FORNERO, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signora Presidente, onorevoli senatrici e senatori, in una giornata come quella di oggi la replica del Ministro del lavoro non può non iniziare con un dovuto e vibrante atto di omaggio ai lavoratori morti sotto le macerie della fabbrica dove avevano ripreso il lavoro dopo il terremoto della scorsa settimana. (Applausi).
Nel momento in cui il Senato si accinge ad esprimere il proprio voto su un disegno di legge che si propone di adeguare le norme ad una realtà del lavoro fortemente mutata negli ultimi anni, la mia partecipazione commossa e quella di tutti i presenti va alle famiglie delle vittime. È stato il lavoro, come dimostrano le tristi statistiche di cui disponiamo, il vero epicentro del sisma. E dobbiamo considerare che le buone leggi sono una condizione necessaria, ma non sufficiente, per un corretto rapporto lavorativo. Altre condizioni esterne sono necessarie: dall'ambiente naturale alla stabilità degli edifici. È su questa condizione necessaria, ma non sufficiente, che il Senato della Repubblica è chiamato oggi ad esprimersi.
La realizzazione di un mercato del lavoro a un tempo inclusivo, ossia contrassegnato da norme rivolte a tutti i lavoratori di qualsiasi età e professione, senza distinzioni né privilegi, e dinamico, ossia tale da favorire una mobilità positiva caratterizzata da facilità nell'inserimento e nel reinserimento produttivo e da crescita professionale, rappresenta, insieme al risanamento delle finanze pubbliche, una delle precondizioni per lo sviluppo di un sistema economico.
Il Governo che ha preceduto l'attuale si era formalmente impegnato anche in sede internazionale a introdurre una riforma lungo queste linee. A sostegno della riforma del mercato del lavoro si sono altresì variamente espresse in diverse occasioni, anche molto recenti, importanti istituzioni internazionali. L'Unione europea l'ha esplicitamente richiesta. Il nostro Paese ne ha un grande bisogno, sotto molti profili, per riprendere un percorso di crescita da troppo tempo abbandonato.
Per questi motivi, e non già perché ce lo chiedono i mercati finanziari, l'approvazione del disegno di legge presentato dal Governo è un atto di estrema importanza. Il lavoro realizzato dalla Commissione lavoro del Senato ha contribuito a migliorare il testo presentato dal Governo, e di ciò voglio qui pubblicamente dare atto e ringraziare il presidente della Commissione, senatore Pasquale Giuliano, per la competenza e la decisione con la quale ha condotto i lavori della Commissione. Voglio esprimere un grande apprezzamento anche per i due relatori, i professori Maurizio Castro e Tiziano Treu, per essersi fatti interpreti delle diverse sensibilità politiche che questo provvedimento indubbiamente suscita e per aver contribuito ai lavori con la grande conoscenza e la lunga esperienza maturata in materia di diritto del lavoro, in teoria e in pratica.
Voglio anche ringraziare il presidente della Commissione bilancio, senatore Antonio Azzollini, per aver esercitato, con l'abituale determinazione, la sua funzione di guardiano dei conti pubblici. Infine, desidero esprimere un apprezzamento sincero per la discussione in Aula, non solo quando ha mostrato di condividere i contenuti della riforma, ma anche quando li ha fortemente criticati.
Un mercato del lavoro inclusivo e dinamico richiede un assetto normativo e istituzionale atto a facilitare l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro nelle sue diverse articolazioni; a favorire l'occupabilità delle persone attraverso l'accumulazione e l'aggiornamento delle competenze e delle professionalità; a incentivare investimenti da parte di imprese nazionali ed estere, anche arrestando l'emorragia di risorse produttive verso Paesi nei quali le condizioni di lavoro sono ancora lontane dalle migliori pratiche alle quali il nostro Paese si ispira; a sostenere la crescita della produttività, favorendo per conseguenza anche la crescita salariale; a contrastare la precarietà e a redistribuire più equamente e più universalmente le tutele dell'impiego e dei redditi; a realizzare politiche attive anch'esse in linea con le migliori pratiche europee.
Molti di questi obiettivi sono stati già perseguiti da riforme precedenti e, rispetto a queste, la riforma oggi in approvazione si pone in una logica di continuità, riconoscendo quanto già fatto. Ma non dobbiamo trascurare che in altri ambiti essa propone importanti e significative innovazioni.
L'obiettivo ultimo non è solo quello di aumentare l'occupazione del nostro Paese, in particolare di giovani e donne, e di ridurre stabilmente il tasso di disoccupazione strutturale, ma è di rendere questa occupazione più produttiva con benefici per l'intera collettività. Sappiamo che il raggiungimento di questi obiettivi non è assicurato soltanto dal cambiamento delle regole. Sappiamo che, se le norme non sono interiorizzate e non contribuiscono a cambiare i comportamenti, rischiano di restare lettera morta.
Flessibilità, occupabilità e protezione nel mercato, anziché protezione del posto di lavoro, sono i cardini della riforma, prerequisiti per il superamento di quel dualismo del mercato che negli anni ha visto ridursi la cittadella dei lavoratori protetti nei loro singoli posti di lavoro e nei loro redditi, anche con il ricorso al pensionamento anticipato, e ampliarsi quella dei lavoratori al margine del mercato o del tutto esclusi dallo stesso. Forse nessuna riforma come quella del mercato del lavoro tocca in altrettanta profondità tutta la società, famiglie, imprese e anche istituzioni, con i loro diversi e non infrequentemente opposti interessi.
Questa riforma mira a realizzare un corretto ed armonico equilibrio non solo tra questi interessi contrastanti, ma anche tra posizioni teoriche e visioni politiche diverse, tra tensioni di breve e tensioni di lungo periodo.
Approvare una riforma di questa portata, per di più con il sostegno di partiti che si sono fino a poco tempo fa fieramente contrapposti, ha un grande significato politico e per il Paese. Ma approvarla per vederla poi appassire, sterile di risultati o, peggio, disattesa nella pratica, non è certo interesse né del Paese né di questo Governo. Noi vogliamo che la riforma dispieghi la sua efficacia e per questo abbiamo previsto un monitoraggio che intendiamo sia effettuato con tempismo, competenza e metodo, ma anche con il pragmatismo di chi sa che, in materie come queste, non vi sono dogmi ma buone pratiche e buone condotte, e che si deve essere disposti e pronti a cambiare e ad affinare.
La riforma è avviata in un momento difficilissimo dell'economia italiana, ma è proprio nei momenti difficili che occorre avere il coraggio di cambiare, di superare pregiudizi, di correggere storture e di affermare, sia pure con vincoli finanziari molto stringenti di risorse scarse, una maggiore uniformità di trattamento ed una maggiore universalità del sistema di protezione del reddito, lungamente auspicate in passato.
Prima di affrontare brevemente le linee di azione della riforma, voglio anche rispondere all'accusa - forse per me più dura e più ingiusta - di non aver fatto alcunché per sostenere l'occupazione femminile. Al riguardo, voglio esprimere un paio di considerazioni, una di carattere generale e una più contingente. La prima concerne l'ambivalenza di misure ad hoc che, pur introdotte con l'intento buono di tagliare i nodi irrisolti dell'occupazione femminile e della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rischiano però di ghettizzare le donne stesse e di farle apparire come una specie differente, piuttosto che come vittime di pratiche discriminatorie che, nonostante le leggi che stabiliscono la parità di trattamento, sono ancora molto ampliamente e pervasivamente disattese. Le donne hanno essenzialmente bisogno di parità negli accessi e di valorizzazione del merito, perché è negli accessi che esse sono frenate ed è nel non riconoscimento del merito che incontrano i maggiori ostacoli alla loro partecipazione e alla loro affermazione lavorativa.
A questa considerazione di carattere generale se ne aggiunge, però, anche una seconda di carattere più contingente e pratico. Se anche avessimo considerato derogabile tale principio, in modo da contrastare più efficacemente e rapidamente una situazione di grave e perdurante disparità, per ricorrere - sia pur in via temporanea - a misure specifiche, come è stato fatto per le quote nei consigli d'amministrazione, ci saremmo - come di fatto ci siamo - scontrati con il vincolo insuperabile delle risorse finanziare. Questa è la ragione per la quale le misure per le donne sono numericamente limitate e hanno un carattere sperimentale, mirando essenzialmente a sensibilizzare verso nuovi atteggiamenti e verso comportamenti più aperti non solo nei luoghi di lavoro, ma anche in famiglia. Vorrei anche sottolineare che il finanziamento di queste misure è interamente coperto dal pur limitato fondo per l'occupazione di cui dispone, in conseguenza della riforma previdenziale, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
Non vorrei poi dimenticare la norma sul superamento delle dimissioni in bianco, a mio avviso ingiustamente considerata farraginosa e inefficace ancor prima di essere messa alla prova, le piccole misure per la conciliazione, i voucher (che valgono e sono sperimentati per tre anni), che possono essere considerate novità importanti in questo percorso, che è anzi tutto di cambiamento culturale e quotidiano nel modo di considerare il lavoro delle donne.
Sono consapevole come donna e come economista, prima ancora che come Ministro, dell'importanza del lavoro delle donne e voglio comunque assicurare che il mio impegno continuerà con determinazione, anche dopo l'approvazione della riforma, in aperta e leale collaborazione con le proposte del Parlamento.
Accenno solo brevemente alle linee di azione della riforma, anche perché quanto è stato detto prima dai due relatori già ha toccato la filosofia sottostante questi interventi, e io condivido in maniera piena e totale quanto loro hanno detto. Tali linee si sviluppano lungo quattro direttrici.
C'è la riorganizzazione delle forme contrattuali, rispetto alla quale abbiamo avuto la critica di essere stati, da un lato, troppo severi nel limitare la disponibilità di queste forme contrattuali per le imprese e, dall'altro, troppo poco severi nel cancellare forme contrattuali che nella pratica hanno condotto alla precarietà. In questo, come in altri ambiti della riforma, noi abbiamo scelto di lavorare con il cesello, non con l'accetta; abbiamo scelto di cercare di salvare ciò che di buono c'è in ciascuna forma contrattuale, contrastando le cattive pratiche che, anziché rendere flessibile il lavoro, lo hanno reso precario.
Ma noi abbiamo un attrattore e l'abbiamo sottolineato in tutte le forme possibili: è l'attrattore costituito dal contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Questo è ciò che vorremmo fosse il modello vincente, pur considerando la maggiore flessibilità e la maggiore mobilità dei lavoratori. Questo fine ha anche ispirato il nostro intervento sull'articolo 18, come dirò tra breve. Ma la flessibilità noi l'abbiamo valorizzata nell'ottica di aiutare le imprese, non per punirle. Sarebbe ben strano che un Ministro del lavoro volesse punire le imprese, anziché incoraggiarle a produrre, ad investire e a restare nel nostro Paese; e certo non era questa l'intenzione di questo Ministro. Forse l'incertezza e la paura hanno determinato reazioni negative, che possiamo anche comprendere; ma noi siamo veramente convinti che questo lavoro sulla flessibilità sarà un lavoro che aiuterà sia le imprese sia i lavoratori ad essere più produttivi, perché il cattivo uso della flessibilità degli anni passati ha schiacciato la produttività e non ha aiutato la competitività delle imprese, anzi ha permesso loro di galleggiare in molti casi su livelli che, rispetto agli standard internazionali, non consentirebbero forse la sopravvivenza. Quindi, un intervento minuto, un intervento fine, che cerca di separare, com'è stato anche detto, la flessibilità buona, valorizzandola, ma facendola anche costare un po' di più rispetto alla stabilità, e scoraggiando invece l'uso negativo di queste forme flessibili.
Sull'articolo 18 e quindi sulla flessibilità in uscita, ho detto altre volte che anche in questo caso non c'è stato un intervento con l'accetta. Non abbiamo distrutto l'articolo 18, perché l'articolo 18 è un valore, ma ne abbiamo limitato alcune applicazioni eccessivamente punitive nei confronti dell'attività di impresa e quindi, in definitiva, anche punitive nei confronti degli stessi lavoratori e della loro occupabilità in impieghi più stabili. L'intervento sull'articolo 18 mette la nostra disciplina sanzionatoria dei licenziamenti illegittimi in linea con gli standard europei e lo fa attraverso un compromesso - uso questo termine - equilibrato tra difesa della tutela tradizionale, incentrata sul ripristino del rapporto e sulla reintegrazione del dipendente illegittimamente licenziato, e apertura verso una più dinamica tutela di tipo indennitario, che esiste in tutti i principali ordinamenti europei. Invece di insistere sulla continuazione di un rapporto ormai privo di una base comune produttiva, si punta a monetizzare, cioè ad indennizzare con un'adeguata compensazione, l'estromissione del lavoratore dal posto di lavoro.
La reintegrazione viene mantenuta così come è oggi per i licenziamenti discriminatori lesivi di diritti fondamentali della persona, nonché per i licenziamenti disciplinari o per quelli economici rispetto ai quali il giudice abbia verificato un grave abuso del potere del licenziamento da parte del datore di lavoro.
Il sistema è completato da due interventi molto significativi, uno diretto alla conciliazione - e la conciliazione è uno strumento importante e dovrà essere efficace per ridurre il ricorso al giudice - e l'altro, altrettanto importante, visto che questa parte è sempre stata oggetto di grandi critiche, diretto alla previsione di un rito processuale ad hoc per l'impugnazione dei licenziamenti, comprendente una fase urgente immediata e tre gradi successivi con termini ridotti e regole di svolgimento snelle, ma sempre nel rigoroso rispetto delle garanzie difensive di entrambe le parti. L'obiettivo è realizzare un'effettiva corsia privilegiata per le controversie in tema di licenziamento, pur senza dimenticare con ciò l'importanza del tema risorse sollevato, tra gli altri, dal Consiglio superiore della magistratura.
Il terzo punto di intervento è quello degli schemi di protezione sociale. Coerentemente con la razionalizzazione dei margini di flessibilità e la redistribuzione tra istituti contrattuali delle tutele, si prevedono interventi di ampliamento, potenziamento e razionalizzazione degli interventi assicurativi e di sostegno al reddito sia in caso di disoccupazione sia in costanza di rapporto di lavoro. Se, da un lato, infatti, la riforma snellisce la disciplina relativa ai licenziamenti individuali, dall'altro procede ad una revisione radicale del sistema degli ammortizzatori, anche attraverso meccanismi di condizionamento. Questa è un'importante novità, che dovrà essere tradotta in pratica, perché la condizione importante è l'occupabilità delle persone, e questa è ridotta da schemi di protezione del reddito prolungati che non chiedono nulla, né al lavoratore, né ai centri per l'impiego e quindi, indirettamente, al pubblico o ai privati che devono assistere l'incontro tra domanda e offerta.
Non mi soffermo sull'ASpI (Assicurazione sociale per l'impiego), che è stata già descritta. Crediamo sia una buona cosa, più universale rispetto agli attuali istituti di protezione del reddito, meno duratura nel reddito e più condizionata nella persistenza temporale. L'ASpI entrerà in vigore dalla data di approvazione della norma e non è quindi soggetta ad un periodo transitorio, mentre la mobilità decadrà nel tempo, per morire nel 2017.
Infine, c'è un elemento importante che deve rendere operativo tutto il sistema: le politiche attive per il lavoro. Quello delle politiche attive per il lavoro è oggi uno degli aspetti che ci viene maggiormente rimproverato a livello internazionale. I nostri corsi di formazione e di riqualificazione, il nostro sostegno a chi cerca un lavoro o all'impresa, che cerca invece persone da occupare, e la nostra azione in questi ambiti sono considerati estremamente insoddisfacenti. È una scommessa che bisognerà vincere, e in ciò sarà essenziale il lavoro delle Regioni; quindi, una collaborazione attiva e fattiva tra lo Stato, che dovrà fissare requisiti e standard minimi, e le Regioni, che dovranno sul territorio verificare che queste politiche attive si traducano efficacemente in un miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro.
Questa riforma del mercato del lavoro non è certo una bacchetta magica che possa risolvere tutti i problemi del Paese. Il suo scopo è di rendere possibile un percorso seguendo il quale alcuni tra i principali di questi problemi possano essere risolti. Un percorso di recupero di occupazione, di produttività e anche di reddito, che apra nuove vie allo sviluppo, ma anche, e direi soprattutto, un percorso di recupero di dignità e la riappropriazione di un futuro di crescita. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, CN:GS-SI-PID-IB-FI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, professor Giarda. Ne ha facoltà.