PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, ho chiara la consapevolezza di quanto sia stato faticoso e impegnativo, non solo per il Governo, ma anche per il Parlamento, produrre questo provvedimento dall'inizio accidentato: ricordo in Consiglio dei ministri il confronto positivo, ma serrato, con le parti sociali, un confronto che ha visto anche la Confindustria e i sindacati su posizioni in origine molto divergenti e che ha affrontato uno dei temi più stringenti della nostra agenda per lo sviluppo, visto che la rigidità del mercato del lavoro viene considerata un grave handicap per la competitività del nostro sistema Paese e per la nostra economia.
Credo che sia stato fatto un lavoro ispirato alla buona volontà. Ho anche preso atto del clima positivo in Parlamento e del lavoro fatto in Commissione. Certo, il fatto che l'Aula sia stata privata della possibilità di affrontare una tematica così delicata in modo più ampio ha penalizzato, ad esempio, una piccola forza politica come la nostra che, non avendo membri in Commissione, ha avuto un deficit di partecipazione, per cui avremmo colmato questo deficit anche con qualche iniziativa emendativa o ordine del giorno.
Questa dichiarazione di voto mi consente di esporre alcuni di questi temi. Il giudizio sostanzialmente positivo sul provvedimento sconta anche alcune valutazioni critiche che sono state formulate e che apprezzo, come quella espressa ieri da un mio autorevole collega, senatore Nicola Rossi, il quale considera questa un'occasione mancata. Qualche importante economista ritiene che lo scambio sia stato in perdita, ossia quello tra un eccesso di rigidità in uscita e una certa tolleranza agli abusi sui contratti temporanei in entrata. È lo scambio tipico della politica: non so a chi ascriverlo, ma certamente questo è il prodotto del Governo, del Parlamento e di questo clima bipartisan.
Vorrei però considerare il provvedimento dentro l'agenda complessiva del Governo, i cui primi atti sono stati tutti segnati dalla preoccupazione di raggiungere un equilibrio finanziario e si sono tradotti, quindi, in mosse molto serrate sul tema delle entrate (lotta all'evasione) e sui tagli di spesa (ora attendiamo il provvedimento sulla spending review). Tuttavia, l'azione del Governo sconta ancora dei limiti importanti sul tema della crescita, che sappiamo tutti indispensabile anche per conseguire il tanto stringente equilibrio finanziario che forse, con i suoi dogmi teutonici, sta penalizzando un po' anche la nostra economia e le vocazioni del nostro Paese.
Ma c'è una questione che vi voglio sottoporre, ed è un limite che colgo nell'azione del Governo, e forse nella politica di questo Paese. I provvedimenti del Governo, ed anche questo, partono da un presupposto culturale, intellettuale e logico sbagliato, che questo sia cioè un Paese normale, che questo sia un Paese unito ed omogeneo, che le regole debbano essere uguali per tutti.
Oggi torna di moda anche la Francia, a livello istituzionale, ma noi non siamo la Francia. Non è un Paese omogeneo, il nostro: non c'è un'amministrazione diffusa e funzionante. Siamo un Paese spaccato; siamo un Paese lacerato; siamo un Paese duale. Qui c'è un Paese, al Nord e al Centro-Nord, che ha un'economia forte, anche dentro la crisi, che vede ancora delle grandi performance sulle esportazioni, capace di forte innovazione, e un'area enorme, pari ad oltre un terzo del totale, drammaticamente arretrata, in ritardo di sviluppo, con infrastrutture carenti, con una burocrazia inefficiente, con un enorme handicap di competitività. Questo provvedimento non affronta per nulla questa dinamica così diversa e non costruisce modelli adeguati. Continuo a chiedere al Governo di farsi carico di questa dualità; quando evocate le politiche di coesione sociale e territoriale, vi vorrei conseguenti.
Non c'è ad esempio una risposta al dramma della disoccupazione femminile nel Mezzogiorno, che ha numeri allucinanti e determina un impoverimento della vita civile, sociale ed istituzionale. Il fatto che le donne al Sud non lavorino priva la nostra società di un contributo essenziale.
Vorrei poi soffermarmi sulla drammaticità della disoccupazione intellettuale. L'emigrazione intellettuale dei giovani del Sud altamente scolarizzati - possiamo poi discutere sulla qualità di questa scolarizzazione, che dipende dalle istituzioni scolastiche di questo Paese - determina un impoverimento non solo affettivo, ma anche economico. Ci sono infatti forti investimenti delle famiglie per istruire questi giovani che poi vanno via, trasferendosi al Nord o altrove. Non si tratta della mobilità normale di una globalizzazione diffusa, ma della condizione drammatica dell'impossibilità di speranza nella propria terra.
Questo provvedimento, signora Ministro, certamente regolamenta in modo più avanzato il mercato del lavoro (io sono un sostenitore della tesi per cui l'ottimo è nemico del buono): certamente è un passo avanti; ma non ha lo scarto, davvero, per far respirare il Paese, non dà l'idea di un mercato del lavoro che si allarga, prefigurando una nuova domanda di lavoro.
Tutto questo si avverte ancora di più nel Mezzogiorno. Per avere una domanda di lavoro occorre che l'impresa cerchi manodopera, e questo non accade. Questo può accadere soltanto se il Governo concepisce una manovra sistemica, che utilizzi tutte le leve per favorire un'iniziativa economica differenziata nel Sud. Questo vuol dire che, in linea con le politiche dell'Unione con cui va negoziata, che ovviamente pongono il tema delle aree depresse in ritardo di sviluppo, occorre differenziare la leva fiscale per le imprese. Questo, per garantire quelle poche imprese ancora allocate nel Mezzogiorno, ma anche per attrarre processi di delocalizzazione interna ed internazionale. Se non si abbassano le tasse sulle imprese, non s'investe. Accanto all'abbassamento delle tasse sulle imprese - che noi chiamiamo fiscalità di sviluppo, che voi potete chiamare come volete, ma che implica comunque ridurre le tasse sulle imprese che investono nel Sud - occorre ridurre fortemente la soglia contributiva, soprattutto per i lavoratori giovani e per le donne. Occorre che vi sia davvero un taglio contributivo.
Occorre poi un'altra cosa, senza scandalo. Qualche anno fa venivano chiamate gabbie salariali, e determinavano grandi problemi sulla qualità dei diritti della cittadinanza. Io ritengo che in questi tempi, non solo di emergenza, ma di flessibilità, occorra pensare che in alcune aree del Paese, o magari per singoli distretti, si possano adottare delle misure sistemiche, con taglio delle tasse, abbassamento dei contributi ed anche riduzione della remunerazione del lavoro. Chiamiamola contrattazione decentrata, differenziata, localizzata: ma occorre determinare condizioni di vantaggio competitivo per chi vuole investire nel Mezzogiorno. È l'unica possibilità perché questa parte del Paese possa contribuire allo sforzo di crescita e di risanamento.
A questo si deve accompagnare certamente una maggiore efficienza della pubblica amministrazione ed investimenti in infrastrutture. Si deve però costruire una politica di sistema.
Signora Ministro, signori del Governo, tecnici della politica, questo non c'è. Io continuo a votare. Ho dato quattro fiducie al Governo e voterò a favore di questo provvedimento convinto della buona volontà, della condizione di emergenza e delle difficoltà. Manca, però, un respiro strategico per comprendere che questo Paese, che ha condizioni così differenziate, ha bisogno di ricette innovative, di scelte drastiche, di soluzioni differenti.
La vera eguaglianza, la vera unificazione nazionale, la vera coesione passa dalla costruzione di misure diverse per i diversi territori. Su questo, colmo un limite culturale. Continuo a votare per il Governo, pur avendo una preoccupazione, che sta diventando cronica, sulla capacità di questo Esecutivo di affrontare davvero la questione della crescita del Mezzogiorno, senza la quale anche l'obiettivo di risanamento e dell'equilibrio finanziario è difficilmente raggiungibile.
Non basterà che il Nord torni a crescere; non basterà che si riprenda ad esportare. Occorre che anche il Sud faccia la sua parte, che si produca, che si sviluppi, che si lavori e che questa scelta sia la scelta dell'intero Paese. (Applausi dei senatori Baldassarri e Digilio)