Seguito della discussione del disegno di legge:
(3249) Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita (Relazione orale)(ore 9,06)
Discussione e approvazione delle questioni di fiducia poste sugli emendamenti 1.900, sostitutivo degli articoli da 1 a 21, e 22.900 (testo corretto), sostitutivo degli articoli da 22 a 40
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 3249.
Ricordo che nella seduta di ieri è proseguita la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Franco Paolo. Ne ha facoltà.
FRANCO Paolo (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, a conclusione degli interventi in discussione generale sulla riforma del lavoro, vorrei offrire qualche ulteriore considerazione da parte del Gruppo della Lega.
È evidente che una riforma del mercato del lavoro debba avere come obiettivo quello di creare posti di lavoro, rendere cioè le condizioni contrattuali di legge e di accesso al mondo del lavoro, in entrata o in uscita, vicine alla situazione esistente al momento nel Paese che, come è noto, purtroppo è difficile. Negli ultimi decenni non si erano mai registrati livelli di disoccupazione o di non occupazione come quelli attualmente esistenti. Pertanto, la domanda che ci dobbiamo porre è se questa riforma può creare nuovi posti di lavoro. Forse la risposta è già stata data da chi normalmente crea posti di lavoro, vale a dire dagli imprenditori.
Ebbene, questa riforma non creerà nuovi posti di lavoro. Non occorre fare grandi voli pindarici sui principi del diritto del lavoro per comprenderlo: basta analizzare quanto è scritto nella relazione del Governo che accompagna il testo così come presentato all'esame del Senato. Comunque, sebbene siano state apportate alcune modifiche e solo in fase di approvazione degli emendamenti si potrà vedere cosa accadrà, è evidente che in questa riforma del lavoro c'è un fumus persecutionis nei confronti della flessibilità, della duttilità degli strumenti, che, a nostro avviso, va in direzione diametralmente opposta rispetto alla necessità di rendere utile questo strumento legislativo allo scopo di creare nuovi posti di lavoro. Le critiche... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, non siamo tantissimi in Aula e quindi mi aspetterei un clima più tranquillo. Prego, senatore Franco Paolo.
FRANCO Paolo (LNP). Le critiche del mondo dell'impresa, di chi crea posti di lavoro, esprimono le difficoltà del testo al nostro esame che, come sappiamo, è frutto di alcune mediazioni che hanno fatto sì che alla fine le buone intenzioni del Ministro siano state vanificate. In merito all'esistenza di un fumus persecutionis basta leggere la relazione. Utilizzerò per dimostrarlo i termini impiegati nella relazione del Governo.
Parlerò di alcuni articoli concernenti strumenti giuridici importantissimi che fino ad ora hanno consentito, pur con la crisi in corso, di mantenere un livello occupazionale sufficiente alla tenuta sociale, anche se non si sa cosa accadrà più avanti. All'articolo 3, relativo ai contratti a tempo determinato, allo scopo di frenare questo strumento, è stato previsto un incremento del costo contributivo. Quindi i contratti a tempo determinato appaiono poco graditi alla politica del lavoro del Governo e di chi approverà questo emendamento.
Sull'apprendistato, che è sempre stato nel passato uno strumento utilissimo alle aziende per creare nuova occupazione e soprattutto nuova formazione - sono stati posti dei limiti allo scopo di disincentivarne l'impiego, anche se ci sono all'interno della riforma aspetti positivi tesi a far sì che l'assunzione di nuovi apprendisti sia collegata ad una percentuale di stabilizzazioni effettuate nel triennio precedente.
Leggo sempre nella relazione del Governo l'articolo che riguarda il lavoro a tempo parziale che, secondo il Governo, «mira ad incentivare l'impiego virtuoso dell'istituto, ostacolandone l'utilizzo quale copertura di utilizzo irregolare di lavoratori». Anche in questo strumento vi è un'azione che stringe la dinamicità e la possibilità di impiegarlo.
Altrettanto avviene in merito al lavoro intermittente. L'articolo è volto a contenere il rischio che lo strumento possa essere utilizzato come copertura nei riguardi di forme di impiego irregolare del lavoro. Anche in questo quadro, la relazione dice: questo strumento non ci piace.
«Gli articoli 8, 9 e 10 del disegno di legge» - leggo sempre dalla relazione - «intervengono su forme contrattuali» - lavoro a progetto eccetera - «che si sono non di rado prestate, per le loro caratteristiche, ad un uso distorto in funzione dissimulatoria». L'articolato è volto a razionalizzare il lavoro a progetto e ad evitarne un utilizzo distorto.
Sapete poi come nell'articolo che riguarda i titolari di partita IVA vi siano norme altrettanto stringenti per evitare questo tipo di rapporto, sempre ritenuto dannoso, fuorviante o addirittura distorto nell'impiego dei rapporti di lavoro. Altre modifiche tendono a rendere più stringente e difficile l'associazione in partecipazione, nel senso che i soggetti impiegati non possono essere superiori ad un certo numero.
Per il lavoro accessorio si prevedono misure finalizzate a restringere il campo di operatività dell'istituto. Per i tirocini formativi, si prevedono poi azioni ed interventi volti a prevenire e contrastare un uso distorto.
Ho cercato di dimostrare - prendendo spunto dalla relazione del Governo - che sugli strumenti legislativi esistenti e vigenti, invece di creare delle condizioni di crescita, di sviluppo, di espansione, tenendo conto che l'importante è il posto di lavoro (per carità: anche il contrasto agli abusi, ma gli strumenti di controllo contro gli abusi c'erano anche prima), la riforma del lavoro indicata dal Governo va evidentemente nella direzione di indicare la flessibilità in entrata quale progetto amministrativo e legislativo da denigrare e limitare, ridurre, contenere e soffocare.
Dire che l'indirizzo è quello di ottenere esclusivamente o prevalentemente il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, non può essere un modo per creare nuovi posti di lavoro.
Crediamo che questo non sia un processo utile alla creazione di nuovi posti di lavoro, ma che casomai vada nella direzione contraria.
Un'altra osservazione è relativa alla copertura finanziaria perché non solo a nostro avviso non sarà utile a creare nuovi posti di lavoro, ma l'unica cosa certa è che sarà "utile" a creare nuovi costi per le aziende.
Infatti, ben un miliardo di euro all'anno e oltre negli anni successivi (sono i dati riportati nelle tabelle di cui agli articoli 70 e successivi del disegno di legge) saranno ulteriori oneri a carico delle aziende per la quasi totalità (non è completa, perché ci sono qui anche apprezzabili, ancorché contenute, operazioni di riduzione della spesa). Invece questa copertura, con il limite delle deduzioni delle spese relative ai mezzi di trasporto, prefigura tutti interventi che saranno a carico delle imprese. Un miliardo di euro all'anno in più, e non mi sembra sia oggi un grande favore al nostro sistema produttivo. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ghedini. Ne ha facoltà.
GHEDINI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, dopo questa discussione così ampia, sento il bisogno di riassumere innanzitutto a me stessa il senso dell'intervento che stiamo per votare, le ragioni di quello che stiamo facendo.
Stiamo cambiando le regole che disciplinano i rapporti di lavoro, i rapporti tra i soggetti, singoli e collettivi, che animano la vita economica e sociale del nostro Paese; stiamo cambiando, cioè, alcune regole della relazione fondamentale, insieme e a fianco delle relazioni affettive e familiari, della nostra società. Lo stiamo facendo perché è necessario, perché la qualità del lavoro nel nostro Paese, soprattutto quella dei giovani, ha subìto un progressivo e non più tollerabile degrado; non tanto quindi perché ce lo chiede l'Europa, ma perché in Europa vogliamo essere protagonisti con le carte in regola non solo per i conti, ma soprattutto per la piena cittadinanza del lavoro e per poterlo rimettere con piena autorevolezza al centro dell'agenda politica internazionale.
Lo stiamo facendo in un contesto economico e sociale noto; non richiamerò i dati. Le condizioni finanziarie dello Stato e le condizioni di necessità di cittadini e lavoratori sono state come una Scilla e Cariddi attraverso cui abbiamo cercato di attraversare la stretta di un confronto che ha certamente posto di fronte visioni del mercato e della società diverse, ma che attraverso l'esercizio di una responsabilità condivisa ha consentito al lavoro parlamentare di confrontarsi con un pregiudizio: l'inconciliabilità delle ragioni di parte.
La successione delle fasi della proposta tecnica e del confronto con le rappresentanze sociali e della dialettica politica sta dimostrando che è ancora data alla politica - anche in questo tempo in cui è tanto vituperata - la possibilità di realizzare cambiamenti e sintesi che hanno a che fare con l'interesse generale, superando la mera giustapposizione degli interessi di parte o la loro contrapposizione, cercando in una visione evolutiva la composizione dei contrasti. In questo senso, oltre che nel merito delle singole soluzioni, il lavoro parlamentare ha migliorato il testo.
Stiamo creando le premesse (alcune di queste sono buone, altre solo accettabili) per modificare le relazioni di lavoro in funzione della ripresa, per prospettare, al mutare delle condizioni di contesto che altri provvedimenti dovranno favorire (non può farlo questo), un modello diverso di rapporti e, attraverso esso, un modello diverso di sviluppo.
C'è un cambiamento di prospettiva nella riforma: le relazioni di produzione vengono lette in funzione della necessità di correggerne i vizi, le distorsioni, i parossismi, con la volontà di affrontare uno dei problemi più gravi dei nostri anni: la precarietà del lavoro e, con essa, la fragilità, fino all'inanizione, della condizione esistenziale e civile di milioni di giovani, categoria anagraficamente ormai troppo larga.
Si assume che l'autoregolamentazione di un sistema, in cui le forze non sono in equilibrio, non si ottiene con l'assottigliamento delle regole, ma mantenendo in equilibrio regolazione e pattuizione, anche e soprattutto nei momenti di maggiore conflitto. Ne è un esempio - sul fronte dell'uscita dal lavoro - la procedura adottata in materia di licenziamento, in cui sono state mantenute, grazie all'accordo politico, norme irrinunciabili di deterrenza e sono stati per contro valorizzati meccanismi di composizione del conflitto mediati tra le parti. È questo il vero trade off della riforma, non già quello di un ulteriore aumento, da alcuni auspicato, della cosiddetta flessibilità in entrata.
In questo senso la riforma risponde ad uno spirito concertativo - al di là del significato che le pratiche e le mode politiche hanno attribuito a questo termine -perché assume nel suo modello di regolazione il confronto strutturato fra le parti come strumento di analisi e soluzione delle criticità. La riforma è scandita da questa scelta che è il portato originale del lavoro della Commissione, che ha individuato, laddove la riforma li richiami, in maniera chiara prerogative e rapporti tra i diversi livelli della rappresentanza dei datori di lavoro e dei lavoratori.
Questo segno è confermato dall'introduzione di un altro frutto del lavoro parlamentare: la proposta elaborata dalle Commissione nei mesi precedenti in materia di partecipazione dei lavoratori e di democrazia economica, che considero un passaggio ulteriore nel segno della produzione di relazioni collaborative tra le parti che concorrono a creare ricchezza e sviluppo per il nostro Paese.
C'è, complessivamente, un cambiamento di paradigma: il valore del lavoro, il valore sociale ed economico, diviene metro della qualità dello sviluppo. La scelta di andare verso l'allineamento progressivo dei costi delle diverse forme di lavoro, aumentando il costo dei rapporti discontinui, forieri di disoccupazione, risponde sia all'affermazione del valore della continuità occupazionale, contro il disvalore della precarietà, sia alla logica del finanziamento per via assicurativa degli strumenti di tutela: è quindi uno strumento giusto, nel senso di adeguato ed equo, per realizzare un mercato del lavoro inclusivo e per sostenere un profilo di sviluppo del Paese orientato alla qualità e alla legalità. Il paradigma valore-costo si regge però a due condizioni: che l'incremento del costo non gravi sulla parte debole del rapporto, sul prestatore, e che il costo del lavoro sia complessivamente sostenibile per la produzione, cioè non sia di ostacolo alla competitività.
Alla prima condizione abbiamo risposto con un'innovazione fondamentale per il nostro Paese: l'introduzione di un «salario di riferimento», in attuazione del diritto costituzionale espresso all'articolo 36 della Carta, stabilito in via negoziale per i rapporti parasubordinati e in qualche modo introdotto, seppure con meccanismo più rigido e in via indiretta, come discrimine per la qualificazione del lavoro autonomo vero dal suo utilizzo surrettizio.
Alla seconda condizione si potrà dare una risposta efficace intervenendo a ridurre il costo del lavoro per via fiscale, legando i comportamenti delle imprese orientati a produrre lavoro stabile alle premialità fiscali; ciò sarà possibile alla sola condizione che si affermi nel nostro Paese l'idea che progressività e fedeltà fiscale e diritto di cittadinanza sono condizioni correlative e reciproche, che evasione ed elusione sono una violazione grave del patto sociale ed un ostacolo insormontabile al reperimento di risorse necessarie a finanziare lo sviluppo.
La questione dell'incremento dell'onere contributivo per le partite IVA ha sollevato molte critiche nell'ambito del lavoro autonomo: si mette in evidenza l'eccessiva penalizzazione per questa via dei lavoratori autonomi. La riforma opera però in quest'ambito una semplificazione del quadro, o meglio dovrebbe operarla: gli indici di presunzione di subordinazione dovrebbero consentire la trasformazione dei rapporti in coerenza con la loro natura reale. Rimanendo in conseguenza sul mercato solo i lavoratori genuinamente automi, occorrerà valutare per essi la sostenibilità del carico contributivo, sia in termini di onerosità assoluta per loro, sia in termini di prestazioni sociali. Sono legittime, in tal senso, le preoccupazioni di chi vuole mantenere un percorso di autonomia professionale vera.
Nelle valutazioni che occorrerà fare - e c'è uno strumento per il monitoraggio che ci dovrebbe consentire di farlo - bisognerà considerare due questioni: quella previdenziale, in ordine alla quale, in vigenza del metodo di calcolo contributivo per le pensioni, un adeguamento delle aliquote appare necessario per garantire in prospettiva trattamenti previdenziali adeguati, e quella del welfare di supporto alle diverse fasi della vita anche per i lavoratori autonomi, che necessità di interventi di estensione significativi ed adeguati alle specifiche necessità di un lavoro che non è subordinato. È quindi un problema aperto, sul quale rimane fermo l'impegno del Partito Democratico alla realizzazione di interventi maggiormente inclusivi e soggettivamente sostenibili, sia per il lavoro parasubordinato che per il lavoro autonomo.
Occorre dare certezza per i parasubordinati, infatti, alla scansione temporale per passare dal riconoscimento di un'indennità una tantum, presente nella riforma, ad un vero e proprio passaggio all'ASpI. L'abbiamo prospettato per il 2016. Occorrerà confermarlo dando certezza ai conti.
Dovranno essere studiati anche meccanismi di funzionamento ed erogazione adeguati alla natura peculiare delle prestazioni autonome, oppure - una alternativa politicamente suggestiva, già richiamata da qualche collega, ma di delicata attuazione nell'equilibrio tra tutela di cittadinanza e rischi assistenzialistici - occorrerà valutare la scelta di universalizzazione delle tutele minime slegate dall'attività lavorativa. Sto parlando del salario di cittadinanza, naturalmente.
Abbiamo di fronte un tempo. Dovremo utilizzarlo al meglio e dovremo utilizzarlo anche per vedere e valutare se le protezioni per la perdita di lavoro, l'ASpI, siano sufficientemente produttive e utili a sostenere i lavoratori in assenza di lavoro.
Il lavoro svolto in Commissione, per l'appunto, sull'ASpI, ha consentito di prevedere una gradualità rinforzata per i settori più deboli e di valorizzare gli strumenti della partecipazione negoziata e della bilateralità, qualificandoli dove già operano in sussidiarietà e rafforzando il profilo di certezza delle prestazioni anche in quei settori.
PRESIDENTE. Senatrice, la interrompo solo per ricordarle i tempi da rispettare.
GHEDINI (PD). Sarò davvero rapida. Le chiedo di consegnare il testo integrale del mio intervento affinché venga allegato agli atti.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
GHEDINI (PD). Dico solo che rimangono gravi problematicità aperte nel settore agricolo.
Le chiedo solo trenta secondi per fare un riferimento, purtroppo, ad un problema che viene sempre trattato per ultimo. Si tratta del problema delle politiche in favore della piena occupazione delle donne e del superamento della discriminazione di genere in materia di lavoro. Su questo versante la riforma è debolissima, per cui sono stata incerta fino all'ultimo se scegliere la logica del «meglio nulla» - perché c'è davvero poco - piuttosto che della solita logica riformista del «meglio qualcosa piuttosto che nulla». Mi acconcio a questa, sapendo però che c'è ancora moltissimo da fare, e apprezzo l'impegno rispettato dal Ministro di attuare una norma di contrasto della pratica delle dimissioni in bianco, che credo abbiamo migliorato in Commissione, e che pure è foriera di ulteriori miglioramenti, che spero possano essere attuati, oltre che con il lavoro parlamentare, anche con l'osservazione degli effetti di questa norma e su tutto il tema dei congedi.
Oggettivamente l'introduzione del congedo di paternità, che è culturalmente apprezzabile, è una misura così esigua che produce un effetto di svalorizzazione e residualità che tanto più è macroscopico quanto più attiene ad una questione affrontata da sempre più con sarcasmo che con ponderazione. Anche attraverso un percorso di vera assunzione dei programmi per l'attuazione delle politiche di pari opportunità, per la piena occupazione femminile, si realizza un investimento per noi indispensabile perché l'Italia sia pienamente Europa. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.
SPADONI URBANI (PdL). Signora Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi senatori, non è facile affrontare un dibattito su una riforma del mercato del lavoro senza un'ideologia e mettendo anche da parte una cultura personale, culturale e lavorativa, di persona e impresa abituata a rischiare, ad investire e a produrre.
Non è facile fare ciò neanche tenendo conto dell'impostazione sulla politica del lavoro del mio partito, per il quale essa è altra cosa. Non è facile perché il provvedimento in esame trasforma sì il mercato del lavoro, ma probabilmente non servirà a produrre posti di lavoro, né al reinserimento di coloro che il lavoro non l'hanno più. È un fatto che non mi auguro assolutamente ma che molti pensano e temono.
Voterò la fiducia che fra poco, dopo le repliche dei relatori, il rappresentate del Governo presenterà, e lo farò per il rispetto che nutro in merito alla linea politica dettata dal Gruppo, nella speranza che le mediazione raggiunta serva al bene generale del Paese. Questo, perché l'Unione europea ce l'ha richiesto e il Governo si è impegnato, così come il precedente.
So che il confronto va caratterizzato dalla responsabilità che serve per superare gli attuali difficili momenti che hanno generato profonde trasformazioni nella struttura e nei valori della società. La crisi economica, infatti, ha prodotto un forte cambiamento nel modo di vivere e di pensare rispetto agli anni in cui c'era una certa prosperità; ciò che ha mosso il cambiamento è stata la fragilità della nostra società, disunita al punto che i sociologi la definiscono società liquida. (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, ripeto che anche se non siamo tantissimi in Aula questo non autorizza a decibel che rendono davvero faticoso intervenire.
SPADONI URBANI (PdL). «Non ti curar di loro, ma guarda e passa». (Applausi della senatrice Sbarbati).
PRESIDENTE. Senatrice, più che guardare e passare, bisognerebbe riuscire a sentire.
SPADONI URBANI (PdL). Certo, signora Presidente, io la ringrazio, ma ormai ho capito qual è la consuetudine dell'Aula e spero ci sia qualcuno che ci ascolta nella propria stanza.
Come stavo dicendo, ciò è avvenuto per la scarsa credibilità delle istituzioni e dei partiti tutti. Un dato, questo, che è riemerso in maniera chiara nei risultati delle ultime elezioni amministrative.
In questo contesto si inserisce la discussione sulla riforma del lavoro, una delle tappe principali del cambiamento che il Governo - gliene diamo atto - ha coraggiosamente affrontato, in maniera armonica e complessa, per la prima volta dalla nascita della Repubblica italiana. Questo merito va in gran parte al ministro Fornero, a cui riconosciamo tenacia e competenza, e mi dispiace che non sia qui in questo momento. Alla riforma, come risposta ai fomentatori dell'antipolitica dovremmo - questo sì - rispondere responsabilmente dando la fiducia.
Tornando alla riforma, il disegno di legge ha avuto una genesi piuttosto travagliata, passando da un'accoglienza piuttosto favorevole a una contestazione generalizzata da parte di categorie e forze sociali, quasi che lo scontentare tutto volesse testimoniare per il Governo la terzietà della riforma, nella forma presentata qui in Senato, che in realtà aveva trovato accoglienza presso pochi. Del resto, anche in ambito accademico e dottrinale sono state avanzate perplessità, sia in ordine alla tecnica di scrittura, sia in merito agli effetti dichiarati che saranno difficilmente raggiungibili.
Oggi, dopo l'impegnativo lavoro svolto in Commissione, il disegno di legge esce in un testo diverso e più equilibrato, pur con la stessa filosofia di base, sfrondata di qualche preconcetto. In questa sede, possiamo ben rivendicare alla politica il ruolo di mediatrice tra Governo tecnico e istanze dei cittadini, rimodulando le ricadute di un provvedimento che è una delle condizioni necessarie per lo sviluppo. Questo ha osservato nella sua relazione il collega Castro, che ringrazio, insieme al collega Treu, per il ruolo di mediazione che ha svolto insieme al Governo per riequilibrare questa riforma, che esce sicuramente diversa e migliorata. In Commissione abbiamo snellito procedure, diminuito oneri e sanzioni, alleggerito il disegno di legge di qualche preconcetto, come, ad esempio sulle forme di lavoro flessibile, che sono state - forse qualcuno l'ha dimenticato - fondamentali per l'emersione dal nero, per uscire dall'economia sommersa.
Certo, abbiamo assistito nel tempo a casi di degenerazione, alla liquefazione - tanto per usare un paradigma - dei rapporti di lavoro. Un'inversione era opportuna, anche se averla attuata in mancanza di un rilancio dell'economia potrebbe significare mettere a rischio occasioni di lavoro, specialmente per i giovani e per le donne.
Oggi su questa riforma facciamo una scommessa (è una parola che i relatori hanno usato), pur consapevoli che, per certi aspetti, irrigidisce il mercato del lavoro e, soprattutto, non lo libera dai vincoli dell'articolo 18, che, nella sua incomprensibile assolutezza, è riuscito ad incidere anche sugli spread dei titoli di Stato.
Le nostre imprese, temo, saranno ancora più in difficoltà rispetto alla concorrenza internazionale, non solo per il freno alla flessibilità in entrata e il permanere del blocco in uscita. Infatti, disseminati negli articoli del disegno di legge, c'è una serie di costi aggiuntivi, di adempimenti burocratici e procedurali che rendono ancora più difficile fare impresa, in un tempo in cui si vuol perseguire una politica liberale, attenta alle esigenze di solidarietà e di coesione sociale.
Non mi sembra una forzatura affermare che la legge sembra soffermarsi più sul problema della precarietà, che certamente non amiamo e che va assolutamente contenuto e combattuto, piuttosto che nell'ottica di favorire l'occupazione, sia in termini di lavoro subordinato che autonomo.
In Commissione, per tutelare ogni occasione di lavoro vero, in equilibrio con le necessità della produttività, nell'ottica dell'universalizzazione delle tutele sociali, per l'inserimento e il reinserimento nel mondo del lavoro, perfino sulle coperture finanziarie della legge, sono stati presentati molti emendamenti, molti dei quali sono stati assorbiti sia dall'intervento del Governo sia da quelli dei relatori, ma, per necessità di contenere i tempi, la maggior parte di essi è stata ritirata.
Al Governo, ai relatori, ai commissari tutti va riconosciuta una decisa azione per riequilibrare la legge secondo le principali obiezioni avanzate dai partiti, ma anche dalle classi politiche, sociali ed economiche che hanno partecipato alle tante audizioni predisposte dalla Commissione secondo un calendario di lavoro puntuale, organico e condotto con professionalità dal presidente Giuliano, che ringrazio per l'ottima gestione di un lavoro difficile e complesso.
Penetrando la riforma, eccessivo è stato a mio avviso proclamare il lavoro subordinato forma "dominante" di contratto, un aggettivo sconosciuto sia al lessico giuridico che a quello sindacale. Preferibile sarebbe stato definirlo forma "principale":princeps inter pares, ma non dominante, quasi che le altre tipologie di contratti non fossero forme di lavoro eticamente dignitose e giuridicamente garantite e non rispondessero ad effettivi bisogni della produzione. Avevamo esordito, quando si parlò della riforma del lavoro, con affermazioni del tipo «che noia il posto fisso». Ve lo ricordate? E siamo andati a finire all'esatto contrario.
Sull'effettiva copertura finanziaria della riforma - mi avvio alla conclusione - sorge qualche dubbio. In particolare, ci si domanda se le risorse riservate al sussidio universale di disoccupazione saranno effettivamente in grado di renderlo, appunto, universale. Stesso dubbio si palesa sui finanziamenti destinati all'apprendistato; questo l'ho appreso in 5ª Commissione, ai cui lavori ho partecipato, per comprendere meglio questo aspetto molto delicato della riforma. Si tratta di uno strumento per l'inserimento al lavoro sul quale questo Governo conta molto; se esso dovesse - ce lo auguriamo davvero, ma ci sono molti punti interrogativi - veramente funzionare e funzionare più del previsto, i relativi finanziamenti dovrebbero essere rafforzati e rimodulati.
Mi piace evidenziare anche che nella legge che oggi portiamo ad approvazione in questo ramo del Parlamento ha trovato accoglienza la trasformazione del lavoro dipendente in autonomo, con la modifica della cassa integrazione in tutela attiva. Nel passaggio in Commissione è stata infatti sfatata la penalizzazione dei cassaintegrati che riescono a creare lavoro in proprio. Oggi, infatti, nella legge è scritto che il percettore dell'ASpI che inizia un'attività in proprio va sostenuto, dando un valore di strumento di reinserimento all'ASpI medesima. È stata una mia lunga battaglia - che non potevo tener fuori da questo intervento - per cambiare la previsione originaria.
Se l'Atto Senato n. 3249 è stato pensato come uno strumento per favorire quello sviluppo del Paese che tutti evocano, perché ciò avvenga manca ancora la svolta vera: meno spesa pubblica, meno tasse, riduzione del cuneo fiscale per rilanciare i consumi e la ripresa, in una parola, per aumentare il lavoro, il lavoro che dà dignità. Senza di esso l'uomo non ha dignità.
La pressione fiscale, concentrata com'è su lavoro e impresa, ammazza la crescita e avvantaggia illegalità e criminalità, invece di contrastarle (in Italia ve ne sono già troppe), impedendo nei fatti la creazione di lavoro e facendo fuggire le imprese. Se «lavoro, lavoro, lavoro» è il problema dell'Italia, in presenza di questi fattori negativi non c'è riforma che possa risolverlo.
La crisi e la concorrenza di nuove potenze economiche, come la Cina e l'India, ci stanno costringendo a cambiare, perché esercitano una concorrenza terribile sulle nostre imprese, sul mercato del lavoro, appunto. Non potremo più reggere a questa pressione conservando le nostre abitudini "liquide"; la nostra assuefazione al pressappochismo, a rinviare, a complicare; i nostri ritmi di lavoro, la nostra burocrazia pachidermica.
Le società che ci sfidano non sono liquide: sono solide, solidissime, hanno smisurate ambizioni e ferrea disciplina. Resisteremo e conserveremo la nostra prosperità solo se sapremo diventare anche noi solidi. Servono perciò amministrazioni pubbliche snelle, un sistema giudiziario rapido, un sistema fiscale equo, un'informazione seria, un'educazione rigorosa, una scuola e un'università che producano altissime competenze. Occorre dare opportunità ai capaci, incominciando dai giovani e dalle donne, che sono poco coinvolti tutt'oggi nel mondo del lavoro e poco lo sono in questa riforma del lavoro che ne ridisegna lo scenario e le regole. Per uscire dalla crisi dobbiamo creare un risveglio straordinario delle nostre coscienze.
Chiudo ripetendo come augurio al Governo la conclusione del mio intervento in Aula sul cosiddetto decreto salva Italia, cioè quanto disse Albert Einstein a proposito della crisi del 1929: «Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose (...) Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. (...) È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze (...) Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla».
È il momento della responsabilità, è il momento dì scegliere l'Italia. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Sbarbati. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Castro.
CASTRO, relatore. Signora Presidente, devo innanzitutto ringraziare con cuore sincero tutti i colleghi che hanno partecipato alla discussione generale, i cui interventi molto articolati, meditati e suggestivi sono stati valutati con grande attenzione dai relatori. Sento quindi il dovere di una replica breve, ma che in qualche modo affronti i nodi sollevati soprattutto dalle opposizioni, perché è chiaro che in una relazione di rispetto istituzionale la prima risposta è a loro che è dovuta.
Guardo ad esempio gli amici e colleghi dell'Italia dei Valori, i quali hanno concentrato le loro critiche sulla riforma dell'articolo 18 e della flessibilità in uscita. In particolare, ricordo un intervento straordinariamente appassionato dell'amico Li Gotti, i cui discorsi ascolto sempre con grande piacere per la sapienza giuridica che li ispira, ma che questa volta davvero non mi ha persuaso, e non per i toni, giacché è un gentiluomo di tal fatta che ha subito chiesto scusa per passaggi che potevano sembrare addirittura volti ad incolpare: è proprio la sostanza del ragionamento che non ci convince. Infatti, come si può ritenere così gravido di violenza, così incivile un intervento modificativo dell'articolo 18 senza spendere una sillaba sul fatto che il 54 per cento dei lavoratori dipendenti di questo Paese dall'articolo 18 non è protetto? Su questo assolutamente nulla è stato detto. Il famoso lavoratore licenziato dall'impresa con oltre 15 dipendenti ricordato nell'intervento dell'amico Li Gotti ha ancora protezioni largamente superiori a quelle del collega di un'impresa più piccina. Anche rispetto a quel riferimento al fatto che tanto lieve sarebbe stato l'importo complessivo del risarcimento corrispostogli nell'ipotesi di licenziamento ingiustificato da condurre lui e la sua famiglia addirittura alla fame e al suicidio, che dovrebbe dire il collega dell'azienda più piccina che, anziché un range tra 12 e 24 mesi in termini di indennizzo, ha un assai più modesto e rattrappito indennizzo contenuto in un range tra 2,5 e 6 mensilità? Eppure sulla legge n. 108 del 1990 non una sola sillaba è stata pronunziata, pur in un dibattito così ampio e ricco, per contestarne ciò che invece viene fatto oggetto di accusa rispetto all'articolo 18. Non vorrei che in qualche modo si ribadisse l'opportunistica accettazione del dualismo italiano.
Quanto alle osservazioni svolte dagli amici e colleghi della Lega Nord, esse sono state sostanzialmente connotate da un approccio bipolare: sul versante della critica alla flessibilità in uscita abbiamo constatato un atteggiamento iperlaburista, mentre su quello della critica alla flessibilità in entrata abbiamo assistito ad un atteggiamento iperliberista. Questo in qualche misura contraddice tutte le osservazioni degli studi internazionali, i quali concordano nel ritenere la sussistenza di una sorta di collegamento invincibile, insuperabile, tra l'assetto regolatorio della flessibilità in entrata e quello della flessibilità in uscita. Se in qualche modo accettassimo le osservazioni critiche promosse dai colleghi della Lega Nord e quindi accettassimo di andare ad una riforma del sistema che ulteriormente liberalizzasse la flessibilità in entrata e occludesse invece la flessibilità in uscita, avremmo come effetto non eludibile un rimbalzo in termini di equilibrio complessivo del sistema che si tradurrebbe in un incentivo a forme estreme di precarizzazione, perché ciò che entra liberamente ma viene poi bloccato in uscita tende a recuperare la necessaria libertà dell'uscita avvalendosi di strumenti contrattuali che vincoli all'uscita non hanno, ma che sono giustappunto connotati da una micidiale precarietà.
Quanto ai ragionamenti molto interessanti svolti sul piano economico, sottolineo che anch'essi non sono risultati persuasivi. Infatti, nel momento in cui si ritiene necessario incorporare nella struttura dei costi delle imprese italiane una quota di illegalità per consentire loro di stare su mercati altrimenti inagibili, si assume un modello competitivo che non riteniamo adeguato alla sfida nell'arena internazionale che le nostre imprese devono affrontare. D'altra parte, esaminando le 100 migliori esperienze imprenditoriali del Nord, cioè le 100 migliori aziende del Nord, osserviamo che sono tutte imprese connotate dallo stazionamento nei settori tradizionali, dalla focalizzazione della loro azione sul prodotto e dal riposizionamento a precisi segmenti più pregiati dei mercati internazionali, dove cioè il centro dell'azione di gestione è dato dalla valorizzazione del margine e non più dal volume. Quindi, l'idea di un modello di una sorta di "fordismo povero", un modello da subfornitura della locomotiva tedesca da anni Sessanta ci sembrerebbe una regressione imperdonabile ed inaccettabile per il nostro sistema competitivo. Di qui la nostra scelta di un sistema regolatorio propulsivo di una valorizzazione di eccellenze di prodotti all'interno della collocazione dei quali è strategicamente evidente che il dato fattore costo del lavoro diventa periferico. Questa è la storia delle migliori imprese del Nord; questa è una storia che deve diventare esattamente storia di campioni. Il modello che noi perseguiamo è giustappunto quello dei campioni: non si tratta più di un modello di politiche regolatorie e industriali che incentiva gli ultimi e protegge i peggiori, ma di un modello che invece favorisce i migliori. La vecchia logica del convoglio che va alla velocità della nave più lenta va capovolta: la velocità del convoglio deve essere quella della sua nave più veloce, di quella che più audacemente e possentemente frange i flutti, creando una scia nella quale tutte le altre imprese devono avere l'opportunità di inserirsi. Quindi, non sussidiare, tutelare e proteggere i peggiori, ma incentivare, stimolare e propendere per i migliori.
Signora Presidente, per quanto riguarda le osservazioni della parte della maggioranza che fa riferimento al sottoscritto (per le altre lascerò la parola al senatore Treu), svolgo rapidamente alcune osservazioni.
Innanzitutto, vorrei sapere chi ha detto che in fondo l'atteggiamento è stato solo difensivo nei confronti di questo provvedimento e del tema che più intensamente viene criticato, cioè quello della flessibilità in entrata. Ricordo un paio di particolari. È vero o non è vero che questo provvedimento, addirittura nel suo testo originario, consentiva un aumento del 50 per cento dell'agibilità dell'apprendistato per le imprese? È vero o non è vero che dal rapporto consolidato nel decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, di uno ad uno si è passati ad un rapporto di tre a due? Ciò vuol dire che se si hanno dieci dipendenti, si è legittimati ad avere, non più soltanto dieci apprendisti al fianco di quei dieci, ma ben 15, calcolando - appunto - l'incremento del 50 per cento.
È vero o non è vero che già nella versione originaria del provvedimento, poi incrementata ed addirittura raddoppiata dall'intervento della Commissione, viene consentita per la prima volta nel sistema l'introduzione di una prova lunga senza alcun obbligo di causale, che è quanto il sistema delle imprese è andato desiderando da anni? (Applausi del senatore Giuliano).
Anche sul tema che ha suscitato più polemiche, cioè quello delle partite IVA, non possiamo raccontarci fole. Oggi, se un ispettore del lavoro va in un'azienda e trova un rapporto di lavoro che ritiene sia connotato dalla subordinazione, lo converte immediatamente e forzosamente, ex tunc, in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Invece, con l'apparato regolatorio che introduciamo, innanzi tutto abbiamo inserito un filtro logico-giuridico, rappresentato dalla verifica preliminare dell'esistenza dei requisiti del contratto co.co.pro. (e quindi, se quei requisiti esistono, vi è una sanzione intermediata e dunque attutita), ma anche e soprattutto, attraverso l'intervento che abbiamo determinato con il riferimento al threshold dei 18.000 euro, abbiamo fatto una grande operazione di scudo nei confronti di partite IVA che, esistendo il dato reddituale, riteniamo in quanto tali genuine. Più semplice di così! Abbiamo rassodato un significativa semplificazione, che va certo nella direzione di proteggere la genuinità del lavoro autonomo, ma è anche gestionalmente semplificata.
Quanto all'articolo 18, mi esprimo anche in questo caso con franca ruvidezza. Si è passati da un regime di reintegra forzosa, automatica, obbligatoria, del 100 per cento ad un regime che, anche assumendo un'ipotesi in cui la magistratura del lavoro rimanga abbarbicata ad atteggiamenti culturali da anni Settanta, ebbene anche in quel caso, il massimo dei casi configurabili, i destinatari della reintegra anziché dell'indennizzo possono arrivare al 30 per cento. Allora, capisco che sul versante che prima ho chiamato iperliberista si rivendichi l'occasione perduta di una totale affermazione del modello indennitario, che peraltro non ha moltissimi altri esempi nel resto dei Paesi OCSE, ma comunque abbiamo migliorato del 70 per cento l'impianto, creando le condizioni per una propulsione all'assunzione e per un investimento sulla crescita dimensionale delle imprese.
Concludo rispondendo al professor Baldassarri e, indirettamente, a Confindustria (mi pare che le due voci convergano). Tra l'altro, con assoluto e sommesso rispetto ricordo che Confindustria, insieme a tutte le altre associazioni datoriali e sindacali, salvo una, il 23 marzo aveva dato un parere positivo sul documento licenziato dal Governo; né si dica che mancava il «lodo ABC» sul licenziamento individuale economico. Siccome in questa Aula siamo tutte persone esperte, sappiamo che la fattispecie del licenziamento economico individuale ha una residualità tale che soltanto il più audace tra gli immaginatori di una diffusione di questa forma di licenziamento potrebbe immaginare che sfiori lo 0,7 per cento dei casi esistenti in Italia.
Per quanto riguarda la partecipazione, in questo testo non c'è la cogestione, non c'è la Mitbestimmung del modello tedesco, che sopra una certa soglia dimensionale obbliga all'attuazione della cogestione medesima. C'è soltanto un incentivo fiscale e contributivo dato a quelle imprese che volontariamente, per contratto aziendale, scelgano, in un ampio menu messo loro a disposizione, le forme di partecipazione che ritengano più appropriate per la propria cultura organizzativa e per il proprio posizionamento competitivo: dalle procedure rafforzate di informazione e consultazione all'adozione del modello duale di governance (con la partecipazione ai consigli di sorveglianza dei rappresentanti dei lavoratori), alla distribuzione degli utili, alla partecipazione al capitale azionario.
Nel momento in cui la richiesta internazionale è che si passi dalla focalizzazione del centro regolatorio nella legge del contratto nazionale alla centralità del contratto di prossimità aziendale e territoriale, è evidente che questa traslazione non ha senso se non si passa contemporaneamente da un modello antagonistico a un modello cooperativo di relazioni industriali. Dunque, la partecipazione non è un dato culturale, un elegante orpello per nobilitare una legge altrimenti scabra: è una ineludibile esigenza competitiva. Non a caso un collega della cui nitidezza intellettuale siamo tutti certi, ma sulla cui omologabilità alla mia cultura nessuno può dubitare che non ci sia, come il senatore Passoni, ha fatto un bellissimo passaggio in difesa della natura autenticamente progressiva di questo istituto.
Insomma, se l'avesse scritta il PdL questa non sarebbe stata la legge, se l'avesse scritta il PD questa non sarebbe stata la legge, se l'avesse scritta il centro questa non sarebbe stata la legge; ma questa è una legge che intercetta esemplarmente le pressanti richieste internazionali. Non credo che Angel Gurria abbia rilasciato l'intervista al "Corriere della Sera" perché sollecitato dal ministro Giarda: penso che l'abbia fatto perché ritiene indispensabile che l'Italia recepisca, proprio a livello di percezione internazionale, l'esigenza di una modernizzazione effettiva.
Questa è una legge possibile: io sono un riformista e plaudo a questa legge possibile. E richiamando le bellissime parole del senatore Livi Bacci in apertura di seduta, non è accidentale che, mentre oggi ci accingiamo a votare questa legge, essa assuma anche il significato di una risposta netta, scandita, orgogliosa a chi invece cerca di ricacciare il Paese nelle tenebre della violenza.
Concludo con un ultimo ringraziamento. Farà poi il senatore Treu i ringraziamenti istituzionali ai colleghi della Commissione. Io desidero ringraziare davvero i colleghi della Commissione e, in particolare, quelli delle opposizioni (penso soprattutto al senatore Mazzatorta e alla senatrice Carlino, che hanno esercitato il loro ruolo con un senso di responsabilità e una qualità degli interventi davvero formidabile); il Presidente, che è stato straordinario nella conduzione di un passaggio molto difficile; il vice ministro Martone, che ha seguito con autorevolezza i lavori; il ministro Fornero, che, al di là delle leggende, è stata nei nostri confronti di una capacità di ascolto, di una capacità di stabilire lunghezze d'onda condivisibili e propulsive davvero mirabile. La ringrazio davvero con tutto il cuore.
Due ringraziamenti, invece, non convenzionali. Uno a Tiziano Treu: ha sopportato uno zuccone del diritto come me per i due mesi in cui abbiamo vissuto necessariamente in simbiosi. È una persona magnifica, oltre che un magnifico giurista, e lo ringrazio con tutto il cuore.
L'ultimo ringraziamento, forse inatteso. In questa vicenda è stato decisivo il ruolo dei Capigruppo della maggioranza: con la loro saggezza, con la loro robustezza istituzionale, con il loro senso di responsabilità hanno consentito un'opera che sarebbe stata impensabile per molti. A loro il mio grazie più schietto. (Applausi dai Gruppi PdL, CN:GS-SI-PID-IB-FI, PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Treu.
TREU, relatore. Signora Presidente, innanzitutto sottoscrivo pienamente i ringraziamenti marcatissimi formulati dal senatore Castro che sono stati quasi commoventi in certi punti, ma mi sembra veri.
Voglio anche ringraziare tutti non solo per il lavoro svolto insieme in Commissione, ma anche per la discussione che si è svolta in Aula in queste ore, che si è dimostrata variegata, anche se con punti a mio parere discutibili (come deve essere), e comunque molto utile. Anche qui in Aula, dunque, è stato riprodotto un clima di vera analisi e propositivo.
Venendo al merito, sulla valutazione complessivamente positiva del provvedimento espressa dal nostro Gruppo e ribadita da tutti i colleghi dei Gruppi che sostengono il Governo, gli argomenti sono stati puntuali. Non si è trattato, dunque, solo di un generico apprezzamento.
Non voglio ripetermi, ma soffermarmi invece su due aspetti. Il primo riguarda il valore politico del risultato che è stato conseguito, già ricordato ma che voglio sottolineare: l'essere arrivati ad una convergenza su un compromesso vero non era affatto scontato. Questa convergenza, quindi, ha in sé un valore politico, oltre che di merito, e credo rappresenti un buon auspicio soprattutto se si considera che il tema affrontato è tra quelli storicamente più conflittuali.
In secondo luogo, vorrei soffermarmi sul valore economico. Siccome in questo contesto sono state formulate ripetutamente alcune domande, per sapere, ad esempio, a cosa serve questa legge, rispondo che le leggi fanno quello che possono fare: migliorano le regole e difficilmente da sole producono miracoli (spesso producono guai). Il valore economico di questa riforma, che verificheremo nel breve e medio periodo, sta nel fatto che si è regolato meglio, in molte parti, un mercato del lavoro che era regolato maluccio e praticato ancor peggio, dato che le regole erano difettose (e le abbiamo migliorate) e la prassi molto al di sotto dei livelli normativi e civili dei Paesi vicini.
Aver realizzato questa operazione rende il mercato del lavoro italiano più accettabile e più accogliente. Siccome si parla tanto dell'accoglienza del nostro Paese, che per altri versi è un po' scarsa, in questo settore mi pare che abbiamo dato un contributo. Come sosteneva l'OCSE già prima che mettessimo mano a questa riforma (ora ne sarà ancor più convinta stando alle anticipazioni che abbiamo avuto), il nostro Paese è ampiamente in linea con i modelli europei, soprattutto per quanto concerne i temi critici della flessibilità che sono la spina nel fianco, come è stato ampiamente sottolineato, mentre lo siamo meno - come molti colleghi hanno ricordato - sul tema degli ammortizzatori.
Dunque, questi sono due importanti valori contenuti nella riforma che stiamo per approvare: il valore politico e quello economico.
Oltre a questo giudizio, vorrei fare qualche osservazione sul senso complessivo della riforma e rispondere alle critiche, sempre legittime, anche se molte di quelle che ho sentito sono infondate in fatto, non nel giudizio. Innanzitutto si tratta di critiche opposte, ed è tipico nelle riforme: alcuni senatori della Lega sostengono che siamo ancora fordisti, quindi legati ancora al secolo scorso; altri, dell'Italia dei Valori, giudicano invece precarizzante, deregolatorio e iperliberista questo intervento legislativo. Potrei liquidare la questione dicendo che le due critiche si elidono.
Su molti punti però, alcuni dei quali toccati dal collega Castro, intendo fare delle precisazioni. In alcuni interventi critici si è sostenuto che la flessibilità è stata umiliata. Non è così: la flessibilità è stata ripulita, non completamente ma ampiamente ripulita. Il Ministro parla infatti di flessibilità buona, perché sono stati contenuti e contrastati gli abusi. Si tratta purtroppo di un intervento forte in cui la legge utilizza tecniche anche innovative. Ad esempio, non solo stabilisce dei requisiti per i contratti a progetto, al fine di distinguere quelli veri da quelli falsi, oppure nelle partite IVA, e questa è una tecnica tradizionale, ma introduce anche la tecnica della presunzione, che è nuova, come accennava anche il senatore Castro. Stabilire una presunzione, e quindi invertire l'onere della prova, è una tecnica assolutamente efficace per non lasciare tutto alla totale indeterminatezza del giudizio (qualora si andasse in giudizio), ma anche per aiutare gli stessi ispettori. Ciò conferma che si tratta di ripulire e controllare la flessibilità, che è in sé positiva, prevenendo e reprimendo gli abusi.
Qualcun altro ha sostenuto invece che la disciplina è peggiorata. È una critica che non comprendo. Peggiorata rispetto a cosa? Si può dire di non essere soddisfatti, e neanche noi lo siamo completamente, neanche il senatore Castro lo è. Nessuno dei due è soddisfatto. Ma peggiorata rispetto a cosa? È una questione che richiamo all'intelligenza e alla lucidità di chi muove le critiche. È forse peggiorata rispetto alla situazione precedente, in cui queste tecniche di controllo degli abusi non esistevano? Non si può dire che la disciplina è peggiorata: semmai è migliorata, e questo deve essere riconosciuto anche da chi depreca, magari persino troppo, la flessibilità. È peggiorata forse rispetto agli standard europei? In realtà ci siamo avvicinati agli standard europei, mentre in passato su molti punti eravamo lontani.
È peggiorata perché non c'è un percorso verso la stabilità, come hanno sostenuto molti senatori dell'Italia dei Valori? Badate, i percorsi sono percorsi, non sono automatismi. Noi, attraverso una serie di meccanismi (costi aggiuntivi, regole e soprattutto apprendistato), abbiamo creato un percorso, in particolare per i giovani, verso la stabilità. L'apprendistato storicamente ha rappresentato tale percorso anche nel nostro Paese e ora è stato ampliato quantitativamente. In altri Paesi, dove l'apprendistato funziona bene, rappresenta un percorso verso la stabilità e quindi non comprendo come si possa dire che la disciplina è peggiorata. Semmai si può affermare - e questo vale per molti punti della legge - che la pratica applicativa determinerà quando questa strada sia effettivamente percorribile. Tuttavia, come ho già detto, ed è fondamentale questo punto, è davvero un investimento sul futuro dei giovani. Con esso, tra l'altro, abbiamo utilizzato un'altra forma di assorbimento delle anomalie del mercato del lavoro, perché questo è il canale principale, quello incentivato, quello chiaro se le parti lo vogliono seguire, e se viene usato al massimo del suo potenziale può assorbire larga parte di quel lavoro atipico ancora troppo diffuso.
Quindi, le due critiche si elidono. Anche qui si poteva fare diversamente: il costo indiretto del lavoro è ancora alto e da parte nostra avevamo presentato dei disegni di legge che stabilivano una aliquota intermedia e soprattutto omogenea. Questo è un punto, Ministro, in cui siamo ancora lontani dall'Europa perché nessun altro Paese europeo ha 25 aliquote diverse, a seconda del cappello indossato quando si lavora.
Occorrerà fare un'operazione complessa per bilanciare il costo indiretto dei contributi di oggi rispetto alle pensioni future (perché non dimentichiamo che serve a questo e non ad altro), ma anche rispetto alla capacità di resistenza dei singoli. Soprattutto dovremo affrontare il problema del lavoro autonomo, che qui è appena toccato, e superare il nostro vizio storico (parlo della mia parte) di occuparci troppo di lavoro dipendente e poco di lavoro autonomo. Non è possibile che il lavoro autonomo, sia esso sciolto, nuovo o messo nei recipienti tradizionali degli ordini, abbia una aliquota random, per cui ognuno ha la sua fino all'estremo delle classi professionali che fanno il bello ed il cattivo tempo. Scusate, ma questa è una mina: so che il Ministro ci sta pensando, ma deve farlo in fretta. Questo è veramente un punto da vedere in prospettiva, essendo questo un provvedimento che non chiude il discorso, ma apre una prospettiva.
Ancora due battute. Sulla partecipazione ha detto bene il senatore Castro, e ci siamo battuti a lungo: questa è veramente una via aperta, lasciata alla responsabilità delle parti. Si tratta di vedere se siamo in grado di far funzionare meglio non solo l'entrata e l'uscita, ma anche la gestione dei rapporti di lavoro.
Lo stesso vale per la bilateralità, un istituto di sussidiarietà che si sta diffondendo ovunque. Il problema è che funzioni in modo trasparente ed efficiente.
Naturalmente, come è stato detto anche in questa sede, siamo ad un passaggio, non è un punto d'arrivo. Ci sono quattro o cinque questioni apertissime che abbiamo appena socchiuso. È stato detto della questione degli ammortizzatori. Dobbiamo bilanciare ancora i meccanismi: siamo ancora troppo spostati sulle casse integrazioni, anche se ripulite, ed ancora poco sul sostegno alla disoccupazione sia in termini di reddito, sia soprattutto in termini di servizi. Però anche in questo caso chi si lamenta - e lo faccio anch'io - deve solo pensare a cosa c'è, a cosa c'è stato. Ho l'esperienza di 15 anni in cui abbiamo provato a fare qualcosa su questo punto senza ottenere niente. Adesso si è fatto poco e, com'è noto, il poco è meglio del niente.
Restano ancora aperte talune questioni qui ripetute più volte, come quelle riguardanti le politiche per il lavoro femminile e quello che la legge può fare per le relazioni industriali. La legge può fare poco per le relazioni industriali, e meno fa meglio è.
È aperta la questione, ricordata, dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori concernente la «costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali». Già era uno sbaglio quando è stato mutilato ma, come è adesso, è così palesemente incostituzionale che prima lo si cambia meglio è, per dare diritto di cittadinanza industriale. Servono poi sostegni veri e strutturali alla crescita ed allo sviluppo.
I giudizi vanno dati storicamente, se vogliamo essere riformisti e realisti. Se queste riforme fossero state fatte nel 2004, sarebbero state migliori e più efficaci. Il 2004 è l'anno in cui la Germania ha fatto le riforme Hartz, che rispetto a questo sono relativamente modeste, ma furono fatte in un momento in cui vi era una prospettiva economica migliore, furono fatte in tempo, e quindi contribuirono alla crescita tedesca. Noi le stiamo facendo tardi, in condizioni molto più difficili, ma io credo che con l'equilibrio e con i limiti e anche i pregi che hanno contribuiranno a far ripartire anche il nostro Paese. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la relatrice di minoranza, senatrice Carlino.
CARLINO, relatrice di minoranza. Signora Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, approfitto davvero brevemente del tempo che mi viene concesso in sede di replica per ribadire la posizione del mio Gruppo, Italia dei Valori, nei confronti del provvedimento in esame. Il Governo dovrà riconoscere che non sono stati pochi gli interventi critici su questo disegno di legge anche da parte di colleghi della maggioranza. Da più parti è stata sottolineata l'insufficienza delle misure previste; da più parti è stata ribadita la necessità di ulteriori provvedimenti che stimolino la crescita e lo sviluppo, necessari per la creazione di nuovi posti di lavoro, che è la vera emergenza del nostro Paese, e indispensabili per il rilancio dell'economia italiana. Da questo punto di vista, il disegno di legge rappresenta un'occasione davvero mancata.
Per quanto riguarda il Gruppo Italia dei Valori, come hanno sottolineato tutti i colleghi che sono intervenuti nella discussione, confermiamo la linea di netta contrarietà già tenuta in Commissione: non ci hanno convinto le ragioni apportate dai relatori di maggioranza.
Per questo motivo, abbiamo ripresentato tutti gli emendamenti già proposti nel corso della discussione in Commissione lavoro. Inoltre, abbiamo aggiunto tre ordini del giorno che ci tengo ad illustrare. L'ordine del giorno G2.104 riguarda i lavoratori della scuola e l'ancora irrisolto problema della cosiddetta quota 96. L'ordine del giorno G.106, a prima firma della collega Bugnano, riguarda il superamento di quel vero e proprio Far West in cui si trova oggi più di un milione di lavoratori del settore sportivo, che sono al di fuori di quei ristrettissimi settori in cui abbondano i soldi e le grandi sponsorizzazioni, e dove esiste invece un'enorme area di precariato. Infine, l'ordine del giorno G22.100 è la trasposizione di un emendamento che consideriamo uno dei più importanti; esso concerne l'allargamento della copertura della nuova ASpI (Assicurazione sociale per l'impiego) a tutti coloro che hanno un contratto precario. L'ovvia necessità di salvaguardare la stabilità dei conti pubblici non può comportare un approccio meramente ragionieristico a tale problematica. Il principio che abbiamo voluto ribadire attraverso gli emendamenti e quest'ordine del giorno è la necessità di costruire un sistema di salvaguardia universale con il superamento della logica degli interventi una tantum a favore di categorie particolari.
Concludo, signora Presidente, riconoscendo come positiva la scelta già operata dai relatori prima e poi confermata dal Governo di accogliere alcuni nostri ordini del giorno a mia firma, quali per esempio quelli riguardanti il problema degli esodati e il superamento del divario retributivo di genere. Colgo l'occasione per ringraziare tutti i colleghi che hanno scelto di apporre la loro firma su questi ordini del giorno, in particolare quello relativo al problema dei lavoratori esodati. È estremamente positivo che sulla volontà di affrontare un tema così drammatico e attuale ci sia la massima unità delle forze politiche parlamentari. Tuttavia agli impegni, signora Ministro, devono ora seguire i fatti; non deve accadere, come purtroppo avviene spesso, che anche in questo caso gli ordini del giorno restino sulla carta nei nostri cassetti del Senato.
A nome mio e del mio Gruppo posso dire che saremo estremamente vigili nel verificare che il Governo rispetti gli impegni che ha preso. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Giuliano, Castro e Treu. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il ministro del lavoro e delle politiche sociali, professoressa Fornero.
FORNERO, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signora Presidente, onorevoli senatrici e senatori, in una giornata come quella di oggi la replica del Ministro del lavoro non può non iniziare con un dovuto e vibrante atto di omaggio ai lavoratori morti sotto le macerie della fabbrica dove avevano ripreso il lavoro dopo il terremoto della scorsa settimana. (Applausi).
Nel momento in cui il Senato si accinge ad esprimere il proprio voto su un disegno di legge che si propone di adeguare le norme ad una realtà del lavoro fortemente mutata negli ultimi anni, la mia partecipazione commossa e quella di tutti i presenti va alle famiglie delle vittime. È stato il lavoro, come dimostrano le tristi statistiche di cui disponiamo, il vero epicentro del sisma. E dobbiamo considerare che le buone leggi sono una condizione necessaria, ma non sufficiente, per un corretto rapporto lavorativo. Altre condizioni esterne sono necessarie: dall'ambiente naturale alla stabilità degli edifici. È su questa condizione necessaria, ma non sufficiente, che il Senato della Repubblica è chiamato oggi ad esprimersi.
La realizzazione di un mercato del lavoro a un tempo inclusivo, ossia contrassegnato da norme rivolte a tutti i lavoratori di qualsiasi età e professione, senza distinzioni né privilegi, e dinamico, ossia tale da favorire una mobilità positiva caratterizzata da facilità nell'inserimento e nel reinserimento produttivo e da crescita professionale, rappresenta, insieme al risanamento delle finanze pubbliche, una delle precondizioni per lo sviluppo di un sistema economico.
Il Governo che ha preceduto l'attuale si era formalmente impegnato anche in sede internazionale a introdurre una riforma lungo queste linee. A sostegno della riforma del mercato del lavoro si sono altresì variamente espresse in diverse occasioni, anche molto recenti, importanti istituzioni internazionali. L'Unione europea l'ha esplicitamente richiesta. Il nostro Paese ne ha un grande bisogno, sotto molti profili, per riprendere un percorso di crescita da troppo tempo abbandonato.
Per questi motivi, e non già perché ce lo chiedono i mercati finanziari, l'approvazione del disegno di legge presentato dal Governo è un atto di estrema importanza. Il lavoro realizzato dalla Commissione lavoro del Senato ha contribuito a migliorare il testo presentato dal Governo, e di ciò voglio qui pubblicamente dare atto e ringraziare il presidente della Commissione, senatore Pasquale Giuliano, per la competenza e la decisione con la quale ha condotto i lavori della Commissione. Voglio esprimere un grande apprezzamento anche per i due relatori, i professori Maurizio Castro e Tiziano Treu, per essersi fatti interpreti delle diverse sensibilità politiche che questo provvedimento indubbiamente suscita e per aver contribuito ai lavori con la grande conoscenza e la lunga esperienza maturata in materia di diritto del lavoro, in teoria e in pratica.
Voglio anche ringraziare il presidente della Commissione bilancio, senatore Antonio Azzollini, per aver esercitato, con l'abituale determinazione, la sua funzione di guardiano dei conti pubblici. Infine, desidero esprimere un apprezzamento sincero per la discussione in Aula, non solo quando ha mostrato di condividere i contenuti della riforma, ma anche quando li ha fortemente criticati.
Un mercato del lavoro inclusivo e dinamico richiede un assetto normativo e istituzionale atto a facilitare l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro nelle sue diverse articolazioni; a favorire l'occupabilità delle persone attraverso l'accumulazione e l'aggiornamento delle competenze e delle professionalità; a incentivare investimenti da parte di imprese nazionali ed estere, anche arrestando l'emorragia di risorse produttive verso Paesi nei quali le condizioni di lavoro sono ancora lontane dalle migliori pratiche alle quali il nostro Paese si ispira; a sostenere la crescita della produttività, favorendo per conseguenza anche la crescita salariale; a contrastare la precarietà e a redistribuire più equamente e più universalmente le tutele dell'impiego e dei redditi; a realizzare politiche attive anch'esse in linea con le migliori pratiche europee.
Molti di questi obiettivi sono stati già perseguiti da riforme precedenti e, rispetto a queste, la riforma oggi in approvazione si pone in una logica di continuità, riconoscendo quanto già fatto. Ma non dobbiamo trascurare che in altri ambiti essa propone importanti e significative innovazioni.
L'obiettivo ultimo non è solo quello di aumentare l'occupazione del nostro Paese, in particolare di giovani e donne, e di ridurre stabilmente il tasso di disoccupazione strutturale, ma è di rendere questa occupazione più produttiva con benefici per l'intera collettività. Sappiamo che il raggiungimento di questi obiettivi non è assicurato soltanto dal cambiamento delle regole. Sappiamo che, se le norme non sono interiorizzate e non contribuiscono a cambiare i comportamenti, rischiano di restare lettera morta.
Flessibilità, occupabilità e protezione nel mercato, anziché protezione del posto di lavoro, sono i cardini della riforma, prerequisiti per il superamento di quel dualismo del mercato che negli anni ha visto ridursi la cittadella dei lavoratori protetti nei loro singoli posti di lavoro e nei loro redditi, anche con il ricorso al pensionamento anticipato, e ampliarsi quella dei lavoratori al margine del mercato o del tutto esclusi dallo stesso. Forse nessuna riforma come quella del mercato del lavoro tocca in altrettanta profondità tutta la società, famiglie, imprese e anche istituzioni, con i loro diversi e non infrequentemente opposti interessi.
Questa riforma mira a realizzare un corretto ed armonico equilibrio non solo tra questi interessi contrastanti, ma anche tra posizioni teoriche e visioni politiche diverse, tra tensioni di breve e tensioni di lungo periodo.
Approvare una riforma di questa portata, per di più con il sostegno di partiti che si sono fino a poco tempo fa fieramente contrapposti, ha un grande significato politico e per il Paese. Ma approvarla per vederla poi appassire, sterile di risultati o, peggio, disattesa nella pratica, non è certo interesse né del Paese né di questo Governo. Noi vogliamo che la riforma dispieghi la sua efficacia e per questo abbiamo previsto un monitoraggio che intendiamo sia effettuato con tempismo, competenza e metodo, ma anche con il pragmatismo di chi sa che, in materie come queste, non vi sono dogmi ma buone pratiche e buone condotte, e che si deve essere disposti e pronti a cambiare e ad affinare.
La riforma è avviata in un momento difficilissimo dell'economia italiana, ma è proprio nei momenti difficili che occorre avere il coraggio di cambiare, di superare pregiudizi, di correggere storture e di affermare, sia pure con vincoli finanziari molto stringenti di risorse scarse, una maggiore uniformità di trattamento ed una maggiore universalità del sistema di protezione del reddito, lungamente auspicate in passato.
Prima di affrontare brevemente le linee di azione della riforma, voglio anche rispondere all'accusa - forse per me più dura e più ingiusta - di non aver fatto alcunché per sostenere l'occupazione femminile. Al riguardo, voglio esprimere un paio di considerazioni, una di carattere generale e una più contingente. La prima concerne l'ambivalenza di misure ad hoc che, pur introdotte con l'intento buono di tagliare i nodi irrisolti dell'occupazione femminile e della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, rischiano però di ghettizzare le donne stesse e di farle apparire come una specie differente, piuttosto che come vittime di pratiche discriminatorie che, nonostante le leggi che stabiliscono la parità di trattamento, sono ancora molto ampliamente e pervasivamente disattese. Le donne hanno essenzialmente bisogno di parità negli accessi e di valorizzazione del merito, perché è negli accessi che esse sono frenate ed è nel non riconoscimento del merito che incontrano i maggiori ostacoli alla loro partecipazione e alla loro affermazione lavorativa.
A questa considerazione di carattere generale se ne aggiunge, però, anche una seconda di carattere più contingente e pratico. Se anche avessimo considerato derogabile tale principio, in modo da contrastare più efficacemente e rapidamente una situazione di grave e perdurante disparità, per ricorrere - sia pur in via temporanea - a misure specifiche, come è stato fatto per le quote nei consigli d'amministrazione, ci saremmo - come di fatto ci siamo - scontrati con il vincolo insuperabile delle risorse finanziare. Questa è la ragione per la quale le misure per le donne sono numericamente limitate e hanno un carattere sperimentale, mirando essenzialmente a sensibilizzare verso nuovi atteggiamenti e verso comportamenti più aperti non solo nei luoghi di lavoro, ma anche in famiglia. Vorrei anche sottolineare che il finanziamento di queste misure è interamente coperto dal pur limitato fondo per l'occupazione di cui dispone, in conseguenza della riforma previdenziale, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
Non vorrei poi dimenticare la norma sul superamento delle dimissioni in bianco, a mio avviso ingiustamente considerata farraginosa e inefficace ancor prima di essere messa alla prova, le piccole misure per la conciliazione, i voucher (che valgono e sono sperimentati per tre anni), che possono essere considerate novità importanti in questo percorso, che è anzi tutto di cambiamento culturale e quotidiano nel modo di considerare il lavoro delle donne.
Sono consapevole come donna e come economista, prima ancora che come Ministro, dell'importanza del lavoro delle donne e voglio comunque assicurare che il mio impegno continuerà con determinazione, anche dopo l'approvazione della riforma, in aperta e leale collaborazione con le proposte del Parlamento.
Accenno solo brevemente alle linee di azione della riforma, anche perché quanto è stato detto prima dai due relatori già ha toccato la filosofia sottostante questi interventi, e io condivido in maniera piena e totale quanto loro hanno detto. Tali linee si sviluppano lungo quattro direttrici.
C'è la riorganizzazione delle forme contrattuali, rispetto alla quale abbiamo avuto la critica di essere stati, da un lato, troppo severi nel limitare la disponibilità di queste forme contrattuali per le imprese e, dall'altro, troppo poco severi nel cancellare forme contrattuali che nella pratica hanno condotto alla precarietà. In questo, come in altri ambiti della riforma, noi abbiamo scelto di lavorare con il cesello, non con l'accetta; abbiamo scelto di cercare di salvare ciò che di buono c'è in ciascuna forma contrattuale, contrastando le cattive pratiche che, anziché rendere flessibile il lavoro, lo hanno reso precario.
Ma noi abbiamo un attrattore e l'abbiamo sottolineato in tutte le forme possibili: è l'attrattore costituito dal contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Questo è ciò che vorremmo fosse il modello vincente, pur considerando la maggiore flessibilità e la maggiore mobilità dei lavoratori. Questo fine ha anche ispirato il nostro intervento sull'articolo 18, come dirò tra breve. Ma la flessibilità noi l'abbiamo valorizzata nell'ottica di aiutare le imprese, non per punirle. Sarebbe ben strano che un Ministro del lavoro volesse punire le imprese, anziché incoraggiarle a produrre, ad investire e a restare nel nostro Paese; e certo non era questa l'intenzione di questo Ministro. Forse l'incertezza e la paura hanno determinato reazioni negative, che possiamo anche comprendere; ma noi siamo veramente convinti che questo lavoro sulla flessibilità sarà un lavoro che aiuterà sia le imprese sia i lavoratori ad essere più produttivi, perché il cattivo uso della flessibilità degli anni passati ha schiacciato la produttività e non ha aiutato la competitività delle imprese, anzi ha permesso loro di galleggiare in molti casi su livelli che, rispetto agli standard internazionali, non consentirebbero forse la sopravvivenza. Quindi, un intervento minuto, un intervento fine, che cerca di separare, com'è stato anche detto, la flessibilità buona, valorizzandola, ma facendola anche costare un po' di più rispetto alla stabilità, e scoraggiando invece l'uso negativo di queste forme flessibili.
Sull'articolo 18 e quindi sulla flessibilità in uscita, ho detto altre volte che anche in questo caso non c'è stato un intervento con l'accetta. Non abbiamo distrutto l'articolo 18, perché l'articolo 18 è un valore, ma ne abbiamo limitato alcune applicazioni eccessivamente punitive nei confronti dell'attività di impresa e quindi, in definitiva, anche punitive nei confronti degli stessi lavoratori e della loro occupabilità in impieghi più stabili. L'intervento sull'articolo 18 mette la nostra disciplina sanzionatoria dei licenziamenti illegittimi in linea con gli standard europei e lo fa attraverso un compromesso - uso questo termine - equilibrato tra difesa della tutela tradizionale, incentrata sul ripristino del rapporto e sulla reintegrazione del dipendente illegittimamente licenziato, e apertura verso una più dinamica tutela di tipo indennitario, che esiste in tutti i principali ordinamenti europei. Invece di insistere sulla continuazione di un rapporto ormai privo di una base comune produttiva, si punta a monetizzare, cioè ad indennizzare con un'adeguata compensazione, l'estromissione del lavoratore dal posto di lavoro.
La reintegrazione viene mantenuta così come è oggi per i licenziamenti discriminatori lesivi di diritti fondamentali della persona, nonché per i licenziamenti disciplinari o per quelli economici rispetto ai quali il giudice abbia verificato un grave abuso del potere del licenziamento da parte del datore di lavoro.
Il sistema è completato da due interventi molto significativi, uno diretto alla conciliazione - e la conciliazione è uno strumento importante e dovrà essere efficace per ridurre il ricorso al giudice - e l'altro, altrettanto importante, visto che questa parte è sempre stata oggetto di grandi critiche, diretto alla previsione di un rito processuale ad hoc per l'impugnazione dei licenziamenti, comprendente una fase urgente immediata e tre gradi successivi con termini ridotti e regole di svolgimento snelle, ma sempre nel rigoroso rispetto delle garanzie difensive di entrambe le parti. L'obiettivo è realizzare un'effettiva corsia privilegiata per le controversie in tema di licenziamento, pur senza dimenticare con ciò l'importanza del tema risorse sollevato, tra gli altri, dal Consiglio superiore della magistratura.
Il terzo punto di intervento è quello degli schemi di protezione sociale. Coerentemente con la razionalizzazione dei margini di flessibilità e la redistribuzione tra istituti contrattuali delle tutele, si prevedono interventi di ampliamento, potenziamento e razionalizzazione degli interventi assicurativi e di sostegno al reddito sia in caso di disoccupazione sia in costanza di rapporto di lavoro. Se, da un lato, infatti, la riforma snellisce la disciplina relativa ai licenziamenti individuali, dall'altro procede ad una revisione radicale del sistema degli ammortizzatori, anche attraverso meccanismi di condizionamento. Questa è un'importante novità, che dovrà essere tradotta in pratica, perché la condizione importante è l'occupabilità delle persone, e questa è ridotta da schemi di protezione del reddito prolungati che non chiedono nulla, né al lavoratore, né ai centri per l'impiego e quindi, indirettamente, al pubblico o ai privati che devono assistere l'incontro tra domanda e offerta.
Non mi soffermo sull'ASpI (Assicurazione sociale per l'impiego), che è stata già descritta. Crediamo sia una buona cosa, più universale rispetto agli attuali istituti di protezione del reddito, meno duratura nel reddito e più condizionata nella persistenza temporale. L'ASpI entrerà in vigore dalla data di approvazione della norma e non è quindi soggetta ad un periodo transitorio, mentre la mobilità decadrà nel tempo, per morire nel 2017.
Infine, c'è un elemento importante che deve rendere operativo tutto il sistema: le politiche attive per il lavoro. Quello delle politiche attive per il lavoro è oggi uno degli aspetti che ci viene maggiormente rimproverato a livello internazionale. I nostri corsi di formazione e di riqualificazione, il nostro sostegno a chi cerca un lavoro o all'impresa, che cerca invece persone da occupare, e la nostra azione in questi ambiti sono considerati estremamente insoddisfacenti. È una scommessa che bisognerà vincere, e in ciò sarà essenziale il lavoro delle Regioni; quindi, una collaborazione attiva e fattiva tra lo Stato, che dovrà fissare requisiti e standard minimi, e le Regioni, che dovranno sul territorio verificare che queste politiche attive si traducano efficacemente in un miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro.
Questa riforma del mercato del lavoro non è certo una bacchetta magica che possa risolvere tutti i problemi del Paese. Il suo scopo è di rendere possibile un percorso seguendo il quale alcuni tra i principali di questi problemi possano essere risolti. Un percorso di recupero di occupazione, di produttività e anche di reddito, che apra nuove vie allo sviluppo, ma anche, e direi soprattutto, un percorso di recupero di dignità e la riappropriazione di un futuro di crescita. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, CN:GS-SI-PID-IB-FI, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, professor Giarda. Ne ha facoltà.
GIARDA, ministro per i rapporti con il Parlamento. Signora Presidente, onorevoli senatori, a nome del Governo pongo la questione di fiducia sull'approvazione, senza subemendamenti ed articoli aggiuntivi, degli emendamenti 1.900, 22.900, 41.900 e 55.900, che consegno alla Presidenza, sostitutivi rispettivamente degli articoli da 1 a 21, da 22 a 40, da 41 a 54 e da 55 a 77 del disegno di legge «Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita» (Atto Senato n. 3249), nel testo approvato dalla Commissione, con le sole necessarie modifiche di coordinamento e di redazione normativa e con alcune necessarie revisioni a clausole di copertura finanziaria.
Consegno alla Presidenza la relazione tecnica e una scheda di lettura finalizzata ad un agevole reperimento delle disposizioni raggruppate nei quattro articoli.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, sospendo la seduta per riferire al presidente Schifani che il Governo ha posto la questione di fiducia sul disegno di legge di riforma del mercato del lavoro.
La seduta è dunque sospesa.
(La seduta, sospesa alle ore 10,47, è ripresa alle ore 11,12).
Riprendiamo i nostri lavori.
Colleghi, comunico che il presidente Schifani ha convocato la Conferenza dei Capigruppo per le ore 11,30 e che gli emendamenti presentati dal Governo alla Presidenza sono stati trasmessi alla Commissione bilancio per l'esame dei profili di copertura finanziaria.
Sospendo nuovamente la seduta.
(La seduta, sospesa alle ore 11,13, è ripresa alle ore 13,12).
Presidenza del vice presidente CHITI