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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 725 del 17/05/2012


RANUCCI (PD). Signor Presidente, colleghi, il Gruppo del Partito Democratico presentò questa mozione già nel lontano 2009. Credo che tutti ricordiamo la trasmissione televisiva degli anni Sessanta «Non è mai troppo tardi» del maestro Manzi. L'auspicio è che il cosiddetto Governo dei professori sia in tempo, proprio alla luce della tenace e difficile operazione da esso messa in campo, che ha visto in questi ultimi mesi il raggiungimento del riequilibrio dell'andamento dei conti pubblici e l'allontanamento dello spettro del default.

Abbiamo oggi il dovere di sostenere, insieme alla tenuta dei conti pubblici, l'obiettivo della crescita economica del Paese, per scongiurare un lungo periodo di stagnazione e recessione con forti ricadute negative sulla competitività del comparto industriale e imprenditoriale e una pressione fiscale che andrebbe a colpire ancora più pesantemente i lavoratori e le famiglie.

Bisogna tener conto, inoltre, così come affermato dal Presidente del Consiglio durante l'ultimo incontro con il Pontefice ad Arezzo e per quanto i fatti di cronaca ci riportano quotidianamente, che l'Italia è attraversata da una situazione economica complicata che genera una profonda tensione sociale che porta al malessere e alla rabbia.

Non dobbiamo dimenticare, però, che molte di queste norme stringenti ci vengono imposte dall'Europa. Oggi dobbiamo pensare al rigore ma anche alla flessibilità: in questa sintesi le caratteristiche che deve avere il nuovo Patto di stabilità.

È un'Europa che sta cambiando volto e alla quale, con autorevolezza, il presidente Monti si è rivolto per significare, sì, l'importanza del rigore dei conti, ma scongiurando nello stesso tempo il rischio di avvitamento tra austerità e recessione.

Molto bene, quindi, ha fatto il Presidente del Consiglio a porre al centro dell'incontro con i Ministri europei, ed in particolare con il commissario al bilancio e agli affari monetari europeo Olli Rehn, il quadro di riforme economiche che l'Italia intende collocare nel nuovo assetto della governance europea. Si tratta di proposte operative interessanti e importanti: ad esempio, un regolamento europeo sui venture capital; una proposta di project bond per finanziare infrastrutture e non solo; e, per ultima, la regola aurea (golden rule), al fine di calcolare meglio nel bilancio la spesa per gli investimenti come via d'uscita per allentare le prescrizioni del fiscal compact e che potrebbe interessare la banda larga.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,42)

(Segue RANUCCI). Secondo i dati della Corte dei conti, nel 2010, gli investimenti degli enti locali sono calati ulteriormente del 18,5 per cento rispetto al già basso livello registrato nel 2009. In altre parole, nel 2010, la spesa è stata ridotta in un anno di circa 7 miliardi di euro. Dopo un'ulteriore stretta, pari a circa 7,6 miliardi di euro nel 2011 rispetto al 2010, è previsto un ulteriore irrigidimento del Patto di stabilità interno per un importo pari a 9,2 miliardi di euro nel 2012 e a 32 miliardi di euro nel triennio 2012-2014. Nel prossimo triennio, quindi, la situazione di forte sofferenza nel mercato dei lavori pubblici commissionati dagli enti locali si aggraverà ulteriormente.

L'analisi dell'andamento della spesa dei singoli comparti della - pubblica amministrazione dimostra, comunque, che i Comuni hanno tenuto sotto controllo la spesa corrente, anche se hanno dovuto sacrificare la spesa in conto capitale per rispettare i vincoli di finanza pubblica. In altre parole, la maggior parte degli enti locali si limita a ridurre fortemente le spese in conto capitale, bloccando i pagamenti alle imprese. E qui si verifica un altro problema per il Paese.

In Italia, il problema dei ritardati pagamenti nel settore dei lavori pubblici ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti. In media, le imprese di costruzioni aspettano circa otto mesi per incassare le somme dovute dalla pubblica amministrazione e le punte di ritardo superano anche i due anni. Questo effetto combinato della stretta creditizia e dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione sta mettendo fortemente a rischio la continuità di molte imprese, con gravi ripercussioni sia sull'occupazione sia sul tessuto sociale.

Ancora la Corte dei Conti, in un'analisi che ha esposto alla Commissione V della Camera dei deputati, ha evidenziato che a livello statale, dall'inizio della crisi, è aumentato l'importo dei ritardati pagamenti per spese in conto capitale, mentre si è ridotto l'importo dei debiti per spese correnti. Tra il 2007 e il 2010, infatti, a fronte di una crescita del 4 per cento dei debiti commerciali delle amministrazioni centrali dello Stato, è aumentato del 21 per cento l'importo dei debiti statali per spese in conto capitale, mentre è diminuito del 16 per cento quello dei debiti statali per spese correnti. Ciò significa che negli ultimi tre anni, mentre sono complessivamente diminuite le difficoltà relative ai ritardi di pagamento per i contratti di forniture e servizi, sono significativamente aumentati i problemi di pagamento per i contratti di lavori pubblici.

In valori assoluti, secondo la Corte dei conti, il debito commerciale delle amministrazioni centrali dello Stato, quindi al netto degli enti locali, ammonta a circa 18 miliardi di euro. Tre anni fa, il debito era composto da un 50 per cento di debiti relativi a investimenti in conto capitale e da un altro 50 per cento di debiti relativi a spese correnti. Oggi, invece, è composto per circa il 60 per cento da debiti relativi a investimenti in conto capitale, mentre per il 40 per cento da debiti relativi a spese correnti.

È quindi necessario ripensare immediatamente alle modalità di apporto dei Comuni al risanamento della finanza pubblica: il metodo fino ad oggi adottato comporta sacrifici, in termini di sviluppo, insostenibili per le comunità locali; le dotazioni finanziarie assegnate al sistema Comuni devono essere disponibili per le aree cui sono assegnate, mentre ora assistiamo a paradossi contabili (avanzi non spendibili) che hanno snaturato l'azione e il sistema amministrativo dei Comuni. Occorre quindi ridefinire il Patto di stabilità per gli enti locali senza impedire ai Comuni di fare investimenti: l'obiettivo potrebbe essere individuato nell'equilibrio di parte corrente ed in un limite allo stock di debito.

I dati dell'Associazione nazionale Comuni italiani ci dicono che se le Città metropolitane - e parlo solo di queste - potessero spendere le proprie risorse senza aumentare la leva fiscale genererebbero una maggior spesa in conto capitale di quasi 3,5 miliardi, che nel breve periodo produrrebbe un aumento del PIL di due decimi. Se si considera il resto dei Comuni e delle Province italiani, la crescita complessiva potrebbe generare un aumento del PIL pari a quattro decimi.

Auspichiamo quindi che vengano condivisi ed accolti tutti i petita contenuti nella mozione e, in particolare, chiediamo che il Governo, attraverso azioni mirate e soprattutto in sede europea, si impegni ad adottare le opportune modifiche alle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità per i Comuni e le Province, al fine di consentire l'utilizzo da parte di tali enti delle risorse a disposizione in via prioritaria per promuovere investimenti in infrastrutture, in primis per la banda larga - come ha ricordato e proposto il presidente Monti - che ormai è diventata una necessità assoluta, in grado di restituire nel tempo un forte moltiplicatore in termini di PIL rispetto a quanto investito.

Inoltre, l'allentamento dei vincoli del Patto di stabilità interno consentirebbe di utilizzare quelle risorse immediatamente disponibili (i residui passivi) per il completamento di opere pubbliche già cantierate, che oggi potrebbero essere ultimate in tempi brevi.

Oggi abbiamo letto sulla stampa una buona notizia: che il Governo è pronto a presentare un decreto per la compensazione dei debiti e crediti tra imprese, pubbliche amministrazioni ed enti locali. Anche in questo caso, mi rivolgo al rappresentante del Governo: ricordo che in tal senso andava la prima proposta avanzata dal Partito Democratico all'inizio dell'attuale legislatura, senza però essere ascoltato. Ritorno alla mia frase iniziale: «Non è mai troppo tardi»; però a questo punto facciamo in modo che non diventi davvero troppo tardi, perché l'Italia non può più aspettare. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore D'Alia. Brusìo).