Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (609 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 739 del 07/06/2012


AGOSTINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AGOSTINI (PD). Signora Presidente, in maniera forse un po' strana ed eccentrica vorrei cominciare da un articolo avanzato, per così dire, ossia dall'articolo 13 di questo provvedimento, quello che riguarda i crediti delle imprese nei confronti della pubblica amministrazione: una specie di vagone che si è aggiunto nel corso del provvedimento per un'iniziativa del Governo e dei relatori (colgo l'occasione per ringraziare i relatori per il lavoro che hanno svolto), e che però rappresenta uno dei punti cardine del provvedimento che questa mattina ci accingiamo ad approvare, perché impatta direttamente sull'economia reale.

Ho qui sotto gli occhi un articolo de «Il Sole 24 Ore» di oggi che, a proposito del convegno di ieri del Centro Studi Confindustria, richiama con forza il tema dei pagamenti della pubblica amministrazione, aggiornando il dato relativo ai ritardi della pubblica amministrazione, pari, in termini medi, a 180 giorni, per il pagamento delle imprese fornitrici.

Ciò che vorrei sottolineare, e che mi sembra sia venuto poco in luce, è che il provvedimento in esame riguarda tutta la pubblica amministrazione, a differenza dei dibattiti che pure abbiamo fatto in passato: sia la pubblica amministrazione centrale sia gli enti locali, e persino le Regioni sottoposte a commissariamento per i piani di rientro del debito sanitario. Tutto ciò avviene con strumenti molto incisivi ed anche tecnicamente molto ben congegnati. Si va dalla compensazione crediti-debiti nei confronti dell'erario allo strumento del pro solvendo, dall'utilizzo del fondo di garanzia alle anticipazioni. Alla fine, ne viene fuori un provvedimento che immette risorse vere nel circuito dell'economia reale.

Vorrei sottolineare che, rispetto a tutti gli ultimi mesi, questa è la prima volta che il Parlamento delibera una legge che mette direttamente in circolazione nell'economia reale, come ha ricordato il presidente Monti un paio di settimane fa nella presentazione del decreto-legge, qualcosa come, da qui a fine anno, 20 miliardi di euro. Mi sembra un fatto decisamente rilevante ed importante.

Credo quindi che non sia bello che si sia aperta una specie di gara, in modo un po' stucchevole, su chi deve avere la medaglietta di questo riconoscimento. Credo che il provvedimento l'abbiamo voluto tutti: il PdL, il PD, il Terzo Polo, l'Italia dei Valori, la Lega, che nel corso dei mesi passati più volte hanno presentato in Commissione bilancio iniziative che andavano in tale direzione. Credo che questa sia la dimostrazione che, quando la politica si mette in sintonia con i problemi reali del Paese possono venire risposte significative ed importanti.

Il provvedimento che questa mattina licenziamo è ambizioso e va letto, come è stato ricordato correttamente anche in discussione generale dai miei colleghi del Gruppo del PD, su due piani: uno di breve termine e uno di medio-lungo termine.

Vorrei subito chiarire che questa non è la spending review, come dicono genericamente e giornalisticamente tutti i giorni: questo è l'avvio della spending review. Vorrei dire, addirittura, che è un provvedimento urgente che avvia ed inizia la spending review.

Per questo, il provvedimento si muove su due piani. In questa fase si mette il fuoco sulla spesa realmente aggredibile, come ha ricordato il ministro Giarda: qualcosa che oscilla tra 80 e 100 miliardi e che si riferisce soprattutto all'acquisto di beni e servizi, con un obiettivo mirato, preciso, immediato. Bisogna riuscire a trovare, di qui a fine anno, 4,2 miliardi di risparmi di spese che ci consentano di evitare un provvedimento che tutti sappiamo - lucidamente sappiamo - sarebbe di ulteriore compressione dei consumi e della domanda nel nostro Paese: lo scatto di due punti percentuali dell'IVA previsto per il settembre prossimo.

Poi c'è un aspetto di carattere strutturale, e non per niente abbiamo presentato degli emendamenti. Penso in modo particolare all'emendamento 1.5 delle Commissioni riunite che è stato approvato e che reinnesta il decreto-legge sulla legislazione già vigente (mi riferisco al decreto-legge n. 138 del 2011 e alla legge n. 196 del 2009, cioè a tutti quei provvedimenti che prevedono un vero e proprio programma industriale per la pubblica amministrazione e che istituzionalizzano processi di analisi e di valutazione della spesa pubblica).

Ecco, senza enfasi, vorrei parlare di una piccola rivoluzione copernicana, perché la storia italiana in materia di gestione delle finanze pubbliche passa attraverso una sua logica. Si potrebbero citare decine di migliaia di esempi: tutti hanno sempre risposto ad una logica incrementale. Bisogna sempre inserire qualcosa di più nei bilanci, dal più piccolo Comune al bilancio dello Stato, ai bilanci delle nostre istituzioni, di Camera e Senato. Oggi, invece, bisogna arrivare ad una soluzione di continuità. Tecnicamente si parla di zero-based budgeting, ma, al di fuori degli aspetti tecnici, desidero sottolineare un fatto che non è solo contabile. Dobbiamo rompere incrostazioni, interessi corporativi, tutto ciò che nel corso dei decenni si è costruito intorno al sistema della spesa pubblica italiana. Non a caso, in alcune circostanze abbiamo parlato di una configurazione sociale della spesa pubblica italiana, perché ha definito anche raggruppamenti sociali nel Paese.

Ecco allora che bisogna invece tornare a criteri ben diversi: efficacia, efficienza, economicità e managerialità della gestione, verifica costante della qualità dei servizi erogati e del rapporto che corre tra la qualità dei servizi erogati e il contenuto economico della fornitura di quei servizi. Credo ci si possa dare un obiettivo tutto politico, cioè quello di gestire e di fornire servizi di qualità a costi più bassi possibili. In altri termini, bisogna passare dalla logica incrementale alla logica opposta: un controllo fermo e ferreo di gestione che ci consenta di fornire servizi qualificati ai costi più bassi possibili.

Il problema di oggi allora, se così lo affrontiamo in Italia, non è tanto il livello della spesa pubblica, ma la sua composizione. In Europa ci sono Paesi che hanno più spesa pubblica dell'Italia e Paesi che ne hanno di meno. Non voglio entrare in questo tipo di discussione, ma c'è un problema che riguarda la composizione della spesa pubblica italiana, la possibilità di restituire in altri termini una qualche elasticità al bilancio, e ai bilanci in senso generale.

Abbiamo visto ora l'aspetto organizzativo del problema ma non c'è dubbio che esiste anche un aspetto economico. La spesa pubblica è una componente della domanda, e il problema italiano oggi è - come dicevo prima - una carenza drammatica di consumi, e quindi un deficit di domanda interna. Non a caso, ci reggiamo soltanto sulle esportazioni, sul saldo netto con l'estero. Ha ragione il vice ministro Grilli nel sostenere che dobbiamo sostituire domanda cattiva con domanda buona, spesa pubblica cattiva con spesa pubblica buona. La spesa pubblica italiana - l'ho già ricordato un'altra volta in quest'Aula - non è esplosa improvvisamente. Il debito pubblico italiano non è esploso all'improvviso a fronte della crisi, come è successo in altri Paesi. Il debito italiano si è costruito attraverso un percorso costante e continuo, direi quasi inesorabile, nel corso dei decenni. E tutto questo sta avvenendo in una situazione sociale particolarmente preoccupante.

Voglio ricordare solo due dati: il primo fornito dalla Banca d'Italia, l'altro dal fondo di «Avvenire» di ieri. Dall'ultimo bollettino della Banca d'Italia emerge come il 10 per cento più ricco della popolazione italiana, nel passaggio dal 2008 al 2010, quindi due anni fa, controlla e possiede, nel 2008, il 44 per cento della ricchezza finanziaria e mobiliare; nel 2010, la quota passa al 47 per cento. L'«Avvenire» di ieri, invece, ci ricorda come vi siano in Italia, ed è un dato drammatico, circa 1.876.000 bambini che versano in una condizione di povertà relativa.

Mi avvio a concludere, signora Presidente, dicendo che, se vogliamo davvero avviare questo percorso della spending review, dobbiamo guardare anche allo strumento: e mi riferisco ora alla CONSIP. Ieri il collega Giaretta ha ricordato come solo una piccola percentuale degli acquisti di beni e servizi (c'è chi parla del 3 per cento e chi parla del 7 per cento, e non c'è accordo neanche su questo) passi attraverso la CONSIP.

Bene, io ho apprezzato molto, e voglio dirlo, che il ministro Giarda e i suoi Sottosegretari abbiano compiuto una valutazione attenta di un nostro emendamento, presentato in Aula all'articolo 12, e abbiano espresso un parere positivo da parte del Governo. Quella modifica che noi abbiamo introdotto consente infatti di dare certezza del diritto e trasparenza delle decisioni nelle gare che la CONSIP fa. Vorrei anche dire al Ministero dell'economia, che è - per così dire - proprietario della CONSIP, che proprio perché c'è bisogno di una valorizzazione di questo strumento bisognerà portare maggiore attenzione, in modo particolare al tempo che passa tra la pubblicazione dei bandi della CONSIP e il momento in cui la CONSIP stipula effettivamente i contratti, perché trascorre troppo tempo.

Se noi sapremo tenere insieme tutti questi molteplici aspetti, potremo fare un lavoro importante, in un esercizio di riformismo vero, autentico, praticato e non semplicemente predicato. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Fistarol. Congratulazioni).