RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza della vice presidente BONINO
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,33).
Si dia lettura del processo verbale.
STRADIOTTO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 14 giugno.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,36).
Sull'ordine dei lavori
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signora Presidente, questa sera la seduta dovrebbe terminare alle ore 20,30. Vorrei chiedere, stante una riunione del Gruppo, che abbiamo previsto per le ore 20, sui temi all'ordine del giorno, se si può anticipare la conclusione dei lavori alle 20.
PRESIDENTE. Poiché non si fanno osservazioni, così resta stabilito.
Informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulla questione "esodati" e conseguente discussione (ore 16,37)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulla questione "esodati"».
Ha facoltà di parlare il ministro del lavoro e delle politiche sociali, professoressa Fornero.
FORNERO, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signora Presidente, onorevoli senatrice e senatori, desidero anzitutto esprimere un sincero ringraziamento per l'occasione che mi è offerta di fornire chiarimenti a quest'Aula e, attraverso essa, al Paese su un tema che ha suscitato e suscita forte interesse e grande apprensione tra i lavoratori e le loro famiglie. Spero di riuscire finalmente a chiarire una situazione oggettivamente complessa, con elementi di incertezza già a partire dall'individuazione dei soggetti interessati, anzitutto in termini concettuali e conseguentemente in termini numerici.
Il linguaggio giornalistico ha usato indifferentemente i termini salvaguardati, esodati ed esodandi, collocati e collocandi in mobilità, e così via. Sono sempre stata dell'avviso che la definizione corretta debba essere quella di lavoratori che meritano, pur con costi per la collettività, di essere salvaguardati dagli effetti del recente inasprimento dei requisiti per il pensionamento. E lo meritano in quanto, rimasti privi di lavoro, avrebbero avuto, in un arco temporale ridotto, accesso alla pensione secondo le regole previgenti. Chiunque può vedere in questa definizione una commistione di elementi economici, giuridici, sociali ed anche etici che riduce la misurabilità oggettiva dell'aggregato.
Dividerò il mio intervento in tre parti, seguite da alcune riflessioni conclusive: una prima parte dedicata alla ricostruzione dei fatti; una seconda alla ricognizione dei numeri; una terza alle proposte di soluzione. Spero che l'esposizione, che a tratti potrà apparire quasi "noiosa elencazione", sia atta a fornire adeguati elementi di conoscenza e di giudizio.
La ricostruzione. La riforma previdenziale del dicembre 2011 è stata approvata sotto l'incombere di una crisi finanziaria che ha indotto il Governo non soltanto a proporre misure severe, ma anche a farlo in tempi molto rapidi. Questa riforma aveva dichiaratamente un duplice scopo: non soltanto introdurre ineludibili misure di stabilizzazione finanziaria, ma anche dare il via a una grande operazione di ribilanciamento dei rapporti tra le generazioni, per troppo tempo squilibrati a sfavore dei giovani.
Per mitigare gli effetti della riforma ci si è proposti, fin dall'inizio, di salvaguardare i precedenti requisiti pensionistici nei confronti di chi avesse conseguito i requisiti entro il 31 dicembre 2011, e di chi, prossimo al pensionamento, avesse perso o lasciato il suo lavoro proprio per accedervi in un arco temporale ragionevole. In questo secondo caso, proprio perché il diritto alla pensione non era ancora maturato, non si tratta però di garantire diritti acquisiti: si tratta, piuttosto, di tener conto delle comprensibili aspettative dei lavoratori verso un prossimo pensionamento, operandone un contemperamento con le contrapposte esigenze di stabilizzazione finanziaria.
La finalità primaria della norma di salvaguardia è pertanto quella di evitare che lavoratori ormai privi di lavoro perché prossimi al pensionamento si trovino senza alcuna copertura reddituale. Di qui la misura prevista dal decreto salva Italia e il conseguente accantonamento di risorse per consentire il pensionamento secondo le norme previgenti a un contingente stimato in 65.000 unità.
Lasciatemi percorrere brevemente la genesi del problema numerico. In sede di definizione della riforma, i lavoratori da salvaguardare rispetto ai nuovi, più stringenti requisiti furono stimati da INPS e Ragioneria generale in circa 50.000. Tale numero fu quindi aumentato a 65.000 per garantire un margine di flessibilità, e si stanziarono le relative risorse. Poiché il decreto disponeva che i pensionamenti del 2012 avvenissero comunque sulla base delle vecchie regole, la legge stabilì nel 31 marzo il termine per la presentazione del relativo decreto interministeriale, così da consentire al Governo di approntare un provvedimento ragionato.
Successivamente, con l'approvazione del decreto milleproroghe, il Parlamento ha aumentato il numero dei lavoratori da salvaguardare inserendo, pur con restrizioni, "accordi individuali" e "genitori di figli disabili" e stabilendo una clausola di salvaguardia, questa volta finanziaria, implicante l'aumento dell'aliquota contributiva nel caso di costo eccedente le risorse già accantonate. Nello stesso tempo il termine per l'emanazione del decreto interministeriale fu spostato al 30 giugno 2012.
Per definire il decreto ho costituito un gruppo di lavoro con dirigenti del Ministero, dell'INPS e della Ragioneria generale. In tale sede sono emersi con chiarezza alcuni problemi. In particolare, è apparso molto rilevante il numero dei lavoratori ancora in attività o in cassa integrazione interessati da accordi collettivi stipulati a livello governativo, ma ancor più a livello territoriale, per la gestione di crisi aziendali attraverso la fruizione di ammortizzatori sociali. Una platea, peraltro, ben difficile da quantificare in mancanza di un registro unico degli accordi sul territorio nazionale, e dei necessari dati relativi ai requisiti anagrafici e contributivi dei lavoratori.
Come Ministro del lavoro, e di concerto con il Ministro dell'economia, ho pertanto ritenuto prioritario dare risposta ai lavoratori in più immediata situazione di necessità e quindi preparare il decreto per la salvaguardia del contingente già uscito dal lavoro, secondo un naturale criterio di equità tendente a dare precedenza ai soggetti con maggiore rischio di trovarsi senza reddito e senza pensione.
Ciò non significa, tuttavia, avere trascurato il problema, peraltro meno urgente, dei lavoratori non inseriti nella salvaguardia del comma 14, come risulta sia da mie dichiarazioni in Commissione lavoro alla Camera e al Senato, sia dalla lettera che ho inviato alle organizzazioni sindacali il 20 aprile scorso.
La non imminenza del problema (che riguarda pensionamenti a partire dal 2014) e l'assenza di risorse finanziarie immediatamente reperibili in un bilancio pubblico già messo a dura prova da vincoli interni e internazionali hanno indotto a ritenere che lo si sarebbe potuto affrontare nei mesi successivi. Peraltro non già con decreto interministeriale, bensì con uno specifico intervento normativo inteso ad estendere la salvaguardia anche a tali lavoratori. Ho anche sempre ritenuto che la soluzione dovesse ispirarsi a criteri di equità, oltre che di sostenibilità finanziaria, non considerando che, nella diversità delle situazioni personali e di categoria, tutti siano meritevoli del medesimo livello di salvaguardia.
Termino questa parte con alcune considerazioni sulla questione dei circa 400.000 soggetti, risultanti da una tabella elaborata dall'INPS (tabella 1 allegata agli atti) e che ha impropriamente alimentato la polemica dei giorni scorsi, il dato essendo stato interpretato come il numero di lavoratori da salvaguardare, ciò che non è.
Anzitutto, respingo, con forza, ogni insinuazione che io abbia fornito informazioni non vere relativamente al numero di lavoratori interessati (questa non è mai stata mia abitudine e non voglio certo infrangere la regola in questa mia breve parentesi da Ministro tecnico) o che io abbia inteso sottrarre dati alla pubblica conoscenza e discussione. Rivendico anzi di avere assunto, coerentemente con la oggettiva complessità e con la scansione temporale del problema, un atteggiamento di chiarezza e trasparenza, volto a risolvere subito i problemi più prossimi e a cercare soluzioni eque per quelli più lontani, nel rispetto di stringenti vincoli finanziari.
Ribadisco altresì quanto già affermato: la tabella è parziale e, ove non corredata da adeguate spiegazioni, fuorviante, così da prestarsi a facili strumentalizzazioni. Parziale perché essa non contiene tutti gli accordi di mobilità, i cui effetti si perfezioneranno nei prossimi anni (e sui quali il Governo sta per l'appunto facendo la ricognizione, come dirò dopo); ma anche fuorviante perché essa individua un insieme eterogeneo dì soggetti costituenti la base dati entro la quale è stato individuato il contingente effettivo dei 65.000 lavoratori salvaguardati con il decreto.
Il numero comprende, infatti, oltre 60.000 lavoratori che già hanno maturato i requisiti al 31 dicembre 2011, e quindi già fatti esplicitamente salvi dall'applicazione dei nuovi requisiti dalle disposizioni della riforma. A questi si aggiungono oltre 16.000 soggetti per i quali nulla cambia con la riforma, data la stessa decorrenza tra il nuovo e il vecchio regime. Ci sono poi soggetti che maturano i requisiti previgenti al di fuori del periodo di mobilità e la cui inclusione nella platea dei salvaguardati comporta non solo una modifica della legislazione, ma anche una modifica dell'impostazione assunta negli schemi di deroghe degli ultimi 15 anni. Ci sono inoltre lavoratori collocati in mobilità dopo la data del 4 dicembre 2011, mentre la disposizione di legge si riferisce a questa data. Ancora, vi sono tutti i soggetti licenziati entro il 31 dicembre 2011, in seguito ad accordi individuali o collettivi, a prescindere dalla data di maturazione del diritto alla decorrenza, mentre il decreto proroga termini prevede espressamente che la deroga operi per chi matura la decorrenza del trattamento entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della nuova normativa. Infine, vi sono tutti i soggetti beneficiari della prosecuzione volontaria, senza alcun criterio selettivo di prossimità al pensionamento: per questi soggetti il decreto ha in effetti adottato, in coerenza con la soluzione proposta dal legislatore per i licenziamenti individuali, lo stesso criterio di prossimità di 24 mesi dal pensionamento.
Passo ora a considerare la ricognizione sui nuovi lavoratori da salvaguardare. Stabilire con precisione quanti siano i lavoratori interessati da accordi di mobilità, ma che ancora non hanno risolto il contratto di lavoro, non è semplice, come, purtroppo inascoltata, ho cercato più volte di dire. Alle difficoltà della stima numerica si aggiunge necessariamente la ricerca di criteri equi e sostenibili, come la vicinanza alla pensione e l'età anagrafica contributiva dei lavoratore. Nel novero di questi lavoratori vanno inclusi i "collocandi in mobilità", ai sensi di accordi collettivi stipulati entro il 4 dicembre (o entro il 31 dicembre, secondo un ordine del giorno approvato dal Parlamento), che avrebbero conseguito il trattamento pensionistico secondo le vecchie regole al termine del periodo di mobilità. Questi lavoratori possono essere attualmente in cassa integrazione, in preavviso, in sospensione, o regolarmente al lavoro e matureranno i requisiti per la pensione fino al 2019.
Con riguardo a questa platea, va da subito precisato che non è possibile, attraverso i dati a disposizione del Ministero del lavoro e dell'INPS, pervenire ad un'esatta quantificazione, né soprattutto alla scansione temporale delle uscite. Gli accordi, infatti, sono noti per i contingenti aggregati, ma non indicano le anagrafiche sottostanti e non distinguono tra i soggetti che raggiungeranno i requisiti al termine della mobilità e gli altri. Inoltre, per molti di essi la mobilità è volontaria: pertanto, la fruizione potrebbe essere influenzata dal perimetro della nuova eventuale salvaguardia.
Con riferimento ai lavoratori individuali, si potrebbe ampliare la platea inserendo in modo esplicito anche coloro che hanno ripreso a lavorare in modo saltuario e che maturano la decorrenza entro il 2014. Lo stesso ampliamento potrebbe riguardare i lavoratori cessati individualmente.
Questa nuova platea di lavoratori da salvaguardare è quantificabile, con il margine di errore che le stime necessariamente comportano, in circa 55.000 soggetti, come specificato di seguito (si veda la tabella 2 allegata agli atti). Vi sono 40.000 lavoratori in mobilità ordinaria, a seguito di accordi sindacali stipulati entro il 31 dicembre 2011 e con data di licenziamento successiva al 4 dicembre 2011. Di questi, potrebbero rientrare nello status di salvaguardato coloro che maturano i requisiti per la pensione entro la fine del periodo di mobilità, in coerenza con il precedente decreto. Una verifica dei requisiti contributivi anagrafici individua: 4.700 lavoratori già in mobilità ordinaria; 15.300 lavoratori in cassa integrazione guadagni straordinaria fino a marzo 2012 (ultimo dato disponibile), che si ipotizza passeranno al trattamento di mobilità ordinaria della durata di tre-quattro anni; 20.000 lavoratori, che si prevede saranno posti in mobilità senza il passaggio per la cassa integrazione guadagni straordinaria, stimati sulla base delle numerosità indicate nelle liste degli accordi governativi stipulati tra il 2008 e 2011, a disposizione del Ministero del lavoro e della previdenza sociale. Vi sono poi 1.600 lavoratori del settore finanziario, aventi diritto ad accedere a fondi di solidarietà; 7.400 prosecutori volontari, (con ultimo versamento contributivo volontario), con pensione avente decorrenza nel 2014, secondo i requisiti della precedente normativa; 6.000 lavoratori cessati entro il 31 dicembre 2011 in ragione di accordi individuali e collettivi, con pensione avente decorrenza sempre nel 2014.
Vorrei far notar che, utilizzando come indicatori i dati dell'anagrafe della cassa integrazione straordinaria e stimando i beneficiari di alcuni accordi di mobilità, si intercettano non soltanto gli accordi governativi, ma anche gli eventuali accordi regionali, territoriali o aziendali. Ovviamente, un dato più preciso riferito a questi ultimi richiederebbe un loro censimento presso le sedi che ne hanno visto la firma.
Passando alle ipotesi di soluzione, credo che queste dovranno tener conto delle diverse platee descritte e delle loro rispettive peculiarità, e non necessariamente consistere per tutti in una deroga alla nuova disciplina pensionistica. Occorre anzitutto essere pienamente consapevoli dell'onere che il ripristino dei vecchi requisiti per l'accesso alla pensione di questa nuova platea di lavoratori comporta e della corrispondente sottrazione di risorse rispetto ad altri possibili impieghi, magari egualmente meritevoli di attenzione sotto il profilo sociale. Oneri e coperture dovranno perciò essere attentamente vagliati. La strada che era stata indicata nel decreto milleproroghe di finanziare l'intervento soltanto ricorrendo ad un aumento dell'aliquota contributiva a carico delle imprese, per esempio, determinerebbe un aumento del costo del lavoro, in Italia già strutturalmente troppo elevato, e quindi si porrebbe in contrasto con l'obiettivo di aumentare l'occupazione.
Il Governo si è già ripetutamente espresso manifestando l'intenzione di salvaguardare innanzitutto i lavoratori interessati da accordi collettivi, in specie sottoscritti con l'ausilio dello stesso Governo, attraverso il Ministero del lavoro e quello dello sviluppo, dato che l'approdo alla pensione al termine della mobilità era in questi accordi considerato elemento essenziale per la loro stessa conclusione. Per altre categorie la salvaguardia potrebbe riguardare coloro che maturano il diritto entro il 2014 o che hanno superato una certa soglia di età.
Per quanto riguarda i lavoratori meno anziani, il mix delle soluzioni può muovere dall'estensione del trattamento di disoccupazione a formule di sostegno dell'impiego di queste persone: per esempio, con incentivi contributivi e fiscali nella direzione indicata dallo stesso disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. Non vanno esclusi la partecipazione su base volontaria a lavori di pubblica utilità, che possono essere gestiti dagli enti territoriali, utilizzando loro fondi, né, previo accordo con le parti sociali, l'uso dei fondi interprofessionali.
Da ultimo, sempre nella valutazione del costo collettivo e dell'impatto sul trattamento previdenziale del singolo lavoratore, si potrebbe considerare di ricorrere ad una norma per estendere il contributivo pieno anche per gli uomini - già in vigore per le donne - come opzione di scelta da demandare a lavoratore e azienda.
Si tratta di ipotesi di lavoro su cui il Governo vuole confrontarsi con il Parlamento e con le parti sociali. Confermo pertanto l'esigenza di un confronto serrato con i diversi interlocutori per individuare gli interventi più appropriati, ma anche per istituire una sede permanente di monitoraggio sui dati quantitativi e sulle situazioni di criticità che possano emergere, così da approntare misure tempestive che prevedano anche interventi di ordine finanziario modulati nel tempo.
Vorrei svolgere, in conclusione, alcune considerazioni che vanno oltre la contingenza di cui ci stiamo occupando. La riforma delle pensioni prevede l'allungamento della vita lavorativa dei cittadini di questo Paese, coerentemente con la dinamica della speranza di vita e del miglioramento del benessere e delle condizioni di vita delle famiglie.
La nuova cultura del lavoro deve liberarsi dall'idea che, superati i cinquant'anni, ci si avvicini verso un declino progressivo delle capacità e dell'impegno lavorativo, e che pertanto sia impossibile per un sessantenne trovare un lavoro, anche solo part-time. A tal fine occorre fare funzionare meglio il nostro mercato del lavoro, e in tal senso la riforma, ora in discussione alla Camera, è un tassello fondamentale di questo disegno e della nuova cultura che lo deve accompagnare. Il problema dei lavoratori ultrasessantenni in attività può e deve essere affrontato con interventi articolati che accompagnino questo mutamento di cultura, anche a vantaggio delle imprese e della loro competitività.
Queste prospettive erano già presenti nelle mie considerazioni al varo della riforma pensionistica, dei cui effetti sui rapporti di lavoro e sulla vita lavorativa degli italiani non ero certo ignara. La stessa riforma, infatti, prevede che entro la fine dell'anno sia istituita una Commissione per valutare forme di gradualità nell'accesso al pensionamento. A questi strumenti e soluzioni intendo dedicare il massimo impegno nel corso dei prossimi mesi.
Nel ringraziarvi per l'attenzione, lasciatemi da ultimo evidenziare come da alcune parti si vorrebbe che la traduzione di questi principi in cifre, scaglioni e decorrenze su un arco di numerosi anni venisse quasi magicamente fuori entro pochi giorni. Il Governo e io per prima siamo invece molto impegnati a trovare una soluzione e siamo certi che il Parlamento e le parti sociali non faranno mancare il loro convinto e responsabile sostegno. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, Per il Terzo Polo:ApI-FLI e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.
É iscritta a parlare la senatrice Mauro. Ne ha facoltà.
MAURO (Misto-SGCMT). Signora Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, ci troviamo oggi in quest'Aula a discutere su un tema di cui si è molto dibattuto negli ultimi mesi sulla stampa, ma poco nelle Aule parlamentari.
Come ho già avuto modo di dire durante l'esame della riforma pensionistica nel dicembre scorso... (Brusìo).
PRESIDENTE. Senatrice Mauro, scusi un attimo.
Colleghi, abbiamo ascoltato il Ministro con una certa attenzione. Sarebbe utile continuare con la stessa attenzione anche per il resto del dibattito.
MAURO (Misto-SGCMT). Grazie, signora Presidente.
Quelle norme avrebbero prodotto effetti devastanti per le lavoratrici e i lavoratori del nostro Paese, soprattutto per il considerevole e rapido aumento dell'età pensionabile. Da tale riforma sono state esentate alcune categorie, tra cui i cosiddetti esodati, lavoratori incentivati ad uscire dall'azienda con la prospettiva di poter approdare alla pensione a breve, in un numero certo di anni. In questo caso le leggi precedenti al dicembre 2011 prescrivevano varie formule che li tutelavano.
Il Governo aveva stimato una copertura finanziaria tarata su circa 65.000 lavoratori, come lei ha confermato. Ma anche dalla lettura delle dichiarazioni contrastanti che ancora stamattina, purtroppo, si rincorrevano, ad oggi l'unica cosa di cui si è certi è che si è discusso in assenza di una stima precisa, cosa che invece lei, signora Ministro, ha appena finito di chiarire, in parte. Sicuramente si tratta di molti più soggetti di quanti ne erano stati previsti inizialmente. Non vorrei, però, che il numero dei lavoratori da salvaguardare fosse stato stabilito solo in base alle risorse disponibili e non ai requisiti. E forse bisognerebbe anche approfondire se ci sono delle risorse disponibili oppure se si sta valutando in base ai requisiti. Non si tratta, infatti di una questione di numeri, signora Ministro: stiamo parlando di persone, di famiglie; questi lavoratori di colpo si ritroveranno senza stipendio e senza pensione, e non per pochi mesi o per un anno, ma in alcuni casi addirittura per cinque o sei anni.
Qualche mese fa il Governo aveva assicurato che il decreto, da emanarsi entro il 30 giugno, avrebbe risolto la questione; inoltre, a marzo, nel corso di un'audizione presso il Senato, lei, signora Ministro, aveva dichiarato che i numeri erano superiori a quelli preventivati e che avrebbe cercato di fare un buon monitoraggio della situazione. Non si tratta semplicemente - come da lei dichiarato - di «lavorare con criteri finanziari ispirati all'equità in modo che le soluzioni non penalizzino i più deboli» (questa era una sua dichiarazione): si tratta di trovare una soluzione concreta per tutti i lavoratori coinvolti, che noi condividiamo.
Migliaia di lavoratori si sono fidati delle leggi in vigore nel momento in cui hanno lasciato l'azienda e ora si ritrovano senza stipendio, senza pensione e senza ammortizzatori sociali, perché sono tanti, e lei lo sa perfettamente.
Non basta aver trovato la soluzione per alcune decine di migliaia di esodati. Non si deve dimenticare che, purtroppo, il problema è molto più serio e complesso, rimanendo fuori, ad oggi, una vasta platea di lavoratori senza tutele, che lei ha ben elencato, anche se credo che a quell'elenco manchino ancora dei numeri.
Trovare al più presto una soluzione definitiva che possa garantire a tutti gli esodati un futuro dignitoso è una precisa responsabilità politica a cui il Ministro e l'intero Governo non possono e non devono sottrarsi, soprattutto in questa fase molto delicata per il nostro Paese.
Sarebbe servita una maggiore gradualità nell'entrata a regime della riforma, e questo noi l'avevamo detto in Commissione. Inoltre, purtroppo la vicenda della relazione INPS sul numero reale degli esodati, con le continue smentite e conferme, è stata l'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. La discrepanza delle cifre ed il continuo balletto sul numero esatto dei lavoratori che avevano concordato un percorso verso la pensione sulla base di una normativa previgente e che all'improvviso si sono ritrovati senza tutele ha creato una forte tensione sociale, cosa che lei oggi in parte ha chiarito (però nei giorni passati forse sarebbe stato meglio un intervento tempestivo).
Quello degli esodati è un tema che va affrontato con forte senso di responsabilità. Non si deve giocare con i numeri, e questo Governo tecnico, e tutti gli attori sociali coinvolti devono trovare delle vere soluzioni per tutti. È necessaria trasparenza e certezza, per rispetto delle centinaia di migliaia di famiglie interessate da questa trista vicenda.
È grottesco che tanti, anche in quest'Aula, che oggi criticano il Governo sugli esodati, erano, invece, tra quelli che durante il dibattito sulla riforma pensionistica invitavano il Ministro ad andare avanti celermente, senza ascoltare nessuno. E questo, forse, è stato un errore.
Noi, il senatore Bodega ed io, della componente Siamo Gente Comune Movimento Territoriale del Gruppo Misto, chiediamo chiarezza e certezza, signor Ministro, riguardo al problema degli esodati, auspicando che si trovi presto una soluzione per tutti i lavoratori coinvolti, cosa che lei ha appena finito di affermare.
Sono certa che lei continuerà nel cercare il numero esatto degli esodati, perché non possiamo lasciare migliaia di famiglie senza stipendio e senza pensione, solo perché la legge previgente consentiva a questi lavoratori di fare tale scelta. (Applausi del senatore Bodega).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sacconi. Ne ha facoltà.
SACCONI (PdL). Signora Presidente, signora Ministro, quando, nel contesto di una emergenza rivelatasi poi consuetudine, il Governo ha cancellato ogni transizione nel percorso già disegnato della riforma previdenziale, abbiamo scritto sul «Corriere della Sera» di numeri e persone.
Viviamo un tempo nel quale dobbiamo certamente far di conto per quel bene pubblico primario che è la stabilità, ma dobbiamo anche simulare ogni decisione sulle persone in modo da conciliare, quanto più possibile, la sostenibilità finanziaria con la sostenibilità sociale. Operazione non facile, che impegna il buon riformismo a cercare, con pazienza ed ascolto, soluzioni possibili. Tanto più che, oltre una certa soglia di rigore, da un lato l'instabilità risulta indifferente perché connessa all'insufficienza dei meccanismi europei e, dall'altro, la depressione sociale alimenta il circolo vizioso della recessione economica e dello squilibrio finanziario.
D'altronde, l'azzeramento senza eguali di ogni gradualità nel cambiamento dei requisiti di accesso e calcolo della pensione si giustificò implicitamente anche con il disegno - in linea teorica condivisibile - di modificare la composizione della spesa sociale, spostando risorse dalla previdenza alla protezione sociale. Operazione in corso di realizzazione con la riforma degli ammortizzatori sociali, che tuttavia, nel tempo della grande crisi, sottrae a molti non solo la pensione ma anche l'indennità di mobilità.
Ora il nodo degli esodati rivela il più ampio problema di una significativa area di persone - calcolabili tra 500.000 e 700.000, in base alle serie dei pensionamenti di anzianità - a rischio di povertà perché potrebbero rimanere privi di salario, sussidio, pensione nei prossimi anni. Penso in particolare a donne oggi ultracinquantenni, cui è stata improvvisamente innalzata l'età di pensione di cinque anni, con l'esito di un differenziale di ben dieci anni rispetto al più generoso sistema previdenziale tedesco.
Sono in generale quelli delle transizioni cancellate che affrontano la perdita del lavoro. Per questa ragione, le chiediamo non solo una soluzione contingente per coloro che in buona fede e sulla base della regolazione previdenziale al tempo vigente, hanno accettato di uscire dal rapporto di lavoro in termini volontari, ma una più generale correzione della riforma, senza metterne in discussione la sostenibilità finanziaria.
Le prospetto il contenuto di un nostro prossimo disegno di legge dedicato ad introdurre forme di flessibilità onerosa nei percorsi lavorativi. Mi riferisco, in particolare, a tre ipotesi: una disciplina più equa delle totalizzazioni contributive e dei versamenti volontari, utilizzando anche il trattamento di fine rapporto; una regolazione del riscatto dei periodi di laurea che lo consenta variabile oltre una determinata soglia; infine, la estensione - per arco temporale e per soggetti - della possibilità di pensionamento anticipato a determinati requisiti e sulla base del meno conveniente calcolo contributivo.
Signora Ministro, provveda quindi a salvaguardare i cosiddetti esodati sulla base di accordi collettivi e, sottolineo, individuali, ma consideri anche il tema più generale che le abbiamo proposto. In fondo, correggere sé stessi ed adattare i propri convincimenti alla realtà è solo segno di saggezza. Buon lavoro. (Applausi dal GruppoPdL e dei senatori Leddi e Tedesco).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signora Presidente, signora Ministro, lei oggi riferisce su una vicenda iniziata qualche mese fa ed i cui contorni sono stati deliberatamente occultati dal suo Dicastero.
Siamo al 19 giugno 2012 e la storia degli esodati deve ritenersi tutt'altro che risolta, tanto meno, avviata a soluzione. Anzi non vi è neppure la certezza delle sue proporzioni. Persino sui numeri si ha la sensazione che qualcuno, disinvoltamente, abbia barato. Questo dovrebbe già essere sufficiente a dimostrarne la gravità.
L'ultimo capitolo lo abbiamo visto 1'11 giugno scorso, quando organi di stampa hanno diffuso un documento dell'Istituto nazionale di previdenza sociale secondo cui, in base a calcoli effettuati dall'Istituto stesso, su incarico del Ministero, il numero dei cosiddetti lavoratori esodati ammonterebbe a circa 390.000 unità. Una cifra dunque ben lontana dalle 65.000 unità che, il 12 aprile, un comunicato del Ministero del lavoro aveva annunciato come dato ufficiale.
La cosa che risulta assai grave è che il documento dell'INPS sarebbe stato portato a conoscenza del Ministero da lei retto ben prima dell'emanazione del cosiddetto decreto esodati con il quale si sarebbero dovute stanziare le risorse necessarie alla salvaguardia di tutte le situazioni pendenti.
Lei, signora Ministro, ha replicato limitandosi a dichiarare che la diffusione di questo documento sarebbe stata «grave e irresponsabile», «fatta con dolo» e «per danneggiare il Governo».
Peraltro già ad aprile, mentre il Governo diffondeva le cifre cosiddette ufficiali, il direttore generale dell'INPS, nel corso di un'audizione presso la Commissione lavoro della Camera, dava numeri diversi, descrivendo una situazione, signor Ministro, ben più preoccupante delle sue monotone rassicurazioni.
Come ha sottolineato un autorevole commentatore, se la vicenda degli esodati non fosse un vero e proprio dramma sarebbe una tipica farsa italiana.
Ora, il fatto che l'INPS abbia delle gravissime responsabilità in questa vicenda è innegabile. L'INPS ha avuto il solo torto di non fornire dati e notizie precise fin dal primo momento, ma ha atteso che fosse il Governo ad assumersi le sue responsabilità, che derivano da una riforma delle pensioni varata come un bancomat per fare cassa sulla pelle dei lavoratori.
I comunicati stampa dell'Istituto hanno invece offerto sistematicamente informazioni minime, mentre resta di fatto inapplicata la convenzione, firmata ormai dieci anni fa dall'INPS con le maggiori università italiane, per l'accesso ai dati dell'istituto, che permetterebbe di ridurre quegli errori nel monitoraggio dei flussi verso il pensionamento che hanno dato luogo al problema degli esodati e che permetterebbe una valutazione indipendente degli effetti delle riforme di questi anni.
Lei, Ministro, si è lamentata della fuga di notizie che ha portato alla diffusione dei dati. Strano che fare chiarezza non rientri nei doveri di trasparenza di un Ministro della Repubblica. Ebbene, signora Ministro, io le dico che il problema è esattamente l'opposto. Più che una fuga di notizie, c'è stata per mesi una gravissima e inspiegabile assenza di notizie: nessuno ha reso pubblici i dati sui lavoratori a vario titolo coinvolti in processi di ristrutturazione che prevedevano un pensionamento anticipato.
Se qualcuno lo avesse fatto per tempo, i limiti della pur doverosa riforma delle pensioni, varata a novembre, sarebbero emersi in tutta la loro rilevanza, sollecitando soluzioni che tenessero conto non solo degli incentivi ai lavoratori ad andare in pensione, ma anche delle scelte dei datori di lavoro: altro che lacrime, qui ci troviamo dinanzi ad un dramma collettivo.
Com'è noto, invece, il Governo all'inizio ha semplicemente ignorato il problema, poi ha fortemente sottostimato il vero numero di lavoratori coinvolti. In più occasioni, all'indomani del varo del decreto salva Italia, lei, signor Ministro, aveva ribadito che nessuno dei lavoratori in mobilità alla data del 31 dicembre 2011 sarebbe rimasto senza copertura reddituale, perché le risorse indicate erano sufficienti per garantirli tutti. Ciniche bugie o, semplicemente, superficiale valutazione del fenomeno? Ora invece il Governo si trova a dover reperire - faticosamente, direi - le risorse per finanziare ammortizzatori sociali che, presumibilmente, costeranno più delle pensioni di anzianità che avrebbero dovuto essere erogate a questi lavoratori.
Eppure gli allarmi si erano avuti per tempo: già all'inizio del 2012 i sindacati avevano avvertito che i lavoratori che a seguito della riforma pensionistica si sarebbero ritrovati privi di qualunque reddito per almeno cinque anni erano non meno di 350.000, non le poche migliaia di cui in un primo tempo il Governo aveva parlato. Successivamente, in sede di conversione del decreto milleproroghe, il Governo aveva annunciato la presentazione di misure volte ad individuare ulteriori risorse, al fine di risolvere il problema degli esodati, il cui numero, secondo i dati ufficiali dello stesso Governo, si sarebbe aggirato intorno alle 75.000 unità.
Anche in questa occasione, lei, signor Ministro, teneva un comportamento assolutamente censurabile: da un lato, infatti, negava l'attendibilità dei dati diffusi dalle organizzazioni sindacali; dall'altro, smentendo quanto precedentemente annunciato, dichiarava che la risoluzione del problema sarebbe stata rimandata alla presentazione di uno specifico provvedimento entro il 30 giugno 2012. E questo è solo un episodio di una gestione complessivamente inadeguata del problema dei lavoratori esodati, gestione che si è caratterizzata per incertezze e mancanza di trasparenza, che si sono tradotte in una serie di atti e dichiarazioni assai discutibili o quantomeno imprudenti per un membro del Governo.
Ad aprile, come già detto, dopo un vergognoso balletto di cifre durato per settimane, il Ministero del lavoro annunciava trionfalmente la cifra ufficiale degli esodati, ossia 65.000 unità, e dichiarava: «(...) l'importo finanziario individuato dalla riforma delle pensioni (...) è adeguato (...), senza dover ricorrere a risorse aggiuntive». Adesso, attraverso i dati dell'INPS, si è invece scoperta la verità. E la verità è drammatica: le persone coinvolte da questo mancato sostegno in termini sia di reddito che di pensione sono quasi 400.000. (Brusìo. Richiami del Presidente). Ma il Ministro, invece di prenderne atto, non trova niente di meglio da fare che attaccare l'INPS (un ente che dovrebbe essere sottoposto alla sua vigilanza), spingendosi addirittura a dire che se l'Istituto fosse un'azienda privata, chi ha fatto uscire quel dato sarebbe stato già licenziato. Ma in una normale democrazia, lei, Ministro, sarebbe stata scaricata dal Presidente del Consiglio e dalla variopinta maggioranza che lo sostiene.
No, signor Ministro, non è questo il modo di affrontare una vicenda che trova il Governo in una posizione indifendibile sotto qualunque punto di vista. Si possono fare tutte le riforme possibili (e certamente anche sul fronte delle pensioni era necessario intervenire), ma è altrettanto certo che cambiando le regole in corsa non si possono lasciare tante persone, centinaia di migliaia, senza niente: senza stipendio, senza pensione, senza la speranza di un futuro.
Questo è un problema che andava certamente individuato prima del varo del decreto salva Italia. E comunque, una volta accortisi dell'errore, il problema andava immediatamente risolto, qualunque fosse l'onere per le casse dello Stato. Ciò non è avvenuto e ora il nodo degli esodati, anziché essere sciolto, continua ad aggrovigliarsi sempre di più.
A questo punto, signor Ministro, non si può più risolvere tutto con qualche dichiarazione stizzita contro questo o quello. Per governare il nostro Paese in una situazione di crisi così vasta servono concretezza, equilibrio, competenza e rispetto degli italiani.
Lei non può più mettere la testa sotto la sabbia per non vedere il problema. Il problema c'è. La democrazia non si fa ingannare: gli italiani devono sapere quali problemi scaturiscono da una legislazione mal congegnata e fondata evidentemente solo su mere esigenze di bilancio e sul suggerimento, o imposizione, che poteri ben determinati le hanno recapitato.
In conclusione, signor Ministro, a giudizio dell'Italia dei Valori, da tutta questa vicenda appare evidente la sua inadeguatezza a farsi carico di uno dei più gravi problemi sociali del momento e per questo motivo il mio Gruppo ha presentato una mozione di sfiducia nei suoi confronti, che quale forza di opposizione chiediamo di inserire immediatamente in calendario. Vedremo allora chi fa gli interessi dei lavoratori e chi, come suol dirsi, è amico del giaguaro.
A questo punto le chiacchiere, le false promesse devono finire. L'Italia dei Valori non vuole più parole ma fatti: a cominciare dalle sue dimissioni. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Luca Cristina. Ne ha facoltà.
DE LUCA Cristina (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, signora Ministro, onorevoli colleghi, innanzitutto desidero ringraziare il Ministro per l'informativa puntuale che ha voluto darci, che ci rasserena rispetto al clima di questi giorni. Infatti, la vicenda che investe gli esodati è un tema estremamente delicato che, per il rimbalzo di numeri e di informazioni, ha evidenziato tutta la sua urgenza e drammaticità.
Non ha aiutato e non aiuta, in un momento delicato per il Paese dove la preoccupazione per il proprio futuro è la cifra dominante negli italiani, assistere a questa incertezza che rischia di provocare soltanto tensioni, così come testimoniano i vari episodi che si sono susseguiti in alcune parti di Italia a cominciare da Roma.
La rilevanza della questione era nella massima evidenza del Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI già nel corso dell'esame della riforma del mercato del lavoro, quando in Commissione ed in Aula se ne delineava l'urgenza. In quelle sedi abbiamo sottolineato con forza la necessità di porre attenzione alle condizioni di disagio dei lavoratori e delle lavoratrici, di tutti, senza distinzione alcuna, che a seguito dell'entrata in vigore della riforma delle pensioni del 2011 sono privi di reddito o di altre forme di sostegno al reddito o di trattamenti pensionistici.
Con l'intenzione di segnalare l'importanza del tema e la necessità di agire con urgenza tutti i membri della Commissione - desidero ricordarlo - hanno firmato un ordine del giorno che sollecitava il Governo ad affrontare rapidamente e con chiarezza la questione.
Ci rendiamo perfettamente conto che l'individuazione della platea dei soggetti interessati è un'operazione complessa perché sotto questa dizione - e ce lo ricordava molto bene il Ministro - rientrano categorie di lavoratori con situazioni di partenza molto differenti. Ma se ad essere coinvolti sono uomini, donne, e quindi le loro famiglie, occorre bandire fughe in avanti sui numeri, che sono dannose e generano soltanto incertezze.
Le informazioni discordanti di questi giorni hanno creato ansie e nuove paure nell'opinione pubblica, già preoccupata per gli effetti inesorabili ed implacabili della recessione, che è in corso, e che ci accompagnerà per tutto il 2013, come rilevano gli osservatori internazionali più autorevoli.
Il balletto delle cifre e delle fonti cui abbiamo assistito nelle ultime settimane non aiuta. Non aiuta perché amplifica i toni della polemica politica, già aspri, e soprattutto distoglie Governo e Parlamento dall'unico impegno che dovrebbe vederli impegnati in prima linea: progettare la crescita per portare l'Italia fuori dalle secche della recessione. È anche rischioso perché avvilisce i soggetti interessati e genera sfiducia nell'operato del Governo da parte dell'opinione pubblica.
Pur comprendendo la complessità di definire i numeri, il disallineamento sulle cifre degli esodati che viene dall'INPS, ente vigilato dal Ministero del lavoro, non ha certo giovato alla necessità di un coordinamento responsabile su una materia delicata, con buona pace dei criteri in base ai quali i dati sono stati elaborati e, forse, delle procedure informative che dovrebbero governare i rapporti tra Ministero ed INPS.
Occorre perciò mettere un punto fermo e ci sembra che quanto oggi è stato detto in Aula sia un primo importante passo in avanti. Noi come Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI lo avevamo già chiesto a chiare lettere nel corso del dibattito in Senato sulla riforma del lavoro. Lo ribadiamo oggi con forza, con quella forza che viene dalla drammatica urgenza di intervenire.
Si tratta certamente di un problema tecnico e per questa via chiediamo che siano esattamente individuate le categorie che compongono la platea dei soggetti interessati, perché dietro le parole «esodati», «cessati», «prosecutori volontari» ci sono storie, travagli personali, c'è la dignità da salvaguardare di gente che ora si sente abbandonata; chiediamo che siano indicati e spiegati con chiarezza i criteri adottati per l'individuazione dei soggetti interessati, rispettando criteri di equità, in considerazione della vigenza del periodo transitorio tra la vecchia e la nuova norma sulle pensioni; chiediamo, infine, che siano indicati la tempistica degli interventi e l'ammontare delle risorse che complessivamente saranno destinate. In proposito desideriamo sottolineare che le politiche di bilancio non debbono e non possono essere un alibi per non affrontare in maniera equilibrata questo problema.
Siamo consapevoli che le soluzioni non sono agevoli per la complessità della materia. Tanto meno, però, è pensabile rimandare o dilazionare gli interventi perché vincolati dalla pressione delle politiche di rigore sui conti pubblici.
Siamo fiduciosi delle aperture responsabili del presidente Monti e di quanto lei, Ministro, ci ha detto oggi e delle piste di lavoro che ci ha indicato.
Per la soluzione delle posizioni da tutelare e per la complessità della materia, chiediamo a lei e al Governo di convocare subito un tavolo tecnico con le parti sociali per condividere modi, tempi e risorse per la risoluzione del problema. In tal senso apprezziamo la sua proposta di un tavolo permanente.
Chiediamo che la soluzione adottata sia oggetto di una informazione chiara al Paese. Riteniamo che un messaggio di questo tipo sia importante per allentare l'ansia e la preoccupazione, purtroppo spesso alimentate e fomentate da un sistema mediatico distorto che semplifica alcune complessità.
Abbiamo bisogno di dare un segnale forte alla gente che lo Stato c'è e che le scelte che si stanno facendo, pur quanto difficili, sono per il bene di tutti. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Alia. Ne ha facoltà.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, signora Ministro, abbiamo molto apprezzato la sua informativa su questo tema, che ovviamente investe questioni sociali molto forti nel nostro Paese, soprattutto quando il Governo si è visto costretto, in poco tempo, a dover affrontare due temi molto controversi. Mi riferisco alla riforma delle pensioni e a quella del mercato del lavoro, temi che, se fossero stati affrontati per tempo, probabilmente ci avrebbero anche consentito di discutere del nostro sistema di welfare in termini più sereni e civili, anche nei confronti del Governo.
Dico questo perché è chiaro che dobbiamo distinguere il tema della riforma delle pensioni (e quindi dell'aver rimesso in equilibrio in due settimane i conti previdenziali senza scaricarli sul debito pubblico o sulle giovani generazioni) dal tema delle platee di soggetti che rischiano, dall'interpretazione e applicazione del regime transitorio o del nuovo regime pensionistico, di essere ingiustamente esclusi da ogni forma di salvaguardia. Dal nostro punto di vista, significa non solo e non necessariamente la tutela pensionistica come principio irremovibile, ma anche reinserimento nel mondo del lavoro. Tra le categorie dei cosiddetti esodati ci sono, infatti, generazioni di cinquantenni che vorrebbero avere verosimilmente un'altra opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e non essere costretti a pietire una forma di tutela o di assistenza indiretta.
Certo, come lei stessa ha ricordato, signora Ministro, questo richiede tempi lunghi, dato che deve cambiare un sistema. Ma ci riferiamo a persone, a condizioni sociali particolarmente drammatiche, ad accordi nazionali (posso citare il caso, che lei conosce benissimo, dei lavoratori di Termini Imerese, ma come questi ce ne sono tanti altri), a realtà concrete vissute da persone che, indipendentemente dalla propria volontà, si trovano in condizioni di cui noi tutti dobbiamo farci carico e subito.
Credo che il suo intervento, attraverso cui ha dato una spiegazione di ciò che con profonda apprensione abbiamo letto sulla stampa (e credo che anche lei si sia trovata nella stessa condizione), sia stato onesto. Non possiamo immaginare che un tema così delicato possa essere utilizzato come grimaldello per mettere in discussione una riforma delle pensioni che è servita a garantire credibilità, a livello internazionale, al nostro Paese e una riforma del mercato del lavoro che può suscitare dissensi, ma che inevitabilmente deve essere approvata nei tempi indicati dal Governo.
Oltre all'impegno che lei ha oggi assunto formalmente in Parlamento, le chiediamo di tenerci al corrente su ciò che avverrà in merito alle questioni che sono sul tappeto e di considerare il tavolo permanente a cui faceva riferimento e il rapporto con il sindacato come una risorsa, soprattutto in questo momento, in cui, probabilmente, una parte di questa platea - come lei stessa ha ammesso - è di difficile ricognizione perché riflette una fitta rete di accordi locali o di normative di settore specifiche che sfuggono ad un censimento, ad una ricognizione rapida e che, invece, necessiterebbero di tempo e di approfondimento. Quindi solleviamo un'obiezione in merito al metodo di lavoro.
Invito quindi a collaborare, per quanto possibile, con i sindacati, senza che nessuno ne approfitti, ad utilizzarli come metro per aiutare la comprensione del problema e a stemperare tensioni sociali (su questo tema oggettivamente inevitabili, dato che stiamo discutendo del pane della gente) cercando di fare maggiore chiarezza possibile rispetto alle categorie di soggetti interessati, perché al riguardo il principio della equità, che lei ha richiamato, è fondamentale. Un conto infatti è tutelare i soggetti che in buona fede, o perché costretti da una particolare condizione, si sono trovati a dover accedere ad una sistema e poi, per una legislazione sopravvenuta, si trovano ad essere totalmente privati di un ruolo nella società, altra cosa è pensare ad altre misure.
La questione di cui stiamo discutendo, che certamente ha una serie di profili di carattere economico, dal nostro punto di vista è una questione sociale e morale. Dobbiamo dare una risposta per rendere più credibile lo sforzo che il Governo sta facendo su queste materie, sforzo che in passato, con grande difficoltà, si è fatto e non si è fatto. Per renderlo più credibile, dobbiamo compiere uno sforzo in più dal punto di vista della comunicazione, degli interventi che pensiamo di mettere in campo e della collaborazione, fondamentale, con le parti sociali.
Con queste considerazioni, noi prendiamo atto del suo intervento, lo apprezziamo e la ringraziamo. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e del senatore Sangalli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signora Ministro, mi verrebbe da dire, dopo aver sentito l'intervento del Ministro: «Benvenuta in politica!». Quello degli esodati è infatti il tipico problema che va affrontato calandosi nella realtà della politica, e non certo, come lei ha detto all'inizio del suo intervento, in termini concettuali, numerici, con elementi economici, etici e giuridici. Questa, purtroppo, è la differenza che c'è fra un progetto accademico e la realtà.
Lei ha fatto parte di un centro accademico di ricerca sulle pensioni molto importante. In quel centro quella riforma accademica andava benissimo, ma quando è stata calata nella realtà, sulla pelle e sulla carne dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese, sono iniziati i problemi seri, perché stiamo parlando di tante famiglie che, da un giorno all'altro, si trovano senza un lavoro e senza una pensione.
Dire che lo avevamo detto è troppo facile, ma è proprio così. Se c'era e c'è una forza politica che nel dicembre 2011 aveva avvertito il Parlamento e quest'Aula in particolare che c'era il forte rischio che si determinasse una situazione di tensione sociale dovuta alla creazione di una platea di soggetti, di lavoratori a rischio di non ricevere più un trattamento previdenziale, era proprio la Lega Nord. Lo ha fatto in tempi non sospetti, a differenza di qualche partito dell'attuale, anomala, maggioranza, che solo ora si sveglia additando il Ministro come responsabile dell'incompetenza nell'affrontare e risolvere questo problema.
Anche qui va chiarito un fatto, signora Ministro. La questione nasce pochi giorni fa dalla notizia fornita dall'ANSA l'11 giugno, secondo cui esiste una relazione dell'INPS che riporta tecnicamente i dati relativi al numero degli esodati. La sua reazione o la reazione dei suoi collaboratori - di qui l'invito a cambiare i collaboratori del suo ufficio stampa - è stata molto forte. La prima reazione è stata quella di dire che quel documento dell'INPS è un documento interno e come tale segreto; la seconda - leggo testualmente - è stata quella di dire che quel documento contiene valutazioni non corredate da motivazioni di dettaglio.
Questo documento arriva a noi e nelle mani di molte persone perché innanzitutto non è un documento interno all'Istituto, ma un documento protocollato, con tanto di protocollo pubblico dell'INPS, indirizzato alla professoressa Laura Piatti, capo della segreteria tecnica del Ministro del lavoro. Quindi, per prima cosa, signora Ministro, dire che questo è un documento interno è una falsità: si tratta di un documento pubblico che ha un protocollo pubblico dell'INPS e che è indirizzato al capo della segreteria tecnica del Ministro del lavoro. Quindi, il semplice esercizio del diritto di accesso agli atti avrebbe consentito a qualsiasi persona di ottenere copia di questa relazione tutt'altro che segreta.
La seconda accusa che il Ministro del lavoro rivolge all'INPS è che questo documento conterrebbe delle cifre superficiali, non corredate da motivazioni di dettaglio. Ebbene, si tratta di 10 pagine di tabelline e di spiegazioni molto dettagliate dal punto di vista tecnico e previdenziale che ovviamente non intendo illustrare una per una. Certamente si può dire tutto di questa relazione, ma non che sia carente sotto il profilo tecnico.
Il problema degli esodati, come è stato rilevato, nasce con questa riforma delle pensioni, con la quale si è scelto di fare cassa sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, di abolire le pensioni di anzianità e di rinviare nel tempo le pensioni di vecchiaia, sempre più leggere ed evanescenti. E lo si è fatto - qui sta il vizio di origine di quella riforma che ha creato oggi il problema degli esodati e che creerà ulteriori problemi nel futuro - dall'oggi al domani, con un passaggio da un regime previdenziale a un altro nell'arco di una giornata, senza nessuna fase transitoria. E i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese avevano pianificato la loro vita avendo certezza delle regole con cui la loro ricchezza previdenziale sarebbe stata poi trasformata in una rendita previdenziale.
Questa riforma dall'oggi al domani cancella questa pianificazione, questi progetti di vita. Ecco dove torna la politica, a differenza della tecnica. La tecnica può anche disinteressarsi dei progetti di vita, può anche pensare che 400.000-500.000 persone siano un problema numerico. La politica purtroppo ha il compito di guardare uno per uno questi lavoratori e queste lavoratrici a dare a ognuno di questi una risposta seria, non come quelle che abbiamo ascoltato in quest'Aula, signora Ministro. Lei ha concluso il suo intervento, dopo averci esposto alcune cifre, che ci ripromettiamo di analizzare con maggior attenzione, con alcune proposte, che francamente sono abbastanza fragili. Quando si dice che dobbiamo individuare interventi appropriati con le parti sociali, replico che ne stiamo parlando da sei mesi. Io credo che uno Stato democratico e civile dopo sei mesi sia in grado anche di affrontare questo problema. La stessa determinazione con la quale il Governo Monti ha affrontato il problema della riforma delle pensioni poteva porla anche nel risolvere il problema degli esodati.
Ma quello è un problema numerico, dice il Ministro, e quindi occorre istituire una sede di monitoraggio dei dati numerici. Alla faccia! Dopo sei mesi la istituiamo? Pensavamo che con il super-INPS, con la fusione dei grandi istituti previdenziali e la nascita dell'istituto previdenziale più importante d'Europa, le banche dati, grazie alle nuove tecnologie, fossero in grado di darci con un clic la soluzione. Così non è. Ed il Ministro ci dice oggi, in maniera molto candida, che occorre istituire una sede di monitoraggio dei dati numerici.
E poi conclude dicendo che però, alla fine, in un articolo della riforma si prevede una commissione che studierà forme di gradualità nell'accesso al pensionamento, il che denota un riconoscimento implicito da parte della sua stessa autrice, il Ministro del lavoro, di quel vizio d'origine, cioè la mancanza di gradualità nell'applicazione di questa riforma previdenziale, con l'ammissione che forse, proprio in quella sede, si dovrebbe cercare di attenuare il rigore con cui questa riforma è stata calata sulla pelle e sul sangue dei lavoratori e delle lavoratrici.
Signora Ministro, non si preoccupi: abbiamo presentato una mozione di sfiducia assieme ad altre forze d'opposizione, e le diciamo di applicare il metodo Polillo (possiamo così definirlo, visto che secondo il sottosegretario Polillo bisogna tagliare le ferie per avere un incremento del prodotto interno lordo). Prenda quindi - è questo il nostro auspicio - un periodo di ferie molto lungo, fino al marzo 2013, in modo da avere un incremento del PIL e magari trovare una soluzione al problema degli esodati. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signora Presidente, cercherò di essere breve, con una considerazione preliminare. Credo che la comunicazione del Ministro sia importante a questo punto, anche se francamente vi era l'attesa di un riferimento esaustivo rispetto a questa vicenda, mentre invece ci troviamo oggettivamente di fronte ad una fase interlocutoria, ad una sorta di work in progress, come il Ministro sostanzialmente ha cercato di evidenziare. A mio avviso, il problema è duplice: da una parte il tema della riforma previdenziale priva di gradualità non poteva che determinare problemi di assestamento, una sorta di valutazione di impatto sociale che non ha accompagnato la riforma, o almeno lo ha fatto in una dimensione che oggettivamente era a sua volta sottodimensionata. Immaginare che fossero soltanto 65.000 i lavoratori da tutelare era francamente una previsione chiaramente sottostimata e sottovalutata.
Che cosa è mancato e manca, signor Ministro, se mi permette di dirlo in termini chiari e rapidissimi? Il messaggio che deve arrivare a tutte le persone coinvolte, siano 100, 1000 o 10.000, è che il Governo si fa carico di un problema: nessuno deve restare senza sostegno al reddito nella fase in cui una riforma determina dei meccanismi che non garantiscono il passaggio dal salario, attraverso gli ammortizzatori sociali, alla pensione. Bisogna affrontare la questione degli esodati come se si trattasse di un bacino che si è determinato a seguito della riforma e per l'intreccio tra gli accordi, le vicende volontarie, e l'insieme delle variegate motivazioni esistenti, cercando di utilizzare virtuosamente, paradossalmente, questa circostanza per cercare di governare questo bacino.
Ma bisogna dare garanzie, dare fiducia. Non è un problema quantitativo. Nessuno può indicare il numero preciso di queste persone, ma certo tutte devono sapere che vi è un Governo che si prende carico di una questione che non è nella responsabilità dei soggetti interessati, che si trovano in una condizione di palese incertezza. E può diventare una questione virtuosa perché con il metodo che lei ha prefigurato in questo intervento, si possono sperimentare politiche di invecchiamento attivo su questa platea di esodati. Ma, al di là di un dato oggettivo, è evidente che quando l'INPS dà un numero di quelle dimensioni, esso va sostanzialmente letto, interpretato e posizionato anche dal punto di vista temporale, oltre che della diversità delle motivazioni.
Ma, ciò detto, è altrettanto chiaro che dire che sono 55.000 coloro che sono da tutelare è ancora troppo poco. In ogni caso, però, sarei in contraddizione con me stesso se facessi il gioco dei numeri e non - invece - il gioco del messaggio chiaro alle persone: il Governo si fa carico del problema in maniera attiva e non in maniera assistita ed assistenziale, nel senso che ogni qualvolta si presentano dei problemi, si governano e si affrontano, trovando le soluzioni. Non si può parlare di questioni finanziarie a persone che hanno diritto a non vedere interrotta la filiera del reddito (quindi del salario, degli ammortizzatori, del sostegno al reddito e della pensione). Bisogna farsi carico di ciò, e credo che, se si dà un messaggio di fiducia in tal senso, vi siano le condizioni positive per governare virtuosamente questo processo ed evitare di produrre ancora insicurezza, incertezza e senso di sfiducia.
Mi avvio a concludere, aggiungendo una notazione. Bisogna attenzionare in particolare quei processi di riconversione che oggi sono all'attenzione del Ministero dello sviluppo economico, perché - insisto nel dire - è proprio in quel caso che occorrono le certezze. L'elemento dell'esodo diventa infatti fondamentale ai fini dell'attrattività e della possibilità di ricostruire un tessuto produttivo, nonché di determinare le condizioni perché vi siano alcune riconversioni, in particolare in alcuni settori. Faccio un esempio eloquente, proprio di questi giorni. Con riferimento alla vertenza Irisbus, che interessa un po' tutti, da Bersani ai rappresentanti del PDL, se si danno certezze rispetto al pacchetto relativo agli esodati, si costruiscono le condizioni perché il mix tra piano trasporti ed esodati determini le condizioni per una riconversione produttiva del sito.
Occorrono interventi mirati: bisogna, cioè, governare i processi. Credo che ciò si possa fare, partendo dalle considerazioni e dalle valutazioni (dico interlocutorie, con tutto il rispetto che associo a questa definizione) che inevitabilmente lei ha portato all'attenzione del Senato. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Latorre. Ne ha facoltà.
LATORRE (PD). Signora Presidente, signora Ministro, onorevoli colleghi, converrete con noi che questa sua comunicazione e il dibattito che stiamo svolgendo in Aula erano necessari e non più rinviabili: un passaggio imposto dalla dimensione e dalla natura del problema e confermato, peraltro, dalle considerazioni che lei qui ha svolto.
Tra l'altro, quelle che stiamo vivendo sono ore decisive per il destino del nostro Paese e, con esso, di tutta l'Europa: tra il G20 e il Vertice europeo del 28 giugno si assumeranno decisioni che segneranno in maniera indelebile il futuro delle nostre economie e società.
È in questo quadro che siamo qui oggi a discutere del destino di migliaia di persone all'indomani della riforma delle pensioni. Ci sono alcune parole chiave che in questi mesi hanno scandito il dibattito pubblico. Tra queste ce ne è una particolarmente brutta, con cui stiamo familiarizzando: mi riferisco alla parola esodati. Si tratta di un termine orribile che, in un primo momento, proprio per la sua etimologia, sembrerebbe evocare un concetto di mobilità, ma che, in realtà, identifica migliaia di famiglie che sono rimaste inchiodate ad una condizione di assoluto disagio: mi riferisco a quelle tante persone che hanno perso il lavoro contando di poter accedere in breve al trattamento pensionistico e che - invece - hanno visto allungarsi il periodo di attesa. Così sono rimaste tutte confinate in una terra di nessuno e inchiodate al loro disagio, senza ricevere né la pensione, né la retribuzione: un vero e proprio dramma sociale.
Intendiamoci: dopo anni di non scelte, di rinvii e anche di non governo, si sono dovute assumere decisioni forti ed urgenti per evitare che il nostro Paese precipitasse nel baratro di un collasso irrimediabile; misure il cui impatto sociale era prevedibilmente problematico. Era dunque inevitabile, come lei stessa ci ha ricordato, porre il problema di una stabilizzazione finanziaria del sistema e di un ribilanciamento del rapporto tra le generazioni, pensando alla tutela dei più giovani.
Ma già a suo tempo il Partito Democratico insisteva sulla necessità di gestire la transizione dal vecchio al nuovo sistema, senza quelle forzature che poi hanno prodotto la situazione attuale, alle cui conseguenze bisogna immediatamente porre rimedio per fondamentali ragioni di giustizia sociale. Sia chiaro, non si tratta di cambiare la riforma previdenziale, come traspare in alcune riflessioni, anche critiche, che abbiamo ascoltato: ora è il tempo di agire per tutelare migliaia di lavoratori. Le incongruenze prodotte dalla realizzazione di questo nuovo sistema devono essere corrette, a partire dallo stesso approccio con il problema. Noi siamo tutti attenti alle compatibilità finanziarie, ma non si può partire dalla disponibilità finanziaria per misurarsi con la questione; semmai si deve partire dal problema, dalla sua natura, per dimensionarne l'entità, stabilirne il fabbisogno finanziario e dunque programmarne la soluzione. Il punto allora è di ristabilire il sacrosanto principio di giustizia sociale.
Lo stesso valzer dei numeri al quale abbiamo assistito, oltre che apparire un pessimo esercizio, è proprio la conseguenza di questo approccio sbagliato. Quando dietro quelle cifre ci sono storie di lavoratori disperati, di famiglie distrutte, che aspettano da noi una soluzione, il rimpallo delle responsabilità e il rincorrersi dei numeri non ci appassiona.
Qui vale la pena di mettere in chiaro un punto: il percorso della riforma delle pensioni non può che essere saldamente in capo al Governo, in rapporto con il Parlamento, in ogni sua fase di attuazione o di modifica. In materia così sensibile per le conseguenze sociali non può accadere che altri possano intervenire in sede di elaborazione tecnica o in sede applicativa, dando luogo a interpretazioni diverse rispetto ai contenuti definiti in sede politica e legislativa. La comunicazione che lei ci ha fatto qui questo pomeriggio, signora Ministro, è sicuramente un importante passo in avanti rispetto a frettolose affermazioni e inopportune repliche prive di corrette descrizioni.
L'aver definito oggi con più precisione, andando anche ben oltre i termini contenuti sia nel cosiddetto decreto salva-Italia che nelle modifiche intervenute con il cosiddetto milleproroghe, la platea dei lavoratori per i quali si rende necessario un provvedimento urgente, anche nella forma di un decreto-legge, lo consideriamo un fatto importante. È chiaro che, oltre a quei lavoratori per i quali in virtù degli accordi sottoscritti era previsto l'accesso al trattamento pensionistico prima della riforma, occorreva considerare anche coloro i quali, sempre in virtù degli accordi sottoscritti, non erano già salvaguardati ma erano in uscita; potrei fare tanti esempi, a cominciare dagli operai di Termini Imerese.
Ancora, è altrettanto importante l'impegno qui assunto riferito a quei lavoratori che hanno ritenuto, sempre alla luce del vecchio sistema, di procedere nel contesto di licenziamenti individuali e di proseguire sulla base di una contribuzione volontaria, ma per i quali vale la pena considerare con serietà la possibilità di salvaguardarli; naturalmente mi riferisco a quelli che andrebbero in pensione entro il 2014 (e riteniamo di poter valutare, in sede di definizione dei termini, anche il 2015). Per tutti questi lavoratori, lo ripeto, signora Ministro, si proceda subito.
Rimane inoltre aperta una questione altrettanto cruciale, quella che riguarda i lavoratori cosiddetti più anziani, che vedono spostarsi sensibilmente l'accesso alla pensione e che non possono essere abbandonati a se stessi. Per costoro siamo d'accordo: si tratta di dotarsi subito degli strumenti adatti a gestire questa fase, con la formazione, l'uso del part-time, l'individuazione di nuovi settori di lavoro e con una responsabilizzazione delle aziende.
Vorrei però solo aggiungere, signora Ministro, che in questo quadro tutti gli strumenti che affrontano il tema devono essere ispirati ad un principio di uguaglianza tra pubblico e privato, e all'interno dei singoli settori. È un impegno che richiederà la paziente ma indispensabile ricerca di un nuovo patto sociale e di un tavolo Governo‑sindacati, dove gestire un processo così complesso e così significativo anche per le sue proporzioni. Lei parlava di una sede permanente di monitoraggio; noi riteniamo che quella sede possa e debba essere questo tavolo permanente tra il Governo e le parti sociali.
Vede, signora Ministro, il tema cruciale è la capacità del Paese di rispondere con coesione alla sfida della crisi e della competitività, e la partecipazione alle scelte, l'assunzione di responsabilità, anche dei sindacati, è una condizione per realizzare questi obiettivi.
La storia ci ha insegnato che la coesione sociale non indica solo un grado di civiltà e di democrazia, ma è anche un fattore di produttività e di crescita. È con questo spirito che riteniamo si possa affrontare, e seriamente, anche questo problema. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signora Ministro, colleghi, credo che il suo intervento odierno abbia confermato che il problema c'era, è consistente e dovrà essere affrontato con urgenza e con gli approfondimenti necessari. Il Gruppo del Popolo della Libertà ritiene pregiudiziale individuare soluzioni chiare e trasparenti a questa problematica per tutti i passaggi supplementari che nelle prossime ore e nei prossimi giorni il Parlamento dovrà affrontare.
Nei giorni scorsi, Ministro, lei ha fatto una serie di affermazioni, ha dato un po' di numeri; mi chiedo cosa sarebbe successo ad un non tecnico, ad un politico, se avesse affrontato, nel modo con cui l'ha affrontato questo Governo, un tema così delicato, che riguarda la vita e la sofferenza di migliaia e migliaia di persone. Non abbiamo quindi esitato ad apprezzare la disponibilità ad un immediato confronto parlamentare, che ci ha consentito oggi di apprendere una serie di cifre, di elementi, di dati e propositi, che approfondiremo, signora Ministro. Prima anche il senatore Sacconi ha dimostrato come non ci sia solo la platea degli esodati o salvaguardati, come ora vengono ribattezzati, ma come le problematiche siano molto ampie, e tutte le riforme previdenziali - confermiamo e rivendichiamo la necessità di una riforma delle pensioni - comportano difficoltà nella transizione.
Ricordo che alcune legislature fa il Governo di centrodestra fece una riforma che introduceva il cosiddetto scalone; poi arrivò un Governo di sinistra che destrutturò quella riforma, scaricando enormi costi, per quella scelta errata del Governo Prodi, sulle casse pubbliche, ma si discuteva appunto delle transizioni.
Riteniamo dunque ci sia stata approssimazione e scarsa attenzione anche alle ragioni del Parlamento, che molti dei nostri senatori avevano esposto con uno spirito di grande collaborazione, signora Ministro. È stata superiore la generosità del nostro Gruppo verso il Governo rispetto alla competenza del Governo nell'utilizzare il nostro apporto. Lo vorrei sottolineare con chiarezza, e lo dico anche alla luce delle decisioni che si dovranno prendere.
Lei sa benissimo che in questo ramo del Parlamento la riforma del lavoro è stata approvata; ora lei ha a che fare con l'altro ramo del Parlamento, e mentre parliamo si succedono le dichiarazioni, come quella del Presidente di Confindustria, che ha definito la legge una «boiata», ma che tuttavia la ritiene necessaria. Siamo sempre sull'orlo di questo cratere della necessità di approvare una serie di misure, della necessità e dell'urgenza di misure concordate in Europa, nel G8, nel G20. E noi abbiamo offerto con generosità il nostro consenso, ma ci chiediamo quali saranno le soluzioni. Il discorso è di natura mondiale, planetaria, ma intanto facciamo la nostra parte. Abbiamo dato con generosità, soprattutto qui al Senato, consenso alla riforma delle pensioni, così come alla riforma del mercato del lavoro, denunciandone però limiti e problemi. Esigiamo delle soluzioni. Studieremo i numeri e i dati che lei ci ha riportato.
Ci è sembrata improvvida la polemica che ha visto scaricare sull'INPS, o non si sa su chi, le responsabilità: i numeri vanno analizzati, e non vanno criminalizzati. C'è stata arroganza nell'affrontare, in molti tratti, questo dibattito. Ripeto: c'è una necessità di un confronto sociale, sindacale, che noi abbiamo praticato, quando siamo stati al Governo. E allora, pur accettando tutte le critiche alla politica, questa ha la consapevolezza del confronto sociale e democratico, che è una esigenza quotidiana che un Governo tecnico non può sottrarsi dall'affrontare. (Applausi dal Gruppo PdL).Credo sia questo il senso vero del dibattito odierno, alla luce delle cifre e degli impegni che lei ha annunciato. Noi lo abbiamo fatto quando abbiamo avuto questa responsabilità.
Sosteniamo questo Governo, votiamo a favore di misure che spesso si rivelano imprecise ed approssimative. Lei stessa, signora Ministro, oggi, nel suo ampio intervento, ha offerto degli spunti in questo senso, perché - lo ha detto anche lei - la fretta, la rapidità, la crisi che scandisce in maniera drammatica i nostri giorni, le nostre ore, non sempre ci accompagnano verso decisioni perfette. Bene, ben venga il tempo dell'autocritica, il tempo del confronto.
Ma le dico anche un'altra cosa: attenzione a quello che fa il Parlamento. Giorni fa abbiamo votato a favore di un ordine del giorno che impegnava il Governo ad emanare un regolamento per il personale appartenente al comparto sicurezza entro il 30 giugno; siamo alle soglie di quella data. Mi dicono che il Governo non vorrebbe tenere conto di quell'ordine del giorno. Attenzione: noi confermiamo il sostegno al Governo, ma se il Governo dovesse ignorare le decisioni del Parlamento, il Parlamento farà sentire chiara la sua voce, la sua volontà, la sua presenza. (Applausi dal Gruppo PdL). Lo dico in ore in cui ancora una volta ci si chiede rapidità di decisione perché a breve si terrà il Vertice europeo, e abbiamo di fronte diverse scadenze.
Noi - e mi rivolgo anche alla Presidenza del Senato - insisteremo affinché non si voti il provvedimento sul lavoro, se la Camera deciderà di farlo, prima del Vertice europeo, perché vogliamo che nelle Aule del Parlamento si discuta di ciò che il Popolo della Libertà ha proposto - lo faranno anche altri Gruppi, immagino - a proposito di unione politica, di unione fiscale, di unione bancaria. Noi non possiamo ratificare tutto perché l'indomani c'è un vertice. La democrazia è fatta di confronto, di discussione e di libertà di opinione! (Applausi dal Gruppo PdL).
Noi abbiamo fatto la nostra parte in questi mesi, e noi più di altri, perché un Governo ha fatto un passo indietro (non devo ripercorrere qui la storia che tutti ben conosciamo). Quindi abbiamo dimostrato in ogni sede, interna ed internazionale, il nostro senso di responsabilità. Abbiamo preso atto degli errori compiuti, che il Governo riconosce, della necessità di porvi riparo e dello stato di necessità che permane, ma a partire dalle prossime ore vogliamo continuare a discutere, a dire la nostra. Poi, quando la democrazia affiderà ad altri la rappresentanza, altri si faranno carico di questo dovere. Ma noi ci sentiamo pieni, nella nostra responsabilità, nel nostro ruolo di rappresentanti del popolo, e il popolo, che ha a che fare con il lavoro, con la crescita, con le pensioni, con tutti i drammi che oggi sono stati richiamati, ci chiede un momento di chiarezza.
Le difficoltà ci sono, nessuno le nega; i sacrifici vanno affrontati, ma vanno affrontati con equità, e non deve essere soltanto la logica del rigore ad imporsi. Poi tutti parlano di crescita, ma se ci fosse la ricetta magica l'avremmo tutti già applicata. Invece abbiamo visto che i tecnici non solo incontrano le difficoltà che anche la politica ha avuto, ma forse a volte ne incontrano anche di più numerose, perché non hanno quella consuetudine al dialogo, al confronto con le forze sociali e politiche.
Noi richiamiamo il Governo soprattutto su questo versante, e lo facciamo in ore in cui ci si chiedono altre prove di responsabilità. Noi siamo cittadini di questa Repubblica, amiamo l'Italia, siamo rappresentanti del popolo e quindi abbiamo doveri maggiori. Non ci siamo sottratti a nessun dovere, ma anche il Governo faccia altrettanto, perché i drammi sociali richiedono meno arroganza e più equità. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, professoressa Fornero, che ringrazio per la disponibilità.
Seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale:
(24) PETERLINI. - Modifica agli articoli 55 e 57 e abrogazione dell'articolo 58 della Costituzione in materia di composizione del Senato della Repubblica e di elettorato attivo e passivo
(216) COSSIGA. - Revisione della Costituzione
(873) PINZGER e THALER AUSSERHOFER. - Modifiche agli articoli 92 e 94 della Costituzione in materia di forma di governo
(894) D'ALIA. - Modificazione di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti forma del Governo, composizione e funzioni del Parlamento nonché limiti di età per l'elettorato attivo e passivo per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1086) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo e alla forma di governo
(1114) PASTORE ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione e all'articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2, in materia di composizione e funzioni della Camera dei deputati e del Senato federale della Repubblica, formazione e poteri del Governo, età e attribuzioni del Presidente della Repubblica, nomina dei giudici costituzionali
(1218) MALAN. - Revisione dell'ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri
(1548) BENEDETTI VALENTINI. - Modifiche all'articolo 49, nonché ai titoli I, II, III e IV della Parte seconda della Costituzione, in materia di partiti politici, di Parlamento, di formazione delle leggi, di Presidente della Repubblica, di Governo, di pubblica amministrazione, di organi ausiliari, di garanzie costituzionali e di Corte costituzionale
(1589) FINOCCHIARO ed altri. - Modifica di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti la forma del Governo, la composizione e le funzioni del Parlamento nonché i limiti di età per l'elettorato attivo e passivo per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1590) CABRAS ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione, concernenti il Parlamento, l'elezione del Presidente della Repubblica e il Governo
(1761) MUSSO ed altri. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di elezioni alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica
(2319) BIANCO ed altri. - Modifica dell'articolo 58 della Costituzione, in materia di abbassamento dell'età anagrafica per l'elettorato attivo e passivo del Senato della Repubblica
(2784) POLI BORTONE ed altri. - Modifiche alla Costituzione in materia di istituzione del Senato delle autonomie, riduzione del numero dei parlamentari, soppressione delle province, delle città metropolitane e dei comuni sotto i 5.000 abitanti, nonché perfezionamento della riforma sul federalismo fiscale
(2875) OLIVA. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di riduzione dei parlamentari, di eliminazione della disposizione che prevede l'elezione dei senatori nella circoscrizione Estero e di riduzione del limite di età per l'elettorato passivo per la Camera dei deputati
(2941) Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l'istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3183) FISTAROL. - Modifiche al titolo V della Parte II della Costituzione in materia di istituzione del Senato federale della Repubblica, composizione della Camera dei deputati, del Senato federale della Repubblica, del Governo e dei Consigli regionali, nonché in materia di accorpamento delle regioni, di popolazione dei comuni e di soppressione delle province
(3204) CALDEROLI ed altri. - Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l'istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3210) RAMPONI ed altri. - Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di presenza delle donne nel Parlamento
(3252) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo, alla forma di governo e alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni
(Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (ore 18,08)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale nn. 24, 216, 873, 894, 1086, 1114, 1218, 1548, 1589, 1590, 1761, 2319, 2784, 2875, 2941, 3183, 3204, 3210 e 3252, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta pomeridiana del 13 giugno si è conclusa la discussione generale.
Ha pertanto facoltà di parlare il relatore, senatore Vizzini.
VIZZINI, relatore. Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, voglio preliminarmente ringraziare i colleghi intervenuti in quest'Aula nel dibattito, che è stato molto articolato e molto approfondito, e, a monte, voglio ringraziare tutti i colleghi della 1a Commissione con i quali abbiamo lavorato in questi mesi a questo progetto di riforma della Costituzione, che certamente non rappresenta la grande riforma ma quello che è stato ritenuto il lavoro possibile nella stagione politica che stiamo vivendo.
Non posso non rilevare come la discussione abbia trovato poi un suo motivo dominante non solo nel testo che la Commissione ha proposto all'Aula del Senato, ma nella sua possibile articolazione verso una nuova e diversa forma di Governo.
Nondimeno, del testo esitato dalla Commissione, si può e si deve considerare intatto, anche riguardo al tema più controverso, il nucleo iniziale, proprio quello che parla di noi, della riforma del Parlamento e del procedimento legislativo.
Questa parte del testo, anche con gli aspetti critici che sono stati segnalati da alcuni che sono intervenuti in Commissione ed in Aula e con le opportune correzioni che sono sempre possibili, rimane valido, sostiene la prova della discussione in Assemblea ed è compatibile con entrambe le opzioni sulla forma di Governo.
Dunque, da relatore mi sento di dovere dare un contributo alla ricerca, ancora, di una soluzione, condivisa e capace di dare subito all'Italia le nuove istituzioni democratiche attese da tanto tempo.
La prima Commissione, quella presieduta dall'onorevole Bozzi, risale al 1983. Da allora ci trasciniamo, legislatura dopo legislatura, nella convinzione e nell'affermazione che dobbiamo ammodernare le nostre istituzioni con risultati che sono di fronte agli occhi. Ed il dissidio che è sorto nella fase finale della discussione è noto, e lo riassumo nei suoi termini essenziali.
Alla scelta di una forma di Governo parlamentare più funzionale, quella del testo della Commissione, approvato a larga maggioranza, si è contrapposto, da ultimo, il proposito di correggere il sistema politico verso una forma di Governo semipresidenziale, ritenuta preferibile da una parte importante della maggioranza, di quella stessa maggioranza che aveva contribuito, e che ha contribuito, alla redazione del testo che è giunto dalla Commissione all'esame dell'Aula. Una novità, introdotta negli atti parlamentari dopo la conclusione dell'esame in Commissione, portato direttamente davanti al Senato in forma di emendamento.
Ora, su questo bisogna fare qualche considerazione di carattere generale, innanzitutto da un punto di vista strutturale, per la verifica del funzionamento dei pesi e contrappesi che hanno determinato la struttura e la vita delle nostre istituzioni. Non vi è dubbio che la legittimazione, a seguito della sua elezione a suffragio generale, sposterebbe equilibrio e poteri a favore del Capo dello Stato, che sarebbe anche capo dell'Esecutivo.
Paradossalmente, rispetto a un sistema, quello del Parlamento e quello del Governo, tenuto conto che noi viviamo in una democrazia parlamentare e abbiamo un Governo parlamentare, ci troveremmo di fronte a una doppia legittimazione popolare: quella del Parlamento, da un lato, e quella del Presidente alla Repubblica, che sarebbe anche capo dell'Esecutivo, dall'altro.
In Commissione noi avevamo lavorato a un sistema parlamentare razionalizzato, mantenendo un Governo parlamentare, rivedendo una serie di norme che possono rafforzare il raggiungimento degli obiettivi del Governo, ma che lasciano intatta la forza della democrazia parlamentare.
Se adottassimo il modello che è stato proposto (e io non sono pregiudizialmente contrario all'esame di quel modello, lo dico con grande chiarezza), penso che quel modello andrebbe innestato in una revisione più complessa dell'equilibrio all'interno delle istituzioni, e non su un testo come quello che noi abbiamo esaminato in Commissione, che diventerebbe fortemente squilibrato.
Quindi, non mi permetto di dare un giudizio sul sistema, ma mi resta il rammarico di non aver potuto avere il tempo, perché se la forza politica (che è una forza politica importante di questo Parlamento) avesse voluto avviare questo tipo di ragionamento quando le forze politiche si sono incontrate, magari qualcosa sarebbe cambiato. Badate, il provvedimento non nasce soltanto dal lavoro dell'Aula del Parlamento, dell'Aula della Commissione. Prima di arrivare nell'Aula della Commissione vi sono state consultazioni tra le forze politiche parlamentari e sono state ascoltate le opinioni anche delle forze politiche che non siedono in Parlamento. È stato fatto un lavoro preparatorio capillare, che ci ha portato a questa condizione. L'irruzione sulla scena, quando già eravamo a conclusione dell'esame del testo unificato che era stato presentato alla Commissione, di questi emendamenti, che di per sé rappresentano un corpo legislativo pesante - stiamo parlando dell'elezione diretta del Presidente della Repubblica, con funzioni di Capo del Governo - ha creato oggettivamente una condizione particolare, che oggi dobbiamo affrontare per cercare di non vanificare il lavoro che è stato fatto. Ma certo questa parte va misurata con l'altra. Può un Presidente eletto direttamente dal popolo essere sfiduciato dal Parlamento? Probabilmente sì, ma certamente non si può più pensare che ci sia l'istituto della sfiducia costruttiva, perché è evidente che nel momento in cui scatta la sfiducia per il Presidente eletto direttamente dal popolo, l'unica soluzione è tornare alle urne (mentre noi avevamo previsto una serie di soluzioni differenti). Questo è un primo problema strutturale.
Abbiamo preso il modello cosiddetto francese. Certo, lo abbiamo scelto in un momento in cui funziona perfettamente. I socialisti hanno vinto le elezioni presidenziali e subito dopo hanno vinto le elezioni politiche, per cui non si verifica una forma di coabitazione che avviene quando chi vince la corsa alla Presidenza della Repubblica non vince anche le elezioni politiche e il delegato del Presidente della Repubblica a fare il Primo Ministro diventa un vero leader perché ha con il Parlamento un rapporto fiduciario che non ha il Presidente della Repubblica, che è stato eletto da altra parte politica. (Commenti del senatore Marini). Cercavo di convincere alcuni, presidente Marini. Va bene così. Se debbo convincere anche gli altri...
Quindi si può porre un problema, che è quello della coabitazione, ma la verità poi è che si pone il problema complessivo del rapporto, in una democrazia parlamentare forte, tra il potere Legislativo e il potere Esecutivo, che è lo stesso problema che si è posto in questo Paese quando abbiamo modificato il modo di essere di tutti i soggetti previsti dall'articolo 114 della Costituzione, cioè i Comuni. Oggi i consigli comunali hanno una funzione diversa da quando esprimevano direttamente il sindaco, perché il sindaco è eletto dal popolo. Oggi i consigli provinciali hanno una funzione diversa da quella che avevano quando esprimevano il Presidente della Provincia, per la stessa ragione. Le Regioni hanno dovuto modificare i loro Statuti da quando è entrata in vigore la legge per cui si elegge direttamente il Presidente della Regione (che, enfaticamente, viene addirittura chiamato governatore, perché ci piacciono gli americanismi). Inoltre, hanno dovuto assumere un ruolo diverso.
Lo stesso tema non può non porsi, se vogliamo pensare ad un sistema semipresidenziale, nel rapporto tra Governo e Parlamento, docet il modello francese, in cui il Parlamento ha ben altro ruolo rispetto a quello che ha oggi il Parlamento italiano. Il rischio è quello di un mostro a due teste. Per di più, se si accedesse alla tesi del Senato federale, eletto in contemporanea con i consigli regionali o, peggio ancora, espresso dai consigli regionali, avremmo un confitto a tre: il Presidente eletto direttamente dal popolo, il Parlamento eletto direttamente dal popolo, una Camera che rappresenta non più partiti ma il territorio, che andrebbe in conflitto con l'altra Camera e col Governo su base territoriale e non di interessi politici, perché in quella ipotesi il Senato rappresenterebbe il territorio e quindi sono i territori che si scontrano o trovano l'intesa nel momento in cui bisogna spartire le risorse pubbliche.
Abbiamo allora pensato che questo tema andrebbe approfondito in un contesto più ampio, che non è quello dell'esame degli emendamenti per l'Aula, ma di una riflessione.
Vi sono poi problemi strutturali di natura stagionale: immaginiamo per un momento che in quest'Aula si possano approvare gli emendamenti presentati, che dovremo discutere, e che su di essi vi sia una maggioranza, ma non dei due terzi, e quindi si debba andare al referendum. Cosa succederebbe in questo Paese? L'anno venturo, con la legge vigente, eleggeremmo a Camere riunite un Presidente della Repubblica per sette anni e con le elezioni politiche - spero dopo aver modificato la legge elettorale - eleggeremmo un Parlamento. Dopo queste prove elettorali, si celebrerebbe il referendum confermativo - nel caso in cui non fosse stata raggiunta la maggioranza dei due terzi - e, se questo passasse, avremmo per sette anni un Presidente della Repubblica eletto con una legge che non c'è più, perché è stata abrogata, ed un Parlamento che deve rimanere in carica per cinque anni, ai sensi di una legge che è stata abrogata: vivremmo quindi una stagione di delegittimazione politico-istituzionale che fa tremare le vene e i polsi soltanto a pensarci.
Riflettiamo su questo: il giorno in cui vi fossero cose che si devono portare avanti a maggioranza semplice, francamente non mi sentirei di assolvere al ruolo di relatore, essendo stato storicamente convinto che la Carta costituzionale bisogna cambiarla con una maggioranza molto ampia, perché è la Carta di tutti gli italiani, non di una maggioranza pro tempore degli italiani. Dobbiamo cercare di fare questo sforzo, così come abbiamo fatto in questi mesi, perché tutto quello che è stato votato in Commissione ha una proiezione d'Aula che supera i due terzi dei voti.
In conclusione, signora Presidente, ecco le considerazioni che mi sento di muovere, senza valutare il merito del sistema come complessivamente potrebbe risultare, ma avendo cognizione del tempo e di quanto si può fare. Credo complessivamente che abbiamo la possibilità di percorrere tre strade. La prima è quella di trattare la riforma in termini molto più ampi ed impegnativi di come abbiamo fatto in Commissione e di farlo qui in Aula, con il rischio - molto elevato - di compromettere tutto.
La seconda è quella di cercare di mettere in sicurezza il risultato minimo, ma importante, che consiste nella parte del testo che riguarda la riforma del Parlamento, il numero dei parlamentari, un nuovo procedimento legislativo e le prerogative del Governo in Parlamento, con lo statuto dell'opposizione che abbiamo anche concepito. È poco? Con i tempi che corrono e con il tempo che abbiamo davanti, non mi sembrerebbe assolutamente.
Tuttavia, credo vi sia ancora una terza via, se si vuole: gestire il tempo utile, che oggi è una risorsa preziosa rispetto alla fine della legislatura, in modo da non dissipare l'energia che i partiti ed i Gruppi parlamentari sono ancora in grado di produrre. Potremmo proseguire qui in Aula con l'esame degli articoli e degli emendamenti in merito alla composizione delle Camere e al procedimento legislativo, sui quali c'è un ampio accordo parlamentare, accantonando gli articoli sulla forma di Governo e rinviando alla Commissione l'esame degli emendamenti che in materia propongono una soluzione alternativa.
La Commissione potrebbe esaminarli, in orari diversi e compatibili con l'impegno in Aula, contestualmente alla conduzione dei lavori dell'Assemblea sulle parti non accantonate. Quando l'Assemblea avrà terminato la votazione degli articoli sul Parlamento, la Commissione sarà in grado di fare una proposta sulla forma di Governo aggiornata in base all'approfondimento compiuto, derivante dai nuovi emendamenti sul semipresidenzialismo, eventualmente corretti o integrati, oppure di confermare il testo già proposto, illustrandone le ragioni, ma lasciando una testimonianza a chi verrà dopo di noi in Parlamento con la prossima legislatura, affinché il lavoro fatto sin qui non venga disperso, ma possa rappresentare la base di un ulteriore nuovo cambiamento, che però non ha bisogno di attendere perché tutto si fermi, per così dire. Come dire, mi sembrerebbe da siciliano un po' gattopardesco pensare che bisogna cambiare tutto per fare in modo che tutto resti come prima.
Credo che prima delle elezioni le forze politiche abbiano l'obbligo di rispettare i doveri assunti con gli elettori: innanzi tutto la riduzione del numero dei parlamentari. E dopo averla fatta noi dobbiamo farla, con legge costituzionale, anche per le Regioni a Statuto speciale. Non possiamo fare la parte di quelli che sono bravi a tagliare i posti degli altri e conservano i propri. Il secondo dovere è elaborare una legge elettorale che possa riprodurre un rapporto tra elettore ed eletto che attualmente è del tutto assente. Il terzo dovere, che stiamo cercando di assolvere, è una legge sulla trasparenza della vita dei partiti e dell'uso dei finanziamenti alla politica.
Sono tre provvedimenti che la gente ci chiede in modo non sempre pacifico, cortese e calmo, perché è stanca di sentire parole e non vedere mai fatti.
Credo che oggi questo sia il nostro compito. Il mio era illustrare quanto è stato fatto e ciò che ancora si può fare: la decisione non può che spettare all'Aula del nostro Senato. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, senatore Pardi.
PARDI, relatore di minoranza. Signora Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, innanzitutto vorrei osservare che il dibattito sulla riforma costituzionale in quest'Aula avrà senz'altro avuto l'ampiezza e la profondità che molti colleghi gli riconoscono, ma tutti dovremmo essere consapevoli del fatto che questa discussione è avvenuta in un sostanziale disinteresse dei soggetti popolari.
Tra di noi, in Parlamento, nelle Aule, esiste ormai un luogo comune consolidato per cui una riforma costituzionale, purchessia, sarebbe la conclusione naturale di un dibattito durato decenni. La verità di questa affermazione è soltanto apparente. C'è stato, in effetti, un gran dibattito, molte Commissioni bicamerali hanno discusso e poi, come Penelope, hanno distrutto la tela che tessevano. In realtà, il tipo di riforma costituzionale è cambiato nel corso del tempo e il modo di presentarla e di riceverla da parte dell'opinione pubblica è cambiato anch'esso.
Oggi ci sentiamo di dire che questa discussione sulla riforma costituzionale è avvenuta in realtà nel silenzio del popolo. Forse nell'interesse a malapena accentuato dei cultori della materia, ma sicuramente nel disinteresse del popolo. Devo tuttavia richiamare alla memoria dei colleghi che sei anni fa un referendum popolare cancellò in maniera inequivocabile e con una maggioranza stupefacente una riforma costituzionale che conteneva già parecchi punti della riforma costituzionale attuale. Non è la stessa, non mi voglio esporre a obiezioni di scuola, però, se andate a rivedere la riforma bocciata nel 2006, vi troverete la riduzione del numero dei parlamentari, che non è stata sufficiente a far piacere ai cittadini quella riforma costituzionale; il premierato forte, che campeggia a forti tinte anche in questa riforma costituzionale, nonché uno dei punti chiave del premierato forte, vale a dire lo scioglimento delle Camere.
Quindi, il silenzio del popolo di oggi è il silenzio di un soggetto non sollecitato a prendere la parola sull'argomento, forse perché ritiene di aver già espresso un punto di vista.
Il collega Ceccanti mi oppone il confronto tra il referendum previsto dall'articolo 75 e quello previsto dall'articolo 138 della Costituzione. In realtà, la sua è una risposta formalista: non vuole capire che la stragrande maggioranza dei cittadini ha opposto un chiarissimo "no" ad un criterio di modifica della Costituzione che noi oggi ripresentiamo, pur se con qualche variante, ma di cui l'elemento fondamentale resta.
Quindi, chi si è pronunciato al riguardo? Solo gli specialisti, e in una maniera abbastanza sintomatica. Infatti, tutti, tranne uno, hanno pronunciato parole più o meno critiche e severe (parecchi di essi molto severe) nei confronti di questo disegno di riforma costituzionale. Che io sappia, solo Michele Ainis, che è un costituzionalista che apprezzo davvero molto - producendosi forse nel peggiore dei suoi articoli, sul "Corriere della Sera" - si è espresso in termini in parte positivi, affermando che questo provvedimento è poco, ma meglio di niente. Non mi sembra questa una grande argomentazione strutturale per motivare una riforma costituzionale. (Applausi del senatore Perduca)Non si fa una riforma costituzionale perché è suggerita dai dottori, perché un po' di medicina funziona ed è meglio di nulla. In parte è vero, ma non mi sembra sia un buon argomento.
Rendo l'onore delle armi al collega Ceccanti, che è l'unico costituzionalista che siede anche in questa Aula, il quale è d'accordo con questa riforma. È vero che i costituzionalisti non sono la «bocca della verità», ma l'espressione di un punto di vista critico, anche molteplice e molto articolato, da soggetto a soggetto, potrebbe invitare alla riflessione.
Nella sua esposizione iniziale, il collega Vizzini ha voluto subito mettere a confronto, trovando fortissime contraddizioni tra di essi, il disegno di riforma costituzionale così come ha preso forma in 1a Commissione e l'emendamento aggiuntivo all'articolo 9, sul presidenzialismo, con quel che ne segue. Ho ascoltato con attenzione e ho trovato forti argomenti di critica nel confronto tra la riforma costituzionale così come è stata pensata e l'arrivo di quello che io chiamo per brevità - scusatemi di questo e non consideratemi irrispettoso - il mostro dell'emendamento presidenzialista.
In realtà, dobbiamo chiederci anche e prima di tutto se ha senso continuare a pensare alla riforma dell'impianto. Questa riforma ha fondamentalmente quattro punti che si potrebbero dividere in due parti. Due punti appartengono al regno delle cose che si possono condividere, e mi riferisco alla riduzione del numero dei parlamentari e al tentativo di superamento del bicameralismo perfetto. Francamente, giudicato per come lo si vede all'interno di questo disegno, l'argomento della riduzione del numero dei parlamentari sembra più un mezzo tecnico per far piacere al popolo una riforma di cui quest'ultimo si disinteressa. Un argomento a favore: oggi i parlamentari non vanno di moda, non sono considerati come forse lo erano in passato, non sono apprezzati, per cui meno ce ne sono e meglio è. A questo punto, allora, si riduce il numero dei parlamentari, ma di molto poco, perché la riduzione è solo di un sesto circa. Si tratta, quindi, di una riduzione che in un certo senso ammicca al consenso popolare, ma poi, in realtà, di fronte alla durezza del numero si ritrae, chiedendosi che cosa si sta facendo. E allora si riduce, ma si riduce il meno possibile, e si lascia da parte l'argomento.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 18,33)
(Segue PARDI, relatore di minoranza). In merito al bicameralismo perfetto, questo è tutt'altro che superato e lo si vedrà davvero bene quando discuteremo e voteremo gli emendamenti. Tutti i punti riguardanti il superamento del bicameralismo perfetto celano dentro di sé possibilità di farraginosità, incertezze, contraddizioni, marce all'indietro e rischio di paralisi. Se ne vedono di tutti i colori, perfino il fatto che in nome di una certa formulazione ereditata dall'articolo 120 della Costituzione si immagina che il Governo possa mettere bocca su temi di esclusivo potere legislativo regionale. Ma non voglio entrare nei particolari; mi preme tracciare una specie di sintesi senza nessuna pretesa di grandiosità.
I due punti su cui si potrebbe discutere, quindi, ma in altro modo, con altro fine ed altro esito, sono la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto, che richiede ben altra lena per essere realizzato. Bisognerebbe, perlomeno, accedere all'idea di rinunciare al rapporto fiduciario per una delle due Camere, in modo da evitare la condizione paritaria che risulta inevitabile quando entrambe sono titolari del rapporto fiduciario.
Ma sono gli altri due punti, colleghi, che noi riteniamo l'intera Assemblea dovrebbe avere la capacità di ripensare. Il rafforzamento del Governo, tramite il cammino della corsia preferenziale, il voto bloccato e il voto obbligato entro un determinato periodo (che si presume ristretto) senza emendamenti, mette infatti nelle mani del Governo uno strumento formidabile per produrre l'afonia delle Camere. Le Camere sono elettive e assistono al processo legislativo guidato dal potere Esecutivo: questo è tutto. Lo si può leggere controluce, si può cercare di arrampicarsi sugli specchi, ma l'elemento fondamentale è questo: le Camere diventano dei soggetti che assistono al processo legislativo determinato dal potere Esecutivo, e non possono dire nulla perché devono votare senza emendamenti. Questo è uno dei punti.
L'altro punto è il rafforzamento dell'Esecutivo. Già il passaggio precedente riguardava il rafforzamento dell'Esecutivo, ma c'è un rafforzamento ad personam, cioè la personalizzazione formidabile di un soggetto che spicca sugli altri: il Presidente del Consiglio infatti riceve, lui da solo (non il Governo collegialmente), la fiducia (quindi, la natura collegiale del Governo viene ridotta ad ombra) ed acquisisce la possibilità di revocare i Ministri.
Al riguardo, sappiamo che c'è un inganno, perché dal punto di vista sostanziale il Presidente del Consiglio passato ha sostituito ben sei Ministri, se stesso compreso quando aveva l'interim. Quindi, l'assenza in Costituzione di questo principio non mi sembra vietasse ai Presidenti del Consiglio di fare e disfare in merito al destino dei Ministri. Inserire però nella Costituzione una dichiarazione esplicita per cui il Presidente del Consiglio può revocare i Ministri aggiunge qualcosa ai suoi poteri, toglie qualcosa ai poteri del Presidente della Repubblica e toglie qualcosa ai poteri delle Camere che non possono più esercitare il potere di sfiducia nei confronti del singolo Ministro. Ma è la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere che conclude in maniera solipsistica il disegno di assegnare il potere ad una persona sola. La facoltà di scioglimento delle Camere interviene, infatti, nel momento in cui una Camera non obbedisce all'ordine del voto bloccato, si pone di traverso, ed è suscettibile di essere sfiduciata dal Presidente del Consiglio.
Nella visione che ci è stata presentata da molti colleghi la sfiducia costruttiva apparirebbe come uno strumento compensativo, cioè una cosa che riguarda più i poteri delle Assemblee elettive e meno i poteri del Governo. Può darsi che nelle scuole di parlamentarismo europeo la cosa funzioni così, può darsi benissimo che nell'esperienza degli altri Parlamenti la cosa funzioni in questo modo. Noi riteniamo che in una situazione politica plastica, dove i partiti grandi tendono a diventare piccoli e i partiti piccoli non tendono a diventare grandi, dove la molteplicità dei Gruppi si sfalda in una frammentarietà notevole, e dove quindi viene meno anche la capacità di decisione dei singoli Gruppi (perché non hanno né il numero né la potenza per farlo), lo strumento della sfiducia costruttiva sia più uno strumento di ricatto nelle mani del Presidente del Consiglio che uno strumento di equilibrio dei poteri affidato alle Camere.
In buona sostanza, questo disegno ci è stato rivenduto come la realizzazione di un equilibrio tra maggiori poteri del Governo e maggiori poteri del Parlamento. Non è vero. Semplicemente non è vero. Non esistono in questo disegno di legge maggiori poteri del Parlamento: esistono solo maggiori poteri del Governo e del Capo del Governo che esercita una potenza stringente sul suo Governo. Non esistono i poteri sostanziali dell'opposizione: c'è un timido emendamento che accenna ai diritti delle opposizioni nello stesso testo in cui si riaffermano i poteri del Governo. Quindi, c'è una sostanziale debolezza del ruolo dell'opposizione.
Bisognava per forza fare una cosa del genere? Penso che l'idea, che sta alla base di tutto il ragionamento di riforma costituzionale, per cui la Costituzione non dà a chi governa gli strumenti per farlo, sia un assunto fondamentalmente falso. Non è vero: chi governa, se non riesce a farlo, è perché non ha la statura, la caratura, la capacità professionale, la vocazione, l'istinto, l'arroganza per farlo. Non ce l'ha.
Abbiamo visto un Governo dotato di una maggioranza perfino ipertrofica, ai limiti dell'incredibile, che quale espressione sintetica del suo lavoro è riuscito a far votare a quella sua maggioranza ridicole leggi ad personam, addirittura ai limiti del grottesco, come quando l'Aula è riuscita senza un sussulto a decidere che Ruby era la nipote di Mubarak! (Applausi dal Gruppo IdV).
DE FEO (PdL). Adesso basta!
PARDI (IdV). So bene di toccare un nervo scoperto, ma, cari colleghi, purtroppo questo è avvenuto, e dovremmo dolercene tutti.
Quindi, una maggioranza ipertrofica non è riuscita a governare. Cosa si fa allora? Si modifica la Costituzione e viene fuori il monstrum, perché in realtà il pensiero di sottofondo è che se non riesci a governare non è colpa tua, ma è colpa della Costituzione. Si instaura di fatto un corto circuito autoassolutorio che richiederebbe - a mio avviso - un piccolo ripasso della psicanalisi infantile. Infatti, questa tendenza a dare la colpa agli altri... ecco, non intendo sviluppare oltre l'argomento. Ve lo lascio così, incompiuto. Ma questa tendenza a dare la colpa agli altri delle proprie incapacità cela dentro di sé qualcosa che richiederebbe alcune letture specialistiche o perlomeno un po' di esercizio di autocritica.
La questione del presidenzialismo piomba su un disegno tipicamente e strutturalmente premierista. Noi non siamo d'accordo, però questa riforma costituzionale ha disegnato un quadro istituzionale tutto incardinato su un premierato forte e ciò che ne consegue. Ora, su questo impianto premierale, l'emendamento monstrum presentato come aggiuntivo all'articolo 9 introduce di colpo il presidenzialismo. Lo si può chiamare semipresidenzialismo o presidenzialismo, la cosa ha importanza relativa: il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, con quel che ne segue per il Capo del Governo, che presiede il Consiglio dei ministri, e via dicendo. Che figura farà il Presidente del Consiglio disegnato da questa riforma costituzionale di fronte a questa sorta di super potere che gli monta in testa? Noi assistiamo stupefatti ad una sorta di virus presidenziale che viene fatto entrare per endovena all'interno di una struttura premierale e che produrrà conseguenze inusitate.
Non essendovi dietro un edificio mentale, la dimensione del presidenzialismo viene giustificata - mi rendo conto che anche questo è molto tipico della situazione - con il richiamo alla contingenza della situazione: scegli la Grecia o la Francia di fronte alla frammentazione della politica? Vuoi un esito elettorale che produce sfrangiamento? Ho sentito in quest'Aula colleghi, che apprezzo e che ascolto con interesse, estasiati di fronte alla prospettiva che chi aveva vinto con il 27 per cento dei voti aveva tutto il potere per governare.
Cari colleghi, non vi sembra un problema intrinseco, intimo della democrazia essere ridotti a pensare come ad un grandissimo successo che chi ha il 27 per cento dei voti detiene tutte le leve del potere? Non pensate che qualcosa non funzioni nel vostro ragionamento?
Concludo, signor Presidente, con una affermazione elementare: il Parlamento ha la possibilità di votare in tempi brevi - ed in altra forma con altri intenti lo ha detto anche il collega Vizzini - la riduzione del numero dei parlamentari ed ha la possibilità, una volta votata la riduzione del numero dei parlamentari, tolta dal limbo del trucco di una modifica generale della Costituzione, di riconsegnare la parola al popolo con una legge elettorale degna di questo nome, e non con quella con cui siamo stati costretti a votare e ad essere votati l'ultima volta.
Abbiamo di fronte a noi la possibilità di riscoprire la salute della Repubblica. E lo possiamo fare, niente ce lo impedisce. Se invece ci avvitiamo sul premierato per poi inquinarlo con il presidenzialismo, è facile prevedere che di tutto questo non resterà nulla. E alla fine non avremo nemmeno la riduzione del numero dei parlamentari e una seria riforma elettorale. E questo, cari colleghi, è veramente un autentico grosso guaio. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, il Governo, come ha detto in Commissione il ministro Patroni Griffi, riconosce nella materia costituzionale la più ampia competenza del Parlamento e dei Gruppi politici in esso rappresentati. Non può che essere così quando si tratta di intervenire sulla forma di Governo, sui rapporti tra gli organi, sui poteri dello stesso Parlamento. Questo riconoscimento della competenza del Parlamento non significa naturalmente disinteresse del Governo, ma, appunto, rispetto per la funzione costituente che spetta al Parlamento, e quindi al popolo. Ringrazio pertanto la Commissione, i relatori, l'Assemblea per un dibattito che personalmente ho ritenuto estremamente interessante ed approfondito.
Una notazione personale, signor Presidente, se mi consente: la prima volta che ho sentito parlare di riforma della Parte seconda della Costituzione è stato nel 1968, quando era un giovane studente di diritto costituzionale: ci fu un dibattito sulla rivista «Gli Stati» a cui intervennero Crisafulli, Elia, Sandulli e - secondo il principio dei corsi e ricorsi storici - si parlò di una riforma della Parte seconda della Costituzione in senso presidenzialista o semipresidenzialista. Sono trascorsi quasi 45 anni, un periodo - stavo valutando - analogo a quello che intercorre tra la morte di Umberto I e la Repubblica, abbastanza lungo quindi, ed il Parlamento sta nuovamente discutendo della riforma della Parte seconda della Costituzione.
Da giovane funzionario del Senato, ricordo poi l'inizio di questo dibattito con i Comitati costituiti dai Presidenti delle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, Riz e Bonifacio.
L'augurio che il Governo esprime in questa fase è che si raggiunga su un tema - su cui ritengo sia invece forte l'attenzione della pubblica opinione - la convergenza più ampia possibile tra le forze politiche, anche per rispondere, appunto, ad alcune esigenze che la pubblica opinione ritiene con forza debbano essere ormai soddisfatte.
Il Governo conosce naturalmente i termini del problema che il Senato si troverà tra un po' ad affrontare: l'augurio, Presidente, è che, nella sua saggezza, il Senato lo sappia affrontare, come tante volte è già accaduto, in modo costruttivo. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Comunico all'Assemblea che la Presidenza, dopo aver attentamente valutato gli ordini del giorno e gli emendamenti presentati, dichiara improponibili, ai sensi dell'articolo 97, comma 1, del Regolamento, gli ordini del giorno G100, G101 e G102, nonché gli emendamenti che prevedono modifiche alla Parte prima della Carta costituzionale: risultano pertanto improponibili gli emendamenti 01.200, 01.201, 01.202, 01.203, 01.204, 01.205 e 01.206.
La Presidenza sta inoltre valutando l'eventualità di ulteriori improponibilità, che si riserva di comunicare all'Assemblea durante il prosieguo dei lavori.
PARDI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, colleghi, membri del Governo, il Gruppo Italia dei Valori avanza una proposta di non passaggio all'esame degli articoli, soprattutto con riferimento all'articolo 7 del provvedimento, che modifica l'articolo 72 della Costituzione, frutto della riformulazione estemporanea di un emendamento presentato in Commissione.
A nostro parere, non vi è stata un'adeguata ponderazione, con ciò riscrivendosi il procedimento legislativo. L'esito della formulazione appare, fin dalla prima lettura, abbastanza oscuro ed astruso e rischia di pregiudicare seriamente la comprensibilità dell'iter di approvazione delle leggi. Il potere legislativo esce terremotato, a cominciare dalla titolarità ad esercitarlo. Richiamo il primo comma dell'articolo 72, come riformulato, che esordisce con l'affermazione secondo cui «i disegni di legge sono presentati al Presidente di una delle Camere», salvo poi complicare, in modo quasi indecifrabile, il rapporto tra iniziativa legislativa, assegnazione, esame e riesame dei disegni di legge, badando soltanto a salvaguardare le attribuzioni del Governo.
Si prevede, ad esempio, che, oltre ad alcuni casi tassativi, la funzione legislativa venga esercitata «in forma collettiva». Tale dicitura è usata al secondo comma, primo e secondo periodo, dell'articolo 72, come riformulato, mentre al terzo comma è utilizzata l'espressione «collettivamente».
Tale differenza impone un momento di riflessione. «La funzione legislativa è altresì esercitata in forma collettiva dalle due Camere quando, al fine di garantire l'unità giuridica o economica della Repubblica, il Governo presenta al Parlamento un disegno di legge che, nel rispetto dei principi di leale collaborazione e sussidiarietà, interviene nelle materie attribuite alla potestà legislativa regionale»: penso che anche i colleghi della Lega Nord abbiano da ridire su questo punto. Questo assunto ambiguo può, di per sé, scardinare ogni differenziazione di competenza, non solo tra Camera e Senato, apparentemente lasciando al solo Governo la possibilità di presentare disegni di legge finalizzati a «garantire l'unità giuridica o economica della Repubblica», ma anche tra Stato e Regioni.
Si rischia di compromettere, nei fatti, il riparto di competenze di cui all'articolo 117 della Costituzione. In altri termini, si ammette in modo del tutto esplicito che, anche nelle materie di potestà legislativa esclusiva delle Regioni, possa ammettersi una inedita potestà statuale che, però, è inammissibile ai sensi dello stesso articolo 117 (ciò e desumibile dal fatto che al terzo comma, dell'articolo 72, come modificato, si citano espressamente solo le materie concorrenti in riferimento all'iniziativa legislativa al Senato). In realtà, l'articolo 120 della Costituzione menziona l'unità giuridica ed economica con riguardo, però, ai poteri sostitutivi del Governo nei confronti degli organi delle Regioni e degli enti locali. Ancorare l'esercizio normativo statuale a questo concetto vago, negandolo a quello che costituzionalmente spetterebbe alle Regioni, è incompatibile con la forma di Stato repubblicana disciplinata dalla riforma del Titolo V, Parte seconda, della Costituzione, di cui alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3.
Non solo. Secondo questo criterio si precluderebbe al singolo parlamentare o anche ad un Gruppo di presentare disegni di legge aventi tale rilevante finalità, dal momento che il testo si riferisce solo ai disegni di legge del Governo. Oppure, in caso opposto, si potrebbe verificare il paradosso per cui due testi di identica formulazione, e quindi aventi rilevanza ai fini dell'unità giuridica e economica di cui si parla, prevedano procedure diverse per il solo esclusivo fatto che uno è presentato dal Governo e l'altro da un deputato o da un senatore. Chi decide se un disegno di legge persegue questa finalità? Chi è il giudice ultimo della garanzia di unità giuridica ed economica? Il presentatore della legge, cioè il Governo stesso, i Presidenti delle Camere, la Conferenza dei Presidenti di Gruppo di ciascun ramo del Parlamento? Non si dice niente in proposito. Rimane un vuoto.
Ancora, cosa significa in questo contesto parlare di unità giuridica e di unità economica? Si riprende una formula usata dalla Costituzione tedesca, dove però l'architettura parlamentare è molto diversa, o si distorce una formula presente nella nostra Costituzione, all'articolo 120 appunto.
Ma i problemi dell'articolo 72, come riformulato, non si esauriscono in questi rilievi. In esso si afferma che l'esame dei disegni di legge e questo è il punto chiave, signori colleghi ha inizio alla Camera presso la quale sono stati presentati, quando la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere e, successivamente, si differenziano i casi di avvio dell'esame. Ma l'avvio dell'esame è cosa diversa dalla presentazione e se ne deduce che sia senatori che deputati potrebbero presentare disegni di legge su qualsiasi materia, salvo poi vederli assegnare ad un ramo del Parlamento di cui non fanno parte. Infatti, prima si disciplina l'avvio dell'esame e poi l'assegnazione, e qui c'è una chiara inversione immotivata dell'ordine logico e giuridico: prima ci deve essere l'assegnazione, poi l'avvio dell'esame. Quindi, si arriverebbe al caso in cui il presentatore di un disegno di legge potrebbe non discuterlo.
Ma c'è un'ulteriore complicazione: si legge che l'avvio della discussione di un testo ha «inizio al Senato della Repubblica, quando la Costituzione prevede una legge della Repubblica...». Beh, stiamo parlando di disegni di legge e quindi sono sempre e comunque leggi della Repubblica. Non sembra che qui si possa trattare di leggi regionali. Oppure si vuole semplicemente riferirsi alla riserva di Assemblea? Ma questa era prevista nel testo base; poi è stata eliminata con la riformulazione dell'emendamento sostitutivo dell'articolo 7 del disegno di legge. Quindi, un punto cardine di partenza c'era, ma viene eliminato.
Nel medesimo comma torna poi dalla finestra un avverbio che era uscito dalla porta nella prima formulazione. Si dice infatti che sono di competenza del Senato i disegni di legge che trattano «prevalentemente» le materie di cui all'articolo 117, terzo comma, e all'articolo 119. Il «prevalentemente», è stato osservato con sapienza da moltissimi colleghi, si presta a raggiri di ogni sorta. Possiamo provare ad immaginare che, nel caso in cui la maggioranza di turno sia meno forte alla Camera, il Governo possa infilare una riforma rilevantissima (che per materia potrebbe spettare alla Camera) in un testo che riguarda «prevalentemente» altra materia. In tal modo potrebbe ottenere l'affidamento dell'esame al Senato. Infatti, non a caso è stato fatto sparire il riferimento alla omogeneità dei disegni di legge. In merito vorrei fare un appunto non pignolo: ciò entra in grave contraddizione con i continui richiami del Presidente della Repubblica sull'importanza dell'omogeneità dei disegni di legge e la loro corrispondenza al titolo.
Il testo è disseminato di trappole di questo genere, che alla fine complicano, anziché semplificare, le procedure attuali, già di per sé abbastanza farraginose. Ciò significa - come accennavo prima nella replica, ma si entrerà nella tecnica legislativa quando esamineremo gli emendamenti - che avremo sì un bicameralismo, ma un bicameralismo confuso, arbitrario, sovraccarico, non certamente reso diverso o "non perfetto" secondo la dizione originaria.
Leggi e decreti omnibus, in spregio alla legge n. 400 del 1988 e ai Regolamenti parlamentari, potranno continuare a farla da padrone, anche perché, con irragionevole preclusione, la decisione dei Presidenti sull'assegnazione e sulla prevalenza viene definita «non sindacabile in alcuna sede». Bisogna poi vedere cosa voglia dire questa formula misteriosa. Come possano i Regolamenti di ciascuna Camera disciplinare l'intesa tra i Presidenti dei due rami del Parlamento resta un mistero, ma anche questo è stato scritto nella riforma che stiamo esaminando. Il bicameralismo resta, ma le Camere perdono ogni potere effettivo; l'unico potere che rimane è quello del Governo.
Veniamo da un periodo in cui circa il 95 per cento delle leggi pubblicate è di iniziativa governativa, con l'esito catastrofico che si è visto in termini sociali, economici e anche di qualità della legislazione. Ora siamo arrivati al punto che costituzionalizziamo questo stato di fatto. Tanto varrebbe essere radicali ed escludere il potere di iniziativa legislativa in capo ai parlamentari e conferirlo solo al Governo, così legislativo ed esecutivo sono riuniti per l'eternità.
A nulla serve ribadire - come fa l'articolo 7 - che la procedura normale di esame e di approvazione è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale, di delegazione legislativa, di conversione in legge dei decreti con forza di legge, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi e per quelli diretti all'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza all'Unione europea. Non serve a nulla, perché non esiste più alcuna procedura normale, che viene cancellata da questo tipo di prassi. Per mutuare i parametri dalla legislazione emergenziale, si avrebbe anche per le leggi una procedura unica e con termini perentori; nel diritto amministrativo questa si chiama autorizzazione.
Stiamo costituzionalizzando il principio per cui il Parlamento legifera solo se il Governo lo autorizza, cristallizzando nella Carta costituzionale una patologia del sistema che ha portato l'Italia nello stato in cui si trova adesso.
Per tali motivi, il nostro Gruppo insiste sulle proprie ragioni e ritiene non vi siano le condizioni per procedere all'esame degli articoli. (Applausi dal Gruppo IdV).
PASTORE (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, vorrei sottolineare che tra gli emendamenti dichiarati improponibili vi è anche lo 01.203, che fa riferimento alla Parte prima della Costituzione, ma che è funzionale alla normativa contenuta nella Parte seconda in merito alla composizione della Camera e del Senato. L'emendamento, infatti, riguarda la soppressione della Circoscrizione estero e la previsione che i nostri concittadini all'estero possano votare per corrispondenza, possibilità che oggi non è costituzionalmente ammissibile. Ora capisco, Presidente, che la collocazione sia ritenuta impropria, però è evidente che l'emendamento 01.203 è strumentale all'oggetto del provvedimento.
Se se si mantenesse nell'articolo 48 la Circoscrizione estero è chiaro che saremmo obbligati ad indicare nel numero dei parlamentari quelli eletti nella circoscrizione Estero. Allora, Presidente, per far superare agli Uffici e a lei le perplessità sulla collocazione dell'emendamento 01.203, vorrei riformulare l'emendamento 1.214, inserendo, alla fine, il testo dell'emendamento 01.203, preceduto dalla parola «conseguentemente».
Questo consentirebbe di rispettare la regola che la Presidenza ha individuato nella collocazione degli emendamenti e, al tempo stesso, di intervenire - credo sia impensabile non farlo - sulla normativa costituzionale in materia di circoscrizione Estero. In caso contrario, si impedirebbe una discussione su questo argomento che, invece, merita un approfondimento, naturalmente con esiti non scontati, ma che saranno senz'altro da tutti rispettati.
PRESIDENTE. Senatore Pastore, le chiedo di far pervenire alla Presidenza il testo riformulato dell'emendamento 1.214, che esamineremo con la dovuta attenzione.
Passiamo alla votazione della proposta di non passare all'esame degli articoli.
GIAMBRONE (IdV). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Giambrone, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di non passare all'esame degli articoli, avanzata dal senatore Pardi.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge costituzionale
n. 24-216-873-894-1086-1114-1218-1548-1589-1590-1761-2319-2784-2875-2941-3183-3204-3210-3252
PRESIDENTE. Colleghi, poiché la seduta terminerà alle ore 20 e i senatori che intendono intervenire in sede di illustrazione degli emendamenti sono circa 20, per una questione di coerenza sistemica, propongo di dedicare il tempo residuo all'illustrazione degli emendamenti all'articolo 1 e rinviare quindi le votazioni alla seduta antimeridiana di domani.
Poiché non si fanno osservazioni, così resta stabilito.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Presidente, le nostre norme e il Regolamento ci impongono, e mi impongono, di fare ossequio senza appello a quelle che sono state le sue decisioni relativamente all'ammissibilità degli emendamenti relativi a testi da premettere all'articolo 1.
Sotto questo maglio cade anche il mio emendamento 01.206, che, per l'eventuale cortesia di colleghi interessati, si occupa dell'articolo 49 della Costituzione, quello relativo ai partiti, in cui propongo che, dopo il primo comma, si dica: «I partiti sono associazioni riconosciute, dotate di personalità giuridica e disciplinate dalla legge».
Ora, l'onorevole Presidente ha dichiarato improponibili questi emendamenti, compreso il mio, sul riflesso che si occuperebbero della Parte prima della Carta costituzionale, mentre il disegno di legge contiene modifiche alla Parte seconda della Carta costituzionale. Mi permetterà, signor Presidente, di ritenere questa decisione molto formale... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, se continua così, io sospendo la seduta. Non è possibile procedere così. Chi non è interessato è pregato di lasciare l'Aula. Questo non è un salotto.
Senatore Benedetti Valentini, la invito a proseguire il suo intervento.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). É una decisione molto formale, mentre ciò che attiene ai partiti come strumenti di veicolazione del consenso democratico, della formazione delle stesse Camere parlamentari e anche della forma di Governo, che sono argomenti dei quali ci occuperemo a piene mani e a piene testa nel prosieguo dell'esame di questo importante provvedimento, a mio modesto parere, dal punto di vista sostanziale, se esuliamo da un mero formalismo, è assolutamente in tema.
Voglio quindi esprimere il mio profondo rammarico per il fatto che questo argomento non possa essere affrontato in questa sede, che avrei visto assolutamente prioritaria e precipua. Ricordo ai colleghi, non certo alla Presidenza, che intervenendo in discussione generale, mi sono permesso di dire in apertura che io apprezzo profondamente e sinceramente il lavoro che hanno svolto coloro che hanno lavorato istruttoriamente a preparare i testi sui quali dovremo misurarci. E lo dico con assoluta sincerità, perché hanno svolto un lavoro realistico, comunque, allo stato dell'arte. Ma chi pensasse di rispondere allo stato d'animo che c'è nel Paese, nella nostra popolazione, semplicemente con questo tipo di riforma e non affrontando il tema prioritario del riconoscimento giuridico dei partiti e della loro disciplina è fuori della realtà. (Applausi del senatore Perduca).
Aggiungo che stiamo esaminando, proprio in 1a Commissione, e per altri versi anche in altre Commissioni si stanno esaminando questi argomenti, la questione del finanziamento e della disciplina del finanziamento dei partiti, dei Gruppi parlamentari, dei rimborsi elettorali e, più vastamente, del finanziamento dei partiti. Cioè, ci stiamo preoccupando di aspetti importantissimi, ma che sono segmenti della problematica della vita dei partiti e della loro organizzazione e credibilità democratica, e noi ci permettiamo, consentitemi questa espressione, onorevoli colleghi, di affrontare una riforma costituzionale senza mettere mano al primo strumento di articolazione democratica del consenso che sono, appunto, i partiti politici.
Concludo con il dire che solo chi ha speso, come tanti di voi (posso dire di noi), gli anni migliori e la parte essenziale della propria vita, sia pure in modo non professionale, nella vita politica, nella vita del partito e dei partiti, sente disperatamente in questo momento l'esigenza, il diritto e il dovere di disciplinare giuridicamente i partiti, e che questa sia l'operazione prodromica, preliminare e pregiudiziale rispetto a qualunque altro tipo di intervento costituzionale.
Questo mi sono permesso di esporre alla cortese attenzione della Presidenza per dire che ritengo, con profondo rammarico, meramente formalistica la decisione di non ammettere questo mio emendamento sotto il profilo del fatto che esula dalla Parte seconda della Costituzione e si occupa della Parte prima, perché a mio parere, dal punto di vista, sostanziale, l'argomento c'entra, eccome, ed è addirittura condizionante. Quindi, dal punto di vista della forma e della procedura mi appello alla Presidenza perché possa ripensare e riconsiderare su questo punto la sua decisione, eventualmente riaprendo il dibattito a questo fondamentale e pregiudiziale argomento.
PRESIDENTE. Procediamo all'esame degli articoli, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Passiamo all'esame dell'articolo 1, su cui sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, non ripeto le osservazioni fatte dal collega Benedetti Valentini. Credo sarebbero stati meritevoli di un esame anche gli emendamenti dichiarati in ogni caso improponibili, perché, nel momento in cui prendiamo in mano il testo costituzionale, sembra limitativo dire che ci concentriamo soltanto su quella parte di norme e di articoli che la Commissione, organizzando i diciannove testi susseguitisi nel tempo, ha sostanzialmente elaborato.
Concentrandoci comunque su quel che rimane, con l'emendamento 01.208 noi apparentemente chiediamo una cosa poco visibile, nel senso che aggiungiamo una sola parolina all'articolo 55 della Costituzione. Non sarà più «Senato della Repubblica», ma sarà «Senato federale della Repubblica». Noi vorremmo aggiungere la parola "federale" perché il Senato, di fatto, nelle cose lo è già federale. Inoltre ci serve sicuramente il Senato federale per riequilibrare, anche se non sappiamo l'esito dei prossimi emendamenti, il sistema presidenzialista che è stato proposto in Aula: ci sarà bisogno di un sistema di contrappesi, almeno di una Camera che non sia più espressione della stessa maggioranza che elegge la Camera dei deputati nonché il Presidente della Repubblica, ma che faccia riferimento ad un sistema territoriale dove un bilanciamento di pesi e di poteri in ogni caso deve esserci.
Devo ringraziare i colleghi della Südtiroler Volkspartei perché hanno presentato un emendamento sostanzialmente identico al nostro per l'Aula. Se anche delle forze che operano in un contesto autonomista dal 1948 dicono che l'evoluzione del sistema deve essere quella che va nella direzione del riconoscimento della sovranità territoriale, quindi un sistema federale, qualcosa significherà. Allora, o riconosciamo il percorso fatto dalle autonomie speciali in questo Paese oppure ci limitiamo a dire che mettiamo la mordacchia a chi ha già avuto qualcosa, ma che non potrà più chiedere altro, perché si deve già ritenere soddisfatto di ciò che ha ottenuto nella storia.
All'Aula dobbiamo ricordare un'altra cosa, che forse è stata dimenticata: il 22 gennaio 2009, essa ha dato il via - forse - alla riforma più importante della storia repubblicana, votando la riforma federalista del Paese. Abbiamo così modificato una serie di istituzioni, dando delega al Governo di operare riforme consequenziali, una parte delle quali è stata realizzata (sul federalismo fiscale, regionale e demaniale), mentre un'altra è ancora da recepire. Monti dovrà recepire quanto prima la riforma dei costi standard, soprattutto rispetto alla spesa storica, perché non potrà che far bene alle casse del Paese, ammodernandolo e rendendone più efficiente la spesa pubblica.
In questo testo proposto dalla Commissione, che probabilmente l'Aula a breve approverà, è inoltre inserito il principio del superamento del bicameralismo perfetto, che implica una separazione tra Camera e Senato, ergo una loro rappresentanza diversa, per cui per forza di cose, anche non volendolo dire, il Senato si riferisce ad un sistema territoriale di rappresentanza diverso da quello della Camera dei deputati.
E così, richiamandomi viceversa al 2001, ricordo che la riforma costituzionale approvata in quell'anno ha riscritto sostanzialmente i rapporti e i poteri tra centro e periferia, decidendo (l'articolo 117, commi secondo e terzo) che le competenze dello Stato devono essere circoscritte, elencate e tassative e che quindi lo Stato non può più debordare. Tutto il resto, dunque le competenze residuali, deve essere - e lo è - di spettanza delle Regioni. Questo implica che lo sbocco naturale è quello di un sistema federale di rappresentanza e di poteri territoriali che devono trovare una Camera di compensazione, che sia una Camera di rappresentanza a livello nazionale.
Avremmo voluto qualcosa in più e, con rammarico, dobbiamo dire di accettare le determinazioni della Presidenza, perché come il Senato deve essere federale, a questo punto, all'articolo 1 della nostra Costituzione, si sarebbe dovuto inserire anche che il nostro Paese è una Repubblica federale democratica: non si sarebbe trattato di fare altro che riconoscere quello che è e sta effettivamente succedendo.
Altro punto dolente, il secondo comma dell'articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Avremmo voluto modificare nel senso che la sovranità spetta «ai popoli», perché il nostro è un Paese variegato e articolato, pertanto non possiamo dire che esiste un'etnia o una popolazione con una definita identità italiana. Anzi, quando parliamo in questo senso a persone provenienti da aree geografiche, ci sentiamo sempre dare risposte non dico violente, ma comunque stizzite, perché ognuno rivendica con orgoglio la propria identità e la propria diversità. Ogni popolo italiano, anzi, esalta la propria peculiarità: perché non riconoscere dunque in Costituzione che siamo popoli che stanno assieme, che si riconoscono nelle loro varie forme e diversità?
Fra i film che hanno avuto più successo di recente ne ricordo due che formano una sorta di saga: il primo si intitola «Benvenuti al Nord», mentre il secondo si intitola «Benvenuti al Sud» (o viceversa). In essi si mettono in evidenza le caratteristiche così diverse, con i vizi e le virtù, se vogliamo, reciproci, e come si riesce poi magari a dialogare e anche ad apprezzare quello che da una parte manca e dall'altra magari è visto come un pregio di cui non ci si può vantare.
Pertanto, scrivere che siamo popoli e non che siamo un popolo e dire che siamo una Repubblica federale democratica, sarebbe stato fare la vera fotografia del nostro Paese, inserendola come statuizione nella nostra Costituzione.
Tornando al Senato federale, vorrei ricordare ai colleghi del Popolo della Libertà che, come minimo, esso rappresenta il contraltare necessario ad affrontare un dibattito, con le varie puntualizzazioni e rettifiche del caso, sul sistema presidenziale o semipresidenziale, che per esistere ha bisogno della compensazione di un Senato federale, altrimenti è un apparato che crolla su se stesso.
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 19,25)
(Segue DIVINA). Con l'emendamento 1.206, prendiamo atto di quanto sta accadendo nel Paese. A noi, classe (o casta) politica, è stato chiesto di dare un segnale, perché non è possibile continuare a chiedere sacrifici al Paese, alle industrie, a piccoli imprenditori e alle famiglie senza il contrastare dei sacrifici della classe dirigente del Paese. Una riduzione dei costi complessivi della politica è pertanto un obbligo che abbiamo nei confronti del Paese, ma una riduzione di facciata, come quella che abbiamo applicato, è priva di senso. Se non si arriva ad una riduzione sostanziale è molto probabile che riceveremo sberleffi e susciteremo risate sarcastiche, con la conseguenza che nei nostri confronti ci sarà un giudizio sempre più severo.
Occorre pertanto partire da una riduzione sostanziale, e in alcuni emendamenti proponiamo quanto meno una riduzione del 50 per cento dei parlamentari, o di pervenire ad un numero di parlamentari della Camera dei deputati e del Senato attorno a 200 deputati e 200 senatori. In caso contrario, il Paese prenderebbe la riforma in malo modo.
Inoltre, poiché abbiamo visto quanti pasticci si sono verificati con la nomina dei parlamentari eletti fuori del territorio del nostro Paese, i parlamentari eletti all'estero, credo occorra intervenire al riguardo. Sono convinto infatti che la riforma costituzionale che ha portato ad inserire la circoscrizione Estero abbia rappresentato un tributo al compianto Tremaglia, che probabilmente in quel momento, a quell'età e in quelle condizioni fisiche ha condizionato l'opinione di tanti parlamentari che sedevano in queste Aule. Abbiamo visto sul banco di prova che la circoscrizione Estero non funziona e ha dato notevoli problemi. Il voto all'estero per corrispondenza si è prestato a pasticci e a brogli. Abbiamo avuto colleghi eletti e poi decaduti e che oggi scontano in carcere i brogli fatti nel corso della propria elezione. Abbiamo appreso da Paesi più evoluti del nostro l'errore di far votare chi non conosce un Paese e i suoi meccanismi, chi non paga le imposte di quel Paese e non è toccato dalle scelte che sono chiamati ad assumere le istituzioni del Paese. Costui non può dare un giudizio su quel Paese, e per questo chiediamo l'eliminazione della circoscrizione Estero. Il fatto che i parlamentari italiani siano esclusivamente eletti e residenti in Italia e che paghino le tasse del nostro Paese è un piccolo contributo alla riforma che il Gruppo della Lega Nord vorrebbe dare. (Applausi dal Gruppo LNP).
PASTORE (PdL). Signora Presidente, intervengo per illustrare l'emendamento 1.214, riformulato con l'aggiunta, alla fine dell'articolo, della modifica dell'articolo 48 della Costituzione con la soppressione della circoscrizione Estero.
Vorrei ricordare molto brevemente ai colleghi, e consegnare alla storia attraverso il resoconto della seduta odierna, che la circoscrizione Estero è nata come mezzo per consentire ai cittadini italiani residenti all'estero di esercitare un diritto che altrimenti avrebbero potuto esercitare solo recandosi in Italia, al momento delle elezioni, e quindi votando nel collegio di appartenenza.
Questa necessità venne condivisa da tanti. È stato ricordato, al riguardo, il compianto collega Tremaglia: desidero rammentare anche il largo consenso che ha determinato un percorso parlamentare molto impegnativo, due letture costituzionali e una legge ordinaria, accompagnato però anche da dubbi, signora Presidente. I dubbi riguardavano il fatto che abbiamo, ad esempio, una legge molto generosa sulla cittadinanza, per cui - lo possiamo rilevare anche dalle cronache degli ultimi tempi - quella italiana viene distribuita e riconosciuta a chi non ha mai messo piede in Italia e magari é discendente di terza, quarta o quinta generazione di italiani emigrati.
Gli elenchi dei cittadini residenti all'estero, quando fu approvata la legge, erano assolutamente incompleti e lacunosi e oggi sono stati in gran parte corretti, ma comunque presentano un vizio di origine. L'AIRE registra chi sicuramente risiedeva in Italia e si è trasferito all'estero, ma solo su richiesta verifica quelli che invece sono nati all'estero e non sono mai transitati sul territorio italiano. Quindi, il problema di legittimazione attiva che prima esisteva ancora adesso è presente.
Esiste poi il problema della campagna elettorale all'estero, e quindi della conoscenza dei propri candidati, nonché il problema forse più rilevante della personalità e segretezza del voto. Questa legge sul voto dei cittadini all'estero ha determinato infatti un paradosso: nata perché ai nostri cittadini all'estero non era consentito di votare per corrispondenza sui collegi nazionali, oggi viene attuata per consentire il voto postale dall'estero sui collegi esteri. Quindi, abbiamo introdotto un sistema non previsto dall'articolo 48 della Costituzione, e probabilmente ad esso contrario, per far esercitare un diritto che prima si riteneva non si potesse esercitare con quel sistema, che è rimasto costituzionale.
Non parliamo poi di tutto il contorno di situazioni oscure, dubbie, di brogli elettorali più o meno verificati, di pacchi di schede che transitano direttamente negli uffici postali esteri, di casi di qualcuno non certamente elettore. Si tratta di vicende che sono state verificate e testimoniate soprattutto nella prima legislatura di applicazione, quella 2006‑2008, che ha visto un florilegio di vicende che ha fatto inorridire l'elettorato responsabile e ha fatto suonareo un campanello d'allarme anche sulla legittimazione della rappresentanza parlamentare. Ricordiamo l'operazione di spoglio in quel di Roma con vicende allucinanti, cronache da far accapponare la pelle.
Ma quello che più è importante, che forse è rimasto in gran parte quasi coperto da una sorta di omertà, è la funzione degli eletti all'estero: persone rispettabilissime legate all'Italia, del cui contributo siamo tutti consapevoli, ma in realtà non si sa bene se rappresentino gli interessi degli italiani all'estero oppure gli interessi dell'Italia all'estero, in queste Aule, o gli interessi degli italiani all'estero in Italia. Sono tre situazioni diverse che potrebbero e dovrebbero essere complessivamente riassunte nell'eletto all'estero, ma sinceramente mi è difficile individuare l'esercizio concreto di questa importante sovranità parlamentare.
Fra l'altro, signora Presidente, vi è un altro paradosso (questo tipicamente italiano) per cui, mentre si modificava la Costituzione prevedendo circoscrizioni Estero si modernizzavano, si novellavano e potenziavano i Comites, cioè i Comitati degli italiani all'estero, creando una rappresentanza territoriale molto vasta e abbastanza costosa, istituendo i CGIE, e quindi creando un sistema di emersione delle legittime aspettative, degli interessi dei nostri connazionali non dico antitetico, ma confliggente con quello che veniva espresso in questa Camera e in quella dei deputati.
Voglio anche ricordare ai colleghi presenti e a chi avrà la bontà di rileggere i resoconti di seduta, signora Presidente, che, nella passata legislatura, ancorché poco numerosi, i voti ricevuti dai senatori eletti all'estero in Senato ribaltarono la maggioranza che gli italiani avevano manifestato, attribuendo un numero di senatori superiore a quelli del centrosinistra: la maggioranza fu letteralmente ribaltata dal voto dato all'estero.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 19,36)
(Segue PASTORE). Quindi, svolgono una funzione anche delicata, in questo caso determinante, che comportò vicende che non voglio qui ricordare.
Di queste vicende nella passata legislatura ci siamo occupati nella Giunta delle elezioni, della quale mi onoravo di far parte. Si è arrivati fino all'apertura delle schede, che non ha avuto alcun esito poiché la legislatura si è interrotta, e ricordo (vi sono senatori e senatrici che hanno partecipato alle operazioni di spoglio lunghe e faticose) che erano decine e decine, se non centinaia, le schede che riportavano tutte la medesima grafia. Sorge quindi il dubbio atroce se sono gli insegnanti all'estero che insegnano a tutti a scrivere allo stesso modo o se quelle schede fossero state compilate da una sola mano. Ciò provocò una delegittimazione della rappresentanza parlamentare che poi in questa legislatura si è accresciuta per altre vicende.
Concludo, signor Presidente, ricordando la vicenda del senatore Di Girolamo, che va considerata non tanto e non solo per le vicende penali che l'hanno caratterizzata, ma per il fatto che egli che non è mai risieduto all'estero, come è stato appurato: è stato eletto grazie all'appoggio di amici, più o meno misteriosi ed occulti, che gli hanno consentito di accedere in quest'Aula a discapito di chi aveva raccolto i voti in maniera legittima. Questo cosa significa? Che non è importante essere cittadini italiani residenti all'estero per proporsi come candidati e per essere eletti: l'essenziale è trovare all'estero (ed è più facile trovarli all'estero che in Italia) dei canali appropriati che convoglino questi voti verso quel candidato piuttosto che verso un altro.
Signor Presidente, non propongo però solo la soppressione della circoscrizione Estero, ma che nell'articolo 48 della Costituzione sia riconosciuta per i cittadini italiani residenti all'estero la legittimità del voto per corrispondenza, purché sia garantita la personalità del voto. Vi sono meccanismi che possono garantire ciò, però l'italiano residente all'estero deve votare persone candidate nel territorio nazionale. (Applausi dei senatori Perduca, Poretti e Pardi).
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Signor Presidente, ho già avuto modo di illustrare in sede di discussione generale le ragioni che sostanziano l'emendamento 1.211 (che peraltro mi sembra identico a quello presentato dal collega Pastore) volto ad abolire gli otto deputati che sarebbero attribuiti alla circoscrizione Estero. E non mi soffermerò su questo punto, che è stato già illustrato dal collega Pastore, riservandomi di farlo più ampiamente in sede di dichiarazione di voto.
Mi corre l'obbligo di sollevare adesso una questione procedurale, evidenziata all'inizio di questa discussione dal collega Pastore. Anche io avevo presentato un emendamento, l'1.205, che è stato dichiarato improponibile dalla Presidenza, volto ad abolire parzialmente l'articolo 48 della Costituzione che prevede l'elezione nella circoscrizione Estero della rappresentanza degli italiani all'estero. Tale proposta emendativa è stata giudicata dalla Presidenza improponibile e io non intendo entrare nel merito di questo giudizio. Chiedo però che si sia trasformato in un'appendice all'emendamento 1.211, così recitando: «Conseguentemente all'articolo 48 della Costituzione sono soppresse le parole da: "A tal fine" sino a: «determinati dalla legge». Lo chiedo anche a nome del collega Amato, cofirmatario dell'emendamento 01.205, e credo che, così come il presidente Schifani ha accolto la richiesta del presidente Pastore, egli possa accogliere anche questa mia richiesta.
Data l'ora e data l'assenza di molti colleghi, non intendo soffermarmi sui motivi che sostanziano questa richiesta. Mi riservo di farlo - come ho già annunciato - in sede di dichiarazione di voto, ma credo che questo sia uno dei punti qualificanti della riforma che stiamo approvando e - ripeto - uno dei due punti a cui io e la collega Sbarbati subordiniamo il nostro voto finale.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un'Aula semideserta con il sincero e doppiamente motivato rispetto per i senatori presenti, e senza alcun fervore riformatore, procediamo oltre, incuranti di quanto ci accade intorno e anche di noi stessi. Procediamo oltre, amabilmente. E allora mi richiamo a quanto detto prima e in discussione generale, dicendo che chi pensa di rispondere a quello che l'opinione pubblica cerca di dirci, in modo più o meno confuso, più o meno gridato o sussurrato, quello che si aspetta in termini di coraggiosa e profonda riforma delle nostre istituzioni con questo tipo di riforma (l'ho detto prima quando mi sono lamentato della declaratoria di improponibilità dell'emendamento a mia prima firma 01.206, relativo al riconoscimento giuridico e disciplina dei partiti) con riforme di basso profilo sarebbe fuori della realtà. E personalmente, pensoso come sono delle sorti della nostra democrazia rappresentativa, dico che occorrono risposte decisamente più rivoluzionarie.
E se permettete che io spieghi, al di là dell'altisonanza di questa parola, che cosa intendo, vi invito a leggere il mio emendamento 1.210: per carità, non dico che lo dobbiate condividere assolutamente, anche se sarebbe bellissimo se così fosse. Esso recita: «Il primo comma dell'articolo 56 della Costituzione è sostituito dal seguente: "La Camera dei deputati rappresenta il libero pluralismo sociale e territoriale ed è eletta a suffragio universale e diretto"».
Prevengo, dicendo che me ne infischio, qualsiasi obiezione cialtrona o epiteti stupidamente polemici mi venissero rivolti dentro queste Aule o fuori. Il meno che mi aspetto...
PRESIDENTE. Senatore Ceccanti, il senatore Benedetti Valentini sta parlando con lei.
BENEDETTI VALENTINI (PdL). Non è così. Siccome ho detto che le obiezioni che mi verrebbero probabilmente sarebbero cialtrone, di tutti potevo parlare meno che del collega Ceccanti, un gradevolissimo contraddittore e un esperto maneggiatore della materia. Di certo, non mi riferivo a lui. Ma forse da lui e da altri mi potrebbe venire un'obiezione, non certo con intento cialtrone. Dai più garbati, il minimo che mi potrebbe venire detto è di essere neocorporativo. Questo è il minimo. Poiché vedete che non ho la minima paura delle parole, me ne infischio anche di questo e mi limito ad osservare che nella mia navicella nella bottiglia - leggasi il mio testo di proposta di riforma costituzionale, che è tra quelli presi in esame in esame congiunto in 1a Commissione - configuravo un bicameralismo vero, differenziato, perché tutto quello di cui stiamo parlando, signori e colleghi, è fondato sul nulla. Stiamo parlando di due Camere per niente differenziate. Ci stiamo sforzando di trovare un superamento del bicameralismo perfetto, ma stiamo fallendo alla radice, nel senso che se tu non differenzi il criterio con cui si rappresentano i cittadini nell'una e nell'altra Camera, il bicameralismo non è superato; lo eviri, lo svuoti, lo neutralizzi, lo ottundi, ma non lo stai superando, oggettivamente.
Invece io concepisco nella mia navicella nella bottiglia una Camera alta - chiamatela Senato o Camera, non m'interessa - che rappresenta il libero pluralismo politico, che deve essere la Camera che dice l'ultima parola su ogni disegno di legge perché la sintesi politica è la sintesi delle libertà, degli interessi generali, dei modelli sociali, delle grandi idee di una politica nobile, pulita quale essa è quando realmente la pratichiamo oltre a professarla. Quella deve essere l'ultima istanza: il pluralismo politico.
Poi concepisco una Camera bassa, anche più numerosa, anche non legata da rapporto di fiducia con l'Esecutivo ma che ha pienezza di poteri legislativi, che rappresenta il pluralismo sociale delle categorie, degli interessi, del volontariato, delle aggregazioni spontanee, degli interessi professionali (perché no?), di tutti gli interessi culturali, quella che è oggi una società complessa e non più quella del secolo scorso o peggio ancora dei secoli precedenti; e il pluralismo territoriale, nel senso che, senza ipocrisie, senza pudori, ci siano anche libere aggregazioni territoriali che si esprimono nella Camera bassa.
Infatti, per quanto io abbia studiato - e se voi, onorevoli colleghi, avete altro da suggerirmi, vi prego di farlo - non sono riuscito a trovare altri canali, criteri o parametri rappresentativi, in cui il cittadino desideri sentirsi rappresentato se non quello primario del modello sociale, della scelta della grande idea, della concezione dello Stato, del vivere comune, dei valori civili che regolano la comunità e poi quello territoriale, che sta esplodendo nel Paese. Facciamo finta di non accorgercene? Stiamo assistendo all'esplosione del civismo, delle liste civiche, delle liste locali che prevalgono sull'aggregazione politica e spesso la travolgono. Vi è poi la rappresentanza degli interessi concreti, delle competenze, degli interessi legittimi, che però siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità in un'assemblea legislativa, dove si devono confrontare con gli altri numerosi interessi legittimi che escano allo scoperto.
Chi di voi, a questo riguardo, mi tacciasse di essere neocorporativo, sarebbe un po' disattento. Non si ricorderebbe che c'è ancora il CNEL, che non facciamo né vivere né crepare, perché non lo cancelliamo, ma ce ne infischiamo dei pareri che esso rende, dopo che il Costituente democratico lo ha confermato, sentendo il bisogno di un organo rappresentativo delle competenze. Fingiamo inoltre di dimenticare che la politica ha fatto taluni passi a lato per dare luogo a un Governo di tecnici, invocato come l'unico in grado di poter affrontare i problemi. Fingiamo di ignorare che questo Governo di tecnici è addirittura ricorso a un supertecnico come tagliatore delle spese e attuatore dell'austerity, evidentemente non sentendosi da solo all'altezza di poterlo essere. Fingiamo anche di dimenticare che tutte le lobby sono appollaiate davanti alle porte delle nostre Commissioni, premendo per ottenere modifiche, leggi, ritocchi e contenuti di ogni genere. Ci sono poveri diavoli, che vengono come ambasciatori dei capi delle lobby, i quali assediano le nostre porte, perché i capi hanno già agito nel momento formativo delle leggi e delle norme.
Fingiamo inoltre di dimenticare che qualunque Governo sia in auge in questo, ma anche in precedenti momenti (temo anche futuri), contratta le leggi fondamentali con le organizzazioni del pluralismo sociale: con le organizzazioni sindacali e con quelle degli imprenditori, con gli istituti di credito, con le università, (interessi legittimi, per l'amor di Dio, ma forti e coordinati), insomma le concorda con tutte quelle che chiamiamo le parti sociali. Stabilisce un testo, che poi manda alle Camere parlamentari dicendo: per carità, non potete toccare neanche una virgola, perché lo abbiamo concordato con le parti sociali. E se tu provi a presentare un emendamento, sei un rompitasche; se tu provi a portare avanti una visione diversa, sei uno che fa inceppare il meccanismo e che non vuole la pace sociale. Se insisti, il Governo mette anche la fiducia, come ormai accade in nove casi su dieci.
Che cosa è questo? Da qui la mia proposta di istituire una Camera in cui si esprime il pluralismo libero aggregato (nulla di bardatura precostituita o autoritativa dall'alto). Mi riferisco alla libera aggregazione dei cittadini che, in una Camera bassa, anche numerosa, ma non legata da un rapporto di fiducia al Governo, esprime il libero pluralismo sociale e territoriale. Ma c'è una Camera che dice l'ultima parola: è quella politica, nella quale - debbo ritenere - le aggregazioni spontanee dei cittadini per ragioni politiche e dunque i partiti (è questa la ragione per cui prima invocavo che i partiti ottenessero un riconoscimento e una disciplina giuridici) esprimono i valori nazionali della sintesi.
Onorevoli colleghi, sarà questa una mia navicella nella bottiglia? Può darsi. Ma se pensate di eludere la spinta che viene dai cittadini (la spinta alla loro libera e dirompente aggregazione per realtà locali e categoriali), voi state deprezzando anche implicitamente, la libera e suprema aggregazione politica. In questo modo, con la mia navicella nella bottiglia, in qualche modo depuro la rappresentanza politica da ciò che non è idea forza e idea di sintesi. Non la confino in una Camera, ma le assegno la parola definitiva: la capacità della sintesi e dell'assunzione di responsabilità e il pluralismo sociale e territoriale che - altrimenti - ci sta esplodendo, cari colleghi, sotto le sedie (per non dir peggio, per non usare espressioni più colorite), viene a trovare accoglienza, proiezione democratica dentro le Camere parlamentari, in cui ciascuno si confronta con le numerose altre realtà territoriali, degli interessi legittimi e delle competenze. Infatti, il potere esercitato da chi non ha competenza per esercitarlo è un'illusione di potere.
Questo è il mio ragionamento, molto semplice. È una provocazione? No, solo non è pensiero debole. Colleghi, io direi che se devono morire queste legislature e queste istituzioni della cosiddetta Seconda Repubblica, muoiano in piedi, muoiano con un pensiero forte, comprendendo quello che sta succedendo nella società, non continuando burocraticamente a tirare avanti all'insegna del realismo politico, che apprezzo, per carità, specie in chi è professionista della politica, e che non disprezzo affatto, anzi l'ammiro, dal basso, dal mio basso: ma quello che sta avendo una sua validità e transitabilità qui dentro, in queste Aule, colleghi carissimi (questo non è qualunquismo), quindici metri fuori del nostro Palazzo non ha nessuna validità, nessuna udienza, nessun riscontro, nessuna emotività.
Noi dobbiamo ridare al cittadino il gusto di partecipare alle elezioni, al processo democratico. Un tentativo - datemene altri e io vi ringrazierò e vi aderirò questo mio modestissimo, di far comprendere che i cittadini possono farsi rappresentare da propri simili nella propria libera aggregazione, per il gusto di essere territorio e identità locale, conferendo però alla sede legislativa, dove tutto trova sintesi ed armonizzazione, rappresentanza dei propri interessi legittimi, di una propria vita professionale, di una propria aggregazione di competenze a cui si è dedicata una vita, insieme al modello politico, quello che deve dare e riprendere gusto e passione anche alla gara politica, alla contrapposizione politica, alle grandi idee. Lì forse ci incontriamo, perché le grandi idee, cari colleghi, sono quelle che riescono ad assorbire in sé quelle porzioni di verità che anche le altre idee hanno. Questa deve essere la Camera politica.
Ho parlato con la testa sopra le nuvole? Non me ne dispiace: se altri preferiscono camminare con i piedi di piombo sulla terra, lo facciano. Mi contento di appartenere un po' alla prima, un po' alla seconda categoria, perché ritengo che quando si mette mano alla Costituzione si metta mano ad un qualcosa che non è un pezzo di carta (questo lo potrebbe fare qualunque politico di professione, qualunque burocrate), e lo debba fare chi sente vibrare dentro di sé l'amore per la libertà e l'amore per l'identità di una Nazione. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Del Vecchio, De Toni e Peterlini. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.
Sull'esigenza di rassicurare i turisti circa la mancanza in Romagna
di specifici rischi connessi ai recenti eventi sismici
BODEGA (Misto-SGCMT). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BODEGA (Misto-SGCMT). Signor Presidente, volevo brevemente cogliere l'occasione per segnalare all'Aula, anche se non è di mia stretta competenza, una situazione che si verifica in questo inizio di stagione estiva. Abbiamo vissuto nelle scorse settimane gli eventi disastrosi del terremoto nella regione Emilia-Romagna. Da tale Regione si leva un grido di protesta, nel senso che le notizie che passano sia in Italia sia all'estero sull'argomento sicurezza di quelle zone creano preoccupazione in tante persone abituate ad andare in vacanza in Romagna, che poi annullano le prenotazioni.
Colgo l'occasione per segnalare il problema all''Aula, nella speranza che chi di dovere possa, magari con qualche intervento ad hoc, dire che in Romagna non c'è nessun tipo di preoccupazione e che si può andare tranquillamente a passare lì le vacanze, in semplicità e sicurezza. (Applausi della senatrice De Feo).
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 20 giugno 2012
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 20 giugno, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,58).