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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 733 del 30/05/2012


Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3249
e delle questioni di fiducia (ore 15,12)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, signora Ministro, inizio il mio intervento con le ultime parole del ministro Giarda, che ha usato un termine nuovo. Lo conoscevamo come il Governo dei refusi, oggi diamo corso al Governo degli errata corrige. Dico questo perché di errori ne avete fatti tanti. Non li ammettete perché giustamente dovete andare avanti, però vi ricordo che tra refusi ed errata corrige lo avete fatto anche tentando di far pagare i ticket ai disoccupati, definendo noioso il lavoro a tempo indeterminato e sfigati i ragazzi che ci ascoltano - sono quelli che oggi ci osservano - che se si laureano a una certa età non sono persone intelligenti: sono sfigati.

Ecco, questo è quello che il Governo ha trasferito ai giovani, a questi giovani, signora Ministro, quelli che ci stanno ascoltando in questo momento dalla tribuna. Questi giovani sentono parlare e leggono di una riforma del lavoro che, come dichiarato anche dal collega Li Gotti, noi riteniamo incostituzionale per tanti e tanti motivi; e inviterei tutte le scuole a leggere questa riforma del lavoro definita epocale (per noi in negativo, per voi in positivo, ma la storia poi dirà chi aveva ragione).

Le ricordo, signora Ministro, che l'articolo 1 della Costituzione recita che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro; lei l'ha trasformata in una Repubblica democratica fondata sul precariato. Questi giovani oggi non hanno quella speranza che avevano negli anni passati. Questi giovani vivranno nei contratti atipici, in quei contratti che non permetteranno loro né di accedere ad un mutuo, né di farsi una famiglia, né di essere considerati lavoratori. Ecco perché anche il collega Pardi ha parlato di questo argomento, lui che è anche professore universitario, lui che guarda in faccia gli studenti, il futuro della nostra classe dirigente.

Da professore universitario qual è oggi, il mio collega Pardi si preoccupa proprio di poter continuare a guardare negli occhi gli studenti. Ecco perché è intervenuto anche in Commissione fino a questa notte per far capire qualcosa che non era e non è un incentivo a questi giovani ma, al contrario, un modo per non dare più loro quella speranza che è il loro futuro. Se tre milioni di persone hanno abbandonato l'idea di andare a cercare un lavoro, e mi rivolgo alla signora Ministro, un problema ci sarà e se in cinque mesi avete creato questa disaffezione alla ricerca nel mondo del lavoro credo che qualche volta vi dovete guardare allo specchio e dire: «Forse qualche cosa ho sbagliato». Bisogna dirlo, occorre un esame di umiltà, un esame di coscienza, proprio perché voi insegnate e la preoccupazione che ho come collega e quella che ha riversato nel suo intervento il collega, professore e amico Pancho Pardi non sono anomale.

Lo scopo fondamentale del vostro ordinamento dovrebbe essere quello di tutelare e garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, sempre tenendo presente che il soggetto lavoratore è evidentemente il contraente più debole e che, come tale, deve essere protetto. Ora, continuo a invitare gli studenti che la stanno guardando in questo momento a leggere quale protezione è prevista nel futuro dei giovani, quale protezione c'è nel futuro dei lavoratori.

Vede, signora Ministro, la riforma del lavoro è mancante sotto più profili. Tradisce contemporaneamente l'obiettivo di lotta al precariato e le richieste del sistema delle imprese. Mentre l'ISTAT dichiara il disastro sociale dell'Italia, accentuato in questi ultimi cinque mesi, nonostante o forse addirittura grazie anche alle ultime manovre, il Governo con questa riforma continua a lasciare inascoltate le istanze dei lavoratori e delle imprese.

In merito, voglio solo fare un piccolo accenno ad una vicenda specifica. Al momento dell'insediamento di questo Governo le avevo sollecitato le esigenze, la preoccupazione e la disperazione dei lavoratori delle ferrovie dei famosi treni notte, i wagon lits. Attraverso la collega Carlino abbiamo anche avuto occasione di scambiare due chiacchiere con lei, e anche con il ministro Passera, in questo ramo del Parlamento. Ebbene, una parte di queste persone è stata licenziata, una parte è stata assunta fino a dicembre, per poi tornare di nuovo a quella paura che si chiama licenziamento. Ecco, signora Ministro, questo è l'esempio che fa capire che questa riforma del lavoro porta a tali conseguenze. Lei la scrive e poi passa, poi torna all'università, ma torna all'università non potendo più guardare negli occhi quei giovani cui ha tagliato la possibilità di diventare classe dirigente, di trovare un posto di lavoro e di avere un futuro. Glielo dico con preoccupazione, perché questo vale anche per altri temi, anche per quello della disabilità.

Il 25 maggio scorso - non anni fa, quindi, ma pochi giorni fa - al convegno «Autonomia delle persone con disabilità: un nuovo contributo per assicurarla», lei ha dichiarato che non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e di servizi. Leggo testualmente dalle annotazioni del professor Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana per il superamento dell'handicap, per farla riflettere su quello che lei ha aggiunto: «Sia il privato che lavora per il profitto, sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti che aiutino i disabili. La sinergia tra pubblico e privato va quindi rafforzata». Ha poi proseguito: «Per evitare accuse di raggiro o frodi, il ruolo pubblico dovrebbe dare credibilità inserendosi nella relazione tra la persona e il mondo assicurativo. C'è bisogno di innovazione finanziaria e creatività». Parole che lasciano sconcertate le organizzazioni delle persone con disabilità per la loro crudezza e per l'evocazione di una cultura che non si pensava potesse penetrare nel nostro Paese risalendo fino ai vertici di un Governo che si appella ad ogni piè sospinto all'equità. Il titolo dell'articolo la dice tutta: «Fornero: privatizzare la disabilità», come già la diceva tutta anche una dichiarazione del ministro Tremonti, che calcò ancora di più la mano: «Come può un Paese con due milioni e mezzo di disabili essere davvero competitivo?». Ebbene, se lei vuole privatizzare anche la disabilità, le ricordo che l'articolo 38 della Costituzione recita: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale».

Aiutate i disabili. Ci rivedremo con i malati di SLA davanti al suo Ministero: spero che almeno su questo non pianga lacrime di coccodrillo, perché non ci crede più nessuno. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.

CARLINO (IdV). Signora Presidente, onorevole Ministro, colleghi, questa riforma del lavoro non ci basta, e credo non basterà al Paese.

Avete presentato un disegno di legge, invece di un decreto, facendo credere al Parlamento che ci sarebbe stato lo spazio e il tempo, anche in quest'Aula, per migliorare il testo con il contributo di tutti, e ci troviamo invece oggi davanti all'ennesima fiducia. Anzi, alle ennesime fiducie, ben quattro quelle odierne, da sommare alle precedenti 17. Un bel record per un Governo di soli sei mesi! Fiducie che esautorano il ruolo delle Camere, con l'aggravante di un testo che non dà risposte al nostro Paese. Siamo contenti che la modifica peggiorativa del comma 41, articolo 4, sia stata solo un semplice refuso; bene per i lavoratori disoccupati che percepiscono un'indennità.

Giovani e donne, signora Presidente, costituiscono la vera emergenza sociale cui dovrebbero essere indirizzate tutte le scelte della classe dirigente. Ci dispiace contraddire il ministro Fornero, ma sono precisamente i giovani e le donne a non aver voce in questo provvedimento, su cui vi apprestate a votare la fiducia; lo dicono impietosamente i dati ISTAT diffusi in questi giorni.

Le disuguaglianze si sono accentuate fortemente con la crisi: iniziano nelle aule scolastiche e poi si consolidano attraverso i lavori atipici. L'Europa non è stata mai tanto lontana quanto in questo momento.

Arriva all'università appena il 20,3 per cento dei figli degli operai, contro il 61,9 per cento dei figli delle classi agiate (se consideriamo la generazione nata negli anni '80), mentre il 30 per cento dei figli degli operai abbandona le scuole superiori contro il 6,7 per cento dei figli di benestanti. La crisi ha purtroppo divaricato le disuguaglianze tra le classi sociali, le aree geografiche del Paese, il sistema dei servizi sociali.

Gli occupati nel mese di marzo 2012 erano circa 23 milioni, lo 0,2 per cento in meno rispetto a febbraio (meno 35.000 unità) e lo 0,4 per cento rispetto a marzo 2011 (meno 88.000 unità). Il tasso di occupazione è pari al 57 per cento, in diminuzione nel confronto congiunturale di 0,1 punti percentuali e di 0,2 punti in termini tendenziali.

Il dato scorporato per genere mostra delle differenze: è in calo l'occupazione maschile, mentre registra un aumento dello 0,1 per cento quella femminile, ma solo perché le donne sono costrette ad accettare lavori a tempo ridotto e anche con mansioni inferiori alle proprie competenze.

Ma le donne sono sempre più escluse. In Italia il 33,7 per cento delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce alcun reddito, a fronte del 4 per cento nei Paesi scandinavi, del 10,9 per cento in Francia e del 22,8 per cento in Spagna. Ciò significa non avere accesso al conto corrente (47,1 per cento), non poter fare acquisti per sé (28,3 per cento), non essere titolari dell'abitazione di proprietà: da qui la maggiore esposizione al rischio di povertà delle madri separate (24 per cento) rispetto ai padri (15,3 per cento), con le conseguenti ricadute sulle condizioni di vita materiale per loro e per i figli.

Vale la pena ricordare come né il fisco, né il sistema dei servizi sociali assolvano una funzione redistributiva delle opportunità. Il primo perché le detrazioni favoriscono in media le famiglie con due o più percettori di reddito, anziché quelle in cui è uno solo a lavorare, mentre per gli incapienti non sono previsti benefici. Quanto ai servizi, che dovrebbero riequilibrare gli svantaggi economici di partenza tra i cittadini, tanto peggiore è il loro funzionamento quanto più drammatiche sono le condizioni economiche delle diverse aree del Paese. Al Sud la diffusione territoriale delle strutture pubbliche è inadeguata, basso è il livello di soddisfazione dei bisogni e per contro più consistenti sono stati i tagli alla spesa sociale.

Insomma abbiamo a che fare con 2.506.000 disoccupati, il 2,7 per cento in più rispetto a febbraio (66.000 unità). Su base annua si registra una crescita del 23,4 per cento (476.000 unità). L'allargamento dell'area della disoccupazione riguarda sia gli uomini, sia le donne. Il tasso di disoccupazione si attesta al 9,8 per cento, il tasso di disoccupazione giovanile, per i giovani tra i 15 e i 24 anni, è pari al 35,9 per cento (quindi circa 600.000 giovani).

La gioventù del nostro Paese che desidera, studia, inventa, è precaria, disoccupata, inoccupata, senza reddito, senza casa né diritti, senza nessuna di quelle garanzie di cui godono i giovani nella stragrande maggioranza dell'Unione europea, dove dal 2008 ad oggi la crisi si è avvitata intorno al sistema economico e produttivo, ma i tassi di disoccupazione giovanile sono comunque più bassi che in Italia, e nonostante tutto investimenti ed opportunità per loro non mancano.

Il Governo Berlusconi ha sfidato apertamente i giovani, contrapponendo alle loro richieste la stolta apologia della flessibilità come strumento di dinamizzazione del mercato del lavoro. Li ha persino umiliati, arrivando a definire «l'Italia peggiore» i precari della pubblica amministrazione in lotta per il riconoscimento dei loro diritti.

Il Governo Monti, invece, pur avendo suscitato ben diverse attese con il suo evocare ad ogni piè sospinto i loro diritti, li ha utilizzati come grimaldello per legittimare l'affondo su ciò che resta dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori. Dentro questo orizzonte si colloca proprio la manomissione dell'articolo 18.

Sabato 16 giugno l'Italia dei Valori parteciperà alla manifestazione indetta dal movimento "Il nostro tempo è adesso", la rete che da oltre un anno cerca di imporre il tema della precarietà al centro dell'agenda politica del Paese, sia al precedente Governo che a questo, ma senza ottenere significative risposte.

Ci sarebbe piaciuto poter dire loro che le classi dirigenti del Paese hanno aggredito con determinazione il problema dell'occupazione giovanile, della perdita di più di un milione di posti di lavoro dal 2008 ad oggi, della polverizzazione di pezzi interi del sistema manifatturiero di questo Paese, fuggiti verso luoghi del mondo dove il costo del lavoro è ancora più basso, i diritti sindacali non troppo garantiti e i vantaggi fiscali assai più appetibili.

Avremmo anche voluto rassicurare le imprese sane di questo Paese, quelle che investono in ricerca ed innovazione e producono nel rispetto delle regole e dei contratti, e che attendono, da parte di questo Governo, politiche industriali che permettano loro di riconvertire produzioni ormai obsolete in filiere industriali innovative, ad alto contenuto tecnologico e solide opportunità occupazionali. Avremmo voluto annunciare loro interventi inequivocabili su sburocratizzazione delle procedure, contrasto alla corruzione, sblocco dei crediti dovuti dalla pubblica amministrazione, riduzione del prelievo fiscale su lavoro e impresa, sgravi contributivi triennali per chi assume donne e giovani.

Invece siamo stati obbligati a discutere un provvedimento che non destina né risorse né interventi alla creazione di nuovo lavoro, e non risolve i problemi delle piccole e medie imprese.

Chi voterà questa controriforma si assumerà la responsabilità politica di aprire un'autostrada ai licenziamenti facili, perché venendo meno l'automatismo del reintegro in caso di licenziamento illegittimo verrà meno la funzione deterrente da esso esercitata a tutela del mondo del lavoro nella recente storia industriale di questo Paese. E non sarà certo l'ultima formulazione della norma ad attenuare il danno prodotto. Il giudice infatti dovrebbe decidere se esiste o no il motivo economico. Se effettivamente questo motivo ci fosse, ma il licenziamento fosse ingiustificato, perché eccessivo o perché vi sono alternative, il lavoratore licenziato non sarebbe reintegrato, ma avrebbe solo un'indennità. Se invece il motivo economico fosse falso, il giudice potrebbe scegliere tra l'indennità e il reintegro. Insomma, il reintegro sul posto di lavoro diventa poco più di una previsione improbabile al temine di un percorso ad ostacoli per il lavoratore o la lavoratrice coinvolta.

Restano invece in vigore tutte le attuali tipologie di rapporto di lavoro precario: dai contratti a termine alle partite IVA, dalle collaborazioni alle prestazioni occasionali; al netto di qualche modestissimo intervento nulla di rilevante viene messo in campo per rilanciare il contratto a tempo indeterminato quale rapporto di lavoro standard.

Del resto, l'alleggerimento dei vincoli all'assunzione degli apprendisti, il tiepido contrasto alle forme di precariato abusivo, ma soprattutto l'abolizione del cosiddetto "causalone" per il primo contratto a termine stipulato dal datore di lavoro con un giovane per una durata massima di 12 mesi stanno lì a certificare la continuità di questo Governo con il precedente rispetto alla lotta al precariato.

Anche sugli ammortizzatori sociali gli annunci roboanti sull'introduzione di un sistema universale di tutele che sanasse la disparità tra garantiti e non garantiti si è tramutata nella pura redistribuzione delle risorse preesistenti su una platea un po' più vasta: minori importi e durata delle tradizionali indennità di mobilità in cambio della ristrutturazione (peraltro in via sperimentale) dell'una tantum di sacconiana memoria per i collaboratori a progetto.

Peccato, però, che restino esclusi tutti gli altri lavoratori precari, tutti i giovani per i quali noi, come Italia dei Valori, abbiamo chiesto e continueremo a chiedere la copertura dei vuoti retributivi e contributivi, allo scopo di assicurare loro un futuro previdenziale degno di questo nome.

Ci corre l'obbligo di ricordare che abbiamo proposto un'estensione generalizzata dell'ASpI a tutte le lavoratrici e i lavoratori precari, indicando scrupolosamente la relativa copertura finanziaria, ma le nostre istanze sono state respinte. Troppo onerose rispetto agli equilibri di bilancio? Ma non si può pretendere di fare riforme strutturali come quella degli ammortizzatori sociali a costo zero, ed esattamente questo abbiamo rimproverato sin dal suo insediamento all'Esecutivo in carica! Un'irresponsabile incongruenza tra annunci e provvedimenti concretamente assunti.

E le donne? Altro che azioni positive, ottica di genere e coinvolgimento delle donne nei processi decisionali! A certificare una distanza siderale dalle buone pratiche europee, al Capo V della Riforma sono state confinate alcune misure in favore delle donne: dalla ridicola norma che non incide sull'odiosa pratica delle dimissioni in bianco al mini-mini congedo di paternità obbligatoria, ai buoni per pagare la baby-sitter piuttosto che le prestazioni erogate dal sistema dei servizi territoriali per l'infanzia.

Ci limitiamo ad osservare che il Governo e la maggioranza che lo sostiene avrebbero dovuto risarcire in modo più robusto le donne di questo Paese, penalizzate dall'aumento dell'età pensionabile, dai tagli alla scuola e al tempo pieno, dalla drastica riduzione dell'offerta pubblica di servizi, dal sistema tradizionale degli ammortizzatori sociali costruito sul maschio adulto e garantito, magari restituendo loro i quattro miliardi di risparmi ottenuti con la manovra previdenziale.

Come Italia dei Valori abbiamo cercato di rappresentare sino in fondo gli interessi sociali e le legittime domande di futuro delle donne e degli uomini di questo Paese. Abbiamo rivendicato la necessità di una riforma del mercato del lavoro che assuma ex ante il punto di vista di genere, di politiche di autentico contrasto alla precarietà; ci siamo battuti per la regolamentazione degli incentivi all'occupazione femminile e giovanile, per una riforma in senso universalistico degli ammortizzatori sociali, affinché fosse previsto l'assegno di maternità universale e i congedi paterni obbligatori, in coerenza con le migliori pratiche europee.

L'Italia dei Valori ha voluto fare proprie le ragioni del movimento delle donne, in lotta per la democrazia paritaria, e quelle della "meglio gioventù" che ha dato vita alle straordinarie mobilitazioni in difesa della legalità, della scuola e dell'università pubblica. Siamo molto preoccupati per i precari, i disoccupati, gli esodati e tutti coloro che, scoraggiati, non cercano più lavoro.

Le loro ragioni sono state e saranno le nostre ragioni: in nome di questo lavoriamo per voltare davvero pagina e restituire un'alternativa di Governo al nostro Paese. (Applausi dal Gruppo IdV).