MILANA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MILANA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, colleghi, sono trascorsi venti anni dalla strage avvenuta a Capaci, ma oggi come non mai è doveroso esprimere gratitudine a quegli uomini che, con grande eroismo, hanno sacrificato la propria vita per difendere quegli ideali di legalità e giustizia che dovrebbero essere alla base dei comportamenti di tutti coloro che, a vario titolo, servono le istituzioni.
Il 23 maggio 1992 a Capaci morì il giudice Falcone, insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta, che voglio ricordare: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. 57 giorni dopo morì il collega ed amico Paolo Borsellino, insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (la prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Quel 23 maggio ha segnato la storia d'Italia, ma - purtroppo - a distanza di 20 anni, ancora una volta, si chiede di fare piena luce su tanti tragici fatti e su quella strage. Un episodio di cruda violenza non deve essere dimenticato e deve farci riflettere soprattutto quando la storia si ripete.
Pochi giorni fa, all'ingresso della scuola «Francesca Laura Morvillo Falcone» di Brindisi, una ragazza di 16 anni, in un attentato che è poco definire vile, è stata uccisa. A lei, alla sua famiglia e ai suoi cari è rivolto il nostro pensiero. Per lei, per le vittime del passato, ma anche per tutti noi, chiediamo di fare giustizia e cercare, una volta per tutte, di porre delle solide basi per debellare questo male oscuro che ci affligge e che causa effetti distruttivi nella nostra società.
La commemorazione di oggi, quindi, non deve essere la celebrazione di un rito stanco e ripetitivo, ma l'occasione per ribadire che il nostro Paese non si scoraggia e che continua la lotta di tanta gente valorosa, tanta gente comune, tanta gente delle istituzioni che dalle istituzioni deve essere costantemente sostenuta e affiancata.
Giovanni Falcone, nato nel 1939 a Palermo, entrò in magistratura nel 1964. Successivamente, il magistrato Rocco Chinnici lo chiamò, insieme a Paolo Borsellino, per collaborare ad un'indagine di mafia.
In quel periodo, in una serie di stragi di natura mafiosa persero la vita Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo stesso Chinnici, che fu sostituito da Antonino Caponnetto, il quale istituì un pool antimafia per gestire i processi di origine mafiosa. All'interno del pool vi erano funzionari di polizia e magistrati valorosi, tra cui Falcone e Borsellino, i quali, oltre che colleghi, proprio in quel periodo strinsero una forte amicizia. Da questa nuova collaborazione prese le mosse un grande processo contro la mafia, il cosiddetto maxiprocesso, attraverso il quale furono portati in tribunale 475 indiziati per mafia.
Tra questi, ben 360 vennero condannati con una sentenza di 2.665 anni di carcere, a cui si aggiungono gli ergastoli comminati a 19 boss della mafia, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà e, in contumacia, Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano.
Giovanni Falcone, nonostante le continue minacce, continuò a lavorare con onestà, senza tirarsi mai indietro nonostante sapesse che, come poi avvenne, avrebbe potuto sacrificare la propria vita. Ricordando queste stragi, che poi rivivono in maniera tragica e si ripetono a distanza di tempo, spesso ci si sente disorientati e si pensa che nel nostro Paese, dopo venti anni, non sia cambiato nulla. E invece non deve essere così. Questi eroi della giustizia hanno lasciato un messaggio forte negli animi di tutti gli italiani e bisogna continuare a lottare per arrivare alla verità e alla vittoria della legalità.
Voglio citare le parole di Giovanni Falcone, che risultano in questo tempo particolarmente attuali: «(...) gli omicidi commessi in Sicilia sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi tra la mafia ed altri centri di potere. E questi connubi, tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere, continuano a costituire nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi, non si potranno fare molti passi avanti (...)».
Lei, signor Presidente, ha ricordato la frase sul proprio dovere, ma io ritengo di sottolineare in conclusione del mio intervento, evitando e stando particolarmente attento a non mettere sullo stesso piano dei barbari assassini chi ebbe opinioni differenti da Falcone, l'importanza di capire se, a distanza di 20 anni, ci sia oggi la possibilità di fare piena luce su quello che avvenne all'interno delle istituzioni in quegli anni. Come dice il presidente Monti, infatti, l'unica ragione di Stato è la verità: chi sostenne Giovanni Falcone? Chi lo ostacolò? Qualcuno lo tradì? E chi lo isolò per diversità di vedute?
Se oggi la memoria di Giovanni Falcone è patrimonio collettivo, non possiamo dimenticare tutte le amarezze che provò nell'esercizio del suo mandato, le polemiche su alcune intuizioni investigative, i contrasti sulla superprocura antimafia, la mancata nomina a giudice istruttore di Palermo da parte del CSM.
Ho avuto l'occasione e l'onore di conoscere Giovanni Falcone in vita e lo ricordo come un uomo dal sorriso gentile, dallo sguardo determinato e di grandissima intelligenza. A lui il nostro senso di rispetto e di gratitudine nella speranza che il nostro Paese, anche grazie a lui, possa diventare più sicuro e vivibile. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).