Passiamo alla votazione finale.
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Signor Presidente, annuncio il voto contrario sul testo al nostro esame, un voto contrario per tre ordini di motivi. Intanto, perché sono convinto che, una volta approvata questa riforma, per il resto della legislatura , non si parlerà più di revisione del sistema di finanziamento e di regolamentazione giuridica dei partiti. Quindi, ci troveremo queste norme, che sono brutte norme, come lo stesso relatore ha in parte riconosciuto, a regime, e vi dovremo convivere.
Poi, perché io avevo fatto una proposta, raccolta dalla presidente Bonino con forti argomentazioni, quella dello stralcio della parte relativa all'ultima rata del finanziamento per destinarla ai terremotati e per consentire l'approvazione con più calma di tutto il resto. Non sto qui a fare il processo alle responsabilità, a vedere se sia colpa del Governo, che non ha fatto il decreto-legge, o dei Gruppi parlamentari, che non hanno consentito la sede deliberante. Dico che quella che avevamo offerto era l'ultima occasione per poter garantire la destinazione di quei fondi e, al tempo stesso, non compromettere la riforma complessiva.
Oltretutto, è stato respinto un emendamento del senatore Calderoli che prevedeva l'immediata entrata in vigore della legge, senza consentire quella dilatazione dei tempi, prevista invece nel testo trasmessoci dalla Camera. Se avessimo operato lo stralcio ed approvato l'emendamento del senatore Calderoli, avremmo fatto opera assai meritoria e avremmo assolto al compito che tutti dicono essere centrale di questo provvedimento, quello cioè di destinare i fondi ai terremotati; avremmo poi consentito un reale dibattito sul merito della riforma del finanziamento e della regolamentazione giuridica dei partiti. Questo è stato rifiutato.
Oggi vi accingete ad approvare, con il nostro voto contrario, un provvedimento che probabilmente, per i tempi di entrata in funzione, non riuscirà nemmeno a risolvere il problema del blocco dell'ultima rata del finanziamento ai partiti. Se così fosse, veramente al danno si unirebbe la beffa. Non sono per il «tanto peggio, tanto meglio». Quindi mi auguro che questo non succeda. Ma mi consenta, Presidente, di esprimere questo timore, che nasce dalla constatazione di un'assoluta indifferenza e incapacità a confrontarsi con delle idee che non fossero quelle sostenute dai partiti maggiori. (Applausi dalla senatrice Sbarbati).
Abbiamo sempre cercato il dialogo su tutto; il fatto stesso che abbiamo ritirato gli altri stralci, caduto quello sull'articolo 1, e gran parte degli emendamenti dimostra che abbiamo una volontà non ostruzionistica ma di collaborazione. Questa collaborazione è stata rifiutata. Ed allora, di fronte a questo rifiuto, devo confermare il nostro voto contrario. (Applausi dei senatori Sbarbati e Belisario).
LI GOTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LI GOTTI (IdV). Signor Presidente, mi rendo conto dell'esigenza di molti colleghi di abbreviare i tempi della discussione. Purtroppo, non ho un testo scritto, altrimenti l'avrei consegnato. Quindi, vi costringerò a stare in Aula qualche minuto in più.
Anche noi votiamo contro questo provvedimento. Le ragioni sono quelle che voi avete ampiamente illustrato votando però a favore. Noi riteniamo che quando un testo viene censurato così radicalmente, salvo alcune parti, il voto consequenziale è quello di votare contro. Noi, infatti, lo abbiamo criticato votando contro. Quest'Assemblea si appresta a votare a favore avendolo criticato come noi. C'erano questi problemi di urgenza? Obiettivamente no. Sarebbe bastato approvare l'emendamento che prevedeva l'entrata in vigore della legge il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per inserire, assieme a quell'emendamento, alcune modifiche. Vi era tutto il tempo per l'approvazione presso l'altro ramo del Parlamento in via definitiva, facendo entrare in vigore questa legge prima dei 15 giorni che dovranno attendersi con la vacatio legis. Quindi, queste ragioni tecnicamente non c'erano. Si poteva fare benissimo, accogliendo alcuni elementi che lo stesso relatore condivideva e che pure non sono stati approvati.
Mi è dispiaciuto il voto contrario. Avevo chiesto ai colleghi quanto meno di astenersi su quella nostra proposta che voleva introdurre qualcosa che già il Parlamento, nella sede della Commissione bicamerale antimafia, aveva unanimemente elaborato e approvato all'unanimità, ossia il codice di autoregolamentazione. In esso si prevedeva che, qualora si versasse nelle condizioni espressamente previste e analiticamente indicate nel codice di autoregolamentazione approvato, si decadesse dal finanziamento. Era un modo per fare una pressione sui partiti, perché selezionassero la loro classe dirigente e la rappresentanza parlamentare evitando un condannato o un rinviato a giudizio per fatti gravi, per mafia, per estorsione, per usura aggravata, per riciclaggio, sottoposto a misure di prevenzione, per reati considerati gravi.
In Commissione antimafia avevamo chiesto un impegno formale da parte dei partiti. Non abbiamo ottenuto questo risultato. Soltanto due partiti hanno inteso sottoscrivere quell'impegno sollecitato dalla Commissione antimafia. Con il nostro emendamento volevamo prevedere che, qualora i partiti non avessero avvertito la necessità di questa selezione della propria classe dirigente, comunque decadessero dai contributi.
Avevamo anche suggerito, al fine di non entrare in contraddizione, che quanto meno sull'emendamento vi fosse un'astensione. No. Il voto negativo che vi è stato in quest'Aula è inspiegabile, come se quella opzione, che in altre sedi è stata fatta, non fosse del Parlamento, come se la Commissione antimafia fosse qualcosa di estraneo al Parlamento stesso, un corpo separato, che lancia segnali, che sollecita, ma che non viene, in fondo, ascoltato.
Ne dobbiamo amaramente prendere atto, così come non apprezziamo il fatto che, nel momento in cui si stabilisce di destinare le somme da incassare in futuro per questa legislatura, si sia deciso di applicare questa strana formula matematica, obiettivamente non comprensibile, per cui le somme ancora da incassare sono ridotte del 10 per cento e l'importo così risultante è ridotto di un ulteriore 50 per cento. Non so chi sia il matematico che ha trovato questa formula: prima il 10 per cento, poi il residuo del 50 per cento. Bastava dire il 55 per cento e faceva anche più effetto. Questa articolazione è fatta in modo che sicuramente chiunque la leggerà alla fine la comprende, ma è come se nascondesse sempre qualcosa di poco chiaro. Perché questa doppia operazione matematica per un'operazione estremamente semplice? È come se qualcuno cercasse di vedere se è possibile inserire qualche interpretazione diversa. Rendere difficile le cose semplici. Sarebbe stato più semplice dire: «I partiti rinunziano per legge al 50 per cento di quello che ancora devono incassare». Invece no, si è usata questa formula che non ha nulla di matematico.
Ci aspettavamo, almeno per questo residuo di legislatura, che i partiti facessero lo sforzo di dire: «Si rinuncia al rateo ultimo e si rinunzia integralmente». Se si fa il gesto, lo si faccia completo. Invece si è ritenuto di farlo a metà. Sulla necessità di applicare la norma transitoria poi è passato tutto, anche quello che non piaceva, anche quello che si è detto doveva essere cambiato.
Avevano ragione il senatore Del Pennino e la presidente Bonino quando hanno proposto lo stralcio al fine di inserire la norma dell'entrata in vigore il giorno successivo alla pubblicazione inGazzetta Ufficiale. In questo modo l'obiettivo era raggiunto e avremmo avuto il tempo di modificare la legge. Invece no, dobbiamo prendere in blocco tutta la legge, anche le parti che non convengono, dicendo che poi la modificheremo. Sappiamo che poi non modificheremo un bel niente. La legge ce la prendiamo così com'è, e così com'è a noi la legge non piace.
Il Gruppo dell'Italia dei Valori si appresta a raccogliere le firme per unreferendum abrogativo di questa legge. Voi oggi la voterete: noi confidiamo che i cittadini italiani la cancellino per la seconda volta. Siamo convintissimi che il popolo italiano lo farà, e voi dovrete giustificarvi innanzi al popolo italiano, e non è la prima volta. Voteremo no. (Applausi dal Gruppo IdV. Commenti della senatrice Garavaglia Mariapia).
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, noi non abbiamo fatto una strenua battaglia come altri in quest'Aula. Abbiamo presentato soltanto pochissimi emendamenti, uno dei quali, secondo noi, con un forte valore, non simbolico, ma di sostanza e di contenuto, relativo all'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione, che a noi sembrava e sembra propedeutico a qualunque forma di intervento in favore dei partiti.
Abbiamo avuto anche il buon gusto di non ricordare in quest'Aula vicende che certamente non sono state esaltanti per la storia dei partiti negli ultimi quindici anni e dalle quali pochi sono rimasti immuni (e uso un eufemismo). Non l'abbiamo fatto perché non ci piace fare delle speculazioni su vicende che offuscano l'immagine del Parlamento italiano, perché immaginiamo che il Parlamento debba avere sempre quel forte valore democratico, debba dare il senso dell'istituzione più alta nella quale i cittadini si possano e si debbano riconoscere.
Però, contestualmente, Presidente, abbiamo presentato nei giorni scorsi un disegno di legge che prevede una Commissione di inchiesta; ma non una di quelle che per quattro-cinque anni più o meno traccheggiano perché servono più che altro per avere qualche Presidenza o qualche altra situazione del genere, ma una Commissione di inchiesta che lavori soltanto per tre mesi e faccia luce su tutte le vicende che hanno attraversato i partiti in Italia negli ultimi quindici anni. Questo, perché non basta fare come qualcuno ha fatto in quest'Aula oggi: mi riferisco al senatore Rutelli, che ha ricordato le vicende della Margherita, delle quali si è molto addolorato. Certamente non sono vicende piacevoli, né quelle, né tante altre, che purtroppo abbiamo dovuto affrontare anche in quest'Aula.
Noi pensiamo che una Commissione d'inchiesta che lavori alacremente per tre mesi possa fornire da subito quei numeri e quegli elementi di valutazione in virtù dei quali affrontare anche l'esame del provvedimento in discussione alla Camera dei deputati proprio sull'articolo 49 della Costituzione - lo ricordava la presidente Finocchiaro - così da avere le indicazioni più giuste ed intervenire in maniera adeguata, con dati di conoscenza ben precisi (non derivanti quindi da gossip o da scandalismo gratuito), facendo una sana autocritica sulle vicende che hanno attraversato i partiti, quando questi c'erano, e probabilmente c'erano anche in virtù del fatto che dovessero percepire dei lauti finanziamenti.
Qualcuno forse dirà che per noi è più semplice parlare, perché non abbiamo il rimborso dei partiti, non abbiamo radio, non abbiamo radio comunitarie, non abbiamo televisioni, non abbiamo testate di giornali. Diciamo che siamo un gruppo articolato, nel quale è rappresentato il Nord ed il Sud del Paese e nel quale è presente il tema della coesione nazionale. Siamo un gruppo che è venuto fuori dalle vicende politiche di quest'ultima legislatura, che verrà certamente ricordata come una di quelle non felici del Parlamento italiano. Proprio per questo, però, siamo forse ancora più liberi di esprimere il nostro pensiero.
Non voteremo contro questo provvedimento, ma non ci siamo neanche appiattiti fin dall'inizio sulla rassegnazione. Abbiamo tentato di inserire qualche elemento che ci sembrava più forte, più cogente e più interessante rispetto alla semplice riduzione del discorso in termini percentuali, con quelle alchimie che sono state ricordate anche dal collega Li Gotti poco fa, che non ci soddisfano minimamente, né credo che possano soddisfare il cittadino della strada, quando capirà esattamente di che cosa si tratta.
Credo che ai cittadini dobbiamo dare oggi dei partiti sani, selettivi, valoriali e identitari; dei partiti che sappiano far crescere il personale politico al loro interno attraverso una sana formazione politica. Anche a questo scopo avevamo presentato un nostro emendamento per fare in modo che all'interno di ogni partito, al di là delle «quote rosa» (che non mi hanno mai particolarmente appassionata), si potessero creare invece le condizioni per far crescere tutti. Parlare oggi di pari opportunità significa, infatti, a proposito di partiti e di elezioni, dare a tutti la possibilità di accedere alla politica.
Dobbiamo fare quindi uno sforzo in più. Non basta ridurre del 40 o del 45 per cento una rata del finanziamento ai partiti - perché di questo poi alla fine effettivamente si tratta - ma è necessario anche stabilire delle regole che siano molto più chiare, sane e trasparenti, per fare in modo che tutti i cittadini, a qualsiasi ceto sociale appartengano, possano realmente usufruire delle pari opportunità per accedere alla politica. Oggi mi pare che gli spazi si siano invece ristretti e che si vada davvero verso la costruzione di quella che può sembrare sempre di più - e forse lo è - una vera e propria casta di persone che, se non fanno politica, non sanno più che cosa fare. Non è così, però. Per tutti i cittadini ci deve essere, infatti, la possibilità di partecipare, di crescere, di formarsi, di avere una cultura politica, di avere una speranza ed un ideale, finalmente, perché credo che di obiettivi e di ideali in questi ultimi tempi ce ne siano stati veramente pochi.
Non vogliamo assolutamente che qualcuno possa strumentalizzare una nostra posizione. Figuriamoci se, al pari di tutti gli altri, non siamo d'accordo per andare incontro, non soltanto ai terremotati dell'ultimo evento, ma anche a coloro che hanno subito danni dal 1° gennaio 2009 (penso alla provincia di Messina, ad esempio). Avremmo potuto farlo in altro modo; sarebbe stato - mi si passi l'espressione - più di buon gusto se avessimo legato ad altro provvedimento l'intervento sui terremotati. Comunque noi abbiamo pazienza e in questi ultimi mesi di legislatura, non solo ne attenderemo con ansia la fine, ma ci procureremo anche il piacere di poter intervenire, se e quando arriverà, sul disegno di legge di attuazione dell'articolo 49 della Costituzione. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI).
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, noi siamo in un regime di bicameralismo in cui, a nostro avviso, una legge come questa avrebbe potuto essere esaminata e varata saggiamente con il contributo di ciascuno dei due rami del Parlamento. Invece è accaduto che la Camera ha approvato, su una giusta e comprensibile spinta politica e anche emozionale, una regolamentazione della disciplina del finanziamento dei partiti politici in misura consistente con un testo che è stato modificato in Assemblea, e dunque con un certo tasso di improvvisazione legislativa che, a condizioni normali, si immaginava avrebbe potuto essere integrato e migliorato dall'esame del Senato.
Segnalo a lei, signor Presidente, come ho fatto in sede di Conferenza dei Capigruppo ai colleghi e al Presidente del Senato, che arrivare nell'Aula del Senato con dei decreti-legge (per altro verso ciò accadrà sulla normativa riguardante la Protezione civile) in articulo mortis, cioè sostanzialmente con l'alternativa bere o affogare evocata da colleghi di altri Gruppi, tale per cui o si converte o il decreto-legge decade, rappresenta una pessima modalità di programmazione dei nostri lavori e un'accettazione di una sorta di monocameralismo zoppo alternato. In questo mese di luglio i provvedimenti che saranno approvati in prima lettura alla Camera o rispettivamente al Senato dovranno essere nella versione definitiva, salvo decadere.
Poiché in questo caso non si tratta di un decreto-legge ma di una normativa d'iniziativa parlamentare, il lavoro del Senato sarebbe stato davvero fondamentale per migliorare un provvedimento cui le componenti di Futuro e Libertà per l'Italia e API presenti alla Camera avevano dato il loro voto favorevole, ma senza lesinare un'aspettativa che questa normativa potesse essere migliorata al Senato.
Nell'esprimere il voto finale, noi ci troviamo invece di fronte alla stessa condizione costrittiva che ho citato prima e di fronte all'identica impossibilità di migliorare questo provvedimento, in virtù di una distrazione o di una malizia che ha fatto sì che la non immediata entrata in vigore della norma riguardante la devoluzione a beneficio delle persone colpite dal terremoto in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, avrebbe impedito, se questa non fosse stata approvata definitivamente entro le prossime giornate, che la devoluzione delle risorse derivanti dalla diminuzione dei finanziamenti ai partiti avesse efficacia.
Ci chiediamo quindi cosa fare, considerando che, come i nostri colleghi hanno osservato, alcune delle modifiche essenziali che abbiamo presentato come proposte emendative a nostro avviso erano, sono e restano non superflue né decorative o aggiuntive. Esse sono invece necessarie per la solidità dell'impianto della legge e soprattutto perché si faccia tesoro degli errori normativi precedenti e dei margini d'intrusione in una regolazione troppo lasca per quanto riguarda i bilanci dei partiti, che purtroppo ha permesso la realizzazione delle vicende più volte richiamate nel dibattito anche da me e che sono anche all'origine della ribellione rispetto alla normativa esistente e dell'esigenza di modificarla.
Cosa fare? Al Senato il voto di astensione equivale al voto contrario ed è evidente che la non partecipazione al voto sarebbe assolutamente inadeguata. Dunque, il nostro Gruppo voterà favorevolmente, come hanno fatto i colleghi della Camera, lasciando però agli atti questa insoddisfazione perché le proposte - lo ripeto - mirate riguardanti la maggiore possibilità di dare certezza e trasparenza ai bilanci dei partiti, alla documentazione che si deve presentare, alla revisione che si deve svolgere, alla certificazione che se ne deve ricavare e al bando per attività improprie che riguardino i partiti politici noi le consideriamo tuttora indispensabili.
Cercheremo di impegnarci nelle Commissioni competenti perché ciò avvenga attraverso modificazioni normative negli ultimi mesi di questa legislatura. Come già detto, signor Presidente, esprimiamo le ovvie perplessità sulla probabilità che ciò avvenga. Tuttavia, tra mantenere le cose come sono, attraverso l'indicazione del nostro voto, e accogliere positivamente una serie di modifiche, certamente migliorative, contenute nel testo di legge al nostro esame, noi scegliamo la seconda strada.
La nostra riserva però la lasciamo agli atti dell'Aula e riaffermiamo il nostro impegno che, lo vorrei ricordare, non è iniziato negli ultimi mesi. Da questi banchi è venuta da due anni a questa parte, prima della emersione delle problematiche di cui abbiamo parlato, drammatiche per la credibilità di tutta la politica, purtroppo, e non solo per una singola vicenda, una richiesta. Noi avevamo chiesto e proposto all'attenzione dell'Aula con emendamenti, che sono stati respinti, un taglio dei finanziamenti ai partiti e altre riforme che, se fossero state approvate, forse all'epoca sarebbero state utili per tutti.
Dunque, una dichiarazione di voto favorevole, con un sentimento di rammarico sul nostro modo di legiferare, per cui si accetta, in una situazione come questa, che una normativa approvata da uno dei due rami del Parlamento con delle evidenti lacune ed inadeguatezze diventi inevitabilmente testo definitivo di legge. Questo è un errore e, secondo me, nella concertazione necessaria tra i Presidenti delle due Camere, tale errore va scongiurato anche nella prospettiva dei molti provvedimenti (decreti-legge) che sono già oggi al nostro esame su cui si consiglia, alla Camera come al Senato, una collaborazione che impedisca d'ora in avanti - lo dico perché temo accadrà, e vorrei non accadesse - che si debbano approvare dei provvedimenti che sappiamo inadeguati, insufficienti o insoddisfacenti e tuttavia inemendabili per via di questo meccanismo perverso nel quale ci siamo cacciati.
Per evitarlo, credo sia saggio anche perseguire l'intesa che i Capigruppo delle forze che sostengono il Governo e, auspicabilmente, anche delle opposizioni hanno a più riprese auspicato e cioè che alcuni decreti-legge vengano accorpati, che alcune altre misure vengano fatte decadere e che il Parlamento possa legiferare fino all'inizio di agosto in un modo compatto, razionale e possibilmente senza duplicazioni e senza l'impossibilità di migliorare i testi di legge, come purtroppo avviene oggi. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI. Congratulazioni).
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, esprimeremo un voto favorevole all'approvazione di questo testo e lo facciamo non solo per l'articolo 16, ma per l'intero contenuto del provvedimento che è frutto di un dibattito e di un confronto tra le forze politiche avvenuto alla Camera e poi qui in Senato, ancorché con tempi più ristretti. Questo confronto è stato stimolato e accelerato dalle questioni che l'attualità e la cronaca - ahinoi!, anche giudiziaria - ci hanno consegnato negli ultimi tempi.
Credo che questa sia l'occasione per avviare una riflessione sul sistema politico e dei partiti nella cosiddetta seconda Repubblica. Se non partiamo da qui, probabilmente non comprendiamo come siamo arrivati a questo testo che oggettivamente costituisce un passo avanti molto importante verso l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione. È evidente, infatti, che nella cosiddetta seconda Repubblica i partiti, nell'era del sistema maggioritario, hanno scontato due grandi limiti: il primo è quello di essere diventati esclusivamente dei comitati elettorali; il secondo, che è proprio dello spirito e del sistema costruitosi negli ultimi 20 anni, è quello che sono stati partiti a vocazione prevalentemente carismatica, incentrati attorno a un leader. Nella seconda Repubblica - lo voglio sottolineare senza polemica - il tema del sostegno economico ai partiti è stato comunque oggetto di un'aspra contesa politica intorno alla questione del conflitto di interessi.
Allora, se non valutiamo la questione anche con riferimento a questo aspetto, non comprendiamo il motivo per cui negli ultimi anni si è arrivati ad una quota di rimborso elettorale e di finanziamento pubblico ai partiti che obiettivamente può apparire sproporzionata. Tutto ciò è avvenuto perché, in un sistema in cui l'accesso alla politica è consentito giustamente a tutti, anche a chi ha grandi disponibilità economiche, e a tutti è consentito di investire nell'ambito di un partito, si è creato uno scompenso, che poi è stato riequilibrato da una normativa che ha permesso ai partiti meno fortunati da questo punto di vista (cioè che non hanno alle spalle dei veri e propri Paperon de' Paperoni) di continuare a svolgere la propria attività sul territorio e nella società civile.
Questo è il dato dal quale - a mio avviso - dobbiamo partire per riuscire a comprendere perché oggi, venuto meno quel sistema politico, non vi è più questa necessità, ma anzi vi è quella di fare una rapida e radicale inversione di rotta.
Il provvedimento in esame introduce una serie di elementi importanti da questo punto di vista, fissando un tetto massimo per legge al finanziamento pubblico ed al rimborso; parametrando il sistema di sostegno finanziario pubblico all'attività concreta svolta dai partiti e al supporto che questi ricevono dalle iscrizioni, dalle adesioni e così via; prevedendo un sistema di sostegno e di erogazione liberale privata più trasparente. Infatti, nel testo si introduce l'obbligo della dichiarazione congiunta per tutte le donazioni e tutti i contributi superiori a 5.000 euro (questa era un'altra delle questioni oggetto di un dibattito nella società, nel sistema dell'informazione ed anche in Parlamento). Inoltre, ancoriamo il riconoscimento del sostegno economico pubblico alla dotazione di statuti che garantiscano la democrazia interna.
Quella che oggi diventerà legge introduce per la prima volta il principio secondo cui solo i partiti democratici, che garantiscono la partecipazione dei cittadini così come stabilisce l'articolo 49 della Costituzione e garantiscono i diritti delle minoranze, possono accedere al finanziamento pubblico. Se questa è poca cosa, io non lo so. In realtà, credo sia un fatto importante, che segna una svolta ed una discontinuità rispetto all'organizzazione della politica e dei partiti nell'era della seconda Repubblica.
Inoltre, questo testo introduce una serie di interventi volti ad eliminare le distorsioni registrate nel sistema, che sono state e sono tuttora oggetto di iniziative legittime della magistratura e che servono sostanzialmente ad inserire due elementi importanti. Il primo è l'obbligo della totale trasparenza dei bilanci e delle attività finanziarie dei partiti, la quale si ottiene con l'obbligo del controllo attraverso le società di revisione e con l'obbligo del controllo di un organo indipendente composto da soggetti che certamente non appartengano al mondo della politica, ma al sistema, all'ordine o al potere giudiziario nelle sue diverse articolazioni, nelle sue diverse giurisdizioni. È un sistema di garanzia affinché il controllo sui bilanci e sulle attività economiche dei partiti avvenga in maniera seria, penetrante e conforme a ciò che la legge prevede.
Se tutto questo è poco non lo so; so certamente che prima non c'era e che oggi c'è e che tutti i partiti che intendono percepire soldi dei contribuenti o che vi accedono oggi sono obbligati a questo e sono sanzionati, cosa che prima non avveniva. Infatti, se i partiti non adempiano agli obblighi di trasparenza, controllo e certificazione come previsti dalla legge incorrono nella sanzione della decurtazione fino a due terzi, se non ricordo male, della contribuzione e dell'erogazione stessa.
Non so se questo è poco, ma certamente prima non succedeva, e se prima ci fosse stato tutto questo probabilmente oggi ci troveremmo in una condizione assolutamente diversa.
I cittadini non contestano che la politica si finanzi, ma vogliono sapere come ci si finanzia e come vengono spesi i soldi, non solo quelli della parte pubblica e cioè del finanziamento pubblico, ma anche quella quota che i partiti incamerano attraverso gli iscritti e il sostegno privato, che fa parte di un patrimonio che deve essere speso per alimentare la democrazia nel nostro Paese. Questo è il punto di fondo.
Non so se questa legge soddisferà tutto questo, ma certamente essa introduce una serie di meccanismi così stringenti, anche dal punto di vista dei beni immobili dei partiti, delle fondazioni e così via, che prima non c'erano e forse, se ci fossero stati, avremmo avuto qualche problema in meno.
Certamente la legge di attuazione dell'articolo 49 della Costituzione completerà questo percorso, ma siccome la parte più importante del sistema che riconosce personalità giuridica ai partiti è quella relativa alla destinazione e all'utilizzo di risorse pubbliche, essere intervenuti su questo sistema con norme così stringenti, che prevedono una serie di controlli, che obbligano ad una trasparenza e ad un controllo anche attraverso la rete delle attività, dei bilanci e delle rendicontazioni, effettuate secondo regole che valgono anche per i privati, credo faccia fare un salto in avanti alla politica e servirà ai partiti del futuro che dovranno essere costruiti e che saranno diversi da quelli che abbiamo oggi.
Io credo infatti che anche un'epoca da questo punto di vista, con la riforma della legge elettorale, che noi riteniamo sia indispensabile, si farà, e quindi avere dei partiti in cui si garantisce ai cittadini di poter svolgere la propria attività e di poterlo fare in maniera democratica e libera, e consentire ai cittadini, senza scorciatoie di primarie o non primarie, di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento attraverso le preferenze o altre forme di scelta diverse dalla cooptazione (cioè del bere o affogare, per cui se vuoi votare quel partito o voti chi dice il partito oppure quel partito non lo voti) faccia parte di un percorso che con questo provvedimento abbiamo iniziato, ed è un percorso che non si può fermare.
Credo altresì che sarebbe obiettivamente poco onesto intellettualmente non riconoscere che questo testo fa fare sostanziali passi avanti alla democrazia nel nostro Paese e comunque dà una risposta forte ai cittadini che chiedono trasparenza sulle attività dei partiti e di chi nei partiti svolge l'attività politica e di dirigente.
Infine, voglio aggiungere che ho apprezzato alcuni punti dell'intervento del senatore Li Gotti, e mi riferisco alla questione relativa alla introduzione di un sistema di sanzioni per quei partiti che candidino persone che siano in qualche modo coinvolte in attività criminali. Voglio assumere un impegno con il senatore Li Gotti, perché di questo tema abbiamo parlato diverse volte in Commissione antimafia: posto che, se ci fosse stata la possibilità di approvare un emendamento in tal senso, oggi l'avremmo votato e approvato, voglio assumere l'impegno che, in occasione dei prossimi provvedimenti - ci sarà occasione da qui a quando chiuderemo la nostra attività parlamentare - voteremo insieme e sottoscriveremo un testo su questo aspetto, che credo sia molto importante, perché può essere deterrente molto più di quanto non lo siano norme sanzionatorie ex post che riguardino la incandidabilità o la decadenza. Infatti, quel sistema già c'è e funziona fino a un certo punto. Se noi interveniamo anche con sanzioni sui partiti nella selezione della classe dirigente, apriamo, anche da questo punto di vista, ad un sistema innovativo che serve a tutti; e su questo c'è il nostro consenso totale.
Quindi, signor Presidente, noi voteremo a favore di questo provvedimento. Come vede, non ho parlato dell'articolo 16. L'articolo 16 è importante per un'altra ragione: perché, in epoca di ristrettezze economiche, l'aver trovato risorse aggiuntive per pagare gli interventi che sono stati già adottati (ad esempio per l'alluvione di Giampilieri, per l'alluvione di Saponara, per tutto il dissesto idrogeologico che c'è stato, con morti, sul territorio nazionale e per gli eventi del terremoto che ha colpito l'Emilia) è un fatto fondamentale ed importante. Se ci fosse stata un'altra strada rispetto a quella che molto opportunamente e dettagliatamente ha indicato la collega Finocchiaro, l'avremmo perseguita. Siccome non ce n'erano altre, va bene anche così. L'importante è che le cose si facciano e che si eviti di fare speculazioni che questo Parlamento non merita. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e del senatore Agostini).
DIVINA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, normalmente si fanno delle dichiarazioni e alla fine si annuncia come sarà il voto. Noi dobbiamo fare l'esatto opposto, perché, come Lega, noi annunciamo che dovremo assumere un comportamento con un voto di astensione.
Vorremmo tuttavia spiegarci, perché la nostra astensione non è una bocciatura, anzi è una benevola astensione ed è dovuta al fatto che noi pretendevamo di più da questo provvedimento. La Lega si astiene perché non è soddisfatta di ciò che si fa. È pur vero che vogliamo dare una mano a chi in questo momento ha più bisogno, alle aree che hanno subito calamità; ma potevamo fare molto, molto di più. E soprattutto, come Lega, volevamo sancire una volta per tutte - e ne avremmo avuto l'opportunità - che i partiti non devono pesare più sulle tasche dei cittadini.
Queste due cose non si sono realizzate e non sono state accolte, sotto le varie forme di proposte, emendamenti e via dicendo. Per cui, come Lega, noi siamo delusi. Però quella stampa che, quando commenta semplicemente, dice che un determinato provvedimento è stato approvato con un certo numero di voti a favore, un certo numero di voti contrari e un certo numero di astenuti, dovrebbe ogni tanto dire che gli astenuti si sono comportati in tal modo perché avrebbero preteso un cammino, una speditezza e un provvedimento un po' più efficace.
Secondo noi, non abbiamo dato una gran buona prova oggi, in questo momento e in questa discussione, come non abbiamo dato una buona prova nel tempo ragionando su queste materie, addirittura scavalcando la volontà del Paese, degli italiani quando dissero che non avevano più voglia di finanziare i partiti. E dal finanziamento siamo arrivati, nel 1999, al rimborso elettorale. Non abbiamo dato buona prova (o non l'ha data chi ci ha preceduto) quando, per paura di far sembrare importante il contributo pubblico, si è deciso di dividerlo in cinque piccole rate, così sarebbe sembrato meno impattante. Abbiamo fatto così un secondo pasticcio, perché il susseguirsi delle rate annuali ha fatto sì che le legislature più corte di cinque anni producessero l'accavallarsi di nuovi e vecchi contributi, facendo percepire addirittura l'esatto opposto all'opinione pubblica, cioè che i partiti si arricchivano e che, meno duravano le legislature, tanto meglio, perché si incameravano ancor più soldi; cosa non vera, ma questo è stato il messaggio finale.
Il messaggio che noi volevamo dare ai cittadini era che non vogliamo più pesare sulle loro tasche; e lo si sarebbe potuto dare. Come? Organizzando in modo diverso la vita dei partiti, ma anche l'alimentazione, il sostegno economico dei partiti.
Per noi si doveva rivoluzionare il tutto, stabilendo innanzitutto di rinunciare totalmente, da oggi, alle rate successive, sulla base di questa legge; cosa che non è stata fatta o che è stata fatta a metà: si sta rinunciando soltanto a metà, l'altra metà la si incamera e se ne devolve circa la metà alle aree colpite dai terremoti. Semplicemente approvando i nostri emendamenti, si sarebbe potuto rinunciare a tutto e devolvere totalmente l'ultima tranche alle popolazioni colpite; ma ciò che interessava a noi, era uscire da quel meccanismo di finanziamento più o meno diretto e legato ai risultati o all'attività del partito o dei partiti, rinsaldando quello che si è rotto tra società civile e dirigenza politica del Paese.
Come si fa a rinsaldarlo? Anzitutto, ti poni sul piano del giudizio e dici: se pensi che noi - partiti A, B e C - abbiamo rispettato il mandato e ci siamo comportati correttamente, avendo noi bisogno di mantenere un apparato che è importante e che ha dei costi, ci puoi premiare devolvendo una parte delle tue imposte volontariamente, non obbligatoriamente (un 5 per mille facoltativo). Fai questo se ritieni che questo o quel partito meriti la tua parte di sacrificio (perché le imposte altro non sono che questo).
Dunque, una prima tranche, più un secondo filone: quello delle liberalità. Liberalità che avrebbero dovuto - semmai - essere incentivate. Chi ritiene di mantenere, di sostenere la vita pubblica dei partiti lo può fare come lo si fa per tante altre associazioni benemerite e di volontariato, associazioni senza fini di lucro e ONLUS. Se devolvi alla ricerca o a favore di filoni che hanno un ritorno di utilità sociale pubblica, hai un beneficio fiscale: rinunci a una parte di reddito su cui non ti si fanno pagare tutte le imposte, ottenendo così un beneficio.
Noi abbiamo fatto l'esatto opposto. Nel momento in cui si vuole mandare un segnale e i partiti vogliono dimostrare che costeranno meno, che si organizzeranno e spenderanno meglio e che renderanno trasparenti le proprie attività e bilanci, si va a penalizzare - alla fine - chi aiuta spontaneamente i partiti, invece di favorire parti delle imposte devolute facoltativamente ed erogazioni liberali che spontaneamente un cittadino decide di versare alle casse del partito.
Mi accingo a concludere, ma ripeto che, se vogliamo incentivare una cosa, non possiamo, con lo stesso strumento, dissuadere dal fare la cosa che si spera sia buona, così disincentivandola. Torno quindi a ripetere che, per queste ragioni e non per altre, la Lega si deve astenere. La Lega voleva mandare al Paese un messaggio molto più forte. Si dice: ben vengano questa norma e un'estensione benevola, perché - quanto meno - si riduce così il costo della vita politica e si evolve una gran parte di questi risparmi a chi, in questo momento, ha molto più bisogno di sostegno ed aiuto. Però, il rammarico è che si sarebbe potuto e avremmo dovuto fare sicuramente di più. Per questi motivi, il Gruppo della Lega Nord si astiene. (Applausi dal Gruppo LNP).
AGOSTINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
AGOSTINI (PD). Signor Presidente, è il 3 marzo 1977 quando l'onorevole Aldo Moro si alza nell'Aula della Camera, in quello che sarà il suo ultimo discorso parlamentare, per difendere, non solo l'onestà personale del senatore Gui nell'ambito dello scandalo Lockheed, ma anche per difendere e rivendicare la bontà di un percorso politico che, nel dopoguerra, ha portato allo sviluppo pieno dell'Italia e - al tempo stesso - per affermare che c'è bisogno di aprire una fase nuova nella politica italiana.
L'anno dopo, nel 1978, Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, chiuderà i canali di finanziamento con l'Unione sovietica; ed è il 1982, pochi anni dopo, quando, in una nota intervista a «la Repubblica», lo stesso Berlinguer solleverà la questione morale, quella della contaminazione verminosa tra partiti ed istituzioni che poi porterà allo sbocco di Tangentopoli.
È l'8 aprile 1974 quando Aldo Bozzi, che pure è ideologicamente contrario al finanziamento pubblico dei partiti, finisce per auspicare in un suo intervento in Aula su questa materia, come bonifica delle improprie forme di finanziamento nazionali ed internazionali, proprio l'istituzione del finanziamento pubblico ai partiti.
Personalità, quelle che ho richiamato, che più diverse non si può, ma la dimostrazione che i filoni politico-culturali della storia politica italiana (il riformismo cattolico, quello social-comunista, la grande tradizione laico-liberale-repubblicana) sono pienamente consapevoli della necessità di uscire, in materia di finanziamento della politica, dalla Guerra fredda e dai suoi schemi ben prima della caduta del Muro di Berlino. Ma purtroppo quelle sensibilità non diventeranno mai comune terreno di iniziativa riformista. Il muro cadrà, sarà la magistratura però a prendere in mano la questione delle malversazioni nel rapporto tra politica e soldi.
Non solo, ma dopo il 1992-1993 i partiti resteranno, in materia di gestione delle risorse, tutti chiusi in una logica che io chiamo incrementale, in base alla quale cioè la politica può tutto, poi le risorse si troveranno. Da qui il crescente indebitamento dei partiti, da qui la pressione crescente sul bilancio dello Stato, fino all'esplosione del finanziamento pubblico a partire dall'inizio degli anni 2000, fino a quell'assurdità del tutto autoreferenziale, che è stata poi rimossa, che è rappresentata dalla legge del 2006 che consentiva di continuare a percepire rimborsi elettorali anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura.
Ma perché è potuto accadere tutto questo? Due idee a loro modo forti stanno dietro a tutto, due malintese categorie: la riservatezza e l'autonomia, da una parte (riservatezza e autonomia che diventeranno spesso opacità), l'estremizzazione della natura privata dei partiti, dall'altra parte. Qui sta, dopo la Guerra fredda (perché la Guerra fredda fa capitolo a sé), la ragione vera della mancata applicazione dell'articolo 49 della Costituzione. Non voglio prenderla alla larga, ma faccio un esempio concreto. La fine di luglio di ogni anno è, per chi gestisce le risorse finanziarie dei partiti, il momento clou. La Camera dei deputati provvede proprio il 31 luglio ad accreditare sui conti correnti dei partiti i rimborsi elettorali: fondi pubblici, inequivocabilmente pubblici, che però in quel passaggio dalla Camera dei deputati ai conti correnti dei partiti, quasi si trattasse di un magico lavacro di carattere giuridico e finanziario, si privatizzano in un batter d'occhio. E gli obblighi di rendicontazione di quei soggetti che acquisiscono quelle risorse sono fino ad oggi del tutto formali, alimentando l'idea che quei soldi siano dei partiti e non dei contribuenti (nemmeno degli iscritti, ma dei contribuenti).
Qui interviene la legge di oggi: una buona legge, un'ottima legge, perché questa legge cambia pagina. Da qui comincia, checché se ne dica, una storia nuova. Ha detto la presidente Finocchiaro sulla destinazione di queste risorse, e non torno sulla destinazione ai terremotati. Ma lasciamo adesso per un attimo da parte la questione e stiamo al merito della legge.
Quali sono i modelli di finanziamento dei partiti nel mondo? Se lasciamo da parte gli Stati Uniti d'America, che fanno storia a sé, troviamo sostanzialmente questi modelli: il Regno Unito, che finanzia con cifre modestissime l'opposizione di Sua Maestà, e solo l'opposizione, mai i partiti che sono al Governo; la Francia e la Spagna, che hanno, con risorse diverse (40-45 milioni di euro la Spagna, 70-75 milioni di euro la Francia), il finanziamento pubblico; la Germania, che ha un finanziamento pubblico robusto, sostanzioso per quanto riguarda i livelli, ma che ha anche un meccanismo che in parte questa legge recepisce, cosiddetto del matching, su cui più avanti mi soffermerò per un momento.
Questo vuol dire che nelle democrazie avanzate il modello dominante (lo dico con grande solidarietà nei confronti degli amici Radicali) è il finanziamento pubblico, che è garanzia di una pari condizione di competitività. Il finanziamento privato è invece proprio delle democrazie arretrate o appena arrivate alla soglia della democrazia.
Come si può allora non vedere l'enorme passo avanti, anche per quanto riguarda le risorse, che oggi si compie con questa legge? Come si può non valutare il fatto che così, dalla sera alla mattina, hic et nunc, i partiti decidono di dimezzare le risorse a loro disposizione? Dimezzare, signori, dimezzare su bilanci che erano già impostati, nel bene o nel male, su tutt'altre grandezze! Quando, tra pochi giorni, questa legge entrerà in vigore, quelle risorse saranno dimezzate, i «ricavi» dei partiti saranno dimezzati! Come si può non prendere in considerazione l'enorme forza innovativa di questo elemento, che spingerà anche ulteriormente a comportamenti virtuosi nella gestione manageriale, secondo il principio del vincolo di bilancio delle risorse dei partiti?
Aggiungo: come si può non vedere (lo diceva benissimo il collega D'Alia prima), l'importanza dell'obbligo della certificazione? Sapete che cosa vuol dire la certificazione per un partito politico? La certificazione da parte di una società di revisione non è mica un documentino che appiccichi lì dopo che hai fatto il bilancio. Significa avere in qualunque momento dell'anno all'interno della sede del partito un soggetto terzo che sta sul mercato, e che quindi se ne frega delle relazioni familistiche, e che controlla tutto, per cui in una formazione politica si passa dalla trasparenza alla tracciabilità di ogni movimento, in entrata e in uscita. Così, si arriva ad una rendicontazione vera e penetrante, che rompe anche il velo del controllo di natura pubblica, perché finalmente non soltanto il rendiconto elettorale va alla Corte dei conti, ma è proprio e il bilancio di esercizio che va a quest'organismo previsto dalla legge.
L'introduzione del modello tedesco del matching per una parte del finanziamento spinge le forze politiche all'associazionismo; spinge a rivitalizzare la partecipazione di coloro che, mettendo un euro, consentono allo Stato di appaiarlo e quindi di raddoppiare il finanziamento.
Certo, non basta. Ne siamo consapevoli. Ci vuole l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione. Ci vuole finalmente la definizione della natura giuridica dei partiti. Ma alla Camera dei deputati - lo diceva Anna Finocchiaro prima - è partita la discussione su questa legge.
Allora a chi dice (mi rivolgo a Emma Bonino, che ne parlava stamattina) che questo secondo tempo non ci sarà mai, chiedo: ma perché, in caso di stralcio, il secondo tempo ci sarebbe stato? (Applausi dal Gruppo PD). Cosa garantiva che, senza un secondo tempo sulla riforma dell'articolo 49, quel secondo tempo in caso di stralcio ci sarebbe stato? O ci saremmo trovati esattamente nella stessa condizione, cioè in una stasi, in uno stallo di carattere riformatore? Non cadiamo nella contraddizione di sempre tra bene e meglio.
Fatemi chiudere con una considerazione di carattere politico e, se mi è consentito (e me ne scuso subito)anche con una venatura personale. È una bella giornata quando ti accorgi che un lavoro che hai fatto, che ti sei in qualche modo inventato, trova un riconoscimento di legge. Tanti di quelli che tra poco diventeranno obblighi di legge sono contenuti nello statuto del Partito Democratico, che in via del tutto autonoma, libera, di autoregolamentazione imboccò fin dalla sua nascita quella strada: della rendicontazione, dei controlli, della certificazione del bilancio. E lasciatevi dire da chi allora aveva delle responsabilità dirette in questo senso che parlare di certificazione del bilancio di un partito nel 2007 era come parlare dei cani in chiesa. Sembrava una attività per iniziati, di cui nessuno capiva niente, oppure venivi guardato come un tipo che si voleva divertire per affermare una sua diversità.
Guardate che quella è - ha ragione D'Alia - carne e sangue della qualità democratica di un Paese. Infatti, se un Paese non riesce a mettere, attraverso i suoi partiti, sul palcoscenico il backstage della politica (che invece adesso viene portato sul palcoscenico a piena trasparenza), non arriverà mai alla modernità, appunto, nel rapporto tra partiti e soldi.
Quindi, per questo c'è soddisfazione. Da questa legge può venire un messaggio forte, di riforma, di autoriforma dei partiti nell'epoca, come si dice, della postdemocrazia. L'antipolitica prospera quando la buona politica latita. Forse, questo di oggi può essere un contributo, neanche tanto piccolo, alla buona politica. Io credo che dobbiamo esserne orgogliosi. Quantomeno, noi del Partito Democratico ne siamo pienamente orgogliosi. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pastore. Molte congratulazioni).
PASTORE (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, il PdL voterà questo provvedimento non per costrizione ma per convinzione, perché, al di là delle motivazioni che hanno indotto ad adottare una procedura accelerata sulla quale possiamo anche esprimere un po' di rammarico ma che certamente è una procedura straordinaria, riteniamo che il provvedimento abbia un contenuto positivo e che rappresenti un deciso passo avanti per ristabilire quel clima di fiducia dei cittadini nei confronti della politica e della classe politica.
Questa vicenda legislativa avviene al di fuori dei riflettori, cosa strana. Non è sollecitata dalla canea dell'antipolitica. Si tratta di un provvedimento che non è sostenuto dal Governo Monti, eppure trova in quest'Aula, come ha trovato nell'Aula della Camera, una condivisione delle forze politiche che, pur avendo radici, aspirazioni e aspettative diverse, sanno che questa è una riforma necessaria. Capiscono perfettamente quali sono le motivazioni che hanno prodotto questa situazione scandalosa per quanto riguarda la gestione dei fondi dei partiti e si sono assunte una responsabilità e un carico che noi oggi vogliamo onorare pienamente.
Ci rendiamo conto, signor Presidente, che ci sono dei punti che avrebbero potuto essere migliorati, ampliati, integrati. Però, nella sua globalità, il provvedimento realizza quegli obiettivi che ci eravamo prefissi quando, certamente non per responsabilità del partito che in questo momento ho l'onore di rappresentare, sono sorti come funghi gli scandali sull'uso dei fondi dei partiti.
Allora, credo che sia stata dimostrazione di un alto senso di responsabilità, di tutto il Parlamento, ripeto, anche di chi non era direttamente coinvolto in queste situazioni di scandalo, fare un provvedimento coraggioso, che elimina dalle fondamenta gli elementi emersi poi anche negli ultimi interventi in dichiarazione di voto e nel dibattito che hanno determinato i noti fenomeni degenerativi.
Il primo è un'esuberanza dei fondi dei partiti. Non dobbiamo nasconderlo.
Un secondo motivo è stata la previsione dell'attribuzione dei fondi anche in presenza di una legislatura monca, per cui le casse dei partiti si sono riempite di risorse che poi sono state magari impiegate - diciamo così per amor di Patria - in modo improprio.
Si è verificata forse, anzi senz'altro, una carenza di controlli. È emersa la necessità di introdurre controlli più stringenti, ma soprattutto - mi si consenta - il primo controllo è quello che deve essere effettuato all'interno dei partiti, di chiara responsabilità dei partiti e degli iscritti ai partiti. E in questo provvedimento si prevede la pubblicazione dei bilanci dei partiti in un sito pubblico, scaricabile, certificato.
Ci sono passi in avanti molto importanti. Molta della opacità che è stata adesso evocata dal collega che mi ha preceduto viene in parte superata. I controlli sono severi. È inutile attaccarsi alla lettera alla richiesta dalla Corte dei conti, che ritiene che solo alla Corte competerebbe il controllo dei bilanci dei partiti. In questo provvedimento abbiamo previsto che il controllo sia esercitato da una commissione composta da un giudice nominato dal Primo Presidente della Corte di cassazione, da un giudice nominato dal Presidente del Consiglio di Stato, da tre giudici nominati dal Presidente della Corte dei conti; ebbene questa commissione non avrebbe le qualità professionali né le attitudini per esercitare i controlli sui bilanci dei partiti e quindi sulle erogazioni pubbliche?
Credo che di questo sarebbe stato opportuno parlare meglio e più approfonditamente in Aula e in Commissione e per questo ho un po' di rammarico. La necessità di portare al traguardo questo provvedimento in tempi brevissimi naturalmente ha soffocato il dibattito, anche da parte di chi, avendo assunto questa responsabilità, voleva che questo provvedimento venisse licenziato dal Senato entro un tempo ragionevole.
Cosa introduce di positivo il provvedimento? Una riduzione delle contribuzioni pubbliche del 50 per cento in via ordinaria (non in via straordinaria, come per la riduzione dell'ultima tranche in scadenza quest'anno); un rapporto con gli anni di legislatura effettivamente conseguiti; un obbligo - e mi rivolgo ai colleghi che invocano una legislazione sui partiti - per chi richiede la contribuzione pubblica nelle due forme previste (sulle quali mi spiace non ci sia stato un approfondimento in Aula, ma che rappresentano una novità e un'originalità e spero diano buoni frutti per il futuro), per chi attinge ai fondi pubblici di depositare uno statuto, un atto costitutivo redatto in maniera solenne, che sia conformato - come è stato ricordato da un collega durante la discussione generale - ai «principi democratici nella vita interna, con particolare riguardo alla scelta dei candidati, al rispetto delle minoranze e ai diritti degli iscritti».
Signor Presidente, vengo da una cultura liberale e non credo che una normativa troppo invasiva dei partiti sia condivisibile. Ritengo che questa normativa sia già più che sufficiente per attuare l'articolo 49 della Costituzione. Questa normativa, una volta approvata, prevederà che non solo i partiti storici e i movimenti tradizionali, ma anche quelli «fai da te», che sorgono alla vigilia delle competizioni elettorali regionali, nazionali ed europee, debbano avere alle spalle uno statuto e un atto costitutivo che si conformi a questi principi. (Applausi della senatrice Garavaglia Mariapia).
Probabilmente non assisteremo a certe leggerezze nella gestione dei fondi pubblici dei partiti che si sono verificate in questi ultimi anni, anche se le cronache non hanno in particolar modo sottolineato queste vicende. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dei senatori Peterlini e Vimercati).
Signor Presidente, rimangono aperti alcuni temi sulla natura dei fondi e su alcuni aspetti della disciplina dei partiti, però credo che si tratti di un passo avanti importante, del quale potremo fregiarci per il futuro. È la prima volta - e questo è un dato importante - che, al di là dei titoli dei giornali, questo Parlamento adotta un provvedimento strutturale di riforma, che non può che farci onore. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Castelli).
PERDUCA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, anzitutto la ringrazio per come ha gestito la seduta dell'Aula dopo l'armonizzazione dei tempi, perché ha consentito a tutti coloro che volevano parlare di prendere la parola e di poter argomentare il necessario.
Non è semplice prendere la parola dopo chi rappresenta il Gruppo dal quale mi dissocio, insieme alle senatrici Poretti e Bonino, perché l'intervento è stato appassionato e anche appassionante, però alcune cose credo vadano dette.
In primo luogo, andrebbe spiegato cos'è la postdemocrazia. Cos'è la postdemocrazia? Forse un contesto in cui i partiti politici si vergognano di chiedere ai cittadini italiani l'iscrizione diretta a quel partito? Ebbene, questo dovrebbe essere il principale sistema di finanziamento privato di un'iniziativa politica organizzata, che poi si candida a rappresentare quelle persone all'interno delle Aule legislative di qualsiasi livello dal punto di vista della nostra Costituzione, con ripercussioni anche su di loro: partecipazione diretta anche con l'iscrizione ai partiti e movimenti politici. Quello è un modello di finanziamento privato.
Certo, occorre poi anche aiutare dal punto di vista del contributo pubblico i partiti e i movimenti politici, ma qui si continua a chiamare contributo ciò che è un finanziamento. Perché abbiamo voluto togliere questa foglia di fico? Voglio proprio vedere se alla Camera si continuerà a fare come si è fatto finora in Commissione affari costituzionali relativamente alla modifica dell'articolo 49 della Costituzione relativo ai partiti, dove il testo base, per l'appunto, è dei deputati radicali. Consegnerò a tutti i membri del Gruppo del Partito Democratico della Commissione affari costituzionali della Camera l'intervento del senatore Agostini, che è ottimo e spero possa dare loro il coraggio per i prossimi mesi di portare a termine questo processo riformatore.
Ebbene, noi diamo dei soldi a dei soggetti che non hanno uno status giuridico definito e che soprattutto non potranno essere controllati da chi li dovrebbe controllare, cioè la Corte dei conti. Abbiamo già spiegato più volte tutti i motivi per cui non siamo d'accordo; c'è il rischio paventato dal Presidente della Corte dei conti che si possa da dopodomani andare incontro a problemi di costituzionalità. È postdemocrazia questa? No, è antidemocrazia, è conferma dell'antidemocrazia partitocratica italiana.
Ultima questione che è stata sollevata da tutti coloro i quali, malgrado non siano d'accordo, voteranno questo provvedimento. Siamo in un contesto in cui la maggioranza più ampia della storia repubblicana sostiene un Governo e converge su una serie di disegni di legge; è possibile continuare a dire: «Avremmo potuto fare meglio ma oggi comunque dobbiamo fare un piccolo passo nella direzione giusta»? Non è possibile. Penso che ancor più impossibile sarà spiegarlo a chi dovrà poi rivotare questi partiti senza status per la prossima legislatura. (Applausi del senatore Stradiotto).
DELLA SETA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola. (Commenti). Colleghi, forza, sapete benissimo che c'è un diritto di parlare in dissenso. Non è che si abbrevino i tempi se ogni volta si fanno commenti.
DELLA SETA (PD). Signor Presidente, colleghi, io non voterò questo disegno di legge, pur apprezzando la forte riduzione del contributo pubblico ai partiti che con esso si realizza. Non lo voterò perché lascia irrisolti, così a me pare, i nodi che hanno reso la vecchia legge uno dei simboli più compiuti e peggio sopportati della crisi di fiducia dei cittadini verso la politica, i partiti e il Parlamento.
Il primo di questi nodi è aver calpestato a suo tempo la volontà espressa in un referendum da oltre 31 milioni di italiani, chiamando rimborsi elettorali una forma di contributo pubblico che restava, e ahimè resta tuttora, strutturata come finanziamento a fondo perduto.
Il secondo nodo è nell'assenza di controlli davvero trasparenti sul modo con cui i partiti spendono i contributi loro assegnati, controlli che erano assenti in base alla vecchia legge, come dimostra largamente e desolatamente la recente cronaca politica e giudiziaria, e che questa nuova legge affida ad un organismo tutt'altro che terzo per i criteri di nomina rispetto ai soggetti da controllare.
Queste sono le due ragioni per cui non parteciperò al voto. (Applausi dei senatori Perduca e Poretti).
VILLARI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
VILLARI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, colleghi, in dissenso dal mio Gruppo mi asterrò dal votare su questo provvedimento.
Volevo anche richiamare un concetto al quale ha fatto riferimento poco fa nel suo intervento il collega Agostini; è un concetto che mi sta particolarmente a cuore e che non vorrei passasse senza una sottolineatura. Ho sentito parlare di riformismo social-comunista, un tema al quale tengo molto e che vorrei dunque approfondire. Vorrei ricordare - perché non passasse inosservato - che tra riformismo e comunismo c'è una contraddizione in termini. Conosco il solidarismo cattolico, il riformismo socialista e quello liberale, ma non vorrei che passasse il concetto che anche il riformismo ha una radice culturale comunista, perché è tutt'altra cosa. (Applausi dal Gruppo PdL. Commenti dal Gruppo PD).