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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 739 del 07/06/2012


SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, onorevoli colleghi, in Italia si spende meno che negli altri Paesi OCSE per servizi pubblici e sostegno alle fasce deboli, ma molto per pensioni ed interessi. Questa non è l'unica anomalia che emerge dalle analisi condotte in sede di razionalizzazione della spesa. Infatti, il costo di produzione dei servizi pubblici è aumentato in 30 anni molto di più di quello del settore privato, con un aggravio di spesa per 80 miliardi. E a questo incremento non è corrisposto un miglioramento della qualità.

C'è stato un rilevante calo, dal 23 per cento al 17-18 per cento, della spesa per la scuola, nonostante le promesse, un calo per quella destinata all'ordine pubblico e sicurezza, che passa dal 9 all'8 per cento, accompagnati da un corrispondente aumento delle spese per la sanità e per la protezione sociale.

È vero, la popolazione invecchia, dietro la spesa sanitaria c'è una struttura politica forte, che è quella dei governi regionali, e ci sono gli interessi coalizzati dell'industria che produce farmaci, beni e attrezzature.

La sanità però è gestita dalle Regioni e la scuola dal Governo centrale. Non si può quindi non riconoscere che la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione ha innescato disordine nel sistema istituzionale, complicato il quadro dei rapporti e la ripartizione delle competenze fra Stato, Regioni ed autonomie, a tal punto che oggi il Governo centrale, per guidare alcuni processi fondamentali in materia di risanamento economico, deve fare violenza sulle Regioni, che hanno mostrato limiti enormi nella gestione della spesa sanitaria e di settori fondamentali relativi a servizi, a scapito dei cittadini.

La riforma del 2001 ha valorizzato il ruolo delle assemblee regionali, ampliando le materie di loro competenza, senza garantire però un disegno di riassetto complessivo. Oggi c'è uno strapotere dei Presidenti delle Regioni, che esercitano più prerogative di quante gliene attribuisca la Costituzione, e allo stesso tempo il cosiddetto federalismo istituzionale ha prodotto un aumento della spesa pubblica senza restituire efficienza ai cittadini e alle imprese.

Vanno quindi riviste le procedure che regolano i rapporti tra lo Stato e le Regioni, che oggi hanno costi elefantiaci, e il potere, oggi eccessivo, che è nelle mani dei presidenti, a scapito delle assemblee legislative; altrimenti continueremo ad andare fuori strada. Su circa 240 miliardi di spesa pubblica gestiti dalle Regioni, esse hanno entrate proprie per 100 miliardi, con uno sfasamento sensibile tra entità della spesa per livello decisionale e fonti di finanziamento autonome. Non c'è Paese al mondo con una discrasia così significativa tra il livello delle spese gestito e capacità di autofinanziamento. È nei fatti l'urgenza della revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione.

Inoltre, nella nostra spesa pubblica si registrano anomalie quali: carenze diffuse nell'organizzazione del lavoro all'interno delle amministrazioni, nelle politiche retributive e nell'acquisto di beni necessari per la produzione.

Le decisioni sull'allocazione delle risorse sono fortemente influenzate dalla sfera politica e da interessi costituiti. A ciò si aggiunga che gli enti locali svolgono le stesse funzioni e servizi a prescindere dalle loro dimensioni, e ciò porta ad un aumento dei costi per quelli con un numero inferiore di abitanti. Prendo l'esempio fatto dal ministro Giarda nel corso della sua audizione in Senato: una prefettura in Molise costa 30 euro per abitante, mentre in Lombardia ne costa 5. Ciò vale per la scuola, e vale in modo diverso per tutti gli altri servizi che lo stato offre prodotti sul territorio. La situazione non è più sostenibile.

Dopo le opportune misure di rigore adottate, per evitare di cadere nel baratro, occorre procedere speditamente alla razionalizzazione della spesa pubblica, per liberarsi da croniche inefficienze, eliminare sprechi e ottenere le necessarie risorse da destinare alla crescita. Così potremo raggiungere un duplice obiettivo: da un lato concorreremo al risanamento della finanza pubblica, dall'altro all'ammodernamento dello Stato e al rilancio dell'economia e dell'occupazione.

Non solo. La riduzione della spesa pubblica per un importo complessivo di 4,2 miliardi per l'anno 2012 (ovvero, il 9 per cento della spesa rivedibile nel breve periodo), cui devono concorrere tutte le pubbliche amministrazioni, dovrà servire ad evitare l'aumento di due punti dell'IVA, previsto per l'ultimo trimestre di quest'anno.

Bisogna scongiurare questa ipotesi, perché l'innalzamento di tali aliquote determinerebbe uno scenario estremamente preoccupante, caratterizzato dall'aumento dei prezzi e dal conseguente calo dei consumi, con il rischio che il Paese precipiti da uno scenario di recessione ad uno di depressione economica.

Questo provvedimento, che è necessario e che rappresenta il primo passo di un'azione di revisione della spesa pubblica ben più complessa e sistematica, sarà perciò dal nostro Gruppo votato. Secondo i dati ISTAT, il totale della spesa della pubblica amministrazione per il 2010-2011 si attesta sui 793 miliardi di euro. Di essa aggredibili, fatta eccezione, tra le altre cose delle spese per interessi e per le pensioni, rimangono 300 miliardi di euro.

È necessario quindi, in prospettiva, concentrarsi su questa cifra che, per un terzo, sta nelle mani dello Stato e per ben due terzi nella disponibilità delle amministrazioni decentrate, abbandonando la strategia dei tagli lineari, da noi sempre avversata, che ha prodotto effetti distorsivi e passando a tagli selettivi. Qualcosa si è fatto: dalla Presidenza del Consiglio sono stati conseguiti risparmi per oltre 20 milioni di euro grazie alla diminuzione delle consulenze e ai tagli all'organico, sono stati operati riduzioni degli stipendi dei manager pubblici, tagli sui voli di stato e sulle auto blu, la soppressione di enti e avviata la riforma delle Province, che a nostro avviso va completata.

Tuttavia ciò non basta, e ne siamo consapevoli, ma lo sono soprattutto i cittadini, viste le 130.000 segnalazioni, 95.000 in appena una settimana, con una media di un messaggio ogni due secondi, con cui sono stati denunciati sprechi ed inefficienze. I cittadini saranno disposti ad accettare l'opera di rigore e sistemazione dei conti pubblici per il rilancio della crescita, ma solo se percepiranno che i sacrifici imposti a tal fine sono equi e proporzionali e se tutti faranno la loro parte, a partire dal drastico taglio di sprechi e sperperi che nessuno può più sopportare.

Bisogna quindi procedere nell'attività di revisione dei programmi di spesa e dei trasferimenti riducendo attività e spese ritenute non più prioritarie nell'attuale congiuntura o inefficaci rispetto agli obiettivi, eliminando sovrapposizioni o duplicazioni e semplificandone le procedure. Sarà necessario rivedere sia le attività svolte a livello centrale, che l'organizzazione dei servizi sul territorio razionalizzando la distribuzione del personale e concentrando gli uffici periferici, riducendo gli enti strumentali e vigilati, nonché le società pubbliche.

Bisogna razionalizzare l'acquisto di beni e servizi mediante l'individuazione di responsabili unici e centrali di acquisto e procedere alla ricognizione degli immobili pubblici e alla riduzione di consulenze a persone e società. La politica è chiamata a fare un passo indietro nella gestione dei servizi.

In Commissione si è pure opportunamente voluto introdurre una modifica al divieto di rilasciare la certificazione dei crediti a favore delle imprese, anche a fini di compensazione, da parte delle Regioni sottoposte ai piani di rientro dai deficit sanitari. L'emendamento approvato corregge infatti un'impostazione ispirata ad un rigore non solo eccessivo, ma estremamente penalizzante soprattutto per le Regioni meridionali.

L'ostacolo al rilascio della certificazione impediva infatti che il creditore potesse proporre la cessione del credito a favore di banche o intermediari finanziari. Tale divieto di certificazione, introdotto dall'ultima legge di stabilità del Governo Berlusconi, produceva un ingente (e quindi ingiusto) danno alle aspettative delle imprese creditrici nei confronti delle Regioni con un effetto potenzialmente depressivo sull'intera economia meridionale.

Non voglio qui tornare sulla drammatica situazione delle piccole e medie imprese, costrette perfino a chiudere perché fiaccate non solo dalla crisi e dalla mancanza di liquidità ma soprattutto perché creditrici di uno Stato che non paga, soprattutto nell'ambito del Servizio sanitario nazionale!

Il Gruppo UDC ed altri è perciò al fianco del commissario Bondi e lo incoraggia in questo primo passo, nell'attività di coordinamento dell'opera di approvvigionamento di beni e servizi da parte delle pubblica amministrazione e nell'assicurare una riduzione della spesa per l'acquisto di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche, come primo passo per avviare una completa e razionale revisione della spesa pubblica nel nostro Paese.