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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 758 del 04/07/2012


Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Signor Presidente, il presidente Vizzini, nel suo intervento appena terminato, ha già in un certo senso attirato l'attenzione sulla difficoltà di intervenire tecnicamente su una materia che arriva al nostro esame all'improvviso e sulla quale non c'è stato praticamente il tempo di ragionare.

Il collega Mascitelli ha svolto in Commissione un intervento puntiglioso, spiegando proprio il fatto che affrontare il provvedimento in questione senza il tempo materiale di leggerne i contenuti trasforma la nostra possibilità di intervento modificatorio e creativo in una sorta di operazione formale.

L'atteggiamento del nostro Gruppo nei confronti delle modifiche introdotte dalla Camera è sotto il segno... (Brusìo). Signor Presidente, è un argomento che non riscuote grande interesse.

PRESIDENTE. Colleghi, il senatore Pardi non riesce a sviluppare il suo intervento. Peraltro, egli è uno dei pochi che definisce il provvedimento in esame come di razionalizzazione della spesa pubblica, e solo per questo ci dovremmo complimentare con lui.

PARDI (IdV). Mi rifiuto di pronunciare l'espressione spending review. Ripeto, l'atteggiamento del nostro Gruppo si caratterizza per due comportamenti parzialmente diversi. Alla Camera il provvedimento è stato modificato, anche se nella nostra Commissione diversi commissari hanno ritenuto tali modifiche peggiorative. Comunque, nel quadro di queste modifiche operate dalla Camera sono stati accolti cinque emendamenti del Gruppo dell'IdV dell'altro ramo del Parlamento, e questo potrebbe renderci inclini ad un atteggiamento blandamente positivo.

Invece, il motivo per cui il nostro Gruppo alla Camera ha votato in senso contrario risiede oltre che nell'atteggiamento critico verso il provvedimento nel suo insieme (che non si è attenuato per l'approvazione dei nostri cinque emendamenti), anche nell'introduzione dell'articolo 12, avvenuta alla Camera con un'operazione parlamentare davvero discutibile, che rientra tra quelle sulle quali i giornali che rivolgono critiche al nostro operato hanno poi ragione di affondare la lama. Mi riferisco all'operazione, realizzata appunto con l'introduzione dell'articolo 12, finalizzata a salvare l'appalto già concesso al gruppo Romeo di Napoli, negli ultimi anni al centro di numerose questioni giudiziarie.

Il problema della revisione della spesa presenta due sfaccettature. Da una parte si tratta di una revisione che dovrebbe essere fatta sistematicamente e che si prova a fare sulle voci principali della spesa pubblica, che interessano principalmente i seguenti sei settori: stipendi, pensioni, maturazione degli interessi, investimenti pubblici, acquisti di beni e servizi (il cui onere arriva fino a 140 miliardi) e, infine, i cosiddetti fondi perduti, circa 40 miliardi, e fuori bilancio.

All'interno di questo vasto campo di operazioni si collocano gli sprechi ricordati dalla Corte dei conti, tra cui le circa 5.000 società per azioni afferenti a circa 7.000 enti pubblici (in particolare Comuni e Regioni) su cui esiste una prassi consolidata fatta di malversazione, corruzione, proliferazione insensata di consulenze a pioggia e dissipazione di risorse pubbliche, di cui è molto difficile vedere la fine.

L'altro grande capitolo di revisione della spesa consiste nel sottoporre a controllo l'intera organizzazione della pubblica amministrazione, con la sua pletora di enti, commissari, strutture territoriali, ATO: un campo sterminato su cui abbiamo appena iniziato a lavorare e di cui è difficile vedere la fine.

Ricordo che della revisione della spesa si parla da 31 anni, da quando, nel 1981, fu istituita la commissione tecnica sulla spesa pubblica. Passarono tre anni dal 1981 e, dopo tre anni di lavoro, una commissione aveva individuato delle spese da ridurre. Ma poi in realtà, invece di ridurre quelle spese, si passò ad una prassi diversa, che consisteva nel rinnovare altri tipi di spese. Sei anni fa il ministro Padoa-Schioppa aveva riavviato una revisione della spesa, che però si è arenata di fronte a grosse difficoltà.

Il motivo della grande risonanza che questo provvedimento ha avuto presso l'opinione pubblica è stata la nomina del commissario ad acta, che è in realtà in sé l'espressione vistosa della nostra difficoltà, visto che un Governo tecnico, fondamentalmente tecnico, che approccia questo tema, si vede costretto a nominare un supertecnico che deve revisionare l'operato dei Ministeri. E qui in un certo senso viene il dubbio critico già manifestato da noi e da altri colleghi: ci si chiede cioè se davvero i Ministeri non siano in grado di fare essi stessi, se non abbiano da sé gli strumenti per poterla condurre, una revisione accurata della spesa sulle materie di propria competenza.

Noi tendiamo a dividere il campo enorme della revisione della spesa in due grossi settori, su cui l'atteggiamento dovrebbe essere molto diverso, perché ci sono capitoli di spesa che bisogna aggredire con una forte volontà di riduzione e altri capitoli di spesa rispetto ai quali una Repubblica democratica, che deve garantire uno Stato sociale, non può incidere, pena gravissimi danni per l'intera collettività.

Quindi noi, con atteggiamento propositivo, consideriamo sempre che, sul piano delle spese da ridurre, bisognerebbe aggredire con forza la questione degli approvvigionamenti militari per l'acquisto di sistemi d'arma. Sono stati spesi 30 miliardi nel 2012 e saranno spesi 10 miliardi nei prossimi anni per 90 cacciabombardieri di cui francamente non si è trovata giustificazione. L'Italia è impegnata in onerose e complicate operazioni di pace e sarebbe assai più saggio acquistare dei mezzi utili per gestire quelle operazioni, considerato che di cacciabombardieri francamente non si sa che farne. Molte Nazioni dell'Europa democratica hanno già preso la decisione di non comprarli.

Altre voci di spesa da aggredire sarebbero quelle che si riferiscono al Consiglio generale degli italiani all'estero e alla questione delle auto blu. Ricordo che le auto blu ritornano periodicamente come l'esempio del nostro vizio nazionale. Il totale del parco delle auto pubbliche, per quanto è possibile ricostruirlo (perché è sempre lecito avere il dubbio che si tratti di cifre al ribasso), ammonta a 64.524 vetture: c'è un'auto blu ogni 937 abitanti. Ci sono poi altre fonti di spesa.

Poiché il tempo a me assegnato sta per terminare, ci tengo in particolare a concludere su un aspetto che può sembrare parziale, ma che però è indizio di una tendenza alla decisione, da parte della Presidenza di quest'Aula, che è quantomeno discutibile, signor Presidente.

Nel testo originario del decreto‑legge era contemplata una disposizione che escludeva dall'ambito di applicazione del decreto gli organi costituzionali fondamentali (Presidenza della Repubblica, Senato della Repubblica, Camera dei deputati e Corte costituzionale). Il nostro Gruppo, l'Italia dei Valori, aveva proposto un moderato emendamento, presentato alle Commissioni 1a e 5a riunite, l'emendamento 2.14, che era stato dichiarato ammissibile e che era stato respinto. Era un emendamento che suggeriva che Presidenza della Repubblica, Senato, Camera e Corte costituzionale valutassero i modi con cui avvicinarsi al compito della revisione della spesa. Questo emendamento, con un'operazione che abbiamo ritenuto incomprensibile ed immotivata, dalla Presidenza di quest'Aula è stato dichiarato inammissibile.

Ecco, l'aspetto d'ironia che ci diverte davvero è che esattamente quell'emendamento non solo è stato dichiarato ammissibile alla Camera, ma è stato addirittura approvato: l'emendamento che al Senato è stato dichiarato inammissibile, e quindi escluso dalla discussione, esattamente la norma proposta in quell'emendamento sta nel testo del disegno di legge che noi approveremo. Qui si vedono le virtù del bicameralismo perfetto: un errore colossale del Senato è stato riparato operosamente dalla Presidenza della Camera e l'Aula non solo ha valutato questo emendamento, ma lo ha addirittura approvato.

Quando pensiamo ai difetti del bicameralismo perfetto forse ogni tanto dovremmo considerare queste possibilità di emendamento costruttivo che in un certo senso in questo caso sono testimoniate. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Garavaglia Massimo. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signor Presidente, nel passaggio alla Camera vi è stata una modifica interessante e positiva all'articolo 1, l'articolo principale, che fa proprio riferimento, nell'ambito della spending review, alla determinazione dei costi e dei fabbisogni standard. Quindi, ci si dà come criterio appunto questo, ed è cosa buona e giusta. Noi dovremmo però farla diventare subito operativa. D'altronde questo decreto, se Dio vuole, questa settimana viene convertito in legge in via definitiva, e quindi si può subito partire con questo approccio.

Per quanto riguarda il taglio della spesa vera, cioè il decreto in itinere, abbiamo qualche anticipazione e vediamo che però così non è fino in fondo. Si dice: tagliamo del 10 per cento il personale della pubblica amministrazione, cosa assolutamente condivisibile per una serie di motivi, però, non viene applicato il criterio che invece viene scritto in questa norma. Infatti, nel momento in cui si va a tagliare in maniera identica nel comparto dei Comuni si crea una distorsione enorme nel sistema. Pare che, per quanto riguarda le Regioni, ci sia un inasprimento del taglio per le Regioni in disavanzo (ma anche lì si potrebbe fare di più e meglio), mentre per i Comuni invece si fa in maniera uniforme e, quindi, con il solito bistrattato e maledetto taglio lineare. È chiaro che questo non funziona. Avremo modo di intervenire. Noi preannunciamo come Lega che porremo l'attenzione su quest'aspetto, perché siamo d'accordo nel fare tagli (ci mancherebbe altro che non li facciamo), dobbiamo farli anche in maniera strutturale e profonda, però facciamoli con buon senso, con criterio.

Faccio un esempio banale: se in un comunello di 5.000 abitanti - faccio questo esempio perché lo conosco, ci abito - il personale è già di 25 dipendenti cosa diavolo tagli? Sei già all'osso, e anche più. Se invece un Comune di 5.000 abitanti di dipendenti ne ha 100, anche se tagli il 10 per cento, sei lontanissimo dall'obiettivo di arrivare ad un numero di 30/35 abitanti, che sarebbe l'ottimo. Questo è buon senso, un buon senso che dobbiamo finalmente far diventare realtà.

Allora concludo andando a vedere quella bella tabellina che c'è nel rapporto Giarda, dove vi sono questi dati, regionalizzati. Basterebbe applicare fino in fondo i costi standard. Chiamiamola spending review, non ci offendiamo: per noi rimane il lato della spesa del federalismo. Lo chiamavamo federalismo fiscale abbinato anche alle entrate, però, va bene, concentriamoci sulla spesa, tagliamo la spesa, tagliamola con criterio.

Ebbene, se andiamo a vedere in quella tabella, la mia amata Lombardia ovviamente è sempre prima in tutte le classifiche positive: abbiamo questo difetto, e ne siamo orgogliosi. (Commenti del senatore Perduca). Ho sentito una battutina. Qualcuno dice: «anche in quelle negative». Ma, nonostante qualche dubbio sulla sanità lombarda, la sanità lombarda è quella che costa meno di tutte, e quindi ci sarebbe molto da discutere.

Nella mia amata Lombardia, che come dicevo ha il difetto di essere sempre in cima alle classifiche, il peso dello Stato è di 1.205 euro pro-capite. La media nazionale è di quasi 500 euro in più, quindi il 38,8 per cento in più. In Lombardia abbiamo servizi dello Stato peggiori rispetto al resto del Paese? Non ci pare. Se tutto il Paese avesse la stessa incidenza, si risparmierebbero 23 miliardi di euro. La Lombardia è un campione abbastanza significativo dello Stato: non abbiamo il mare, è vero, ma ci sono 10 milioni di persone, un sesto della popolazione italiana (ci sono anche montagne, fiumi, laghi, ed anche le bandiere azzurre sui laghi, per non farci mancare niente). È inutile inventarsi chissà quali calcoli: se un costo va bene per un sesto del Paese, perché mai non può andare bene per gli altri cinque sesti? Noi non troviamo nessuna giustificazione al mondo per questo. Ebbene, in Lombardia tra costi per il personale e per i consumi intermedi, sempre in base a quella tabella, siamo a 3.651 euro pro-capite; la media nazionale è 4.329, quasi 700 euro in più a testa. Qualcuno poi ci dovrebbe spiegare come mai, nonostante questi quasi 700 euro in meno, c'è tutta questa gente che viene ad operarsi e a farsi curare in Lombardia. Qualcuno prima o poi ce lo spiegherà.

Ebbene, se si applicasse il costo della Regione Lombardia a tutto il Paese, si risparmierebbero 34 miliardi di euro, quando stiamo impazzendo per trovarne quattro per evitare di aumentare l'IVA per tre mesi (in realtà, poi ne servono 16 per evitare l'aumento tutto l'anno), abbiamo ucciso il sistema delle piccole imprese, del commercio e dell'artigianato con la super IMU che abbiamo introdotto (ma tutta l'IMU, compresa la prima casa, equivale a 21 miliardi). Quindi, con 34 miliardi di euro di risparmio, applicando i costi di un campione secondo noi estremamente significativo (un sesto del Paese, 10 milioni di abitanti) a tutto il resto del Paese, non servirebbe l'IMU, non servirebbe aumentare l'IVA e avremmo risolto tutti i problemi in maniera definitiva perché 34 miliardi (i numeri sono sempre belli, hanno una poesia) è esattamente l'ammontare del deficit, del buco di bilancio tra entrate e uscite che abbiamo scritto nel bilancio 2012. Applicando i costi della Lombardia a tutto il Paese, saremmo in pareggio di bilancio e i tedeschi e tutto il resto d'Europa smetterebbero di romperci le scatole.

Noi lo chiamiamo federalismo; ci auguriamo che il Governo ci venga dietro, perché altrimenti, se si pensa di tagliare in maniera uniforme, quindi allo stesso modo dove si spende già pochissimo e dove invece si spende tantissimo, non si fa il bene del Paese e non si raggiungerà mai il pareggio di bilancio. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signor Presidente, quando un Paese sfora la soglia del 60 per cento di spesa corrente sul totale è un Paese destinato al declino, nel senso che subentrano quelle che vengono definite leggi fisiche (Pascal si può portare benissimo all'interno della finanza pubblica): considerando la spesa corrente incomprimibile, per cui la sua crescita diventa sostanzialmente incontrollabile, o si mettono in atto riforme e revisioni puntuali della spesa, altrimenti il Paese non riesce più a riprendersi.

Sembra che questo Governo adesso, al contrario di quando ha iniziato (perché ha iniziato molto male, pensando di far tornare i conti entrate­uscite bilanciando le entrate, chiedendo sforzi straordinari agli italiani, alle imprese e alle famiglie, partendo addirittura dai pensionati), adesso pensa che probabilmente è meglio invertire la rotta e guardare sul fronte della spesa.

Questa rivisitazione ­ uso un brutto anglicismo: tra un po' parleremo inglese e avremo difficoltà a trovare i termini di analogo significato in italiano ­ della spesa da parte nostra potrebbe essere vista relativamente bene, perché è proprio sul fronte della spesa che chi amministra il Paese, i Governi che governano e quelli che si succederanno, dovranno sostanzialmente concentrarsi, ma, allo stato attuale, non la vediamo come una buona partenza. Innanzitutto il Governo ha le mani libere, perché svincolato da un supporto politico; anzi, ha approfittato di una grandissima crisi dei partiti, della politica, della rappresentanza e della credibilità. Un Governo che è già svincolato, pertanto, con poteri straordinari rispetto a forze politiche che devono rispondere a logiche, ahimè, di rappresentanza, abdica addirittura alla missione di operare questa rivisitazione della spesa e la delega a sua volta ad un commissario, il quale commissario, a caduta, potrà avere dei subcommissari.

Già qui diciamo: «Ahi ahi, qui si parte male», anche perché i commissari avranno bisogno di strutture, di apparati e di una macchina operativa e, delle due l'una, o si andrà di nuovo a caricare di costi aggiuntivi la spesa pubblica, oppure, utilizzando altre strutture, si chiuderà un occhio per dire che vi sono strutture pletoriche che sicuramente andrebbero rivisitate per prime.

In sede di prima lettura e prima approvazione del disegno di legge dicemmo che se questo Governo aveva bisogno di recuperare una cifra "esigua" (perché si parlava soltanto di 4-5 miliardi di euro), esclusivamente per evitare da ottobre a fine anno l'aumento di due punti di IVA, aveva già gli strumenti in mano. A tal fine presentammo come Lega gli emendamenti relativi ai fabbisogni e alla spesa standard, che furono bocciati in sede di discussione al Senato.

A questo punto li vediamo con molto piacere introdotti negli emendamenti e nelle modifiche fatte alla Camera dei deputati, dove si parla, in particolar modo in campo sanitario, di individuare costi e fabbisogni standard nonché obiettivi, eccetera. Sostanzialmente si applica quella parte non ancora applicata del federalismo fiscale, che doveva servire, innanzitutto, per stabilire livelli di qualità alta nell'erogazione dei servizi pubblici, ma allo stesso tempo per parametrare le risorse da destinare alle Regioni - in questo caso, parlando di sanità - a dei livelli di efficienza. Guarda caso, esistevano dei modelli (ha appena finito l'intervento il mio collega Massimo Garavaglia prendendo la sanità della Lombardia come modello, ma avremmo potuto guardare al Piemonte, al Veneto o addirittura all'Emilia) per dire: se la spesa "x" in termini di salute per far funzionare strutture ospedaliere ad alta qualità, addirittura di eccellenza, è questa, bene, questa deve essere parametrata come fabbisogno standard su tutto il territorio. Soltanto applicandola alla sanità il ministro Calderoli, che l'aveva proposta, stimava, all'epoca, un risparmio di spesa pubblica tra i 10 e i 15 miliardi di euro, esattamente il doppio o il triplo di quello che si vuole realizzare in questa manovra con la spending review. Pertanto, si suggerì al Governo che la soluzione c'era già, che il modello già esisteva; si poteva cioè applicare quello che, con i decreti delegati, il Governo aveva già in mano e a cui poteva già dare attuazione, cioè costi e fabbisogni standard. Così è stato, ma non al Senato, perché è stato introdotto alla Camera. Ben venga, perché questa è probabilmente una delle poche disposizioni del provvedimento in esame che effettivamente saranno efficaci ai fini del risparmio sulla spesa pubblica.

Si invitò anche ad avere un po' di coraggio: da quanto si è parla di privatizzazioni in questo Paese? Si parla di privatizzazione e di enti inutili, ma concretamente non si mettono sul mercato parti di patrimonio e di aziende pubbliche. Secondo il principio di sussidiarietà, per quanto riguarda attività, servizi e beni che possono essere prodotti da privati, è inutile che lo Stato inefficiente continui a mantenere i carrozzoni che poi deve anche provvedere a ripianare.

Quanti doppioni, quante strutture ed enti pubblici operano negli stessi campi? Possiamo partire dalla ricerca o pensare alla rappresentanza istituzionale. Il Governo precedente aveva individuato nelle ambasciate i nostri sportelli, le nostre finestre sul mondo, non solo ai fini dei rapporti diplomatici, ma anche commerciali, di supporto e promozione dei prodotti italiani o di assistenza delle aziende italiane. Invece, esiste il doppione, cioè l'ambasciata cura soltanto alcune questioni e l'ICE (Istituto nazionale per il commercio estero) segue soltanto gli aspetti economici; addirittura queste strutture rispondono a Ministeri diversi: le prime al Ministero degli affari esteri e l'altro al Ministero dello sviluppo economico. Il Governo precedente aveva pensato, come minimo, di raggruppare e di eliminare una di queste strutture, ma a noi sembra tutto vanificato perché questo Governo, pur dicendo di voler tagliare, ha riaperto la finestra e ha rimesso in piedi la macchina e il doppione, esattamente come si trovavano prima.

Scherzando si potrebbe dire che, se non avessimo idee e fantasia e non sapessimo da dove iniziare a tagliare, basterebbe accendere la televisione tutte le sere a cavallo delle ore 21 e guardare una trasmissione ormai specializzata, che gira per l'Italia e mette sotto la lente d'osservazione tutti gli sprechi realizzati in questo Paese. Conosciamo tutti la trasmissione chiamata «Striscia la Notizia», che ogni giorno ci mostra cosa non funziona in questo Paese, come si sono sprecati soldi pubblici, come si dovrebbe operare per evitare questo. Quindi, il Governo, se qualche sera i suoi membri avessero la volontà di accendere la televisione, avrebbe mille spunti per sapere dove andare a incidere sulla spesa.

Una delle voci importanti della spesa pubblica è rappresentata dai costi istituzionali. Peccato che ci si dimentichi di operare precedentemente una valutazione dei fabbisogni: un'istituzione, per esercitare quel tipo funzione o per erogare di servizio di quante persone ha bisogno? Un'azienda privata immediatamente avrebbe una pianta organica precisa, perché non può sbagliare, perché se sbaglia perde, se sbaglia probabilmente chiude bottega. Le istituzioni possono completamente sbagliare, prendere un palazzo di volumetria esagerata per mettervi magari quattro scrivanie e lasciare gli altri vani semivuoti.

Bisogna fare una verifica dei bisogni, del personale e anche delle strutture per ospitarlo. Inoltre, ad esempio, per quanto riguarda i costi gestionali, non si può pensare che, quando d'inverno all'interno delle strutture fa troppo caldo, si aprano le finestre: piuttosto si possono mettere dei sistemi che abbassino la temperatura ed evitino per esempio ai dipendenti di arieggiare esageratamente quando non serve, perché tanto il riscaldamento non si ferma mai. Lo stesso discorso vale per l'illuminazione. Ci sono strutture oggi a servizio delle pubbliche amministrazioni che danno indicazioni proprio su come gestire gli immobili istituzionali, e garantiscono risparmi dal 20 al 30 per cento. Basta iniziare questo percorso.

In conclusione, desidero muovere un'ultima osservazione, sottosegretario Polillo: se ad una persona che venisse in questo Paese si prospettassero davanti tutte le forze dell'ordine e di Pubblica sicurezza, essa non capirebbe niente, a furia di guardare divise, mostrine e galloni. Nessuna riforma delle Forze armate è mai stata realizzata per le pressioni che probabilmente ogni forza politica riceverà, perché le Forze armate e di Pubblica sicurezza sono componenti di questa nostra comunità e partecipano alla vita pubblica, sono presenti anche nelle aule decisionali ed istituzionali, quindi sostanzialmente c'è un grosso freno. Un Governo tecnico, che non ha da rispondere a logiche di alcun tipo, clientelari, per esempio, perché non rappresenta componenti, caste o corporazioni varie, non rappresenta assolutamente nulla, dovrebbe dire: forse questa è la volta buona per mettere ordine nel sistema delle Forze armate italiane.

Allo scopo, abbiamo presentato un ordine del giorno nel quale si propone di fare una ricognizione e di guardare all'organizzazione dei migliori Paesi, nonché alla loro storia - perché ognuno ne ha una, che andrà rispettata - ma tendendo ad una perfetta distinzione tra Forze armate e Forze di polizia, con rappresentanze uniche, pur nelle varie specializzazioni al loro interno, che dovranno necessariamente esservi, nell'ottica di una grande semplificazione. Questo probabilmente ricadrà all'interno di una razionalizzazione di tutto il comparto, come sta facendo il ministro Di Paola, e sarebbe di grandissima utilità per il Paese. (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fleres. Ne ha facoltà.

FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, so di dare un gran dispiacere al collega Morando, ma desidero ribadire che questo testo è peggiore di quello esitato dal Senato, per una serie considerazioni che tenterò di esprimere, nella speranza di essere sufficientemente chiaro.

Il Governo ha fatto una scelta - colpire gli sprechi, non gli spreconi - il cui effetto è stato in parte anticipato dal collega Divina nel suo intervento, con riferimento all'esigenza di rivedere alcune sovrapposizioni e duplicazioni di funzioni nel settore delle Forze armate (anche se ve ne sarebbero tanti altri). Tale circostanza fa sì che il provvedimento di spending review sia in realtà un provvedimento di «spending di più», mentre avremmo preferito che fosse di «"spreching" mai più»: così non sarà, onorevoli colleghi, perché nel testo che ci è tornato dalla Camera emergono addirittura alcune questioni paradossali. La prima riguarda la tecnica legislativa, mentre la seconda è legata ad una sorta di coda di paglia che sembra aver contagiato tutta la classe politica, in particolare quella che si esprime nelle aule parlamentari.

A proposito di tecnica legislativa, un emendamento che ci è arrivato dalla Camera propone di inserire, dopo l'articolo 1, il seguente 1-bis: «Ai fini dell'esercizio delle attività di cui al presente decreto e per l'efficace realizzazione della revisione della spesa pubblica, in particolare in campo sanitario, il Governo», eccetera. Non è coda di paglia, questa, onorevoli colleghi? Puntiamo il dito verso un settore, quasi a voler escludere gli altri, come vi fossero due livelli di spending review, uno cattivo nei confronti della sanità e uno buono e tollerante verso tutti gli altri settori. Stiamo scherzando? Possiamo accettare che in un provvedimento di questo genere, che verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, si dica «in particolare in campo sanitario»? È come se volessimo dire che negli altri campi, tutto sommato, possiamo sopportare qualche spreco e fare in modo che il controllo sia meno serrato.

Onorevoli colleghi, l'altro paradosso è che noi stessi, all'articolo 2, prevediamo un'altra modifica che proviene dalla Camera dei deputati: a conferma del fatto che esisteranno due livelli di spending review, uno cattivo e uno buono, quello buono sarà applicato alle società che nell'ultimo triennio non hanno presentato particolari situazioni di disagio finanziario nel proprio bilancio. In sostanza, è come dire: se avete amministrato bene, siete libere di continuare a sprecare; se invece avete amministrato male, state attenti, la prossima volta dovete sprecare di meno.

Onorevoli colleghi, questo paternalismo assolutamente fuori da ogni logica legislativa e da ogni generalità ed astrattezza della norma offende il Parlamento. Se lo spreco c'è, sia che venga compiuto da un'amministrazione sana che da un'amministrazione sprecona, è comunque tale; è come se si affermasse che un furto compiuto da una persona onesta non è furto, mentre quello compiuto da un delinquente è furto. Vorrei capire cosa stiamo facendo. Mi sembra veramente una follia che si possano scrivere amenità di questo genere. È come se si dicesse che lo spreco compiuto in Lombardia, dove comunque il costo della sanità è il più basso d'Italia, è sacrosanto, giusto e va perpetrato; invece, lo spreco compiuto in Sicilia, dove vi è la peggiore sanità d'Italia, va tagliato. Vorrei capire se dobbiamo colpire lo spreco e gli spreconi oppure dobbiamo premiare i virtuosismi, ancorché ammantati di una serie di condizioni più o meno nobili che vengono ottenute dall'abilità gestionale o contabile o dalle coperture giudiziarie e contabili di chi compie lo spreco e di chi esercita la responsabilità dell'amministrazione.

Inoltre, onorevoli colleghi, avevamo tentato di rendere generale ed astratto questo provvedimento; lo abbiamo fatto con particolare attenzione attraverso alcuni emendamenti presentati della senatrice Poli Bortone tentando di orientare Camera dei deputati, Senato della Repubblica, Presidenza della Repubblica e così via, nel rispetto della loro autonomia, verso una corretta amministrazione, una revisione dei processi di spesa ed una più accurata ed attenta azione di contenimento della spesa attraverso l'adozione di buone pratiche.

Ebbene, nel testo trasmessoci dalla Camera dei deputati ritroviamo una versione del provvedimento che aggrava ulteriormente il meccanismo, in quanto distingue la Presidenza della Repubblica, il Senato, la Camera e così via dal resto delle amministrazioni, attribuendo loro non il compito di adattare ed armonizzare i loro comportamenti a quelli che noi imponiamo agli enti amministrati, alle autonomie locali, alle società partecipate e così via, ma - udite, udite! - quello di valutare le iniziative adottate dagli altri.

Con ciò si determina un doppio effetto negativo: da una parte, si continua a rendere questi organismi legibus soluti rispetto ad un processo di spending review e di corretta amministrazione delle risorse; dall'altra, si prende in giro l'opinione pubblica, affermando che comunque questi organismi «valuteranno» le iniziative adottate dagli altri. Vorrei capire, però, cosa devono valutare: se una penna costa il 50 per cento in più, si può continuare a spendere quella cifra anche se quella penna può essere comprata al 50 per cento in meno? Quella spesa deve essere tagliata e non valutata; quella procedura deve essere modificata e non valutata. Ma questo è quello che c'è scritto nel testo che ci torna dalla Camera dei deputati.

Volendo poi scorrere ancora il pregevolissimo documento che ci ha rinviato l'altro ramo del Parlamento, troviamo un'altra disposizione sicuramente frutto di un elaborato ragionamento di spending review compiuto a tutto vantaggio di chi vuole alterare le gare d'appalto.

All'articolo 7 troviamo una sibillina affermazione, secondo la quale è possibile realizzare una rinegoziazione dei contratti laddove «emergano differenze significative dei prezzi unitari» - udite, udite! - «non giustificate da particolari condizioni tecniche o logistiche», perché, come è noto, esiste un tecnometro e un logisticometro in grado di stabilire e misurare quali sono le particolari differenze significative che possono essere richiamate, o meno. Non si è pensato che le forniture sane possono essere bloccate da lunghissime procedure di contenzioso, come purtroppo sappiamo bene che accade nella pubblica amministrazione, che avranno come unico effetto quello di prolungare l'erogazione di forniture più costose che gli enti che fino a quel momento avrebbero dovuto correggerle non hanno corretto.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,17)

(Segue FLERES). Come potete constatare, colleghi, è un testo veramente ridicolo, e lo è non solo per le questioni che ho rilevato, che certamente non migliorano la formulazione del testo fatta al Senato anzi la peggiorano molto, ma, soprattutto, perché non si colpiscono gli spreconi. Si tenta di colpire gli sprechi in malo modo, come abbiamo visto, e si continuano a salvare gli spreconi, anzi si scrive nel testo che alcuni spreconi, se hanno saggiamente amministrato, sprecando, possono continuare a sprecare.

Quindi, si sancisce il principio che questo provvedimento avrà due livelli di applicazione: uno per i buoni, uno per i cattivi. Ci saranno gli spreconi buoni che potranno continuare a sprecare e quelli cattivi che non dovranno più farlo. Tutto ciò, mentre continueranno ad esserci gli spreconi in quanto tali; dato che nulla questo provvedimento dice rispetto alla duplicazione di funzioni, alla duplicazione, per esempio (per tornare all'intervento del senatore Divina con riguardo alle Forze armate e alle forze dell'ordine), dei Corpi cinofili, dei laboratori di analisi scientifica, dei gruppi elicotteri, dei gruppi aerei e navali, e quant'altro. Si duplicano i vertici e si raddoppiano i servizi senza raddoppiarne l'efficienza. Continuiamo a colpire gli sprechi, ma non gli spreconi. Questo è il limite maggiore del provvedimento.

Mi auguro che il Governo faccia tesoro del mio e degli interventi che si sono succeduti e che seguiranno, che certamente individueranno una serie di meccanismi che potrebbero essere corretti.

Il Governo potrebbe obiettare che il provvedimento scade il giorno 7 per cui va approvato. Bene, quindi sappiamo che è sbagliato, sappiamo che saremo costretti a modificarlo probabilmente nel volgere di qualche ora, come stavamo facendo stamattina rispetto ad una parte del provvedimento, ma lo approviamo, perché per correggere gli errori bisogna cocciutamente difenderli e non intervenire per eliminarli.

Credo che molto ci direbbe rispetto a questo provvedimento George Orwell, che aveva coniato per i maiali della sua «Fattoria degli animali» il principio: la legge è uguale per tutti, ma per qualcuno è più uguale che per altri.

Questo provvedimento rappresenta un'occasione perduta, onorevole Presidente e colleghi. Avremmo potuto fare molto, molto di più.

Il Governo dice che alcune cose le ha dovute fare per non alterare la governance delle aziende, ammettendo in questo modo che esiste anche una trattativa relativa agli sprechi. Non lo possiamo accettare. È necessario che ci sia una revisione profonda dell'idea stessa di questo tipo di provvedimento, che condividiamo, perché è nobile, perché è importante, ma insufficiente (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

POLILLO, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signora Presidente, rinuncio alla replica.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a dar lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame.

THALER AUSSERHOFER, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo, osservando la necessità, in relazione all'articolo 13-bis, comma 5, che nei decreti ministeriali siano stabilite le modalità per assicurare il pagamento degli oneri previdenziali derivanti dai lavori conseguenti agli appalti di cui le imprese siano risultate vincitrici, oltre alla percentuale degli oneri pregressi derivanti dal piano di rientro».

AZZOLLINI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AZZOLLINI (PdL). Signora Presidente, anzitutto le dico che stanti i tempi ristrettissimi dell'esame del provvedimento, la Commissione riunita non ha potuto prendere in esame tutti gli emendamenti, cosicché è stato svolto un lavoro istruttorio all'esito del quale, dopo una consultazione con i colleghi della Commissione, posso rendere il parere sugli emendamenti, ai sensi dell'articolo 100 del Regolamento.

Il parere è il seguente: su tutti gli emendamenti non vi sono osservazioni, tranne che sugli emendamenti 13-bis.200, 13-bis.201 e 13-bis.209, sui quali il parere è contrario ex articolo 81 della Costituzione e sull'emendamento 13-ter.203, per il quale il parere e di semplice contrarietà.

PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli ordini del giorno, che si intendono illustrati e su cui invito il rappresentante del Governo a pronunziarsi.

POLILLO, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signora Presidente, sull'ordine del giorno G100, pregherei il senatore Malan di adottare una diversa formulazione. (Brusìo).

PRESIDENTE. Mi scusi, signor Sottosegretario, non è possibile seguire. Lei sta proponendo una riformulazione all'ordine del giorno G100?

POLILLO, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Sì, signora Presidente. Propongo di modificare il primo capoverso del dispositivo nel modo seguente: «a disporre che in tali procedure vengano concessi ai cittadini...», mantenendo invariato il testo fino alla fine del periodo, sopprimendo quindi le parole «siano ricondotte entro limiti fissati dalla legge e pertanto». Per quanto riguarda il secondo capoverso, propongo di sopprimere le parole da: «per consentire» fino alla fine del periodo.

Se il senatore Malan accetta questa riformulazione, esprimo parere favorevole.

Esprimo parere favorevole sugli ordini del giorno G101, G102 (che ripete un ordine del giorno già approvato dalla Camera) e G103.

Per quanto riguarda l'ordine del giorno G104, propongo una riformulazione, altrimenti esprimo parere contrario. Propongo di sopprimere, nel terzo capoverso dei consideranda, le parole: «basati su due soli elementi, ossia una polizia e un esercito» e, nel dispositivo, le parole: «con una sola forza di polizia ed un esercito (articolati per specializzazioni) nonché».

Pertanto, il nuovo testo del dispositivo dell'ordine del giorno reciterebbe: «impegna il Governo ad attuare una riforma del comparto sicurezza e difesa sulla scorta dei vari migliori modelli europei comparabili, al fine di ottenere una semplificazione e uno snellimento delle strutture, al fine di realizzare un sensibile risparmio sui costi gestionali».

Se il senatore Divina accetta questa riformulazione, il parere è favorevole, altrimenti il parere è contrario.

PRESIDENTE. Senatore Malan, accetta la riformulazione dell'ordine del giorno G100 proposta dal Governo?

MALAN (PdL). Signora Presidente, accetto la riformulazione. Nell'ordine del giorno mi riferivo alle lettere inviate dall'Agenzia delle entrate a circa 1 milione e mezzo - secondo quanto riportato dalla stessa Agenzia - di contribuenti a proposito dei quali non si è scoperta alcuna irregolarità. Si trattava di un semplice controllo di routine, come l'Agenzia delle entrate stessa ha affermato, per verificare con numerosi documenti la fondatezza delle detrazioni richieste.

Ebbene, in quelle lettere vengono richiesti documenti già in possesso sia della pubblica amministrazione, ma addirittura dell'Agenzia delle entrate, ricavabili addirittura dalla stessa dichiarazione dei redditi, come la data a partire dalla quale una certa abitazione è stata adibita a residenza, ovvero da documentazione contenuta nel «cassetto fiscale», consultabile dai singoli contribuenti presso l'Agenzia delle entrate (ad esempio, gli atti notarili stipulati per l'acquisto dell'abitazione).

Ma un aspetto particolarmente stridente è il fatto che questi documenti vengono richiesti entro 30 giorni dalla ricezione della stessa lettera. Le lettere, però, sono inviate diversi giorni dopo la data che recano. È vero che si parla di 30 giorni dalla data di ricezione. L'Agenzia delle entrate, però, non può sapere quando il contribuente le riceve, non esistendo alcuna forma di certificazione e tracciabilità del metodo postale seguito, e questo mette i cittadini e l'Agenzia stessa in una situazione di incertezza.

Pertanto, l'ordine del giorno in esame chiede che i controlli, previsti dall'articolo 36-ter, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, devono essere eseguiti rispettando il limite minimo di 60 giorni, il quale deve essere concesso ai cittadini per qualunque adempimento previsto dallo Statuto dei contribuenti di cui alla legge n. 212 del 2000.

Accetto quindi la riformulazione proposta dal sottosegretario Polillo, che ringrazio, ricordando a me stesso, all'Aula e anche al Governo che gli ordini del giorno non finiscono in Aula ma in essa cominciano. Quando si chiede al Governo di operare, ci immaginiamo che lo faccia. Sono certo, dagli ampi cenni di assenso che sta facendo il sottosegretario Polillo, che così sarà anche per quanto riguarda l'esplicitazione, che chiedo nel secondo capoverso, del dispositivo dei meccanismi premiali riservati al personale delle Agenzie fiscali, che credo opportuno siano conosciuti dal Parlamento potendo avere riflessi anche nel comportamento con alcune richieste in un certo senso ingiustificate e con tempi non congrui con la legge.

PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G100 (testo 2) non verrà posto ai voti.

Essendo stato accolto dal Governo, anche l'ordine del giorno G101 non verrà posto ai voti.

SALTAMARTINI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SALTAMARTINI (PdL). Signora Presidente, desidero fare una breve dichiarazione per esprimere la mia soddisfazione per l'accoglimento da parte del Governo dell'ordine del giorno G101, di cui sono cofirmatario con il senatore Benedetti Valentini, che riguarda la revisione delle circoscrizioni giudiziarie.

PRESIDENTE. Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G102 e G103 non verranno posti ai voti.

Sull'ordine del giorno G104 il Governo ha proposto di apportare alcune modifiche. Senatore Divina, le accetta?

DIVINA (LNP). Il Governo propone di mantenere la finalità di snellire e semplificare le strutture delle Forze armate e di Polizia, senza però il vincolo di arrivare al vero obiettivo, alla vera semplificazione: avere la concentrazione di tutte le forze dell'ordine in un unico comparto e di tutta la Difesa in un altro.

Noi accettiamo le modifiche proposte, ma vorremmo vedere su questo fronte un certo coraggio da parte del Governo. Sappiamo che andiamo - per così dire - a pestare calli in questo terreno, ma oggi è necessario avere coraggio.

PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G104 (testo 2) non verrà posto ai voti.

GIULIANO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIULIANO (PdL). Presidente, chiedo di poter apporre la mia firma all'ordine del giorno G101, di cui è primo firmatario il senatore Benedetti Valentini.

PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto e invita tutti i senatori che desiderano apporre la propria firma sugli ordini del giorno a comunicarlo agli Uffici.

Onorevoli colleghi, dopo aver attentamente valutato gli emendamenti presentati, la Presidenza ha ritenuto in primo luogo inammissibili, ai sensi dell'articolo 104 del Regolamento, gli emendamenti 1.200, l-bis.202, l-bis.203, l-bis.204, 5.202, 5.203, 5.204, 5.205, 5.206, 5.207, 5.208, 7-bis.0.200, 7-bis.0.201, 10.200, 13-bis.205 e 13-bis.206, in quanto non riferiti, o comunque non direttamente correlati, alle modifiche apportate dalla Camera dei deputati.

Dichiara altresì inammissibile l'emendamento 2.202 che, modificando il testo approvato dalla Camera mediante l'introduzione di un precetto immediatamente cogente su materie riservate al bilancio interno degli organi costituzionali, incide sulla loro autonomia, costituzionalmente garantita.