Seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale:
(24) PETERLINI. - Modifica agli articoli 55 e 57 e abrogazione dell'articolo 58 della Costituzione in materia di composizione del Senato della Repubblica e di elettorato attivo e passivo
(216) COSSIGA. - Revisione della Costituzione
(873) PINZGER e THALER AUSSERHOFER. - Modifiche agli articoli 92 e 94 della Costituzione in materia di forma di governo
(894) D'ALIA. - Modificazione di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti forma del Governo, composizione e funzioni del Parlamento nonché limiti di età per l'elettorato attivo e passivo per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1086) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo e alla forma di governo
(1114) PASTORE ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione e all'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2, in materia di composizione e funzioni della Camera dei deputati e del Senato federale della Repubblica, formazione e poteri del Governo, età e attribuzioni del Presidente della Repubblica, nomina dei giudici costituzionali
(1218) MALAN. - Revisione dell'ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri
(1548) BENEDETTI VALENTINI. - Modifiche all'articolo 49, nonché ai titoli I, II, III e IV della Parte seconda della Costituzione, in materia di partiti politici, di Parlamento, di formazione delle leggi, di Presidente della Repubblica, di Governo, di pubblica amministrazione, di organi ausiliari, di garanzie costituzionali e di Corte costituzionale
(1589) FINOCCHIARO ed altri. - Modifica di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti la forma del Governo, la composizione e le funzioni del Parlamento nonché i limiti di età per l'elettorato attivo e passivo per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1590) CABRAS ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione, concernenti il Parlamento, l'elezione del Presidente della Repubblica e il Governo
(1761) MUSSO ed altri. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di elezioni alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica
(2319) BIANCO ed altri. - Modifica dell'articolo 58 della Costituzione, in materia di abbassamento dell'età anagrafica per l'elettorato attivo e passivo del Senato della Repubblica
(2784) POLI BORTONE ed altri. - Modifiche alla Costituzione in materia di istituzione del Senato delle autonomie, riduzione del numero dei parlamentari, soppressione delle province, delle città metropolitane e dei comuni sotto i 5.000 abitanti, nonché perfezionamento della riforma sul federalismo fiscale
(2875) OLIVA. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di riduzione dei parlamentari, di eliminazione della disposizione che prevede l'elezione dei senatori nella circoscrizione Estero e di riduzione del limite di età per l'elettorato passivo per la Camera dei deputati
(2941) Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l'istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3183) FISTAROL. - Modifiche al titolo V della Parte II della Costituzione in materia di istituzione del Senato federale della Repubblica, composizione della Camera dei deputati, del Senato federale della Repubblica, del Governo e dei Consigli regionali, nonché in materia di accorpamento delle regioni, di popolazione dei comuni e di soppressione delle province
(3204) CALDEROLI ed altri. - Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l'istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3210) RAMPONI ed altri. - Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di presenza delle donne nel Parlamento
(3252) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo, alla forma di governo e alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni
(Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (ore 18,08)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale nn. 24, 216, 873, 894, 1086, 1114, 1218, 1548, 1589, 1590, 1761, 2319, 2784, 2875, 2941, 3183, 3204, 3210 e 3252, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta pomeridiana del 13 giugno si è conclusa la discussione generale.
Ha pertanto facoltà di parlare il relatore, senatore Vizzini.
VIZZINI, relatore. Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, voglio preliminarmente ringraziare i colleghi intervenuti in quest'Aula nel dibattito, che è stato molto articolato e molto approfondito, e, a monte, voglio ringraziare tutti i colleghi della 1a Commissione con i quali abbiamo lavorato in questi mesi a questo progetto di riforma della Costituzione, che certamente non rappresenta la grande riforma ma quello che è stato ritenuto il lavoro possibile nella stagione politica che stiamo vivendo.
Non posso non rilevare come la discussione abbia trovato poi un suo motivo dominante non solo nel testo che la Commissione ha proposto all'Aula del Senato, ma nella sua possibile articolazione verso una nuova e diversa forma di Governo.
Nondimeno, del testo esitato dalla Commissione, si può e si deve considerare intatto, anche riguardo al tema più controverso, il nucleo iniziale, proprio quello che parla di noi, della riforma del Parlamento e del procedimento legislativo.
Questa parte del testo, anche con gli aspetti critici che sono stati segnalati da alcuni che sono intervenuti in Commissione ed in Aula e con le opportune correzioni che sono sempre possibili, rimane valido, sostiene la prova della discussione in Assemblea ed è compatibile con entrambe le opzioni sulla forma di Governo.
Dunque, da relatore mi sento di dovere dare un contributo alla ricerca, ancora, di una soluzione, condivisa e capace di dare subito all'Italia le nuove istituzioni democratiche attese da tanto tempo.
La prima Commissione, quella presieduta dall'onorevole Bozzi, risale al 1983. Da allora ci trasciniamo, legislatura dopo legislatura, nella convinzione e nell'affermazione che dobbiamo ammodernare le nostre istituzioni con risultati che sono di fronte agli occhi. Ed il dissidio che è sorto nella fase finale della discussione è noto, e lo riassumo nei suoi termini essenziali.
Alla scelta di una forma di Governo parlamentare più funzionale, quella del testo della Commissione, approvato a larga maggioranza, si è contrapposto, da ultimo, il proposito di correggere il sistema politico verso una forma di Governo semipresidenziale, ritenuta preferibile da una parte importante della maggioranza, di quella stessa maggioranza che aveva contribuito, e che ha contribuito, alla redazione del testo che è giunto dalla Commissione all'esame dell'Aula. Una novità, introdotta negli atti parlamentari dopo la conclusione dell'esame in Commissione, portato direttamente davanti al Senato in forma di emendamento.
Ora, su questo bisogna fare qualche considerazione di carattere generale, innanzitutto da un punto di vista strutturale, per la verifica del funzionamento dei pesi e contrappesi che hanno determinato la struttura e la vita delle nostre istituzioni. Non vi è dubbio che la legittimazione, a seguito della sua elezione a suffragio generale, sposterebbe equilibrio e poteri a favore del Capo dello Stato, che sarebbe anche capo dell'Esecutivo.
Paradossalmente, rispetto a un sistema, quello del Parlamento e quello del Governo, tenuto conto che noi viviamo in una democrazia parlamentare e abbiamo un Governo parlamentare, ci troveremmo di fronte a una doppia legittimazione popolare: quella del Parlamento, da un lato, e quella del Presidente alla Repubblica, che sarebbe anche capo dell'Esecutivo, dall'altro.
In Commissione noi avevamo lavorato a un sistema parlamentare razionalizzato, mantenendo un Governo parlamentare, rivedendo una serie di norme che possono rafforzare il raggiungimento degli obiettivi del Governo, ma che lasciano intatta la forza della democrazia parlamentare.
Se adottassimo il modello che è stato proposto (e io non sono pregiudizialmente contrario all'esame di quel modello, lo dico con grande chiarezza), penso che quel modello andrebbe innestato in una revisione più complessa dell'equilibrio all'interno delle istituzioni, e non su un testo come quello che noi abbiamo esaminato in Commissione, che diventerebbe fortemente squilibrato.
Quindi, non mi permetto di dare un giudizio sul sistema, ma mi resta il rammarico di non aver potuto avere il tempo, perché se la forza politica (che è una forza politica importante di questo Parlamento) avesse voluto avviare questo tipo di ragionamento quando le forze politiche si sono incontrate, magari qualcosa sarebbe cambiato. Badate, il provvedimento non nasce soltanto dal lavoro dell'Aula del Parlamento, dell'Aula della Commissione. Prima di arrivare nell'Aula della Commissione vi sono state consultazioni tra le forze politiche parlamentari e sono state ascoltate le opinioni anche delle forze politiche che non siedono in Parlamento. È stato fatto un lavoro preparatorio capillare, che ci ha portato a questa condizione. L'irruzione sulla scena, quando già eravamo a conclusione dell'esame del testo unificato che era stato presentato alla Commissione, di questi emendamenti, che di per sé rappresentano un corpo legislativo pesante - stiamo parlando dell'elezione diretta del Presidente della Repubblica, con funzioni di Capo del Governo - ha creato oggettivamente una condizione particolare, che oggi dobbiamo affrontare per cercare di non vanificare il lavoro che è stato fatto. Ma certo questa parte va misurata con l'altra. Può un Presidente eletto direttamente dal popolo essere sfiduciato dal Parlamento? Probabilmente sì, ma certamente non si può più pensare che ci sia l'istituto della sfiducia costruttiva, perché è evidente che nel momento in cui scatta la sfiducia per il Presidente eletto direttamente dal popolo, l'unica soluzione è tornare alle urne (mentre noi avevamo previsto una serie di soluzioni differenti). Questo è un primo problema strutturale.
Abbiamo preso il modello cosiddetto francese. Certo, lo abbiamo scelto in un momento in cui funziona perfettamente. I socialisti hanno vinto le elezioni presidenziali e subito dopo hanno vinto le elezioni politiche, per cui non si verifica una forma di coabitazione che avviene quando chi vince la corsa alla Presidenza della Repubblica non vince anche le elezioni politiche e il delegato del Presidente della Repubblica a fare il Primo Ministro diventa un vero leader perché ha con il Parlamento un rapporto fiduciario che non ha il Presidente della Repubblica, che è stato eletto da altra parte politica. (Commenti del senatore Marini). Cercavo di convincere alcuni, presidente Marini. Va bene così. Se debbo convincere anche gli altri...
Quindi si può porre un problema, che è quello della coabitazione, ma la verità poi è che si pone il problema complessivo del rapporto, in una democrazia parlamentare forte, tra il potere Legislativo e il potere Esecutivo, che è lo stesso problema che si è posto in questo Paese quando abbiamo modificato il modo di essere di tutti i soggetti previsti dall'articolo 114 della Costituzione, cioè i Comuni. Oggi i consigli comunali hanno una funzione diversa da quando esprimevano direttamente il sindaco, perché il sindaco è eletto dal popolo. Oggi i consigli provinciali hanno una funzione diversa da quella che avevano quando esprimevano il Presidente della Provincia, per la stessa ragione. Le Regioni hanno dovuto modificare i loro Statuti da quando è entrata in vigore la legge per cui si elegge direttamente il Presidente della Regione (che, enfaticamente, viene addirittura chiamato governatore, perché ci piacciono gli americanismi). Inoltre, hanno dovuto assumere un ruolo diverso.
Lo stesso tema non può non porsi, se vogliamo pensare ad un sistema semipresidenziale, nel rapporto tra Governo e Parlamento, docet il modello francese, in cui il Parlamento ha ben altro ruolo rispetto a quello che ha oggi il Parlamento italiano. Il rischio è quello di un mostro a due teste. Per di più, se si accedesse alla tesi del Senato federale, eletto in contemporanea con i consigli regionali o, peggio ancora, espresso dai consigli regionali, avremmo un confitto a tre: il Presidente eletto direttamente dal popolo, il Parlamento eletto direttamente dal popolo, una Camera che rappresenta non più partiti ma il territorio, che andrebbe in conflitto con l'altra Camera e col Governo su base territoriale e non di interessi politici, perché in quella ipotesi il Senato rappresenterebbe il territorio e quindi sono i territori che si scontrano o trovano l'intesa nel momento in cui bisogna spartire le risorse pubbliche.
Abbiamo allora pensato che questo tema andrebbe approfondito in un contesto più ampio, che non è quello dell'esame degli emendamenti per l'Aula, ma di una riflessione.
Vi sono poi problemi strutturali di natura stagionale: immaginiamo per un momento che in quest'Aula si possano approvare gli emendamenti presentati, che dovremo discutere, e che su di essi vi sia una maggioranza, ma non dei due terzi, e quindi si debba andare al referendum. Cosa succederebbe in questo Paese? L'anno venturo, con la legge vigente, eleggeremmo a Camere riunite un Presidente della Repubblica per sette anni e con le elezioni politiche - spero dopo aver modificato la legge elettorale - eleggeremmo un Parlamento. Dopo queste prove elettorali, si celebrerebbe il referendum confermativo - nel caso in cui non fosse stata raggiunta la maggioranza dei due terzi - e, se questo passasse, avremmo per sette anni un Presidente della Repubblica eletto con una legge che non c'è più, perché è stata abrogata, ed un Parlamento che deve rimanere in carica per cinque anni, ai sensi di una legge che è stata abrogata: vivremmo quindi una stagione di delegittimazione politico-istituzionale che fa tremare le vene e i polsi soltanto a pensarci.
Riflettiamo su questo: il giorno in cui vi fossero cose che si devono portare avanti a maggioranza semplice, francamente non mi sentirei di assolvere al ruolo di relatore, essendo stato storicamente convinto che la Carta costituzionale bisogna cambiarla con una maggioranza molto ampia, perché è la Carta di tutti gli italiani, non di una maggioranza pro tempore degli italiani. Dobbiamo cercare di fare questo sforzo, così come abbiamo fatto in questi mesi, perché tutto quello che è stato votato in Commissione ha una proiezione d'Aula che supera i due terzi dei voti.
In conclusione, signora Presidente, ecco le considerazioni che mi sento di muovere, senza valutare il merito del sistema come complessivamente potrebbe risultare, ma avendo cognizione del tempo e di quanto si può fare. Credo complessivamente che abbiamo la possibilità di percorrere tre strade. La prima è quella di trattare la riforma in termini molto più ampi ed impegnativi di come abbiamo fatto in Commissione e di farlo qui in Aula, con il rischio - molto elevato - di compromettere tutto.
La seconda è quella di cercare di mettere in sicurezza il risultato minimo, ma importante, che consiste nella parte del testo che riguarda la riforma del Parlamento, il numero dei parlamentari, un nuovo procedimento legislativo e le prerogative del Governo in Parlamento, con lo statuto dell'opposizione che abbiamo anche concepito. È poco? Con i tempi che corrono e con il tempo che abbiamo davanti, non mi sembrerebbe assolutamente.
Tuttavia, credo vi sia ancora una terza via, se si vuole: gestire il tempo utile, che oggi è una risorsa preziosa rispetto alla fine della legislatura, in modo da non dissipare l'energia che i partiti ed i Gruppi parlamentari sono ancora in grado di produrre. Potremmo proseguire qui in Aula con l'esame degli articoli e degli emendamenti in merito alla composizione delle Camere e al procedimento legislativo, sui quali c'è un ampio accordo parlamentare, accantonando gli articoli sulla forma di Governo e rinviando alla Commissione l'esame degli emendamenti che in materia propongono una soluzione alternativa.
La Commissione potrebbe esaminarli, in orari diversi e compatibili con l'impegno in Aula, contestualmente alla conduzione dei lavori dell'Assemblea sulle parti non accantonate. Quando l'Assemblea avrà terminato la votazione degli articoli sul Parlamento, la Commissione sarà in grado di fare una proposta sulla forma di Governo aggiornata in base all'approfondimento compiuto, derivante dai nuovi emendamenti sul semipresidenzialismo, eventualmente corretti o integrati, oppure di confermare il testo già proposto, illustrandone le ragioni, ma lasciando una testimonianza a chi verrà dopo di noi in Parlamento con la prossima legislatura, affinché il lavoro fatto sin qui non venga disperso, ma possa rappresentare la base di un ulteriore nuovo cambiamento, che però non ha bisogno di attendere perché tutto si fermi, per così dire. Come dire, mi sembrerebbe da siciliano un po' gattopardesco pensare che bisogna cambiare tutto per fare in modo che tutto resti come prima.
Credo che prima delle elezioni le forze politiche abbiano l'obbligo di rispettare i doveri assunti con gli elettori: innanzi tutto la riduzione del numero dei parlamentari. E dopo averla fatta noi dobbiamo farla, con legge costituzionale, anche per le Regioni a Statuto speciale. Non possiamo fare la parte di quelli che sono bravi a tagliare i posti degli altri e conservano i propri. Il secondo dovere è elaborare una legge elettorale che possa riprodurre un rapporto tra elettore ed eletto che attualmente è del tutto assente. Il terzo dovere, che stiamo cercando di assolvere, è una legge sulla trasparenza della vita dei partiti e dell'uso dei finanziamenti alla politica.
Sono tre provvedimenti che la gente ci chiede in modo non sempre pacifico, cortese e calmo, perché è stanca di sentire parole e non vedere mai fatti.
Credo che oggi questo sia il nostro compito. Il mio era illustrare quanto è stato fatto e ciò che ancora si può fare: la decisione non può che spettare all'Aula del nostro Senato. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, senatore Pardi.
PARDI, relatore di minoranza. Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, innanzitutto vorrei osservare che il dibattito sulla riforma costituzionale in quest'Aula avrà senz'altro avuto l'ampiezza e la profondità che molti colleghi gli riconoscono, ma tutti dovremmo essere consapevoli del fatto che questa discussione è avvenuta in un sostanziale disinteresse dei soggetti popolari.
Tra di noi, in Parlamento, nelle Aule, esiste ormai un luogo comune consolidato per cui una riforma costituzionale, purchessia, sarebbe la conclusione naturale di un dibattito durato decenni. La verità di questa affermazione è soltanto apparente. C'è stato, in effetti, un gran dibattito, molte Commissioni bicamerali hanno discusso e poi, come Penelope, hanno distrutto la tela che tessevano. In realtà, il tipo di riforma costituzionale è cambiato nel corso del tempo e il modo di presentarla e di riceverla da parte dell'opinione pubblica è cambiato anch'esso.
Oggi ci sentiamo di dire che questa discussione sulla riforma costituzionale è avvenuta in realtà nel silenzio del popolo. Forse nell'interesse a malapena accentuato dei cultori della materia, ma sicuramente nel disinteresse del popolo. Devo tuttavia richiamare alla memoria dei colleghi che sei anni fa un referendum popolare cancellò in maniera inequivocabile e con una maggioranza stupefacente una riforma costituzionale che conteneva già parecchi punti della riforma costituzionale attuale. Non è la stessa, non mi voglio esporre a obiezioni di scuola, però, se andate a rivedere la riforma bocciata nel 2006, vi troverete la riduzione del numero dei parlamentari, che non è stata sufficiente a far piacere ai cittadini quella riforma costituzionale; il premierato forte, che campeggia a forti tinte anche in questa riforma costituzionale, nonché uno dei punti chiave del premierato forte, vale a dire lo scioglimento delle Camere.
Quindi, il silenzio del popolo di oggi è il silenzio di un soggetto non sollecitato a prendere la parola sull'argomento, forse perché ritiene di aver già espresso un punto di vista.
Il collega Ceccanti mi oppone il confronto tra il referendum previsto dall'articolo 75 e quello previsto dall'articolo 138 della Costituzione. In realtà, la sua è una risposta formalista: non vuole capire che la stragrande maggioranza dei cittadini ha opposto un chiarissimo "no" ad un criterio di modifica della Costituzione che noi oggi ripresentiamo, pur se con qualche variante, ma di cui l'elemento fondamentale resta.
Quindi, chi si è pronunciato al riguardo? Solo gli specialisti, e in una maniera abbastanza sintomatica. Infatti, tutti, tranne uno, hanno pronunciato parole più o meno critiche e severe (parecchi di essi molto severe) nei confronti di questo disegno di riforma costituzionale. Che io sappia, solo Michele Ainis, che è un costituzionalista che apprezzo davvero molto - producendosi forse nel peggiore dei suoi articoli, sul "Corriere della Sera" - si è espresso in termini in parte positivi, affermando che questo provvedimento è poco, ma meglio di niente. Non mi sembra questa una grande argomentazione strutturale per motivare una riforma costituzionale. (Applausi del senatore Perduca)Non si fa una riforma costituzionale perché è suggerita dai dottori, perché un po' di medicina funziona ed è meglio di nulla. In parte è vero, ma non mi sembra sia un buon argomento.
Rendo l'onore delle armi al collega Ceccanti, che è l'unico costituzionalista che siede anche in questa Aula, il quale è d'accordo con questa riforma. È vero che i costituzionalisti non sono la «bocca della verità», ma l'espressione di un punto di vista critico, anche molteplice e molto articolato, da soggetto a soggetto, potrebbe invitare alla riflessione.
Nella sua esposizione iniziale, il collega Vizzini ha voluto subito mettere a confronto, trovando fortissime contraddizioni tra di essi, il disegno di riforma costituzionale così come ha preso forma in 1a Commissione e l'emendamento aggiuntivo all'articolo 9, sul presidenzialismo, con quel che ne segue. Ho ascoltato con attenzione e ho trovato forti argomenti di critica nel confronto tra la riforma costituzionale così come è stata pensata e l'arrivo di quello che io chiamo per brevità - scusatemi di questo e non consideratemi irrispettoso - il mostro dell'emendamento presidenzialista.
In realtà, dobbiamo chiederci anche e prima di tutto se ha senso continuare a pensare alla riforma dell'impianto. Questa riforma ha fondamentalmente quattro punti che si potrebbero dividere in due parti. Due punti appartengono al regno delle cose che si possono condividere, e mi riferisco alla riduzione del numero dei parlamentari e al tentativo di superamento del bicameralismo perfetto. Francamente, giudicato per come lo si vede all'interno di questo disegno, l'argomento della riduzione del numero dei parlamentari sembra più un mezzo tecnico per far piacere al popolo una riforma di cui quest'ultimo si disinteressa. Un argomento a favore: oggi i parlamentari non vanno di moda, non sono considerati come forse lo erano in passato, non sono apprezzati, per cui meno ce ne sono e meglio è. A questo punto, allora, si riduce il numero dei parlamentari, ma di molto poco, perché la riduzione è solo di un sesto circa. Si tratta, quindi, di una riduzione che in un certo senso ammicca al consenso popolare, ma poi, in realtà, di fronte alla durezza del numero si ritrae, chiedendosi che cosa si sta facendo. E allora si riduce, ma si riduce il meno possibile, e si lascia da parte l'argomento.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 18,33)
(Segue PARDI, relatore di minoranza). In merito al bicameralismo perfetto, questo è tutt'altro che superato e lo si vedrà davvero bene quando discuteremo e voteremo gli emendamenti. Tutti i punti riguardanti il superamento del bicameralismo perfetto celano dentro di sé possibilità di farraginosità, incertezze, contraddizioni, marce all'indietro e rischio di paralisi. Se ne vedono di tutti i colori, perfino il fatto che in nome di una certa formulazione ereditata dall'articolo 120 della Costituzione si immagina che il Governo possa mettere bocca su temi di esclusivo potere legislativo regionale. Ma non voglio entrare nei particolari; mi preme tracciare una specie di sintesi senza nessuna pretesa di grandiosità.
I due punti su cui si potrebbe discutere, quindi, ma in altro modo, con altro fine ed altro esito, sono la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto, che richiede ben altra lena per essere realizzato. Bisognerebbe, perlomeno, accedere all'idea di rinunciare al rapporto fiduciario per una delle due Camere, in modo da evitare la condizione paritaria che risulta inevitabile quando entrambe sono titolari del rapporto fiduciario.
Ma sono gli altri due punti, colleghi, che noi riteniamo l'intera Assemblea dovrebbe avere la capacità di ripensare. Il rafforzamento del Governo, tramite il cammino della corsia preferenziale, il voto bloccato e il voto obbligato entro un determinato periodo (che si presume ristretto) senza emendamenti, mette infatti nelle mani del Governo uno strumento formidabile per produrre l'afonia delle Camere. Le Camere sono elettive e assistono al processo legislativo guidato dal potere Esecutivo: questo è tutto. Lo si può leggere controluce, si può cercare di arrampicarsi sugli specchi, ma l'elemento fondamentale è questo: le Camere diventano dei soggetti che assistono al processo legislativo determinato dal potere Esecutivo, e non possono dire nulla perché devono votare senza emendamenti. Questo è uno dei punti.
L'altro punto è il rafforzamento dell'Esecutivo. Già il passaggio precedente riguardava il rafforzamento dell'Esecutivo, ma c'è un rafforzamento ad personam, cioè la personalizzazione formidabile di un soggetto che spicca sugli altri: il Presidente del Consiglio infatti riceve, lui da solo (non il Governo collegialmente), la fiducia (quindi, la natura collegiale del Governo viene ridotta ad ombra) ed acquisisce la possibilità di revocare i Ministri.
Al riguardo, sappiamo che c'è un inganno, perché dal punto di vista sostanziale il Presidente del Consiglio passato ha sostituito ben sei Ministri, se stesso compreso quando aveva l'interim. Quindi, l'assenza in Costituzione di questo principio non mi sembra vietasse ai Presidenti del Consiglio di fare e disfare in merito al destino dei Ministri. Inserire però nella Costituzione una dichiarazione esplicita per cui il Presidente del Consiglio può revocare i Ministri aggiunge qualcosa ai suoi poteri, toglie qualcosa ai poteri del Presidente della Repubblica e toglie qualcosa ai poteri delle Camere che non possono più esercitare il potere di sfiducia nei confronti del singolo Ministro. Ma è la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere che conclude in maniera solipsistica il disegno di assegnare il potere ad una persona sola. La facoltà di scioglimento delle Camere interviene, infatti, nel momento in cui una Camera non obbedisce all'ordine del voto bloccato, si pone di traverso, ed è suscettibile di essere sfiduciata dal Presidente del Consiglio.
Nella visione che ci è stata presentata da molti colleghi la sfiducia costruttiva apparirebbe come uno strumento compensativo, cioè una cosa che riguarda più i poteri delle Assemblee elettive e meno i poteri del Governo. Può darsi che nelle scuole di parlamentarismo europeo la cosa funzioni così, può darsi benissimo che nell'esperienza degli altri Parlamenti la cosa funzioni in questo modo. Noi riteniamo che in una situazione politica plastica, dove i partiti grandi tendono a diventare piccoli e i partiti piccoli non tendono a diventare grandi, dove la molteplicità dei Gruppi si sfalda in una frammentarietà notevole, e dove quindi viene meno anche la capacità di decisione dei singoli Gruppi (perché non hanno né il numero né la potenza per farlo), lo strumento della sfiducia costruttiva sia più uno strumento di ricatto nelle mani del Presidente del Consiglio che uno strumento di equilibrio dei poteri affidato alle Camere.
In buona sostanza, questo disegno ci è stato rivenduto come la realizzazione di un equilibrio tra maggiori poteri del Governo e maggiori poteri del Parlamento. Non è vero. Semplicemente non è vero. Non esistono in questo disegno di legge maggiori poteri del Parlamento: esistono solo maggiori poteri del Governo e del Capo del Governo che esercita una potenza stringente sul suo Governo. Non esistono i poteri sostanziali dell'opposizione: c'è un timido emendamento che accenna ai diritti delle opposizioni nello stesso testo in cui si riaffermano i poteri del Governo. Quindi, c'è una sostanziale debolezza del ruolo dell'opposizione.
Bisognava per forza fare una cosa del genere? Penso che l'idea, che sta alla base di tutto il ragionamento di riforma costituzionale, per cui la Costituzione non dà a chi governa gli strumenti per farlo, sia un assunto fondamentalmente falso. Non è vero: chi governa, se non riesce a farlo, è perché non ha la statura, la caratura, la capacità professionale, la vocazione, l'istinto, l'arroganza per farlo. Non ce l'ha.
Abbiamo visto un Governo dotato di una maggioranza perfino ipertrofica, ai limiti dell'incredibile, che quale espressione sintetica del suo lavoro è riuscito a far votare a quella sua maggioranza ridicole leggi ad personam, addirittura ai limiti del grottesco, come quando l'Aula è riuscita senza un sussulto a decidere che Ruby era la nipote di Mubarak! (Applausi dal Gruppo IdV).
DE FEO (PdL). Adesso basta!
PARDI (IdV). So bene di toccare un nervo scoperto, ma, cari colleghi, purtroppo questo è avvenuto, e dovremmo dolercene tutti.
Quindi, una maggioranza ipertrofica non è riuscita a governare. Cosa si fa allora? Si modifica la Costituzione e viene fuori il monstrum, perché in realtà il pensiero di sottofondo è che se non riesci a governare non è colpa tua, ma è colpa della Costituzione. Si instaura di fatto un corto circuito autoassolutorio che richiederebbe - a mio avviso - un piccolo ripasso della psicanalisi infantile. Infatti, questa tendenza a dare la colpa agli altri... ecco, non intendo sviluppare oltre l'argomento. Ve lo lascio così, incompiuto. Ma questa tendenza a dare la colpa agli altri delle proprie incapacità cela dentro di sé qualcosa che richiederebbe alcune letture specialistiche o perlomeno un po' di esercizio di autocritica.
La questione del presidenzialismo piomba su un disegno tipicamente e strutturalmente premierista. Noi non siamo d'accordo, però questa riforma costituzionale ha disegnato un quadro istituzionale tutto incardinato su un premierato forte e ciò che ne consegue. Ora, su questo impianto premierale, l'emendamento monstrum presentato come aggiuntivo all'articolo 9 introduce di colpo il presidenzialismo. Lo si può chiamare semipresidenzialismo o presidenzialismo, la cosa ha importanza relativa: il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, con quel che ne segue per il Capo del Governo, che presiede il Consiglio dei ministri, e via dicendo. Che figura farà il Presidente del Consiglio disegnato da questa riforma costituzionale di fronte a questa sorta di super potere che gli monta in testa? Noi assistiamo stupefatti ad una sorta di virus presidenziale che viene fatto entrare per endovena all'interno di una struttura premierale e che produrrà conseguenze inusitate.
Non essendovi dietro un edificio mentale, la dimensione del presidenzialismo viene giustificata - mi rendo conto che anche questo è molto tipico della situazione - con il richiamo alla contingenza della situazione: scegli la Grecia o la Francia di fronte alla frammentazione della politica? Vuoi un esito elettorale che produce sfrangiamento? Ho sentito in quest'Aula colleghi, che apprezzo e che ascolto con interesse, estasiati di fronte alla prospettiva che chi aveva vinto con il 27 per cento dei voti aveva tutto il potere per governare.
Cari colleghi, non vi sembra un problema intrinseco, intimo della democrazia essere ridotti a pensare come ad un grandissimo successo che chi ha il 27 per cento dei voti detiene tutte le leve del potere? Non pensate che qualcosa non funzioni nel vostro ragionamento?
Concludo, signor Presidente, con una affermazione elementare: il Parlamento ha la possibilità di votare in tempi brevi - ed in altra forma con altri intenti lo ha detto anche il collega Vizzini - la riduzione del numero dei parlamentari ed ha la possibilità, una volta votata la riduzione del numero dei parlamentari, tolta dal limbo del trucco di una modifica generale della Costituzione, di riconsegnare la parola al popolo con una legge elettorale degna di questo nome, e non con quella con cui siamo stati costretti a votare e ad essere votati l'ultima volta.
Abbiamo di fronte a noi la possibilità di riscoprire la salute della Repubblica. E lo possiamo fare, niente ce lo impedisce. Se invece ci avvitiamo sul premierato per poi inquinarlo con il presidenzialismo, è facile prevedere che di tutto questo non resterà nulla. E alla fine non avremo nemmeno la riduzione del numero dei parlamentari e una seria riforma elettorale. E questo, cari colleghi, è veramente un autentico grosso guaio. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, il Governo, come ha detto in Commissione il ministro Patroni Griffi, riconosce nella materia costituzionale la più ampia competenza del Parlamento e dei Gruppi politici in esso rappresentati. Non può che essere così quando si tratta di intervenire sulla forma di Governo, sui rapporti tra gli organi, sui poteri dello stesso Parlamento. Questo riconoscimento della competenza del Parlamento non significa naturalmente disinteresse del Governo, ma, appunto, rispetto per la funzione costituente che spetta al Parlamento, e quindi al popolo. Ringrazio pertanto la Commissione, i relatori, l'Assemblea per un dibattito che personalmente ho ritenuto estremamente interessante ed approfondito.
Una notazione personale, signor Presidente, se mi consente: la prima volta che ho sentito parlare di riforma della Parte seconda della Costituzione è stato nel 1968, quando era un giovane studente di diritto costituzionale: ci fu un dibattito sulla rivista «Gli Stati» a cui intervennero Crisafulli, Elia, Sandulli e - secondo il principio dei corsi e ricorsi storici - si parlò di una riforma della Parte seconda della Costituzione in senso presidenzialista o semipresidenzialista. Sono trascorsi quasi 45 anni, un periodo - stavo valutando - analogo a quello che intercorre tra la morte di Umberto I e la Repubblica, abbastanza lungo quindi, ed il Parlamento sta nuovamente discutendo della riforma della Parte seconda della Costituzione.
Da giovane funzionario del Senato, ricordo poi l'inizio di questo dibattito con i Comitati costituiti dai Presidenti delle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, Riz e Bonifacio.
L'augurio che il Governo esprime in questa fase è che si raggiunga su un tema - su cui ritengo sia invece forte l'attenzione della pubblica opinione - la convergenza più ampia possibile tra le forze politiche, anche per rispondere, appunto, ad alcune esigenze che la pubblica opinione ritiene con forza debbano essere ormai soddisfatte.
Il Governo conosce naturalmente i termini del problema che il Senato si troverà tra un po' ad affrontare: l'augurio, Presidente, è che, nella sua saggezza, il Senato lo sappia affrontare, come tante volte è già accaduto, in modo costruttivo. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Comunico all'Assemblea che la Presidenza, dopo aver attentamente valutato gli ordini del giorno e gli emendamenti presentati, dichiara improponibili, ai sensi dell'articolo 97, comma 1, del Regolamento, gli ordini del giorno G100, G101 e G102, nonché gli emendamenti che prevedono modifiche alla Parte prima della Carta costituzionale: risultano pertanto improponibili gli emendamenti 01.200, 01.201, 01.202, 01.203, 01.204, 01.205 e 01.206.
La Presidenza sta inoltre valutando l'eventualità di ulteriori improponibilità, che si riserva di comunicare all'Assemblea durante il prosieguo dei lavori.
PARDI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, colleghi, membri del Governo, il Gruppo Italia dei Valori avanza una proposta di non passaggio all'esame degli articoli, soprattutto con riferimento all'articolo 7 del provvedimento, che modifica l'articolo 72 della Costituzione, frutto della riformulazione estemporanea di un emendamento presentato in Commissione.
A nostro parere, non vi è stata un'adeguata ponderazione, con ciò riscrivendosi il procedimento legislativo. L'esito della formulazione appare, fin dalla prima lettura, abbastanza oscuro ed astruso e rischia di pregiudicare seriamente la comprensibilità dell'iter di approvazione delle leggi. Il potere legislativo esce terremotato, a cominciare dalla titolarità ad esercitarlo. Richiamo il primo comma dell'articolo 72, come riformulato, che esordisce con l'affermazione secondo cui «i disegni di legge sono presentati al Presidente di una delle Camere», salvo poi complicare, in modo quasi indecifrabile, il rapporto tra iniziativa legislativa, assegnazione, esame e riesame dei disegni di legge, badando soltanto a salvaguardare le attribuzioni del Governo.
Si prevede, ad esempio, che, oltre ad alcuni casi tassativi, la funzione legislativa venga esercitata «in forma collettiva». Tale dicitura è usata al secondo comma, primo e secondo periodo, dell'articolo 72, come riformulato, mentre al terzo comma è utilizzata l'espressione «collettivamente».
Tale differenza impone un momento di riflessione. «La funzione legislativa è altresì esercitata in forma collettiva dalle due Camere quando, al fine di garantire l'unità giuridica o economica della Repubblica, il Governo presenta al Parlamento un disegno di legge che, nel rispetto dei principi di leale collaborazione e sussidiarietà, interviene nelle materie attribuite alla potestà legislativa regionale»: penso che anche i colleghi della Lega Nord abbiano da ridire su questo punto. Questo assunto ambiguo può, di per sé, scardinare ogni differenziazione di competenza, non solo tra Camera e Senato, apparentemente lasciando al solo Governo la possibilità di presentare disegni di legge finalizzati a «garantire l'unità giuridica o economica della Repubblica», ma anche tra Stato e Regioni.
Si rischia di compromettere, nei fatti, il riparto di competenze di cui all'articolo 117 della Costituzione. In altri termini, si ammette in modo del tutto esplicito che, anche nelle materie di potestà legislativa esclusiva delle Regioni, possa ammettersi una inedita potestà statuale che, però, è inammissibile ai sensi dello stesso articolo 117 (ciò e desumibile dal fatto che al terzo comma, dell'articolo 72, come modificato, si citano espressamente solo le materie concorrenti in riferimento all'iniziativa legislativa al Senato). In realtà, l'articolo 120 della Costituzione menziona l'unità giuridica ed economica con riguardo, però, ai poteri sostitutivi del Governo nei confronti degli organi delle Regioni e degli enti locali. Ancorare l'esercizio normativo statuale a questo concetto vago, negandolo a quello che costituzionalmente spetterebbe alle Regioni, è incompatibile con la forma di Stato repubblicana disciplinata dalla riforma del Titolo V, Parte seconda, della Costituzione, di cui alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3.
Non solo. Secondo questo criterio si precluderebbe al singolo parlamentare o anche ad un Gruppo di presentare disegni di legge aventi tale rilevante finalità, dal momento che il testo si riferisce solo ai disegni di legge del Governo. Oppure, in caso opposto, si potrebbe verificare il paradosso per cui due testi di identica formulazione, e quindi aventi rilevanza ai fini dell'unità giuridica e economica di cui si parla, prevedano procedure diverse per il solo esclusivo fatto che uno è presentato dal Governo e l'altro da un deputato o da un senatore. Chi decide se un disegno di legge persegue questa finalità? Chi è il giudice ultimo della garanzia di unità giuridica ed economica? Il presentatore della legge, cioè il Governo stesso, i Presidenti delle Camere, la Conferenza dei Presidenti di Gruppo di ciascun ramo del Parlamento? Non si dice niente in proposito. Rimane un vuoto.
Ancora, cosa significa in questo contesto parlare di unità giuridica e di unità economica? Si riprende una formula usata dalla Costituzione tedesca, dove però l'architettura parlamentare è molto diversa, o si distorce una formula presente nella nostra Costituzione, all'articolo 120 appunto.
Ma i problemi dell'articolo 72, come riformulato, non si esauriscono in questi rilievi. In esso si afferma che l'esame dei disegni di legge e questo è il punto chiave, signori colleghi ha inizio alla Camera presso la quale sono stati presentati, quando la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere e, successivamente, si differenziano i casi di avvio dell'esame. Ma l'avvio dell'esame è cosa diversa dalla presentazione e se ne deduce che sia senatori che deputati potrebbero presentare disegni di legge su qualsiasi materia, salvo poi vederli assegnare ad un ramo del Parlamento di cui non fanno parte. Infatti, prima si disciplina l'avvio dell'esame e poi l'assegnazione, e qui c'è una chiara inversione immotivata dell'ordine logico e giuridico: prima ci deve essere l'assegnazione, poi l'avvio dell'esame. Quindi, si arriverebbe al caso in cui il presentatore di un disegno di legge potrebbe non discuterlo.
Ma c'è un'ulteriore complicazione: si legge che l'avvio della discussione di un testo ha «inizio al Senato della Repubblica, quando la Costituzione prevede una legge della Repubblica...». Beh, stiamo parlando di disegni di legge e quindi sono sempre e comunque leggi della Repubblica. Non sembra che qui si possa trattare di leggi regionali. Oppure si vuole semplicemente riferirsi alla riserva di Assemblea? Ma questa era prevista nel testo base; poi è stata eliminata con la riformulazione dell'emendamento sostitutivo dell'articolo 7 del disegno di legge. Quindi, un punto cardine di partenza c'era, ma viene eliminato.
Nel medesimo comma torna poi dalla finestra un avverbio che era uscito dalla porta nella prima formulazione. Si dice infatti che sono di competenza del Senato i disegni di legge che trattano «prevalentemente» le materie di cui all'articolo 117, terzo comma, e all'articolo 119. Il «prevalentemente», è stato osservato con sapienza da moltissimi colleghi, si presta a raggiri di ogni sorta. Possiamo provare ad immaginare che, nel caso in cui la maggioranza di turno sia meno forte alla Camera, il Governo possa infilare una riforma rilevantissima (che per materia potrebbe spettare alla Camera) in un testo che riguarda «prevalentemente» altra materia. In tal modo potrebbe ottenere l'affidamento dell'esame al Senato. Infatti, non a caso è stato fatto sparire il riferimento alla omogeneità dei disegni di legge. In merito vorrei fare un appunto non pignolo: ciò entra in grave contraddizione con i continui richiami del Presidente della Repubblica sull'importanza dell'omogeneità dei disegni di legge e la loro corrispondenza al titolo.
Il testo è disseminato di trappole di questo genere, che alla fine complicano, anziché semplificare, le procedure attuali, già di per sé abbastanza farraginose. Ciò significa - come accennavo prima nella replica, ma si entrerà nella tecnica legislativa quando esamineremo gli emendamenti - che avremo sì un bicameralismo, ma un bicameralismo confuso, arbitrario, sovraccarico, non certamente reso diverso o "non perfetto" secondo la dizione originaria.
Leggi e decreti omnibus, in spregio alla legge n. 400 del 1988 e ai Regolamenti parlamentari, potranno continuare a farla da padrone, anche perché, con irragionevole preclusione, la decisione dei Presidenti sull'assegnazione e sulla prevalenza viene definita «non sindacabile in alcuna sede». Bisogna poi vedere cosa voglia dire questa formula misteriosa. Come possano i Regolamenti di ciascuna Camera disciplinare l'intesa tra i Presidenti dei due rami del Parlamento resta un mistero, ma anche questo è stato scritto nella riforma che stiamo esaminando. Il bicameralismo resta, ma le Camere perdono ogni potere effettivo; l'unico potere che rimane è quello del Governo.
Veniamo da un periodo in cui circa il 95 per cento delle leggi pubblicate è di iniziativa governativa, con l'esito catastrofico che si è visto in termini sociali, economici e anche di qualità della legislazione. Ora siamo arrivati al punto che costituzionalizziamo questo stato di fatto. Tanto varrebbe essere radicali ed escludere il potere di iniziativa legislativa in capo ai parlamentari e conferirlo solo al Governo, così legislativo ed esecutivo sono riuniti per l'eternità.
A nulla serve ribadire - come fa l'articolo 7 - che la procedura normale di esame e di approvazione è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, di delegazione legislativa, di conversione in legge dei decreti con forza di legge, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi e per quelli diretti all'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza all'Unione europea. Non serve a nulla, perché non esiste più alcuna procedura normale, che viene cancellata da questo tipo di prassi. Per mutuare i parametri dalla legislazione emergenziale, si avrebbe anche per le leggi una procedura unica e con termini perentori; nel diritto amministrativo questa si chiama autorizzazione.
Stiamo costituzionalizzando il principio per cui il Parlamento legifera solo se il Governo lo autorizza, cristallizzando nella Carta costituzionale una patologia del sistema che ha portato l'Italia nello stato in cui si trova adesso.
Per tali motivi, il nostro Gruppo insiste sulle proprie ragioni e ritiene non vi siano le condizioni per procedere all'esame degli articoli. (Applausi dal Gruppo IdV).
PASTORE (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, vorrei sottolineare che tra gli emendamenti dichiarati improponibili vi è anche lo 01.203, che fa riferimento alla Parte prima della Costituzione, ma che è funzionale alla normativa contenuta nella Parte seconda in merito alla composizione della Camera e del Senato. L'emendamento, infatti, riguarda la soppressione della Circoscrizione estero e la previsione che i nostri concittadini all'estero possano votare per corrispondenza, possibilità che oggi non è costituzionalmente ammissibile. Ora capisco, Presidente, che la collocazione sia ritenuta impropria, però è evidente che l'emendamento 01.203 è strumentale all'oggetto del provvedimento.
Se se si mantenesse nell'articolo 48 la Circoscrizione estero è chiaro che saremmo obbligati ad indicare nel numero dei parlamentari quelli eletti nella circoscrizione Estero. Allora, Presidente, per far superare agli Uffici e a lei le perplessità sulla collocazione dell'emendamento 01.203, vorrei riformulare l'emendamento 1.214, inserendo, alla fine, il testo dell'emendamento 01.203, preceduto dalla parola «conseguentemente».
Questo consentirebbe di rispettare la regola che la Presidenza ha individuato nella collocazione degli emendamenti e, al tempo stesso, di intervenire - credo sia impensabile non farlo - sulla normativa costituzionale in materia di circoscrizione Estero. In caso contrario, si impedirebbe una discussione su questo argomento che, invece, merita un approfondimento, naturalmente con esiti non scontati, ma che saranno senz'altro da tutti rispettati.
PRESIDENTE. Senatore Pastore, le chiedo di far pervenire alla Presidenza il testo riformulato dell'emendamento 1.214, che esamineremo con la dovuta attenzione.
Passiamo alla votazione della proposta di non passare all'esame degli articoli.
GIAMBRONE (IdV). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Giambrone, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di non passare all'esame degli articoli, avanzata dal senatore Pardi.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale
n. 24-216-873-894-1086-1114-1218-1548-1589-1590-1761-2319-2784-2875-2941-3183-3204-3210-3252
PRESIDENTE. Colleghi, poiché la seduta terminerà alle ore 20 e i senatori che intendono intervenire in sede di illustrazione degli emendamenti sono circa 20, per una questione di coerenza sistemica, propongo di dedicare il tempo residuo all'illustrazione degli emendamenti all'articolo 1 e rinviare quindi le votazioni alla seduta antimeridiana di domani.
Poiché non si fanno osservazioni, così resta stabilito.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Presidente, le nostre norme e il Regolamento ci impongono, e mi impongono, di fare ossequio senza appello a quelle che sono state le sue decisioni relativamente all'ammissibilità degli emendamenti relativi a testi da premettere all'articolo 1.
Sotto questo maglio cade anche il mio emendamento 01.206, che, per l'eventuale cortesia di colleghi interessati, si occupa dell'articolo 49 della Costituzione, quello relativo ai partiti, in cui propongo che, dopo il primo comma, si dica: «I partiti sono associazioni riconosciute, dotate di personalità giuridica e disciplinate dalla legge».
Ora, l'onorevole Presidente ha dichiarato improponibili questi emendamenti, compreso il mio, sul riflesso che si occuperebbero della Parte prima della Carta costituzionale, mentre il disegno di legge contiene modifiche alla Parte seconda della Carta costituzionale. Mi permetterà, signor Presidente, di ritenere questa decisione molto formale... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, se continua così, io sospendo la seduta. Non è possibile procedere così. Chi non è interessato è pregato di lasciare l'Aula. Questo non è un salotto.
Senatore Benedetti Valentini, la invito a proseguire il suo intervento.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). É una decisione molto formale, mentre ciò che attiene ai partiti come strumenti di veicolazione del consenso democratico, della formazione delle stesse Camere parlamentari e anche della forma di Governo, che sono argomenti dei quali ci occuperemo a piene mani e a piene testa nel prosieguo dell'esame di questo importante provvedimento, a mio modesto parere, dal punto di vista sostanziale, se esuliamo da un mero formalismo, è assolutamente in tema.
Voglio quindi esprimere il mio profondo rammarico per il fatto che questo argomento non possa essere affrontato in questa sede, che avrei visto assolutamente prioritaria e precipua. Ricordo ai colleghi, non certo alla Presidenza, che intervenendo in discussione generale, mi sono permesso di dire in apertura che io apprezzo profondamente e sinceramente il lavoro che hanno svolto coloro che hanno lavorato istruttoriamente a preparare i testi sui quali dovremo misurarci. E lo dico con assoluta sincerità, perché hanno svolto un lavoro realistico, comunque, allo stato dell'arte. Ma chi pensasse di rispondere allo stato d'animo che c'è nel Paese, nella nostra popolazione, semplicemente con questo tipo di riforma e non affrontando il tema prioritario del riconoscimento giuridico dei partiti e della loro disciplina è fuori della realtà. (Applausi del senatore Perduca).
Aggiungo che stiamo esaminando, proprio in 1a Commissione, e per altri versi anche in altre Commissioni si stanno esaminando questi argomenti, la questione del finanziamento e della disciplina del finanziamento dei partiti, dei Gruppi parlamentari, dei rimborsi elettorali e, più vastamente, del finanziamento dei partiti. Cioè, ci stiamo preoccupando di aspetti importantissimi, ma che sono segmenti della problematica della vita dei partiti e della loro organizzazione e credibilità democratica, e noi ci permettiamo, consentitemi questa espressione, onorevoli colleghi, di affrontare una riforma costituzionale senza mettere mano al primo strumento di articolazione democratica del consenso che sono, appunto, i partiti politici.
Concludo con il dire che solo chi ha speso, come tanti di voi (posso dire di noi), gli anni migliori e la parte essenziale della propria vita, sia pure in modo non professionale, nella vita politica, nella vita del partito e dei partiti, sente disperatamente in questo momento l'esigenza, il diritto e il dovere di disciplinare giuridicamente i partiti, e che questa sia l'operazione prodromica, preliminare e pregiudiziale rispetto a qualunque altro tipo di intervento costituzionale.
Questo mi sono permesso di esporre alla cortese attenzione della Presidenza per dire che ritengo, con profondo rammarico, meramente formalistica la decisione di non ammettere questo mio emendamento sotto il profilo del fatto che esula dalla Parte seconda della Costituzione e si occupa della Parte prima, perché a mio parere, dal punto di vista, sostanziale, l'argomento c'entra, eccome, ed è addirittura condizionante. Quindi, dal punto di vista della forma e della procedura mi appello alla Presidenza perché possa ripensare e riconsiderare su questo punto la sua decisione, eventualmente riaprendo il dibattito a questo fondamentale e pregiudiziale argomento.
PRESIDENTE. Procediamo all'esame degli articoli, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Passiamo all'esame dell'articolo 1, su cui sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, non ripeto le osservazioni fatte dal collega Benedetti Valentini. Credo sarebbero stati meritevoli di un esame anche gli emendamenti dichiarati in ogni caso improponibili, perché, nel momento in cui prendiamo in mano il testo costituzionale, sembra limitativo dire che ci concentriamo soltanto su quella parte di norme e di articoli che la Commissione, organizzando i diciannove testi susseguitisi nel tempo, ha sostanzialmente elaborato.
Concentrandoci comunque su quel che rimane, con l'emendamento 01.208 noi apparentemente chiediamo una cosa poco visibile, nel senso che aggiungiamo una sola parolina all'articolo 55 della Costituzione. Non sarà più «Senato della Repubblica», ma sarà «Senato federale della Repubblica». Noi vorremmo aggiungere la parola "federale" perché il Senato, di fatto, nelle cose lo è già federale. Inoltre ci serve sicuramente il Senato federale per riequilibrare, anche se non sappiamo l'esito dei prossimi emendamenti, il sistema presidenzialista che è stato proposto in Aula: ci sarà bisogno di un sistema di contrappesi, almeno di una Camera che non sia più espressione della stessa maggioranza che elegge la Camera dei deputati nonché il Presidente della Repubblica, ma che faccia riferimento ad un sistema territoriale dove un bilanciamento di pesi e di poteri in ogni caso deve esserci.
Devo ringraziare i colleghi della Südtiroler Volkspartei perché hanno presentato un emendamento sostanzialmente identico al nostro per l'Aula. Se anche delle forze che operano in un contesto autonomista dal 1948 dicono che l'evoluzione del sistema deve essere quella che va nella direzione del riconoscimento della sovranità territoriale, quindi un sistema federale, qualcosa significherà. Allora, o riconosciamo il percorso fatto dalle autonomie speciali in questo Paese oppure ci limitiamo a dire che mettiamo la mordacchia a chi ha già avuto qualcosa, ma che non potrà più chiedere altro, perché si deve già ritenere soddisfatto di ciò che ha ottenuto nella storia.
All'Aula dobbiamo ricordare un'altra cosa, che forse è stata dimenticata: il 22 gennaio 2009, essa ha dato il via - forse - alla riforma più importante della storia repubblicana, votando la riforma federalista del Paese. Abbiamo così modificato una serie di istituzioni, dando delega al Governo di operare riforme consequenziali, una parte delle quali è stata realizzata (sul federalismo fiscale, regionale e demaniale), mentre un'altra è ancora da recepire. Monti dovrà recepire quanto prima la riforma dei costi standard, soprattutto rispetto alla spesa storica, perché non potrà che far bene alle casse del Paese, ammodernandolo e rendendone più efficiente la spesa pubblica.
In questo testo proposto dalla Commissione, che probabilmente l'Aula a breve approverà, è inoltre inserito il principio del superamento del bicameralismo perfetto, che implica una separazione tra Camera e Senato, ergo una loro rappresentanza diversa, per cui per forza di cose, anche non volendolo dire, il Senato si riferisce ad un sistema territoriale di rappresentanza diverso da quello della Camera dei deputati.
E così, richiamandomi viceversa al 2001, ricordo che la riforma costituzionale approvata in quell'anno ha riscritto sostanzialmente i rapporti e i poteri tra centro e periferia, decidendo (l'articolo 117, commi secondo e terzo) che le competenze dello Stato devono essere circoscritte, elencate e tassative e che quindi lo Stato non può più debordare. Tutto il resto, dunque le competenze residuali, deve essere - e lo è - di spettanza delle Regioni. Questo implica che lo sbocco naturale è quello di un sistema federale di rappresentanza e di poteri territoriali che devono trovare una Camera di compensazione, che sia una Camera di rappresentanza a livello nazionale.
Avremmo voluto qualcosa in più e, con rammarico, dobbiamo dire di accettare le determinazioni della Presidenza, perché come il Senato deve essere federale, a questo punto, all'articolo 1 della nostra Costituzione, si sarebbe dovuto inserire anche che il nostro Paese è una Repubblica federale democratica: non si sarebbe trattato di fare altro che riconoscere quello che è e sta effettivamente succedendo.
Altro punto dolente, il secondo comma dell'articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Avremmo voluto modificare nel senso che la sovranità spetta «ai popoli», perché il nostro è un Paese variegato e articolato, pertanto non possiamo dire che esiste un'etnia o una popolazione con una definita identità italiana. Anzi, quando parliamo in questo senso a persone provenienti da aree geografiche, ci sentiamo sempre dare risposte non dico violente, ma comunque stizzite, perché ognuno rivendica con orgoglio la propria identità e la propria diversità. Ogni popolo italiano, anzi, esalta la propria peculiarità: perché non riconoscere dunque in Costituzione che siamo popoli che stanno assieme, che si riconoscono nelle loro varie forme e diversità?
Fra i film che hanno avuto più successo di recente ne ricordo due che formano una sorta di saga: il primo si intitola «Benvenuti al Nord», mentre il secondo si intitola «Benvenuti al Sud» (o viceversa). In essi si mettono in evidenza le caratteristiche così diverse, con i vizi e le virtù, se vogliamo, reciproci, e come si riesce poi magari a dialogare e anche ad apprezzare quello che da una parte manca e dall'altra magari è visto come un pregio di cui non ci si può vantare.
Pertanto, scrivere che siamo popoli e non che siamo un popolo e dire che siamo una Repubblica federale democratica, sarebbe stato fare la vera fotografia del nostro Paese, inserendola come statuizione nella nostra Costituzione.
Tornando al Senato federale, vorrei ricordare ai colleghi del Popolo della Libertà che, come minimo, esso rappresenta il contraltare necessario ad affrontare un dibattito, con le varie puntualizzazioni e rettifiche del caso, sul sistema presidenziale o semipresidenziale, che per esistere ha bisogno della compensazione di un Senato federale, altrimenti è un apparato che crolla su se stesso.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 19,25)
(Segue DIVINA). Con l'emendamento 1.206, prendiamo atto di quanto sta accadendo nel Paese. A noi, classe (o casta) politica, è stato chiesto di dare un segnale, perché non è possibile continuare a chiedere sacrifici al Paese, alle industrie, a piccoli imprenditori e alle famiglie senza il contrastare dei sacrifici della classe dirigente del Paese. Una riduzione dei costi complessivi della politica è pertanto un obbligo che abbiamo nei confronti del Paese, ma una riduzione di facciata, come quella che abbiamo applicato, è priva di senso. Se non si arriva ad una riduzione sostanziale è molto probabile che riceveremo sberleffi e susciteremo risate sarcastiche, con la conseguenza che nei nostri confronti ci sarà un giudizio sempre più severo.
Occorre pertanto partire da una riduzione sostanziale, e in alcuni emendamenti proponiamo quanto meno una riduzione del 50 per cento dei parlamentari, o di pervenire ad un numero di parlamentari della Camera dei deputati e del Senato attorno a 200 deputati e 200 senatori. In caso contrario, il Paese prenderebbe la riforma in malo modo.
Inoltre, poiché abbiamo visto quanti pasticci si sono verificati con la nomina dei parlamentari eletti fuori del territorio del nostro Paese, i parlamentari eletti all'estero, credo occorra intervenire al riguardo. Sono convinto infatti che la riforma costituzionale che ha portato ad inserire la circoscrizione Estero abbia rappresentato un tributo al compianto Tremaglia, che probabilmente in quel momento, a quell'età e in quelle condizioni fisiche ha condizionato l'opinione di tanti parlamentari che sedevano in queste Aule. Abbiamo visto sul banco di prova che la circoscrizione Estero non funziona e ha dato notevoli problemi. Il voto all'estero per corrispondenza si è prestato a pasticci e a brogli. Abbiamo avuto colleghi eletti e poi decaduti e che oggi scontano in carcere i brogli fatti nel corso della propria elezione. Abbiamo appreso da Paesi più evoluti del nostro l'errore di far votare chi non conosce un Paese e i suoi meccanismi, chi non paga le imposte di quel Paese e non è toccato dalle scelte che sono chiamati ad assumere le istituzioni del Paese. Costui non può dare un giudizio su quel Paese, e per questo chiediamo l'eliminazione della circoscrizione Estero. Il fatto che i parlamentari italiani siano esclusivamente eletti e residenti in Italia e che paghino le tasse del nostro Paese è un piccolo contributo alla riforma che il Gruppo della Lega Nord vorrebbe dare. (Applausi dal Gruppo LNP).
PASTORE (PdL). Signora Presidente, intervengo per illustrare l'emendamento 1.214, riformulato con l'aggiunta, alla fine dell'articolo, della modifica dell'articolo 48 della Costituzione con la soppressione della circoscrizione Estero.
Vorrei ricordare molto brevemente ai colleghi, e consegnare alla storia attraverso il resoconto della seduta odierna, che la circoscrizione Estero è nata come mezzo per consentire ai cittadini italiani residenti all'estero di esercitare un diritto che altrimenti avrebbero potuto esercitare solo recandosi in Italia, al momento delle elezioni, e quindi votando nel collegio di appartenenza.
Questa necessità venne condivisa da tanti. È stato ricordato, al riguardo, il compianto collega Tremaglia: desidero rammentare anche il largo consenso che ha determinato un percorso parlamentare molto impegnativo, due letture costituzionali e una legge ordinaria, accompagnato però anche da dubbi, signora Presidente. I dubbi riguardavano il fatto che abbiamo, ad esempio, una legge molto generosa sulla cittadinanza, per cui - lo possiamo rilevare anche dalle cronache degli ultimi tempi - quella italiana viene distribuita e riconosciuta a chi non ha mai messo piede in Italia e magari é discendente di terza, quarta o quinta generazione di italiani emigrati.
Gli elenchi dei cittadini residenti all'estero, quando fu approvata la legge, erano assolutamente incompleti e lacunosi e oggi sono stati in gran parte corretti, ma comunque presentano un vizio di origine. L'AIRE registra chi sicuramente risiedeva in Italia e si è trasferito all'estero, ma solo su richiesta verifica quelli che invece sono nati all'estero e non sono mai transitati sul territorio italiano. Quindi, il problema di legittimazione attiva che prima esisteva ancora adesso è presente.
Esiste poi il problema della campagna elettorale all'estero, e quindi della conoscenza dei propri candidati, nonché il problema forse più rilevante della personalità e segretezza del voto. Questa legge sul voto dei cittadini all'estero ha determinato infatti un paradosso: nata perché ai nostri cittadini all'estero non era consentito di votare per corrispondenza sui collegi nazionali, oggi viene attuata per consentire il voto postale dall'estero sui collegi esteri. Quindi, abbiamo introdotto un sistema non previsto dall'articolo 48 della Costituzione, e probabilmente ad esso contrario, per far esercitare un diritto che prima si riteneva non si potesse esercitare con quel sistema, che è rimasto costituzionale.
Non parliamo poi di tutto il contorno di situazioni oscure, dubbie, di brogli elettorali più o meno verificati, di pacchi di schede che transitano direttamente negli uffici postali esteri, di casi di qualcuno non certamente elettore. Si tratta di vicende che sono state verificate e testimoniate soprattutto nella prima legislatura di applicazione, quella 2006‑2008, che ha visto un florilegio di vicende che ha fatto inorridire l'elettorato responsabile e ha fatto suonareo un campanello d'allarme anche sulla legittimazione della rappresentanza parlamentare. Ricordiamo l'operazione di spoglio in quel di Roma con vicende allucinanti, cronache da far accapponare la pelle.
Ma quello che più è importante, che forse è rimasto in gran parte quasi coperto da una sorta di omertà, è la funzione degli eletti all'estero: persone rispettabilissime legate all'Italia, del cui contributo siamo tutti consapevoli, ma in realtà non si sa bene se rappresentino gli interessi degli italiani all'estero oppure gli interessi dell'Italia all'estero, in queste Aule, o gli interessi degli italiani all'estero in Italia. Sono tre situazioni diverse che potrebbero e dovrebbero essere complessivamente riassunte nell'eletto all'estero, ma sinceramente mi è difficile individuare l'esercizio concreto di questa importante sovranità parlamentare.
Fra l'altro, signora Presidente, vi è un altro paradosso (questo tipicamente italiano) per cui, mentre si modificava la Costituzione prevedendo circoscrizioni Estero si modernizzavano, si novellavano e potenziavano i Comites, cioè i Comitati degli italiani all'estero, creando una rappresentanza territoriale molto vasta e abbastanza costosa, istituendo i CGIE, e quindi creando un sistema di emersione delle legittime aspettative, degli interessi dei nostri connazionali non dico antitetico, ma confliggente con quello che veniva espresso in questa Camera e in quella dei deputati.
Voglio anche ricordare ai colleghi presenti e a chi avrà la bontà di rileggere i resoconti di seduta, signora Presidente, che, nella passata legislatura, ancorché poco numerosi, i voti ricevuti dai senatori eletti all'estero in Senato ribaltarono la maggioranza che gli italiani avevano manifestato, attribuendo un numero di senatori superiore a quelli del centrosinistra: la maggioranza fu letteralmente ribaltata dal voto dato all'estero.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 19,36)
(Segue PASTORE). Quindi, svolgono una funzione anche delicata, in questo caso determinante, che comportò vicende che non voglio qui ricordare.
Di queste vicende nella passata legislatura ci siamo occupati nella Giunta delle elezioni, della quale mi onoravo di far parte. Si è arrivati fino all'apertura delle schede, che non ha avuto alcun esito poiché la legislatura si è interrotta, e ricordo (vi sono senatori e senatrici che hanno partecipato alle operazioni di spoglio lunghe e faticose) che erano decine e decine, se non centinaia, le schede che riportavano tutte la medesima grafia. Sorge quindi il dubbio atroce se sono gli insegnanti all'estero che insegnano a tutti a scrivere allo stesso modo o se quelle schede fossero state compilate da una sola mano. Ciò provocò una delegittimazione della rappresentanza parlamentare che poi in questa legislatura si è accresciuta per altre vicende.
Concludo, signor Presidente, ricordando la vicenda del senatore Di Girolamo, che va considerata non tanto e non solo per le vicende penali che l'hanno caratterizzata, ma per il fatto che egli che non è mai risieduto all'estero, come è stato appurato: è stato eletto grazie all'appoggio di amici, più o meno misteriosi ed occulti, che gli hanno consentito di accedere in quest'Aula a discapito di chi aveva raccolto i voti in maniera legittima. Questo cosa significa? Che non è importante essere cittadini italiani residenti all'estero per proporsi come candidati e per essere eletti: l'essenziale è trovare all'estero (ed è più facile trovarli all'estero che in Italia) dei canali appropriati che convoglino questi voti verso quel candidato piuttosto che verso un altro.
Signor Presidente, non propongo però solo la soppressione della circoscrizione Estero, ma che nell'articolo 48 della Costituzione sia riconosciuta per i cittadini italiani residenti all'estero la legittimità del voto per corrispondenza, purché sia garantita la personalità del voto. Vi sono meccanismi che possono garantire ciò, però l'italiano residente all'estero deve votare persone candidate nel territorio nazionale. (Applausi dei senatori Perduca, Poretti e Pardi).
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Signor Presidente, ho già avuto modo di illustrare in sede di discussione generale le ragioni che sostanziano l'emendamento 1.211 (che peraltro mi sembra identico a quello presentato dal collega Pastore) volto ad abolire gli otto deputati che sarebbero attribuiti alla circoscrizione Estero. E non mi soffermerò su questo punto, che è stato già illustrato dal collega Pastore, riservandomi di farlo più ampiamente in sede di dichiarazione di voto.
Mi corre l'obbligo di sollevare adesso una questione procedurale, evidenziata all'inizio di questa discussione dal collega Pastore. Anche io avevo presentato un emendamento, l'1.205, che è stato dichiarato improponibile dalla Presidenza, volto ad abolire parzialmente l'articolo 48 della Costituzione che prevede l'elezione nella circoscrizione Estero della rappresentanza degli italiani all'estero. Tale proposta emendativa è stata giudicata dalla Presidenza improponibile e io non intendo entrare nel merito di questo giudizio. Chiedo però che si sia trasformato in un'appendice all'emendamento 1.211, così recitando: «Conseguentemente all'articolo 48 della Costituzione sono soppresse le parole da: "A tal fine" sino a: «determinati dalla legge». Lo chiedo anche a nome del collega Amato, cofirmatario dell'emendamento 01.205, e credo che, così come il presidente Schifani ha accolto la richiesta del presidente Pastore, egli possa accogliere anche questa mia richiesta.
Data l'ora e data l'assenza di molti colleghi, non intendo soffermarmi sui motivi che sostanziano questa richiesta. Mi riservo di farlo - come ho già annunciato - in sede di dichiarazione di voto, ma credo che questo sia uno dei punti qualificanti della riforma che stiamo approvando e - ripeto - uno dei due punti a cui io e la collega Sbarbati subordiniamo il nostro voto finale.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un'Aula semideserta con il sincero e doppiamente motivato rispetto per i senatori presenti, e senza alcun fervore riformatore, procediamo oltre, incuranti di quanto ci accade intorno e anche di noi stessi. Procediamo oltre, amabilmente. E allora mi richiamo a quanto detto prima e in discussione generale, dicendo che chi pensa di rispondere a quello che l'opinione pubblica cerca di dirci, in modo più o meno confuso, più o meno gridato o sussurrato, quello che si aspetta in termini di coraggiosa e profonda riforma delle nostre istituzioni con questo tipo di riforma (l'ho detto prima quando mi sono lamentato della declaratoria di improponibilità dell'emendamento a mia prima firma 01.206, relativo al riconoscimento giuridico e disciplina dei partiti) con riforme di basso profilo sarebbe fuori della realtà. E personalmente, pensoso come sono delle sorti della nostra democrazia rappresentativa, dico che occorrono risposte decisamente più rivoluzionarie.
E se permettete che io spieghi, al di là dell'altisonanza di questa parola, che cosa intendo, vi invito a leggere il mio emendamento 1.210: per carità, non dico che lo dobbiate condividere assolutamente, anche se sarebbe bellissimo se così fosse. Esso recita: «Il primo comma dell'articolo 56 della Costituzione è sostituito dal seguente: "La Camera dei deputati rappresenta il libero pluralismo sociale e territoriale ed è eletta a suffragio universale e diretto"».
Prevengo, dicendo che me ne infischio, qualsiasi obiezione cialtrona o epiteti stupidamente polemici mi venissero rivolti dentro queste Aule o fuori. Il meno che mi aspetto...
PRESIDENTE. Senatore Ceccanti, il senatore Benedetti Valentini sta parlando con lei.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Non è così. Siccome ho detto che le obiezioni che mi verrebbero probabilmente sarebbero cialtrone, di tutti potevo parlare meno che del collega Ceccanti, un gradevolissimo contraddittore e un esperto maneggiatore della materia. Di certo, non mi riferivo a lui. Ma forse da lui e da altri mi potrebbe venire un'obiezione, non certo con intento cialtrone. Dai più garbati, il minimo che mi potrebbe venire detto è di essere neocorporativo. Questo è il minimo. Poiché vedete che non ho la minima paura delle parole, me ne infischio anche di questo e mi limito ad osservare che nella mia navicella nella bottiglia - leggasi il mio testo di proposta di riforma costituzionale, che è tra quelli presi in esame in esame congiunto in 1a Commissione - configuravo un bicameralismo vero, differenziato, perché tutto quello di cui stiamo parlando, signori e colleghi, è fondato sul nulla. Stiamo parlando di due Camere per niente differenziate. Ci stiamo sforzando di trovare un superamento del bicameralismo perfetto, ma stiamo fallendo alla radice, nel senso che se tu non differenzi il criterio con cui si rappresentano i cittadini nell'una e nell'altra Camera, il bicameralismo non è superato; lo eviri, lo svuoti, lo neutralizzi, lo ottundi, ma non lo stai superando, oggettivamente.
Invece io concepisco nella mia navicella nella bottiglia una Camera alta - chiamatela Senato o Camera, non m'interessa - che rappresenta il libero pluralismo politico, che deve essere la Camera che dice l'ultima parola su ogni disegno di legge perché la sintesi politica è la sintesi delle libertà, degli interessi generali, dei modelli sociali, delle grandi idee di una politica nobile, pulita quale essa è quando realmente la pratichiamo oltre a professarla. Quella deve essere l'ultima istanza: il pluralismo politico.
Poi concepisco una Camera bassa, anche più numerosa, anche non legata da rapporto di fiducia con l'Esecutivo ma che ha pienezza di poteri legislativi, che rappresenta il pluralismo sociale delle categorie, degli interessi, del volontariato, delle aggregazioni spontanee, degli interessi professionali (perché no?), di tutti gli interessi culturali, quella che è oggi una società complessa e non più quella del secolo scorso o peggio ancora dei secoli precedenti; e il pluralismo territoriale, nel senso che, senza ipocrisie, senza pudori, ci siano anche libere aggregazioni territoriali che si esprimono nella Camera bassa.
Infatti, per quanto io abbia studiato - e se voi, onorevoli colleghi, avete altro da suggerirmi, vi prego di farlo - non sono riuscito a trovare altri canali, criteri o parametri rappresentativi, in cui il cittadino desideri sentirsi rappresentato se non quello primario del modello sociale, della scelta della grande idea, della concezione dello Stato, del vivere comune, dei valori civili che regolano la comunità e poi quello territoriale, che sta esplodendo nel Paese. Facciamo finta di non accorgercene? Stiamo assistendo all'esplosione del civismo, delle liste civiche, delle liste locali che prevalgono sull'aggregazione politica e spesso la travolgono. Vi è poi la rappresentanza degli interessi concreti, delle competenze, degli interessi legittimi, che però siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità in un'assemblea legislativa, dove si devono confrontare con gli altri numerosi interessi legittimi che escano allo scoperto.
Chi di voi, a questo riguardo, mi tacciasse di essere neocorporativo, sarebbe un po' disattento. Non si ricorderebbe che c'è ancora il CNEL, che non facciamo né vivere né crepare, perché non lo cancelliamo, ma ce ne infischiamo dei pareri che esso rende, dopo che il Costituente democratico lo ha confermato, sentendo il bisogno di un organo rappresentativo delle competenze. Fingiamo inoltre di dimenticare che la politica ha fatto taluni passi a lato per dare luogo a un Governo di tecnici, invocato come l'unico in grado di poter affrontare i problemi. Fingiamo di ignorare che questo Governo di tecnici è addirittura ricorso a un supertecnico come tagliatore delle spese e attuatore dell'austerity, evidentemente non sentendosi da solo all'altezza di poterlo essere. Fingiamo anche di dimenticare che tutte le lobby sono appollaiate davanti alle porte delle nostre Commissioni, premendo per ottenere modifiche, leggi, ritocchi e contenuti di ogni genere. Ci sono poveri diavoli, che vengono come ambasciatori dei capi delle lobby, i quali assediano le nostre porte, perché i capi hanno già agito nel momento formativo delle leggi e delle norme.
Fingiamo inoltre di dimenticare che qualunque Governo sia in auge in questo, ma anche in precedenti momenti (temo anche futuri), contratta le leggi fondamentali con le organizzazioni del pluralismo sociale: con le organizzazioni sindacali e con quelle degli imprenditori, con gli istituti di credito, con le università, (interessi legittimi, per l'amor di Dio, ma forti e coordinati), insomma le concorda con tutte quelle che chiamiamo le parti sociali. Stabilisce un testo, che poi manda alle Camere parlamentari dicendo: per carità, non potete toccare neanche una virgola, perché lo abbiamo concordato con le parti sociali. E se tu provi a presentare un emendamento, sei un rompitasche; se tu provi a portare avanti una visione diversa, sei uno che fa inceppare il meccanismo e che non vuole la pace sociale. Se insisti, il Governo mette anche la fiducia, come ormai accade in nove casi su dieci.
Che cosa è questo? Da qui la mia proposta di istituire una Camera in cui si esprime il pluralismo libero aggregato (nulla di bardatura precostituita o autoritativa dall'alto). Mi riferisco alla libera aggregazione dei cittadini che, in una Camera bassa, anche numerosa, ma non legata da un rapporto di fiducia al Governo, esprime il libero pluralismo sociale e territoriale. Ma c'è una Camera che dice l'ultima parola: è quella politica, nella quale - debbo ritenere - le aggregazioni spontanee dei cittadini per ragioni politiche e dunque i partiti (è questa la ragione per cui prima invocavo che i partiti ottenessero un riconoscimento e una disciplina giuridici) esprimono i valori nazionali della sintesi.
Onorevoli colleghi, sarà questa una mia navicella nella bottiglia? Può darsi. Ma se pensate di eludere la spinta che viene dai cittadini (la spinta alla loro libera e dirompente aggregazione per realtà locali e categoriali), voi state deprezzando anche implicitamente, la libera e suprema aggregazione politica. In questo modo, con la mia navicella nella bottiglia, in qualche modo depuro la rappresentanza politica da ciò che non è idea forza e idea di sintesi. Non la confino in una Camera, ma le assegno la parola definitiva: la capacità della sintesi e dell'assunzione di responsabilità e il pluralismo sociale e territoriale che - altrimenti - ci sta esplodendo, cari colleghi, sotto le sedie (per non dir peggio, per non usare espressioni più colorite), viene a trovare accoglienza, proiezione democratica dentro le Camere parlamentari, in cui ciascuno si confronta con le numerose altre realtà territoriali, degli interessi legittimi e delle competenze. Infatti, il potere esercitato da chi non ha competenza per esercitarlo è un'illusione di potere.
Questo è il mio ragionamento, molto semplice. È una provocazione? No, solo non è pensiero debole. Colleghi, io direi che se devono morire queste legislature e queste istituzioni della cosiddetta Seconda Repubblica, muoiano in piedi, muoiano con un pensiero forte, comprendendo quello che sta succedendo nella società, non continuando burocraticamente a tirare avanti all'insegna del realismo politico, che apprezzo, per carità, specie in chi è professionista della politica, e che non disprezzo affatto, anzi l'ammiro, dal basso, dal mio basso: ma quello che sta avendo una sua validità e transitabilità qui dentro, in queste Aule, colleghi carissimi (questo non è qualunquismo), quindici metri fuori del nostro Palazzo non ha nessuna validità, nessuna udienza, nessun riscontro, nessuna emotività.
Noi dobbiamo ridare al cittadino il gusto di partecipare alle elezioni, al processo democratico. Un tentativo - datemene altri e io vi ringrazierò e vi aderirò questo mio modestissimo, di far comprendere che i cittadini possono farsi rappresentare da propri simili nella propria libera aggregazione, per il gusto di essere territorio e identità locale, conferendo però alla sede legislativa, dove tutto trova sintesi ed armonizzazione, rappresentanza dei propri interessi legittimi, di una propria vita professionale, di una propria aggregazione di competenze a cui si è dedicata una vita, insieme al modello politico, quello che deve dare e riprendere gusto e passione anche alla gara politica, alla contrapposizione politica, alle grandi idee. Lì forse ci incontriamo, perché le grandi idee, cari colleghi, sono quelle che riescono ad assorbire in sé quelle porzioni di verità che anche le altre idee hanno. Questa deve essere la Camera politica.
Ho parlato con la testa sopra le nuvole? Non me ne dispiace: se altri preferiscono camminare con i piedi di piombo sulla terra, lo facciano. Mi contento di appartenere un po' alla prima, un po' alla seconda categoria, perché ritengo che quando si mette mano alla Costituzione si metta mano ad un qualcosa che non è un pezzo di carta (questo lo potrebbe fare qualunque politico di professione, qualunque burocrate), e lo debba fare chi sente vibrare dentro di sé l'amore per la libertà e l'amore per l'identità di una Nazione. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Del Vecchio, De Toni e Peterlini. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.