DIVINA (LNP). Signor Presidente, non ripeto le osservazioni fatte dal collega Benedetti Valentini. Credo sarebbero stati meritevoli di un esame anche gli emendamenti dichiarati in ogni caso improponibili, perché, nel momento in cui prendiamo in mano il testo costituzionale, sembra limitativo dire che ci concentriamo soltanto su quella parte di norme e di articoli che la Commissione, organizzando i diciannove testi susseguitisi nel tempo, ha sostanzialmente elaborato.
Concentrandoci comunque su quel che rimane, con l'emendamento 01.208 noi apparentemente chiediamo una cosa poco visibile, nel senso che aggiungiamo una sola parolina all'articolo 55 della Costituzione. Non sarà più «Senato della Repubblica», ma sarà «Senato federale della Repubblica». Noi vorremmo aggiungere la parola "federale" perché il Senato, di fatto, nelle cose lo è già federale. Inoltre ci serve sicuramente il Senato federale per riequilibrare, anche se non sappiamo l'esito dei prossimi emendamenti, il sistema presidenzialista che è stato proposto in Aula: ci sarà bisogno di un sistema di contrappesi, almeno di una Camera che non sia più espressione della stessa maggioranza che elegge la Camera dei deputati nonché il Presidente della Repubblica, ma che faccia riferimento ad un sistema territoriale dove un bilanciamento di pesi e di poteri in ogni caso deve esserci.
Devo ringraziare i colleghi della Südtiroler Volkspartei perché hanno presentato un emendamento sostanzialmente identico al nostro per l'Aula. Se anche delle forze che operano in un contesto autonomista dal 1948 dicono che l'evoluzione del sistema deve essere quella che va nella direzione del riconoscimento della sovranità territoriale, quindi un sistema federale, qualcosa significherà. Allora, o riconosciamo il percorso fatto dalle autonomie speciali in questo Paese oppure ci limitiamo a dire che mettiamo la mordacchia a chi ha già avuto qualcosa, ma che non potrà più chiedere altro, perché si deve già ritenere soddisfatto di ciò che ha ottenuto nella storia.
All'Aula dobbiamo ricordare un'altra cosa, che forse è stata dimenticata: il 22 gennaio 2009, essa ha dato il via - forse - alla riforma più importante della storia repubblicana, votando la riforma federalista del Paese. Abbiamo così modificato una serie di istituzioni, dando delega al Governo di operare riforme consequenziali, una parte delle quali è stata realizzata (sul federalismo fiscale, regionale e demaniale), mentre un'altra è ancora da recepire. Monti dovrà recepire quanto prima la riforma dei costi standard, soprattutto rispetto alla spesa storica, perché non potrà che far bene alle casse del Paese, ammodernandolo e rendendone più efficiente la spesa pubblica.
In questo testo proposto dalla Commissione, che probabilmente l'Aula a breve approverà, è inoltre inserito il principio del superamento del bicameralismo perfetto, che implica una separazione tra Camera e Senato, ergo una loro rappresentanza diversa, per cui per forza di cose, anche non volendolo dire, il Senato si riferisce ad un sistema territoriale di rappresentanza diverso da quello della Camera dei deputati.
E così, richiamandomi viceversa al 2001, ricordo che la riforma costituzionale approvata in quell'anno ha riscritto sostanzialmente i rapporti e i poteri tra centro e periferia, decidendo (l'articolo 117, commi secondo e terzo) che le competenze dello Stato devono essere circoscritte, elencate e tassative e che quindi lo Stato non può più debordare. Tutto il resto, dunque le competenze residuali, deve essere - e lo è - di spettanza delle Regioni. Questo implica che lo sbocco naturale è quello di un sistema federale di rappresentanza e di poteri territoriali che devono trovare una Camera di compensazione, che sia una Camera di rappresentanza a livello nazionale.
Avremmo voluto qualcosa in più e, con rammarico, dobbiamo dire di accettare le determinazioni della Presidenza, perché come il Senato deve essere federale, a questo punto, all'articolo 1 della nostra Costituzione, si sarebbe dovuto inserire anche che il nostro Paese è una Repubblica federale democratica: non si sarebbe trattato di fare altro che riconoscere quello che è e sta effettivamente succedendo.
Altro punto dolente, il secondo comma dell'articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Avremmo voluto modificare nel senso che la sovranità spetta «ai popoli», perché il nostro è un Paese variegato e articolato, pertanto non possiamo dire che esiste un'etnia o una popolazione con una definita identità italiana. Anzi, quando parliamo in questo senso a persone provenienti da aree geografiche, ci sentiamo sempre dare risposte non dico violente, ma comunque stizzite, perché ognuno rivendica con orgoglio la propria identità e la propria diversità. Ogni popolo italiano, anzi, esalta la propria peculiarità: perché non riconoscere dunque in Costituzione che siamo popoli che stanno assieme, che si riconoscono nelle loro varie forme e diversità?
Fra i film che hanno avuto più successo di recente ne ricordo due che formano una sorta di saga: il primo si intitola «Benvenuti al Nord», mentre il secondo si intitola «Benvenuti al Sud» (o viceversa). In essi si mettono in evidenza le caratteristiche così diverse, con i vizi e le virtù, se vogliamo, reciproci, e come si riesce poi magari a dialogare e anche ad apprezzare quello che da una parte manca e dall'altra magari è visto come un pregio di cui non ci si può vantare.
Pertanto, scrivere che siamo popoli e non che siamo un popolo e dire che siamo una Repubblica federale democratica, sarebbe stato fare la vera fotografia del nostro Paese, inserendola come statuizione nella nostra Costituzione.
Tornando al Senato federale, vorrei ricordare ai colleghi del Popolo della Libertà che, come minimo, esso rappresenta il contraltare necessario ad affrontare un dibattito, con le varie puntualizzazioni e rettifiche del caso, sul sistema presidenziale o semipresidenziale, che per esistere ha bisogno della compensazione di un Senato federale, altrimenti è un apparato che crolla su se stesso.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 19,25)
(Segue DIVINA). Con l'emendamento 1.206, prendiamo atto di quanto sta accadendo nel Paese. A noi, classe (o casta) politica, è stato chiesto di dare un segnale, perché non è possibile continuare a chiedere sacrifici al Paese, alle industrie, a piccoli imprenditori e alle famiglie senza il contrastare dei sacrifici della classe dirigente del Paese. Una riduzione dei costi complessivi della politica è pertanto un obbligo che abbiamo nei confronti del Paese, ma una riduzione di facciata, come quella che abbiamo applicato, è priva di senso. Se non si arriva ad una riduzione sostanziale è molto probabile che riceveremo sberleffi e susciteremo risate sarcastiche, con la conseguenza che nei nostri confronti ci sarà un giudizio sempre più severo.
Occorre pertanto partire da una riduzione sostanziale, e in alcuni emendamenti proponiamo quanto meno una riduzione del 50 per cento dei parlamentari, o di pervenire ad un numero di parlamentari della Camera dei deputati e del Senato attorno a 200 deputati e 200 senatori. In caso contrario, il Paese prenderebbe la riforma in malo modo.
Inoltre, poiché abbiamo visto quanti pasticci si sono verificati con la nomina dei parlamentari eletti fuori del territorio del nostro Paese, i parlamentari eletti all'estero, credo occorra intervenire al riguardo. Sono convinto infatti che la riforma costituzionale che ha portato ad inserire la circoscrizione Estero abbia rappresentato un tributo al compianto Tremaglia, che probabilmente in quel momento, a quell'età e in quelle condizioni fisiche ha condizionato l'opinione di tanti parlamentari che sedevano in queste Aule. Abbiamo visto sul banco di prova che la circoscrizione Estero non funziona e ha dato notevoli problemi. Il voto all'estero per corrispondenza si è prestato a pasticci e a brogli. Abbiamo avuto colleghi eletti e poi decaduti e che oggi scontano in carcere i brogli fatti nel corso della propria elezione. Abbiamo appreso da Paesi più evoluti del nostro l'errore di far votare chi non conosce un Paese e i suoi meccanismi, chi non paga le imposte di quel Paese e non è toccato dalle scelte che sono chiamati ad assumere le istituzioni del Paese. Costui non può dare un giudizio su quel Paese, e per questo chiediamo l'eliminazione della circoscrizione Estero. Il fatto che i parlamentari italiani siano esclusivamente eletti e residenti in Italia e che paghino le tasse del nostro Paese è un piccolo contributo alla riforma che il Gruppo della Lega Nord vorrebbe dare. (Applausi dal Gruppo LNP).