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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 746 del 19/06/2012


PARDI, relatore di minoranza. Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, innanzitutto vorrei osservare che il dibattito sulla riforma costituzionale in quest'Aula avrà senz'altro avuto l'ampiezza e la profondità che molti colleghi gli riconoscono, ma tutti dovremmo essere consapevoli del fatto che questa discussione è avvenuta in un sostanziale disinteresse dei soggetti popolari.

Tra di noi, in Parlamento, nelle Aule, esiste ormai un luogo comune consolidato per cui una riforma costituzionale, purchessia, sarebbe la conclusione naturale di un dibattito durato decenni. La verità di questa affermazione è soltanto apparente. C'è stato, in effetti, un gran dibattito, molte Commissioni bicamerali hanno discusso e poi, come Penelope, hanno distrutto la tela che tessevano. In realtà, il tipo di riforma costituzionale è cambiato nel corso del tempo e il modo di presentarla e di riceverla da parte dell'opinione pubblica è cambiato anch'esso.

Oggi ci sentiamo di dire che questa discussione sulla riforma costituzionale è avvenuta in realtà nel silenzio del popolo. Forse nell'interesse a malapena accentuato dei cultori della materia, ma sicuramente nel disinteresse del popolo. Devo tuttavia richiamare alla memoria dei colleghi che sei anni fa un referendum popolare cancellò in maniera inequivocabile e con una maggioranza stupefacente una riforma costituzionale che conteneva già parecchi punti della riforma costituzionale attuale. Non è la stessa, non mi voglio esporre a obiezioni di scuola, però, se andate a rivedere la riforma bocciata nel 2006, vi troverete la riduzione del numero dei parlamentari, che non è stata sufficiente a far piacere ai cittadini quella riforma costituzionale; il premierato forte, che campeggia a forti tinte anche in questa riforma costituzionale, nonché uno dei punti chiave del premierato forte, vale a dire lo scioglimento delle Camere.

Quindi, il silenzio del popolo di oggi è il silenzio di un soggetto non sollecitato a prendere la parola sull'argomento, forse perché ritiene di aver già espresso un punto di vista.

Il collega Ceccanti mi oppone il confronto tra il referendum previsto dall'articolo 75 e quello previsto dall'articolo 138 della Costituzione. In realtà, la sua è una risposta formalista: non vuole capire che la stragrande maggioranza dei cittadini ha opposto un chiarissimo "no" ad un criterio di modifica della Costituzione che noi oggi ripresentiamo, pur se con qualche variante, ma di cui l'elemento fondamentale resta.

Quindi, chi si è pronunciato al riguardo? Solo gli specialisti, e in una maniera abbastanza sintomatica. Infatti, tutti, tranne uno, hanno pronunciato parole più o meno critiche e severe (parecchi di essi molto severe) nei confronti di questo disegno di riforma costituzionale. Che io sappia, solo Michele Ainis, che è un costituzionalista che apprezzo davvero molto - producendosi forse nel peggiore dei suoi articoli, sul "Corriere della Sera" - si è espresso in termini in parte positivi, affermando che questo provvedimento è poco, ma meglio di niente. Non mi sembra questa una grande argomentazione strutturale per motivare una riforma costituzionale. (Applausi del senatore Perduca)Non si fa una riforma costituzionale perché è suggerita dai dottori, perché un po' di medicina funziona ed è meglio di nulla. In parte è vero, ma non mi sembra sia un buon argomento.

Rendo l'onore delle armi al collega Ceccanti, che è l'unico costituzionalista che siede anche in questa Aula, il quale è d'accordo con questa riforma. È vero che i costituzionalisti non sono la «bocca della verità», ma l'espressione di un punto di vista critico, anche molteplice e molto articolato, da soggetto a soggetto, potrebbe invitare alla riflessione.

Nella sua esposizione iniziale, il collega Vizzini ha voluto subito mettere a confronto, trovando fortissime contraddizioni tra di essi, il disegno di riforma costituzionale così come ha preso forma in 1a Commissione e l'emendamento aggiuntivo all'articolo 9, sul presidenzialismo, con quel che ne segue. Ho ascoltato con attenzione e ho trovato forti argomenti di critica nel confronto tra la riforma costituzionale così come è stata pensata e l'arrivo di quello che io chiamo per brevità - scusatemi di questo e non consideratemi irrispettoso - il mostro dell'emendamento presidenzialista.

In realtà, dobbiamo chiederci anche e prima di tutto se ha senso continuare a pensare alla riforma dell'impianto. Questa riforma ha fondamentalmente quattro punti che si potrebbero dividere in due parti. Due punti appartengono al regno delle cose che si possono condividere, e mi riferisco alla riduzione del numero dei parlamentari e al tentativo di superamento del bicameralismo perfetto. Francamente, giudicato per come lo si vede all'interno di questo disegno, l'argomento della riduzione del numero dei parlamentari sembra più un mezzo tecnico per far piacere al popolo una riforma di cui quest'ultimo si disinteressa. Un argomento a favore: oggi i parlamentari non vanno di moda, non sono considerati come forse lo erano in passato, non sono apprezzati, per cui meno ce ne sono e meglio è. A questo punto, allora, si riduce il numero dei parlamentari, ma di molto poco, perché la riduzione è solo di un sesto circa. Si tratta, quindi, di una riduzione che in un certo senso ammicca al consenso popolare, ma poi, in realtà, di fronte alla durezza del numero si ritrae, chiedendosi che cosa si sta facendo. E allora si riduce, ma si riduce il meno possibile, e si lascia da parte l'argomento.

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 18,33)

(Segue PARDI, relatore di minoranza). In merito al bicameralismo perfetto, questo è tutt'altro che superato e lo si vedrà davvero bene quando discuteremo e voteremo gli emendamenti. Tutti i punti riguardanti il superamento del bicameralismo perfetto celano dentro di sé possibilità di farraginosità, incertezze, contraddizioni, marce all'indietro e rischio di paralisi. Se ne vedono di tutti i colori, perfino il fatto che in nome di una certa formulazione ereditata dall'articolo 120 della Costituzione si immagina che il Governo possa mettere bocca su temi di esclusivo potere legislativo regionale. Ma non voglio entrare nei particolari; mi preme tracciare una specie di sintesi senza nessuna pretesa di grandiosità.

I due punti su cui si potrebbe discutere, quindi, ma in altro modo, con altro fine ed altro esito, sono la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto, che richiede ben altra lena per essere realizzato. Bisognerebbe, perlomeno, accedere all'idea di rinunciare al rapporto fiduciario per una delle due Camere, in modo da evitare la condizione paritaria che risulta inevitabile quando entrambe sono titolari del rapporto fiduciario.

Ma sono gli altri due punti, colleghi, che noi riteniamo l'intera Assemblea dovrebbe avere la capacità di ripensare. Il rafforzamento del Governo, tramite il cammino della corsia preferenziale, il voto bloccato e il voto obbligato entro un determinato periodo (che si presume ristretto) senza emendamenti, mette infatti nelle mani del Governo uno strumento formidabile per produrre l'afonia delle Camere. Le Camere sono elettive e assistono al processo legislativo guidato dal potere Esecutivo: questo è tutto. Lo si può leggere controluce, si può cercare di arrampicarsi sugli specchi, ma l'elemento fondamentale è questo: le Camere diventano dei soggetti che assistono al processo legislativo determinato dal potere Esecutivo, e non possono dire nulla perché devono votare senza emendamenti. Questo è uno dei punti.

L'altro punto è il rafforzamento dell'Esecutivo. Già il passaggio precedente riguardava il rafforzamento dell'Esecutivo, ma c'è un rafforzamento ad personam, cioè la personalizzazione formidabile di un soggetto che spicca sugli altri: il Presidente del Consiglio infatti riceve, lui da solo (non il Governo collegialmente), la fiducia (quindi, la natura collegiale del Governo viene ridotta ad ombra) ed acquisisce la possibilità di revocare i Ministri.

Al riguardo, sappiamo che c'è un inganno, perché dal punto di vista sostanziale il Presidente del Consiglio passato ha sostituito ben sei Ministri, se stesso compreso quando aveva l'interim. Quindi, l'assenza in Costituzione di questo principio non mi sembra vietasse ai Presidenti del Consiglio di fare e disfare in merito al destino dei Ministri. Inserire però nella Costituzione una dichiarazione esplicita per cui il Presidente del Consiglio può revocare i Ministri aggiunge qualcosa ai suoi poteri, toglie qualcosa ai poteri del Presidente della Repubblica e toglie qualcosa ai poteri delle Camere che non possono più esercitare il potere di sfiducia nei confronti del singolo Ministro. Ma è la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere che conclude in maniera solipsistica il disegno di assegnare il potere ad una persona sola. La facoltà di scioglimento delle Camere interviene, infatti, nel momento in cui una Camera non obbedisce all'ordine del voto bloccato, si pone di traverso, ed è suscettibile di essere sfiduciata dal Presidente del Consiglio.

Nella visione che ci è stata presentata da molti colleghi la sfiducia costruttiva apparirebbe come uno strumento compensativo, cioè una cosa che riguarda più i poteri delle Assemblee elettive e meno i poteri del Governo. Può darsi che nelle scuole di parlamentarismo europeo la cosa funzioni così, può darsi benissimo che nell'esperienza degli altri Parlamenti la cosa funzioni in questo modo. Noi riteniamo che in una situazione politica plastica, dove i partiti grandi tendono a diventare piccoli e i partiti piccoli non tendono a diventare grandi, dove la molteplicità dei Gruppi si sfalda in una frammentarietà notevole, e dove quindi viene meno anche la capacità di decisione dei singoli Gruppi (perché non hanno né il numero né la potenza per farlo), lo strumento della sfiducia costruttiva sia più uno strumento di ricatto nelle mani del Presidente del Consiglio che uno strumento di equilibrio dei poteri affidato alle Camere.

In buona sostanza, questo disegno ci è stato rivenduto come la realizzazione di un equilibrio tra maggiori poteri del Governo e maggiori poteri del Parlamento. Non è vero. Semplicemente non è vero. Non esistono in questo disegno di legge maggiori poteri del Parlamento: esistono solo maggiori poteri del Governo e del Capo del Governo che esercita una potenza stringente sul suo Governo. Non esistono i poteri sostanziali dell'opposizione: c'è un timido emendamento che accenna ai diritti delle opposizioni nello stesso testo in cui si riaffermano i poteri del Governo. Quindi, c'è una sostanziale debolezza del ruolo dell'opposizione.

Bisognava per forza fare una cosa del genere? Penso che l'idea, che sta alla base di tutto il ragionamento di riforma costituzionale, per cui la Costituzione non dà a chi governa gli strumenti per farlo, sia un assunto fondamentalmente falso. Non è vero: chi governa, se non riesce a farlo, è perché non ha la statura, la caratura, la capacità professionale, la vocazione, l'istinto, l'arroganza per farlo. Non ce l'ha.

Abbiamo visto un Governo dotato di una maggioranza perfino ipertrofica, ai limiti dell'incredibile, che quale espressione sintetica del suo lavoro è riuscito a far votare a quella sua maggioranza ridicole leggi ad personam, addirittura ai limiti del grottesco, come quando l'Aula è riuscita senza un sussulto a decidere che Ruby era la nipote di Mubarak! (Applausi dal Gruppo IdV).

DE FEO (PdL). Adesso basta!

PARDI (IdV). So bene di toccare un nervo scoperto, ma, cari colleghi, purtroppo questo è avvenuto, e dovremmo dolercene tutti.

Quindi, una maggioranza ipertrofica non è riuscita a governare. Cosa si fa allora? Si modifica la Costituzione e viene fuori il monstrum, perché in realtà il pensiero di sottofondo è che se non riesci a governare non è colpa tua, ma è colpa della Costituzione. Si instaura di fatto un corto circuito autoassolutorio che richiederebbe - a mio avviso - un piccolo ripasso della psicanalisi infantile. Infatti, questa tendenza a dare la colpa agli altri... ecco, non intendo sviluppare oltre l'argomento. Ve lo lascio così, incompiuto. Ma questa tendenza a dare la colpa agli altri delle proprie incapacità cela dentro di sé qualcosa che richiederebbe alcune letture specialistiche o perlomeno un po' di esercizio di autocritica.

La questione del presidenzialismo piomba su un disegno tipicamente e strutturalmente premierista. Noi non siamo d'accordo, però questa riforma costituzionale ha disegnato un quadro istituzionale tutto incardinato su un premierato forte e ciò che ne consegue. Ora, su questo impianto premierale, l'emendamento monstrum presentato come aggiuntivo all'articolo 9 introduce di colpo il presidenzialismo. Lo si può chiamare semipresidenzialismo o presidenzialismo, la cosa ha importanza relativa: il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, con quel che ne segue per il Capo del Governo, che presiede il Consiglio dei ministri, e via dicendo. Che figura farà il Presidente del Consiglio disegnato da questa riforma costituzionale di fronte a questa sorta di super potere che gli monta in testa? Noi assistiamo stupefatti ad una sorta di virus presidenziale che viene fatto entrare per endovena all'interno di una struttura premierale e che produrrà conseguenze inusitate.

Non essendovi dietro un edificio mentale, la dimensione del presidenzialismo viene giustificata - mi rendo conto che anche questo è molto tipico della situazione - con il richiamo alla contingenza della situazione: scegli la Grecia o la Francia di fronte alla frammentazione della politica? Vuoi un esito elettorale che produce sfrangiamento? Ho sentito in quest'Aula colleghi, che apprezzo e che ascolto con interesse, estasiati di fronte alla prospettiva che chi aveva vinto con il 27 per cento dei voti aveva tutto il potere per governare.

Cari colleghi, non vi sembra un problema intrinseco, intimo della democrazia essere ridotti a pensare come ad un grandissimo successo che chi ha il 27 per cento dei voti detiene tutte le leve del potere? Non pensate che qualcosa non funzioni nel vostro ragionamento?

Concludo, signor Presidente, con una affermazione elementare: il Parlamento ha la possibilità di votare in tempi brevi - ed in altra forma con altri intenti lo ha detto anche il collega Vizzini - la riduzione del numero dei parlamentari ed ha la possibilità, una volta votata la riduzione del numero dei parlamentari, tolta dal limbo del trucco di una modifica generale della Costituzione, di riconsegnare la parola al popolo con una legge elettorale degna di questo nome, e non con quella con cui siamo stati costretti a votare e ad essere votati l'ultima volta.

Abbiamo di fronte a noi la possibilità di riscoprire la salute della Repubblica. E lo possiamo fare, niente ce lo impedisce. Se invece ci avvitiamo sul premierato per poi inquinarlo con il presidenzialismo, è facile prevedere che di tutto questo non resterà nulla. E alla fine non avremo nemmeno la riduzione del numero dei parlamentari e una seria riforma elettorale. E questo, cari colleghi, è veramente un autentico grosso guaio. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.