamente su quanto essa sia davvero adeguata ad interpretare i cambiamenti in atto nella società e a corrispondervi. A me pare evidente e sotto gli occhi di tutti che nelle Aule parlamentari quei cambiamenti qualcuno si ostina a non volerli registrare.
Allora, mi auguro che non debbano passare altri dieci anni prima che si prenda atto che nel Paese, nella realtà e nella società c'è un grande lavoro svolto dalle donne che deve poter avere la sua compiuta rappresentanza. Noi sappiamo, e non spetta a me ricordarlo adesso, che una democrazia, per essere compiuta sul serio, deve saper rappresentare le esigenze vere, profonde, culturali di una società. Diversamente, quella non sarebbe una rappresentanza, ma l'arroccamento di una vecchia politica che non riesce a cogliere i cambiamenti che sono già avvenuti fuori da quest'Aula e che qui si ostina a non ascoltare.
Allora, in dissenso dal mio Gruppo, annuncio il mio voto favorevole su questo testo, che fissa un principio e che aiuta la politica a sapersi rigenerare, a sapersi migliorare e a sapersi riqualificare. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e delle senatrici Bianconi e Alberti Casellati).
BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, spenderò pochissime parole per associarmi alla richiesta formulata della senatrice Bianconi, e sostenuta anche dalla presidente Finocchiaro, di chiedere la modifica di questo emendamento relativamente alle parole «la rappresentanza delle minoranze», perché riteniamo che in esse sia insita una deminutio e vi sia una sorta di ingiustizia, quando invece noi, con questo emendamento, vogliamo determinare giustizia e parità. (Brusìo).
PRESIDENTE. Non voglio dare l'impressione di non voler fare la discussione, ma se si continua così sospendo la seduta e chiedo al presidente Schifani di sostituirmi, perché io non sono disposto a presiedere un'Aula che discute di una riforma costituzionale in questo caos, che dovrebbe far vergognare tutti. (Applausi).
BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Chiudo ribadendo la richiesta alla senatrice Carlino di espungere questa parte dell'emendamento, perché non prevede correttamente il principio che, credo, lei insieme ad altri colleghi volevano esprimere. Se è disponibile a fare questo, aggiungiamo le firme, come donne del Gruppo del Terzo Polo.
Credo sia una scelta che l'Aula può fare con serenità e coraggio, e mi auguro anche che ci sia un ravvedimento di quei colleghi - penso al senatore Pastore a nome del Gruppo del Popolo della Libertà - perché con questa modifica daremmo un positivo messaggio unitario al Paese su questa riforma costituzionale. Non stravolge, ma aggiunge e determina risorse.
Voglio concludere citando le parole di Madeleine Delbrêl che diceva di non guardare mai indietro e incoraggiava, in situazioni di difficoltà, a cercare di guardare avanti, perché questo dà speranza non solo a te, ma a tutto il popolo. Anche noi speriamo di fare questo. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, per quanto riguarda le minoranze linguistiche esprimeremo un voto favorevole, e lo avremmo fatto sia per le minoranze che per la parità del sesso. Abbiamo però delle perplessità - è questo il motivo per cui abbiamo preso la parola, nonostante il nostro voto favorevole - anche per le dichiarazioni del collega Pastore, che prima ha rilevato che rimarrà una disparità tra le due Camere.
Noi stiamo riformando la Costituzione e mi pare giusto che ambedue le Camere siano trattate in maniera uguale da subito, senza rimandare, come si è detto in questa Aula, a una seconda fase emendativa del testo costituzionale. Un'altra perplessità riguarda l'articolo 51 della Costituzione che già prevede che la legge promuova con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. C'è già la possibilità per la legge di promuovere in ogni senso la presenza di tutti e due i generi nelle nostre Aule. Mi sembra pertanto pleonastico, ammesso e non concesso che sia un rafforzamento di questo principio, come qualcuno mi ricorda. Nonostante questa perplessità voteremo a favore.
Per quanto riguarda le minoranze, per come è scritto, capisco la motivazione di un voto contrario. Avremmo gradito il termine non tanto per le minoranze politiche in genere, ma per le minoranze linguistiche, però devo ammettere che, per come è scritto, nella prossima legge elettorale, anche se maggioritaria e orientata verso un bipolarismo, se non un bipartitismo come qualcuno vuole, si dovrebbe prevedere, se si accetta questo emendamento, che almeno un rappresentante per tutti i partitini sia presente. Questo lo trovo esagerato. Caso mai si sarebbe dovuto parlare di "minoranze linguistiche", ma c'è già l'articolo 6 che le tutela. Pertanto non avremmo particolare rammarico se la collega Carlino decidesse di sopprimere questo riferimento.
Ecco, con questa obiezione e queste precisazioni, dichiaro il voto favorevole sull'emendamento 3.215.
GIOVANARDI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIOVANARDI (PdL). Signor Presidente, vorrei provare a fare una piccola operazione verità.
Nel 1994 la legge prevedeva l'alternanza uomo-donna uomo-donna nella parte proporzionale. La Corte costituzionale l'ha dichiarata illegittima, spiegando che era in completo contrasto con l'articolo 3 della Costituzione. Ha invitato, inoltre, a promuovere leggi che consentano di far approdare alla politica il maggior numero possibile di donne - promuovendo quindi una politica di pari opportunità - per permettere alle stesse, partecipando alla vita politica, di assurgere ai massimi livelli del Parlamento e del Governo. Tanto è vero che l'articolo 51 della Costituzione - mi spiace non sia presente il collega Pisanu - approdò in Consiglio dei ministri sulla base di un testo che prevedeva una quota riservata alle donne nei vari incarichi parlamentari.
Venne poi modificato perché l'attuale articolo 51, avvallato dal Parlamento, parla di politiche di accesso e non di garanzie di risultato. Non si dice, come invece è scritto qua, che se una Regione vuole mandare due donne al Senato non può farlo, nel senso che deve eliminare, ad esempio, Maria Ferrari, per mandare Mario Rossi perché la legge impone ai massimi vertici che vi sia una lottizzazione di genere. Ciò è assolutamente in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione. Ed ho ricordato ieri che né negli Stati Uniti, né in Francia, né in Inghilterra - dove si fa politica e democrazia sul serio - si è mai visto che per il Parlamento e per il Senato vi sia una sorta di lottizzazione per cui gli elettori sono obbligati a votare un uomo o una donna in termini numerici.
Se poi vogliamo spingerci ancora oltre, dal momento che è stato annunciato il "voto di coppia" in tutti i Comuni italiani, bisogna rendersi conto che di questo passo finiamo per screditare la politica. Obbligare, nella seconda preferenza per i Comuni, a votare una donna e un uomo pena l'annullamento della preferenza, vuol dire che non il candidato non può più essere eletto con i suoi trecento voti perché un uomo e una donna che ne hanno duecento possono sommare i loro voti, creando alleanze elettorali in ogni Comune, e verrà meno il candidato o la candidata da eleggere. Chi ha la fortuna di trovare un partner con cui accoppiarsi raddoppierà i suoi voti, chi non ha questa fortuna rimarrà a casa.
Queste sarebbero le grandi riforme che noi proponiamo come rinnovamento della politica. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Perduca e Poretti. Commenti della senatrice Incostante). Vi rendete conto di cosa stiamo facendo? Un conto è dire che bisogna fare di tutto perché le donne abbiano percentualmente una maggiore partecipazione alla vita politica, altro è dire che per legge e per Costituzione è fatto divieto di presentare liste di donne o liste di uomini. Ad esempio, io non potrò più presentare liste o comporre Giunte femminili. (Commenti della senatrice Incostante). Mi sarà precluso dalla Costituzione. E perché in un Paese civile e democratico dove vige l'articolo 3 della Costituzione ci deve essere una discriminazione che in base al sesso cancella il principio di parità? (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora). E questo, non solo per consentire gli accessi. Infatti - attenzione - si fa un passo in più: coloro che sono già consiglieri regionali, in base alla modifica della Costituzione, avrebbero anche il diritto di far parte del Senato, non sulla base delle loro capacità, ma sulla base del fatto che sono uomini o donne. Quando si farà la lottizzazione tra le Regioni e ci si accorgerà che si è arrivati già ad una quota massima di uomini, con riferimento alle leggi che verranno varate sulla base della Costituzione: il resto dovrà essere riservato obbligatoriamente alle donne, o viceversa.
Così facendo ci inoltriamo in un ginepraio totalmente incostituzionale, illogico, che disprezza anche il diritto dei cittadini di votare gli eletti sulla base delle loro capacità, professionalità e non in base a una lottizzazione di genere, come questo provvedimento propone. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
NANIA (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NANIA (PdL). Signor Presidente, quando è stata approvata la modifica all'articolo 51 della Costituzione, questo dibattito è stato affrontato in maniera molto approfondita. Se mi è concesso farlo, inviterei la senatrice Carlino a ritirare l'emendamento 3.215, perché affronta un problema che esiste ma, a mio avviso, lo fa in maniera errata. Per questo preannuncio il mio voto di astensione sull'emendamento in esame.
Il problema esiste perché, generalmente, coloro che sostengono che non bisogna in nessun modo agevolare la presenza delle donne in politica lo fanno sostenendo la famosa tesi dei panda. Secondo costoro in politica devono essere presenti le persone in gamba: non dobbiamo considerare le donne una specie in via di estinzione, mentre, se garantiamo loro la partecipazione e le quote, ciò significherebbe volerle proteggere. Tale tesi mi sembra completamente fuori luogo, anche perché, mentre i panda sono una specie in via di estinzione, le donne non lo sono: sono bensì un genere in espansione nella società civile, nel volontariato, nelle professioni, nella scuola, nella sanità, nella magistratura. Come mai le donne sono presenti in tutti i settori, a volte in misura superiore rispetto agli uomini, e in politica no? Forse la politica non è il campo dell'onestà, della competenza e dell'attenzione alla cura verso le nuove generazioni? La questione, dunque, esiste ed è seria.
Personalmente mi sono interessato al problema anche perché, statisticamente, in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America le donne votano a destra (e infatti sia Blair che Clinton, per catturare il voto femminile, hanno previsto un fortissimo investimento), anche perché la destra ha sempre investito molto nel volontariato, specie negli Stati Uniti d'America dove le donne sono definite punti luminosi del sistema, mentre la sinistra si è generalmente basata sullo Stato sociale, facendo un investimento, diciamo, strutturale. Se così stanno le cose, il problema è garantire il risultato, come diceva il senatore Giovanardi, o garantire la competizione, e quindi la pari opportunità nella competizione e della competizione? (Applausi del senatore Astore).
Invito quindi la senatrice Carlino a ritirare l'emendamento, al di là del tema delle minoranze che, com'è ovvio, potrebbe estendersi, per esempio, agli anziani, ai giovani, ai cinesi. Il discorso sulle minoranze non riguarda la partecipazione di genere, investendo sia il genere maschile che femminile; infatti, quand'anche dovessimo parlare di minoranze all'interno dei generi, il discorso diventerebbe molto ampio e riguarderebbe tante altre situazioni. La questione, quindi, è mal posta sotto questo profilo. Ma anche dal punto di vista della parità del risultato presuppone un vizio dal quale la democrazia italiana deve liberarsi, quello cioè di una legge elettorale di nominati. Infatti presupporre la parità di risultato, cioè la parità di genere, significa che c'è una legge elettorale di nominati, e in questo caso non si capirebbe perché - e qui l'emendamento avrebbe senso - dovrebbero essere presenti solo gli uomini piuttosto che le donne, o viceversa. L'articolo 51, da questo punto di vista, è ben formulato perché presuppone la pari opportunità e richiama l'impegno della Repubblica.
Chi avesse voglia di leggere l'intera Costituzione italiana - cosa che, detta da me che vengo dal Movimento Sociale Italiano, può incuriosire - scoprirebbe che la nostra Costituzione non prevede imposizioni. Non c'è un articolo che dica: la Repubblica impone o costringe; si dice invece: la Repubblica favorisce, la Repubblica promuove, la Repubblica si impegna. L'articolo 51, quindi, è ben formulato perché presuppone che la Repubblica promuova le pari opportunità. La questione quindi riguarda la legge elettorale. Lo diceva bene anche il senatore Giovanardi, le cui ragioni voglio richiamare, anche se la penso diversamente: se la Repubblica promuove una simile misura in via provvisoria, non bisogna scandalizzarsi se tra le preferenze si introduce quella di genere, perché si tratterebbe di un'attività promozionale che, come tale, sarebbe provvisoria, anche se potrebbe durare a lungo nel tempo, e si incastonerebbe perfettamente nel secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione che impegna la Repubblica ad intervenire in chiave dinamica in proposito.
Concludo sottolineando quindi che l'emendamento 3.215, pur affrontando una tematica di grande rilievo e di grande pregio, è mal posto - per questo inviterei al ritiro - perché le donne non sono un problema, ma una risorsa. Garantire loro la parità nella competizione è un conto; nel caso in cui si arrivasse ad una legge elettorale che in qualche modo le aiuti in questa fase dinamica ad essere più presenti nella politica (non essendo una specie in estinzione, ma in espansione), sarei d'accordo; altro conto è inserire la parità del risultato, che è quanto di più osceno si possa immaginare. Ciò, infatti, appartiene ad una concezione vetera dell'uguaglianza, che non considera il merito, il talento, l'impegno, il coraggio e tutte quelle qualità che sono anche femminili e che le donne possono mettere in campo battendo gli altri competitori. (Applausi dai Gruppi PdL e CN:GS-SI-PID-IB-FI).
CALIENDO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALIENDO (PdL). Signor Presidente, annuncio che non parteciperò al voto perché ritengo che l'emendamento 3.215 non sia produttivo di effetti positivi per le donne.
Credo che gli articoli 2 e 3 della Costituzione rappresentino il connotato essenziale del nostro Stato, della nostra Repubblica. Nella mia vita ho svolto molte azioni positive. L'articolo 3, secondo comma, della Costituzione non contiene una norma programmatica, ma impone azioni positive in ciascun soggetto politico, in ciascun funzionario pubblico, perché quei principi si realizzino.
L'articolo 51 della Costituzione ha riproposto quei principi: quando i valori forti - come quelli contenuti negli articoli 2 e 3 della Costituzione - vengono riproposti più volte, si annacqua il significato di quegli stessi principi. Per questo motivo mi astengo dal voto. Infatti, ripetere ancora oggi ciò che già nell'ambito della modifica dell'articolo 51 è stato messo - e che non era stato considerato necessario perché l'articolo 3, capoverso, già imponeva azioni positive - significa dubitare e renderlo un diritto di serie B rispetto al secondo comma dell'articolo 3.
Ripeto che proprio per tale ragione non parteciperò al voto. Credo nella vera parità tra gli uomini e le donne. La donna va difesa con azioni positive che riguardano tutti i soggetti pubblici e non con le leggi. In una Costituzione forte non si può ripetere per tre volte lo stesso concetto perché, se si ripete tre volte, vuol dire che non si crede in quel concetto. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, la senatrice Poretti ed io stiamo facendo lo sciopero della fame da ieri sera per denunciare la mala amministrazione della giustizia e, come decine di migliaia di persone, soprattutto negli istituti penitenziari, avevamo scelto il silenzio per affrontare i prossimi quattro giorni. (Commenti dal Gruppo Pdl). Quando però si parla della Costituzione e si ascoltano alcuni ragionamenti, con rispetto parlando, è difficile mantenere il silenzio. Quindi, ci troviamo costretti ad intervenire, non sempre, ma sicuramente su alcune questioni fondamentali.
È stato già fatto notare che alla Camera dei deputati tale problema non è stato sollevato con altrettanta decisione e forza. I presentatori dell'emendamento intendono affrontare una questione di pari rappresentanza, e pari rappresentanza vorrebbe dire che in entrambe le Camere essa va «garantita per legge».
Vi è però un problema aggiuntivo, che avevamo cercato di sollevare durante il dibattito sul finanziamento pubblico dei partiti, ossia che la scienza ed anche la sociologia ci dicono che non è così semplice definire l'identità di genere e che magari i generi - a questo punto - possono non essere più due, ma eventualmente anche tre. (Brusìo). Allora, dal momento che state facendo un discorso presuntamente modernista, secondo il quale volete veder rappresentati all'interno delle Aule parlamentari due generi, al 50 e 50, cerco di ricordarvi che siamo nel 2012 e che al di fuori di queste Aule sono in corso dibattiti che riguardano non soltanto l'identità di genere e l'orientamento sessuale - che qui non ci interessano - ma anche i diritti da garantire a queste persone, in quanto individui portatori di diritti.
Cosa implicherebbe tale riformulazione, che andrebbe sicuramente a migliorare il testo originario dell'emendamento? Peraltro non ho ancora capito come si possa garantire tale pari rappresentanza di genere all'interno delle Camere: la persona che viene nominata o eletta deve sottoscrivere una dichiarazione di appartenenza ad un determinato genere, con il divieto di cambiarlo una volta eletto? (Applausi dal Gruppo PdL). Scusate, ma quest'argomento, più di tutti gli altri che sono stati utilizzati, è quello per cui - pur essendo i radicali da sempre molto attenti all'accesso di chiunque, indipendentemente da genere, religione e razza, a qualsiasi ufficio pubblico - la senatrice Poretti ed io ci asterremo, non nel senso che non parteciperemo alla votazione, bensì pigiando il bottone bianco, qualora si dovesse arrivare al voto elettronico. (Applausi dei senatori Poretti e Valentino).
FRANCO Vittoria (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (PD). Signor Presidente, mi pare evidente che, quando si affrontano temi che attengono alla parità fra uomini e donne in politica e nelle istituzioni, vi sia una sollevazione da parte di un'ala di quest'Aula.
Non vorrei dar vita ad una discussione che veda uomini contro donne o viceversa, perché credo che questo Paese sia maturo per affrontare il problema della democrazia paritaria, che vuol dire eguali opportunità fra uomini e donne in tutto. Vorrei invece riprendere il quesito formulato dal senatore Nania: perché le donne sono attive e molto presenti in tanti settori della società, del lavoro e delle attività più varie, mentre in politica sono così poche? È una bella domanda. La risposta è che la politica costituisce il luogo del potere per eccellenza, il luogo dove si scrivono le regole, anche quelle che escludono o includono: e mi pare che in quest'Aula stamattina molti siano per escludere le donne dalla politica, cioè dal luogo del potere di fare le regole.
Bisognerebbe poi analizzare attentamente il linguaggio usato stamattina da molti colleghi uomini, da specificare. Qualcuno ha detto che le donne non sono dei panda: questa storia è vecchissima, proprio perché le donne vogliono le opportunità per manifestare le capacità e il talento di cui dispongono e metterli a disposizione dell'intera comunità.
Qualcun altro ha detto che si discrediterebbe la politica se si assumessero una regola o un sistema elettorale che preveda la doppia preferenza. E perché? Non esistevano le doppie preferenze prima? Si propone soltanto che chi ne voglia esprimere due debba assegnare la seconda ad un candidato di genere diverso da quello cui ha dato la prima. So che il senatore Giovanardi vorrebbe liste monosex, composte da soli uomini, perché è chiaro che qui c'è un patto fra uomini per escludere le donne. Colleghi maschi, cercate di... (Brusìo. Richiami del Presidente. Applausi della senatrice Donaggio). Ve lo ripeto: alcuni di voi vogliono liste monosex, perché hanno fatto un patto politico fra di loro - questa è la verità! - per escludere le donne, anche quelle in gamba, che sono molto più brave di voi in politica e nelle istituzioni. (Applausi delle senatrici Donaggio e Negri. Commenti dal Gruppo PdL. Richiami del Presidente).
ALBERTI CASELLATI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBERTI CASELLATI (PdL). Signor Presidente, trovo che vi sia un'ipocrisia di fondo in questa discussione, se si considera che, dal Presidente della Repubblica a tutti i più alti rappresentanti delle istituzioni, sentiamo sempre dire che le donne hanno grandi meriti. Anche di recente, dopo l'approvazione della legge - che era stata peraltro contestata - per la partecipazione delle donne nelle società quotate in Borsa, una legge volta a promuovere dunque il ruolo femminile, che non ha nulla a che vedere con i panda ma che premia semplicemente il merito, il Presidente della Repubblica ha detto che, quando ci sono donne nei consigli di amministrazione, i risultati sono migliori.
Ultimamente c'è stata anche un'indagine che stabilisce che il quoziente intellettivo delle donne è superiore a quello degli uomini. (Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia. Non mi costringete a sospendere la seduta. Non è ammissibile questo comportamento. La senatrice Alberti Casellati ha il diritto di parlare.
ALBERTI CASELLATI (PdL). Colleghi, non è una considerazione che ho fatto io: è una ricerca scientifica che stabilisce che le donne hanno un quoziente intellettivo più elevato. (Commenti dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Mi scusi un attimo, senatrice Alberti Casellati, perché lei ha il diritto di poter svolgere il suo intervento.
Colleghi, si intende far parlare la senatrice Alberti Casellati, o si vuole una pausa di riflessione? Prego, senatrice, continui pure.
ALBERTI CASELLATI (PdL). La ringrazio, Presidente. Vedo neuroni circolare liberi nell'Aula!
Questo emendamento non è altro che un corollario dell'articolo 51 della Costituzione: non capisco perché oggi determini tanto sconcerto. Esso promuove semplicemente il ruolo delle donne e degli uomini in maniera paritaria, perché è giusto che vi sia un punto di partenza eguale, ma anche un punto di arrivo.
Se dunque in una società, che è formata da più donne che uomini, non c'è una parità nel potere, nella condivisione delle decisioni, significa che c'è un deficit di democrazia. È proprio questo che noi non vogliamo: vogliamo che sia riconosciuto il merito là dove il merito c'è. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Pinotti e Franco Vittoria).
LAURO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LAURO (PdL). Signor Presidente, mi permetto di suggerirle fin d'ora di sospendere la seduta, perché penso che il mio intervento procurerà molti clamori. (Commenti dal Gruppo PdL). Badate bene, cari colleghi di Gruppo, che io ho parlato di fronte ad assemblee infuocate e minacciose: non mi lascerò certo intimidire dai vostri mugugni.
Signor Presidente, vorrei annunciare il mio voto in dissenso dal Gruppo, e vorrei spiegarne qui il motivo. Quando amici presenti in quest'Assemblea invocano giustamente i valori della nostra Costituzione e la sua straordinaria modernità avuto riguardo ai principi dalla stessa sanciti, facendo specifico riferimento all'articolo 3, dovrebbero essere coerenti fino in fondo, perché l'uguaglianza dei cittadini indipendentemente dalla razza, dal sesso o da altri elementi che possano essere fatti oggetto di valutazioni negative non può essere confinata soltanto alla parità di genere. Non è possibile. Questo Parlamento, questa legislatura, quest'Assemblea hanno ignorato le proposte di legge finalizzate a riconoscere diritti a cittadini, a nuclei di persone con figli che non sono tutelati nei loro diritti fondamentali. Ci sono disegni di legge, proposte di legge finalizzate a regolamentare le coppie di fatto, che non sono solo coppie di fatto omosessuali: ci sono centinaia e centinaia di coppie di fatto eterosessuali, con i figli, che non hanno nessuna tutela nei loro diritti fondamentali. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e della senatrice De Feo).
Ci dobbiamo più volte chiedere perché la Costituzione giustamente tutela la famiglia nella sua composizione naturale e perché queste persone, in una democrazia, nel loro rapporto personale, non possano ottenere da questo Parlamento una tutela, in applicazione dell'articolo 3 della Costituzione, dell'articolo 2 della stessa e delle sentenze della Corte costituzionale, che sono state ignorate. Quest'Assemblea non tiene conto della realtà, di quello che si vive fuori da quest'Aula (Applausi delle senatrici Contini e Negri) e, con un atteggiamento disinformato e oscurantista, non riesce ad affrontare i problemi veri della società italiana, che riguardano anche le coppie di fatto, eterosessuali e omosessuali. Lo dico da cattolico praticante, e non da laicista. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Contini). Questa è la verità.
Ecco perché io, pur non condividendo, signor Presidente, le modalità attraverso le quali quel principio deve essere applicato, in dissenso dal mio Gruppo voterò a favore di questo emendamento. (Applausi dai Gruppi PD e IDV e delle senatrici Alberti Casellati, Bonfrisco, De Feo e Contini).
VALENTINO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VALENTINO (PdL). Signor Presidente, mi limiterò a fare pochissime considerazioni. I temi trattati sono di grande impegno e grande coinvolgimento emotivo: tutti partecipano dando il contributo della loro sensibilità e della loro capacità. Però, c'è un dato di ordine sistematico che vorrei rassegnare all'Assemblea perché tragga le conclusioni più opportune e lo valuti. Noi oggi ci stiamo occupando dell'articolo 58 della Costituzione, in materia di composizione del Senato. E alla Camera che cosa accadrebbe, se noi modificassimo l'articolo soltanto al Senato? Sarebbe auspicabile che alla Camera si realizzassero analoghe condizioni, ma allo stato così non è.
Dobbiamo tenere conto delle esigenze che siamo chiamati a trattare, e sulle quali siamo chiamati a discutere. Penso pertanto che, ferme restando tutte le considerazioni apprezzabili che sono state fatte finora su temi e valori che ci trovano certamente d'accordo, bisogna anche fare una piccola riflessione sul dato afferente all'articolo del quale stiamo discutendo. È vero che alla Camera c'è una presenza femminile certamente significativa e che quindi si può trovare una formula normativa per poter ricostituire l'equilibrio, ma non basta questa considerazione. Per questa ragione, signor Presidente, sarò costretto mio malgrado a votare contro questo emendamento. (Applausi del senatore Bornacin).
CALDEROLI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALDEROLI (LNP). Signor Presidente, non voglio insegnare niente a nessuno, ma vorrei ricordare che non siamo in discussione generale, ma in dichiarazione di voto, e quindi sarebbero ammesse le sole dichiarazioni in dissenso e non certo in assenso.
Rispetto al merito, personalmente sono d'accordo sulle pari opportunità, ma dipende da come sono poste. Aver aggiunto questo punto all'interno di quest'articolo, nella parte conclusiva, vuol dire che la parità di genere deve essere garantita anche sul risultato e nella migliore delle ipotesi si dovrebbe avere un rapporto di 125 a 125. Se si dovesse accedere all'ipotesi del senatore Perduca (che la Corte potrebbe anche considerare percorribile), si dovrebbe arrivare ad eleggere 83,3 (con il 3 periodico) rappresentanti secondo il principio di genere, che francamente mi sembra un po' ridicolo. Per poter arrivare ad un simile risultato (125 o 83,3) si deve realizzare una legge elettorale che imponga di esprimere il voto secondo determinati criteri.
Peccato che l'articolo 48 della Costituzione, che non abbiamo modificato, dica che il voto è personale, uguale e libero. Se si introduce un concetto del genere, il voto non è più libero, ma è obbligato secondo determinati binari. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
Pertanto, pur condividendo il valore della parità e apprezzando le sue esigenze, esprimeremo voto contrario rispetto a questa proposta irrealizzabile, perché qualunque legge elettorale o qualunque esito di votazione, che non sia l'83,3 o il 125, diventerebbe incostituzionale. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Calderoli, per il suo benevolo richiamo. Lei ha perfettamente ragione: siamo in dichiarazione di voto, ma ho ritenuto, e me ne sono assunto la responsabilità, visto il tema (riforma della Costituzione) e visto l'argomento specifico, di consentire che ci fosse un confronto, anche perché c'è un numero molto elevato di interventi e quindi mi sono regolato in questo modo.
DONAGGIO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DONAGGIO (PD). Signor Presidente, credo che in questa discussione una cosa vada evitata: ridicolizzare le posizioni di chi dissente o ha opinioni diverse dalle proprie, perché stiamo parlando di un tema che ci portiamo dietro dall'inizio del Novecento. In tale contesto storico, quando si pose il problema del suffragio universale, dell'estensione del diritto di voto alle donne, successe di tutto, in questo Paese, a tal punto che il regime fascista bloccò la legge Acerbo e le donne non votarono mai. Poi arrivò la guerra, poi arrivò il tempo che tutti conosciamo, e quindi la discussione su come è formulata la nostra Costituzione altro non è che la prosecuzione di quel dibattito relativo al fatto che alle donne venisse riconosciuto un diritto elementare quale quello dell'elettorato attivo.
Era una rivoluzione, in cui vennero coinvolti gli stessi partiti: penso all'appello all'estensione del diritto di voto di Anna Kuliscioff, che di questo fece un suo manifesto programmatico, andando anche in rotta di collisione con il suo compagno di allora, Turati, perché il gruppo non era assolutamente d'accordo. Bisognava infatti che le donne, ad esempio, non fossero analfabete, mentre magari il diritto di voto si poteva riconoscere ai maschi analfabeti, ma non, ripeto, alle donne analfabete. Si trovarono moltissime argomentazioni per bloccare quella che è secondo me la vera innovazione: il mondo ha la possibilità di camminare in equilibrio se, come ogni persona, cammina con tutti e due gli occhi aperti, ma se cammina con un solo occhio aperto ed uno chiuso, è chiaro che si sbanda.
Questa è la ragione per cui oggi le donne chiedono non solo il diritto di voto, cioè l'elettorato attivo, ma chiedono il diritto di rappresentarsi in modo efficace attraverso l'elettorato passivo, cioè nelle rappresentanze istituzionali.
Ricordo, agli amanti delle distinzioni, delle differenze, delle discriminazioni che nell'immediato dopoguerra non tutte le donne ebbero il diritto di voto. Le prostitute, quelle che esercitavano la professione nei bordelli di Stato, non avevano il diritto di voto e i loro figli non potevano partecipare ai concorsi per i posti nella pubblica amministrazione. Ci volle la legge Merlin per rimuovere questa discriminazione. Ci furono enormi argomentazioni a sostegno di questa tesi, ma le donne non si sono arrese. Hanno sempre portato avanti l'idea che il Paese è anche un problema loro, che non sono semplicemente al servizio del Paese in termini di lavoro di cura, ancillare, ma vogliono partecipare alla gestione del potere.
Poiché era troppo difficile affrontare questo tema in una legge, io e molte altre persone - mi riconosco totalmente nelle cose che diceva la Presidente del mio Gruppo - lo affrontammo nelle regole interne alle grandi organizzazioni politiche e sociali, mutuando dalla Germania un principio, che era quello delle quote. Vi risparmio la discussione sull'introduzione delle quote. Chi vi parla veniva fermata nei corridoi delle riunioni sindacali cui partecipava dai suoi colleghi maschi (non vado a casa di nessuno) che dicevano: «Ma care campagne, dovremo andare a Casablanca per avere un posto?». Questo era il modo signorile con il quale si affrontava la discussione sulle quote.
Oggi i grandi partiti e i grandi sindacati hanno regole che non sono più le quote di tutela, ma sono norme antidiscriminatorie: nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore o inferiore a una certa soglia. Siamo andati oltre la norma di tutela. Guardate bene le grandi organizzazioni: ci sono donne che dirigono la CGIL, Emma Marcegaglia ha diretto Confindustria, cose che non si sarebbero mai pensate.
Ma perché, se è vero che le donne sono riuscite ad entrare in maniera così determinata anche nel governo delle grandi organizzazioni sociali, non sono mai riuscite a scalfire la politica? È un problema che deve essere guardato in faccia. Gli uomini pian piano sono arretrati. Hanno detto: «Sono più brave a scuola. Arretriamo. Sono più brave in altri campi. Arretriamo». Si sono asserragliati in quella che io chiamo la cittadella del potere, in cui sono loro a determinare le regole.
Vogliamo far capire questo: la cittadella del potere non regge più. Anche quella è destinata a crollare, perché il protagonismo delle donne, non solo di quelle della mia generazione, ma anche di quelle delle giovani generazioni, spazzerà via questo atteggiamento di conservazione. Oggi, infatti, le donne vogliono sentirsi cittadine a tutto tondo.
Il fatto di introdurre norme che non solo promuovano ma garantiscano anche il risultato significa solo guardare in faccia il Paese: il 52 per cento del corpo elettorale è composto da donne. Se si vuole dare rappresentanza al Paese per come si è trasformato, questo 52 per cento deve avere la sua rappresentanza e la sua collocazione.
Torno allora alla domanda di prima. Ma perché una donna non è mai stata neanche ipoteticamente candidata alla carica di Presidente della Repubblica, men che meno Presidente del Consiglio e neppure Presidente del Senato? Non c'è mai stata una donna Presidente del Senato. Nilde Iotti è stata presidente della Camera proprio perché veniva da un partito in cui le donne fecero una battaglia per la rappresentanza femminile nelle più alte cariche istituzionali. (Commenti dal Gruppo PdL).
GAMBA (PdL). La Pivetti non veniva da lì.
DONAGGIO (PD). Non vi dice niente tutto questo?
Vi chiedo solo di fare uno sforzo di modernizzazione. Guardate in faccia le nuove generazioni delle donne. Oggi queste donne hanno il diritto, perché partecipano insieme con i loro compagni e con gli uomini alle trasformazioni di questo Paese, anche di esprimere una rappresentanza in proprio e non per interposta persona al governo del Paese e all'interno dei processi di trasformazione della nostra Repubblica. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e Per il Terzo Polo:ApI‑FLI e della senatrice Bonfrisco. Congratulazioni).
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, abbiamo assistito, da ultimo con l'intervento della senatrice Donaggio, a un dibattito di grande densità politica e di grande qualità civile. Debbo tuttavia esprimere il mio dissenso, argomentandolo e pregando i colleghi di ragionare su un punto.
Signor Presidente, di cosa risente questo modo di legiferare sulla Costituzione? Esso risente del fatto che non abbiamo un relatore e, quindi, siamo esposti in Aula al vento della discussione su singole proposte modificative, al di fuori di una visione unitaria dell'attività legislativa che stiamo facendo.
Per questo motivo, vorrei sottoporre ai colleghi tutti e ai presentatori un punto che, secondo me, è dirimente. Come già accennato da altri colleghi, stiamo ragionando sull'articolo 58 della Costituzione, stabilendo un principio di parità di genere (adesso vedremo la formulazione che verrà adottata al termine di questo dibattito).
Tuttavia, colleghi e colleghe, questa materia è regolata dall'articolo 51 della Costituzione, che al primo comma stabilisce quanto segue: «Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Se noi interveniamo con una modifica all'articolo 58, tralasciamo il fatto che l'articolo 51 della Costituzione prescrive che i requisiti della legge sulle pari opportunità intervengano sui seguenti organi collegiali: la Camera dei deputati (ricordo che abbiamo già approvato l'articolo riguardante la Camera, senza inserirvi questa norma), la Presidenza della Repubblica (articolo 84), gli uffici pubblici (articolo 97), la magistratura (articoli 104 e 106) e la Corte costituzionale (articolo 135).
Come possiamo modificare la Costituzione, che ha già una norma di impianto generale sulle pari opportunità (che è propriamente frutto delle battaglie e delle conquiste per le pari opportunità femminili, come ha rivendicato in modo così efficace - da ultimo - la collega Donaggio), con una previsione per il solo Senato? È assurdo. Chiedo scusa, ma si tratta di un intervento privo di senso. Non possiamo modificare la Costituzione, che ha già una norma d'impianto sulle pari opportunità - l'articolo 51 - dettagliandola solo per il Senato poiché siamo senatori, dopo che non l'abbiamo dettagliata per la Camera dei deputati e dopo che nel testo di legge non la prevediamo per la Corte costituzionale, per la magistratura, per gli uffici pubblici e per le altre funzioni repubblicane.
Se ci fosse stato un relatore, si sarebbe alzato e, con riferimento all'emendamento in esame, avrebbe detto: l'istanza è sacrosanta e l'esigenza è giusta, ma la formulazione è fatta male, quindi, per favore, passiamo al punto successivo.
Condivido tutti gli argomenti di merito sulla parità che sono stati portati, ma essi non sono presentabili, né accoglibili in questa forma e in questa parte del testo della riforma al nostro esame. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PdL).
CARLINO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, faccio anzitutto una precisazione: non vi è stata alcuna malafede in ordine all'affiancamento delle minoranze al genere. Però condivido la richiesta di riformulare l'emendamento venuta da più colleghe, e in particolare dalla presidente Finocchiaro. Pertanto, do lettura della riformulazione: «La legge garantisce la parità di genere nella rappresentanza elettiva».
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, si è acceso il dibattito se la questione riguardasse solo il Senato. Un tema che l'Aula ha già discusso e sul quale sono intervenuta anch'io. Non mi pare affatto un punto dirimente, perché, casomai, agiamo per difetto e non per eccesso.
Volevo comunque annunciare che sull'emendamento 3.215 (testo 2), come riformulato poc'anzi dalla senatrice Carlino, che ringrazio, appongono la firma tutti i senatori e le senatrici del Gruppo del Partito Democratico. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e della senatrice Alberti Casellati).
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 3.215 (testo 2).
PASTORE (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, questa riformulazione, invocata dalla collega Finocchiaro e accolta dalla presentatrice, a parte la sua applicazione solo al Senato, comporta un'interpretazione della norma nei seguenti termini: in quest'Aula, dei 250 senatori elettivi, devono esserci 125 donne e 125 uomini, prevedendo la parità di genere nella rappresentanza elettiva, e quindi non nel processo elettorale ma nell'esito elettorale.
Chiedo ai colleghi se questo non sia solo un mega-spot elettorale piuttosto che una norma rispondente all'esigenza di ampliare l'accesso, nei cosiddetti gangli del potere, anche al genere femminile. (Applausi del senatore Sibilia).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, rimango francamente stupito per il tempo che stiamo spendendo nell'esame di questo emendamento. Rimango stupito perché la norma è di una semplicità sostanziale e nessuna esercitazione scientifica ci potrà convincere del contrario.
Ripeto, stiamo affermando qualcosa di una tale semplicità e così elementare che tornare a parlare di Costituzione, di differenze, di forzatura, di violazioni mi sembra veramente paradossale. Se poi vogliamo essere considerati degli orribili parrucconi che non solo discettano per tanto tempo di una cosa elementare ma che poi si sottraggono ad altro tipo di confronto, francamente non ci sto.
Ringrazio comunque tutti i colleghi che hanno partecipato al dibattito. Capisco che esistono delle differenze, ma affrontiamo l'argomento con la semplicità che merita. Ci sono voci di dissenso, ben vengano, ma il tentativo è di migliorare la partecipazione femminile nelle assemblee elettive, visto che dai Comuni a salire non viene rispettata la parità di genere; anzi, si lavora perché quello stesso principio sia affossato. Ritengo pertanto che uno stimolo sia positivo e che lo sia proprio in un momento in cui finalmente riusciamo a discutere - visto che in Commissione non siamo riusciti a farlo - di riforme costituzionali, che interessano tutti ma che forse non tutti vogliono. (Applausi dal Gruppo IdV).
PERDUCA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, siccome è stata cambiata l'attuale formulazione rispetto a quella originaria, che comunque non incontra il nostro consenso, dichiaro, insieme alle senatrici Bonino e Poretti, la nostra astensione nella votazione di questo emendamento e che non ne sottoscriviamo la nuova formulazione.
VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto, in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, intervengo molto rapidamente in dissenso dal mio Gruppo per un motivo molto semplice, e colgo l'occasione di questo intervento per avanzare una proposta.
È evidente che ci vuole comunque ed in ogni caso un coordinamento con l'articolo 51, primo comma, della Costituzione, altrimenti rischiamo di introdurre una norma che è un doppione rispetto a tale comma. Quando si sviluppò la discussione nel 2002 sulla riforma di quell'articolo, le motivazioni furono esattamente quelle sentite in quest'Aula oggi. Quindi francamente il buon legislatore non può introdurre una norma che non sia quanto meno coordinata con una già esistente che dice sostanzialmente le stesse cose.
NANIA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
NANIA (PdL). Signor Presidente, io voterò in dissenso dal mio Gruppo, quindi mi asterrò, perché questa riformulazione impone una legge di nominati. Se non ci fosse una legge elettorale di nominati, ma una legge libera, dove gli elettori possono scegliere, potremmo avere il risultato di più maschi e meno donne o di più donne e meno maschi, il che vuol dire che sarebbe una legge elettorale incostituzionale.
Allora, per essere praticabile questa norma, deve avvenire ciò che avveniva con il «Mattarellum»: un uomo, una donna. Ma - attenzione - solo con due candidati, non con tre, oppure con quattro, oppure con sei. E poi, se in una circoscrizione, ad esempio, visto che mi viene più facile, quella della Sicilia orientale, si comincia con l'uomo, in quella della Sicilia occidentale si deve cominciare con la donna, e viceversa. Quindi, è una norma che dimostra il ridicolo al quale si sta arrivando (Applausi dai Gruppi PdL e CN:GS-SI-PID-IB-FI), che soprattutto colpisce le donne e che - aggiungo ancora - dimostra chiaramente che non si vuole assolutamente risolvere questo problema.
Dunque, per un verso vogliamo che siano gli elettori a scegliere deputati e senatori con il loro voto e per l'altro verso pensiamo ad una legge che garantisce questo risultato di parità. E poiché un giudice qualunque potrebbe dire: «Ohibò, ma questa legge non garantisce la parità del risultato», deve essere una legge di nominati: e io non capisco come l'Italia dei Valori, che fa una battaglia contro la legge dei nominati, possa presentare un emendamento che obbligatoriamente, come conseguenza, porta al risultato che ci sia una legge di nominati. Questa è schizofrenia pura! (Applausi dai Gruppi PdL e CN:GS-SI-PID-IB-FI e dei senatori Del Pennino e Garavaglia Massimo).
PALMA (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PALMA (PdL). Signor Presidente, confesso che, attesa la delicatezza dell'argomento, forse sarebbe stato da parte mia più prudente non intervenire. Ma confesso altresì che taluni interventi, a partire da quello del senatore Rutelli, per seguire con l'ultimo intervento del senatore Pastore, mi hanno convinto ad intervenire.
Io vorrei dire pochissime cose. La prima è che vi è una differenza sostanziale tra le pari opportunità e la parità di genere. Le pari opportunità, che sono garantite nella nostra Costituzione, tendono a tutelare le pari possibilità, indipendentemente dal genere, per accedere allo sviluppo della propria vita. La parità di genere nella rappresentanza elettiva invece impone sostanzialmente la parità con riferimento al risultato e in maniera del tutto indipendente sia dalle opportunità di partenza sia dal valore delle persone.
Faccio un esempio fra tutti. Nel 1964-1965, se non ricordo male, si modificò la normativa sul concorso in magistratura e si consentì alle donne di parteciparvi. Si apriva sul mondo delle pari opportunità, com'era giusto che fosse. Con il trascorrere del tempo ci troviamo adesso di fronte a una magistratura che vede, vivaddio, negli ultimi concorsi e ormai da diversi anni un prevalere del genere femminile rispetto a quello maschile. Le pari opportunità sono garantite per gli uomini e per le donne; la differenza di merito assicura il risultato finale.
Con la riformulazione che voi avanzate proponete sostanzialmente che per il Senato il risultato e non la base di partenza garantisca parità, in maniera del tutto scissa dai meriti e dalle capacità personali dei soggetti. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Astore, Del Pennino e Fosson).
Mi chiedo e vi chiedo con molta serenità, al di là dei richiami del senatore Rutelli all'articolo 51 o del senatore Calderoli all'articolo 48: siete davvero sicuri che assicurare la parità del risultato sia in linea con uno dei capisaldi della nostra Costituzione e, cioè, l'articolo 3, che non prevede disparità di trattamento fondate sul genere? Mi rendo conto che questo tipo di discorso può essere da taluno di voi immaginato come paradossale; ma quell'articolo 3 vuol dire semplicemente che l'uomo, la donna, il nero e il bianco valgono per quello che sono e per le loro capacità. Quelle loro capacità non possono essere compresse o soppresse in ragione solo della differenza di genere. (Applausi dal Gruppo PdL). La parità di risultato questo comporta.
Signori senatori, non stiamo operando su una legge ordinaria, e con questo non voglio dire che la cosa sia di minore gravità; noi operiamo sulla Carta costituzionale e in che modo vi sentite oggi di varare una modifica della Carta costituzionale che prevede per il solo Senato la parità di genere sul risultato e non la prevede, ad esempio, per la Camera dei deputati e per tutta quella serie di uffici pubblici in cui in sostanza le problematiche sono assolutamente le stesse?
Vorrei dire un'ultima cosa alla presidente Finocchiaro, con riferimento a un suo passaggio sul semipresidenzialismo. Io so bene quali sono i problemi che accompagnano questa riforma costituzionale; conosco bene l'accordo iniziale e quello che è accaduto dopo con un allargamento della normativa sul Senato federale e sul semipresidenzialismo; ma, senatrice Finocchiaro, noi ancora non ci siamo sostanzialmente arrivati a quel punto. Non pensa lei che, nel varare questa norma, che è fuori dal sistema della Costituzione, si vada sostanzialmente con questo voto ad ammazzare definitivamente questa riforma? Ella non potrà non condividere con me la necessità alla Camera di riportare a parità la normativa della Camera con quella del Senato. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Del Pennino).
PRESIDENTE. Prego i senatori di intervenire per dichiarare il voto. Ora torniamo alla dichiarazione di voto vera. Ho diretto in modo molto aperto questa discussione, per cui, vi chiedo di fare una rapida dichiarazione di voto, in un senso o in un altro.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, intervengo per dichiarare il nostro voto contrario, e ne spiego le ragioni.
Cari colleghi, noi partiamo dal presupposto che quello che stiamo facendo è obiettivamente surreale: stiamo discutendo di una riforma che non vedrà la luce; le ragioni non le spiego, le abbiamo già dette. Siamo fuori tempo limite e non c'è il tempo per fare la seconda lettura e le letture previste dall'articolo 138 della Costituzione. In sostanza, stiamo facendo una cosa surreale, un dibattito che sinceramente ci saremmo potuti risparmiare utilizzando questo tempo e l'Aula del Senato per varare provvedimenti molto più utili ed urgenti per il Paese.
Ciò detto, questa discussione è la prova provata del fatto che stiamo affrontando un dibattito surreale. Infatti, ricordo a me stesso che nel 2003 il Parlamento, con votazione pressoché unanime, intervenne modificando l'articolo 51 della Costituzione ed introducendo il principio delle pari opportunità per l'accesso a tutti gli uffici pubblici, ivi comprese le cariche elettive, e utilizzando una formula molto ampia e importante. L'ultimo capoverso del primo comma dell'articolo 51 della Costituzione recita: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». In sostanza, è stato introdotto un principio che ha carattere precettivo nel nostro ordinamento e che non riguarda solo l'elezione del Senato - perché di questo stiamo discutendo - ma l'elezione al Senato, alla Camera, ai Consigli regionali, la nomina degli assessori regionali, dei componenti delle giunte, dei consigli comunali. In sostanza, riguarda l'accesso ad ogni tipo di carica pubblica elettiva o che sia oggetto di una nomina o di una designazione.
Oggi interveniamo su una riforma che non vedrà mai la luce e ci attardiamo in un dibattito che riguarda la riproposizione di questo principio che già fa parte dell'ordinamento, ed è un principio che ha un carattere generale, solo ed esclusivamente per parlare dell'accesso alla carica di senatore, e credo che ciò sia obiettivamente, dal punto di vista tecnico, prima ancora che politico, imbarazzante. Ma siccome è imbarazzante, signor Presidente, tutto questo dibattito, proprio perché serve solo per far scrivere nel programma elettorale di qualcuno che si farà il Senato federale e la Repubblica semipresidenziale, ci consentirà, con il nostro voto contrario di continuare a manifestare il nostro dissenso. (Applausi dal Gruppo (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).
VICARI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VICARI (PdL). Signor Presidente, cercherò di attenermi ai tempi previsti per le dichiarazioni di voto, però dalla discussione che è emersa sentivo l'esigenza di esprimere la mia opinione sull'emendamento in questione, avendo registrato molta ipocrisia, come del resto spesso avviene su questo tema, anche in quest'Aula.
È chiaro che l'emendamento è pretestuoso, demagogico, mal posizionato. È un emendamento propagandistico, punto e basta. Ma certamente il tema è serio: non è questo il modo di affrontarlo o di proporre soluzioni, ma il tema resta assolutamente serio.
Mi dispiace sentire da colleghi in quest'Aula, ogniqualvolta si parla di donne o di presenza femminile, commenti come: «al di là dei loro meriti», «al di là delle loro capacità». Io ribalto esattamente agli uomini quello che è stato espresso nei confronti delle donne, dicendo che sono presenti in quest'Aula al di là dei loro meriti e delle loro capacità. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Bonfrisco).
Detto questo, non abbiamo bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Non abbiamo bisogno di dimostrare le nostre capacità. C'è bisogno soltanto di prendere atto di una società, di una vita che è cambiata. Sarebbe molto più bello, serio e concreto adottare delle azioni e raggiungere l'obiettivo di far sì che le donne riescano ad essere presenti nel mondo del lavoro, quindi anche nel mondo politico, nonostante siano mogli e madri. Cosa che in questo Paese viene fatta molto, ma molto poco.
Ha ragione il senatore Nania quando parla di schizofrenia della proposta, perché un conto è dire: «garantisce» o: «promuove iniziative al fine di garantire» così come, secondo me, è già abbastanza chiaro nell'articolo 51 della nostra Costituzione, recentemente modificato, altra cosa è ragionarne seriamente. E il Senato dovrà farlo da qui a breve tempo.
Senatore D'Alia, lei ha detto che quello che stiamo facendo è un esercizio inutile; non so se è inutile, ma certamente dibattere su temi così importanti dà un segnale a noi stessi e al Paese del livello culturale della classe politica rispetto ad alcuni problemi. Forse non arriveremo alla conclusione o forse sì, ma certamente i dibattiti di questi giorni resteranno per iscritto e quando noi ci troveremo, o chi verrà dopo di noi si troverà, a dibattere e ad affrontare questi problemi, non si potrà non guardare ai discorsi che abbiamo ascoltato ancora oggi, nel 2012.
Dicevo che ha ragione il senatore Nania quando parla di incongruenza. Io invito i colleghi, e tutta quest'Aula a non trattare il problema con sufficienza, a non cercare un escamotage diretto al fine di non consentire un'invasione da parte delle donne anche delle istituzioni della politica, e quindi a non spaventarsi di una presenza che sia esattamente la fotografia di quello che è la società oggi.
Detto questo, l'argomento dovrà essere affrontato seriamente a breve quando il Senato inizierà la discussione in Aula sulla riforma elettorale perché, in quella occasione, si potrà incidere realmente sulle pari opportunità e quindi sulla presenza di entrambi i generi all'interno del Parlamento.
Si parla di collegi e di preferenze, ma l'unico vero strumento per raggiungere l'equilibrio nella rappresentanza dei sessi, nel momento in cui si decide la strada delle preferenze, è la multipreferenza, che consente di votare contemporaneamente per un uomo e per una donna. Questo è l'unico modello che si può adottare e su questo vi misurerete e ci misureremo. Il dibattito di oggi è soltanto un esercizio culturale; sulla legge elettorale misureremo la capacità e la volontà reali della classe politica presente oggi in Parlamento di garantire l'equilibrio nella rappresentanza dei sessi. Va bene la preferenza, ma soltanto a condizione che sia multipla, cioè data ad un uomo e ad una donna contemporaneamente. (Applausi della senatrice Bonfrisco)
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, sono intervenuta altre volte in quest'Aula su questo stesso tema e non soltanto in questa legislatura, perché questo è un problema che ci affligge, da più legislature. (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, per favore, sta parlando la senatrice Poli Bortone. Siamo arrivati alla conclusione del dibattito. Cerchiamo di arrivare al voto.
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Voglio dire soltanto due parole: se avessi avuto qualche dubbio (e non ne ho mai avuti fino a questo momento), mi sarei convinta ancora di più di esprimere non un voto pilatesco di astensione ma un voto decisamente contrario a questo emendamento. (Applausi dal Gruppo PdL).
Un voto decisamente contrario che deriva da una mia cultura politica, che sarà minoritaria, per carità, ma è pur sempre una cultura politica rispettabile, rispetto alla quale ho sempre considerato che esistessero già parametri chiari di riferimento: uno è il merito, un altro è la capacità di sapersi esprimere in un settore piuttosto che in un altro. Non tutte dobbiamo far politica necessariamente, care amiche: possiamo anche fare qualche altra cosa, se la sappiamo fare, così come gli uomini possono tranquillamente fare qualche altra cosa, se ne sono capaci.
Poi, c'è il parametro del consenso. Io sono stufa di sentir dire da cinquant'anni a questa parte che il 52 per cento dell'elettorato passivo è composto da donne mentre appena il 10 per cento del Parlamento è composto da donne. Si vede che le donne non vogliono votare per le donne. Lasceremo la libertà alle donne di scegliere chi diavolo vogliono in Parlamento! (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL e del senatore Astore).
Allora, care amiche, non sono d'accordo con il senatore D'Alia (mi dispiace collega D'Alia, questa volta non sono proprio d'accordo con te), anche perché stiamo lanciando un brutto messaggio alla gente che ci ascolta in questo momento (almeno attraverso Radio Radicale): la gente non può sentire che siamo in quest'Aula, alla metà di luglio, a svolgere un dibattito surreale. Ritengo, per dignità del Parlamento, che non ci sia niente di surreale nei dibattiti, ma sia tutto reale, concreto e dignitoso. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL). Noi siamo in quest'Aula per discutere dignitosamente di problemi degni di essere affrontati.
Signor Presidente, questo problema non mi appassiona più di tanto. Ritengo che la presidente Iotti abbia fatto la presidente della Camera dei deputati per quello che lei rappresentava nella storia politica italiana e nella storia del suo partito e non certamente perché era una quota di un partito, assolutamente no. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).
Mi meraviglio - lo affermo chiaramente - del Partito Democratico, che ha condotto battaglie, non di parità di genere, ma di pari opportunità. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Astore). Qui stiamo confondendo la parità di genere con le pari opportunità. L'opportunità deve essere data al contadino e al professionista, al disoccupato e all'occupato, e non all'uomo e alla donna: altrimenti stiamo ragionando con parametri del passato, ormai superati. (Applausi dal Gruppo PdL). Dobbiamo ragionare con parametri del futuro. Il compito del Parlamento è di consentire a tutti di partecipare alla vita politica. Poi, come in ogni situazione, è bene che vinca il migliore, uomo o donna che sia, purché sia capace di fare politica. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI, PdL e Per il Terzo Polo:ApI-FLI e del senatore Pinzger. Congratulazioni).
DIVINA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, come Lega Nord, dobbiamo affermare in modo estremamente chiaro che non potremmo mai votare un emendamento demagogico come quello ora al nostro esame.
Vorrei farvi sapere ciò che di disgraziato ha portato la parità intesa come obbligo di risultato di arrivo. Provengo da una Regione in cui sono componenti etniche diverse, italiana e tedesca. Credendo di fare buona cosa, abbiamo previsto nel nostro Statuto che per accedere alle pubbliche amministrazioni le componenti italiana e tedesca avessero la parità sulla base di un censimento. Ne è risultato che per accedere alle pubbliche amministrazioni ci sono posti riservati agli italiani ed altri ai tedeschi. Ciò può andare bene in un'amministrazione di pura burocrazia, ma in realtà vale per tutti i livelli dirigenziali, compresi quelli della sanità. Nella nostra Regione, per un concorso per un posto di primario, per esempio di chirurgia, cioè di una persona che ha la vita degli altri nelle sue mani, non può accedere il migliore: infatti, se quella posizione dirigenziale compete al gruppo tedesco, o viceversa, il migliore non potrà diventare primario e offrire il miglior servizio alla sanità, perché si dovrà seguire la legge.
Ricordo alla senatrice Finocchiaro che il Partito Democratico si è impegnato, raccogliendo migliaia di firme, per ridare al popolo la possibilità di scegliere gli eletti. Se si tornerà alla preferenza, sarà il libero voto, cioè la preferenza degli italiani, a stabilire l'arrivo. Vi devono essere pari opportunità di partenza, ma non si può garantire un sistema di voto blindato che obblighi a un risultato finale! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). Non è possibile, perché ciò va contro la libertà del voto dell'elettore! O l'una o l'altra: o si fa demagogia o si dà veramente libertà di voto agli italiani! Fate una scelta coerente, per cortesia. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà, per effettuare quello che sarà l'ultimo intervento, dato che non ha parlato nessuno del suo Gruppo. (Commenti). Mi pare ne abbia il diritto, colleghi, visto che - lo ribadisco - non ha parlato nessuno del Gruppo Misto.
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Signor Presidente, non avrei chiesto di fare quest'intervento, se non fosse stato modificato l'emendamento e non si fosse presentato il testo che è stato ora proposto.
Le osservazioni fatte dai colleghi Pastore e Nania, sono a mio avviso, così precise e puntuali da non consentire l'approvazione dell'emendamento in discorso. Stabiliamo non le pari opportunità, come hanno detto altri colleghi, ma la parità degli eletti, che non può essere stabilita a priori, se vogliamo riconoscere la sovranità popolare. (Applausi del senatore Benedetti Valentini). E se stabiliamo questo, dobbiamo ristabilire il principio delle liste bloccate, che nessuno qui dentro dice di volere. (Applausi del senatore Pastore). Ci si può dividere sui collegi uninominali o sulle preferenze ma, se vogliamo garantire la parità degli eletti, non valgono né i primi né le seconde, ma soltanto le liste bloccate.
Questi sono i motivi per cui voterò contro quest'emendamento. (Applausi del senatore Astore e del Gruppo PdL).
CARLINO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Carlino, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Prima di procedere alla votazione, colleghi, ricordo che la riformulazione del testo proposta dalla senatrice Carlino è la seguente: «La legge garantisce la parità di genere nella rappresentanza elettiva».
Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 3.215 (testo 2), presentato dalla senatrice Carlino e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e del senatore Astore).
Presidenza della vice presidente MAURO (ore 11,39)
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale
n. 24-216-873-894-1086-1114-1218-1548-1589-1590-1761-2319-2784-2875-2941-3183-3204-3210-3252
PRESIDENTE. Metto ai voti l'articolo 3.
È approvato.
Passiamo all'esame degli emendamenti tendenti ad inserire articoli aggiuntivi dopo l'articolo 3, che invito i presentatori ad illustrare.
CALDEROLI (LNP). Signora Presidente, ritiro gli emendamenti 3.0.550, 3.0.201, 3.0.204, 3.0.551, 3.0.205 e 3.0.206.
MALAN (PdL). Signora Presidente, ritiro l'emendamento 3.0.203.
PRESIDENTE. I restanti emendamenti si intendono illustrati.
Invito il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signora Presidente, il Governo si rimette all'Assemblea.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 3.0.200.
PARDI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signora Presidente, l'emendamento in esame propone l'abrogazione dell'articolo 59 della Costituzione, cioè la cancellazione dei senatori a vita.
Su questo voglio fare una considerazione. I senatori a vita fanno parte della storia nobile della politica e della politica istituzionale in Italia, oltre che della rappresentanza. Essi non sono eletti direttamente e non sono il prodotto di un'elezione, ma sono indicati secondo un criterio che li raffigura come dei soggetti, delle persone, dei cittadini che con la loro vita, la loro professione, i loro scritti ed il loro operato hanno illustrato la Repubblica.
Per far capire ai colleghi distratti qual è il vero significato della figura del senatore a vita vorrei fare un semplice esempio. Immaginiamo che figure come Umberto Terracini, Benigno Zaccagnini, Emilio Lussu e Tina Anselmi non avessero avuto accesso alla vita politica rappresentativa. (Applausi del senatore Astore). Si tratta di figure di grandissimo rilievo della cultura e della politica, che hanno impiegato le proprie energie con forza, con coerenza e con continuità nella difficile attività di produrre buone leggi e condurre il Paese in un senso appropriato; parliamo di persone che vengono da un'esperienza di lotta contro la dittatura, che sono maturate culturalmente in una temperie che oggi ci è molto lontana. Se queste persone non avessero avuto accesso alla rappresentanza politica, non avrebbero avuto il ruolo che hanno avuto all'interno delle Assemblee legislative.
Chi oggi, riflettendo sul significato di quelle figure, oserebbe pensare che Emilio Lussu e Tina Anselmi non erano degni di stare all'interno di un'Assemblea legislativa?
Quando ci misuriamo con la figura dei senatori a vita è a questo che dobbiamo pensare: non alle miserie dei singoli individui, sempre possibili, ma alla capacità di attingere una qualità superiore.
È pur vero che nell'esperienza recente delle ultime due legislature una polemica forzosa e priva di reale fondamento aveva individuato nei senatori a vita i «parassiti» usati da una maggioranza risicata per riuscire a spuntare qualche risultato nelle votazioni. Ma su questo voglio glissare, perché l'argomento è troppo volgare e non voglio insistere su una polemica che ha squalificato la prassi assembleare del centrodestra. Questa non è l'atmosfera in cui bisogna evocare le risse. Lo ricordo solo di sfuggita per sostenere che la squalificazione del senatore a vita ha avuto un'occasione puramente contingente, legata a una condizione di lotta politica avvelenata, e quindi ha espresso punti di vista ed interessi che oggi devono essere lontani da noi il più possibile.
Tra gli emendamenti che propongono l'abrogazione dell'articolo 59, quello del senatore Molinari contiene una sorta di correttivo nei confronti dei senatori in carica, di cui sono fatte salve le prerogative. Ma io vorrei sottolineare un altro aspetto, questa volta più tecnico, della cancellazione dei senatori a vita, che richiama, signora Presidente, la presenza dei Presidenti della Repubblica, una volta giunti al termine del loro mandato, come senatori a vita: nel momento in cui proponiamo di eliminare i senatori a vita, interveniamo specificamente anche sulla prerogativa dei Presidenti della Repubblica di ricoprire il ruolo di senatori a vita una volta giunti al termine del loro mandato. Penso che ciò costituisca una forzatura poco in accordo con la finezza del ragionamento costituzionale. Se n'è accorto il senatore Calderoli, il quale, infatti, nel suo emendamento 3.0.201 propone di salvare il Presidente della Repubblica, suggerendo l'abrogazione del secondo comma dell'articolo 59 della Costituzione.
Resta comunque il rilievo complessivo: salvaguardare la figura dei senatori a vita è importante non solo per la vita istituzionale, ma anche per la rappresentanza politica intesa in senso più ampio, la rappresentanza in genere del Paese, per un'impronta e una qualità culturale. Inoltre, resta in piedi l'obiezione relativa al fatto che, qualora venissero approvati questi emendamenti, vi sarebbe la cancellazione di una prerogativa del Presidente della Repubblica.
Signor Presidente, su questo emendamento chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
BOSCETTO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOSCETTO (PdL). Signora Presidente, sono costretto a ripetere quanto ho già detto sul tema dello svolgimento dei lavori in Commissione. Il senatore Rutelli ha lamentato il fatto che la mancanza di un relatore in Aula crea qualche squilibrio. Non possiamo farci niente, visto che la Commissione, con 13 voti contro 13, non ha dato mandato al relatore. Siamo quindi costretti a muoverci in questo contesto senza la presenza di un relatore e anche con la posizione di assoluto non impegno del Governo, che ha dichiarato chiaramente di non voler intervenire sulla riforma costituzionale di carattere parlamentare.
Quando però si parla di abrogazione dell'articolo 59, bisogna tenere conto di come abbiamo delimitato questa riforma in Commissione. Si è partiti da un testo del presidente Vizzini che ha tenuto conto di 25-30 proposte di riforma costituzionale e, d'accordo, si sono selezionati alcuni argomenti molto importanti: parlo del bicameralismo non più perfetto e della sfiducia costruttiva, argomenti di particolare rilievo. Si è deciso di non entrare negli altri.
Il giudizio del mio Gruppo, espresso attraverso la mia dichiarazione di voto, non può che essere contrario a questi emendamenti, a tutti gli emendamenti: innanzitutto a quelli dei quali parlava il senatore Pardi, presentati dal senatore Molinari e da altri senatori, che addirittura vogliono che non sia più senatore di diritto e a vita neppure chi è stato Presidente della Repubblica, ma anche quello (che però mi sembra sia stato ritirato) del senatore Calderoli, che mantiene la prerogativa di senatore a vita per gli ex Presidenti della Repubblica, ma esclude i cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Questa è un'antica tradizione che viene dalla Costituzione iniziale, dal lavoro dei Padri costituenti, ma che si radica in precedenti provvedimenti di carattere giuridico.
Andare quindi ad eliminare questo istituto con un tratto di penna, senza che questa materia faccia parte del contesto concordato, è qualcosa su cui non possiamo essere d'accordo. Credo che se si vogliono rispettare le cose che si sono dette, stabilite ed approvate in Commissione, anche il Partito Democratico debba pensarla in questo modo.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, precedentemente avanzata dal senatore Pardi, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 3.0.200, presentato dal senatore Molinari.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale
n. 24-216-873-894-1086-1114-1218-1548-1589-1590-1761-2319-2784-2875-2941-3183-3204-3210-3252
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 3.0.730.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 3.0.730, presentato dalla senatrice Poli Bortone e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale
n. 24-216-873-894-1086-1114-1218-1548-1589-1590-1761-2319-2784-2875-2941-3183-3204-3210-3252
PRESIDENTE. Gli emendamenti 3.0.550 e 3.0.201 sono stati ritirati.
Metto ai voti l'emendamento 3.0.202, presentato dai senatori Peterlini e Pinzger.
Non è approvato.
Ricordo che l'emendamento 3.0.731 è precluso dall'approvazione dell'emendamento 2.550 (testo 2).
Tutti i restanti emendamenti diretti ad inserire articoli aggiuntivi dopo l'articolo 3 sono stati ritirati.
Passiamo all'esame dell'articolo 4, sul quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.
PARDI (IdV). Signora Presidente, il Gruppo dell'Italia dei Valori ha presentato molti emendamenti all'articolo 4. Mi dispiace che il senatore Saia non abbia voluto illustrare il suo, perché poteva essere interessante un confronto sull'argomento. Essenzialmente, gli emendamenti presentati dal nostro Gruppo hanno una caratteristica unitaria, che è quella di intervenire sulla modifica molto potente e penetrante degli equilibri tra maggioranza ed opposizione, tra Governo e minoranza parlamentare.
Questo disegno di modifica costituzionale, prima ancora che fosse sfigurato dall'arrivo degli emendamenti sul Senato federale e sul presidenzialismo, ai nostri occhi era comunque intensamente criticabile perché introduceva modifiche a tutto vantaggio del potere esecutivo e a tutto svantaggio del potere legislativo. Questo è il tema continuativo di tutta questa riforma, dall'articolo 4 fino alla fine.
La riforma prima dello sfiguramento (per intenderci, la riforma di natura premierale, che dà il potere al Presidente del Consiglio e non al Presidente della Repubblica) riduce le Camere a un ruolo di sostanziali spettatrici dell'attività legislativa, salvo qualche correttivo; ma l'esperienza delle ultime legislature ci ha fatto capire che non ci si può fidare da questo punto di vista. Non si può sperare che chi si è concesso un potere superiore abbia poi il senso della misura, la capacità di correggere i propri passi e di intendersi con gli interlocutori: non succederà. Se si stabilisce un potere, questo potere sarà usato. Purtroppo veniamo da una storia degli ultimi vent'anni in cui chi ha avuto un potere intollerabile e intollerato in nessun'altra parte del mondo sui mezzi di comunicazione l'ha usato nella maniera più spregiudicata. Se si stabilisce un potere, da qualcuno questo potere sarà usato.
Proviamo, quindi, a contrastare questo disegno con gli emendamenti presentati dall'articolo 4 in poi, nel tentativo di interporre strumenti di controllo e di attenuazione del potere smisurato dell'Esecutivo.
Per esempio, si comincia dalla vita fisiologica delle Assemblee. Con l'emendamento 4.201 si propone che ciascuna Camera adotti il proprio Regolamento a maggioranza di tre quinti dei suoi componenti, in modo tale da evitare modifiche costituzionali dissimulate attraverso l'introduzione in Regolamento di elementi molto cogenti.
Non è un mistero per nessuno che, mentre le forze che sostengono il Governo attuale si accordavano per questo rafforzamento del potere esecutivo a danno del potere legislativo, nello stesso momento si provava a determinare una deriva del Regolamento del Senato che perseguiva gli stessi fini con mezzi diversi. La questione della potestà di controllo sul Regolamento, quindi, è fondamentale per evitare che, anche in assenza di una riforma costituzionale incisiva a favore del potere esecutivo, si possa comunque dare a questo poteri più penetranti di quelli di cui ha goduto fino adesso.
Si propone, poi, di introdurre nei Regolamenti di Camera e Senato meccanismi di garanzia per le opposizioni parlamentari e, come rafforzamento al sostegno di tali meccanismi di garanzia, si prevede la possibilità di accedere direttamente alla Corte costituzionale in casi determinati come, per esempio, quando si ritenga che il Regolamento siastato violato in maniera più o meno evidente.
La questione ha dei risvolti particolarmente rilevanti per il dibattito interno alle forze di quella che era stata l'opposizione al Governo Berlusconi. C'è stato un lungo momento in cui i colleghi del Partito Democratico (che continuo a considerare i nostri alleati naturali per il futuro della politica italiana) hanno espresso il loro punto di vista in relazione alla modifica costituzionale, ripetendo continuamente il tema di una garanzia fondamentale: ossia che, di fronte al rafforzamento del Governo, dovesse esservi anche un rafforzamento del Parlamento, il quale avrebbe dovuto poggiare - è una parola d'ordine di antica data - sullo statuto dell'opposizione.
Ora, proprio nel momento in cui accediamo a questa fase, per noi insidiosa, di rafforzamento dell'Esecutivo e di limitazione delle prerogative del potere legislativo, il Partito Democratico - purtroppo - ha rinunciato ad esercitare, con la necessaria fermezza, la pratica di questa garanzia. Lo statuto dell'opposizione è scomparso dall'orizzonte del dibattito politico e culturale contenuto all'interno del dibattito sulla riforma costituzionale, o - meglio - è scomparso nel senso che i colleghi del Partito Democratico ne hanno parlato sempre di meno e in forma sempre più flebile.
Noi pensiamo, invece, che, sotto questo profilo, il legislatore costituzionale debba avere sempre presente il ciclo della vita politica. Non si disegna una riforma costituzionale pensando di esercitare il potere: essa si disegna pensando all'inevitabilità storica del rovesciamento delle maggioranze, della perdita di consenso e dell'impossibilità di accedere all'ampliamento del proprio elettorato. Ci siamo passati tutti, direttamente o indirettamente: anzi, direi che il centro sinistra dovrebbe aver sperimentato sulla propria pelle, perfino con eccessiva durezza, cosa vuol dire fidarsi delle promesse dell'avversario con cui si stabilisce un'intesa di natura costituzionale. L'ammaestramento avrebbe dovuto essere severo. Non ci si può fidare di quello che ci viene promesso: questo valeva per la Bicamerale di Massimo D'Alema e vale ancora oggi.
Quindi, di fronte ad un meccanismo che sostanzialmente macina le possibilità di intervento e di azione della minoranza parlamentare, anche chi pensa di avere il vento in poppa e di poter governare per una o due legislature dovrebbe avere il riflesso fisiologico democratico di pensare che nella vita politica si sale e si scende e, quindi, la garanzia costituzionale non deve essere tarata sulla forza che vince, ma sull'interlocuzione, sul dialogo, sul conflitto e anche sulla lotta aperta che può esserci tra le parti avverse nelle Assemblee elettive.
È essenzialmente a questo fine che sono orientati i nostri emendamenti, i quali verranno poi considerati uno per uno nelle dichiarazioni di voto, se e quando sarà necessario. Lo spirito unitario che li lega tutti è esattamente questo: garantire la possibilità per l'opposizione di non essere schiacciata nel dibattito parlamentare. Ma ancora di più: garantire che le Assemblee elettive abbiano la loro potestà d'azione di fronte alla potestà del Governo.
Tutta la storia recente è permeata dal crescente tentativo del Governo (peraltro riuscito) di impossessarsi delle potestà legislative. Tutti noi ripetiamo lo stesso ritornello ogni volta che arrivano al nostro esame soltanto decreti-legge, nella totale assenza di disegni di legge, ma poi dimentichiamo quanto sia invadente questo cammino apparentemente inarrestabile.
Credo pertanto che tutta l'Assemblea dovrebbe prendere consapevolezza di questo argomento: con tranquillità, senza drammi precipitosi, ma ragionando con freddezza sull'equilibrio fondamentale che deve esseri all'interno delle Assemblee elettive.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, senza la benché minima intenzione di ritardare i lavori di percorso di questa riforma, gradisco richiamare la vostra attenzione, o quella di chi sia interessato, sull'emendamento 4.206, a firma del sottoscritto e dei colleghi Saltamartini, Castro, De Eccher, Bevilacqua, Milone e Coronella.
Ho l'ambizione, non so se temeraria, di proporvi un'approvazione all'unanimità di questo nostro modesto emendamento. In realtà, non so se è modesto: lo è per come lo presentiamo, senza la minima arroganza, ma non nella portata del contenuto. E gradirei che anche il nostro valoroso Capogruppo in Commissione affari costituzionali, senatore Boscetto, al di là della regola che si è dato di non esprimere orientamento favorevole su alcun emendamento, prendesse atto della portata dell'emendamento stesso. Esso incide sull'articolo 4 del testo base, di cui do lettura: «All'articolo 64 della Costituzione è aggiunto il seguente comma: "I Regolamenti delle Camere garantiscono le prerogative e i poteri del Governo e della maggioranza nonché i diritti delle opposizioni e delle minoranze in ogni fase dell'attività parlamentare"».
La modifica che proponiamo, apparentemente lieve, è la seguente: «I Regolamenti delle Camere garantiscono le prerogative e facoltà del parlamentare, le prerogative e i poteri del Governo e della maggioranza nonché i diritti delle opposizioni e delle minoranze in ogni fase dell'attività parlamentare».
Si tratta di una modifica aggiuntiva che, alle prerogative e ai poteri del Governo e della maggioranza e ai diritti delle opposizioni e delle minoranze, premette le prerogative e le facoltà del parlamentare. Anche quelli che, come il sottoscritto e i colleghi firmatari di questo emendamento, possono essere a favore dell'opzione dell'elezione diretta del Capo dello Stato o del Governo, e quindi per un'opzione presidenzialista, ciò non di meno - e forse proprio per questo - tendono a corroborare e a rinforzare la centralità del Parlamento, le sue prerogative, l'equilibrio dei poteri e delle facoltà tra la figura apicale, anche direttamente eletta, e il Parlamento, sempre sovrano e direttamente eletto. Proprio per questo vogliamo bilanciare i due istituti.
Quando, sulla scorta di tutto il dibattito e dell'esperienza parlamentare vissuta, si tende a dire che con i Regolamenti dobbiamo fare uno statuto dell'opposizione per garantire le minoranze e poi anche uno statuto dei poteri e delle prerogative del Governo e della maggioranza (dei Gruppi in particolare), stiamo enfatizzando il Governo, la maggioranza, la minoranza organizzata e i Gruppi. E il singolo parlamentare, onorevoli colleghi?
Ci siamo o no accorti, in questa legislatura ed anche nelle precedenti, che chi tende a scomparire e ad essere fagocitato ed inibito in ogni sua facoltà è il parlamentare nella sua sovranità, nel mandato democratico che riceve e del quale deve rispondere ai suoi elettori? E anche chi ritiene che debbano essere ragionevolmente diminuiti nel numero i parlamentari penso che lo debba fare nell'ottica e nella mentalità che, quanto più si restringe il numero degli appartenenti ad una Camera, tanto più si devono potenziare le prerogative, le risorse e le facoltà del parlamentare. Al limite, per analogia, potremmo prendere l'esempio della grande democrazia statunitense, dove si è pensato ad un Senato di pochissimi membri, ma si è dato a quei pochissimi membri una grande autorità, un grande potere e un grande peso; essi hanno anche una grande struttura dietro di sé, che collabora con loro nello svolgere questo importante mandato parlamentare.
Noi, dunque, dobbiamo prevedere che i Regolamenti parlamentari certo provvedano a disciplinare le prerogative del Governo e della maggioranza, certo debbano disciplinare lo statuto dell'opposizione e delle minoranze, ma prima - se permettete anche in ordine lessicale e logico - dobbiamo prevedere le facoltà e le prerogative del parlamentare. Quando noi abbiamo annebbiato e disciolto la figura e le risorse operative del parlamentare rispetto ai Gruppi (rispettabilissimi), alla maggioranza e alle minoranze, noi abbiamo minato al cuore l'istituto parlamentare e della democrazia rappresentativa.
Sulla base di queste considerazioni, che mi permetto di rivolgere anche al mio Capogruppo in Commissione affari costituzionali, che esprime i pareri per il Gruppo stesso, nonché a tutti i Gruppi, direi che questa nostra formulazione non stravolge minimamente la sostanza del testo base, ma l'arricchisce di un elemento democratico fondamentale. Ecco perché dico che di certo non rinunceremo a questo emendamento - e che ognuno si assumerà la sua responsabilità istituzionale, morale e politica - ma penso anche che, senza nulla stravolgere, esso potrebbe essere accolto e votato da tutti i Gruppi e da tutti i singoli parlamentari. Lo affido pertanto alla vostra benevola ed attenta considerazione.
PRESIDENTE. I restanti emendamenti si intendono illustrati.
Invito il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Il Governo si rimette all'Aula, signora Presidente.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della prima parte dell'emendamento 4.600.
PARDI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signora Presidente, anche se sappiamo che i colleghi firmatari di questo emendamento l'hanno presentato partendo da ragioni diverse dalle nostre (forse molto diverse dalle nostre), noi esprimeremo comunque un voto favorevole su di esso, perché ci ritroviamo il senso fondamentale delle considerazioni che svolgevo nell'illustrazione degli emendamenti riferiti all'articolo 4.
Sopprimendo gli articoli 4, 5, 6, 7, 8, 9 e 10 in un colpo solo, si azzera la riforma costituzionale che non ci convince, si elimina il rafforzamento dell'Esecutivo a danno del Legislativo e, sostanzialmente, si accede a una prospettiva di manutenzione ordinaria con scarsissimi interventi (quelli che ci sono stati finora) sulla Costituzione italiana. Poiché noi pensiamo che tutte le modifiche, che pure sono necessarie per garantire una maggiore efficacia della politica, sono perfettamente raggiungibili modificando la legge elettorale, per esempio, e stabilendo una vitalità democratica dei partiti come auspicato dall'articolo 49 della Costituzione, ma mai realizzato, crediamo che si potrebbe accedere ad una vita politica più sensata senza modificare la Costituzione.
Noi non concordiamo con un assunto fondamentale che è dietro questo disegno di riforma della Costituzione (questo, non quell'altro: di quello sfigurato non ne voglio nemmeno parlare per ora). Parlo del fatto che la Costituzione, secondo alcuni, non dà a chi governa gli strumenti per farlo. Non è vero! Non è vero nella maniera più plateale: chi governa ha gli strumenti per farlo, solo che, o li usa male, o non sa usarli, o non sa che cosa fa, o prende decisioni sbagliate, o prende decisioni a favore di interessi specifici, o è addirittura guidato da interessi specifici, più privati che pubblici, ma qualche volta pubblici e privati.
Non è vero che la Costituzione non dà gli strumenti per governare a chi governa: è una sorta di credenza che si è diffusa nell'ultimo decennio per iniziativa soprattutto dell'ex Presidente del Consiglio, il quale, del tutto incapace di governare e guidato da un solipsismo autistico di natura clinica, ha dovuto trovare il modo per giustificare la propria incapacità di governare attribuendo la colpa alla Costituzione. Era lui che non sapeva governare, cari senatori, e non sapeva farlo in maniera plateale e, qualche volta, anche disgustosa. La Costituzione funziona benissimo; ci vogliono delle aggiustature minime, ma non certo un disegno che riconfigura l'assetto e l'equilibrio tra i poteri.
Quindi, anche se non condividiamo le ragioni per cui i colleghi di Coesione Nazionale hanno presentato la proposta di sopprimere gli articoli da 4 a 10 , a noi tale proposta va bene, e voteremo a favore. (Applausi dal Gruppo IdV).
Chiediamo inoltre la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
BOSCETTO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOSCETTO (PdL). Signora Presidente, onorevoli senatori, l'emendamento 4.600 sopprime tutta la riforma, mantenendo solo i primi tre articoli e, cioè, la riduzione del numero dei parlamentari e gli altri aspetti che finora abbiamo esaminato.
I proponenti sono colleghi di peso e di valore, però mi pare che un emendativo soppressivo di tutta la riforma difficilmente si giustifica. Non riesco a capire la logica che ispira questo tipo di intervento emendativo; di conseguenza, non posso che esprimere in dichiarazione di voto il voto contrario del Popolo della Libertà, che vuole andare avanti con questa riforma e ha proposto anche gli emendamenti presentati dai senatori Gasparri e Quagliariello riguardanti il semipresidenzialismo. Pertanto, la posizione del Gruppo risulterà essere questa.
VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signora Presidente, intervengo per cercare di chiarire in particolare al senatore Boscetto, che apprezzo e stimo, la logica, la ratio, la finalità, l'obiettivo, il carattere strategico degli emendamenti abbiamo presentato. Per farlo devo fare un passo indietro.
Abbiamo presentato, senatore Boscetto, onorevoli colleghi, un organico progetto di riforma della Costituzione. L'abbiamo fatto partendo da un presupposto, peraltro condiviso, seppur per ragioni diverse, almeno in relazione al bicameralismo, dall'Italia dei Valori. Abbiamo prospettato l'idea di un Senato delle autonomie, espressione di secondo livello, nella convinzione che solo questa è la strada per realizzare il superamento del bicameralismo e per introdurre un elemento di rappresentatività territoriale che trovi un momento bicamerale nelle leggi di bilancio.
Si può essere d'accordo o no, ci sono motivazioni pro o contro, ma la proposta che abbiamo enucleato è questa. Abbiamo altresì acceduto alla tesi di votare il Senato federale nella convinzione che si dovesse affrontare comunque il nodo irrisolto di una riforma costituzionale che ha lasciato troppi vuoti che vanno colmati dal punto di vista del riassetto complessivo della forma di Stato e della forma di governo.
Lo abbiamo fatto in una logica complessiva unitaria che ci vede favorevoli al semipresidenzialismo, pur nella consapevolezza che altro - a nostro avviso - è il percorso costituente che bisogna o bisognerà perseguire per raggiungere l'obiettivo reale di varare riforme complessive e organiche. Sicché l'emendamento soppressivo degli articoli 4, 5, 6, 7, 8, 9 e10 è coerente con questa impostazione: si può essere o no d'accordo, ma c'è una coerenza di valutazione, perché noi non siamo d'accordo sulla riforma così come è uscita dalla Commissione. Lo dico anche al senatore Procacci, che ieri ha chiesto una sorta di stralcio: noi non siamo d'accordo. Non ci si può chiedere, per quel poco che esprimiamo e rappresentiamo in termini quantitativi e qualitativi, di essere d'accordo su un'impostazione che non abbiamo condiviso. A nostro avviso (ed è stata una delle motivazioni che ci ha spinto, oltre a ragioni di convergenza tradizionale su alcune tematiche come quelle di carattere presidenzialista), quello è un modo non per innestare una scelta diversa sul tronco delle riforme uscite dalla Commissione, ma per cercare di impostare diversamente l'approdo organico di riforma della Costituzione.
Quindi, noi non siamo d'accordo sul disegno che è uscito dalla Commissione. Abbiamo presentato la nostra proposta organica. Prendiamo atto dei rapporti di forza e delle scelte che in Parlamento si fanno e sulle motivazioni che spingono a fare alcune proposte ci misuriamo con i contenuti, ma se ci chiedete qual è la nostra posizione di fondo, noi non l'abbiamo modificata: la nostra posizione di fondo è il progetto che abbiamo presentato, che parla del Senato e del superamento del bicameralismo, che interviene sulle Province, sull'accorpamento dei Comuni, in altri termini, sul riordino e sul riassetto complessivo, e che si pone l'obiettivo in prospettiva di individuare un luogo dove sia possibile affrontare, non come stiamo facendo, la riforma organica della Costituzione.
Questo è il percorso che abbiamo sempre indicato, cioè quello di dire che, dipendesse da noi e soltanto da noi (vorrei essere chiaro, dopo di che taccio), questo ramo del Parlamento in particolare avrebbe già dovuto, fin dall'anno scorso, aprire una vera e propria sessione costituente (come avevamo proposto) e misurarsi su due questioni fondamentali, vale a dire la legge elettorale e la riforma dei partiti ai sensi dell'articolo 49 della Costituzione, e poi delegare ad un'Assemblea costituente la possibilità di un intervento organico di revisione della Costituzione. Questo, perché siamo convinti che bisogna mettere mano alla Costituzione perché viviamo nell'epoca del tempo reale, perché le istituzioni devono rispondere ad un principio di partecipazione di decisione, perché vorremmo contribuire a costruire una democrazia governante, capace di incidere rispetto ai processi e alla capacità di far recuperare alla politica un ruolo e una funzione alti e nobili.
Noi siamo convinti che questa sia la strada. Si devono consumare le diverse proposte, ma ribadiamo ancora una volta, per quanto ci riguarda, che a nostro avviso sarebbe responsabile, anche per dare una risposta al di fuori di questo Parlamento, determinare una condizione di luogo istituzionale-costituzionale per affrontare le riforme, per rimettere in moto un processo di mobilitazione e di partecipazione popolare per addivenire ad un testo da sottoporre a referendum confermativo, perché noi riteniamo che questo debba essere e sia il percorso.
Naturalmente ci misuriamo con le proposte, e nel farlo esprimiamo consenso e dissenso: in questo caso, pieno dissenso, per testimoniare ancora una volta che, per quanto ci riguarda, quella che è uscita dalla Commissione non è una buona riforma e che noi ci poniamo l'obiettivo di cambiarla e modificarla. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI).
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, precedentemente avanzata dal senatore Pardi, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della prima parte dell'emendamento 4.600, presentato dal senatore Saia e da altri senatori, fino alle parole «Sopprimere gli articoli 4».
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale
n. 24-216-873-894-1086-1114-1218-1548-1589-1590-1761-2319-2784-2875-2941-3183-3204-3210-3252
PRESIDENTE. Risultano pertanto preclusi la restante parte dell'emendamento 4.600 e l'emendamento 4.200.
Passiamo alla votazione dell'emendamento 4.201.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, trovo che alcune parti di questo emendamento andrebbero oggettivamente approfondite. Tuttavia l'incipit mi convince ad esprimere il mio voto favorevole perché prevede, per l'adozione dei i Regolamenti, che ciascuna delle due Camere debba operare con la maggioranza dei tre quinti dei suoi componenti. È lo stesso motivo per cui ho votato a favore dell'emendamento presentato poc'anzi.
Noi dobbiamo apportare una modifica alla Costituzione partendo da una principale e da una successiva: la principale è che i Regolamenti devono garantire le prerogative e i poteri del Governo e della maggioranza e, solo successivamente, tenere conto che esistono anche i diritti dell'opposizione, delle minoranze o dei singoli parlamentari. Io credo che tale impostazione complessiva sia sbagliata perché ritengo sbagliato esercitare il potere in modo eccessivamente verticale. Con la modifica regolamentare, in sostanza, si tenta di stravolgere il senso vero della Repubblica per passare da una Repubblica parlamentare qual è la nostra ad altro tipo di Repubblica senza i necessari contrappesi. È per questo motivo che, nonostante qualche perplessità, voterò a favore dell'emendamento 4.600 e di tutti gli altri emendamenti che tendano a favorire il mantenimento di un potere esercitato in maniera più orizzontale, più legato alla storia e alla tradizione di questo Paese e anche, mi auguro, al suo futuro.
PARDI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, il collega Bruno ha toccato un punto delicato che ha richiamato alla mia memoria un'osservazione che avevo dimenticato nel corso dell'illustrazione degli emendamenti. Troppe cose si affollano nella mente e ogni tanto qualcuna sfugge.
La formulazione dell'articolo 4 nasce dalla presentazione di due emendamenti diversi ma convergenti: uno del Gruppo dell'Italia dei Valori e uno del Gruppo della Lega. La formulazione proposta dal nostro Gruppo, purtroppo, non ha avuto successo in Commissione, mentre quella del Gruppo della Lega sì. Noi abbiamo ritenuto di votare comunque a favore della proposta della Lega, anche se c'era una parziale insoddisfazione, che apriva comunque un capitolo che finora non era stato minimamente toccato nel contesto costituzionale.
Per ottenere la soddisfazione di avere una menzione aperta, letterale, dei diritti delle opposizioni e delle minoranze abbiamo dovuto pagare lo scotto di una riaffermazione delle prerogative e dei poteri del Governo. La formulazione resta insoddisfacente: nello stesso momento in cui ci rallegriamo del fatto che quanto meno è aperto un tema, rimaniamo fondamentalmente insoddisfatti della formulazione. In effetti, fin dall'inizio vi è una plateale asimmetria: da una parte, vi sono prerogative e poteri del Governo e, dall'altra, vi sono i diritti delle opposizioni e delle minoranze. Insomma, per dirla anche in termini hegeliani, vi è un soggetto e vi è un oggetto, ma non si vede la sintesi.
Per tale motivo, abbiamo presentato l'emendamento 4.201, perché ci ripromettiamo di prevedere una versione più equilibrata, progressiva e capace di garantire l'equilibrio della democrazia per il futuro.
Inoltre, il rafforzamento della maggioranza che approva il Regolamento è essenziale, perché sottrae ad una maggioranza occasionale o contingente la potestà sul Regolamento. La maggioranza dei tre quinti è abbastanza robusta per garantire una pluralità di punti di vista.
È necessario, poi, che si fissino i contenuti precisi delle garanzie delle opposizioni parlamentari. In particolare, l'elemento fondamentale è rappresentato dalla designazione da parte delle opposizioni parlamentari dei Presidenti delle Commissioni aventi funzioni di controllo e di garanzia. Inoltre, si dispone l'iscrizione all'ordine del giorno di proposte ed iniziative autonomamente determinate con riserva di tempi e previsione del voto finale. Quest'ultima parte non è un'opzione marginale. Infatti, sappiamo bene che in Parlamento esiste una gamma di velocità estremamente variabile per le iniziative che corrono in Commissione ed in Assemblea. Ad esempio, l'iter di alcuni disegni di legge è velocissimo. Nella legislatura precedente abbiamo assistito a disegni di legge che, poiché facevano l'interesse del Presidente del Consiglio dell'epoca, sorpassavano addirittura i decreti-legge accantonati su un binario di riserva e procedevano rapidamente. Quelli sono stati casi da letteratura costituzionale, che ormai lasciamo al passato. Nella prassi costante, però, esiste una sorta di cammino preferenziale non scritto per alcuni progetti, così come vi è la morte per inedia di molti altri progetti legislativi. Quindi, è essenziale garantire all'opposizione l'iscrizione con riserva di tempi e previsione del voto finale.
L'ultimo elemento, che riguarda la possibilità di ricorrere direttamente alla Corte costituzionale senza passare attraverso il cammino oggi necessario (la pendenza di un giudizio e la decisione di un giudice di rimettere la questione alla Corte stessa, e tutto quello che sappiamo), può essere considerato una forzatura, da un certo punto di vista. In realtà, nel momento in cui lo presentiamo, sappiamo che può rappresentare una forzatura: di fronte ad una prassi corretta degli equilibri costituzionali, forse il ricorso classico alla Corte costituzionale avrebbe potuto bastare; invece noi operiamo in un contesto in cui gli equilibri costituzionali sono costantemente sovvertiti ed incrinati da un'alterazione cosiddetta materiale, che in realtà affida al potere esecutivo una prevalenza incontrollabile e alle varie opposizioni una vita magra per l'impossibilità di intervenire in modo significativo.
Allora, la nostra proposta di accesso diretto alla Corte costituzionale ha una motivazione che potrei definire contingente: sì, lo confesso, è legata ad una contingenza di qualche decennio, in cui il vero equilibrio costituzionale è stato mandato al macero e ne è stato inventato un altro, totalmente falsificato rispetto a quello originario. A questo punto, di fronte alla falsificazione dell'equilibrio originario, vi è bisogno di un riaggiustamento.
Siamo pronti, in futuro, a rinunciare subito a questo tipo d'innesto, sapendo che si tratta proprio di una contromisura, la quale però deve essere efficace e, per assicurare la vitalità dell'opposizione, si deve poter garantire proprio tale misura. L'accesso diretto alla Corte costituzionale, cioè, dal punto di vista disciplinare, è una scelta rischiosa in senso teorico, ma ha una profonda capacità di determinare e ricostituire equilibri tra opposizione e maggioranza che rendono più vitale l'esercizio della democrazia. Questa motivazione può apparire insoddisfacente - e per moltissimi lo sarà sicuramente - ma in questo momento ed in questo dibattito rappresentiamo qui un'opposizione che, dal punto di vista virtuale, potrebbe essere condannata al silenzio. Vogliamo dunque tener fermo questo punto, consapevoli di non lavorare per noi stessi, ma per le opposizioni del futuro.
Con l'occasione, signora Presidente, preannuncio la richiesta di votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 4.201.
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, cari colleghi, gli obiettivi di quest'emendamento, a prima firma Pardi, sono in sostanza due: alzare la maggioranza necessaria per approvare i Regolamenti parlamentari e garantire meglio le opposizioni. Per quanto riguarda le minoranze linguistiche, mi paiono apprezzabili entrambi gli obiettivi, per le motivazioni che vado ad esporre.
Con riferimento alla maggioranza rafforzata qui prevista, ritengo che il nuovo sistema realizzato dalla legge elettorale ormai dal 1992, che mira al bipolarismo, abbia messo in forte dubbio la maggioranza assoluta per quanto riguarda sia i Regolamenti parlamentari sia la Costituzione stessa. Sappiamo che l'articolo 138 della Costituzione, che prevede una maggioranza assoluta per cambiare la Carta costituzionale, nel 1947 era stato elaborato in una situazione di pluralità di partiti, che difficilmente poi trovavano un accordo e in cui la maggioranza assoluta rappresentava un livello davvero molto alto da raggiungere.
Adesso invece, nel sistema bipolare, in cui vi sono una maggioranza ed un'opposizione, essa è dovuta e praticamente permette alla maggioranza di Governo una cosa che i Costituenti non avrebbero mai gradito, ossia di far passare sia la Costituzione sia i Regolamenti parlamentari con una sua maggioranza, anche se stretta. I Padri costituenti non volevano questo, ma una garanzia che per il sistema elettorale di allora fosse effettivamente alta, al fine di assicurare che tutte le forze politiche fossero coinvolte.
Anch'io pertanto, come altri colleghi, mi sono permesso di presentare un emendamento all'articolo 138, attualmente in discussione in 1ª Commissione, per aumentare la barra della maggioranza assoluta prevista dalla Costituzione. In via consequenziale, è giusto che lo si faccia anche per il Regolamento.
Desidero però aggiungere un'ulteriore elemento: quanto sta accadendo in Aula è la pura dimostrazione di quanto sia necessario trovare una convergenza tra le forze politiche e non giocare sulla maggioranza assoluta, per questo tassello che poi comunque può essere superato tramite la richiesta di referendum. È la dimostrazione della confusione di questa fase costituente, così come dovrebbe essere nobilmente chiamata, anche se tale non è, considerato che praticamente, attraverso l'approvazione in Aula di una serie di emendamenti, si cambia la Carta costituzionale che era stata pensata dai più grandi filosofi e giuristi d'Italia, oltre che dai Padri nobili della nostra democrazia. Procedere, dunque, attraverso l'approvazione in Aula di emendamenti non mi pare sia degno della nostra Costituzione. Per questo motivo, ritengo sia utile e necessario alzare il livello, sia per quanto riguarda la modifica dei Regolamenti che, in una seconda fase, anche della stessa Carta costituzionale.
La seconda questione che voglio porre riguarda i diritti delle opposizioni, per cui il collega Pardi in quest'emendamento ha previsto delle garanzie molto forti. Mi pare che ciò sia giusto, anche in questo contesto, perché c'è il rischio che due grandi poli possano schiacciare chi sta tra i banchi, ma non appartiene né all'uno, né all'altro schieramento. Il discorso non riguarda soltanto le minoranze linguistiche, ma anche le forze politiche di opposizione, che hanno diritto ad esistere e che in Aula - lo ripeto - potrebbero essere invece schiacciate dagli stessi Regolamenti.
Per tali motivi, annuncio il voto favorevole del mio Gruppo sull'emendamento in esame.
INCOSTANTE (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
INCOSTANTE (PD). Signora Presidente, intervengo per annunciare il voto contrario del Gruppo del Partito Democratico sull'emendamento 4.201, che tratta un tema molto delicato, innalzando in modo molto significativo il quorum necessario per l'adozione dei Regolamenti di ciascuna Camera, portandolo a tre quinti dei suoi componenti.
Sappiamo quanto la vicenda dei Regolamenti sia stata, in parte, garantista per le minoranze o le opposizioni progressivamente venutesi a determinare nella storia del Parlamento italiano; sappiamo però anche che questo è stato uno degli elementi che hanno frenato qualsiasi possibilità di riorganizzare i lavori parlamentari e di adeguare in modo sempre più efficiente i Regolamenti, così da consentire lo svolgimento dell'attività parlamentare in modo analogo a quanto avviene in tante altre assemblee. Penso, ad esempio, alle assemblee del Parlamento europeo, che richiedono tempi diversi e modalità molto più celeri, oltre che procedimenti differenti per quanto riguarda la discussione e la regolazione dei rapporti tra maggioranza ed opposizione all'interno dello stesso Parlamento.
Ciò fino ad oggi non è stato possibile proprio per un veto reciproco. Ci sembra che innalzare ulteriormente il quorum richiesto per l'adozione dei Regolamenti potrebbe essere disastroso rispetto alla possibilità di dare esito ad una modifica dei Regolamenti stessi.
In questo Paese siamo sempre stati assillati da questa mancanza di fiducia e da questo reciproco opporsi anche sul tema delle regole, che dovrebbe invece essere - ed è così per molti Paesi - il perimetro comune all'interno del quale si conviene, al di là delle posizioni differenti e dei diversi schieramenti. Credo che ci troviamo anche in questo caso di fronte ad un'arretratezza della cultura politica italiana, che ha dimostrato in questo, come in altri campi, di non essere in linea con tanti altri Paesi europei sviluppati quanto il nostro. Tutto questo ci fa capire che è assolutamente necessario fare del tema delle regole un tema comune.
Quello che è avvenuto anche in questi ultimi tempi, in particolare il fatto che in qualche modo si sia mandato in soffitta un accordo che era stato siglato e che era propedeutico, non soltanto ad una riforma della Costituzione, ma anche della legge elettorale, oltre che - proprio con specifico riferimento all'emendamento in esame - dei Regolamenti di ciascuna Camera, renderà sicuramente impossibile, dati i tempi, procedere ad alcune parziali riforme, pur necessarie.
Ribadiamo pertanto, sia nel merito che nel metodo, com'è avvenuto fino ad ora, la nostra contrarietà a questo emendamento.
PRESIDENTE. Hanno chiesto di parlare in dichiarazione di voto anche altri colleghi, ma data l'ora rinviamo i loro interventi alla seduta pomeridiana.
Rinvio pertanto il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.