VIZZINI, relatore. Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, voglio preliminarmente ringraziare i colleghi intervenuti in quest'Aula nel dibattito, che è stato molto articolato e molto approfondito, e, a monte, voglio ringraziare tutti i colleghi della 1a Commissione con i quali abbiamo lavorato in questi mesi a questo progetto di riforma della Costituzione, che certamente non rappresenta la grande riforma ma quello che è stato ritenuto il lavoro possibile nella stagione politica che stiamo vivendo.
Non posso non rilevare come la discussione abbia trovato poi un suo motivo dominante non solo nel testo che la Commissione ha proposto all'Aula del Senato, ma nella sua possibile articolazione verso una nuova e diversa forma di Governo.
Nondimeno, del testo esitato dalla Commissione, si può e si deve considerare intatto, anche riguardo al tema più controverso, il nucleo iniziale, proprio quello che parla di noi, della riforma del Parlamento e del procedimento legislativo.
Questa parte del testo, anche con gli aspetti critici che sono stati segnalati da alcuni che sono intervenuti in Commissione ed in Aula e con le opportune correzioni che sono sempre possibili, rimane valido, sostiene la prova della discussione in Assemblea ed è compatibile con entrambe le opzioni sulla forma di Governo.
Dunque, da relatore mi sento di dovere dare un contributo alla ricerca, ancora, di una soluzione, condivisa e capace di dare subito all'Italia le nuove istituzioni democratiche attese da tanto tempo.
La prima Commissione, quella presieduta dall'onorevole Bozzi, risale al 1983. Da allora ci trasciniamo, legislatura dopo legislatura, nella convinzione e nell'affermazione che dobbiamo ammodernare le nostre istituzioni con risultati che sono di fronte agli occhi. Ed il dissidio che è sorto nella fase finale della discussione è noto, e lo riassumo nei suoi termini essenziali.
Alla scelta di una forma di Governo parlamentare più funzionale, quella del testo della Commissione, approvato a larga maggioranza, si è contrapposto, da ultimo, il proposito di correggere il sistema politico verso una forma di Governo semipresidenziale, ritenuta preferibile da una parte importante della maggioranza, di quella stessa maggioranza che aveva contribuito, e che ha contribuito, alla redazione del testo che è giunto dalla Commissione all'esame dell'Aula. Una novità, introdotta negli atti parlamentari dopo la conclusione dell'esame in Commissione, portato direttamente davanti al Senato in forma di emendamento.
Ora, su questo bisogna fare qualche considerazione di carattere generale, innanzitutto da un punto di vista strutturale, per la verifica del funzionamento dei pesi e contrappesi che hanno determinato la struttura e la vita delle nostre istituzioni. Non vi è dubbio che la legittimazione, a seguito della sua elezione a suffragio generale, sposterebbe equilibrio e poteri a favore del Capo dello Stato, che sarebbe anche capo dell'Esecutivo.
Paradossalmente, rispetto a un sistema, quello del Parlamento e quello del Governo, tenuto conto che noi viviamo in una democrazia parlamentare e abbiamo un Governo parlamentare, ci troveremmo di fronte a una doppia legittimazione popolare: quella del Parlamento, da un lato, e quella del Presidente alla Repubblica, che sarebbe anche capo dell'Esecutivo, dall'altro.
In Commissione noi avevamo lavorato a un sistema parlamentare razionalizzato, mantenendo un Governo parlamentare, rivedendo una serie di norme che possono rafforzare il raggiungimento degli obiettivi del Governo, ma che lasciano intatta la forza della democrazia parlamentare.
Se adottassimo il modello che è stato proposto (e io non sono pregiudizialmente contrario all'esame di quel modello, lo dico con grande chiarezza), penso che quel modello andrebbe innestato in una revisione più complessa dell'equilibrio all'interno delle istituzioni, e non su un testo come quello che noi abbiamo esaminato in Commissione, che diventerebbe fortemente squilibrato.
Quindi, non mi permetto di dare un giudizio sul sistema, ma mi resta il rammarico di non aver potuto avere il tempo, perché se la forza politica (che è una forza politica importante di questo Parlamento) avesse voluto avviare questo tipo di ragionamento quando le forze politiche si sono incontrate, magari qualcosa sarebbe cambiato. Badate, il provvedimento non nasce soltanto dal lavoro dell'Aula del Parlamento, dell'Aula della Commissione. Prima di arrivare nell'Aula della Commissione vi sono state consultazioni tra le forze politiche parlamentari e sono state ascoltate le opinioni anche delle forze politiche che non siedono in Parlamento. È stato fatto un lavoro preparatorio capillare, che ci ha portato a questa condizione. L'irruzione sulla scena, quando già eravamo a conclusione dell'esame del testo unificato che era stato presentato alla Commissione, di questi emendamenti, che di per sé rappresentano un corpo legislativo pesante - stiamo parlando dell'elezione diretta del Presidente della Repubblica, con funzioni di Capo del Governo - ha creato oggettivamente una condizione particolare, che oggi dobbiamo affrontare per cercare di non vanificare il lavoro che è stato fatto. Ma certo questa parte va misurata con l'altra. Può un Presidente eletto direttamente dal popolo essere sfiduciato dal Parlamento? Probabilmente sì, ma certamente non si può più pensare che ci sia l'istituto della sfiducia costruttiva, perché è evidente che nel momento in cui scatta la sfiducia per il Presidente eletto direttamente dal popolo, l'unica soluzione è tornare alle urne (mentre noi avevamo previsto una serie di soluzioni differenti). Questo è un primo problema strutturale.
Abbiamo preso il modello cosiddetto francese. Certo, lo abbiamo scelto in un momento in cui funziona perfettamente. I socialisti hanno vinto le elezioni presidenziali e subito dopo hanno vinto le elezioni politiche, per cui non si verifica una forma di coabitazione che avviene quando chi vince la corsa alla Presidenza della Repubblica non vince anche le elezioni politiche e il delegato del Presidente della Repubblica a fare il Primo Ministro diventa un vero leader perché ha con il Parlamento un rapporto fiduciario che non ha il Presidente della Repubblica, che è stato eletto da altra parte politica. (Commenti del senatore Marini). Cercavo di convincere alcuni, presidente Marini. Va bene così. Se debbo convincere anche gli altri...
Quindi si può porre un problema, che è quello della coabitazione, ma la verità poi è che si pone il problema complessivo del rapporto, in una democrazia parlamentare forte, tra il potere Legislativo e il potere Esecutivo, che è lo stesso problema che si è posto in questo Paese quando abbiamo modificato il modo di essere di tutti i soggetti previsti dall'articolo 114 della Costituzione, cioè i Comuni. Oggi i consigli comunali hanno una funzione diversa da quando esprimevano direttamente il sindaco, perché il sindaco è eletto dal popolo. Oggi i consigli provinciali hanno una funzione diversa da quella che avevano quando esprimevano il Presidente della Provincia, per la stessa ragione. Le Regioni hanno dovuto modificare i loro Statuti da quando è entrata in vigore la legge per cui si elegge direttamente il Presidente della Regione (che, enfaticamente, viene addirittura chiamato governatore, perché ci piacciono gli americanismi). Inoltre, hanno dovuto assumere un ruolo diverso.
Lo stesso tema non può non porsi, se vogliamo pensare ad un sistema semipresidenziale, nel rapporto tra Governo e Parlamento, docet il modello francese, in cui il Parlamento ha ben altro ruolo rispetto a quello che ha oggi il Parlamento italiano. Il rischio è quello di un mostro a due teste. Per di più, se si accedesse alla tesi del Senato federale, eletto in contemporanea con i consigli regionali o, peggio ancora, espresso dai consigli regionali, avremmo un confitto a tre: il Presidente eletto direttamente dal popolo, il Parlamento eletto direttamente dal popolo, una Camera che rappresenta non più partiti ma il territorio, che andrebbe in conflitto con l'altra Camera e col Governo su base territoriale e non di interessi politici, perché in quella ipotesi il Senato rappresenterebbe il territorio e quindi sono i territori che si scontrano o trovano l'intesa nel momento in cui bisogna spartire le risorse pubbliche.
Abbiamo allora pensato che questo tema andrebbe approfondito in un contesto più ampio, che non è quello dell'esame degli emendamenti per l'Aula, ma di una riflessione.
Vi sono poi problemi strutturali di natura stagionale: immaginiamo per un momento che in quest'Aula si possano approvare gli emendamenti presentati, che dovremo discutere, e che su di essi vi sia una maggioranza, ma non dei due terzi, e quindi si debba andare al referendum. Cosa succederebbe in questo Paese? L'anno venturo, con la legge vigente, eleggeremmo a Camere riunite un Presidente della Repubblica per sette anni e con le elezioni politiche - spero dopo aver modificato la legge elettorale - eleggeremmo un Parlamento. Dopo queste prove elettorali, si celebrerebbe il referendum confermativo - nel caso in cui non fosse stata raggiunta la maggioranza dei due terzi - e, se questo passasse, avremmo per sette anni un Presidente della Repubblica eletto con una legge che non c'è più, perché è stata abrogata, ed un Parlamento che deve rimanere in carica per cinque anni, ai sensi di una legge che è stata abrogata: vivremmo quindi una stagione di delegittimazione politico-istituzionale che fa tremare le vene e i polsi soltanto a pensarci.
Riflettiamo su questo: il giorno in cui vi fossero cose che si devono portare avanti a maggioranza semplice, francamente non mi sentirei di assolvere al ruolo di relatore, essendo stato storicamente convinto che la Carta costituzionale bisogna cambiarla con una maggioranza molto ampia, perché è la Carta di tutti gli italiani, non di una maggioranza pro tempore degli italiani. Dobbiamo cercare di fare questo sforzo, così come abbiamo fatto in questi mesi, perché tutto quello che è stato votato in Commissione ha una proiezione d'Aula che supera i due terzi dei voti.
In conclusione, signora Presidente, ecco le considerazioni che mi sento di muovere, senza valutare il merito del sistema come complessivamente potrebbe risultare, ma avendo cognizione del tempo e di quanto si può fare. Credo complessivamente che abbiamo la possibilità di percorrere tre strade. La prima è quella di trattare la riforma in termini molto più ampi ed impegnativi di come abbiamo fatto in Commissione e di farlo qui in Aula, con il rischio - molto elevato - di compromettere tutto.
La seconda è quella di cercare di mettere in sicurezza il risultato minimo, ma importante, che consiste nella parte del testo che riguarda la riforma del Parlamento, il numero dei parlamentari, un nuovo procedimento legislativo e le prerogative del Governo in Parlamento, con lo statuto dell'opposizione che abbiamo anche concepito. È poco? Con i tempi che corrono e con il tempo che abbiamo davanti, non mi sembrerebbe assolutamente.
Tuttavia, credo vi sia ancora una terza via, se si vuole: gestire il tempo utile, che oggi è una risorsa preziosa rispetto alla fine della legislatura, in modo da non dissipare l'energia che i partiti ed i Gruppi parlamentari sono ancora in grado di produrre. Potremmo proseguire qui in Aula con l'esame degli articoli e degli emendamenti in merito alla composizione delle Camere e al procedimento legislativo, sui quali c'è un ampio accordo parlamentare, accantonando gli articoli sulla forma di Governo e rinviando alla Commissione l'esame degli emendamenti che in materia propongono una soluzione alternativa.
La Commissione potrebbe esaminarli, in orari diversi e compatibili con l'impegno in Aula, contestualmente alla conduzione dei lavori dell'Assemblea sulle parti non accantonate. Quando l'Assemblea avrà terminato la votazione degli articoli sul Parlamento, la Commissione sarà in grado di fare una proposta sulla forma di Governo aggiornata in base all'approfondimento compiuto, derivante dai nuovi emendamenti sul semipresidenzialismo, eventualmente corretti o integrati, oppure di confermare il testo già proposto, illustrandone le ragioni, ma lasciando una testimonianza a chi verrà dopo di noi in Parlamento con la prossima legislatura, affinché il lavoro fatto sin qui non venga disperso, ma possa rappresentare la base di un ulteriore nuovo cambiamento, che però non ha bisogno di attendere perché tutto si fermi, per così dire. Come dire, mi sembrerebbe da siciliano un po' gattopardesco pensare che bisogna cambiare tutto per fare in modo che tutto resti come prima.
Credo che prima delle elezioni le forze politiche abbiano l'obbligo di rispettare i doveri assunti con gli elettori: innanzi tutto la riduzione del numero dei parlamentari. E dopo averla fatta noi dobbiamo farla, con legge costituzionale, anche per le Regioni a Statuto speciale. Non possiamo fare la parte di quelli che sono bravi a tagliare i posti degli altri e conservano i propri. Il secondo dovere è elaborare una legge elettorale che possa riprodurre un rapporto tra elettore ed eletto che attualmente è del tutto assente. Il terzo dovere, che stiamo cercando di assolvere, è una legge sulla trasparenza della vita dei partiti e dell'uso dei finanziamenti alla politica.
Sono tre provvedimenti che la gente ci chiede in modo non sempre pacifico, cortese e calmo, perché è stanca di sentire parole e non vedere mai fatti.
Credo che oggi questo sia il nostro compito. Il mio era illustrare quanto è stato fatto e ciò che ancora si può fare: la decisione non può che spettare all'Aula del nostro Senato. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, senatore Pardi.