LANNUTTI, MASCITELLI, CARLINO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per la coesione territoriale e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
"Il Fatto Quotidiano" del 21 maggio 2012 scrive, partendo dalla denuncia di un imprenditore edile, sul malaffare che si nasconde dietro la ricostruzione post terremoto de L'Aquila;
si legge infatti: «Ci sono offerte fuori busta per aggiudicarsi i lavori di ricostruzione all'Aquila. Un giro di soldi diffuso ed oscuro. A me ad esempio sono stati chiesti dei soldi per vedermi commissionate alcune ristrutturazioni. A cosa serve? Per avere il voto favorevole nell'assemblea di condominio". A parlare così è un costruttore che lavora nel settore edile nel capoluogo abruzzese distrutto dal sisma del 6 aprile 2009. Da allora la città è un grande cantiere. Ma i lavori vengono assegnati senza gara. A L'Aquila, verranno spesi 7 miliardi di euro attraverso trattativa privata come se si dovesse imbiancare la parete della propria casa o cambiare le piastrelle. In questa maniera sono stati già assegnati 9.381 lavori per le case B e C (con danni lievi) e 7.041 lavori per le case E, (gravemente danneggiate) dove i cantieri non sono ancora partiti. Le richieste corruttive denunciate dal costruttore, che chiede l'anonimato per timore di non vincere più appalti, gettano molti dubbi sulla modalità scelta per ricostruire la città. Quella dell'indennizzo: ovvero considerare le risorse dello Stato per la ricostruzione come un risarcimento a un privato di un danno. E non come spesa per appalti pubblici. Per molti era questa l'unica strada per evitare l'indizione di 20mila gare d'appalto, buste chiuse, commissioni aggiudicatrici e gli immancabili ricorsi. In questo modo dai lavori da poche migliaia di euro fino a quelli che valgono milioni come gli aggregati del centro storico, non si indicono appalti, e ogni proprietario sceglie l'impresa preferita. Con l'aiuto del proprio amministratore di condominio. Figura, quest'ultima, che diventa decisiva. "Gli amministratori spesso chiedono soldi alle imprese, per facilitare il voto in assemblea", continua il costruttore. "A me sono stati chiesti duecentomila euro, per un lavoro da qualche milione. Non ho accettato anche perché non avevo la liquidità", spiega. Soldi chiesti anche da un consigliere comunale per oliare le pratiche, ma il costruttore non vuole indicarne il nome. L'allarme non è un caso isolato. Il governo ha messo in campo alcuni strumenti di controllo: la tracciabilità finanziaria e la clausola antimafia, ovvero la possibilità di rescindere il contratto in caso di provvedimenti in danno dell'appaltatore, oltre ai controlli a campione degli organi inquirenti e della prefettura. Ma questo fiume di denaro nero è difficile da intercettare: "Il reato di corruzione tra privati - ricorda un inquirente - è molto difficile da perseguire". Anche nella relazione della Direzione nazionale antimafia, firmata dai magistrati Diana De Martino e Olga Capasso, veniva lanciato l'allarme sulla ricostruzione: "Truffe aggravate per aver gonfiato illecitamente il progetto dei lavori da eseguire, inidoneo adeguamento alle misure tecniche antisismiche, lavori eseguiti con materiale scadente ed altro ancora, spesso in concorso con gli stessi terremotati o con gli amministratori di condominio". Una ricostruzione così viziata da episodi corruttivi, che porta ad una riduzione del livello di sicurezza, visto che le imprese caricheranno i costi della corruzione sui costi della manodopera e dei materiali. Il disastro è completo se si considera un altro aspetto. "La ricostruzione privata - spiega l'ingegnere Gianfranco Ruggeri, docente all'università dell'Aquila - sta avvenendo con il criterio del miglioramento sismico, con una soglia tra il 60% e l'80%. E non con l'adeguamento che prevedrebbe il 100% di sicurezza antisismica". Secondo l'ingegnere, anche lui direttamente impegnato nei lavori di ricostruzione "stiamo montando su una macchina incidentata gomme semi-lisce e non nuove. Non è un buon viatico in termini di stabilità del veicolo". La corruzione, dunque, si innesta in un sistema di ricostruzione che tende al risparmio e non garantisce la sicurezza (...). Poco dopo il suo insediamento il governo Monti ha stabilito, per i pochi lavori ancora da assegnare, nuove regole e controlli stringenti. Misure tardive, per di più da molti ritenute inefficaci. Come la white list delle imprese pulite, annunciata più volte in pompa magna nelle visite dell'allora primo ministro Silvio Berlusconi. Una misura mai resa concretamente operativa. Inoltre la prefettura di L'Aquila, che è molto attiva attraverso lo strumento dell'interdittiva antimafia per bloccare gli affari dei clan, compie uno screening delle aziende impegnate nei lavori, ma è difficile controllare un flusso di ventimila imprese. D'altronde le infiltrazioni delle mafie avvengono attraverso teste di ponte, imprenditori locali risucchiati e alimentati dal denaro sporco del crimine organizzato. "La maggior parte delle imprese infiltrate da interessi mafiosi - denuncia la Dna nell'ultima relazione - hanno sede altrove, prevalentemente a Roma, in Abruzzo, in Veneto e in Emilia Romagna, almeno per quanto riguarda l'esperienza maturata fin qui". I soldi delle mafie si nascondono, alimentano imprese locali, le cronache giudiziarie hanno raccontato diversi casi di infiltrazione. Emblematico il caso della ditta di Stefano Biasini, imprenditore aquilano arrestato nel dicembre scorso per contiguità con la cosca di 'ndrangheta Caridi. La sua impresa non aveva avuto alcun stop prefettizio prima dell'inchiesta. Il padre dell'imprenditore arrestato, Lamberto Biasini, di mestiere fa proprio l'amministratore di condominio. Ha gestito 19 pratiche di ricostruzione, in alcuni casi assegnando gli appalti alle imprese del figli, secondo l'accusa degli inquirenti infiltrate dalle 'ndrine. Non solo 'ndrangheta, ma anche mafia e camorra agiscono con la stessa logica: puntare su imprenditori del posto che da anni lavorano nei territori, insospettabili cavalli vincenti per le holding criminali che vogliono investire e riciclare. E sono molte le imprese che vincono appalti anche milionari, ma che hanno capitale sociale di poche migliaia di euro. L'Aquila non fa i conti solo con le infiltrazioni, ma anche con diverse inchieste aperte. Oltre a quelle che riguardano i vertici della protezione civile, a partire dalla riunione della commissione grandi rischi, anche sui puntellamenti del centro storico c'è l'attenzione degli inquirenti, puntellamenti ormai scaduti, così come indagini provano a far luce sull'allargamento dell'area del cratere a comuni ed edifici che non ne avevano diritto. Tra inchieste, corruttela e malaffare all'Aquila, a tre anni dal terremoto, il ritorno alla normalità è solo un miraggio»;
considerato che in risposta ad un precedente atto di sindacato ispettivo degli interroganti (4-07049) il ministro Barca riportava i principi descritti nella relazione "La ricostruzione dei comuni del cratere aquilano", che aveva presentato alla popolazione de L'Aquila dopo numerosi incontri con i rappresentanti delle amministrazioni locali, della società civile e delle istituzioni preposte alla ricostruzione. In particolare, si legge nella siposta: «Nella relazione, come peraltro suggerito nell'interrogazione, si è proceduto, innanzitutto, ad un'attenta verifica dell'utilizzazione dei fondi pubblici e della loro corretta destinazione, ad una ricognizione dei dati disponibili, sia fisici sia finanziari e, nell'ottica di una programmazione e previsione futura, all'avvio di una serie di iniziative condivise di semplificazione, trasparenza e rigore, che hanno ricevuto una prima attuazione con l'ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri n. 4013 del 23 marzo 2012 concernente "Misure urgenti per la semplificazione, il rigore nonché per il superamento dell'emergenza determinatasi nella Regione Abruzzo a seguito del sisma del giorno 6 aprile 2009" "(...) Ebbene, sul presupposto che requisito primario per accelerare la ricostruzione sia un monitoraggio adeguato dello stato di attuazione finanziaria degli interventi, nella tavola I della relazione le risorse stanziate sono distinte per fonte, destinazione e utilizzo. La ricognizione effettuata mostra che, al 1° marzo 2012, le risorse finanziarie complessivamente stanziate per gli interventi post-terremoto sono state pari a circa 10,6 miliardi di euro (di cui 10,5 di fonte pubblica), di cui circa 2,9 miliardi relativi agli interventi per l'emergenza e i restanti 7,7 miliardi destinati agli interventi per la ricostruzione. I 2,9 miliardi per l'emergenza sono stati pressoché integralmente erogati. Dei 7,7 miliardi per la ricostruzione (edifici privati e pubblici, reti e azioni per lo sviluppo) ne risultano erogati e/o trasferiti almeno 0,7 miliardi, mentre restano da utilizzare 5,6 miliardi. Circa le risorse che ancora occorreranno per permettere una rapida ricostruzione, è in corso la fase di programmazione e previsione degli interventi e dei relativi costi. A tal fine è stato elaborato uno schema nell'ambito della relazione, per raccogliere le informazioni, in modo coerente ed omogeneo, occorrenti alla programmazione e alla stima delle previsioni finanziarie. Lo schema è già stato diffuso presso le amministrazioni competenti»,
si chiede di sapere:
se risulti al Governo che alla luce delle trattative private, gli amministratori di condomini possano avere un ruolo determinante nella scelta delle imprese a cui assegnare i lavori e se per questo possa essere chiesto denaro ai proprietari per facilitare il voto in assemblea;
quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire alla popolazione de L'Aquila maggiori e tempestivi controlli contro gli episodi di corruzione denunciati anche perché questi si inseriscono in un sistema di corruzione che mira al risparmio e non garantisce la sicurezza degli edifici, per cui la ricostruzione privata in atto sta adottando il criterio del miglioramento sismico, con una soglia che va tra il 60 per cento e l'80 per cento, e non con l'adeguamento che prevedrebbe il 100 per cento di sicurezza antisismica;
se il Ministro per la coesione territoriale negli svariati incontri con i rappresentanti delle amministrazioni locali, della società civile e delle istituzioni preposte alla ricostruzione, da cui è scaturita la citata relazione, abbia potuto constatare il gravoso problema riportato dalla denuncia dell'imprenditore edile della zona interessata dal terremoto;
se il Governo non ritenga necessario adottare misure più efficaci per combattere ogni forma di infiltrazione mafiosa nella macchina della ricostruzione, considerato che queste avvengono attraverso teste di ponte, cioè puntando su imprenditori del posto oppure su imprese che hanno sedi lontane dalla città de L'Aquila, per investire e riciclare danaro sporco;
quali urgenti iniziative intenda adottare al fine di garantire alla città de L'Aquila, ormai località fantasma con il centro storico ancora ridotto in macerie, e ai suoi cittadini la sicurezza di un ritorno alla normalità con una rinascita economica, politica e sociale, che, di fatto, tra corruzione e inchieste in corso sembra sempre più lontana.
(4-07533)
LANNUTTI - Ai Ministri della salute, dell'economia e delle finanze, della difesa e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:
da notizie circolate negli ultimi giorni si apprende che sia decisa da parte del Governo l'approvazione dello schema di decreto legislativo relativo alla riorganizzazione dell'Associazione della Croce Rossa Italiana (CRI) per la "privatizzazione" dell'Ente (atto del Governo n. 424);
sembrerebbe che la bozza del decreto legislativo faccia riferimento alla legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale (SSN), un riferimento incompleto dato che non si farebbe menzione del decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980;
alla luce di dette indiscrezioni è opportuno ripercorrere gli ultimi decenni della storia della CRI e dei diversi provvedimenti legislativi che hanno portato all'attuale situazione di ingovernabilità, di impoverimento dei suoi beni materiali e immateriali;
la legge 23 dicembre 1978, n. 833, all'art. 1, stabilisce che "l'attuazione del Servizio sanitario nazionale compete allo Stato, alle regioni, agli enti locali territoriali". Pertanto, poiché si trattava di un ente di diritto pubblico, fu disposto dalla legge, oltre che il "riordinamento dell'Associazione", lo "scorporo dei servizi sanitari della CRI"; si dispone che sono trasferiti ai Comuni competenti per territorio per essere destinati alle unità locali i servizi di assistenza sanitaria dell'Associazione CRI, nonché i beni mobili e immobili (Scuole per infermiere e Assistenti sanitarie, Ospedali, Navi Ospedale, Centri trasfusionali, Ambulatori) che erano destinati ai predetti servizi ed il relativo personale ad essi adibito, previa indicazione del relativo contingente. Per il trasferimento dei beni e del personale si attuano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui agli art. 65 e 67 (cioè le disposizioni relative agli enti inutili soppressi);
sempre all'art. 70 della legge n. 833 del 1978, al terzo comma, si dispone che "Il Governo, entro un anno dall'entrata in vigore della presente legge, è delegato ad emanare, su proposta del Ministro della sanità, di concerto con il Ministro della difesa, uno o più decreti aventi valore di legge ordinaria per il riordino dell'Associazione della CRI, con l'osservanza dei seguenti criteri direttivi": 1) il carattere volontaristico dell'Associazione; 2) la determinazione dei compiti in relazione alle finalità statutarie e agli adempimenti commessi dalle vigenti convenzioni e risoluzioni internazionali e dagli organismi della CR internazionale alle società nazionali di CR; 3) l'articolazione delle strutture su base regionale, ferma restando l'unitarietà dell'Associazione; 4) l'elettività e la gratuità delle cariche;
imprevedibilmente, e inaspettatamente, nell'esercizio della predetta delega, viene emanato il decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980 che, eccedendo la delega stessa, che non prevedeva alcun cambiamento della natura giuridica della CRI, la configura come "ente privato di interesse pubblico", figura che non aveva riscontro nella normativa concernente le persone giuridiche;
l'attribuzione alla CRI della natura di "ente privato di interesse pubblico" destò non poche perplessità, poiché l'art. 70 della legge n. 833 del 1978 nulla disponeva in ordine alla sua natura giuridica; infatti, in quanto ente pubblico, aveva subito lo scorporo di beni e attività sanitarie, trasferiti alle Regioni, mentre si delegava al Governo solo la ristrutturazione dell'Associazione. Pertanto, in sede di attuazione della delega, non si sarebbe potuto valicare legittimamente la delega stessa;
si ravvisò inoltre una notevole contraddizione tra i penetranti poteri di vigilanza spettanti al Governo (ad esempio art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1998: rappresentanti ministeriali nel Consiglio, Collegio dei revisori dei conti costituito da rappresentanti ministeriali; art. 4 del medesimo decreto del Presidente della Repubblica: controllo sulla gestione) e la natura privata della CRI;
la vigilanza si spiega in rapporto all'esigenza di assicurare il soddisfacimento di scopi rilevanti per l'apparato pubblico (vigilanza in funzione di manovra e di efficienza) mentre la natura privata postula l'autonomia del soggetto. In base a tale autonomia esula dalla vigilanza quanto attiene agli scopi specifici del titolare dell'autonomia, alla organizzazione, alla gestione economica e finanziaria;
ulteriore causa di contraddizione è identificabile nella imposizione di uno schema organizzativo della CRI che si giustifica solo in rapporto alla necessaria preordinazione dell'Ente al perseguimento di fini, dei quali dispone lo stesso Stato;
se lo "scorporo", che è un atto amministrativo, avesse seguito, e non preceduto, la ristrutturazione, per uniformarsi ai principi legislativi stabiliti, la CRI, divenuta ente privato di interesse pubblico, per il decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980 (ex art. 70 della legge n. 833 del 1978), in quanto organismo associativo privato, avrebbe mantenuto i beni mobili e immobili, il personale, e avrebbe continuato a svolgere quelle funzioni che la legge n. 833 aveva trasferito al SSN, mediante lo "scorporo";
il decreto del Presidente della Repubblica n. 613 stabiliva, come strumento attuativo, un nuovo statuto, per la cui elaborazione (art. 8) provvede un comitato nazionale composto da un socio della Croce Rossa che lo presiede, prescelto di concerto tra il Ministro della difesa e il Ministro della sanità, e da altri componenti designati, tra gli attuali soci, dai Presidenti delle Giunte regionali in numero due per ciascuno, tenendo conto di tutte le componenti volontaristiche;
ebbe così inizio la tragicommedia di un comitato per lo statuto, presieduto da un Presidente che si rivelò incapace di far rispettare le regole, di arginare prevaricazioni, di gestire le votazioni; in breve, si verificò una situazione caotica dalla quale emersero due "correnti" contrapposte: a favore della privatizzazione della CRI, l'una, l'altra per la definizione della CRI ente di diritto pubblico e il superamento della sua divisione nelle sei componenti;
i lavori del comitato furono lunghissimi ed estenuanti. Infine lo statuto fu votato e approvato a maggioranza di 17 contro 12, un astenuto e molti assenti. Il Presidente trasmise al Ministro della sanità lo statuto, dichiarandolo approvato all'unanimità;
la minoranza, che non aveva ottenuto che il proprio documento fosse trasmesso, lo presentò autonomamente al Ministro della sanità che, peraltro, aveva chiesto al Presidente del Comitato di soprassedere e tentare di arrivare ad un unico documento. Il documento di minoranza era in dissenso dal decreto del Presidente della Repubblica che, tra l'altro, non restituiva alla CRI privata ciò che le era stato sottratto dallo scorporo in quanto pubblica;
la disciplina della CRI quale ente pubblico fu ristabilita dall'art. 7 del decreto-legge n. 390 del 1995, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 490 del 1995, che ha modificato come segue l'art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980: "l'Associazione Italiana della Croce Rossa ha ad ogni effetto di legge qualificazione e natura di ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico e, in quanto tale, è soggetta alla disciplina normativa e giuridica degli enti pubblici";
ed è singolare che dal 1978 al 1995 la CRI sia stata un ente di diritto privato, pur avendo un Corpo Militare e il Corpo "militarizzato" delle Crocerossine;
la disciplina della CRI come ente pubblico fu motivata dal dover essa rispondere con criteri di doverosità (necessità, ufficialità) ai compiti tipici derivanti dalle convenzioni internazionali in tema di emergenza internazionale e interna, in tempo di pace e in tempo di guerra, e per assicurare la necessità dell'azione della CRI quale "ausiliaria dei Poteri pubblici", condizione prevista dagli statuti delle società di Croce Rossa;
è comunque opportuno rammentare che, sia per l'Associazione ente di diritto pubblico sia per l'ente di diritto privato, gli adempimenti commessi dalle vigenti convenzioni e risoluzioni acquistano obbligatorietà dall'essere sottoscritti dai delegati dei Governi in sede di Conferenza internazionale, che è la più alta autorità della CRI, le cui deliberazioni sono sottoscritte dai suoi membri (i delegati delle Società nazionali, i delegati degli Stati firmatari della Convenzione di Ginevra, i delegati del Comitato Internazionale, i delegati della Federazione delle Società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa);
alla CRI, quale entità (sia pure delegata) dell'organizzazione dello Stato, nella sua articolazione centrale e periferica, e garantita dalle norme del diritto internazionale, alla cui osservanza lo Stato è tenuto, possono essere attribuiti compiti specifici da attuare secondo criteri di ufficialità;
peraltro, l'ente pubblico (Stato, Regioni, Comuni) non può utilizzare, come elementi permanenti della propria organizzazione, entità private che possano essere identificate come entità tenute sempre e comunque ad assolvere dei compiti affidati da enti pubblici, a meno che non siano a ciò delegate per compiti specifici;
secondo lo statuto in vigore, le Regioni ed altre pubbliche amministrazioni avrebbero potuto affidare specifici compiti alla CRI, delegarla a determinate incombenze umanitarie, mediante convenzioni, ma tale "possibilità" non ebbe risposta adeguata, sufficiente, e, nemmeno uniforme su tutto il territorio nazionale. È stata persa l'occasione di usufruire di una "forza" operativa di appoggio ai servizi pubblici, cioè di riconoscere la ausiliarità dei Poteri pubblici, requisito istituzionale di ogni Società nazionale di Croce Rossa;
lento e inesorabile ebbe inizio il decadimento della CRI che, pur essendo la maggiore Associazione di volontariato nel mondo, non può beneficiare di aiuti e vantaggi concessi alle associazioni di volontariato, in quanto ente di diritto pubblico, sebbene in essa operino migliaia di volontari;
i "mali" della CRI, il 5 novembre 1996, indussero ad istituire un'indagine conoscitiva il cui documento conclusivo fu approvato all'unanimità;
la Commissione si era posta l'obiettivo di evidenziare i problemi che si erano accumulati all'interno della CRI nei 16 anni di commissariamento. La Commissione, pur riconoscendo la straordinaria capacità, i valori, lo spirito di servizio che caratterizzano una grande parte delle persone che lavorano nell'associazione, riconosceva che la CRI si trovava di fronte a una crisi permanente e a un governo caratterizzato da microconflittualità centrali e periferiche;
per rispettare la storia e soprattutto dare, in sintonia con i valori, le motivazioni agli aderenti, la Commissione esprimeva la necessità di un vero, profondo cambiamento dei suoi aspetti, con umiltà e con il rispetto che si deve alla CRI, che deve essere considerata un importante patrimonio sociale dell'intero Paese: era maturo, pertanto, il tempo di avviare una verifica severa e progettuale in funzione dei valori e degli obiettivi prioritari che la CRI doveva assumere nel campo sociale, sanitario e della protezione civile;
nel corso dei decenni, altri Statuti tentarono di definire l'organizzazione della CRI: tra tutti, fra buoni propositi elencati nei "Compiti" e la realtà formale,"normata", i Comitati locali rappresentano la più evidente incapacità di quella rifondazione di cui necessita la CRI. Così l'ultimo statuto, nonché la legge delega;
considerato che a giudizio dell'interrogante:
l'inaccettabile configurazione dei Comitati locali era già evidente nella proposta di statuto presentata all'Assemblea dei soci della CRI dal commissario Scelli, in cui si ipotizzava la costituzione di società per azioni. Con la conversione del decreto-legge, scomparve la CRI SpA, ma non le anomalie relative ai Comitati locali, non più strutture operative della SpA, ma abbandonati a se stessi. I Comitati locali gestiscono quei servizi e quelle attività che costituiscono i compiti istituzionali (cioè commessi dalle convenzioni e dalle risoluzioni internazionali), ma devono auto-finanziarli, debbono trovare risorse economiche per mantenere se stessi, le attività e i servizi, ormai irrinunciabili e fortemente radicati sul territorio;
i molti, troppi commissariamenti sono stati fallimentari, anzi nocivi, all'Associazione perché la scelta dei commissari è sempre stata una scelta strumentale al soddisfacimento di qualche personaggio politico, alla premiazione di chi avesse bene meritato, non della CRI, ma di qualche partito politico;
l'anomalia più stridente nella prefigurata organizzazione della CRI è il mantenimento del Corpo militare e delle Crocerossine "militarizzate" esse pure;
tutte le società di Croce Rossa e Mezza Luna Rossa sono "ausiliarie dei Pubblici poteri" e, in tempo di guerra, "ausiliarie delle Forze armate". Per questo compito devono preparare e formare volontari, in tempo di pace;
in età fascista, in Italia, Spagna e Grecia, le rispettive società di Croce Rossa avevano costituito un Corpo militare. L'assurdità di un corpo militare dipendente dal Ministero della guerra (poi "della difesa") in un'Associazione per definizione, per storia, per statuto, assolutamente neutrale, fu avvertita dagli altri Stati, non dall'Italia che li mantenne ed anzi donò alle Crocerossine la "Bandiera di Guerra";
pertanto la riorganizzazione della CRI non può mantenere l'Associazione unica al mondo ad avere dei Corpi militari, con stellette, gradi, compiti presso l'esercito spesso prevalenti su quelli della CRI;
come affermò un Presidente della Croce Rossa Internazionale, tutte le società nazionali di Croce Rossa hanno delle infermiere, loro vanto è la Croce Rossa sulla bianca divisa e non le spalline con le stellette militari;
considerato che:
la Cisl Fp dice no al ridimensionamento della CRI, un progetto che il Governo Monti vorrebbe attuare e che, per il sindacato, metterebbe a rischio qualità dei servizi ed i posti di lavoro;
dopo l'incontro con il Ministro della salute, Renato Balduzzi, la federazione del pubblico impiego della Cisl esprime forte preoccupazione sul piano di riordino della CRI che prevede la soppressione dell'attuale ente pubblico ed il trasferimento delle funzioni ad una associazione di interesse pubblico con personalità giuridica di diritto privato. Si legge sul quotidiano della Cisl "Conquiste del lavoro": «"Abbiamo manifestato al ministro il nostro dissenso - spiega Giovanni Faverin, segretario generale della Cisl Fp - rispetto ad una scelta che può tradursi facilmente in un ridimensionamento del livello della qualità e quantità di servizi. Prestazioni che, interessando l'assistenza sociale ed il soccorso sanitario, sono vitali per le persone e le comunità. Siamo i primi a chiedere la riqualificazione della spesa pubblica e la riorganizzazione della Croce Rossa. Ma diciamo no ad operazioni draconiane, a tagli lineari di spesa e di posti di lavoro che finiscono per pesare sulla collettività più di quanto promettono di risparmiare: perché non tagliano costi inutili ma carne viva". Il piano del ministro pone seri problemi sul versante della occupazione, attacca la Cisl Fp. "L'eventuale passaggio della Croce Rossa - aggiunge Faverin - ad associazione privata consentirà infatti alla nuova dirigenza di stabilire le dotazioni organiche senza discutere i criteri di scelta e senza garanzie per i lavoratori in esubero. Per molti di loro si profilerebbe la mobilità. Mentre i lavoratori a tempo determinato finirebbero addirittura per rimanere a casa alla scadenza del contratto e comunque entro la fine del prossimo anno. Tutto questo è inaccettabile. Sono a rischio 3.000 posti di lavoro". La protesta non si ferma. La Cisl Fp rilancia. Vengono confermate tutte le iniziative in programma, a partire dal presidio di oggi davanti alla sede del Ministero della Salute. "Dal ministro ci aspettiamo una nuova convocazione per la prossima settimana - conclude Faverin -. E una modifica sostanziale ad un progetto che così com'è è inaccettabile"»;
i coordinatori nazionali dei sindacati CGIL e USB, Pietro Cocco e Massimo Gesmini, hanno rivolto un appello al Ministro della salute Renato Balduzzi in relazione alle notizie e alla bozza di decreto legislativo sulla riorganizzazione della Croce Rossa circolate negli ultimi giorni, affinché nell'emanare il testo definitivo del provvedimento normativo il Governo tenga conto di quanto le organizzazioni sindacali hanno già rappresentato nel corso degli incontri svoltisi nelle sedi istituzionali e cioè che la privatizzazione dell'Associazione deve necessariamente essere il frutto di una gestione ordinaria e non commissariale;
il segretario del Pdm (Partito per la tutela dei Diritti di Militari e Forze di polizia), Luca Marco Comellini, si è associato alla richiesta delle organizzazioni sindacali augurandosi che da parte del Ministro vi sia massima attenzione e che la legalità e la trasparenza siano il centro della questione. Comellini ha inoltre ricordato al Ministro Balduzzi che occorre evitare che si ripeta quanto avvenuto lo scorso mese di dicembre 2011 in occasione del maldestro tentativo, conclusosi con un nulla di fatto, di far passare dalle Commissioni parlamentari un decreto viziato ab origine;
lo scorso 26 gennaio accogliendo l'ordine del giorno 9/4865-AR/10 il Governo si è assunto l'impegno di far eleggere entro il 1° giugno i nuovi vertici della Croce Rossa,
si chiede di sapere:
quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire alla CRI un ordinamento di giustizia, di rigore e trasparenza amministrativa nonché di valorizzazione di quanti vogliono contribuire disinteressatamente alla crescita culturale, morale ed operativa dell'ente, ponendo fine ad ogni forma di gestione clientelare e personalistica, che garantisce impunità ai "favoriti";
se non ritenga che dovrebbero essere i soci della CRI a decidere il futuro dell'Associazione e non la politica degli interessi e che il Corpo militare potrebbe utilmente essere accorpato nella Protezione civile, ai fini della cui attività, il Corpo militare dispone di notevolissime attrezzature e di una certa preparazione, ma non nella sanità, o comunque che il Ministro della difesa se ne faccia carico, assumendo ogni utile iniziativa per una adeguata collocazione degli appartenenti nei corrispondenti ruoli delle Forze armate;
quali iniziative intenda intraprendere al fine di avviare immediatamente nuove elezioni per organi collegiali democraticamente eletti fino al riordino della CRI, riportandola ai compiti istituzionali, considerato che, a giudizio dell'interrogante, in questi anni di commissariamento non è stato prodotto alcun miglioramento gestionale dell'ente;
quali iniziative, alla luce delle preoccupazioni esplicitate dalla Cisl Fp in relazione al piano di riordino della CRI, intenda assumere, nell'ambito delle proprie competenze, per salvaguardare l'attività dei lavoratori in questione.
(4-07534)
LANNUTTI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che a quanto risulta all'interrogante:
l'aeroporto di Taranto-Grottaglie, nonostante i lavori effettuati per gli adeguamenti strutturali rimane ad oggi chiuso ai voli civili, sia di linea che charter, rimanendo aerostazione a vocazione prevalentemente cargo;
la società Aeroporti di Puglia SpA, detentrice della concessione quarantennale Enac per gli aeroporti di Puglia, ignora sistematicamente le problematiche dello scalo ionico persino nella assemblea annuale dei soci. Nel report annuale 2010, per esempio, afferma semplicemente che per quanto riguarda l'aeroporto di Grottaglie nel 2010 è stato registrato un forte incremento delle merci trasportate (57,1 per cento), confermando la vocazione di questa importante infrastruttura aeroportuale ai servizi logistici e cargo;
l'aeroporto stesso è registrato come aeroporto civile nazionale e comunitario;
nel 1999, in occasione del conflitto bellico in Kosovo, gli aeroporti di Bari e Brindisi, per motivi di sicurezza, furono chiusi facendo transitare i voli civili sull'aeroporto di Taranto-Grottaglie, trasformando quest'ultimo in "idoneo" al trasporto passeggeri;
nel 2006, a seguito dell'insediamento del Gruppo Alenia-Aeronautica presso il citato scalo per la produzione delle fusoliere della Boing, lo scalo è stato adeguato per consentire l'atterraggio dei pesantissimi Boing Cargo, risultando a fine lavori una delle piste più lunghe d'Italia. Costo dell'operazione 200 milioni di euro;
considerato che:
dal Piano regionale dei trasporti - Piano attuativo 2009-2013 della Regione Puglia-Assessorato ai trasporti e alle vie di comunicazione, si evince che l'aeroporto di Grottaglie, ferma restando la possibilità di sviluppare traffico passeggeri a servizio della domanda generata dal proprio territorio di riferimento (il Piano prospetta l'attivazione di voli charter anche a valenza internazionale con caratteristiche stagionali), è chiamato principalmente ad integrarsi nel sistema logistico-portuale dello Ionio, costituendone uno dei punti di forza grazie alle caratteristiche dei suoi impianti e alla sua elevata accessibilità ulteriormente migliorata attraverso la previsione dell'adeguamento dello svincolo sulla SS7. L'aeroporto potrà costituire un ulteriore incentivo per attrarre investimenti privati nel Distripark completando il network di feederaggio multimodale a supporto del sistema portuale; dallo stesso Piano si apprende che l'accessibilità stradale dell'aeroporto di Grottaglie è stata migliorata attraverso il collegamento diretto con la viabilità di interesse nazionale. La realizzazione dei numerosi potenziamenti stradali previsti in Salento consentono di migliorare i collegamenti dell'aeroporto con il porto di Taranto e le principali aree produttive e turistiche della zona;
nell'atto integrativo del Settore aeroportuale dell'Accordo di programma quadro "Trasporti: Aeroporti e Viabilità" del 23 febbraio 2005, la Regione Puglia, l'Enac e l'Enav sottoscrivono che allo stato era necessario completare il quadro della programmazione con gli investimenti necessari alla destinazione dell'aeroporto di Grottaglie ad aeroscalo merci. Tali interventi avrebbero consentito la valorizzazione delle infrastrutture esistenti ed il potenziamento del sistema della logistica intermodale in relazione, anche, alla presenza di Taranto Container Terminal (TCT);
nella Convenzione stipulata il 22 gennaio 2002 tra Enac ed Aeroporti di Puglia si stabilisce per tutti gli aeroporti pugliesi (Bari, Brindisi, Foggia e Taranto) di erogare con continuità e regolarità, nel rispetto e secondo le regole di non discriminazione dell'utenza, i servizi di propria competenza;
nella citata Convenzione la concessionaria assicura la piena operatività di ciascun aeroporto e che, nel caso di mancato ed immotivato rispetto del programma di interventi e del piano degli investimenti o di grave e immotivato ritardo nell'attuazione degli stessi, l'Enac dispone la revoca della concessione;
dalle caratteristiche e dai dati riguardanti lo scalo di Taranto-Grottaglie riportati nelle pubblicazioni aeronautiche risulterebbe che l'aeroporto è aperto al traffico aereo civile, mentre in realtà si configura solo la presenza sporadica di piccoli velivoli charter nei mesi estivi e/o voli privati;
la pista di 3.200 metri dello scalo è tra le più lunghe d'Italia, per cui dovrebbero essere garantiti quotidianamente i servizi aeroportuali, handling, antincendio, carburante, controllo del traffico aereo, informazioni volo, meteorologia, manutenzione di impianti luminosi, di telecomunicazioni e radioassistenze, oltre che, su richiesta, dogana, polizia e servizio sanitario, con costi gestione annui di 20 milioni di euro;
l'aeroporto di Taranto nel Piano regionale dei trasporti, destinato prioritariamente ai movimenti cargo, non impedisce l'utilizzo dello scalo anche per il trasporto passeggeri, considerato anche il fatto che i voli cargo non sono stati incentivati da Aeroporti di Puglia, e costituiscono ad oggi un numero lirnitato di voli (uno o due settimanali per conto della Boeing per Alenia);
Taranto è collocata in un'area strategica per le comunicazioni intermodali, a ridosso di due Regioni (la Calabria e la Basilicata) che, non avendo aeroporti vicino, potrebbero sostenere la domanda di una notevole utenza per i voli civili;
l'utilizzo a pieno regime dello scalo grottagliese, unitamente al Porto di Taranto, rappresenterebbe il volano per lo sviluppo economico, turistico e sociale di tutta la terra ionica;
il territorio ionico sarebbe fortemente avvantaggiato da un incremento dei flussi turistici nell'area essendo una delle principali mete turistiche della Regione;
la valorizzazione delle locazioni naturali, della cultura, delle tradizioni con i partner pubblici e privati che perseguono i medesimi obiettivi rappresenta un'efficace forma di sviluppo sostenibile del territorio;
il Ministro dello sviluppo economico Corrado Passera ha confermato la volontà del Governo di razionalizzare il sistema degli aeroporti italiani e che un singolo aeroporto non va valutato in quanto tale, ma va valutato alla luce del contesto regionale e territoriale;
visti:
la delibera della Giunta del Comune di Martina Franca, n. 111 del 22 aprile 2011 avente ad oggetto "Manifestazione adesione iniziativa costituendo consorzio le Rotte del Sole" con la quale l'Ente esplicita la condivisione dell'iniziativa al fine di predisporre e raggiungere l'obiettivo di rendere l'aeroporto di Taranto-Grottaglie disponibile a tutto il traffico aereo, passeggeri e commerciale, promuovere l'attivazione di voli turistici da e per l'aeroporto di Taranto-Grottaglie, promuovere iniziative per incrementare i flussi turistici nel territorio;
la delibera del Consiglio comunale di Taranto del 25 giugno 2010, pubblicata all'Albo Pretorio dal 13 luglio 2010 al 23 luglio 2010, n. 6644 del Registro Pubblico, in cui l'Ente approva l'ordine del giorno relativo all'aeroporto Arlotta Taranto-Grottaglie al fine di intraprendere iniziative concrete per la riapertura dell'aeroporto di Taranto al traffico passeggeri;
la richiesta del Consiglio comunale di Grottaglie del 25 novembre 2010 che le Autorità competenti e la Regione Puglia (socio di maggioranza) facciano pressione su Aeroporti di Puglia; Aeroporti di Puglia renda fruibile, da subito, l'aeroporto di Taranto-Grottaglie rendendolo disponibile anche a richiesta di operatori privati; Aeroporti di Puglia promuova ogni azione utile ad attivare vettori italiani o comunitari; l'aeroporto debba poter funzionare regolarmente così come avviene per altri aeroporti di Puglia; infine che sia istituito un tavolo tecnico per trovare una compagnia che possa utilizzare l'aeroporto;
l'interessamento della Provincia di Taranto, che ha dedicato una seduta consiliare ad hoc, affinché vengano istituiti voli passeggeri da/per lo scalo Arlotta con principali destinazioni Roma e Milano, con cadenza giornaliera;
le risultanze dell'audizione tenutasi nella V Commissione regionale con all'argomento la riattivazione dei voli civili nell'aeroporto Taranto-Grottaglie del 12 aprile 2011, in cui la Provincia di Taranto, i Sindaci di Taranto, di Grottaglie, di altri Comuni dell'arco ionico, l'Associazione Tarantovola, le organizzazioni sindacali CGIL-CISL-UIL hanno richiesto con forza all'Assessore ai trasporti e al Direttore di Aeroporti di Puglia di riattivare lo scalo di Grottaglie anche ai voli civili;
l'ordine del giorno del Consiglio regionale Puglia, approvato all'unanimità il 27 settembre 2011, che impegna il Governo regionale a proseguire nell'utile interlocuzione con il territorio della Provincia di Taranto e con Aeroporti di Puglia per la valorizzazione dell'importante infrastruttura aeroportuale di Grottaglie predisponendola anche ai voli civili;
la raccolta di firme per riattivare l'aeroporto "Arlotta" di Grottaglie che il Movimento Aeroporto Taranto ha fatto pervenire al Presidente della Repubblica e ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
il procedimento aperto dalla Procura della Repubblica di Taranto, a seguito di un esposto denuncia dell'associazione "Taranto c'e", sull'operato della società Aeroporti di Puglia SpA che avrebbe utilizzato in maniera anomala oltre 100 milioni di euro di fondi europei destinati all'aeroporto Arlotta di Grottaglie,
si chiede di sapere:
se al Ministro in indirizzo risulti che la società Aeroporti di Puglia nella governance dell'aeroporto "Arlotta" di Taranto-Grottaglie abbia rispettato la Convenzione stipulata con Enac, nell'erogazione delle risorse con continuità e regolarità nel rispetto e secondo le regole di non discriminazione dell'utenza;
se risulti che le risorse nazionali ed europee ricevute per Taranto da Aeroporti di Puglia siano state utilizzate per altre esigenze;
se risulti che le varie procedure di gara avviate da Aeroporti di Puglia nei vari settori di competenza siano state espletate secondo le Convenzioni stipulate con Enac e nel rispetto del Piano regionale dei trasporti.
(4-07535)
PERDUCA, PORETTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro degli affari esteri - Premesso che il 21 maggio 2012 il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite ha avviato il suo secondo giro di revisioni periodiche universali (UPR) e che il primo Paese a esser stato preso in considerazione è stato il Bahrein;
considerato che:
a seguito dello sproporzionato uso della forza per contrastare le manifestazioni di dissenso tenutesi nella capitale Manama nella primavera del 2011 il Re del Bahrein aveva acconsentito a che una Commissione d'inchiesta indipendente potesse prendere in considerazione molte della accuse delle vittime della repressione governativa;
tale Commissione, guidata da una personalità di spicco nel mondo accademico internazionale come il Professore egiziano Cherif Bassiouni, e che tra i membri aveva l'ex presidente della Corte Penale Internazionale, il diplomatico canadese Philippe Kirsch, ha pubblicato il proprio rapporto finale alla fine del novembre 2011;
in tale documento si rileva come vi sia stato un uso sproporzionato della forza con l'impiego di armi di vario tipo da parte della polizia e dell'esercito,
si chiede di sapere:
quali e quanti rapporti commerciali nel mercato delle armi esistano tra l'Italia e il Bahrein;
se si abbia notizia che strumentazioni italiane destinate a uso civile ovvero militare siano state utilizzate dalle Forze dell'ordine e dall'esercito barenita;
quale sia il giudizio del Governo relativamente alle raccomandazioni della Commissione indipendente d'inchiesta;
quali iniziative l'Italia intenda mettere in atto, in coordinamento coi partner europei, per favorire il dialogo tra le istituzioni e le opposizioni politiche e la società civile.
(4-07536)
MAURO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'economia e delle finanze e dell'interno - Premesso che:
il giorno 18 maggio 2012 il quotidiano nazionale "La Repubblica" alle pagine 12 e 13 ha pubblicato un articolo sull'interrogante che parlava di alcuni suoi conti correnti, operazioni bancarie e investimenti effettuati con la Banca Popolare di Verona (oggi Banco Popolare) ricostruendo i fatti con evidente intento diffamatorio;
questo articolo affermava testualmente: "Il blitz è confermato dai responsabili della banca e messo nero su bianco in un rapporto interno", e di seguito riportava in parte un rapporto interno dei responsabili dell'istituto bancario, divulgato senza alcuna autorizzazione dell'interrogante e violando palesemente le norme sulla privacy e sul trattamento dei dati personali, oltre che in spregio a tutte le regole deontologiche;
le informazioni predette, diffuse all'esterno da funzionari dell'istituto di credito, sono così state utilizzate dai giornalisti per confezionare articoli diffamatori, dando vita a strumentali ricostruzioni al solo scopo di continuare a criminalizzare la sottoscritta e ad alimentare la macchina del fango;
la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea sancisce con l'articolo 8 il diritto alla protezione dei dati di carattere personale, stabilendo che "Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge" ed inoltre che "Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un'autorità indipendente";
l'articolo 6, comma 2, del codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell'esercizio dell'attività giornalistica (provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali del 29 luglio 1998) sancisce che: "La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie e i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica";
il Garante per la protezione dei dati personali con deliberazione n. 53 del 25 ottobre 2007 ha redatto le "Linee guida in materia di trattamento di dati personali della clientela in ambito bancario" che prevedono il rispetto dei dati personali dei clienti ed il cosiddetto segreto bancario;
in tale normativa è stabilito che la comunicazione a terzi di dati personali relativi a un cliente è ammessa solo se lo stesso vi acconsente e gli istituti di credito e il personale incaricato dell'esecuzione delle operazioni bancarie di volta in volta richieste devono mantenere il riserbo sulle informazioni utilizzate. In particolare, il segreto bancario si sostanzia nel dovere della banca di mantenere il riserbo in ordine alle notizie riguardanti i clienti nell'esercizio dell'attività bancaria, rispetto alle quali sussiste un interesse, meritevole di tutela, a che non siano divulgate o comunicate a terzi. Inoltre il segreto bancario è desunto anche dalla clausola generale di correttezza e di buona fede tra banca e cliente (artt. 1175 e 1375 del codice civile);
considerato che:
l'articolo in questione è solo un esempio, tra tanti, di quanto sia delicato l'equilibrio tra diritto di cronaca e rispetto delle persone, e di quanto i mass media possano violare la privacy delle persone pubbliche;
talvolta la diffusione di informazioni di ogni tipo intorno a fatti di cronaca arriva a violare la dignità delle persone e va oltre ogni norma deontologica o giuridica, e ciò potrebbe accadere non solo per persone note ma anche nei confronti di qualunque cittadino, fatto questo altrettanto grave;
la vicenda in questione ha messo in luce aspetti preoccupanti circa la tutela dei dati personali, soprattutto da parte di alcuni istituti finanziari che hanno divulgato rapporti interni all'esterno, senza alcuna autorizzazione dell'interessato, che era del tutto all'oscuro;
al Ministero dell'economia e delle finanze, tra gli altri compiti, spetta anche la vigilanza sulla Banca d'Italia e sugli altri enti del settore;
la Banca d'Italia dovrebbe controllare che gli intermediari bancari e finanziari siano gestiti in modo sano e prudente, oltre che dovrebbe tutelare la correttezza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari per rendere sempre migliori i rapporti con la clientela, sanzionando i comportamenti scorretti e poco trasparenti nei confronti della clientela,
l'interrogante chiede di sapere:
quali siano le valutazioni del Governo, per gli aspetti di propria competenza, sulla vicenda illustrata in premessa;
quali azioni il Governo intenda promuovere affinché sia maggiormente rispettato il diritto alla privacy riconosciuto a ogni cittadino e per far sì che vengano rispettate le norme in materia di tutela del trattamento di dati personali della clientela in ambito bancario;
se il Governo non ritenga opportuno attuare un intervento urgente di chiarificazione e sollecitare l'avvio di indagini da parte delle autorità preposte, ovvero del Garante per la protezione dei dati personali e della Banca d'Italia, per far luce sul fenomeno della diffusione di dati personali da parte di istituzioni creditizie;
se intenda intervenire sull'Ordine dei giornalisti richiamando in particolare il rispetto del codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell'esercizio dell'attività giornalistica e del codice in materia di protezione dei dati personali, a giudizio dell'interrogante palesemente violati per creare - al di là del fatto che il soggetto riveste un'importante carica pubblica - il "mostro in prima pagina";
quali misure urgenti di carattere normativo intenda attivare per far sì che si tutelino meglio i diritti di tutti i cittadini in materia di normativa sulla privacy, specie per ciò che concerne i dati personali trattati dalle istituzioni bancarie.
(4-07537)