MASCITELLI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MASCITELLI (IdV). Signora Presidente, signori Sottosegretari, onorevoli colleghi, gli obiettivi di riorganizzazione della spesa pubblica attraverso l'eliminazione degli sprechi, delle inefficienze, delle duplicazioni, degli affarismi clientelari nella gestione delle risorse pubbliche hanno rappresentato sempre un patrimonio dell'Italia dei Valori, e la storia delle nostre proposte economiche dall'inizio della legislatura ad oggi ne è una chiara prova. Però elementi più incisivi e più distintivi in questo decreto-legge sulla riorganizzazione della spesa pubblica potranno essere introdotti in occasione della seconda lettura da parte della Camera, e noi siamo in attesa che ciò avvenga. Quindi, nonostante tutto, il nostro voto sarà... (Brusìo).
PRESIDENTE. Scusi, senatore Mascitelli.
Onorevoli senatori, scusate, non in questa confusione. Riproviamo.
MASCITELLI (IdV). Grazie, signora Presidente.
Dicevo che, nonostante tutto, il nostro voto sarà di astensione. E dico «nonostante tutto» perché i nostri emendamenti (alcuni rafforzativi di provvedimenti di legge già esistenti e a tutt'oggi inapplicati e altri migliorativi nel senso di una volontà reale di modificazione, di riduzione della spesa pubblica) sono stati sistematicamente bocciati, dichiarati inammissibili, alcuni dichiarati improponibili, perché, signora Presidente - lo dico ai rappresentanti del Governo, che vedo abbastanza distratti - si sta creando una situazione anomala nel nostro Paese.
La situazione anomala è quella di un Governo di nessuno, sostenuto da una maggioranza dell'«io avrei fatto un'altra cosa», che sta creando, in occasione dell'esame di provvedimenti di grandissima importanza, come questo decreto-legge, una situazione in cui gli emendamenti vengono distribuiti con la logica del manuale Cencelli: cinque al PD, quattro al PdL, uno al Terzo Polo, perché il diritto di tribuna non si nega mai a nessuno.
Nonostante tutto, il nostro voto sarà, come dicevo, un voto di astensione. E ciò, nonostante il decreto al nostro esame, e su questo richiedo un minimo di attenzione da parte dei rappresentanti del Governo, non faccia altro che aggravare ancora di più la distanza, il divario tra ciò che il Governo sta comunicando al Paese e la realtà. Il Paese ha capito il rigore, ma ancora non riesce a capire la crescita e l'equità. Quindi, c'è una comunicazione certamente all'insegna di una sobrietà della retorica (che è qualcosa almeno di meglio rispetto a ciò a cui ci aveva abituato il precedente Governo), ma si sta accentuando ancora di più il divario tra ciò che il Governo sta comunicando e ciò che è la realtà dei fatti, la realtà dei conti pubblici e la realtà del Paese.
Andiamo per ordine. Sulla realtà dei fatti, non all'Aula, ma almeno agli ascoltatori di Radio Radicale che in questo momento ci stanno ascoltando, io voglio dire che questo decreto, in sostanza, nomina un commissario, al quale vengono conferiti dei poteri quali raccogliere informazioni, segnalare proposte, mandare ispezioni, definire prezzi (definire, non stabilire prezzi). Sono quindi, in fondo, delle funzioni che vengono equiparate a quelle di una sorta di supertecnico, di un consulente tecnico.
Quindi, questo Governo nomina un consulente tecnico per un Ministro tecnico. E si tratta del ministro Giarda che, tra l'altro, è stato autore di un pregevole rapporto sulla dinamica, la struttura e il governo della spesa pubblica, che ha consegnato, proprio di recente, in questi ultimi anni, ad un altro ministro, il ministro dell'economia Tremonti. Un Ministro che si definiva anch'egli tecnico e che ha compiuto, come prima azione dell'attività legislativa del Governo, quella di mettere nel cassetto e, quindi, di mettere nel dimenticatoio, un altro rapporto tecnico, quello della commissione Muraro. Tale rapporto già indicava, all'epoca, quelle che dovevano essere le strategie per una reale ed effettiva riduzione della spesa pubblica.
Con questo voglio dire che di studi, di analisi e di proposte, il Governo è il Parlamento hanno piena coscienza e pieno possesso. Questo decreto avrebbe dovuto fare qualcosa di più, perché questo decreto, signora Presidente, è anche un passo indietro rispetto a quella che è la legislazione vigente e rispetto a quello che già questo Paese avrebbe dovuto fare. Ricordo al sottosegretario Polillo che la manovra economica di luglio (decreto-legge n. 98 del 2011) già prevedeva che il Ministro dell'economia, d'intesa con gli altri Ministeri, provvedesse ad attivare una riorganizzazione della spesa pubblica, un superamento dei criteri di spesa storica, indicando le criticità e definendo le strategie. Di questo dovevamo parlare oggi, non del fatto che al commissario già nominato viene data l'indicazione di presentare (e l'ha fatto già, perché stiamo discutendo di cose già avvenute) - un cronoprogramma.
È un passo indietro rispetto alla legislazione vigente, perché la manovra di agosto, che è diventata legge dello Stato, prevedeva che il Governo - qualunque Governo fosse in carica - presentasse entro il 30 novembre 2011 un programma di lavoro indicando le linee guida e gli indirizzi sulle necessità e sulle strategie della riorganizzazione della spesa pubblica.
Di questo dovevamo parlare oggi, non del fatto che ci si è divisi tra le posizioni del Governo e quelle dei relatori su quando il Governo verrà a definire le scelte che questo commissario prenderà. Un commissario che poi, in questo immaginario collettivo, sembra quasi una sorta di "Mastro Lindo con la forza del pulito" che supera le prerogative del Parlamento e porta una grande pulizia nella spesa pubblica, mentre sappiamo tutti che non è così.
E, vedete, questo decreto non tiene conto neppure di quelli che sono i conti del bilancio pubblico. Infatti, leggo sugli organi di stampa, insieme a tutti gli altri colleghi, che il ministro Giarda ha dichiarato che da questo decreto il Governo ricaverà 4,2 miliardi di euro, poi ci sarà una spesa aggredibile per un importo che varia dagli 80 ai 100 miliardi, come se fosse una sorta di tesoretto.
Dico allora ai rappresentanti del Governo, che hanno rifiutato, con la reiezione dell'emendamento 1.5, di inserire la quantificazione dei risultati di questa attività di riorganizzazione della spesa pubblica e hanno preteso e voluto che anziché una quantificazione vi fosse soltanto una indicazione generica: nelle manovre economiche precedenti c'è una delega fiscale al Governo che avrebbe dovuto comportare una capacità di entrate di 4 miliardi per il 2012, 16 miliardi per il 2013 e, a regime, dal 2014, 20 miliardi di euro; quindi, recuperare 4 miliardi al fine di evitare che possano scattare gli aggravi delle imposte indirette (non solo dell'IVA, ma anche delle altre imposte) non è una facoltà o una gentile concessione di questo Governo, ma un obbligo che sta nei conti pubblici, perché questo Governo ha scritto nel Documento di economia e finanza, nella regola di spesa, che tra il 2011 e il 2012 la spesa pubblica passa da 790 miliardi a 801 miliardi, quindi c'è già un aumento della spesa di 10 miliardi di euro. Allora di cosa stiamo parlando? Di questo avremmo dovuto parlare.
Signora Presidente, mi consenta di avere dei tempi supplementari, vista l'agitazione dell'Assemblea all'inizio del mio intervento, per svolgere qualche altra considerazione.
Un'altra questione importante, che accentua il divario tra il Governo e il Paese, è che forse qui non ci si è resi conto che la questione dei tagli nella spesa pubblica non è questione di contabilità pubblica, ma è una questione politica, di scelte politiche relative a dove devono essere allocate o tagliate risorse: nei tagli della spesa pubblica, sinora, chi ci ha rimesso sono stati i dipendenti pubblici con il blocco degli stipendi, i pensionati con l'innalzamento dell'età pensionabile, i precari con il blocco del turnover, gli esodati che ancora restano fuori dalle tutele sociali.
Infine, l'ultima considerazione che voglio rivolgere al Governo che, in questa sua volontà di democrazia partecipativa diretta, ha chiesto ai cittadini italiani di dare e di dire la propria opinione, riguarda il fatto che il Governo ha poi sottaciuto il risultato di questa opinione, perché la maggior parte dei cittadini che hanno inviato segnalazioni (in tutto circa 130.000) chiedevano di tagliare la spesa pubblica iniziando dai costi della politica. Dov'è la riforma delle Province? Dov'è la riforma del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma degli enti disciolti? Su queste questioni il Governo dovrebbe pronunciarsi subito. (Applausi dal Gruppo IdV).