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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 746 del 19/06/2012


BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un'Aula semideserta con il sincero e doppiamente motivato rispetto per i senatori presenti, e senza alcun fervore riformatore, procediamo oltre, incuranti di quanto ci accade intorno e anche di noi stessi. Procediamo oltre, amabilmente. E allora mi richiamo a quanto detto prima e in discussione generale, dicendo che chi pensa di rispondere a quello che l'opinione pubblica cerca di dirci, in modo più o meno confuso, più o meno gridato o sussurrato, quello che si aspetta in termini di coraggiosa e profonda riforma delle nostre istituzioni con questo tipo di riforma (l'ho detto prima quando mi sono lamentato della declaratoria di improponibilità dell'emendamento a mia prima firma 01.206, relativo al riconoscimento giuridico e disciplina dei partiti) con riforme di basso profilo sarebbe fuori della realtà. E personalmente, pensoso come sono delle sorti della nostra democrazia rappresentativa, dico che occorrono risposte decisamente più rivoluzionarie.

E se permettete che io spieghi, al di là dell'altisonanza di questa parola, che cosa intendo, vi invito a leggere il mio emendamento 1.210: per carità, non dico che lo dobbiate condividere assolutamente, anche se sarebbe bellissimo se così fosse. Esso recita: «Il primo comma dell'articolo 56 della Costituzione è sostituito dal seguente: "La Camera dei deputati rappresenta il libero pluralismo sociale e territoriale ed è eletta a suffragio universale e diretto"».

Prevengo, dicendo che me ne infischio, qualsiasi obiezione cialtrona o epiteti stupidamente polemici mi venissero rivolti dentro queste Aule o fuori. Il meno che mi aspetto...

PRESIDENTE. Senatore Ceccanti, il senatore Benedetti Valentini sta parlando con lei.

BENEDETTI VALENTINI (PdL). Non è così. Siccome ho detto che le obiezioni che mi verrebbero probabilmente sarebbero cialtrone, di tutti potevo parlare meno che del collega Ceccanti, un gradevolissimo contraddittore e un esperto maneggiatore della materia. Di certo, non mi riferivo a lui. Ma forse da lui e da altri mi potrebbe venire un'obiezione, non certo con intento cialtrone. Dai più garbati, il minimo che mi potrebbe venire detto è di essere neocorporativo. Questo è il minimo. Poiché vedete che non ho la minima paura delle parole, me ne infischio anche di questo e mi limito ad osservare che nella mia navicella nella bottiglia - leggasi il mio testo di proposta di riforma costituzionale, che è tra quelli presi in esame in esame congiunto in 1a Commissione - configuravo un bicameralismo vero, differenziato, perché tutto quello di cui stiamo parlando, signori e colleghi, è fondato sul nulla. Stiamo parlando di due Camere per niente differenziate. Ci stiamo sforzando di trovare un superamento del bicameralismo perfetto, ma stiamo fallendo alla radice, nel senso che se tu non differenzi il criterio con cui si rappresentano i cittadini nell'una e nell'altra Camera, il bicameralismo non è superato; lo eviri, lo svuoti, lo neutralizzi, lo ottundi, ma non lo stai superando, oggettivamente.

Invece io concepisco nella mia navicella nella bottiglia una Camera alta - chiamatela Senato o Camera, non m'interessa - che rappresenta il libero pluralismo politico, che deve essere la Camera che dice l'ultima parola su ogni disegno di legge perché la sintesi politica è la sintesi delle libertà, degli interessi generali, dei modelli sociali, delle grandi idee di una politica nobile, pulita quale essa è quando realmente la pratichiamo oltre a professarla. Quella deve essere l'ultima istanza: il pluralismo politico.

Poi concepisco una Camera bassa, anche più numerosa, anche non legata da rapporto di fiducia con l'Esecutivo ma che ha pienezza di poteri legislativi, che rappresenta il pluralismo sociale delle categorie, degli interessi, del volontariato, delle aggregazioni spontanee, degli interessi professionali (perché no?), di tutti gli interessi culturali, quella che è oggi una società complessa e non più quella del secolo scorso o peggio ancora dei secoli precedenti; e il pluralismo territoriale, nel senso che, senza ipocrisie, senza pudori, ci siano anche libere aggregazioni territoriali che si esprimono nella Camera bassa.

Infatti, per quanto io abbia studiato - e se voi, onorevoli colleghi, avete altro da suggerirmi, vi prego di farlo - non sono riuscito a trovare altri canali, criteri o parametri rappresentativi, in cui il cittadino desideri sentirsi rappresentato se non quello primario del modello sociale, della scelta della grande idea, della concezione dello Stato, del vivere comune, dei valori civili che regolano la comunità e poi quello territoriale, che sta esplodendo nel Paese. Facciamo finta di non accorgercene? Stiamo assistendo all'esplosione del civismo, delle liste civiche, delle liste locali che prevalgono sull'aggregazione politica e spesso la travolgono. Vi è poi la rappresentanza degli interessi concreti, delle competenze, degli interessi legittimi, che però siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità in un'assemblea legislativa, dove si devono confrontare con gli altri numerosi interessi legittimi che escano allo scoperto.

Chi di voi, a questo riguardo, mi tacciasse di essere neocorporativo, sarebbe un po' disattento. Non si ricorderebbe che c'è ancora il CNEL, che non facciamo né vivere né crepare, perché non lo cancelliamo, ma ce ne infischiamo dei pareri che esso rende, dopo che il Costituente democratico lo ha confermato, sentendo il bisogno di un organo rappresentativo delle competenze. Fingiamo inoltre di dimenticare che la politica ha fatto taluni passi a lato per dare luogo a un Governo di tecnici, invocato come l'unico in grado di poter affrontare i problemi. Fingiamo di ignorare che questo Governo di tecnici è addirittura ricorso a un supertecnico come tagliatore delle spese e attuatore dell'austerity, evidentemente non sentendosi da solo all'altezza di poterlo essere. Fingiamo anche di dimenticare che tutte le lobby sono appollaiate davanti alle porte delle nostre Commissioni, premendo per ottenere modifiche, leggi, ritocchi e contenuti di ogni genere. Ci sono poveri diavoli, che vengono come ambasciatori dei capi delle lobby, i quali assediano le nostre porte, perché i capi hanno già agito nel momento formativo delle leggi e delle norme.

Fingiamo inoltre di dimenticare che qualunque Governo sia in auge in questo, ma anche in precedenti momenti (temo anche futuri), contratta le leggi fondamentali con le organizzazioni del pluralismo sociale: con le organizzazioni sindacali e con quelle degli imprenditori, con gli istituti di credito, con le università, (interessi legittimi, per l'amor di Dio, ma forti e coordinati), insomma le concorda con tutte quelle che chiamiamo le parti sociali. Stabilisce un testo, che poi manda alle Camere parlamentari dicendo: per carità, non potete toccare neanche una virgola, perché lo abbiamo concordato con le parti sociali. E se tu provi a presentare un emendamento, sei un rompitasche; se tu provi a portare avanti una visione diversa, sei uno che fa inceppare il meccanismo e che non vuole la pace sociale. Se insisti, il Governo mette anche la fiducia, come ormai accade in nove casi su dieci.

Che cosa è questo? Da qui la mia proposta di istituire una Camera in cui si esprime il pluralismo libero aggregato (nulla di bardatura precostituita o autoritativa dall'alto). Mi riferisco alla libera aggregazione dei cittadini che, in una Camera bassa, anche numerosa, ma non legata da un rapporto di fiducia al Governo, esprime il libero pluralismo sociale e territoriale. Ma c'è una Camera che dice l'ultima parola: è quella politica, nella quale - debbo ritenere - le aggregazioni spontanee dei cittadini per ragioni politiche e dunque i partiti (è questa la ragione per cui prima invocavo che i partiti ottenessero un riconoscimento e una disciplina giuridici) esprimono i valori nazionali della sintesi.

Onorevoli colleghi, sarà questa una mia navicella nella bottiglia? Può darsi. Ma se pensate di eludere la spinta che viene dai cittadini (la spinta alla loro libera e dirompente aggregazione per realtà locali e categoriali), voi state deprezzando anche implicitamente, la libera e suprema aggregazione politica. In questo modo, con la mia navicella nella bottiglia, in qualche modo depuro la rappresentanza politica da ciò che non è idea forza e idea di sintesi. Non la confino in una Camera, ma le assegno la parola definitiva: la capacità della sintesi e dell'assunzione di responsabilità e il pluralismo sociale e territoriale che - altrimenti - ci sta esplodendo, cari colleghi, sotto le sedie (per non dir peggio, per non usare espressioni più colorite), viene a trovare accoglienza, proiezione democratica dentro le Camere parlamentari, in cui ciascuno si confronta con le numerose altre realtà territoriali, degli interessi legittimi e delle competenze. Infatti, il potere esercitato da chi non ha competenza per esercitarlo è un'illusione di potere.

Questo è il mio ragionamento, molto semplice. È una provocazione? No, solo non è pensiero debole. Colleghi, io direi che se devono morire queste legislature e queste istituzioni della cosiddetta Seconda Repubblica, muoiano in piedi, muoiano con un pensiero forte, comprendendo quello che sta succedendo nella società, non continuando burocraticamente a tirare avanti all'insegna del realismo politico, che apprezzo, per carità, specie in chi è professionista della politica, e che non disprezzo affatto, anzi l'ammiro, dal basso, dal mio basso: ma quello che sta avendo una sua validità e transitabilità qui dentro, in queste Aule, colleghi carissimi (questo non è qualunquismo), quindici metri fuori del nostro Palazzo non ha nessuna validità, nessuna udienza, nessun riscontro, nessuna emotività.

Noi dobbiamo ridare al cittadino il gusto di partecipare alle elezioni, al processo democratico. Un tentativo - datemene altri e io vi ringrazierò e vi aderirò ­ questo mio modestissimo, di far comprendere che i cittadini possono farsi rappresentare da propri simili nella propria libera aggregazione, per il gusto di essere territorio e identità locale, conferendo però alla sede legislativa, dove tutto trova sintesi ed armonizzazione, rappresentanza dei propri interessi legittimi, di una propria vita professionale, di una propria aggregazione di competenze a cui si è dedicata una vita, insieme al modello politico, quello che deve dare e riprendere gusto e passione anche alla gara politica, alla contrapposizione politica, alle grandi idee. Lì forse ci incontriamo, perché le grandi idee, cari colleghi, sono quelle che riescono ad assorbire in sé quelle porzioni di verità che anche le altre idee hanno. Questa deve essere la Camera politica.

Ho parlato con la testa sopra le nuvole? Non me ne dispiace: se altri preferiscono camminare con i piedi di piombo sulla terra, lo facciano. Mi contento di appartenere un po' alla prima, un po' alla seconda categoria, perché ritengo che quando si mette mano alla Costituzione si metta mano ad un qualcosa che non è un pezzo di carta (questo lo potrebbe fare qualunque politico di professione, qualunque burocrate), e lo debba fare chi sente vibrare dentro di sé l'amore per la libertà e l'amore per l'identità di una Nazione. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Del Vecchio, De Toni e Peterlini. Congratulazioni).