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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 725 del 17/05/2012


Allegato A

MOZIONI

Mozioni sulla normativa relativa alle fonti energetiche rinnovabili

(1-00600) (03 aprile 2012)

V. testo 2

VICARI, FLUTTERO, FERRANTE, CURSI, CIARRAPICO, IZZO, MESSINA, PICCONE, D'ALI', ALICATA, BONDI, CORONELLA, GALLONE, NANIA, NESSA, ORSI. - Il Senato,

                    premesso che:

            lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili è cruciale e necessario per il rispetto degli obiettivi europei sottoscritti dall'Italia in tema di energia. Un settore strategico non solo per il raggiungimento degli obiettivi nel 2020 ma anche dei nuovi obiettivi al 2030 fissati dalla Commissione europea e la road map al 2050 già approvata dall'Unione europea;

            il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, approvato il 3 marzo 2011 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 28 marzo 2011, n. 28 del 2011, ha introdotto numerosi elementi di innovazione nel mondo dell'incentivazione. Il testo infatti è intervenuto sull'intera filiera della produzione elettrica delle fonti rinnovabili generando degli effetti sulle strutture già realizzate, su quelle in progetto e su quelle future;

            il decreto legislativo n. 28 del 2011 ha di fatto stabilito i criteri generali e specifici dell'incentivazione post-2012, ma ha rinviato in toto la materia a successivi decreti attuativi, da adottarsi entro 6 mesi dall'entrata in vigore del decreto e dunque entro la fine di settembre 2011. Prevede inoltre la ridefinizione dell'architettura dei valori dei sistemi incentivanti destinati agli impianti a fonte rinnovabile, esclusa la fonte fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013;

            nell'attuazione delle previsioni normative dovranno quindi essere disciplinati: i valori degli incentivi per gli impianti che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, gli incentivi a base d'asta, i valori di potenza sia per fonte che per tecnologia degli impianti sottoposti alle procedure d'asta; le modalità di selezione da parte del Gestore dei servizi energetici dei soggetti aventi diritto all'incentivo attraverso le procedure d'asta; le modalità di calcolo e di applicazione degli incentivi per le produzioni imputabili a fonti rinnovabili in centrali ibride; le modalità con le quali è modificato il meccanismo di scambio sul posto per gli impianti, anche già in esercizio, che accedono a tale servizio al fine di semplificarne la fruizione;

                    considerato che:

            non sono ancora stati definiti dal Governo i decreti attuativi; i ritardi nell'adozione della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche sono ormai insostenibili per il comparto produttivo: mancando infatti questa normativa, gli investitori sia italiani che esteri stanno perdendo la fiducia nel nostro Paese e di fatto si stanno annullando i grandi risultati ottenuti dal settore negli ultimi cinque anni;

            sono intervenute recentemente alcune delle più importanti associazioni di settore per denunciare su primari organi di stampa a livello nazionale, come questo ritardo nell'attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011 stia inducendo al blocco di gran parte degli investimenti. Oltre alla richiesta di una tempestiva emanazione dei numerosi decreti attuativi, è stato chiesto con una lettera aperta al Governo che venga previsto anche lo slittamento di un anno dell'entrata in vigore dei nuovi meccanismi di incentivazione, proprio perché tale soluzione consentirebbe una programmazione più efficace degli investimenti, evitando in qualche modo i rilevanti danni per il settore;

            anche l'Associazione dei Comuni italiani è intervenuta sull'argomento sostenendo che: la scadenza del 1° gennaio 2013 prevista dalla legge per la cessazione della precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) è pericolosamente vicina e la mancata emanazione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo della nostra economia. In assenza dell'emanazione dei decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico (per il quale esiste il cosiddetto conto energia fotovoltaico), lo stato di incertezza sulla struttura di incentivazione di riferimento sta bloccando significativi investimenti, anche da parte dei Comuni, in materia di rinnovabili,

                    impegna il Governo:

            1) ad istituire un tavolo di confronto aperto e strutturato tra Governo ed operatori, che possa avvalersi anche di componenti delle Commissioni parlamentari competenti, sul tema degli incentivi, finalizzato a calibrare i sistemi di sostegno tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;

            2) ad assumere iniziative al fine di garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti tale da garantire lo stesso arco temporale tra approvazione dei decreti e l'attivazione delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011;

            3) ad intervenire in tempi rapidi, in esito all'attività del tavolo di confronto, nell'emanazione dei decreti attuativi ai sensi dell'art. 24 "Meccanismi di incentivazione" del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche.

(1-00600) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

VICARI, FLUTTERO, FERRANTE, CURSI, CIARRAPICO, IZZO, MESSINA, PICCONE, D'ALI', ALICATA, BONDI, CORONELLA, GALLONE, NANIA, NESSA, ORSI. - Il Senato,

                    premesso che:

            lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili è cruciale e necessario per il rispetto degli obiettivi europei sottoscritti dall'Italia in tema di energia. Un settore strategico non solo per il raggiungimento degli obiettivi nel 2020 ma anche dei nuovi obiettivi al 2030 fissati dalla Commissione europea e la road map al 2050 già approvata dall'Unione europea;

            il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, approvato il 3 marzo 2011 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 28 marzo 2011, n. 28 del 2011, ha introdotto numerosi elementi di innovazione nel mondo dell'incentivazione. Il testo infatti è intervenuto sull'intera filiera della produzione elettrica delle fonti rinnovabili generando degli effetti sulle strutture già realizzate, su quelle in progetto e su quelle future;

            il decreto legislativo n. 28 del 2011 ha di fatto stabilito i criteri generali e specifici dell'incentivazione post-2012, ma ha rinviato in toto la materia a successivi decreti attuativi, da adottarsi entro 6 mesi dall'entrata in vigore del decreto e dunque entro la fine di settembre 2011. Prevede inoltre la ridefinizione dell'architettura dei valori dei sistemi incentivanti destinati agli impianti a fonte rinnovabile, esclusa la fonte fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013;

            nell'attuazione delle previsioni normative dovranno quindi essere disciplinati: i valori degli incentivi per gli impianti che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, gli incentivi a base d'asta, i valori di potenza sia per fonte che per tecnologia degli impianti sottoposti alle procedure d'asta; le modalità di selezione da parte del Gestore dei servizi energetici dei soggetti aventi diritto all'incentivo attraverso le procedure d'asta; le modalità di calcolo e di applicazione degli incentivi per le produzioni imputabili a fonti rinnovabili in centrali ibride; le modalità con le quali è modificato il meccanismo di scambio sul posto per gli impianti, anche già in esercizio, che accedono a tale servizio al fine di semplificarne la fruizione;

                    considerato che:

            non sono ancora stati definiti dal Governo i decreti attuativi; i ritardi nell'adozione della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche sono ormai insostenibili per il comparto produttivo: mancando infatti questa normativa, gli investitori sia italiani che esteri stanno perdendo la fiducia nel nostro Paese e di fatto si stanno annullando i grandi risultati ottenuti dal settore negli ultimi cinque anni;

            sono intervenute recentemente alcune delle più importanti associazioni di settore per denunciare su primari organi di stampa a livello nazionale, come questo ritardo nell'attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011 stia inducendo al blocco di gran parte degli investimenti. Oltre alla richiesta di una tempestiva emanazione dei numerosi decreti attuativi, è stato chiesto con una lettera aperta al Governo che venga previsto anche lo slittamento di un anno dell'entrata in vigore dei nuovi meccanismi di incentivazione, proprio perché tale soluzione consentirebbe una programmazione più efficace degli investimenti, evitando in qualche modo i rilevanti danni per il settore;

            anche l'Associazione dei Comuni italiani è intervenuta sull'argomento sostenendo che: la scadenza del 1° gennaio 2013 prevista dalla legge per la cessazione della precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) è pericolosamente vicina e la mancata emanazione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo della nostra economia. In assenza dell'emanazione dei decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico (per il quale esiste il cosiddetto conto energia fotovoltaico), lo stato di incertezza sulla struttura di incentivazione di riferimento sta bloccando significativi investimenti, anche da parte dei Comuni, in materia di rinnovabili,

                    impegna il Governo:

            1) ad istituire un tavolo di confronto aperto e strutturato tra Governo ed operatori, che possa avvalersi anche di componenti delle Commissioni parlamentari competenti, sul tema degli incentivi, finalizzato a calibrare i sistemi di sostegno tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;

            2) a valutare la possibilità di garantire, a seguito di una valutazione costi-benefici, una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti fino a coprire l'arco temporale dall'approvazione dei decreti alla entrata in vigore delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011 e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti;

            3) ad intervenire in tempi rapidi, in esito all'attività del tavolo di confronto, nell'emanazione dei decreti attuativi ai sensi dell'art. 24 "Meccanismi di incentivazione" del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche.

(1-00623) (08 maggio 2012)

Approvata

VIESPOLI, FLERES, CASTIGLIONE, CENTARO, FERRARA, POLI BORTONE, CARRARA, FILIPPI Alberto, MENARDI, PALMIZIO, PISCITELLI, SAIA, VILLARI. - Il Senato,

                    premesso che:

            nel campo dell'energia elettrica ottenuta tramite fonti rinnovabili l'Unione europea ha da tempo provveduto a definire un ordinamento normativo chiaro ed esaustivo, allo scopo approvando specificatamente la direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità. Tale direttiva è stata successivamente sostituita dalla direttiva 2009/28/CE, recepita con decreto legislativo n. 28 del 2011;

            il decreto legislativo definisce il quadro giuridico, gli strumenti ed i sistemi di incentivazione necessari per raggiungere entro il 2020 l'obiettivo vincolante, imposto dall'Unione europea per l'Italia, della quota del 17 per cento di fonti energetiche rinnovabili sui consumi energetici nazionali, perseguendo due finalità essenziali: a) la semplificazione delle procedure di autorizzazione alla costruzione e all'esercizio degli impianti di produzione di energia; b) il riordino del sistema degli incentivi sulla base di criteri di efficacia, in relazione all'incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili e di sostenibilità, in relazione agli oneri a carico dei consumatori finali, famiglie e imprese;

            l'Unione europea riconosce la necessità di promuovere in via prioritaria le fonti energetiche rinnovabili, attribuendo a tali fonti un'importanza strategica per la protezione dell'ambiente, lo sviluppo sostenibile e la lotta ai cambiamenti climatici e anche ai fini del raggiungimento della sicurezza degli approvvigionamenti energetici nell'ambito del mercato interno dell'elettricità;

            oltre a puntare sul risparmio e sull'efficienza energetica, sia nei trasporti sia nei consumi di energia elettrica e calorica, l'obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti si può efficacemente conseguire soprattutto sfruttando l'energia solare, la fonte energetica rinnovabile più compatibile con le caratteristiche geografiche e paesaggistiche del Paese che gode di un'insolazione ampiamente superiore rispetto ad altri Paesi europei, come la Germania, che puntano più dell'Italia sull'approvvigionamento energetico dal settore fotovoltaico;

            lo sviluppo del settore delle fonti energetiche rinnovabili e l'indotto ad esso connesso, specialmente nell'attuale momento di crisi economica, creano occupazione locale e hanno un impatto positivo sulla coesione sociale;

            uno degli esempi più virtuosi in questo campo è rappresentato proprio dal settore fotovoltaico, che nel Paese è composto da circa 1.000 aziende, 15.000 posti di lavoro diretti ed oltre 100.000 indiretti, con una stima di volume d'affari nel 2010 compresa tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. Soprattutto il settore del fotovoltaico a concentrazione è oggi in forte fermento e si stanno sviluppando, anche nel Paese, tecnologie innovative, interamente italiane, che, se supportate dagli atti necessari per promuoverne lo sviluppo, possono adeguatamente maturare e trovare un definitivo sbocco industriale e commerciale a tutto vantaggio del «sistema Paese»;

            la Commissione europea, in data 31 gennaio 2011, ha adottato una comunicazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti;

            il decreto legislativo n. 28 del 2011, oltre a prevedere la ridefinizione dell'architettura dei valori dei sistemi incentivanti destinati agli impianti a fonte rinnovabile, esclusa la fonte fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, ha stabilito i criteri generali e specifici dell'incentivazione a partire dal 2012, ma ha rinviato la materia a successivi decreti attuativi che non sono ancora stati definiti dal Governo. I ritardi circa l'adozione della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche non sono più procrastinabili per il comparto produttivo. La mancanza di questa normativa, infatti, sta facendo perdere la fiducia nel Paese sia agli investitori italiani che a quelli esteri e, di fatto, si stanno annullando i grandi risultati ottenuti dal settore negli ultimi anni;

            occorre pervenire quanto più rapidamente possibile alla definizione dei criteri e dei valori degli incentivi alle fonti rinnovabili, in modo da offrire un quadro certo agli operatori del settore; occorre, altresì, che tali criteri e valori siano determinati in modo da assicurare una prospettiva di crescita di lungo termine al settore medesimo, che ne consenta il radicamento nell'economia reale e favorisca le ricadute positive sul sistema industriale,

                    impegna il Governo:

            1) a definire, in tempi rapidi e previo confronto con tutti gli operatori del settore, i decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili (il cosiddetto conto energia fotovoltaico) la cui mancanza sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo dell'economia;

            2) a determinare gli incentivi previsti in modo tale da armonizzarli con il livello di incentivazione adottato nei principali Paesi dell'Unione europea;

            3) a definire un sistema di incentivazione che garantisca nel Paese una prospettiva di crescita di lungo termine, consenta un maggior radicamento nell'economia reale e favorisca le ricadute positive sul sistema produttivo nazionale;

            4) a rendere ancor più trasparente l'impatto delle agevolazioni sui costi dell'energia elettrica di famiglie e imprese;

            5) a prevedere che il regime agevolativo permanga fino al raggiungimento di quote di produzione significative, anche per far fronte alla costante oscillazione dei prezzi dei prodotti petroliferi.

(1-00624) (08 maggio 2012)

V. testo 2

PINZGER, THALER AUSSERHOFER, PETERLINI, FOSSON, CARRARA, FILIPPI Alberto, SANTINI, GIAI, OLIVA. - Il Senato,

                    premesso che:

            le energie rinnovabili sono un pilastro fondamentale della strategia energetica italiana, un settore che va salvaguardato anche in quanto si è rivelato uno dei pochi in grado di contrastare la crisi economica;

            l'Italia ha aderito al cosiddetto Pacchetto clima-energia "20-20-20" (direttiva 2009/28/CE), con il decreto legislativo n. 28 del 2011, nato per creare uno scenario energetico europeo più sostenibile e sicuro, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, l'aumento del ricorso a energie rinnovabili e la maggior efficienza energetica;

                    considerato che:

            non sono ancora stati definiti i decreti attuativi che dovrebbero regolare gli incentivi per gli impianti a fonti rinnovabili;

            a fronte di tale lacuna normativa, gli investitori italiani e stranieri hanno drasticamente ridotto la loro spinta ad investire nel settore, specialmente nell'ultimo anno, con preannuncio di notevoli variazioni per le tariffe incentivanti;

            per le motivazioni illustrate in premessa, è assolutamente necessario che nel decreto che regolerà il Quinto Conto Energia si prevedano norme a tutela dell'industria fotovoltaica italiana,

                    impegna il Governo:

            1) a ripristinare i premi sugli impianti che installano componenti realizzati nell'Unione europea, come stabilito dal Quarto Conto Energia;

            2) ad introdurre un bonus fiscale sugli utili reinvestiti in impianti fotovoltaici con tecnologia italiana, in particolare con un sistema che, tramite la detassazione dell'utile realizzato dai titolari di impianti ammessi ai conti energia precedenti, consenta a tali soggetti di autofinanziare la realizzazione di nuovi impianti, impiegando il risparmio d'imposta di cui essi beneficiano nell'ambito della realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici, realizzati con componentistica e tecnologia nazionale;

            3) a promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative;

            4) a semplificare lo strumento del registro per tutti gli impianti fotovoltaici, limitandolo ad impianti superiori a 200 chilowatt di potenza, in modo da non appesantire gli adempimenti burocratici per gli operatori e gli utenti, ma contrastando in ogni caso eventuali fenomeni di tipo speculativo legati alla realizzazione di impianti di taglia superiore;

            5) a mantenere il tetto di spesa a 7 miliardi di euro, in quanto un target d'incentivazione residua a 500 milioni di euro, come previsto dall'attuale schema di decreto, non sarà in grado di far transitare le imprese del settore verso l'uscita del sistema di supporto vigente in vista del raggiungimento della Grid Parity (ovvero il punto in cui l'energia elettrica prodotta con metodi alternativi/energie rinnovabili raggiunge lo stesso prezzo dell'energia tradizionale/rete elettrica);

            6) a rendere retroattivi gli investimenti e a tutelarli, introducendo nel contempo una norma di salvaguardia che garantisca la tariffa del Quarto Conto Energia erogata per gennaio 2013, a condizione che tali impianti entrino in esercizio entro la data di entrata in vigore del Quinto Conto Energia;

            7) a regolare le tariffe, prevedendo una rivalutazione inflattiva sulla quota parte della tariffa omnicomprensiva, pari alla quota "energia", considerata la drastica e repentina riduzione delle tariffe presenti nel Quinto Conto Energia, nonché la trasformazione delle stesse in omnicomprensive.

(1-00624) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

PINZGER, THALER AUSSERHOFER, PETERLINI, FOSSON, CARRARA, FILIPPI Alberto, SANTINI, GIAI, OLIVA. - Il Senato,

                    premesso che:

            le energie rinnovabili sono un pilastro fondamentale della strategia energetica italiana, un settore che va salvaguardato anche in quanto si è rivelato uno dei pochi in grado di contrastare la crisi economica;

            l'Italia ha aderito al cosiddetto Pacchetto clima-energia "20-20-20" (direttiva 2009/28/CE), con il decreto legislativo n. 28 del 2011, nato per creare uno scenario energetico europeo più sostenibile e sicuro, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, l'aumento del ricorso a energie rinnovabili e la maggior efficienza energetica;

                    considerato che:

            non sono ancora stati definiti i decreti attuativi che dovrebbero regolare gli incentivi per gli impianti a fonti rinnovabili;

            a fronte di tale lacuna normativa, gli investitori italiani e stranieri hanno drasticamente ridotto la loro spinta ad investire nel settore, specialmente nell'ultimo anno, con preannuncio di notevoli variazioni per le tariffe incentivanti;

            per le motivazioni illustrate in premessa, è assolutamente necessario che nel decreto che regolerà il Quinto Conto Energia si prevedano norme a tutela dell'industria fotovoltaica italiana,

                    impegna il Governo:

            1) a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione Europea, con relativi sistemi di controllo;            2) a promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative.

(1-00625) (08 maggio 2012)

V. testo 2

D'ALIA, SBARBATI, FISTAROL, GIAI, GALIOTO, GUSTAVINO, MUSSO, SERRA, VIZZINI. - Il Senato,

                    premesso che:

            la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e delle tecnologie tese alla riduzione delle emissioni inquinanti costituisce, oltre che un impegno assunto dall'Italia in seno alla comunità internazionale e nell'ambito delle politiche energetiche comunitarie, una sfida strategica per il futuro del Paese;

            la politica energetica nazionale va orientata alla creazione di un «paniere» ampio di fonti energetiche, che coniughi sicurezza dell'approvvigionamento, tutela dell'ambiente, efficienza e competitività del sistema economico, cogliendo le opportunità di sviluppo e innovazione della cosiddetta green economy;

            la direttiva comunitaria 2009/28/CE stabilisce un quadro comune per la promozione dell'energia da fonti rinnovabili e fissa al 20 per cento la quota minima di energia da fonti rinnovabili da consumare nell'Unione europea entro il 2020, assegnando a ciascuno Stato membro un obiettivo nazionale da raggiungere entro tale data. Al fine di consentire tale obiettivo, gli Stati membri sono autorizzati ad adottare, tra l'altro, regimi di sostegno atti a promuovere l'uso di tali forme di energia. Per quanto riguarda l'Italia, la quota di consumo di energia da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2020 è fissata al 17 per cento;

            la legge comunitaria 4 giugno 2010, n. 96, ha stabilito, all'articolo 17, i principi e i criteri direttivi cui avrebbe dovuto attenersi il legislatore nella predisposizione del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2009/28/CE. Tali principi includono, tra l'altro, la necessità di «adeguare e potenziare il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza e del risparmio energetico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche mediante l'abrogazione totale o parziale delle vigenti disposizioni in materia, l'armonizzazione e il riordino delle disposizioni di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, e alla legge 24 dicembre 2007, n. 244»;

            il 31 gennaio 2011 la Commissione europea ha adottato una comunicazione in cui invitava gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, che sono causa di incertezze del mercato e di congelamento degli investimenti; in base a tali principi, gli Stati membri dovranno tenere conto e garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio, in modo da salvaguardare la convenienza dell'investimento complessivo nel tempo;

            premesso altresì che:

            il decreto legislativo n. 28 del 2011, in attuazione della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili e nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge 4 giugno 2010, n. 96, ha definito gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico, necessari per il raggiungimento degli obiettivi fino al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia e di quota di energia da fonti rinnovabili nei trasporti;

            il comma 5 dell'art 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 rimette, però, a decreti attuativi del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e, per i profili di competenza, con il Ministro delle politiche agricole e forestali, sentite l'Autorità per l'energia elettrica e il gas e la Conferenza unificata, la definizione delle modalità per l'attuazione dei sistemi di incentivazione, post 2012, di cui al medesimo articolo, nel rispetto dei criteri in esso individuati;

            sono trascorsi i sei mesi previsti dall'art. 24, comma 6, del decreto legislativo n. 28 del 2011 per l'adozione dei decreti attuativi della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche senza che essi siano stati adottati. Questa situazione di incertezza, disincentivando investimenti italiani ed esteri, sta compromettendo gravemente l'intero sistema produttivo e i risultati sino ad oggi raggiunti;

            a ciò si aggiunga che, il 1° gennaio 2013, scadrà la precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) e la mancata adozione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di insicurezza tale da bloccare significativi investimenti;

                    considerato che:

            nel Paese, terra di conquista di multinazionali straniere, si è verificata un'opera selvaggia di installazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ha indotto alcune Regioni e enti locali ad adottare appositi provvedimenti di divieto di realizzare impianti fotovoltaici e altri impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili con moduli ubicati al suolo, qualora gli stessi non siano finalizzati alla produzione di energia per la conduzione dell'azienda agricola;

            il sistema incentivante "in conto energia", che ha consentito il decollo accelerato della filiera fotovoltaica, ha prodotto fenomeni speculativi legati all'installazione di vere e proprie centrali elettriche fotovoltaiche in aree agricole, formate da distese di pannelli, disposti in file parallele, sopraelevati rispetto al piano della campagna, e installate su terreni di fatto sottratti alla produzione agricola; si veda la speculazione determinata dal decreto-legge n. 105 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 129 del 2010, cosiddetto Salva Alcoa, che ha prodotto quella che è stata ribattezzata la "corsa agli incentivi" e che ha consentito in Italia rendite agli investitori del fotovoltaico al di sopra del 20 per cento;

            la localizzazione spesso non adeguata e scarsamente controllata dei suddetti impianti, oltre ad incidere negativamente sulla produttività agricola, interrompe la continuità paesaggistica dei luoghi, compromettendo il valore aggiunto dei prodotti agricoli che sono legati intimamente alla qualità del territorio;

            questo ha fatto sì che si ritenesse necessario intervenire, in seno al cosiddetto decreto liberalizzazioni - decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 - stabilendo, all'art. 65, che "Agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole non è consentito l'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28". Si intende così scongiurare la corsa all'accaparramento dei terreni agricoli per la realizzazione di grandi impianti con sottrazione degli stessi alle coltivazioni e con pregiudizio per la tutela paesaggistica;

            premesso altresì che:

            dal 1° maggio le tariffe dell'elettricità corrisposte dai consumatori finali sono aumentate del 4,3 per cento, con aggravio di spesa per ogni famiglia di 21,44 euro l'anno. L'aumento è il frutto dell'adeguamento di quella parte di tariffa che copre i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili e assimilate, la cosiddetta componente "A3";

            l'adeguamento conferma le stime del 30 marzo 2012 (incremento del 4 per cento circa), quando l'Autorità per l'energia elettrica e il gas aveva approvato l'aggiornamento del secondo trimestre 2012 per le sole componenti legate alla materia prima, alle tariffe di rete e agli oneri di dispacciamento (incremento del 5,8 per cento) e aveva poi annunciato che, a fine aprile, si sarebbe reso necessario un ulteriore incremento;

            i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili costituiscono una parte relativamente esigua del prezzo dell'energia: infatti, circa il 10 per cento della bolletta elettrica è legato agli incentivi alle rinnovabili, mentre il restante 90 per cento è imputabile al costo dell'acquisto di petrolio e carbone, ai guadagni delle imprese, ai sussidi al nucleare e ad altre voci, come il cosiddetto CIP6, oltre all'IVA e alle tasse;

            anche se si riducesse quindi il valore degli incentivi per il fotovoltaico non si registrerebbe necessariamente la riduzione della bolletta perché, se rimangono fisse le importazioni con il prezzo attuale del petrolio e del gas, si continuerebbe a registrare comunque un prezzo alto;

            al contrario, man mano che, invece, aumenta la quota di fonti rinnovabili nel portafoglio energetico si riduce il fabbisogno di importazione di petrolio e di gas naturale;

            premesso altresì che:

            permane quindi l'esigenza di intervenire in un sistema normativo - quale è quello relativo agli incentivi della produzione di energia da fonti rinnovabili - che, alla luce delle recenti riforme, è ancora considerato farraginoso e distorsivo;

            quanto premesso ha indotto il Governo ad avviare un processo per una rinnovata programmazione degli incentivi;

            il decreto ministeriale 5 maggio 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 109 del 12 maggio 2011, come previsto dal decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, conosciuto come "Quarto Conto Energia", stabilisce i criteri per incentivare la produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici e lo sviluppo di tecnologie innovative per la conversione fotovoltaica. Esso è riservato agli impianti di potenza non inferiore a 1 kW che entrano in esercizio dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016;

            ad oggi, il Governo Monti ha deciso di porre un limite anche al "Quarto Conto Energia", in vigore da appena un anno, mettendosi al lavoro sul Quinto, attualmente in fase di revisione da parte delle Regioni;

            tutto questo mentre nel 2011 in Italia si è registrato il record mondiale per impianti in esercizio: 9.37 GW di potenza, circa il 34 per cento del totale;

            la proposta definisce i nuovi incentivi per l'energia fotovoltaica (Quinto Conto Energia) e per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse, biogas), mirando ad allineare gli incentivi alla media europea, con un taglio significativo degli incentivi attualmente previsti per il fotovoltaico. Raggiungere e superare gli obiettivi europei delle energie rinnovabili fissati per il 2020 attraverso una crescita virtuosa, basata su un sistema di incentivazione equilibrato e vantaggioso per il sistema Paese e tale da ridurre l'impatto sulle bollette di cittadini e imprese: queste le principali finalità;

            in questo momento delicato per il Paese è necessario avere la forza di superare i particolarismi e di promuovere un approccio complessivo alle problematiche energetiche condividendo le finalità del Governo di ridurre i costi in bolletta per le famiglie e di premiare le tecnologie in grado di sviluppare lavoro in italia; in particolare gli impianti di piccola taglia, minori di 1 MW, che rappresentano una straordinaria opportunità di sviluppo territoriale impiegando per la costruzione e gestione quasi esclusivamente lavoro di origine italiana;

            solo una politica incentrata sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica potrà garantire nei prossimi anni reali vantaggi (i benefici di medio e lungo periodo, quali una maggiore occupazione, export netto dell'industria e una riduzione del prezzo di picco dell'energia sono stimati nell'ordine di quasi 80 miliardi di euro nei prossimi vent'anni da autorevoli studi condotti dall'Università Bocconi) e una uscita dalla attuale situazione di dipendenza energetica. Tutto ciò dovrà avvenire però contrastando gli intenti speculativi, ad oggi fin troppo frequenti, e adottando un sistema di incentivazione che premi l'efficienza e chi innova e inquina meno,

                    impegna il Governo:

            1) ad intervenire in tempi rapidi, al fine di adottare i decreti attuativi di cui all'art. 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche;

            2) a garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti tale da garantire lo stesso arco temporale tra approvazione dei decreti e l'attivazione delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011;

            3) in sede di adozione del cosiddetto "Quinto conto energia" a stabilire i criteri di sostenibilità del settore, salvaguardia degli investimenti in corso e promozione dell'industria e dell'occupazione attraverso, in particolare, lo sviluppo della filiera produttiva nazionale ed europea dell'energia solare, istituendo, tra l'altro, un premio Made in Europe, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro;

            4) a riconfermare la premialità nella sostituzione delle coperture in amianto con impianti fotovoltaici in quanto i buoni risultati finora conseguiti sono da sviluppare ulteriormente per dare una certezza di tutela della salute a tutti i cittadini, che questa norma sta realizzando nel concreto e su vasta scala;

            5) a procedere ad una riorganizzazione e rimodulazione del sistema di incentivi alle fonti rinnovabili, e a convocare un tavolo di concertazione con gli operatori di settore, le associazioni di categoria e gli enti locali, per la definizione della nuova disciplina, tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;

            6) a contenere i costi delle famiglie per i consumi elettrici imputabili, anche, al sostegno agli incentivi per le rinnovabili;

            7) a dare impulso a misure atte a disincentivare i comportamenti speculativi degli operatori, in particolare quelli orientati a realizzare investimenti esclusivamente indirizzati a logiche finanziarie;

            8) ad adottare provvedimenti più incisivi volti al perseguimento degli obiettivi europei sull'energia prodotta dalle fonti rinnovabili;

            9) a promuovere le attività di ricerca nel settore delle fonti rinnovabili;

            10) a provvedere ad integrare il quadro normativo e/o a modificarlo ai fini di un adeguato contemperamento dei diversi interessi in campo nonché al fine di contenere, in particolare, l'irreversibile trasformazione del paesaggio agrario, impedendo il consumo indiscriminato di suolo agricolo, fattore non rinnovabile di produzione, e salvaguardare, altresì, l'ambiente, il paesaggio, la biodiversità ed i beni culturali;

            11) più in generale, ad elaborare un nuovo Piano energetico nazionale in grado di dare certezza sugli obiettivi fondamentali della sicurezza degli approvvigionamenti, della crescita, dell'autonomia energetica, del contenimento e riallineamento dei costi dell'energia alla media europea, del soddisfacimento degli impegni europei in tema di riduzione della CO2, di sviluppo delle fonti rinnovabili, dell'efficienza e del risparmio energetico.

(1-00625) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

D'ALIA, SBARBATI, FISTAROL, GIAI, GALIOTO, GUSTAVINO, MUSSO, SERRA, VIZZINI. - Il Senato,

                    premesso che:

            la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e delle tecnologie tese alla riduzione delle emissioni inquinanti costituisce, oltre che un impegno assunto dall'Italia in seno alla comunità internazionale e nell'ambito delle politiche energetiche comunitarie, una sfida strategica per il futuro del Paese;

            la politica energetica nazionale va orientata alla creazione di un «paniere» ampio di fonti energetiche, che coniughi sicurezza dell'approvvigionamento, tutela dell'ambiente, efficienza e competitività del sistema economico, cogliendo le opportunità di sviluppo e innovazione della cosiddetta green economy;

            la direttiva comunitaria 2009/28/CE stabilisce un quadro comune per la promozione dell'energia da fonti rinnovabili e fissa al 20 per cento la quota minima di energia da fonti rinnovabili da consumare nell'Unione europea entro il 2020, assegnando a ciascuno Stato membro un obiettivo nazionale da raggiungere entro tale data. Al fine di consentire tale obiettivo, gli Stati membri sono autorizzati ad adottare, tra l'altro, regimi di sostegno atti a promuovere l'uso di tali forme di energia. Per quanto riguarda l'Italia, la quota di consumo di energia da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2020 è fissata al 17 per cento;

            la legge comunitaria 4 giugno 2010, n. 96, ha stabilito, all'articolo 17, i principi e i criteri direttivi cui avrebbe dovuto attenersi il legislatore nella predisposizione del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2009/28/CE. Tali principi includono, tra l'altro, la necessità di «adeguare e potenziare il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza e del risparmio energetico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche mediante l'abrogazione totale o parziale delle vigenti disposizioni in materia, l'armonizzazione e il riordino delle disposizioni di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, e alla legge 24 dicembre 2007, n. 244»;

            il 31 gennaio 2011 la Commissione europea ha adottato una comunicazione in cui invitava gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, che sono causa di incertezze del mercato e di congelamento degli investimenti; in base a tali principi, gli Stati membri dovranno tenere conto e garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio, in modo da salvaguardare la convenienza dell'investimento complessivo nel tempo;

            premesso altresì che:

            il decreto legislativo n. 28 del 2011, in attuazione della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili e nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge 4 giugno 2010, n. 96, ha definito gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico, necessari per il raggiungimento degli obiettivi fino al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia e di quota di energia da fonti rinnovabili nei trasporti;

            il comma 5 dell'art 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 rimette, però, a decreti attuativi del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e, per i profili di competenza, con il Ministro delle politiche agricole e forestali, sentite l'Autorità per l'energia elettrica e il gas e la Conferenza unificata, la definizione delle modalità per l'attuazione dei sistemi di incentivazione, post 2012, di cui al medesimo articolo, nel rispetto dei criteri in esso individuati;

            sono trascorsi i sei mesi previsti dall'art. 24, comma 6, del decreto legislativo n. 28 del 2011 per l'adozione dei decreti attuativi della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche senza che essi siano stati adottati. Questa situazione di incertezza, disincentivando investimenti italiani ed esteri, sta compromettendo gravemente l'intero sistema produttivo e i risultati sino ad oggi raggiunti;

            a ciò si aggiunga che, il 1° gennaio 2013, scadrà la precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) e la mancata adozione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di insicurezza tale da bloccare significativi investimenti;

                    considerato che:

            nel Paese, terra di conquista di multinazionali straniere, si è verificata un'opera selvaggia di installazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ha indotto alcune Regioni e enti locali ad adottare appositi provvedimenti di divieto di realizzare impianti fotovoltaici e altri impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili con moduli ubicati al suolo, qualora gli stessi non siano finalizzati alla produzione di energia per la conduzione dell'azienda agricola;

            il sistema incentivante "in conto energia", che ha consentito il decollo accelerato della filiera fotovoltaica, ha prodotto fenomeni speculativi legati all'installazione di vere e proprie centrali elettriche fotovoltaiche in aree agricole, formate da distese di pannelli, disposti in file parallele, sopraelevati rispetto al piano della campagna, e installate su terreni di fatto sottratti alla produzione agricola; si veda la speculazione determinata dal decreto-legge n. 105 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 129 del 2010, cosiddetto Salva Alcoa, che ha prodotto quella che è stata ribattezzata la "corsa agli incentivi" e che ha consentito in Italia rendite agli investitori del fotovoltaico al di sopra del 20 per cento;

            la localizzazione spesso non adeguata e scarsamente controllata dei suddetti impianti, oltre ad incidere negativamente sulla produttività agricola, interrompe la continuità paesaggistica dei luoghi, compromettendo il valore aggiunto dei prodotti agricoli che sono legati intimamente alla qualità del territorio;

            questo ha fatto sì che si ritenesse necessario intervenire, in seno al cosiddetto decreto liberalizzazioni - decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 - stabilendo, all'art. 65, che "Agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole non è consentito l'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28". Si intende così scongiurare la corsa all'accaparramento dei terreni agricoli per la realizzazione di grandi impianti con sottrazione degli stessi alle coltivazioni e con pregiudizio per la tutela paesaggistica;

            premesso altresì che:

            dal 1° maggio le tariffe dell'elettricità corrisposte dai consumatori finali sono aumentate del 4,3 per cento, con aggravio di spesa per ogni famiglia di 21,44 euro l'anno. L'aumento è il frutto dell'adeguamento di quella parte di tariffa che copre i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili e assimilate, la cosiddetta componente "A3";

            l'adeguamento conferma le stime del 30 marzo 2012 (incremento del 4 per cento circa), quando l'Autorità per l'energia elettrica e il gas aveva approvato l'aggiornamento del secondo trimestre 2012 per le sole componenti legate alla materia prima, alle tariffe di rete e agli oneri di dispacciamento (incremento del 5,8 per cento) e aveva poi annunciato che, a fine aprile, si sarebbe reso necessario un ulteriore incremento;

            i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili costituiscono una parte relativamente esigua del prezzo dell'energia: infatti, circa il 10 per cento della bolletta elettrica è legato agli incentivi alle rinnovabili, mentre il restante 90 per cento è imputabile al costo dell'acquisto di petrolio e carbone, ai guadagni delle imprese, ai sussidi al nucleare e ad altre voci, come il cosiddetto CIP6, oltre all'IVA e alle tasse;

            anche se si riducesse quindi il valore degli incentivi per il fotovoltaico non si registrerebbe necessariamente la riduzione della bolletta perché, se rimangono fisse le importazioni con il prezzo attuale del petrolio e del gas, si continuerebbe a registrare comunque un prezzo alto;

            al contrario, man mano che, invece, aumenta la quota di fonti rinnovabili nel portafoglio energetico si riduce il fabbisogno di importazione di petrolio e di gas naturale;

            premesso altresì che:

            permane quindi l'esigenza di intervenire in un sistema normativo - quale è quello relativo agli incentivi della produzione di energia da fonti rinnovabili - che, alla luce delle recenti riforme, è ancora considerato farraginoso e distorsivo;

            quanto premesso ha indotto il Governo ad avviare un processo per una rinnovata programmazione degli incentivi;

            il decreto ministeriale 5 maggio 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 109 del 12 maggio 2011, come previsto dal decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, conosciuto come "Quarto Conto Energia", stabilisce i criteri per incentivare la produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici e lo sviluppo di tecnologie innovative per la conversione fotovoltaica. Esso è riservato agli impianti di potenza non inferiore a 1 kW che entrano in esercizio dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016;

            ad oggi, il Governo Monti ha deciso di porre un limite anche al "Quarto Conto Energia", in vigore da appena un anno, mettendosi al lavoro sul Quinto, attualmente in fase di revisione da parte delle Regioni;

            tutto questo mentre nel 2011 in Italia si è registrato il record mondiale per impianti in esercizio: 9.37 GW di potenza, circa il 34 per cento del totale;

            la proposta definisce i nuovi incentivi per l'energia fotovoltaica (Quinto Conto Energia) e per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse, biogas), mirando ad allineare gli incentivi alla media europea, con un taglio significativo degli incentivi attualmente previsti per il fotovoltaico. Raggiungere e superare gli obiettivi europei delle energie rinnovabili fissati per il 2020 attraverso una crescita virtuosa, basata su un sistema di incentivazione equilibrato e vantaggioso per il sistema Paese e tale da ridurre l'impatto sulle bollette di cittadini e imprese: queste le principali finalità;

            in questo momento delicato per il Paese è necessario avere la forza di superare i particolarismi e di promuovere un approccio complessivo alle problematiche energetiche condividendo le finalità del Governo di ridurre i costi in bolletta per le famiglie e di premiare le tecnologie in grado di sviluppare lavoro in italia; in particolare gli impianti di piccola taglia, minori di 1 MW, che rappresentano una straordinaria opportunità di sviluppo territoriale impiegando per la costruzione e gestione quasi esclusivamente lavoro di origine italiana;

            solo una politica incentrata sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica potrà garantire nei prossimi anni reali vantaggi (i benefici di medio e lungo periodo, quali una maggiore occupazione, export netto dell'industria e una riduzione del prezzo di picco dell'energia sono stimati nell'ordine di quasi 80 miliardi di euro nei prossimi vent'anni da autorevoli studi condotti dall'Università Bocconi) e una uscita dalla attuale situazione di dipendenza energetica. Tutto ciò dovrà avvenire però contrastando gli intenti speculativi, ad oggi fin troppo frequenti, e adottando un sistema di incentivazione che premi l'efficienza e chi innova e inquina meno,

                    impegna il Governo:

            1) ad intervenire in tempi rapidi, al fine di adottare i decreti attuativi di cui all'art. 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche;

            2) a valutare la possibilità di garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti, fino a coprire un congruo arco temporale dall'approvazione dei decreti e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti

            3) a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione Europea, con relativi sistemi di controllo, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro;

            4) a riconfermare la premialità nella sostituzione delle coperture in amianto con impianti fotovoltaici in quanto i buoni risultati finora conseguiti sono da sviluppare ulteriormente per dare una certezza di tutela della salute a tutti i cittadini, che questa norma sta realizzando nel concreto e su vasta scala;

            5) a procedere ad una riorganizzazione e rimodulazione del sistema di incentivi alle fonti rinnovabili, prevedendo adeguata consultanzione con gli operatori di settore, le associazioni di categoria e gli enti locali, per la definizione della nuova disciplina, tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;

            6) a contenere i costi delle famiglie per i consumi elettrici imputabili, anche, al sostegno agli incentivi per le rinnovabili;

            7) a dare impulso a misure atte a disincentivare i comportamenti speculativi degli operatori, in particolare quelli orientati a realizzare investimenti esclusivamente indirizzati a logiche finanziarie;

            8) ad adottare provvedimenti più incisivi volti al perseguimento degli obiettivi europei sull'energia prodotta dalle fonti rinnovabili;

            9) a promuovere le attività di ricerca nel settore delle fonti rinnovabili;

            10) a provvedere ad integrare il quadro normativo e/o a modificarlo ai fini di un adeguato contemperamento dei diversi interessi in campo nonché al fine di contenere, in particolare, l'irreversibile trasformazione del paesaggio agrario, impedendo il consumo indiscriminato di suolo agricolo, fattore non rinnovabile di produzione, e salvaguardare, altresì, l'ambiente, il paesaggio, la biodiversità ed i beni culturali;

            11) più in generale, ad elaborare un nuovo Piano energetico nazionale in grado di dare certezza sugli obiettivi fondamentali della sicurezza degli approvvigionamenti, della crescita, dell'autonomia energetica, del contenimento e riallineamento dei costi dell'energia alla media europea, del soddisfacimento degli impegni europei in tema di riduzione della CO2, di sviluppo delle fonti rinnovabili, dell'efficienza e del risparmio energetico.

(1-00626) (testo 2) (10 maggio 2012)

V. testo 3

BUBBICO, FERRANTE, DELLA SETA, ARMATO, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DI GIOVAN PAOLO, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, MAZZUCONI, MONACO, SANGALLI, TOMASELLI, MERCATALI, ANTEZZA. - Il Senato,

                    premesso che:

            in questi anni di perdurante e profonda crisi economica e occupazionale, la "green economy", cioè l'economia legata a produzioni e consumi vantaggiosi e sostenibili per l'ambiente, in quasi tutti i Paesi industrializzati si è andata affermando come uno dei terreni più importanti per efficaci politiche anti-cicliche, orientate a sostenere la domanda interna di beni e servizi qualificati e a favorire il rafforzamento della capacità competitiva ed innovativa dei sistemi economici e produttivi anche in vista della ripresa;

            l'innovazione scientifica e tecnologica legata alla green economy è un elemento decisivo di competitività per Paesi come l'Italia, dal momento che si tratta di un settore d'investimento ad alto contenuto di conoscenza e a basso contenuto di materie prime, che produce un elevato valore aggiunto e crea occupazione qualificata;

            il raggiungimento dell'efficienza energetica costituisce inoltre un campo d'incontro particolarmente virtuoso tra politiche industriali ed ambientali e obiettivi altrettanto urgenti di interesse generale: la riduzione dei costi energetici per imprese e famiglie, la diminuzione della dipendenza dalle fonti fossili (che per Paesi come l'Italia rappresentano la principale voce passiva della bilancia commerciale) e la crescita del tasso di innovazione tecnologica;

            in passato, alcune politiche d'incentivazione hanno dato ottimi frutti sia sul fronte ambientale che su quello dello sviluppo e del lavoro, come il credito d'imposta del 55 per cento sulle riqualificazioni energetiche degli edifici o gli incentivi alle energie rinnovabili;

            le fonti rinnovabili, dal solare, all'eolico, alle biomasse, alla geotermia e all'idroelettrico, insieme al risparmio e all'efficienza energetica, all'innovazione, alla ricerca e in generale a tutti i settori della green economy, oltre a rappresentare un importante volano per l'economia, consentirebbero all'Italia il conseguimento degli obiettivi in materia di riduzione delle emissioni di C02 e renderebbero il nostro Paese più competitivo e più vicino alle esigenze delle persone, delle comunità, dei territori;

            inoltre, dalla realizzazione di un sistema di incentivazione compiuto, coerente e stabile dipende anche il futuro del comparto industriale legato alle rinnovabili, che ha avuto negli ultimi anni un rilevante sviluppo nel nostro Paese; nel 2010, l'occupazione diretta e indiretta in Italia nei settori delle fonti rinnovabili e delle nuove tecnologie per la generazione distribuita è stata stimata tra i 110.000 e i 150.000 addetti, in gran parte giovani e con elevata specializzazione;

            studi recenti, inoltre, tra i quali uno elaborato dall'Osservatorio internazionale sull'industria e la finanza delle rinnovabili dell'università Bocconi e uno dall'Irex di Milano, hanno sottolineato quanto le rinnovabili abbiano assunto nell'economia italiana un ruolo strategico. Complessivamente, si valuta che i benefici netti delle rinnovabili proiettati a 20 anni si concretizzano in maggiore occupazione, mancato import di combustibili fossili, export netto nell'industria e riduzione di picco del prezzo dell'energia: benefici quantificabili in una cifra compresa tra i 400 milioni di euro (studio Irex) e alcuni miliardi di euro;

                    considerato che:

            l'Italia ha, nel corso degli anni, assunto una serie di rilevanti obblighi di carattere europeo ed internazionale (ratifica del protocollo di Kyoto, obiettivi del pacchetto clima-energia europeo, il cosiddetto 20-20-20) al fine di contribuire alla riduzione delle emissioni dannose per il clima, e il mancato contributo al raggiungimento di questi obiettivi comporta per ogni Paese inadempiente costi economici non indifferenti. Inoltre, l'Unione europea si è ulteriormente mossa in avanti, presentando, con la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni dell'8 marzo 2011, una "tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050" [COM (2011) 112 def.], ovvero le principali tappe finalizzate alla riduzione delle emissioni dei gas serra nel territorio dell'Unione europea entro il 2050, realizzata mediante l'efficienza energetica, l'innovazione e l'aumento degli investimenti;

            con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, si è data attuazione nell'ordinamento italiano alla direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, al fine di conseguire gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020; a tali scopi, sono stati stabiliti i criteri generali del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili nel nostro Paese a decorrere dal 1° gennaio 2013, rimandando tuttavia a decreti interministeriali la definizione delle modalità per l'attuazione di tali sistemi di incentivazione;

            i ritardi nell'elaborazione dei decreti attuativi hanno creato non pochi problemi al mondo produttivo legato al settore delle energie rinnovabili: si sono determinati infatti inevitabili ripercussioni sul sistema di investimenti nel settore, sulla programmazione e, conseguentemente, sull'occupazione; attualmente gli schemi di decreti (decreti ministeriali di incentivi a rinnovabili elettriche non fotovoltaiche e decreti ministeriali per incentivi al fotovoltaico, "V conto energia") sono pubblicati sul sito del Ministero dello sviluppo economico, e restano in attesa della valutazione della Conferenza unificata e dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas;

            sarebbe necessario, tuttavia, nella definitiva predisposizione dei decreti di attuazione, procedere ad una valutazione complessiva delle forme di incentivazione legata ad un'accurata ed approfondita indagine sulle ricadute che le stesse hanno sul versante industriale interno. La politica energetica è intrinsecamente connessa alla politica industriale, ed è necessario stabilire la necessaria correlazione tra le due anche e soprattutto nel momento della formulazione delle azioni di sostegno allo sviluppo del settore delle fonti rinnovabili, così da accompagnare il sistema di incentivi ad un progetto industriale chiaro, capace di creare valore aggiunto anche in ricerca, sviluppo tecnologico, occupazione,

                    impegna il Governo:

            1) ad impostare la questione dell'energia e dei regimi di incentivazione alle fonti rinnovabili nel quadro complessivo di una lungimirante politica industriale per il Paese, così da permettere uno sviluppo equilibrato in grado di garantire crescita sostenibile, sviluppo economico e produttivo, occupazione e competitività delle imprese, nel rispetto dell'ambiente, rilanciando i programmi strategici di "Industria 2015", in particolare sul risparmio energetico, sul ciclo della combustione e della generazione distribuita, massimizzando i risultati ottenuti anche con l'impiego del solare termodinamico;

            2) a sostenere lo sviluppo delle reti di trasmissione e di distribuzione cosiddette intelligenti, anche con l'impiego delle nuove tecnologie disponibili e coerenti con gli investimenti già effettuati (contatore elettronico presente su tutto il territorio nazionale);

            3) a sostenere lo sviluppo dell'automobile elettrica e dei connessi sistemi di accumulazione per valorizzare le produzioni marginali e ridurre le dissipazioni in rete, realizzando con ciò ottimizzazione dell'impiego dell'energia elettrica generata e maggiore efficienza nel sistema di generazione e distribuzione;

            4) a sostenere gli investimenti necessari per recuperare le perdite di rete, anche con l'utilizzo di trasformatori di nuova generazione;

            5) a procedere in tempi brevi alla convocazione di una conferenza nazionale sull'energia e l'ambiente, che coinvolga, assieme ai Ministri competenti, gli operatori e gli esperti del settore nonché esponenti della ricerca e del mondo scientifico, che contribuisca ad arricchire e ad aggiornare le strategie per la realizzazione di un sistema di approvvigionamento energetico sicuro, sostenibile ed economicamente vantaggioso;

            6) a definire sistemi di incentivazione stabili ed equilibrati, in grado di sostenere lo sviluppo dell'industria nazionale, e di garantire la giusta remunerazione degli investimenti effettuati nel settore delle rinnovabili;

            7) a prevedere specifiche modalità per incentivare in via prioritaria gli impianti di potenza non superiore a 200 KW di cui all'articolo 65, comma 3, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, realizzati da aziende agricole;

            8) a disporre, per gli impianti a biomassa e a biogas, i cui lavori sono stati avviati prima della pubblicazione del nuovo decreto, un differimento dei termini per il completamento degli stessi al 31 dicembre 2013, esentandoli dal contingente, anche prevedendo eventuali decurtazioni per ogni mese di ritardo rispetto alla previgente data del 31 dicembre 2012.

(1-00626) (testo 3) (17 maggio 2012)

Approvata

BUBBICO, FERRANTE, DELLA SETA, ARMATO, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DI GIOVAN PAOLO, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, MAZZUCONI, MONACO, SANGALLI, TOMASELLI, MERCATALI, ANTEZZA. - Il Senato,

                    premesso che:

            in questi anni di perdurante e profonda crisi economica e occupazionale, la "green economy", cioè l'economia legata a produzioni e consumi vantaggiosi e sostenibili per l'ambiente, in quasi tutti i Paesi industrializzati si è andata affermando come uno dei terreni più importanti per efficaci politiche anti-cicliche, orientate a sostenere la domanda interna di beni e servizi qualificati e a favorire il rafforzamento della capacità competitiva ed innovativa dei sistemi economici e produttivi anche in vista della ripresa;

            l'innovazione scientifica e tecnologica legata alla green economy è un elemento decisivo di competitività per Paesi come l'Italia, dal momento che si tratta di un settore d'investimento ad alto contenuto di conoscenza e a basso contenuto di materie prime, che produce un elevato valore aggiunto e crea occupazione qualificata;

            il raggiungimento dell'efficienza energetica costituisce inoltre un campo d'incontro particolarmente virtuoso tra politiche industriali ed ambientali e obiettivi altrettanto urgenti di interesse generale: la riduzione dei costi energetici per imprese e famiglie, la diminuzione della dipendenza dalle fonti fossili (che per Paesi come l'Italia rappresentano la principale voce passiva della bilancia commerciale) e la crescita del tasso di innovazione tecnologica;

            in passato, alcune politiche d'incentivazione hanno dato ottimi frutti sia sul fronte ambientale che su quello dello sviluppo e del lavoro, come il credito d'imposta del 55 per cento sulle riqualificazioni energetiche degli edifici o gli incentivi alle energie rinnovabili;

            le fonti rinnovabili, dal solare, all'eolico, alle biomasse, alla geotermia e all'idroelettrico, insieme al risparmio e all'efficienza energetica, all'innovazione, alla ricerca e in generale a tutti i settori della green economy, oltre a rappresentare un importante volano per l'economia, consentirebbero all'Italia il conseguimento degli obiettivi in materia di riduzione delle emissioni di C02 e renderebbero il nostro Paese più competitivo e più vicino alle esigenze delle persone, delle comunità, dei territori;

            inoltre, dalla realizzazione di un sistema di incentivazione compiuto, coerente e stabile dipende anche il futuro del comparto industriale legato alle rinnovabili, che ha avuto negli ultimi anni un rilevante sviluppo nel nostro Paese; nel 2010, l'occupazione diretta e indiretta in Italia nei settori delle fonti rinnovabili e delle nuove tecnologie per la generazione distribuita è stata stimata tra i 110.000 e i 150.000 addetti, in gran parte giovani e con elevata specializzazione;

            studi recenti, inoltre, tra i quali uno elaborato dall'Osservatorio internazionale sull'industria e la finanza delle rinnovabili dell'università Bocconi e uno dall'Irex di Milano, hanno sottolineato quanto le rinnovabili abbiano assunto nell'economia italiana un ruolo strategico. Complessivamente, si valuta che i benefici netti delle rinnovabili proiettati a 20 anni si concretizzano in maggiore occupazione, mancato import di combustibili fossili, export netto nell'industria e riduzione di picco del prezzo dell'energia: benefici quantificabili in una cifra compresa tra i 400 milioni di euro (studio Irex) e alcuni miliardi di euro;

                    considerato che:

            l'Italia ha, nel corso degli anni, assunto una serie di rilevanti obblighi di carattere europeo ed internazionale (ratifica del protocollo di Kyoto, obiettivi del pacchetto clima-energia europeo, il cosiddetto 20-20-20) al fine di contribuire alla riduzione delle emissioni dannose per il clima, e il mancato contributo al raggiungimento di questi obiettivi comporta per ogni Paese inadempiente costi economici non indifferenti. Inoltre, l'Unione europea si è ulteriormente mossa in avanti, presentando, con la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni dell'8 marzo 2011, una "tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050" [COM (2011) 112 def.], ovvero le principali tappe finalizzate alla riduzione delle emissioni dei gas serra nel territorio dell'Unione europea entro il 2050, realizzata mediante l'efficienza energetica, l'innovazione e l'aumento degli investimenti;

            con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, si è data attuazione nell'ordinamento italiano alla direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, al fine di conseguire gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020; a tali scopi, sono stati stabiliti i criteri generali del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili nel nostro Paese a decorrere dal 1° gennaio 2013, rimandando tuttavia a decreti interministeriali la definizione delle modalità per l'attuazione di tali sistemi di incentivazione;

            i ritardi nell'elaborazione dei decreti attuativi hanno creato non pochi problemi al mondo produttivo legato al settore delle energie rinnovabili: si sono determinati infatti inevitabili ripercussioni sul sistema di investimenti nel settore, sulla programmazione e, conseguentemente, sull'occupazione; attualmente gli schemi di decreti (decreti ministeriali di incentivi a rinnovabili elettriche non fotovoltaiche e decreti ministeriali per incentivi al fotovoltaico, "V conto energia") sono pubblicati sul sito del Ministero dello sviluppo economico, e restano in attesa della valutazione della Conferenza unificata e dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas;

            sarebbe necessario, tuttavia, nella definitiva predisposizione dei decreti di attuazione, procedere ad una valutazione complessiva delle forme di incentivazione legata ad un'accurata ed approfondita indagine sulle ricadute che le stesse hanno sul versante industriale interno. La politica energetica è intrinsecamente connessa alla politica industriale, ed è necessario stabilire la necessaria correlazione tra le due anche e soprattutto nel momento della formulazione delle azioni di sostegno allo sviluppo del settore delle fonti rinnovabili, così da accompagnare il sistema di incentivi ad un progetto industriale chiaro, capace di creare valore aggiunto anche in ricerca, sviluppo tecnologico, occupazione,

                    impegna il Governo:

            1) ad impostare la questione dell'energia e dei regimi di incentivazione alle fonti rinnovabili nel quadro complessivo di una lungimirante politica industriale per il Paese, così da permettere uno sviluppo equilibrato in grado di garantire crescita sostenibile, sviluppo economico e produttivo, occupazione e competitività delle imprese, nel rispetto dell'ambiente, rilanciando i programmi strategici di "Industria 2015", in particolare sul risparmio energetico, sul ciclo della combustione e della generazione distribuita, massimizzando i risultati ottenuti anche con l'impiego del solare termodinamico;

            2) a sostenere lo sviluppo delle reti di trasmissione e di distribuzione cosiddette intelligenti, anche con l'impiego delle nuove tecnologie disponibili e coerenti con gli investimenti già effettuati (contatore elettronico presente su tutto il territorio nazionale);

            3) a sostenere lo sviluppo delle automobili ecologiche a bassa emissione e in particolare dell'automobile elettrica e dei connessi sistemi di accumulazione per valorizzare le produzioni marginali e ridurre le dissipazioni in rete, realizzando con ciò ottimizzazione dell'impiego dell'energia elettrica generata e maggiore efficienza nel sistema di generazione e distribuzione;

            4) a sostenere gli investimenti necessari per recuperare le perdite di rete, anche con l'utilizzo di trasformatori di nuova generazione;

            5) a procedere in tempi brevi alla convocazione di una conferenza nazionale sull'energia e l'ambiente, che coinvolga, assieme ai Ministri competenti, gli operatori e gli esperti del settore nonché esponenti della ricerca e del mondo scientifico, che contribuisca ad arricchire e ad aggiornare le strategie per la realizzazione di un sistema di approvvigionamento energetico sicuro, sostenibile ed economicamente vantaggioso;

            6) a definire sistemi di incentivazione stabili ed equilibrati, in grado di sostenere lo sviluppo dell'industria nazionale, e di garantire la giusta remunerazione degli investimenti effettuati nel settore delle rinnovabili;

            7) a prevedere specifiche modalità per incentivare in via prioritaria gli impianti di potenza non superiore a 200 KW di cui all'articolo 65, comma 3, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, realizzati da aziende agricole;

            8) a prevedere per gli impianti a biomasse e biogas, un'adeguata transizione tra il vecchio ed il nuovo sistema incentivante, anche prevedendo eventuali decurtazioni per ogni mese di proroga rispetto alla previgente data di decorrenza dell'applicazione del nuovo sistema, posta al 1° gennaio 2013.(1-00628) (08 maggio 2012)

V. testo 2

RUTELLI, BRUNO, MOLINARI, BAIO, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, RUSSO, STRANO. - Il Senato,

                    premesso che:

            per energia da fonti rinnovabili si intende, secondo il decreto legislativo n. 28 del 2001, l'energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili, rappresentata dall'energia solare, eolica, aerotermica, geotermica, idrotermica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas;

            il settore delle energie rinnovabili riveste un ruolo fondamentale nella produzione dell'energia elettrica non solo all'interno del nostro Paese ma anche a livello europeo e mondiale;

            in particolar modo, in Italia, la produzione di energia elettrica alimentata da fonti rinnovabili ha assunto un peso rilevante che, nell'anno 2010 e secondo i dati dell'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, ha raggiunto il 25,5 per cento dell'intera produzione di energia; mentre nel 2011 si è assistito ad un significativo incremento della produzione di energia da impianti fotovoltaici;

            a tal fine, quindi, è necessario che Governo e Parlamento collaborino, di concerto con i mercati del settore, per adattarsi ai cambiamenti della società e della tecnologia avanzata trovando, altresì, soluzioni innovative e rispondenti ai bisogni dei singoli cittadini;

            si rende necessario adeguare l'impatto del costo degli incentivi alle fonti rinnovabili sui consumatori finali non contrapponendo, però, la riduzione della bolletta elettrica al sostegno alle fonti rinnovabili, che nel nostro Paese hanno creato innovazione e occupazione, bensì puntando sull'efficienza e sul risparmio energetici;

                    considerato che:

            l'Italia ha aderito, secondo la direttiva europea 2009/28/CE, al pacchetto clima-energia "20-20-20", con lo scopo di creare le basi per avere uno scenario ambientale più sicuro e sostenibile attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e, quindi, ricorrendo alla produzione di energia alimentata da fonti rinnovabili;

            essendo stati definiti i due schemi di decreto ministeriale, in attuazione della disciplina sui sistemi incentivanti, relativi uno alle fonti energetiche rinnovabili diversi dal fotovoltaico e uno al solo fotovoltaico e di cui si attende la nota dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas e il parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, è importante effettuare un adeguato intervento correttivo mirando alla riduzione dei costi sostenuti dagli utenti finali ma, al contempo, considerando i vantaggi in termini di aumento del prodotto interno lordo e del gettito fiscale che derivano dalla stessa produzione di energia rinnovabile; inoltre, non bisogna dimenticare che si continuano a pagare tasse per il nucleare e che bisognerebbe adeguare questa spesa a nuovi canali di finanziamento per stabilizzare l'importante settore delle energie rinnovabili;

            secondo le stime, effettuate dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, per l'anno 2011 i costi derivanti dall'incentivazione diretta delle fonti energetiche rinnovabili ammonterebbero a circa 7 miliardi di euro, mentre nel 2012 tale stima salirebbe a quota 9,4 miliardi di euro, di cui 8,7 miliardi (che rappresentano il 93 per cento) coperti dalla componente tariffaria A3 della bolletta elettrica, mentre i restanti (7 per cento) coperti attraverso un aumento dei prezzi all'ingrosso di energia elettrica; inoltre la componente A3 finanzia altre voci di spesa, tra cui l'incentivazione degli impianti alimentati da fonti assimilate attraverso le convenzioni Cip n. 6/92 e che dovrebbero ammontare a circa 800 milioni di euro; infine, agli 8,4 miliardi di euro derivanti dalle incentivazioni dirette, occorre aggiungere le entrate relative al ritiro dedicato da parte del Gestore dei servizi energetici (GSE), ammontando sulla componente A3, complessivamente, a circa 10,5 miliardi di euro. Effettuando una stima per l'anno 2012 tali costi relativi alle incentivazioni dovrebbero essere compresi tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Ecco perché si rende necessario ponderare al meglio l'implementazione che verrà effettuata del contenuto del decreto legislativo n. 28 del 2011 attraverso i due decreti attuativi, attualmente all'esame dell'Autorità e della Conferenza unificata, circa gli incentivi alle fonti rinnovabili;

            nello specifico gli incentivi e i servizi, di cui possono usufruire i titolari di impianti a fonti rinnovabili, sono: 1) il conto energia, che rappresenta il meccanismo di incentivazione della produzione da fonte solare e che è arrivato alla quarta edizione disciplinata dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 e di cui si aspetta la quinta in corso di approvazione, le cui tariffe incentivanti dipendono dalla classe di potenza e dalla tipologia di integrazione dell'impianto; 2) i certificati verdi, disciplinati dal decreto legislativo n. 79 del 1999, che sono titoli annuali negoziabili che attestano la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e non sono cumulabili con le tariffe incentivanti del conto energia; 3) la tariffa onnicomprensiva, che è il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili alternativo ai certificati verdi, il cui valore include sia la componente incentivante che quella relativa alla remunerazione derivante dalla vendita dell'energia immessa nella rete elettrica; 4) il ritiro dedicato, che è un servizio offerto dal GSE, attivo dal 1° gennaio 2008, secondo cui viene ritirata tutta l'energia immessa in rete da un produttore che ne fa richiesta e a cui viene corrisposto un prezzo orario di mercato dell'energia elettrica della zona dove l'impianto è collocato; 5) lo scambio sul posto, che è un servizio offerto dal 1° gennaio 2009, per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili con potenza fino a 200 kW, che consente di valorizzare l'energia immessa in rete con quella prelevata dalla rete sulla base di un criterio di compensazione economica; 6) Cip6, che è un meccanismo di incentivazione, non più accessibile ai nuovi interventi, secondo cui il GSE ritira l'energia elettrica immessa in rete dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate e la vende in borsa, scaricando l'onere che ne deriva sulla componente A3;

            analizzando i dati pubblicati dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas nel mese di marzo 2012, si evince che, per l'anno 2010, relativamente al conto energia sono stati incentivati circa 773 milioni di euro rispetto ai 292 milioni dell'anno precedente; per quanto riguarda i certificati verdi, sempre nell'anno 2010, ne sono stati emessi più di 21 milioni con un costo pari a 1.892 milioni di euro; anche relativamente alla tariffa onnicomprensiva la produzione incentivata è più che raddoppiata rispetto al 2009, registrando 209 milioni di euro corrisposti nell'anno 2010; per quel che concerne il ritiro dedicato e lo scambio sul posto è stato fruito un corrispettivo pari a 800 milioni di euro; infine, relativamente al meccanismo del Cip6 la produzione incentivata è diminuita, passando da 1.240 milioni di euro nel 2009 a 1.079 milioni di euro nel 2010 e ciò è dovuto alla scadenza delle convenzioni esistenti e alla contestuale impossibilità di effettuarne di nuove;

            è importante sottolineare, inoltre, che la gestione dei meccanismi di incentivazione e di ritiro dell'energia elettrica genera costi e ricavi; nello specifico i costi sono legati all'incentivazione e all'acquisto dell'energia e dei certificati verdi, mentre i ricavi derivano dalla vendita dell'energia elettrica sul mercato; le risorse economiche necessarie per coprire gli oneri derivanti dalla differenza tra costi e ricavi sono prelevate dal conto per impianti da fonti rinnovabili e assimilate il quale è alimentato dalla componente tariffaria A3 delle bollette dei clienti finali per l'acquisto dell'energia elettrica; e, visto che, per l'anno 2010, la differenza tra costi (7,2 miliardi di euro) e ricavi (3,3 miliardi di euro) ha determinato un onere di 3,9 miliardi di euro, mentre il gettito della componente A3 è stato di 4,2 miliardi di euro, ne consegue un avanzo economico di circa 300 milioni di euro. Quindi, in tale contesto, sarebbe opportuno pianificare correttamente le relative operazioni ed evitare degli sprechi inutili e dannosi per l'intera società;

            inoltre, per quanto concerne gli impianti solari fotovoltaici, sembra corretto sottolineare che nonostante il Governo abbia accolto la richiesta dei produttori italiani nell'ottenere un incentivo maggiore per gli impianti prodotti all'interno dell'Unione europea (attraverso l'emanazione del decreto ministeriale 5 maggio 2011) ed essere, quindi, più competitivi nello scenario internazionale, in pratica è risultato essere più avvantaggiato il mercato extra europeo, in particolar modo quello asiatico; infatti nei Paesi extra europei il costo del lavoro è inferiore ed inoltre non è necessario ottenere una serie di certificazioni per la produzione di tali impianti che, invece, risultano essere obbligatorie all'interno del mercato europeo; quindi, di fatto, i Paesi extra europei riescono a beneficiare degli incentivi che originariamente erano stati stanziati per la filiera europea dell'industria fotovoltaica;

            sempre per quanto concerne i soli impianti fotovoltaici, lo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico, adottato di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, attualmente all'esame della Conferenza unificata (meglio noto come V conto energia), modificando il regime di ricorso al "registro degli impianti ammessi alle tariffe incentivanti" (art. 4), ha abbassato a 12 KW (comma 12) il limite di esenzione dall'iscrizione al registro stesso. Poiché lo stesso schema di decreto, tra le "Definizioni" (art. 2), non contempla più l'esenzione per i piccoli impianti all'iscrizione nel registro già richiamato, così come era previsto dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 art. 3 (Definizioni), comma 1, lettera u), secondo cui i «"piccoli impianti": sono gli impianti fotovoltaici realizzati su edifici che hanno una potenza non superiore a 1000 kW, gli altri impianti fotovoltaici con potenza non superiore a 200 kW operanti in regime di scambio sul posto, nonché gli impianti fotovoltaici di potenza qualsiasi realizzati su edifici ed aree delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001»;

            per effetto del combinato disposto delle due modifiche, le amministrazioni pubbliche si troverebbero nella condizione di dovere, anch'esse, sottostare alla procedura del registro che risulterebbe inconciliabile con le procedure di evidenza pubbliche necessarie all'affidamento delle procedure per gli appalti di opere e/o di servizi energetici;

            ritenuto che:

            puntando sull'efficienza energetica è possibile ridurre i consumi raggiungendo comunque gli obiettivi di politica ambientale, fissati per il 2020, con minori installazioni e di conseguenza con minori incentivi;

            l'Italia è ampiamente in anticipo rispetto agli obiettivi fissati dalla direttiva europea, essendo già arrivata a fine 2011 a una capacità installata equivalente a 94 TWh all'anno rispetto a 100 TWh all'anno di obiettivo al 2020, e avendo già prodotto una quota di energia verde pari al 10 per cento rispetto al totale di energia prodotta contro il 17 per cento previsto per il 2020;

            gli incentivi elargiti in Italia sono stati molto più elevati rispetto alla media europea, soprattutto per l'energia fotovoltaica, inoltre, anche dal punto di vista del ritorno economico sulla filiera italiana questi investimenti non sono risultati essere ottimali, in quanto si è puntato troppo su specifiche tecnologie che, attualmente, non vedono nel nostro Paese una leadership industriale;

            non sono stati previsti meccanismi di controllo per il contenimento dei volumi di installazione e ciò è degenerato nella realizzazione di troppi impianti (a tal proposito, infatti, quello italiano è risultata essere, nel 2011, il più grande mercato per la costruzione dei pannelli solari); al contempo, non si è tenuto conto del fatto che i costi per la costruzione di tali impianti, con il progresso tecnologico, hanno subito una diminuzione mentre gli incentivi sono stati in continuo aumento;

            tutto ciò, quindi, ha determinato un costo eccessivo ed ingiusto per il nostro Paese e soprattutto per i cittadini italiani che, attraverso le bollette, hanno sostenuto circa un quarto dei 9 miliardi di euro all'anno spesi per gli incentivi alle energie rinnovabili (di cui quasi 6 miliardi solo per il fotovoltaico); nello specifico l'aggravio per una famiglia tipo è di 120 euro all'anno che rappresenta circa il 23 per cento del costo complessivo di una bolletta media annua;

            il quadro normativo che disciplina tale settore, oltre tutto, è incerto e instabile e ciò disorienta le imprese italiane che, ogni anno, sono costrette ad adeguarsi alle nuove direttive, spesso divergenti dalle precedenti, e quindi non possono fare pianificazioni di lungo periodo,

                    impegna il Governo:

            1) a pianificare, con una strategica di medio/lungo periodo, il sistema degli incentivi definendo un percorso di coerenza generale che tuteli in maniera equilibrata sia i consumatori, a carico dei quali pesano gli incentivi alle energie rinnovabili, che i protagonisti della green economy i quali sperimentano le nuove tecnologie e sono i beneficiari degli incentivi;

            2) a rendere più stringenti ed efficaci i controlli, all'interno dell'industria fotovoltaica, in modo da garantire che i beneficiari dei relativi incentivi siano effettivamente gli imprenditori europei e non quelli del mercato extra europeo;

            3) a ripristinare l'art. 3, comma 1, lettera u), del decreto ministeriale 5 maggio 2011, almeno con riferimento agli impianti fotovoltaici di potenza contenuta nei 200 kw realizzati su edifici ed aree delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001;

            4) a non richiedere l'iscrizione nel registro, di cui all'art. 4 del decreto ministeriale 5 maggio 2011, degli impianti fotovoltaici utilizzati con il meccanismo dello "scambio sul posto" in alternativa alle "tariffe incentivanti", avendone stabilito l'alternatività dei benefici nell'art. 12, comma 5, dello schema di decreto, e in quanto non concorre ad incrementare il plafond massimo di risorse utilizzabili;

            5) infine, ad istituire una sede di confronto tra Parlamento, Governo, operatori del settore e associazioni dei consumatori al fine di rivalutare, in maniera calibrata, gli interventi a sostegno dell'intero settore dell'energia rinnovabile, non solo dal punto di vista degli incentivi ma anche dal punto di vista regolamentare; a tal proposito, infatti, occorre dare tempi e modalità di azione certi non solo agli imprenditori italiani ma anche a tutti i cittadini che fanno uso di tale energia, fornendo loro una valida e sicura guida di riferimento in modo che siano motivati nel continuare a contribuire allo sviluppo di questo importantissimo settore e, nello stesso tempo, che si sentano tutelati da una normativa sicura e precisa; tutto ciò, inoltre, dovrebbe essere fatto ponderando bene tutte le scelte da attuare al fine di creare solide basi per una crescita sostenibile del Paese senza sottovalutare le ripercussioni ambientali e socio-culturali del fenomeno.

(1-00628) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

RUTELLI, BRUNO, MOLINARI, BAIO, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, RUSSO, STRANO. - Il Senato,

                    premesso che:

            per energia da fonti rinnovabili si intende, secondo il decreto legislativo n. 28 del 2001, l'energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili, rappresentata dall'energia solare, eolica, aerotermica, geotermica, idrotermica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas;

            il settore delle energie rinnovabili riveste un ruolo fondamentale nella produzione dell'energia elettrica non solo all'interno del nostro Paese ma anche a livello europeo e mondiale;

            in particolar modo, in Italia, la produzione di energia elettrica alimentata da fonti rinnovabili ha assunto un peso rilevante che, nell'anno 2010 e secondo i dati dell'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, ha raggiunto il 25,5 per cento dell'intera produzione di energia; mentre nel 2011 si è assistito ad un significativo incremento della produzione di energia da impianti fotovoltaici;

            a tal fine, quindi, è necessario che Governo e Parlamento collaborino, di concerto con i mercati del settore, per adattarsi ai cambiamenti della società e della tecnologia avanzata trovando, altresì, soluzioni innovative e rispondenti ai bisogni dei singoli cittadini;

            si rende necessario adeguare l'impatto del costo degli incentivi alle fonti rinnovabili sui consumatori finali non contrapponendo, però, la riduzione della bolletta elettrica al sostegno alle fonti rinnovabili, che nel nostro Paese hanno creato innovazione e occupazione, bensì puntando sull'efficienza e sul risparmio energetici;

                    considerato che:

            l'Italia ha aderito, secondo la direttiva europea 2009/28/CE, al pacchetto clima-energia "20-20-20", con lo scopo di creare le basi per avere uno scenario ambientale più sicuro e sostenibile attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e, quindi, ricorrendo alla produzione di energia alimentata da fonti rinnovabili;

            essendo stati definiti i due schemi di decreto ministeriale, in attuazione della disciplina sui sistemi incentivanti, relativi uno alle fonti energetiche rinnovabili diversi dal fotovoltaico e uno al solo fotovoltaico e di cui si attende la nota dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas e il parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, è importante effettuare un adeguato intervento correttivo mirando alla riduzione dei costi sostenuti dagli utenti finali ma, al contempo, considerando i vantaggi in termini di aumento del prodotto interno lordo e del gettito fiscale che derivano dalla stessa produzione di energia rinnovabile; inoltre, non bisogna dimenticare che si continuano a pagare tasse per il nucleare e che bisognerebbe adeguare questa spesa a nuovi canali di finanziamento per stabilizzare l'importante settore delle energie rinnovabili;

            secondo le stime, effettuate dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, per l'anno 2011 i costi derivanti dall'incentivazione diretta delle fonti energetiche rinnovabili ammonterebbero a circa 7 miliardi di euro, mentre nel 2012 tale stima salirebbe a quota 9,4 miliardi di euro, di cui 8,7 miliardi (che rappresentano il 93 per cento) coperti dalla componente tariffaria A3 della bolletta elettrica, mentre i restanti (7 per cento) coperti attraverso un aumento dei prezzi all'ingrosso di energia elettrica; inoltre la componente A3 finanzia altre voci di spesa, tra cui l'incentivazione degli impianti alimentati da fonti assimilate attraverso le convenzioni Cip n. 6/92 e che dovrebbero ammontare a circa 800 milioni di euro; infine, agli 8,4 miliardi di euro derivanti dalle incentivazioni dirette, occorre aggiungere le entrate relative al ritiro dedicato da parte del Gestore dei servizi energetici (GSE), ammontando sulla componente A3, complessivamente, a circa 10,5 miliardi di euro. Effettuando una stima per l'anno 2012 tali costi relativi alle incentivazioni dovrebbero essere compresi tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Ecco perché si rende necessario ponderare al meglio l'implementazione che verrà effettuata del contenuto del decreto legislativo n. 28 del 2011 attraverso i due decreti attuativi, attualmente all'esame dell'Autorità e della Conferenza unificata, circa gli incentivi alle fonti rinnovabili;

            nello specifico gli incentivi e i servizi, di cui possono usufruire i titolari di impianti a fonti rinnovabili, sono: 1) il conto energia, che rappresenta il meccanismo di incentivazione della produzione da fonte solare e che è arrivato alla quarta edizione disciplinata dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 e di cui si aspetta la quinta in corso di approvazione, le cui tariffe incentivanti dipendono dalla classe di potenza e dalla tipologia di integrazione dell'impianto; 2) i certificati verdi, disciplinati dal decreto legislativo n. 79 del 1999, che sono titoli annuali negoziabili che attestano la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e non sono cumulabili con le tariffe incentivanti del conto energia; 3) la tariffa onnicomprensiva, che è il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili alternativo ai certificati verdi, il cui valore include sia la componente incentivante che quella relativa alla remunerazione derivante dalla vendita dell'energia immessa nella rete elettrica; 4) il ritiro dedicato, che è un servizio offerto dal GSE, attivo dal 1° gennaio 2008, secondo cui viene ritirata tutta l'energia immessa in rete da un produttore che ne fa richiesta e a cui viene corrisposto un prezzo orario di mercato dell'energia elettrica della zona dove l'impianto è collocato; 5) lo scambio sul posto, che è un servizio offerto dal 1° gennaio 2009, per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili con potenza fino a 200 kW, che consente di valorizzare l'energia immessa in rete con quella prelevata dalla rete sulla base di un criterio di compensazione economica; 6) Cip6, che è un meccanismo di incentivazione, non più accessibile ai nuovi interventi, secondo cui il GSE ritira l'energia elettrica immessa in rete dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate e la vende in borsa, scaricando l'onere che ne deriva sulla componente A3;

            analizzando i dati pubblicati dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas nel mese di marzo 2012, si evince che, per l'anno 2010, relativamente al conto energia sono stati incentivati circa 773 milioni di euro rispetto ai 292 milioni dell'anno precedente; per quanto riguarda i certificati verdi, sempre nell'anno 2010, ne sono stati emessi più di 21 milioni con un costo pari a 1.892 milioni di euro; anche relativamente alla tariffa onnicomprensiva la produzione incentivata è più che raddoppiata rispetto al 2009, registrando 209 milioni di euro corrisposti nell'anno 2010; per quel che concerne il ritiro dedicato e lo scambio sul posto è stato fruito un corrispettivo pari a 800 milioni di euro; infine, relativamente al meccanismo del Cip6 la produzione incentivata è diminuita, passando da 1.240 milioni di euro nel 2009 a 1.079 milioni di euro nel 2010 e ciò è dovuto alla scadenza delle convenzioni esistenti e alla contestuale impossibilità di effettuarne di nuove;

            è importante sottolineare, inoltre, che la gestione dei meccanismi di incentivazione e di ritiro dell'energia elettrica genera costi e ricavi; nello specifico i costi sono legati all'incentivazione e all'acquisto dell'energia e dei certificati verdi, mentre i ricavi derivano dalla vendita dell'energia elettrica sul mercato; le risorse economiche necessarie per coprire gli oneri derivanti dalla differenza tra costi e ricavi sono prelevate dal conto per impianti da fonti rinnovabili e assimilate il quale è alimentato dalla componente tariffaria A3 delle bollette dei clienti finali per l'acquisto dell'energia elettrica; e, visto che, per l'anno 2010, la differenza tra costi (7,2 miliardi di euro) e ricavi (3,3 miliardi di euro) ha determinato un onere di 3,9 miliardi di euro, mentre il gettito della componente A3 è stato di 4,2 miliardi di euro, ne consegue un avanzo economico di circa 300 milioni di euro. Quindi, in tale contesto, sarebbe opportuno pianificare correttamente le relative operazioni ed evitare degli sprechi inutili e dannosi per l'intera società;

            inoltre, per quanto concerne gli impianti solari fotovoltaici, sembra corretto sottolineare che nonostante il Governo abbia accolto la richiesta dei produttori italiani nell'ottenere un incentivo maggiore per gli impianti prodotti all'interno dell'Unione europea (attraverso l'emanazione del decreto ministeriale 5 maggio 2011) ed essere, quindi, più competitivi nello scenario internazionale, in pratica è risultato essere più avvantaggiato il mercato extra europeo, in particolar modo quello asiatico; infatti nei Paesi extra europei il costo del lavoro è inferiore ed inoltre non è necessario ottenere una serie di certificazioni per la produzione di tali impianti che, invece, risultano essere obbligatorie all'interno del mercato europeo; quindi, di fatto, i Paesi extra europei riescono a beneficiare degli incentivi che originariamente erano stati stanziati per la filiera europea dell'industria fotovoltaica;

            sempre per quanto concerne i soli impianti fotovoltaici, lo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico, adottato di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, attualmente all'esame della Conferenza unificata (meglio noto come V conto energia), modificando il regime di ricorso al "registro degli impianti ammessi alle tariffe incentivanti" (art. 4), ha abbassato a 12 KW (comma 12) il limite di esenzione dall'iscrizione al registro stesso. Poiché lo stesso schema di decreto, tra le "Definizioni" (art. 2), non contempla più l'esenzione per i piccoli impianti all'iscrizione nel registro già richiamato, così come era previsto dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 art. 3 (Definizioni), comma 1, lettera u), secondo cui i «"piccoli impianti": sono gli impianti fotovoltaici realizzati su edifici che hanno una potenza non superiore a 1000 kW, gli altri impianti fotovoltaici con potenza non superiore a 200 kW operanti in regime di scambio sul posto, nonché gli impianti fotovoltaici di potenza qualsiasi realizzati su edifici ed aree delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001»;

            per effetto del combinato disposto delle due modifiche, le amministrazioni pubbliche si troverebbero nella condizione di dovere, anch'esse, sottostare alla procedura del registro che risulterebbe inconciliabile con le procedure di evidenza pubbliche necessarie all'affidamento delle procedure per gli appalti di opere e/o di servizi energetici;

            ritenuto che:

            puntando sull'efficienza energetica è possibile ridurre i consumi raggiungendo comunque gli obiettivi di politica ambientale, fissati per il 2020, con minori installazioni e di conseguenza con minori incentivi;

            l'Italia è ampiamente in anticipo rispetto agli obiettivi fissati dalla direttiva europea, essendo già arrivata a fine 2011 a una capacità installata equivalente a 94 TWh all'anno rispetto a 100 TWh all'anno di obiettivo al 2020, e avendo già prodotto una quota di energia verde pari al 10 per cento rispetto al totale di energia prodotta contro il 17 per cento previsto per il 2020;

            gli incentivi elargiti in Italia sono stati molto più elevati rispetto alla media europea, soprattutto per l'energia fotovoltaica, inoltre, anche dal punto di vista del ritorno economico sulla filiera italiana questi investimenti non sono risultati essere ottimali, in quanto si è puntato troppo su specifiche tecnologie che, attualmente, non vedono nel nostro Paese una leadership industriale;

            non sono stati previsti meccanismi di controllo per il contenimento dei volumi di installazione e ciò è degenerato nella realizzazione di troppi impianti (a tal proposito, infatti, quello italiano è risultata essere, nel 2011, il più grande mercato per la costruzione dei pannelli solari); al contempo, non si è tenuto conto del fatto che i costi per la costruzione di tali impianti, con il progresso tecnologico, hanno subito una diminuzione mentre gli incentivi sono stati in continuo aumento;

            tutto ciò, quindi, ha determinato un costo eccessivo ed ingiusto per il nostro Paese e soprattutto per i cittadini italiani che, attraverso le bollette, hanno sostenuto circa un quarto dei 9 miliardi di euro all'anno spesi per gli incentivi alle energie rinnovabili (di cui quasi 6 miliardi solo per il fotovoltaico); nello specifico l'aggravio per una famiglia tipo è di 120 euro all'anno che rappresenta circa il 23 per cento del costo complessivo di una bolletta media annua;

            il quadro normativo che disciplina tale settore, oltre tutto, è incerto e instabile e ciò disorienta le imprese italiane che, ogni anno, sono costrette ad adeguarsi alle nuove direttive, spesso divergenti dalle precedenti, e quindi non possono fare pianificazioni di lungo periodo,

                    impegna il Governo:

            1) a pianificare, con una strategica di medio/lungo periodo, il sistema degli incentivi definendo un percorso di coerenza generale che tuteli in maniera equilibrata sia i consumatori, a carico dei quali pesano gli incentivi alle energie rinnovabili, che i protagonisti della green economy i quali sperimentano le nuove tecnologie e sono i beneficiari degli incentivi;

            2) a rendere più stringenti ed efficaci i controlli, all'interno dell'industria fotovoltaica, in modo da garantire che i beneficiari dei relativi incentivi siano effettivamente gli imprenditori europei e non quelli del mercato extra europeo;

            3) a non richiedere l'iscrizione nel registro, di cui all'art. 4 del decreto ministeriale 5 maggio 2011, degli impianti fotovoltaici utilizzati con il meccanismo dello "scambio sul posto" in alternativa alle "tariffe incentivanti", avendone stabilito l'alternatività dei benefici nell'art. 12, comma 5, dello schema di decreto, e in quanto non concorre ad incrementare il plafond massimo di risorse utilizzabili;

            4) infine, ad istituire una sede di confronto tra Parlamento, Governo, operatori del settore e associazioni dei consumatori al fine di rivalutare, in maniera calibrata, gli interventi a sostegno dell'intero settore dell'energia rinnovabile, non solo dal punto di vista degli incentivi ma anche dal punto di vista regolamentare; a tal proposito, infatti, occorre dare tempi e modalità di azione certi non solo agli imprenditori italiani ma anche a tutti i cittadini che fanno uso di tale energia, fornendo loro una valida e sicura guida di riferimento in modo che siano motivati nel continuare a contribuire allo sviluppo di questo importantissimo settore e, nello stesso tempo, che si sentano tutelati da una normativa sicura e precisa; tutto ciò, inoltre, dovrebbe essere fatto ponderando bene tutte le scelte da attuare al fine di creare solide basi per una crescita sostenibile del Paese senza sottovalutare le ripercussioni ambientali e socio-culturali del fenomeno.

(1-00629) (08 maggio 2012)

V. testo 2

LI GOTTI, BUGNANO, BELISARIO, CARLINO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,

                    premesso che:

            a livello mondiale la domanda di energia prodotta da fonti rinnovabili è in aumento, mentre in Europa cresce in modo modesto;

            il recente rapporto Energia e Ambiente 2009-2010 dell'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente (Enea), presentato nel mese di aprile 2012, evidenzia come, nonostante le vicende della crisi internazionale, la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili a livello mondiale ha conosciuto uno sviluppo straordinario lungo tutto il quinquennio 2005-2010. Gli investimenti mondiali in tecnologie per le rinnovabili hanno fatto registrare nel 2010 un valore complessivo di 211 miliardi di dollari (con un incremento del 32 per cento rispetto al 2009 e circa 10 volte rispetto al 2004, anno nel quale è iniziato il decollo). Complessivamente le tecnologie del settore hanno fatto registrare nel periodo 2005-2010 una accelerazione negli scambi commerciali ad un tasso di incremento medio annuo pari a circa 5 volte quello del settore manifatturiero. Nell'Unione europea l'adeguamento dell'offerta produttiva interna in questo settore è risultato insufficiente a soddisfare una domanda che si è più che decuplicata tra il 2005 e il 2010;

            in questo contesto, secondo il rapporto Enea, la situazione italiana risulta particolarmente critica, in quanto nel Paese la crescita della quota delle rinnovabili non è stata affiancata da una politica di sostegno dell'industria capace di stimolare la nascita di una filiera industriale made in Italy. Inoltre, il settore ha sofferto della mancanza di risorse pubbliche impiegate nella ricerca e nell'innovazione tecnologica, diversamente da quanto è accaduto in altri Paesi europei;

            nel rapporto si ribadisce, tra l'altro, la necessità di puntare sulla diversificazione delle fonti, su una maggiore diffusione delle rinnovabili e sul potenziamento di un sistema di smart grids, sull'incentivazione dell'efficienza energetica e sul risparmio di energia nel settore residenziale e industriale, effettuando scelte strategiche in questi campi, orientate alla promozione della green economy;

            rilevato che:

            l'11 aprile 2012 il Ministro dello sviluppo economico, con i Ministri dell'ambiente e delle politiche agricole alimentari e forestali, ha presentato due schemi di decreto adottati in attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011, che introdurranno un nuovo meccanismo di incentivazione: il decreto interministeriale recante il "V Conto Energia" e il decreto interministeriale per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Il Governo auspica che tali strumenti possano permettere il raggiungimento di tre obiettivi: 1) superare ampiamente gli obiettivi europei "20-20-20"; 2) ridurre gli sprechi e gli oneri eccessivi sulla bolletta; 3) favorire lo sviluppo della filiera economica italiana. Su tali provvedimenti verrà sentita l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas e dovrà essere acquisito il parere della Conferenza unificata, di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;

            secondo il Governo le rinnovabili elettriche hanno un'efficacia inferiore rispetto alle rinnovabili termiche o ad efficienza energetica, e gli attuali incentivi ad esse destinati sono di molto superiori agli standard europei. Il livello elevato di incentivazione avrebbe determinato una vera esplosione degli impianti installati, in particolar modo nel fotovoltaico. Nel corso della presentazione è stato infatti ribadito che l'approccio finora seguito non è stato ottimale, soprattutto in termini di costi per il Paese che si rifletterebbero sulla bolletta elettrica dei cittadini;

            gli incentivi per il fotovoltaico si stanno approssimando al livello di 6 miliardi di euro annui, cui vanno aggiunti circa 3 miliardi per le altre fonti rinnovabili, e 1,3 miliardi per le cosiddette assimilate in virtù del meccanismo CIP6. Tuttavia la diffusione capillare degli impianti su edifici residenziali, piccole aziende e anche impianti di media taglia ha beneficiato negli ultimi 6 anni di incentivazione di una quota in denaro pari a 1.960.304.000 euro, a fronte di una spesa di 3,8 miliardi per i grandi impianti. Nel complesso, si può calcolare che gli oneri in bolletta attribuibili a tutte le rinnovabili elettriche corrispondano a circa il 10 per cento, a fronte però del fatto che un chilowattora su 3 prodotto in Italia è generato dalle rinnovabili, facendo registrare una diminuzione di importazioni di fonti fossili ed un miglioramento del livello di emissioni e inquinamento;

            un approccio di questo tipo, tuttavia, rischia di essere riduttivo e parziale. Infatti, se da un lato è comprensibile e condivisibile la necessità di riequilibrare gli incentivi, anche a favore delle fonti energetiche non elettriche, occorrerebbe una visione più articolata e di più ampio periodo. Al forte sviluppo delle rinnovabili sono infatti legati anche vantaggi economici molto significativi;

            le energie rinnovabili, se da un lato incidono, a causa degli incentivi, sulle componenti della bolletta elettrica, dall'altro contribuiscono a ridurla, grazie al cosiddetto effetto peak shaving. In pratica le fonti alternative hanno contribuito a calmierare il prezzo dell'elettricità nelle ore di maggiore richiesta, che coincidono con quelle di maggiore insolazione, tanto che oggi il picco del prezzo dell'energia elettrica delle ore centrali della giornata è scomparso;

            secondo "l'IREX Annual Report 2012", l'effetto di peak shaving ha consentito di risparmiare in bolletta, nel 2011, circa 400 milioni di euro. Si può supporre che questo effetto sia ancora più significativo per l'anno in corso, considerato il quantitativo ulteriore di potenza installata. In base alle risultanze del predetto studio, i vantaggi economici legati a occupazione, riduzione delle emissioni di CO2, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e benefici legati all'indotto e alla crescita del prodotto interno lordo, sarebbero superiori agli svantaggi legati, essenzialmente, ai costi degli incentivi;

            nel merito, il V Conto Energia dispone l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante per il fotovoltaico al superamento della soglia di 6 miliardi di euro di incentivi (previsto tra luglio e ottobre prossimi). Sarà l'Autorità per l'energia elettrica e il gas a stabilire con delibera la data esatta di raggiungimento di tale costo. Il nuovo conto si applicherà decorsi 30 giorni dalla delibera, ma comunque non prima del 1° luglio 2012. Alla medesima data cesserà di avere validità il IV Conto Energia, con l'eccezione dei grandi impianti iscritti in posizione utile nei registri. Il meccanismo di entrata in vigore del nuovo sistema appare per certi versi farraginoso e soprattutto suscettibile di generare incertezza per gli investimenti nel settore, non potendosi fare affidamento a priori su una data certa per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante;

            nello schema di decreto, si dispone la limitazione della spesa del costo annuo degli incentivi ad un massimo di 80 milioni di euro a semestre, con l'aggiunta di 10 milioni ciascuno per impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative e impianti fotovoltaici a concentrazione. Si prevede altresì che gli impianti fotovoltaici a concentrazione, per beneficiare delle tariffe incentivanti, devono avere un fattore di concentrazione pari almeno a 10 soli. Non è chiaro sulla base di quali valutazioni si sia scelto tale valore di riferimento, escludendo in tal modo la bassa concentrazione dall'accesso agli incentivi;

            viene introdotto un sistema di controllo e governo dei volumi installati e della relativa spesa complessiva, attraverso un meccanismo di aste competitive per i grandi impianti (superiori a 5 MW) e tramite registri di prenotazione per gli impianti di taglia medio-piccola. Sono invece esclusi dall'iscrizione nei registri i micro impianti (di dimensioni inferiori ai 12 kW). Il costo sostenuto per incentivare tali ultimi impianti viene comunque detratto dal costo indicativo annuo dei semestri successivi al primo. Nei semestri successivi al primo, il limite di spesa annuo di ottanta milioni sarà intaccato da tutti i piccolissimi impianti (sotto i 12 kW) che non sono tenuti all'iscrizione in alcun registro. È quindi probabile che l'incentivo concesso ad impianti sotto i 12 kW penalizzerà sul mercato anche gli impianti di taglia medio-piccola, con un'inevitabile contrazione della potenza installata;

            l'introduzione dei registri comporta la definizione di criteri di priorità volti all'istituzione di una graduatoria per l'iscrizione agli stessi registri. Tale graduatoria si formerà applicando in ordine gerarchico, i seguenti criteri di priorità: 1) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore, con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 2) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore; 3) impianti su edifici con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 4) impianti per i quali il soggetto interessato richiede una tariffa ridotta del 5 per cento rispetto a quella vigente alla data di entrata in esercizio; 5) impianti ubicati, nell'ordine, in siti contaminati; 6) impianti di potenza non superiore a 200 kW asserviti ad azienda agricola; 7) impianti senza limite di potenza realizzati da Comuni con meno di 5.000 residenti; 8) impianti realizzati su pergole o tettoie o serre; e, solo a seguire, il resto degli impianti, per i quali varrà il seguente ordine di priorità: precedenza della data del titolo autorizzativo; minore potenza dell'impianto; precedenza della data di richiesta di iscrizione al registro;

            con riferimento ai requisiti degli impianti che possono accedere alle tariffe incentivanti emerge come, da un lato, non compaiano tra essi gli impianti con moduli collocati a terra in aree industriali, scelta, quest'ultima, del tutto incomprensibile; e dall'altro come, sebbene il riferimento alla presenza di amianto si collochi al primo e terzo posto nei criteri di priorità per stilare la graduatoria del registro, sia stata del tutto eliminata la tariffa premio precedentemente prevista per lo smaltimento dello stesso materiale;

            si deve altresì rilevare che, al fine di salvaguardare gli impianti in fase avanzata di realizzazione, quindi in deroga ai criteri di priorità e limitatamente al primo semestre di applicazione, la graduatoria appare formata applicando, in ordine gerarchico come primo criterio, la precedenza della data di entrata in esercizio. Così, nel primo semestre la priorità andrebbe agli impianti già allacciati, ovvero a quelli in fase finale di realizzazione, che, non riuscendo più a rientrare nel IV Conto Energia, avranno la priorità nel V Conto Energia. Tale soluzione pare comunque restrittiva. Sarebbe stato auspicabile quanto meno far rientrare nel IV Conto Energia gli impianti per i quali l'Enel abbia ricevuto la certificazione cosiddetta di "fine lavori" in data antecedente alla data di entrata in vigore del decreto, così da tutelare l'intero investimento di chi ha operato nel pieno del IV Conto Energia dal taglio delle tariffe;

            non è stata prevista, quindi, alcuna misura di semplificazione volta a ridurre i costi sostenuti dal settore a causa della burocrazia, ma si è invece proceduto ad introdurre ulteriori meccanismi quali le aste, i contingenti annuali di potenza per i nuovi impianti e per i rifacimenti di quelli esistenti, l'introduzione dei registri anche per gli impianti di piccola taglia, l'imposizione di oneri aggiuntivi per il funzionamento del Gestore dei servizi energetici - GSE (ben 0,1 centesimi di euro a kWh, ovvero un euro ogni MWh prodotto), oltre a livelli di incentivazione insufficienti;

            rispetto alle tariffe previste dal IV Conto Energia per il secondo semestre 2012, il taglio medio delle tariffe si attesterebbe intorno al 50 per cento. Lo schema di decreto in esame presenta dunque, per la sua attuale formulazione e tempistica applicativa, effetti fortemente destabilizzanti per l'intero settore - tra l'altro già fortemente colpito nell'ultimo anno, ad opera del precedente Esecutivo, da numerose e penalizzanti modifiche al sistema di incentivazione -, in quanto contiene misure decisamente restrittive per lo sviluppo del mercato, senza neppure un'adeguata fase transitoria;

            con riferimento allo schema di decreto che interviene sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche, si prevede che il cumulo degli incentivi destinati a tutte le tipologie degli impianti da fonte rinnovabile, con esclusione di quelli fotovoltaici, non potrà superare i 5,5 miliardi di euro annui; sarà il GSE ad individuare se il tetto massimo è stato raggiunto, aggiornando e pubblicando periodicamente il costo indicativo cumulato degli incentivi erogati. Continueranno ad accedere ai certificati verdi gli impianti che entreranno in esercizio entro il 2012, ma cambierà il prezzo di ritiro degli stessi certificati. Maggiori cambiamenti di sistema sono previsti per gli impianti che entreranno in esercizio dal 2013. Va sottolineato inoltre il rinvio del pagamento dei certificati verdi relativi alla produzione elettrica effettivamente immessa in rete per il 2011, pagamento che anziché essere effettuato in un'unica soluzione a giugno, avverrà in tre tranche tra giugno e dicembre;

            per gli impianti di potenza superiore ai 20 MW è previsto il meccanismo delle aste a ribasso per ottenere gli incentivi. Per la prima procedura d'asta il bando sarà pubblicato entro il 31 luglio 2012, ed entro il 31 luglio di ogni anno per i periodi successivi. Potranno iscriversi alle aste solo gli impianti autorizzati e, trattandosi di procedure al ribasso, vinceranno le aziende che chiederanno incentivi più bassi. A chi perde l'asta non verrà riconosciuto nemmeno il valore minimo dell'incentivo;

            l'impatto delle norme recate dai due provvedimenti, considerati nella loro globalità, non potrà che contrastare palesemente con gli obiettivi europei in tema di energie rinnovabili e ancor di più con gli stessi obiettivi annunciati dal Governo, in primis quello di superare gli obiettivi europei. Si deve constatare che, ancora una volta, si introducono nuovi oneri su impianti esistenti, impedendo una corretta programmazione degli investimenti, mentre allo stesso tempo non si interviene - come richiesto più volte dal Gruppo Italia dei Valori in numerosi atti di sindacato ispettivo - sull'eliminazione di oneri impropri gravanti sulla bolletta elettrica;

            l'eventuale adozione, senza modifiche, di questi decreti assesterà un duro colpo alle aziende del comparto delle rinnovabili e dell'efficienza energetica che rischieranno in molti casi il fallimento - con le evidenti e pesanti ricadute occupazionali - e comporterà la fuga dei capitali stranieri, che in questo contesto certamente non sceglieranno di investire nel nostro Paese, pregiudicandone lo sviluppo;

            diverse Regioni hanno già preso posizioni apertamente critiche nei confronti dei due provvedimenti. La consultazione con gli enti locali in fase di stesura, d'altra parte, è totalmente mancata. Vista la mancata possibilità di sviluppare qualsiasi confronto preventivo con il Governo sui decreti riferiti al "V Conto energia" e alle "Rinnovabili elettriche non fotovoltaiche", anche le organizzazioni sindacali Cgil Cisl e Uil hanno presentato al Coordinamento delle Regioni una serie di considerazioni e proposte di modifica ai decreti citati, tenuto conto delle ricadute occupazionali che si produrrebbero in un settore che invece ha dimostrato di poter crescere anche in una fase economica avversa;

            si deve inoltre constatare la persistente mancata adozione di un sistema di incentivazione adeguato per le altre fonti rinnovabili pulite, che presentano profili ancora minori di impatto ambientale e più ampi margini di sviluppo ed innovazione tecnologica, quali, ad esempio, gli impianti sperimentali geotermici a bassa entalpia - irragionevolmente penalizzati rispetto ad analoghi impianti - o gli impianti solari termodinamici di piccola taglia, per l'incentivazione dei quali l'articolo 4 dello schema di decreto sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche rinvia ad un successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico l'eventuale adozione di provvedimenti in tal senso;

            occorre altresì constatare che la politica energetica sinora perseguita si è orientata prevalentemente al taglio degli incentivi, senza al contempo investire in grandi progetti di ricerca quali quelli relativi allo sviluppo del solare a concentrazione, tecnologia che, oltre a costituire un vantaggio in termini di redditività dell'investimento, potrebbe rilanciare - come nel caso del progetto Desertec, sul sostegno al quale si registra un preoccupante silenzio - lo sviluppo della filiera termodinamica italiana e la produzione di energia pulita necessaria al mantenimento ed al benessere del nostro pianeta, concorrendo sinergicamente con tutte le altre fonti energetiche rinnovabili al raggiungimento dell'obiettivo nazionale 20-20-20;

                    considerato che:

            secondo quanto affermato nel report "Global Policy Tracker" della Deutsche Bank, in cui si analizzano le politiche dei vari Paesi sulla riduzione della CO2, a causa dei tagli agli incentivi e alla mancanza di politiche adeguate, l'Italia difficilmente riuscirà ad arrivare a quel 17 per cento che è l'obiettivo per il 2020, e ci si aspetta che sia uno dei sei Paesi in Europa che non raggiungeranno i loro obiettivi per il 2020. Il nostro Paese sarà costretto di conseguenza a importare dall'estero energia prodotta da rinnovabili per non incorrere nelle sanzioni dell'Europa;

            emerge chiaramente dalle ultime norme contenute nel decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, recante "Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività", e nel decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, recante "Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo", che la strategia del Governo in campo energetico tende nettamente a favorire l'estrazione di idrocarburi, gas e metano, nazionali, a discapito proprio delle energie pulite e rinnovabili;

            il Ministro dello sviluppo economico, nell'ambito dell'audizione presso la 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato il 26 aprile 2012, ha infatti lasciato agli atti un intervento nel quale si afferma che: "Non tutti sanno che l'Italia ha ingenti riserve di gas e petrolio, Una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi rapidi consentendo di soddisfare potenzialmente circa il 20 per cento dei consumi (dal 10 per cento attuale)". Il Ministro ha altresì spiegato che intende "muoversi decisamente in questa direzione che potrebbe consentire di "attivare 15 miliardi di euro di investimenti";

            appare evidente, anche alla luce di quanto precedentemente riportato, che non si può, ad oggi, rinvenire nell'azione di Governo una programmazione energetica nazionale in senso proprio, con l'effetto di sottovalutare così l'importanza che la stessa programmazione assume in relazione alla molteplicità dei suoi obiettivi. Non solo, infatti, essa rileva ai fini dello sfruttamento razionale ed efficiente delle risorse, ma ha anche forti ricadute in ambito ambientale, sociale e strategico. Da tempo, invece, sono rintracciabili in campo energetico solo piani di settore. La pianificazione riferita alle energie rinnovabili è praticamente una ricognizione dell'esistente a cui non si affiancano precise azioni programmatorie per il futuro. Non sono stati predisposti, inoltre, specifici piani per ogni tipo di fonte rinnovabile,

                    impegna il Governo:

            1) a procedere con urgenza alla definizione, condivisa e trasparente, di una strategia energetica nazionale che non si fondi sulle fonti fossili, ma sulla pianificazione della promozione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, in vista del raggiungimento degli obiettivi europei;

            2) ad integrare con modalità più efficaci le politiche sulle rinnovabili con le politiche per l'efficienza energetica;

            3) ad adottare una strategia di sostegno stabile e trasparente alla produzione di energia da fonti rinnovabili che garantisca certezza agli operatori del settore, evitando ciclicamente l'adozione di misure che blocchino o penalizzino gli investimenti già avviati;

            4) ad agevolare il ricorso al credito bancario da parte degli operatori del settore, mediante l'istituzione di strumenti di garanzia o fondi rotativi destinati alla realizzazione di impianti di piccola taglia per la produzione di energia da fonte rinnovabile;

            5) a valutare la sostituzione dello strumento dei registri con l'introduzione di un meccanismo di riduzione della tariffa contemperata al volume delle installazioni;

            6) nell'ambito dello schema di decreto recante il "V Conto Energia":

            a) ad elevare il limite di spesa all'incentivazione, fissato dal decreto a 500 milioni di euro, al fine di sostenere lo sviluppo del settore e favorire il raggiungimento della grid parity;

            b) a escludere l'applicazione del meccanismo del registro di cui all'articolo 4 dello schema di decreto agli impianti fotovoltaici di potenza inferiore ai 200 Kwp, considerata convenzionalmente la soglia di picco massimo dell'autoconsumo per le piccole e medie imprese - come dimostrato anche dalla previsione contenuta nel IV Conto Energia, in base alla quale, tale era il limite dello scambio sul posto -, al fine di non appesantire ulteriormente gli oneri burocratici e contrastare, al contempo, eventuali fenomeni speculativi legati alla realizzazione di impianti di taglia superiore;

            c) a ripristinare il meccanismo dello scambio sul posto fino a 200 kWp, che consente la vendita dell'energia prodotta da fonti rinnovabili sul libero mercato dell'energia;

            d) tenuto conto che il nuovo meccanismo incentivante, nella forma di una tariffa onnicomprensiva e di una quota per l'energia autoconsumata, comprende anche il valore dell'energia immessa in rete, a prevedere una verifica periodica sulla congruità delle tariffe rispetto all'andamento del costo dell'energia;

            e) a prevedere un periodo transitorio congruo e comunque non inferiore a tre mesi per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante, al fine di permettere alle imprese operanti nel settore di portare a termine investimenti già programmati e autorizzati ed evitare incertezze finanziarie che costringerebbe le aziende a rivedere l'intero conto economico, con gravi danni economici soprattutto per le imprese medio piccole;

            f) a prevedere un sistema di premialità per l'utilizzo, nella realizzazione degli impianti, di componentistica nazionale ed europea, così come previsto nel IV Conto Energia, prevedendo il riconoscimento degli incentivi soltanto agli impianti realizzati con almeno l'80 per cento dei componenti prodotti in Europa, così da favorire lo sviluppo di una filiera nazionale, che in questi anni ha assicurato notevoli livelli occupazionali, nonostante la crisi economica;

            g) a valutare il ripristino di un sistema premiale per lo smaltimento dell'amianto per il miglioramento dell'efficienza energetica e dell'innovazione, al fine di favorire l'industria nazionale e garantire la tutela della salute dei cittadini;

            h) a procedere al ripristino degli incentivi per il fotovoltaico a concentrazione previsti dal IV Conto Energia;

            7) nell'ambito dello schema di decreto sulle "rinnovabili elettriche non fotovoltaiche":

            a) a valutare l'opportunità di intervenire sul nuovo meccanismo di pagamento dei certificati verdi da parte del GSE;

            b) ad elevare la soglia per l'accesso ai registri per tutti gli impianti oltre i 250 kW;

            c) ad introdurre meccanismi di flessibilità nel primo anno di applicazione del sistema delle aste;

            d) a prevedere per il settore geotermico sperimentale meccanismi di incentivazione non penalizzanti quali quelli prospettati nella bozza di decreto;

            e) a prevedere anche per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche un più consistente sistema di premialità per l'utilizzo, nella realizzazione degli impianti, di materiali europei in percentuale tale da consentire lo sviluppo della filiera nazionale;

            f) a rivedere il sistema di incentivazione per gli impianti alimentati da un combustibile non rinnovabile e da rifiuti parzialmente biodegradabili, previsto dal decreto.

(1-00629) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

LI GOTTI, BUGNANO, BELISARIO, CARLINO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,

                    premesso che:

            a livello mondiale la domanda di energia prodotta da fonti rinnovabili è in aumento, mentre in Europa cresce in modo modesto;

            il recente rapporto Energia e Ambiente 2009-2010 dell'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente (Enea), presentato nel mese di aprile 2012, evidenzia come, nonostante le vicende della crisi internazionale, la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili a livello mondiale ha conosciuto uno sviluppo straordinario lungo tutto il quinquennio 2005-2010. Gli investimenti mondiali in tecnologie per le rinnovabili hanno fatto registrare nel 2010 un valore complessivo di 211 miliardi di dollari (con un incremento del 32 per cento rispetto al 2009 e circa 10 volte rispetto al 2004, anno nel quale è iniziato il decollo). Complessivamente le tecnologie del settore hanno fatto registrare nel periodo 2005-2010 una accelerazione negli scambi commerciali ad un tasso di incremento medio annuo pari a circa 5 volte quello del settore manifatturiero. Nell'Unione europea l'adeguamento dell'offerta produttiva interna in questo settore è risultato insufficiente a soddisfare una domanda che si è più che decuplicata tra il 2005 e il 2010;

            in questo contesto, secondo il rapporto Enea, la situazione italiana risulta particolarmente critica, in quanto nel Paese la crescita della quota delle rinnovabili non è stata affiancata da una politica di sostegno dell'industria capace di stimolare la nascita di una filiera industriale made in Italy. Inoltre, il settore ha sofferto della mancanza di risorse pubbliche impiegate nella ricerca e nell'innovazione tecnologica, diversamente da quanto è accaduto in altri Paesi europei;

            nel rapporto si ribadisce, tra l'altro, la necessità di puntare sulla diversificazione delle fonti, su una maggiore diffusione delle rinnovabili e sul potenziamento di un sistema di smart grids, sull'incentivazione dell'efficienza energetica e sul risparmio di energia nel settore residenziale e industriale, effettuando scelte strategiche in questi campi, orientate alla promozione della green economy;

            rilevato che:

            l'11 aprile 2012 il Ministro dello sviluppo economico, con i Ministri dell'ambiente e delle politiche agricole alimentari e forestali, ha presentato due schemi di decreto adottati in attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011, che introdurranno un nuovo meccanismo di incentivazione: il decreto interministeriale recante il "V Conto Energia" e il decreto interministeriale per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Il Governo auspica che tali strumenti possano permettere il raggiungimento di tre obiettivi: 1) superare ampiamente gli obiettivi europei "20-20-20"; 2) ridurre gli sprechi e gli oneri eccessivi sulla bolletta; 3) favorire lo sviluppo della filiera economica italiana. Su tali provvedimenti verrà sentita l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas e dovrà essere acquisito il parere della Conferenza unificata, di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;

            secondo il Governo le rinnovabili elettriche hanno un'efficacia inferiore rispetto alle rinnovabili termiche o ad efficienza energetica, e gli attuali incentivi ad esse destinati sono di molto superiori agli standard europei. Il livello elevato di incentivazione avrebbe determinato una vera esplosione degli impianti installati, in particolar modo nel fotovoltaico. Nel corso della presentazione è stato infatti ribadito che l'approccio finora seguito non è stato ottimale, soprattutto in termini di costi per il Paese che si rifletterebbero sulla bolletta elettrica dei cittadini;

            gli incentivi per il fotovoltaico si stanno approssimando al livello di 6 miliardi di euro annui, cui vanno aggiunti circa 3 miliardi per le altre fonti rinnovabili, e 1,3 miliardi per le cosiddette assimilate in virtù del meccanismo CIP6. Tuttavia la diffusione capillare degli impianti su edifici residenziali, piccole aziende e anche impianti di media taglia ha beneficiato negli ultimi 6 anni di incentivazione di una quota in denaro pari a 1.960.304.000 euro, a fronte di una spesa di 3,8 miliardi per i grandi impianti. Nel complesso, si può calcolare che gli oneri in bolletta attribuibili a tutte le rinnovabili elettriche corrispondano a circa il 10 per cento, a fronte però del fatto che un chilowattora su 3 prodotto in Italia è generato dalle rinnovabili, facendo registrare una diminuzione di importazioni di fonti fossili ed un miglioramento del livello di emissioni e inquinamento;

            un approccio di questo tipo, tuttavia, rischia di essere riduttivo e parziale. Infatti, se da un lato è comprensibile e condivisibile la necessità di riequilibrare gli incentivi, anche a favore delle fonti energetiche non elettriche, occorrerebbe una visione più articolata e di più ampio periodo. Al forte sviluppo delle rinnovabili sono infatti legati anche vantaggi economici molto significativi;

            le energie rinnovabili, se da un lato incidono, a causa degli incentivi, sulle componenti della bolletta elettrica, dall'altro contribuiscono a ridurla, grazie al cosiddetto effetto peak shaving. In pratica le fonti alternative hanno contribuito a calmierare il prezzo dell'elettricità nelle ore di maggiore richiesta, che coincidono con quelle di maggiore insolazione, tanto che oggi il picco del prezzo dell'energia elettrica delle ore centrali della giornata è scomparso;

            secondo "l'IREX Annual Report 2012", l'effetto di peak shaving ha consentito di risparmiare in bolletta, nel 2011, circa 400 milioni di euro. Si può supporre che questo effetto sia ancora più significativo per l'anno in corso, considerato il quantitativo ulteriore di potenza installata. In base alle risultanze del predetto studio, i vantaggi economici legati a occupazione, riduzione delle emissioni di CO2, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e benefici legati all'indotto e alla crescita del prodotto interno lordo, sarebbero superiori agli svantaggi legati, essenzialmente, ai costi degli incentivi;

            nel merito, il V Conto Energia dispone l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante per il fotovoltaico al superamento della soglia di 6 miliardi di euro di incentivi (previsto tra luglio e ottobre prossimi). Sarà l'Autorità per l'energia elettrica e il gas a stabilire con delibera la data esatta di raggiungimento di tale costo. Il nuovo conto si applicherà decorsi 30 giorni dalla delibera, ma comunque non prima del 1° luglio 2012. Alla medesima data cesserà di avere validità il IV Conto Energia, con l'eccezione dei grandi impianti iscritti in posizione utile nei registri. Il meccanismo di entrata in vigore del nuovo sistema appare per certi versi farraginoso e soprattutto suscettibile di generare incertezza per gli investimenti nel settore, non potendosi fare affidamento a priori su una data certa per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante;

            nello schema di decreto, si dispone la limitazione della spesa del costo annuo degli incentivi ad un massimo di 80 milioni di euro a semestre, con l'aggiunta di 10 milioni ciascuno per impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative e impianti fotovoltaici a concentrazione. Si prevede altresì che gli impianti fotovoltaici a concentrazione, per beneficiare delle tariffe incentivanti, devono avere un fattore di concentrazione pari almeno a 10 soli. Non è chiaro sulla base di quali valutazioni si sia scelto tale valore di riferimento, escludendo in tal modo la bassa concentrazione dall'accesso agli incentivi;

            viene introdotto un sistema di controllo e governo dei volumi installati e della relativa spesa complessiva, attraverso un meccanismo di aste competitive per i grandi impianti (superiori a 5 MW) e tramite registri di prenotazione per gli impianti di taglia medio-piccola. Sono invece esclusi dall'iscrizione nei registri i micro impianti (di dimensioni inferiori ai 12 kW). Il costo sostenuto per incentivare tali ultimi impianti viene comunque detratto dal costo indicativo annuo dei semestri successivi al primo. Nei semestri successivi al primo, il limite di spesa annuo di ottanta milioni sarà intaccato da tutti i piccolissimi impianti (sotto i 12 kW) che non sono tenuti all'iscrizione in alcun registro. È quindi probabile che l'incentivo concesso ad impianti sotto i 12 kW penalizzerà sul mercato anche gli impianti di taglia medio-piccola, con un'inevitabile contrazione della potenza installata;

            l'introduzione dei registri comporta la definizione di criteri di priorità volti all'istituzione di una graduatoria per l'iscrizione agli stessi registri. Tale graduatoria si formerà applicando in ordine gerarchico, i seguenti criteri di priorità: 1) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore, con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 2) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore; 3) impianti su edifici con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 4) impianti per i quali il soggetto interessato richiede una tariffa ridotta del 5 per cento rispetto a quella vigente alla data di entrata in esercizio; 5) impianti ubicati, nell'ordine, in siti contaminati; 6) impianti di potenza non superiore a 200 kW asserviti ad azienda agricola; 7) impianti senza limite di potenza realizzati da Comuni con meno di 5.000 residenti; 8) impianti realizzati su pergole o tettoie o serre; e, solo a seguire, il resto degli impianti, per i quali varrà il seguente ordine di priorità: precedenza della data del titolo autorizzativo; minore potenza dell'impianto; precedenza della data di richiesta di iscrizione al registro;

            con riferimento ai requisiti degli impianti che possono accedere alle tariffe incentivanti emerge come, da un lato, non compaiano tra essi gli impianti con moduli collocati a terra in aree industriali, scelta, quest'ultima, del tutto incomprensibile; e dall'altro come, sebbene il riferimento alla presenza di amianto si collochi al primo e terzo posto nei criteri di priorità per stilare la graduatoria del registro, sia stata del tutto eliminata la tariffa premio precedentemente prevista per lo smaltimento dello stesso materiale;

            si deve altresì rilevare che, al fine di salvaguardare gli impianti in fase avanzata di realizzazione, quindi in deroga ai criteri di priorità e limitatamente al primo semestre di applicazione, la graduatoria appare formata applicando, in ordine gerarchico come primo criterio, la precedenza della data di entrata in esercizio. Così, nel primo semestre la priorità andrebbe agli impianti già allacciati, ovvero a quelli in fase finale di realizzazione, che, non riuscendo più a rientrare nel IV Conto Energia, avranno la priorità nel V Conto Energia. Tale soluzione pare comunque restrittiva. Sarebbe stato auspicabile quanto meno far rientrare nel IV Conto Energia gli impianti per i quali l'Enel abbia ricevuto la certificazione cosiddetta di "fine lavori" in data antecedente alla data di entrata in vigore del decreto, così da tutelare l'intero investimento di chi ha operato nel pieno del IV Conto Energia dal taglio delle tariffe;

            non è stata prevista, quindi, alcuna misura di semplificazione volta a ridurre i costi sostenuti dal settore a causa della burocrazia, ma si è invece proceduto ad introdurre ulteriori meccanismi quali le aste, i contingenti annuali di potenza per i nuovi impianti e per i rifacimenti di quelli esistenti, l'introduzione dei registri anche per gli impianti di piccola taglia, l'imposizione di oneri aggiuntivi per il funzionamento del Gestore dei servizi energetici - GSE (ben 0,1 centesimi di euro a kWh, ovvero un euro ogni MWh prodotto), oltre a livelli di incentivazione insufficienti;

            rispetto alle tariffe previste dal IV Conto Energia per il secondo semestre 2012, il taglio medio delle tariffe si attesterebbe intorno al 50 per cento. Lo schema di decreto in esame presenta dunque, per la sua attuale formulazione e tempistica applicativa, effetti fortemente destabilizzanti per l'intero settore - tra l'altro già fortemente colpito nell'ultimo anno, ad opera del precedente Esecutivo, da numerose e penalizzanti modifiche al sistema di incentivazione -, in quanto contiene misure decisamente restrittive per lo sviluppo del mercato, senza neppure un'adeguata fase transitoria;

            con riferimento allo schema di decreto che interviene sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche, si prevede che il cumulo degli incentivi destinati a tutte le tipologie degli impianti da fonte rinnovabile, con esclusione di quelli fotovoltaici, non potrà superare i 5,5 miliardi di euro annui; sarà il GSE ad individuare se il tetto massimo è stato raggiunto, aggiornando e pubblicando periodicamente il costo indicativo cumulato degli incentivi erogati. Continueranno ad accedere ai certificati verdi gli impianti che entreranno in esercizio entro il 2012, ma cambierà il prezzo di ritiro degli stessi certificati. Maggiori cambiamenti di sistema sono previsti per gli impianti che entreranno in esercizio dal 2013. Va sottolineato inoltre il rinvio del pagamento dei certificati verdi relativi alla produzione elettrica effettivamente immessa in rete per il 2011, pagamento che anziché essere effettuato in un'unica soluzione a giugno, avverrà in tre tranche tra giugno e dicembre;

            per gli impianti di potenza superiore ai 20 MW è previsto il meccanismo delle aste a ribasso per ottenere gli incentivi. Per la prima procedura d'asta il bando sarà pubblicato entro il 31 luglio 2012, ed entro il 31 luglio di ogni anno per i periodi successivi. Potranno iscriversi alle aste solo gli impianti autorizzati e, trattandosi di procedure al ribasso, vinceranno le aziende che chiederanno incentivi più bassi. A chi perde l'asta non verrà riconosciuto nemmeno il valore minimo dell'incentivo;

            l'impatto delle norme recate dai due provvedimenti, considerati nella loro globalità, non potrà che contrastare palesemente con gli obiettivi europei in tema di energie rinnovabili e ancor di più con gli stessi obiettivi annunciati dal Governo, in primis quello di superare gli obiettivi europei. Si deve constatare che, ancora una volta, si introducono nuovi oneri su impianti esistenti, impedendo una corretta programmazione degli investimenti, mentre allo stesso tempo non si interviene - come richiesto più volte dal Gruppo Italia dei Valori in numerosi atti di sindacato ispettivo - sull'eliminazione di oneri impropri gravanti sulla bolletta elettrica;

            l'eventuale adozione, senza modifiche, di questi decreti assesterà un duro colpo alle aziende del comparto delle rinnovabili e dell'efficienza energetica che rischieranno in molti casi il fallimento - con le evidenti e pesanti ricadute occupazionali - e comporterà la fuga dei capitali stranieri, che in questo contesto certamente non sceglieranno di investire nel nostro Paese, pregiudicandone lo sviluppo;

            diverse Regioni hanno già preso posizioni apertamente critiche nei confronti dei due provvedimenti. La consultazione con gli enti locali in fase di stesura, d'altra parte, è totalmente mancata. Vista la mancata possibilità di sviluppare qualsiasi confronto preventivo con il Governo sui decreti riferiti al "V Conto energia" e alle "Rinnovabili elettriche non fotovoltaiche", anche le organizzazioni sindacali Cgil Cisl e Uil hanno presentato al Coordinamento delle Regioni una serie di considerazioni e proposte di modifica ai decreti citati, tenuto conto delle ricadute occupazionali che si produrrebbero in un settore che invece ha dimostrato di poter crescere anche in una fase economica avversa;

            si deve inoltre constatare la persistente mancata adozione di un sistema di incentivazione adeguato per le altre fonti rinnovabili pulite, che presentano profili ancora minori di impatto ambientale e più ampi margini di sviluppo ed innovazione tecnologica, quali, ad esempio, gli impianti sperimentali geotermici a bassa entalpia - irragionevolmente penalizzati rispetto ad analoghi impianti - o gli impianti solari termodinamici di piccola taglia, per l'incentivazione dei quali l'articolo 4 dello schema di decreto sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche rinvia ad un successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico l'eventuale adozione di provvedimenti in tal senso;

            occorre altresì constatare che la politica energetica sinora perseguita si è orientata prevalentemente al taglio degli incentivi, senza al contempo investire in grandi progetti di ricerca quali quelli relativi allo sviluppo del solare a concentrazione, tecnologia che, oltre a costituire un vantaggio in termini di redditività dell'investimento, potrebbe rilanciare - come nel caso del progetto Desertec, sul sostegno al quale si registra un preoccupante silenzio - lo sviluppo della filiera termodinamica italiana e la produzione di energia pulita necessaria al mantenimento ed al benessere del nostro pianeta, concorrendo sinergicamente con tutte le altre fonti energetiche rinnovabili al raggiungimento dell'obiettivo nazionale 20-20-20;

                    considerato che:

            secondo quanto affermato nel report "Global Policy Tracker" della Deutsche Bank, in cui si analizzano le politiche dei vari Paesi sulla riduzione della CO2, a causa dei tagli agli incentivi e alla mancanza di politiche adeguate, l'Italia difficilmente riuscirà ad arrivare a quel 17 per cento che è l'obiettivo per il 2020, e ci si aspetta che sia uno dei sei Paesi in Europa che non raggiungeranno i loro obiettivi per il 2020. Il nostro Paese sarà costretto di conseguenza a importare dall'estero energia prodotta da rinnovabili per non incorrere nelle sanzioni dell'Europa;

            emerge chiaramente dalle ultime norme contenute nel decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, recante "Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività", e nel decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, recante "Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo", che la strategia del Governo in campo energetico tende nettamente a favorire l'estrazione di idrocarburi, gas e metano, nazionali, a discapito proprio delle energie pulite e rinnovabili;

            il Ministro dello sviluppo economico, nell'ambito dell'audizione presso la 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato il 26 aprile 2012, ha infatti lasciato agli atti un intervento nel quale si afferma che: "Non tutti sanno che l'Italia ha ingenti riserve di gas e petrolio, Una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi rapidi consentendo di soddisfare potenzialmente circa il 20 per cento dei consumi (dal 10 per cento attuale)". Il Ministro ha altresì spiegato che intende "muoversi decisamente in questa direzione che potrebbe consentire di "attivare 15 miliardi di euro di investimenti";

            appare evidente, anche alla luce di quanto precedentemente riportato, che non si può, ad oggi, rinvenire nell'azione di Governo una programmazione energetica nazionale in senso proprio, con l'effetto di sottovalutare così l'importanza che la stessa programmazione assume in relazione alla molteplicità dei suoi obiettivi. Non solo, infatti, essa rileva ai fini dello sfruttamento razionale ed efficiente delle risorse, ma ha anche forti ricadute in ambito ambientale, sociale e strategico. Da tempo, invece, sono rintracciabili in campo energetico solo piani di settore. La pianificazione riferita alle energie rinnovabili è praticamente una ricognizione dell'esistente a cui non si affiancano precise azioni programmatorie per il futuro. Non sono stati predisposti, inoltre, specifici piani per ogni tipo di fonte rinnovabile,

                    impegna il Governo:

            1) a procedere con urgenza alla definizione, condivisa e trasparente, di una strategia energetica nazionale che non si fondi sulle fonti fossili, ma sulla pianificazione della promozione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, in vista del raggiungimento degli obiettivi europei;

            2) ad integrare con modalità più efficaci le politiche sulle rinnovabili con le politiche per l'efficienza energetica;

            3) ad adottare una strategia di sostegno stabile e trasparente alla produzione di energia da fonti rinnovabili che garantisca certezza agli operatori del settore;

            4) ad agevolare il ricorso al credito bancario da parte degli operatori del settore, mediante l'istituzione di strumenti di garanzia o fondi rotativi destinati alla realizzazione di impianti di piccola taglia per la produzione di energia da fonte rinnovabile;

            5) nell'ambito dello schema di decreto recante il "V Conto Energia":

            a) tenuto conto che il nuovo meccanismo incentivante, nella forma di una tariffa onnicomprensiva e di una quota per l'energia autoconsumata, comprende anche il valore dell'energia immessa in rete, a prevedere una verifica periodica sulla congruità delle tariffe rispetto all'andamento del costo dell'energia;

            b) a prevedere un periodo transitorio congruo e comunque non inferiore a tre mesi per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante, al fine di permettere alle imprese operanti nel settore di portare a termine investimenti già programmati e autorizzati ed evitare incertezze finanziarie che costringerebbe le aziende a rivedere l'intero conto economico, con gravi danni economici soprattutto per le imprese medio piccole;

            c) a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione Europea, con relativi sistemi di controllo, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro;            d) a valutare il ripristino di un sistema premiale per lo smaltimento dell'amianto per il miglioramento dell'efficienza energetica e dell'innovazione, al fine di favorire l'industria nazionale e garantire la tutela della salute dei cittadini;

            e) a prevedere incentivi premiali per il fotovoltaico a concentrazione ;

            6) nell'ambito dello schema di decreto sulle "rinnovabili elettriche non fotovoltaiche" a valutare l'opportunità di intervenire sul nuovo meccanismo di pagamento dei certificati verdi da parte del GSE.

(1-00630) (08 maggio 2012)

Votata per parti separate. Approvata la parte evidenziata in neretto; respinta la restante parte.

VALLARDI, CAGNIN, LEONI, MONTI Cesarino, MURA, MAZZATORTA, PITTONI, MONTANI. - Il Senato,

                    premesso che:

            nel settore dell'energia elettrica prodotta tramite fonti rinnovabili l'Unione europea ha da tempo provveduto a definire un ordinamento normativo chiaro ed esaustivo, dapprima approvando la direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, poi con la direttiva 2009/28/CE, quest'ultima recepita dal nostro Paese con il decreto legislativo 28 marzo 2011, n. 28;

            lo sviluppo delle energie rinnovabili si rende necessario non solo per il raggiungimento degli obiettivi europei sottoscritti dall'Italia in tema di energia ma anche e soprattutto perché il settore può avere un ruolo fondamentale per la crescita economica del nostro Paese, dato il potenziale che lo stesso è in grado di esprimere attraverso il notevole tessuto industriale che via via si è sviluppato intorno alle rinnovabili;

            il decreto legislativo n. 28 del 2011 riscrive il quadro generale dell'incentivazione delle energie rinnovabili post 2012 e ridefinisce, in particolare, i valori dei sistemi incentivanti destinati a impianti a fonte rinnovabile, esclusa quella fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, demandando l'attuazione della disciplina a decreti ministeriali, che il Governo avrebbe dovuto adottare entro la fine di settembre 2011;

            gli schemi di decreti ministeriali, che definiscono i nuovi incentivi per l'energia fotovoltaica e per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse e biogas) sono stati adottati soltanto nel mese di aprile 2012 ed hanno da subito creato allarme nel mondo dell'industria delle rinnovabili, alla luce dei drastici tagli agli incentivi che potrebbero mettere a rischio gli investimenti nel settore;

            il fine generale dei decreti ministeriali presentati per il parere alla Conferenza Stato-Regioni e all'Autorità per l'energia elettrica ed il gas è di sostenere e, anzi, potenziare lo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia superando nel 2020 gli obiettivi posti dall'Unione europea. Per quanto riguarda, in particolare, l'energia elettrica da fonti rinnovabili, l'obiettivo è quello di arrivare dal 26 per cento stabilito dall'Unione europea, a cui si è quasi arrivati, al 35 o 36 per cento almeno;

            i decreti ministeriali fissano pertanto un percorso in termini di volumi di produzione, ovvero in termini di megawattora, che porterà al raggiungimento dei risultati. Per consentire di conseguire concretamente l'obiettivo prefissato, è certamente necessario rendere economicamente sostenibile per le famiglie e per le imprese questo percorso;

            è noto infatti che gli incentivi alle fonti rinnovabili in Italia sono mediamente quasi il doppio della media europea e quasi il triplo rispetto a quelli concessi in Germania, dove, peraltro, vi è uno sviluppo delle fonti rinnovabili analogo e paragonabile a quello italiano. Tuttavia, se da un lato in Italia sono stati elargiti negli ultimi anni incentivi superiori ai costi e superiori a quanto viene riconosciuto in sede europea alle fonti rinnovabili, persino da Paesi che più crescono in questo settore, dall'altro c'è la necessità di adottare iniziative di graduale riduzione degli stessi in modo tale da garantire ad imprese e privati cittadini la certezza e la continuità degli investimenti;

            vi è la necessità di coniugare il valore degli incentivi con l'efficiente sviluppo delle energie rinnovabili e questo è ancora più vero in alcuni settori, come nel caso dell'eolico, dove l'elargizione degli incentivi ha spesso creato una spirale speculativa nella quale la produttività dell'impianto diviene secondaria rispetto alla rendita economica ottenuta. Non di rado infatti, soprattutto al Sud, si costruiscono impianti fini a se stessi che rimangono addirittura inutilizzati, al mero scopo di ottenere i guadagni offerti dal sistema degli incentivi;

            nei decreti ministeriali la riduzione degli incentivi alle fonti rinnovabili è molto meno accentuata di quanto non sia per il fotovoltaico, i cui tagli rischiano di penalizzare lo sviluppo di un settore che riveste un ruolo strategico per l'economia del Paese;

            il costo degli incentivi in questo settore, seppur necessario, ha un peso importante sulle bollette energetiche; ragion per cui si ritiene opportuna una sua ottimizzazione sull'esempio di quanto avviene in altri Paesi europei, come in Germania, dove è prevista una perequazione geografica in base ai differenti gradi di irraggiamento del territorio;

            la fonte solare fotovoltaica rappresenta una reale opportunità di sviluppo per le imprese nazionali, offrendo loro uno strumento efficace per aumentare i livelli di crescita e di occupazione in un settore strategico e ad alta tecnologia; per il raggiungimento di più alti livelli di competitività è necessario che a tutti gli operatori siano riconosciute le stesse opportunità su tutto il territorio;

            sarebbe quindi opportuno che le modalità di determinazione delle tariffe incentivanti tengano conto del diverso irraggiamento del territorio, il quale in termini di produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici favorisce il Sud, più soleggiato, rispetto al Nord, fermo restando il costo dell'investimento;

            il contenimento dei costi nel settore delle rinnovabili potrebbe essere perseguito anche con l'adozione di un regime specifico di incentivi per favorire maggiormente lo sviluppo dei sistemi e per incrementare l'efficienza energetica ed il risparmio dei consumi;

            nel nostro Paese, almeno inizialmente, si è puntato quasi esclusivamente sulle fonti energetiche rinnovabili per la produzione dell'energia elettrica (più semplici da sviluppare) rispetto alle energie rinnovabili termiche ed all'efficienza energetica, entrambi sistemi economicamente più efficienti e meno costosi. Al riguardo si sottolinea come il costo medio per abbattimento delle emissioni, espresso in euro/Ton CO2, è sempre negativo per i sistemi ad efficienza energetica ( - 522 per le lampade efficienti, - 400 per gli elettrodomestici efficienti, - 62 per i motori elettricie efficienti e - 32 per l'isolamento degli edifici, - 18 per gli scaldabagni solari), mentre, seppure basso, è pur sempre positivo per le rinnovabili elettriche;

            lo sviluppo del settore delle fonti energetiche rinnovabili passa anche attraverso il sostegno alla ricerca e all'innovazione tecnologica. A tal fine, l'articolo 32 del decreto legislativo n. 28 del 2011 ha altresì previsto che, al fine di garantire uno sviluppo equilibrato dei vari settori che concorrono al raggiungimento degli obiettivi nazionali di produzione delle energie rinnovabili attraverso la promozione congiunta di domanda e offerta di tecnologie per l'efficienza energetica e le fonti rinnovabili, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo stesso, il Ministro dello sviluppo economico con propri decreti avrebbe dovuto individuare, sulla base di determinati criteri, specifici interventi e misure per lo sviluppo tecnologico e industriale in materia di fonti rinnovabili ed efficienza energetica e che per il finanziamento delle relative attività fosse istituito un fondo presso la Cassa conguaglio per il settore elettrico alimentato dal gettito delle tariffe elettriche e del gas naturale in misura pari, rispettivamente, a 0,02 ceuro/kWh e a 0,08 ceuro/Sm3,

                    impegna il Governo:

            1) ad adottare una revisione delle modalità per la determinazione dell'entità dell'incentivazione al fotovoltaico, volta ad introdurre un correttivo perequativo collegato ai gradi-giorno delle zone climatiche, elencate nell'allegato A al decreto del Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, e successive modificazioni, al fine di uniformare il valore dell'incentivo su tutto il territorio nazionale;

            2) a convocare un tavolo di confronto con tutti gli operatori del settore delle fonti rinnovabili sul tema degli incentivi basato sul raggiungimento graduale della nuova disciplina, al fine di rendere, da un lato, economicamente sostenibile per famiglie ed imprese il costo del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e di garantire, dall'altro, la continuità degli investimenti;

            3) ad adottare ulteriori decreti interministeriali volti a sostenere e promuovere la diffusione di sistemi in grado di migliorare l'efficienza energetica ed il risparmio dei consumi;

            4) a sostenere la ricerca e lo sviluppo nel settore delle rinnovabili attraverso l'emanazione del decreto ministeriale di cui all'articolo 32 del decreto legislativo n. 28 del 2011 sugli interventi a favore dello sviluppo tecnologico ed industriale.

ORDINI DEL GIORNO

G1

CONTINI, FLERES

V. testo 2

Il Senato,

premesso che:

le energie rinnovabili costituiscono un tassello fondamentale della strategia energetica nel Paese, e ciò anche in funzione del corretto recepimento della normativa europea in materia di politiche energetiche sostenibili nonché del raggiungimento dei traguardi fissati anche a livello europeo per il 2020, il 2030 e il 2050;

le disposizioni introdotte con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, nel recepire la direttiva europea 2009/28/CE, hanno notevolmente modificato la normativa riguardante il settore delle energie rinnovabili incidendo in modo particolare su tutti gli incentivi alle fonti rinnovabili con impatto sostanzialmente indistinto su tutti i settori di generazione della filiera: eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico;

il predetto intervento normativo ha prodotto ed è destinato a produrre su tutto il comparto delle rinnovabili, almeno nel breve periodo, ricadute economiche negative abbastanza rilevanti in generale, ma il cui peso aumenta in relazione alla specificità del segmento considerato; a tali ricadute negative va ad aggiungersi l'incertezza normativa dovuta in parte al ritardo nella emanazione dei decreti ministeriali di attuazione;

sul segmento della cogenerazione di elettricità e calore da biomasse liquide, il mutamento del quadro normativo ha prodotto un impatto economico molto negativo dovuto alla riduzione degli incentivi; tale effetto negativo, sommato all'incremento delle quotazioni internazionali dei bioliquidi e alle difficoltà sul mercato dell'energia, sta rendendo molto diffìcile la situazione di molte aziende e mette a rischio la sopravvivenza stessa di molti impianti di generazione;

dal 2004 al 2011 la cogenerazione da biomasse liquide ha conosciuto una fase di notevole sviluppo con l'apporto di cospicui investimenti (oltre mezzo miliardo di euro), tanto che a fine 2010 la capacità produttiva installata era di circa 650 MW; il segmento della cogenerazione da biomasse liquide si è mostrato un notevole volano sia in termini di indotto (impiantistica, logistica e manutenzione) sia in termini di occupazione; si valuta infatti che il fatturato annuo sia di circa 1 miliardo di euro (750 milioni diretto, 250 milioni di indotto), e che gli occupati totali siano circa 5.000 (metà personale diretto, metà del settore indotto); sotto il profilo delle entrate tributarie dell'erario, il segmento della cogenerazione da biomasse liquide, tenuto conto anche dell'indotto, si traduce in 150 milioni di euro all'anno di IVA e 80 milioni di euro di incassi doganali legati all'importazione dall'estero dei bioliquidi;

gli impianti di cogenerazione sono generalmente complementari all'attività produttiva di aziende manifatturiere che ne utilizzano sia l'energia elettrica sia il calore e che, in questo modo, realizzano importanti economie di scala vantaggiose sotto il profilo della competitività industriale; l'entrata in attività degli impianti di cogenerazione ha contribuito positivamente negli ultimi anni all'internazionalizzazione delle imprese, creando i presupposti per una integrazione verticale della filiera nazionale con le produzioni agro-energetiche realizzate soprattutto in Paesi in via di sviluppo;

gli impianti di cogenerazione da biomasse liquide hanno importanti caratteristiche tecniche positive sia sotto il profilo della produzione sia dell'impatto ambientale e, in particolare, consentono una piena programmabilità e stabilità di produzione, al pari dei tradizionali impianti termoelettrici a combustibile fossili, ma non sono gravati dall'emission trading scheme e quindi non devono ricorrere all'assegnazione delle quote di emissione con notevole risparmio di costi;

il riscadenzamento del rilascio dei certificati verdi, che in base alla nuova normativa potrà avvenire a cadenza semestrale in due soli momenti dell'anno, provoca alle aziende che esercitano impianti di cogenerazione da biomasse liquide un danno anche dal punto di vista finanziario, in quanto esse sono obbligate a pagare con largo anticipo il biocombustibile prima di poterlo utilizzare; tale danno va ad aggiungersi a quello più strettamente economico determinato dal taglio degli incentivi operato per via legislativa;

il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, all'articolo 24, prevede, per gli impianti alimentati da bioliquidi, la possibilità che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, sulla base degli indirizzi stabiliti dal Ministero dello sviluppo economico, definisca entro il 2012 criteri di integrazione dei ricavi o prezzi minimi garantiti in modo tale da assicurare l'esercizio economicamente conveniente di tali impianti che partecipano al mercato elettrico,

impegna il Governo:

1) a ripristinare condizioni di congrua remunerazione degli impianti di cogenerazione da biomasse liquide, adeguando opportunamente il coefficiente e il prezzo di ritiro dei certificati verdi per mezzo dei decreti ministeriali di attuazione previsti dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28;

2) a rivedere, per gli impianti di generazione alimentati da biomasse, biogas e bioliquidi, le scadenze per il rilascio dei certificati verdi con cadenza mensile, ripristinando condizioni il più possibile vicine alla situazione precedente alla normativa introdotta dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.

G1 (Testo 2)

CONTINI, FLERES

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

premesso che:

le energie rinnovabili costituiscono un tassello fondamentale della strategia energetica nel Paese, e ciò anche in funzione del corretto recepimento della normativa europea in materia di politiche energetiche sostenibili nonché del raggiungimento dei traguardi fissati anche a livello europeo per il 2020, il 2030 e il 2050;

le disposizioni introdotte con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, nel recepire la direttiva europea 2009/28/CE, hanno notevolmente modificato la normativa riguardante il settore delle energie rinnovabili incidendo in modo particolare su tutti gli incentivi alle fonti rinnovabili con impatto sostanzialmente indistinto su tutti i settori di generazione della filiera: eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico;

il predetto intervento normativo ha prodotto ed è destinato a produrre su tutto il comparto delle rinnovabili, almeno nel breve periodo, ricadute economiche negative abbastanza rilevanti in generale, ma il cui peso aumenta in relazione alla specificità del segmento considerato; a tali ricadute negative va ad aggiungersi l'incertezza normativa dovuta in parte al ritardo nella emanazione dei decreti ministeriali di attuazione;

sul segmento della cogenerazione di elettricità e calore da biomasse liquide, il mutamento del quadro normativo ha prodotto un impatto economico molto negativo dovuto alla riduzione degli incentivi; tale effetto negativo, sommato all'incremento delle quotazioni internazionali dei bioliquidi e alle difficoltà sul mercato dell'energia, sta rendendo molto diffìcile la situazione di molte aziende e mette a rischio la sopravvivenza stessa di molti impianti di generazione;

dal 2004 al 2011 la cogenerazione da biomasse liquide ha conosciuto una fase di notevole sviluppo con l'apporto di cospicui investimenti (oltre mezzo miliardo di euro), tanto che a fine 2010 la capacità produttiva installata era di circa 650 MW; il segmento della cogenerazione da biomasse liquide si è mostrato un notevole volano sia in termini di indotto (impiantistica, logistica e manutenzione) sia in termini di occupazione; si valuta infatti che il fatturato annuo sia di circa 1 miliardo di euro (750 milioni diretto, 250 milioni di indotto), e che gli occupati totali siano circa 5.000 (metà personale diretto, metà del settore indotto); sotto il profilo delle entrate tributarie dell'erario, il segmento della cogenerazione da biomasse liquide, tenuto conto anche dell'indotto, si traduce in 150 milioni di euro all'anno di IVA e 80 milioni di euro di incassi doganali legati all'importazione dall'estero dei bioliquidi;

gli impianti di cogenerazione sono generalmente complementari all'attività produttiva di aziende manifatturiere che ne utilizzano sia l'energia elettrica sia il calore e che, in questo modo, realizzano importanti economie di scala vantaggiose sotto il profilo della competitività industriale; l'entrata in attività degli impianti di cogenerazione ha contribuito positivamente negli ultimi anni all'internazionalizzazione delle imprese, creando i presupposti per una integrazione verticale della filiera nazionale con le produzioni agro-energetiche realizzate soprattutto in Paesi in via di sviluppo;

gli impianti di cogenerazione da biomasse liquide hanno importanti caratteristiche tecniche positive sia sotto il profilo della produzione sia dell'impatto ambientale e, in particolare, consentono una piena programmabilità e stabilità di produzione, al pari dei tradizionali impianti termoelettrici a combustibile fossili, ma non sono gravati dall'emission trading scheme e quindi non devono ricorrere all'assegnazione delle quote di emissione con notevole risparmio di costi;

il riscadenzamento del rilascio dei certificati verdi, che in base alla nuova normativa potrà avvenire a cadenza semestrale in due soli momenti dell'anno, provoca alle aziende che esercitano impianti di cogenerazione da biomasse liquide un danno anche dal punto di vista finanziario, in quanto esse sono obbligate a pagare con largo anticipo il biocombustibile prima di poterlo utilizzare; tale danno va ad aggiungersi a quello più strettamente economico determinato dal taglio degli incentivi operato per via legislativa;

il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, all'articolo 24, prevede, per gli impianti alimentati da bioliquidi, la possibilità che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, sulla base degli indirizzi stabiliti dal Ministero dello sviluppo economico, definisca entro il 2012 criteri di integrazione dei ricavi o prezzi minimi garantiti in modo tale da assicurare l'esercizio economicamente conveniente di tali impianti che partecipano al mercato elettrico,

impegna il Governo a valutare possibili revisioni, per gli impianti di generazione alimentati da biomasse, biogas e bioliquidi, delle scadenze per il rilascio dei certificati verdi con cadenza mensile, ripristinando condizioni il più possibile vicine alla situazione precedente alla normativa introdotta dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.

________________

(*) Accolto dal Governo

DISEGNO DI LEGGE

Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, con allegato, fatto a Torino il 22 gennaio 2010 (3071)

ARTICOLI DA 1 A 4 NEL TESTO APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI

Art. 1.

Approvato

(Autorizzazione alla ratifica)

    1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, con allegato, fatto a Torino il 22 gennaio 2010.

Art. 2.

Approvato

(Ordine di esecuzione)

    1. Piena ed intera esecuzione è data all'Accordo di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 15 dell'Accordo stesso.

Art. 3.

Approvato

(Copertura finanziaria)

    1. Per l'attuazione della presente legge è autorizzata la spesa di euro 40.000 a decorrere dall'anno 2012. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2012-2014, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2012, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.

    2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Art. 4.

Approvato

(Entrata in vigore)

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

DISEGNO DI LEGGE

Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, diversificata e professionale per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra i Governi della Repubblica italiana e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas il 27 luglio 2007 (3107)

ARTICOLI DA 1 A 4 NEL TESTO APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI

Art. 1.

Approvato

(Autorizzazione alla ratifica)

    1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, diversificata e professionale per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra i Governi della Repubblica italiana e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas il 27 luglio 2007.

Art. 2.

Approvato

(Ordine di esecuzione)

    1. Piena ed intera esecuzione è data all'Accordo di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 11 dell'Accordo stesso.

Art. 3.

Approvato

(Copertura finanziaria)

    1. All'onere derivante dalla presente legge, valutato in euro 5.100 annui, ad anni alterni a decorrere dal 2012, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2012-2014, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2012, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.

    2. Ai sensi dell'articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca provvede al monitoraggio degli oneri di cui alla presente legge e riferisce al Ministro dell'economia e delle finanze. Nel caso si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 1, il Ministro dell'economia e delle finanze, sentito il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, provvede, con proprio decreto, alla riduzione, nella misura necessaria alla copertura finanziaria del maggior onere risultante dall'attività di monitoraggio, delle dotazioni finanziarie destinate alle spese di missione nell'ambito del programma «Cooperazione in materia culturale» e, comunque, della missione «L'Italia in Europa e nel mondo» dello stato di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Si intende corrispondentemente ridotto, per il medesimo anno, di un ammontare pari all'importo dello scostamento il limite di cui all'articolo 6, comma 12, del decreto- legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni.

    3. Il Ministro dell'economia e delle finanze riferisce senza ritardo alle Camere con apposita relazione in merito alle cause degli scostamenti e all'adozione delle misure di cui al comma 2.

    4. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Art. 4.

Approvato

(Entrata in vigore)

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

MOZIONI

Mozioni sulle misure di sostegno alla finanza degli enti locali

(1-00176p.a.) (testo 2) (15 maggio 2012)

V. testo 3

RANUCCI, FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, ADAMO, AGOSTINI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, BARBOLINI, BASSOLI, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BOSONE, BUBBICO, CARLONI, CAROFIGLIO, CASSON, CECCANTI, CERUTI, CHITI, CHIURAZZI, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FILIPPI Marco, FIORONI, FONTANA, GARAVAGLIA Mariapia, GARRAFFA, GHEDINI, GIARETTA, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, LEGNINI, LIVI BACCI, MAGISTRELLI, MARCUCCI, MARINARO, MARINO Mauro Maria, MERCATALI, MONGIELLO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEGRI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERDUCA, PIGNEDOLI, PORETTI, PROCACCI, ROILO, ROSSI Paolo, SCANU, SIRCANA, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VIMERCATI, VITA, VITALI. - Il Senato,

                    premesso che:

            in questo momento la drammatica crisi economica e finanziaria sta indebolendo l'economia del nostro Paese con un forte impatto negativo sull'economia reale, sui posti di lavoro, sui redditi delle famiglie, sulle imprese;

            la crescita economica, insieme alla tenuta dei conti pubblici, rappresenta per l'Italia un obiettivo prioritario da perseguire per invertire una tendenza che altrimenti vedrebbe aggravare la situazione di stagnazione e recessione del nostro Paese nel corso dei prossimi anni, con possibili gravi ricadute non solo sulla competitività complessiva del Paese ma anche sul percorso di rientro del debito pubblico;

            dopo la difficile operazione che ha consentito nel corso degli ultimi mesi di raggiungere l'obiettivo del riequilibrio dell'andamento dei conti pubblici e l'allontanamento dello spettro del default, occorre pertanto adottare urgenti misure di sostegno alla crescita, in linea con le recenti posizioni emergenti in seno all'Unione europea espresse dalla lettera sottoscritta da 12 leaders di Paesi membri UE e dallo stesso Presidente della Commissione europea Barroso;

            a tale scopo, i Comuni e le Province possono svolgere nel nostro Paese un ruolo fondamentale, utilizzando le risorse a loro disposizione per riattivare il circuito delle spese per investimenti e dei pagamenti alle imprese;

                    considerato che:

            le ultime manovre governative hanno sottoposto i Comuni e le Province a tagli, vincoli e restrizioni, con un effetto netto cumulato nel periodo 2007-2013 di 12,677 miliardi di euro, riducendo in misura considerevole la loro autonomia finanziaria e ampliando le situazioni di disagio delle comunità locali;

            l'analisi dell'andamento della spesa dei singoli comparti del settore pubblico dimostra che in questi ultimi anni i Comuni hanno meritevolmente tenuto sotto controllo la spesa corrente e, per raggiungere gli stringenti obiettivi di finanza pubblica, hanno dovuto sacrificare la spesa in conto capitale;

            sulla base di recenti rilevazioni dell'Istat, emerge in tutta evidenza una riduzione della spesa degli enti locali per investimenti del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010, mentre nel 2012 è prevista una riduzione pari almeno al 18 per cento, con effetti inevitabilmente recessivi per le economie locali e complessivamente per l'intera economia nazionale;

            come si ricava da un recente rapporto dell'Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE), la spesa per infrastrutture, ed in particolare per le piccole opere, è diminuita del 34 per cento nel corso dell'ultimo triennio. In tale ambito, la spesa per la costruzione e la manutenzione delle strade, soprattutto quelle urbane, ha raggiunto livelli riconducibili ad oltre 20 anni fa;

            nonostante i tagli subiti e gli stringenti vincoli di finanza pubblica, molti Comuni e numerose Province risultano in regola con i vincoli del patto di stabilità ed hanno a disposizione risorse economiche libere ed utilizzabili per finanziare opere già progettate, cantierabili o già cantierate;

            tuttavia, i limiti, posti dal patto di stabilità, non consentono ai Comuni e alle Province di poter legittimamente utilizzare tali risorse proprie (avanzi di amministrazione, oneri di urbanizzazione riscossi, entrate da alienazioni patrimoniali dell'ente, eccetera) per effettuare gli investimenti economici e infrastrutturali necessari sul territorio;

            l'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI), consapevole della gravità della situazione generale nella quale versavano i Comuni e a garanzia delle popolazioni amministrate, ha più volte richiesto al Governo, nei mesi scorsi, una serie di interventi urgenti per consentire, in deroga al patto di stabilità interno, la possibilità di utilizzare i residui passivi, gli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, nonché i proventi derivanti dalla vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti;

                    rilevato che:

            un allentamento del patto di stabilità per i Comuni permetterebbe di mettere in moto opere medio-piccole, grazie alle quali verrebbe alimentata la piccola e media impresa italiana, in particolare nel settore dell'edilizia e del suo indotto, con immediati effetti benefici sul piano occupazionale evitando il ricorso agli ammortizzatori sociali;

            sulla base dei dati disponibili, se le città metropolitane potessero usufruire di un allentamento dei vincoli del patto di stabilità, e spendere le proprie risorse senza aumentare la leva fiscale, genererebbero una maggior spesa in conto capitale di quasi 3,5 miliardi di euro, che produrrebbe un aumento del PIL dello 0,2 per cento nel breve periodo. L'impatto sulla crescita, stimato in via prudenziale, sarebbe intorno allo 0,4 per cento (7 miliardi di euro circa) se si considerano il resto dei Comuni e delle Province e l'effetto moltiplicatore che tale tipologia di spesa produce sull'economia;

            in tutti i Paesi europei, per produrre immediati e positivi effetti economici e sociali si registrano stanziamenti in favore dei Comuni e delle altre istituzioni locali per il finanziamento di interventi nelle infrastrutture. In Germania sono stati stanziati nel corso degli ultimi due anni prestiti in favore dei Comuni per un ammontare superiore a 4 miliardi di euro da destinare esclusivamente al finanziamento di investimenti infrastrutturali locali; la Spagna ha destinato 10 miliardi di euro per i programmi di edilizia popolare; la Francia 10,5 miliardi di euro per l'ammodernamento delle infrastrutture locali;

            una deroga mirata, regolata e monitorata, al patto consentirebbe la realizzazione e l'ultimazione di quegli interventi infrastrutturali che possono essere finanziati con risorse già nella disponibilità degli enti, con un forte impatto sul tessuto economico locale e territoriale,

                    impegna il Governo:

            1) ad adottare con sollecitudine le più opportune modifiche alle norme che regolano i vincoli del patto di stabilità interno, allo scopo di rafforzare, nel rispetto dei limiti di bilancio e in linea con le recenti posizioni emerse in sede comunitaria, le iniziative per il sostegno alla crescita economica del Paese;

            2) a prevedere, nell'ambito di tale iniziativa, un allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali virtuosi e le Province in regola con il patto stesso, al fine di consentire l'utilizzo da parte di tali enti delle risorse a disposizione in via prioritaria per promuovere investimenti nelle infrastrutture tecnologiche e nella banda larga, allo scopo di ridurre il digital divide, per investimenti per lo sviluppo territoriale e nelle opere immediatamente cantierabili;

            3) a creare una "corsia preferenziale" per l'utilizzo dei fondi residui passivi per la spesa in conto capitale da impegnare nella manutenzione dei luoghi pubblici, con particolare riguardo a scuole, reti idriche, edilizia residenziale pubblica, nella mobilità sostenibile e nella messa in sicurezza del territorio;

            4) a prevedere l'esclusione dal patto di stabilità, per gli enti locali virtuosi beneficiari di finanziamenti nazionali ed europei per opere infrastrutturali, della quota di cofinanziamento dell'opera a proprio carico, al fine di sbloccare numerosi programmi di investimento attualmente fermi in ragione dei vincoli di finanza pubblica;

            5) a prevedere, nell'ambito dell'iniziativa per il sostegno alla crescita, misure finalizzate a garantire il pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali nei confronti delle imprese, nonché la semplificazione e la riduzione dei tempi di pagamento;

            6) a prevedere misure finalizzate alla semplificazione delle procedure burocratiche degli enti locali, e dei relativi tempi di autorizzazione, per la realizzazione dei progetti di investimento nei territori;

            7) a prevedere misure finalizzate a rafforzare il livello di autonomia finanziaria dei Comuni, portando a conclusione la riforma prevista dalla legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, rivedendo in tale ambito la disciplina vigente e i criteri di distribuzione dell'imposta municipale unica (IMU);

            8) al fine di favorire la realizzazione delle richiamate misure a sostegno della finanza locale, a promuovere e a sostenere, in sede comunitaria, le iniziative volte ad escludere, anche parzialmente, dal calcolo del deficit le spese sostenute dai Paesi membri dell'Unione europea per gli investimenti.

(1-00176p.a.) (testo 3) (17 maggio 2012)

Approvata

RANUCCI, FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, ADAMO, AGOSTINI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, BARBOLINI, BASSOLI, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BOSONE, BUBBICO, CARLONI, CAROFIGLIO, CASSON, CECCANTI, CERUTI, CHITI, CHIURAZZI, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FILIPPI Marco, FIORONI, FONTANA, GARAVAGLIA Mariapia, GARRAFFA, GHEDINI, GIARETTA, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, LEGNINI, LIVI BACCI, MAGISTRELLI, MARCUCCI, MARINARO, MARINO Mauro Maria, MERCATALI, MONGIELLO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEGRI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERDUCA, PIGNEDOLI, PORETTI, PROCACCI, ROILO, ROSSI Paolo, SCANU, SIRCANA, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VIMERCATI, VITA, VITALI. - Il Senato,

                    premesso che:

            in questo momento la drammatica crisi economica e finanziaria sta indebolendo l'economia del nostro Paese con un forte impatto negativo sull'economia reale, sui posti di lavoro, sui redditi delle famiglie, sulle imprese;

            la crescita economica, insieme alla tenuta dei conti pubblici, rappresenta per l'Italia un obiettivo prioritario da perseguire per invertire una tendenza che altrimenti vedrebbe aggravare la situazione di stagnazione e recessione del nostro Paese nel corso dei prossimi anni, con possibili gravi ricadute non solo sulla competitività complessiva del Paese ma anche sul percorso di rientro del debito pubblico;

            dopo la difficile operazione che ha consentito nel corso degli ultimi mesi di raggiungere l'obiettivo del riequilibrio dell'andamento dei conti pubblici e l'allontanamento dello spettro del default, occorre pertanto adottare urgenti misure di sostegno alla crescita, in linea con le recenti posizioni emergenti in seno all'Unione europea espresse dalla lettera sottoscritta da 12 leaders di Paesi membri UE e dallo stesso Presidente della Commissione europea Barroso;

            a tale scopo, i Comuni e le Province possono svolgere nel nostro Paese un ruolo fondamentale, utilizzando le risorse a loro disposizione per riattivare il circuito delle spese per investimenti e dei pagamenti alle imprese;

                    considerato che:

            le ultime manovre governative hanno sottoposto i Comuni e le Province a tagli, vincoli e restrizioni, con un effetto netto cumulato nel periodo 2007-2013 di 12,677 miliardi di euro, riducendo in misura considerevole la loro autonomia finanziaria e ampliando le situazioni di disagio delle comunità locali;

            l'analisi dell'andamento della spesa dei singoli comparti del settore pubblico dimostra che in questi ultimi anni i Comuni hanno meritevolmente tenuto sotto controllo la spesa corrente e, per raggiungere gli stringenti obiettivi di finanza pubblica, hanno dovuto sacrificare la spesa in conto capitale;

            sulla base di recenti rilevazioni dell'Istat, emerge in tutta evidenza una riduzione della spesa degli enti locali per investimenti del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010, mentre nel 2012 è prevista una riduzione pari almeno al 18 per cento, con effetti inevitabilmente recessivi per le economie locali e complessivamente per l'intera economia nazionale;

            come si ricava da un recente rapporto dell'Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE), la spesa per infrastrutture, ed in particolare per le piccole opere, è diminuita del 34 per cento nel corso dell'ultimo triennio. In tale ambito, la spesa per la costruzione e la manutenzione delle strade, soprattutto quelle urbane, ha raggiunto livelli riconducibili ad oltre 20 anni fa;

            nonostante i tagli subiti e gli stringenti vincoli di finanza pubblica, molti Comuni e numerose Province risultano in regola con i vincoli del patto di stabilità ed hanno a disposizione risorse economiche libere ed utilizzabili per finanziare opere già progettate, cantierabili o già cantierate;

            tuttavia, i limiti, posti dal patto di stabilità, non consentono ai Comuni e alle Province di poter legittimamente utilizzare tali risorse proprie (avanzi di amministrazione, oneri di urbanizzazione riscossi, entrate da alienazioni patrimoniali dell'ente, eccetera) per effettuare gli investimenti economici e infrastrutturali necessari sul territorio;

            l'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI), consapevole della gravità della situazione generale nella quale versavano i Comuni e a garanzia delle popolazioni amministrate, ha più volte richiesto al Governo, nei mesi scorsi, una serie di interventi urgenti per consentire, in deroga al patto di stabilità interno, la possibilità di utilizzare i residui passivi, gli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, nonché i proventi derivanti dalla vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti;

                    rilevato che:

            un allentamento del patto di stabilità per i Comuni permetterebbe di mettere in moto opere medio-piccole, grazie alle quali verrebbe alimentata la piccola e media impresa italiana, in particolare nel settore dell'edilizia e del suo indotto, con immediati effetti benefici sul piano occupazionale evitando il ricorso agli ammortizzatori sociali;

            sulla base dei dati disponibili, se le città metropolitane potessero usufruire di un allentamento dei vincoli del patto di stabilità, e spendere le proprie risorse senza aumentare la leva fiscale, genererebbero una maggior spesa in conto capitale di quasi 3,5 miliardi di euro, che produrrebbe un aumento del PIL dello 0,2 per cento nel breve periodo. L'impatto sulla crescita, stimato in via prudenziale, sarebbe intorno allo 0,4 per cento (7 miliardi di euro circa) se si considerano il resto dei Comuni e delle Province e l'effetto moltiplicatore che tale tipologia di spesa produce sull'economia;

            in tutti i Paesi europei, per produrre immediati e positivi effetti economici e sociali si registrano stanziamenti in favore dei Comuni e delle altre istituzioni locali per il finanziamento di interventi nelle infrastrutture. In Germania sono stati stanziati nel corso degli ultimi due anni prestiti in favore dei Comuni per un ammontare superiore a 4 miliardi di euro da destinare esclusivamente al finanziamento di investimenti infrastrutturali locali; la Spagna ha destinato 10 miliardi di euro per i programmi di edilizia popolare; la Francia 10,5 miliardi di euro per l'ammodernamento delle infrastrutture locali;

            una deroga mirata, regolata e monitorata, al patto consentirebbe la realizzazione e l'ultimazione di quegli interventi infrastrutturali che possono essere finanziati con risorse già nella disponibilità degli enti, con un forte impatto sul tessuto economico locale e territoriale,

                    impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            1) ad adottare con sollecitudine le più opportune modifiche alle norme che regolano i vincoli del patto di stabilità interno, allo scopo di rafforzare, nel rispetto dei limiti di bilancio e in linea con le recenti posizioni emerse in sede comunitaria, le iniziative per il sostegno alla crescita economica del Paese;

            2) a prevedere, nell'ambito di tale iniziativa, un allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali virtuosi e le Province in regola con il patto stesso, al fine di consentire l'utilizzo da parte di tali enti delle risorse a disposizione in via prioritaria per promuovere investimenti nelle infrastrutture tecnologiche e nella banda larga, allo scopo di ridurre il digital divide, per investimenti per lo sviluppo territoriale e nelle opere immediatamente cantierabili;

            3) a creare una "corsia preferenziale" per l'utilizzo dei fondi residui passivi per la spesa in conto capitale da impegnare nella manutenzione dei luoghi pubblici, con particolare riguardo a scuole, reti idriche, edilizia residenziale pubblica, nella mobilità sostenibile e nella messa in sicurezza del territorio;

            4) a prevedere l'esclusione dal patto di stabilità, per gli enti locali virtuosi beneficiari di finanziamenti nazionali ed europei per opere infrastrutturali, della quota di cofinanziamento dell'opera a proprio carico, al fine di sbloccare numerosi programmi di investimento attualmente fermi in ragione dei vincoli di finanza pubblica;

            5) a prevedere, nell'ambito dell'iniziativa per il sostegno alla crescita, misure finalizzate a garantire il pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali nei confronti delle imprese, nonché la semplificazione e la riduzione dei tempi di pagamento;

            6) a prevedere misure finalizzate alla semplificazione delle procedure burocratiche degli enti locali, e dei relativi tempi di autorizzazione, per la realizzazione dei progetti di investimento nei territori;

            7) a prevedere misure finalizzate a rafforzare il livello di autonomia finanziaria dei Comuni, portando a conclusione la riforma prevista dalla legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, rivedendo in tale ambito la disciplina vigente e i criteri di distribuzione dell'imposta municipale unica (IMU);

            8) al fine di favorire la realizzazione delle richiamate misure a sostegno della finanza locale, a promuovere e a sostenere, in sede comunitaria, le iniziative volte ad escludere, anche parzialmente, dal calcolo del deficit le spese sostenute dai Paesi membri dell'Unione europea per gli investimenti.

(1-00635) (15 maggio 2012)

V. testo 2

GARAVAGLIA Massimo, VACCARI, FRANCO Paolo, MONTANI, MURA, MAZZATORTA, CAGNIN, PITTONI. - Il Senato,

                    premesso che:

            il rigore delle misure economico-finanziarie adottate nel corso del 2011 e, di recente, dal Governo Monti, riportano i saldi di finanza pubblica nei limiti concordati in sede europea, ma non sono affatto idonee a promuovere la ripresa economica, anzi hanno innescato un processo di recessione ancora più grave;

            ora occorre che il Governo adotti nell'immediato interventi a sostegno delle imprese, in particolare le medie e piccole imprese, che rappresentano la parte più cospicua dell'apparato produttivo italiano;

            l'aggravarsi del fenomeno recessivo in tutti i Paesi dell'Unione europea (UE) ha indotto i vertici europei a sollecitare i Governi ad intervenire per sostenere la crescita del Pil, senza la quale si vanificano i sacrifici imposti ai cittadini;

            nel nostro Paese il reperimento di risorse, attuato soprattutto con l'inasprimento della pressione fiscale ed i tagli delle risorse agli enti locali, nella permanenza di una spesa corrente ad oggi ancora troppo incisiva sul Pil, sta compromettendo la ripresa economica ed ha messo in ginocchio le imprese e le famiglie;

            i gravi fenomeni di insofferenza (suicidi degli imprenditori, chiusura delle imprese, perdite di posti di lavoro, carovita, aumento dell'inflazione, eccetera) a cui si assiste ogni giorno rendono improcrastinabili interventi urgenti per mettere in condizione i Comuni di dare sostegno a livello territoriale agli imprenditori in grave difficoltà. Si tratta, infatti, di suicidi commessi da piccoli imprenditori, le cui imprese trovano sussistenza in genere nell'economia locale. Le amministrazioni locali avrebbero più facilità ad intervenire ed instaurare un rapporto con gli imprenditori in difficoltà per prevenire atti disperati;

            le ultime manovre, come ben noto, hanno inasprito i vincoli del patto di stabilità degli enti sottoposti, congelando qualsiasi intervento di continuità e/o di sviluppo delle economie territoriali;

            l'impossibilità per gli enti in avanzo di poter spendere le risorse per investimenti, ovvero l'impossibilità per gli enti locali di poter sbloccare i residui passivi per liberare le risorse indispensabili a pagare appalti e forniture e aiutare le aziende nella loro sopravvivenza sono cause da rimuovere con tempestività;

            si avvicina per i Comuni la chiusura dei bilanci per il 2012 e senza un cambiamento dello status quo sarà difficile far quadrare i conti senza tagliare drasticamente i servizi ai cittadini;

            alla rigidità del patto si è aggiunto il grave danno finanziario conseguente alla sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014. Nonostante le forti opposizioni di tutte le amministrazioni locali, il Governo non ha ritirato la norma ed ha costretto a versare nelle casse dello Stato 8,6 miliardi di liquidità, che erano nella disponibilità degli enti locali e territoriali e degli altri enti pubblici con autonomia finanziaria. Regioni e Comuni dovranno rinunciare, oltre all'autonomia finanziaria, anche ai maggiori interessi che avrebbero maturato mediante gli investimenti delle proprie disponibilità, da smobilizzare per il riversamento obbligatorio in tesoreria unica;

            inoltre, con l'anticipazione in via sperimentale dell'Imposta municipale unica (IMU) per il 2012, le autonomie locali avrebbero avuto un'occasione importante per disporre di maggiori entrate da destinare al sostegno dell'economia locale;

            al contrario, il Governo ha riservato una cospicua quota di gettito all'erario, aumentando di fatto solo la pressione fiscale locale a carico dei cittadini e delle imprese;

            è noto che il valore degli investimenti dell'economia locale rispetto a quella nazionale è pari al 60 per cento e, se continuano ad essere congelati gli investimenti degli enti locali, è difficile creare le condizioni i crescita del Pil per ripianare il debito pubblico;

            è prioritario intervenire con modifiche al patto di stabilità, per liberare risorse da destinare alla prosecuzione delle opere già appaltate, cantierare nuove opere, per salvare e far sopravvivere le piccole e medie aziende, con conseguente interruzione del processo di perdita di posti di lavoro, soprattutto nel settore edile,

                    impegna il Governo:

            1) ad adottare tempestivamente iniziative per far sì che gli enti locali possano essere il motore di partenza della ripresa economica, consentendo deroghe al patto di stabilità, finalizzate al pagamento dei residui passivi in conto capitale e favorire, in tal modo, il sostegno del tessuto economico locale e territoriale, costituito dalle piccole e medie imprese;

            2) a liberare entro il 2012 risorse finanziarie mediante l'applicazione dell'istituto della spending review, da destinare al ripristino del regime della tesoreria mista prima del decorso del triennio 2012-2014, per restituire autonomia finanziaria nella gestione delle risorse proprie agli enti interessati;

            3) ad adottare tutti i provvedimenti necessari per destinare l'intero gettito IMU alle autonomie locali, come prevedeva l'originaria normativa, almeno a decorrere dal 2013, compensando la quota di gettito attualmente riservata all'erario con effettivi tagli di spesa corrente delle amministrazioni centrali e contrastando i fenomeni di spreco delle risorse pubbliche;

            4) a potenziare il ruolo degli enti locali e territoriali nel processo di crescita dell'economia nazionale, la loro autonomia normativa e finanziaria, concludendo il processo di riforma previsto dalla legge delega n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale.

(1-00635) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

GARAVAGLIA Massimo, VACCARI, FRANCO Paolo, MONTANI, MURA, MAZZATORTA, CAGNIN, PITTONI. - Il Senato,

                    premesso che:

            il rigore delle misure economico-finanziarie adottate nel corso del 2011 e, di recente, dal Governo Monti, riportano i saldi di finanza pubblica nei limiti concordati in sede europea, ma non sono affatto idonee a promuovere la ripresa economica, anzi hanno innescato un processo di recessione ancora più grave;

            ora occorre che il Governo adotti nell'immediato interventi a sostegno delle imprese, in particolare le medie e piccole imprese, che rappresentano la parte più cospicua dell'apparato produttivo italiano;

            l'aggravarsi del fenomeno recessivo in tutti i Paesi dell'Unione europea (UE) ha indotto i vertici europei a sollecitare i Governi ad intervenire per sostenere la crescita del Pil, senza la quale si vanificano i sacrifici imposti ai cittadini;

            nel nostro Paese il reperimento di risorse, attuato soprattutto con l'inasprimento della pressione fiscale ed i tagli delle risorse agli enti locali, nella permanenza di una spesa corrente ad oggi ancora troppo incisiva sul Pil, sta compromettendo la ripresa economica ed ha messo in ginocchio le imprese e le famiglie;

            i gravi fenomeni di insofferenza (suicidi degli imprenditori, chiusura delle imprese, perdite di posti di lavoro, carovita, aumento dell'inflazione, eccetera) a cui si assiste ogni giorno rendono improcrastinabili interventi urgenti per mettere in condizione i Comuni di dare sostegno a livello territoriale agli imprenditori in grave difficoltà. Si tratta, infatti, di suicidi commessi da piccoli imprenditori, le cui imprese trovano sussistenza in genere nell'economia locale. Le amministrazioni locali avrebbero più facilità ad intervenire ed instaurare un rapporto con gli imprenditori in difficoltà per prevenire atti disperati;

            le ultime manovre, come ben noto, hanno inasprito i vincoli del patto di stabilità degli enti sottoposti, congelando qualsiasi intervento di continuità e/o di sviluppo delle economie territoriali;

            l'impossibilità per gli enti in avanzo di poter spendere le risorse per investimenti, ovvero l'impossibilità per gli enti locali di poter sbloccare i residui passivi per liberare le risorse indispensabili a pagare appalti e forniture e aiutare le aziende nella loro sopravvivenza sono cause da rimuovere con tempestività;

            si avvicina per i Comuni la chiusura dei bilanci per il 2012 e senza un cambiamento dello status quo sarà difficile far quadrare i conti senza tagliare drasticamente i servizi ai cittadini;

            alla rigidità del patto si è aggiunto il grave danno finanziario conseguente alla sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014. Nonostante le forti opposizioni di tutte le amministrazioni locali, il Governo non ha ritirato la norma ed ha costretto a versare nelle casse dello Stato 8,6 miliardi di liquidità, che erano nella disponibilità degli enti locali e territoriali e degli altri enti pubblici con autonomia finanziaria. Regioni e Comuni dovranno rinunciare, oltre all'autonomia finanziaria, anche ai maggiori interessi che avrebbero maturato mediante gli investimenti delle proprie disponibilità, da smobilizzare per il riversamento obbligatorio in tesoreria unica;

            inoltre, con l'anticipazione in via sperimentale dell'Imposta municipale unica (IMU) per il 2012, le autonomie locali avrebbero avuto un'occasione importante per disporre di maggiori entrate da destinare al sostegno dell'economia locale;

            al contrario, il Governo ha riservato una cospicua quota di gettito all'erario, aumentando di fatto solo la pressione fiscale locale a carico dei cittadini e delle imprese;

            è noto che il valore degli investimenti dell'economia locale rispetto a quella nazionale è pari al 60 per cento e, se continuano ad essere congelati gli investimenti degli enti locali, è difficile creare le condizioni i crescita del Pil per ripianare il debito pubblico;

            è prioritario intervenire con modifiche al patto di stabilità, per liberare risorse da destinare alla prosecuzione delle opere già appaltate, cantierare nuove opere, per salvare e far sopravvivere le piccole e medie aziende, con conseguente interruzione del processo di perdita di posti di lavoro, soprattutto nel settore edile,

                    impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            1) ad adottare tempestivamente iniziative per far sì che gli enti locali possano contribuire alla ripresa economica, consentendo deroghe al patto di stabilità, finalizzate al pagamento dei residui passivi in conto capitale e favorire, in tal modo, il sostegno del tessuto economico locale e territoriale, costituito dalle piccole e medie imprese;

            2) a liberare risorse finanziarie mediante l'applicazione dell'istituto della spending review, da destinare al ripristino del regime della tesoreria mista;

            3) a valutare l'opportunità di assumere i provvedimenti necessari per destinare l'intero gettito IMU alle autonomie locali, come prevedeva l'originaria normativa, compensando la quota di gettito attualmente riservata all'erario con effettivi tagli di spesa corrente delle amministrazioni centrali e contrastando i fenomeni di spreco delle risorse pubbliche;

            4) a potenziare il ruolo degli enti locali e territoriali nel processo di crescita dell'economia nazionale, la loro autonomia normativa e finanziaria, concludendo il processo di riforma previsto dalla legge delega n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale.

(1-00637) (15 maggio 2012)

V. testo 2

D'ALIA, SERRA, FISTAROL, GIAI, GUSTAVINO, GALIOTO, MUSSO, SBARBATI, VIZZINI. - Il Senato,

                    premesso che:

            per il 2012 il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica ammonta, per le Province, a 700 milioni di euro (800 milioni nel 2013), mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro (due miliardi di euro a partire dal 2013);

            secondo un recente rapporto dell'ANCE, l'associazione nazionale dei costruttori edili, la spesa per infrastrutture nel Paese è mai come oggi insufficiente: gli interventi nelle piccole e grandi opere infrastrutturali, infatti, sono calati del 34 per cento negli ultimi 3 anni; i lavori di costruzione e manutenzione delle strade, in particolar modo, hanno raggiunto il minimo storico degli ultimi 20 anni;

            se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende del settore a chiudere, è dovuta di fatto al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa degli enti locali, a causa del rispetto dei dettami del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;

            il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione è un fenomeno che sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto di piccole dimensioni. Per contrastare questo fenomeno, l'Unione europea (UE) ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese (che in alcuni casi sono state costrette a chiudere l'attività per mancanza di liquidità). I dati divulgati dall'Autorità di vigilanza evidenziano che i tempi di pagamento oscillano in un range compreso tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'UE. L'esposizione debitoria della pubblica amministrazione, sempre secondo l'Autorità di vigilanza, ammonterebbe a circa 37 miliardi di euro (una somma pari al 2,4 per cento del Prodotto interno lordo nazionale);

            secondo una stima dell'ANCE le Regioni nel 2010 non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto liberare risorse a costo zero per finanziare gli interventi in infrastrutture;

            nel 2011, invece, analizzando un campione di ben 14 Regioni su 20 e circa l'80 per cento degli enti locali soggetti al Patto, gli enti locali hanno presentato alle Regioni richieste di maggiori autorizzazioni di spesa per investimenti in conto capitale per un importo totale pari a 3,4 miliardi di euro;

            sullo sblocco delle risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può ancora fare: basti pensare, ad esempio, all'opportunità offerta dalla regionalizzazione del Patto di stabilità, di tipo verticale ed orizzontale. È di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; è di tipo orizzontale quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;

            con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;

            per dar luogo a quanto sopra le Regioni devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;

            alcune novità di rilievo, inoltre, sono state introdotte con il decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, cosiddetto decreto milleproroghe (art. 20, comma 33): esse hanno interessato le spese che concorrono alla determinazione degli obiettivi del patto regionale: nello specifico, le spese correnti rientranti nella qualifica funzionale "Ordinamento degli uffici - Amministrazione generale ed organi istituzionali" vengono ponderate con un coefficiente inferiore a 1, mentre le spese in conto capitale vengono ponderate con un coefficiente superiore a 1, attribuendo di fatto alle spese in conto capitale un maggior peso;

            un primo risultato del Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;

            in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), pur considerando il doveroso rispetto dei principi di rigore di bilancio, si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita, ed in tal senso il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti e garantire il miglioramento del benessere dei cittadini;

            non si può non tener conto, inoltre, del merito di molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini: proprio per tale ragione questi enti vanno premiati;

            meritano di essere citate le novità introdotte per il Patto di stabilità nel 2013, con l'introduzione del patto regionale integrato, che consente alle Regioni di concordare direttamente con lo Stato le modalità di raggiungimento dei propri obiettivi e degli obiettivi degli enti locali del proprio territorio. In sostanza viene introdotto un principio di territorialità che tiene conto delle condizioni economiche e sociali delle diverse aree del Paese;

            per quanto concerne il cofinanziamento dei progetti realizzati con fondi dell'UE, non sono state accettate le innumerevoli istanze degli enti locali che lamentano il fatto che le quote di cofinanziamento ai fondi europei di competenza di Stato e Regioni non possono essere escluse dal Patto: tale disposizione continua a bloccare inesorabilmente molti programmi di investimento;

            secondo alcuni studi dell'Associazione nazionale Comuni italiani (ANCI), i Comuni metropolitani italiani, con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;

            l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,

                    impegna il Governo:

            1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali;

            2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;

            3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole;

            4) a promuovere l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso il meccanismo del project finance, anche prevedendo agevolazioni per coloro i quali ritengono necessario ricorrere a tale strumento;

            5) a promuovere interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;

            6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;

            7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto anche sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini.

(1-00637) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

D'ALIA, SERRA, FISTAROL, GIAI, GUSTAVINO, GALIOTO, MUSSO, SBARBATI, VIZZINI. - Il Senato,

                    premesso che:

            per il 2012 il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica ammonta, per le Province, a 700 milioni di euro (800 milioni nel 2013), mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro (due miliardi di euro a partire dal 2013);

            secondo un recente rapporto dell'ANCE, l'associazione nazionale dei costruttori edili, la spesa per infrastrutture nel Paese è mai come oggi insufficiente: gli interventi nelle piccole e grandi opere infrastrutturali, infatti, sono calati del 34 per cento negli ultimi 3 anni; i lavori di costruzione e manutenzione delle strade, in particolar modo, hanno raggiunto il minimo storico degli ultimi 20 anni;

            se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende del settore a chiudere, è dovuta di fatto al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa degli enti locali, a causa del rispetto dei dettami del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;

            il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione è un fenomeno che sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto di piccole dimensioni. Per contrastare questo fenomeno, l'Unione europea (UE) ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese (che in alcuni casi sono state costrette a chiudere l'attività per mancanza di liquidità). I dati divulgati dall'Autorità di vigilanza evidenziano che i tempi di pagamento oscillano in un range compreso tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'UE. L'esposizione debitoria della pubblica amministrazione, sempre secondo l'Autorità di vigilanza, ammonterebbe a circa 37 miliardi di euro (una somma pari al 2,4 per cento del Prodotto interno lordo nazionale);

            secondo una stima dell'ANCE le Regioni nel 2010 non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto liberare risorse a costo zero per finanziare gli interventi in infrastrutture;

            nel 2011, invece, analizzando un campione di ben 14 Regioni su 20 e circa l'80 per cento degli enti locali soggetti al Patto, gli enti locali hanno presentato alle Regioni richieste di maggiori autorizzazioni di spesa per investimenti in conto capitale per un importo totale pari a 3,4 miliardi di euro;

            sullo sblocco delle risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può ancora fare: basti pensare, ad esempio, all'opportunità offerta dalla regionalizzazione del Patto di stabilità, di tipo verticale ed orizzontale. È di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; è di tipo orizzontale quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;

            con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;

            per dar luogo a quanto sopra le Regioni devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;

            alcune novità di rilievo, inoltre, sono state introdotte con il decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, cosiddetto decreto milleproroghe (art. 20, comma 33): esse hanno interessato le spese che concorrono alla determinazione degli obiettivi del patto regionale: nello specifico, le spese correnti rientranti nella qualifica funzionale "Ordinamento degli uffici - Amministrazione generale ed organi istituzionali" vengono ponderate con un coefficiente inferiore a 1, mentre le spese in conto capitale vengono ponderate con un coefficiente superiore a 1, attribuendo di fatto alle spese in conto capitale un maggior peso;

            un primo risultato del Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;

            in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), pur considerando il doveroso rispetto dei principi di rigore di bilancio, si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita, ed in tal senso il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti e garantire il miglioramento del benessere dei cittadini;

            non si può non tener conto, inoltre, del merito di molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini: proprio per tale ragione questi enti vanno premiati;

            meritano di essere citate le novità introdotte per il Patto di stabilità nel 2013, con l'introduzione del patto regionale integrato, che consente alle Regioni di concordare direttamente con lo Stato le modalità di raggiungimento dei propri obiettivi e degli obiettivi degli enti locali del proprio territorio. In sostanza viene introdotto un principio di territorialità che tiene conto delle condizioni economiche e sociali delle diverse aree del Paese;

            per quanto concerne il cofinanziamento dei progetti realizzati con fondi dell'UE, non sono state accettate le innumerevoli istanze degli enti locali che lamentano il fatto che le quote di cofinanziamento ai fondi europei di competenza di Stato e Regioni non possono essere escluse dal Patto: tale disposizione continua a bloccare inesorabilmente molti programmi di investimento;

            secondo alcuni studi dell'Associazione nazionale Comuni italiani (ANCI), i Comuni metropolitani italiani, con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;

            l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,

                    impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali;

            2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;

            3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole;

            4) a promuovere l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso il meccanismo del project finance, anche prevedendo agevolazioni per coloro i quali ritengono necessario ricorrere a tale strumento;

            5) a promuovere interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;

            6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;

            7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto anche sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini.

(1-00638) (15 maggio 2012)

V. testo 2

DE TONI, MASCITELLI, BELISARIO, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DI NARDO, GIAMBRONE, LANNUTTI, LI GOTTI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,

                    premesso che:

            i Comuni sono l'istituzione più vicina ai cittadini, tale da poter fronteggiare in modo efficace la crisi economica, con investimenti che siano un volano per l'economia e con politiche sociali che sostengano famiglie e persone in difficoltà, garantendo una comunità coesa e solidale;

            le manovre economico-finanziarie adottate, da ultimo, nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con inasprimenti del Patto di stabilità interno e con modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, che hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti senza un'adeguata riduzione della spesa corrente e l'adozione di modelli più efficienti di produzione dei servizi locali;

            i Comuni hanno partecipato più di altri comparti al risanamento della finanza pubblica, essendo il comparto che ha realizzato un surplus rispetto all'obiettivo assegnato dal Patto di stabilità; inoltre l'attuale perdurare della crisi economica evidenzia una crescente fascia di povertà e, quindi, una maggior richiesta ai Comuni di sussidi ed una maggiore spesa proprio rivolta al sociale;

            molti enti locali si trovano da tempo in un'oggettiva situazione di difficoltà finanziaria, recentemente accentuata dagli effetti della crisi economica internazionale. Ciò si traduce nel rallentamento dei pagamenti a favore di imprese e cittadini, con effetti fortemente negativi per l'intero sistema economico;

            per gli enti locali soggetti al Patto di stabilità interno un ulteriore rallentamento dei procedimenti di spesa deriva dagli stringenti vincoli imposti da tale meccanismo, peraltro necessario al fine di garantire il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica derivanti dal diritto comunitario;

            i vincoli del Patto di stabilità interno, in base alla normativa vigente, frenano soprattutto i pagamenti relativi alle spese di investimento degli enti locali, che viceversa è opportuno incrementare (compatibilmente con il rispetto degli equilibri di bilancio) per favorire la crescita dell'economia e migliorare la dotazione infrastrutturale pubblica;

            da tempo le istituzioni rappresentative degli enti locali, le organizzazioni rappresentative delle imprese e dei lavoratori hanno ripetutamente manifestato la necessità di un intervento teso ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno;

            valutato che:

            le manovre economiche approvate, con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2012, il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, il decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011 (Governo Berlusconi), e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (Governo Monti), hanno determinato, sul sistema delle Regioni e delle autonomie locali, effetti devastanti sia sul versante finanziario, sia sul versante ordinamentale, comportando un blocco nell'attuazione della legge delega sul federalismo fiscale e dei suoi decreti attuativi, con una centralizzazione delle risorse peraltro aggravata dalle norme sulla tesoreria unica inserite nel decreto-legge n. 1 del 2012 (cosiddetto decreto liberalizzazioni);

            deve considerarsi altamente vessatoria nei confronti degli enti locali, oltre che lesiva della loro dignità ed autonomia, la norma recata dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, con la quale si impone il ripristino dell'ordinario regime di tesoreria unica statale (di cui all'articolo 1 della legge n. 720 del 1984) secondo cui tutte le entrate degli enti locali devono essere versate presso sezioni di tesoreria provinciale dello Stato, comportando così la perdita per i Comuni di circa 300 milioni di euro di interessi, proprio in un momento di rilevante contrazione dei trasferimenti statali con conseguente ulteriore impoverimento delle già scarse finanze degli enti locali;

            considerato altresì che:

            da uno studio condotto dall'IFEL (la fondazione dell'ANCI per la finanza e l'economia locale) sulla base del quadro aggiornato offerto dai bilanci delle città metropolitane, emerge che se le città metropolitane potessero spendere le risorse già in cassa, ma bloccate dal Patto di stabilità, raddoppierebbero la spesa per gli investimenti e per la crescita del Paese. Il tutto senza aumentare le tasse e senza ulteriori indebitamenti;

            dallo studio dell'IFEL risulta che la maggiore spesa in conto capitale, se si potessero spendere le risorse già a disposizione dei Comuni, ammonterebbe a quasi 3,5 miliardi, ovvero un aumento immediato di 2 decimi del Prodotto interno lordo (Pil): un raddoppio degli investimenti che arriverebbero dunque a 7 miliardi complessivi, ovvero 4 decimi di Pil. Alla luce di questi numeri il Governo deve rendersi conto che se davvero si vuole spingere la crescita del Paese, bisogna dare ai Comuni la possibilità di fare investimenti in opere immediatamente cantierabili, di accrescere le opportunità di impiego e di sviluppo del lavoro, ed altresì di rendere rapidi i pagamenti alle imprese senza permettere alcun ulteriore indebitamento per gli enti locali,

                    impegna il Governo:

            1) ad adottare le opportune iniziative volte ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno, con particolare riferimento alle spese per interventi infrastrutturali da parte degli enti locali più virtuosi;

            2) ad escludere dal computo dei saldi validi ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno le spese per investimenti dei Comuni virtuosi, consentendo così il finanziamento di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, immediatamente cantierabili, adatte all'intervento delle piccole e medie imprese, e creando un volano per le attività economiche, con un effetto di traino tanto più prezioso in questa fase di crisi economica ed occupazionale, tenendo anche conto che le spese degli enti locali per le opere pubbliche rappresentano più del 60 per cento delle spese in conto capitale delle pubbliche amministrazioni;

            3) ad adottare iniziative per escludere il più possibile dai saldi utili del Patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell'articolo 183 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000;

            4) a riconsiderare la disciplina in materia di tesoreria unica, introdotta dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, anche valutando l'opportunità di anticipare, con provvedimento normativo, il termine applicativo fissato al 31 dicembre 2014.

(1-00638) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

DE TONI, MASCITELLI, BELISARIO, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DI NARDO, GIAMBRONE, LANNUTTI, LI GOTTI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,

                    premesso che:

            i Comuni sono l'istituzione più vicina ai cittadini, tale da poter fronteggiare in modo efficace la crisi economica, con investimenti che siano un volano per l'economia e con politiche sociali che sostengano famiglie e persone in difficoltà, garantendo una comunità coesa e solidale;

            le manovre economico-finanziarie adottate, da ultimo, nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con inasprimenti del Patto di stabilità interno e con modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, che hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti senza un'adeguata riduzione della spesa corrente e l'adozione di modelli più efficienti di produzione dei servizi locali;

            i Comuni hanno partecipato più di altri comparti al risanamento della finanza pubblica, essendo il comparto che ha realizzato un surplus rispetto all'obiettivo assegnato dal Patto di stabilità; inoltre l'attuale perdurare della crisi economica evidenzia una crescente fascia di povertà e, quindi, una maggior richiesta ai Comuni di sussidi ed una maggiore spesa proprio rivolta al sociale;

            molti enti locali si trovano da tempo in un'oggettiva situazione di difficoltà finanziaria, recentemente accentuata dagli effetti della crisi economica internazionale. Ciò si traduce nel rallentamento dei pagamenti a favore di imprese e cittadini, con effetti fortemente negativi per l'intero sistema economico;

            per gli enti locali soggetti al Patto di stabilità interno un ulteriore rallentamento dei procedimenti di spesa deriva dagli stringenti vincoli imposti da tale meccanismo, peraltro necessario al fine di garantire il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica derivanti dal diritto comunitario;

            i vincoli del Patto di stabilità interno, in base alla normativa vigente, frenano soprattutto i pagamenti relativi alle spese di investimento degli enti locali, che viceversa è opportuno incrementare (compatibilmente con il rispetto degli equilibri di bilancio) per favorire la crescita dell'economia e migliorare la dotazione infrastrutturale pubblica;

            da tempo le istituzioni rappresentative degli enti locali, le organizzazioni rappresentative delle imprese e dei lavoratori hanno ripetutamente manifestato la necessità di un intervento teso ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno;

            valutato che:

            le manovre economiche approvate, con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2012, il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, il decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011 (Governo Berlusconi), e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (Governo Monti), hanno determinato, sul sistema delle Regioni e delle autonomie locali, effetti devastanti sia sul versante finanziario, sia sul versante ordinamentale, comportando un blocco nell'attuazione della legge delega sul federalismo fiscale e dei suoi decreti attuativi, con una centralizzazione delle risorse peraltro aggravata dalle norme sulla tesoreria unica inserite nel decreto-legge n. 1 del 2012 (cosiddetto decreto liberalizzazioni);

            deve considerarsi altamente vessatoria nei confronti degli enti locali, oltre che lesiva della loro dignità ed autonomia, la norma recata dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, con la quale si impone il ripristino dell'ordinario regime di tesoreria unica statale (di cui all'articolo 1 della legge n. 720 del 1984) secondo cui tutte le entrate degli enti locali devono essere versate presso sezioni di tesoreria provinciale dello Stato, comportando così la perdita per i Comuni di circa 300 milioni di euro di interessi, proprio in un momento di rilevante contrazione dei trasferimenti statali con conseguente ulteriore impoverimento delle già scarse finanze degli enti locali;

            considerato altresì che:

            da uno studio condotto dall'IFEL (la fondazione dell'ANCI per la finanza e l'economia locale) sulla base del quadro aggiornato offerto dai bilanci delle città metropolitane, emerge che se le città metropolitane potessero spendere le risorse già in cassa, ma bloccate dal Patto di stabilità, raddoppierebbero la spesa per gli investimenti e per la crescita del Paese. Il tutto senza aumentare le tasse e senza ulteriori indebitamenti;

            dallo studio dell'IFEL risulta che la maggiore spesa in conto capitale, se si potessero spendere le risorse già a disposizione dei Comuni, ammonterebbe a quasi 3,5 miliardi, ovvero un aumento immediato di 2 decimi del Prodotto interno lordo (Pil): un raddoppio degli investimenti che arriverebbero dunque a 7 miliardi complessivi, ovvero 4 decimi di Pil. Alla luce di questi numeri il Governo deve rendersi conto che se davvero si vuole spingere la crescita del Paese, bisogna dare ai Comuni la possibilità di fare investimenti in opere immediatamente cantierabili, di accrescere le opportunità di impiego e di sviluppo del lavoro, ed altresì di rendere rapidi i pagamenti alle imprese senza permettere alcun ulteriore indebitamento per gli enti locali,

                    impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            1) ad adottare le opportune iniziative volte ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno, con particolare riferimento alle spese per interventi infrastrutturali da parte degli enti locali più virtuosi;

            2) ad escludere dal computo dei saldi validi ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno le spese per investimenti dei Comuni virtuosi, consentendo così il finanziamento di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, immediatamente cantierabili, adatte all'intervento delle piccole e medie imprese, e creando un volano per le attività economiche, con un effetto di traino tanto più prezioso in questa fase di crisi economica ed occupazionale, tenendo anche conto che le spese degli enti locali per le opere pubbliche rappresentano più del 60 per cento delle spese in conto capitale delle pubbliche amministrazioni;

            3) ad adottare iniziative per escludere il più possibile dai saldi utili del Patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell'articolo 183 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000;

            4) a riconsiderare la disciplina in materia di tesoreria unica, introdotta dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.

(1-00639) (15 maggio 2012)

V. testo 2

RUTELLI, BALDASSARRI, DE ANGELIS, BAIO, BRUNO, CONTINI, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, MOLINARI, RUSSO, STRANO, VALDITARA. - Il Senato,

                    premesso che:

            il patto di stabilità interno è stato introdotto dalla legge 23 dicembre 1998, n. 448, al fine di responsabilizzare direttamente gli enti locali nell'azione di monitoraggio e controllo della finanza pubblica italiana nel contesto dei vincoli europei del patto di stabilità e crescita; dopo quasi 15 anni dalla sua introduzione, lo strumento ha rivelato un'efficacia solo parziale rispetto alle iniziali aspettative, principalmente perché ha prodotto effetti collaterali negativi in termini di penalizzazione degli investimenti pubblici, e ciò anche a causa delle numerose modifiche della normativa che ne regola il funzionamento, mirate principalmente ad adattare il meccanismo agli obiettivi sempre più stringenti delle manovre finanziarie per la correzione dei conti pubblici italiani;

            con il passare del tempo, il patto di stabilità interno ha progressivamente ridotto i margini di discrezionalità degli enti locali nella gestione economica e finanziaria, costringendoli ad operare in regime di continua emergenza e a praticare in moltissimi casi tagli consistenti a livello dei servizi erogati alla collettività, incidendo così negativamente sui livelli di benessere dei cittadini; in molti casi, tra l'altro, l'eccessivo inasprimento dei vincoli ha reso paradossalmente quasi impossibile il raggiungimento degli obiettivi imposti dallo stesso patto;

            il progressivo inasprimento delle sanzioni a carico degli enti inadempienti ha reso sempre più complicata la vita delle amministrazioni comunali, peggiorando le condizioni di operatività degli enti che non centrano gli obiettivi ed esponendoli spesso al rischio di pericolosi meccanismi di avvitamento e paralisi finanziaria; tra le sanzioni più importanti attualmente in vigore è il caso di ricordare la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio, il divieto di impegnare spese correnti in misura superiore alla media dell'ultimo triennio, il divieto di ricorrere all'indebitamento per fare investimenti pubblici;

            a complicare la situazione gestionale dei Comuni sono stati altresì i continui tagli ai trasferimenti da parte dello Stato che hanno di fatto impedito di realizzare un'efficace programmazione economica e finanziaria anche per i Comuni più virtuosi; secondo i calcoli dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani, nel periodo 2007-2013 il contributo dei Comuni al conseguimento degli obiettivi delle manovre finanziarie è stimabile cumulativamente in poco meno di 13 miliardi di euro; circa 2,5 miliardi di euro di risparmi sono stati ottenuti dallo Stato per il 2011 e 2012 attraverso il taglio diretto dei trasferimenti erariali ai Comuni;

            l'impatto delle manovre finanziarie sui Comuni per gli anni 2011 e 2012 sono previsti rispettivamente in 3,3 miliardi di euro e 3 miliardi di euro; tali tagli risultano particolarmente pesanti, oltre che in termini assoluti, anche in rapporto alla fase critica che l'economia sta attraversando a causa della crisi; il forte irrigidimento dei vincoli imposti dal patto di stabilità interno e, in particolare, la reintroduzione dell'obiettivo in termini di saldo calcolato in base al criterio della "competenza mista" ha determinato e rischia di determinare ancora per il futuro un impatto fortemente negativo sulla spesa in conto capitale; i dati ufficiali dell'ISTAT mostrano che l'applicazione del patto di stabilità interno se, da un lato, giocoforza ha imposto ai Comuni di tenere sotto controllo la spesa corrente, dall'altro lato, li ha costretti anche a tagliare in modo molto pesante la spesa in conto capitale e in particolare gli investimenti pubblici, che sempre secondo valutazioni basate su dati ISTAT dal 2004 al 2010 si è ridotta di oltre 4 miliardi di euro; nel solo 2010 la spesa per investimenti dei Comuni ha registrato una contrazione del 16,5 per cento rispetto al 2009 che, tradotto in termini assoluti, significa circa 2,5 miliardi di euro in meno; alla luce degli obiettivi fissati dal Governo nelle manovre finanziarie varate a partire da settembre 2011 (con la legge n. 183 del 2011 e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto salva-Italia) si potrebbe avere una riduzione ancora maggiore nel 2012 e nel 2013;

            i dati dei rendiconti dei Comuni indicano un ammontare di residui passivi per impegni di spesa in conto capitale pari a circa 35 miliardi di euro; sulla base dei dati ricavati dalle richieste di autorizzazione di spesa avanzate dai Comuni nell'ambito della cosiddetta regionalizzazione del patto di stabilità interno si desume che l'ammontare di spesa per investimenti erogabile in tempi brevi, ma di fatto bloccato dai vincoli del patto, è pari a circa 3,5 miliardi di euro (solo 1,2 miliardi sbloccabili attraverso le compensazioni regionali); le residue risorse disponibili e ancora bloccato permetterebbero di realizzare investimenti in opere infrastrutturali di dimensioni medio-piccole con ricadute positive sia sul territorio e sui cittadini, sia sul tessuto di piccole e medie imprese di settori, quali l'edilizia, in cui la ripresa dell'attività avrebbe un impatto immediato e positivo sui livelli di occupazione;

            il blocco della cassa per le spese in conto capitale è anche una delle prinicipali cause dei ritardati pagamenti delle amministrazioni pubbliche per i crediti vantati da molte imprese appaltatrici che hanno in corso contratti per la realizzazione di opere pubbliche,

                    impegna il Governo:

            1) ad assumere entro brevissimo termine i necessari provvedimenti al fine di sbloccare i residui passivi in conto capitale per il triennio 2012-2014, consentendo così ai Comuni di riprendere gli investimenti pubblici almeno entro limiti complessivamente sufficienti a recuperare la contrazione di spesa di oltre 4 miliardi di euro registrata nel periodo 2004-2010 come indicato sopra e ad evitare un'ulteriore contrazione degli investimenti per i prossimi anni;

            2) a proporre in tempi brevi una deroga al patto di stabilità interno che attribuisca ai Comuni maggiore discrezionalità nell'utilizzo di alcune categorie di entrate proprie, quali quelle derivanti dall'alienazione del patrimonio dell'ente o dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione, a fronte di spese per investimento in opere di pubblica utilità cruciali per le comunità locali, quali gli edifici scolastici, le reti idriche, la viabilità sul territorio;

            3) a disporre una revisione complessiva del patto di stabilità interno nel senso di una maggiore flessibilità, anche al fine di rendere operativa la golden rule e riservare così una corsia preferenziale alle spese per investimenti pubblici anche a fronte di un maggiore rigore per quanto riguarda la spesa corrente.

(1-00639) (testo 2) (17 maggio 2012)

Approvata

RUTELLI, BALDASSARRI, DE ANGELIS, BAIO, BRUNO, CONTINI, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, MOLINARI, RUSSO, STRANO, VALDITARA. - Il Senato,

                    premesso che:

            il patto di stabilità interno è stato introdotto dalla legge 23 dicembre 1998, n. 448, al fine di responsabilizzare direttamente gli enti locali nell'azione di monitoraggio e controllo della finanza pubblica italiana nel contesto dei vincoli europei del patto di stabilità e crescita; dopo quasi 15 anni dalla sua introduzione, lo strumento ha rivelato un'efficacia solo parziale rispetto alle iniziali aspettative, principalmente perché ha prodotto effetti collaterali negativi in termini di penalizzazione degli investimenti pubblici, e ciò anche a causa delle numerose modifiche della normativa che ne regola il funzionamento, mirate principalmente ad adattare il meccanismo agli obiettivi sempre più stringenti delle manovre finanziarie per la correzione dei conti pubblici italiani;

            con il passare del tempo, il patto di stabilità interno ha progressivamente ridotto i margini di discrezionalità degli enti locali nella gestione economica e finanziaria, costringendoli ad operare in regime di continua emergenza e a praticare in moltissimi casi tagli consistenti a livello dei servizi erogati alla collettività, incidendo così negativamente sui livelli di benessere dei cittadini; in molti casi, tra l'altro, l'eccessivo inasprimento dei vincoli ha reso paradossalmente quasi impossibile il raggiungimento degli obiettivi imposti dallo stesso patto;

            il progressivo inasprimento delle sanzioni a carico degli enti inadempienti ha reso sempre più complicata la vita delle amministrazioni comunali, peggiorando le condizioni di operatività degli enti che non centrano gli obiettivi ed esponendoli spesso al rischio di pericolosi meccanismi di avvitamento e paralisi finanziaria; tra le sanzioni più importanti attualmente in vigore è il caso di ricordare la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio, il divieto di impegnare spese correnti in misura superiore alla media dell'ultimo triennio, il divieto di ricorrere all'indebitamento per fare investimenti pubblici;

            a complicare la situazione gestionale dei Comuni sono stati altresì i continui tagli ai trasferimenti da parte dello Stato che hanno di fatto impedito di realizzare un'efficace programmazione economica e finanziaria anche per i Comuni più virtuosi; secondo i calcoli dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani, nel periodo 2007-2013 il contributo dei Comuni al conseguimento degli obiettivi delle manovre finanziarie è stimabile cumulativamente in poco meno di 13 miliardi di euro; circa 2,5 miliardi di euro di risparmi sono stati ottenuti dallo Stato per il 2011 e 2012 attraverso il taglio diretto dei trasferimenti erariali ai Comuni;

            l'impatto delle manovre finanziarie sui Comuni per gli anni 2011 e 2012 sono previsti rispettivamente in 3,3 miliardi di euro e 3 miliardi di euro; tali tagli risultano particolarmente pesanti, oltre che in termini assoluti, anche in rapporto alla fase critica che l'economia sta attraversando a causa della crisi; il forte irrigidimento dei vincoli imposti dal patto di stabilità interno e, in particolare, la reintroduzione dell'obiettivo in termini di saldo calcolato in base al criterio della "competenza mista" ha determinato e rischia di determinare ancora per il futuro un impatto fortemente negativo sulla spesa in conto capitale; i dati ufficiali dell'ISTAT mostrano che l'applicazione del patto di stabilità interno se, da un lato, giocoforza ha imposto ai Comuni di tenere sotto controllo la spesa corrente, dall'altro lato, li ha costretti anche a tagliare in modo molto pesante la spesa in conto capitale e in particolare gli investimenti pubblici, che sempre secondo valutazioni basate su dati ISTAT dal 2004 al 2010 si è ridotta di oltre 4 miliardi di euro; nel solo 2010 la spesa per investimenti dei Comuni ha registrato una contrazione del 16,5 per cento rispetto al 2009 che, tradotto in termini assoluti, significa circa 2,5 miliardi di euro in meno; alla luce degli obiettivi fissati dal Governo nelle manovre finanziarie varate a partire da settembre 2011 (con la legge n. 183 del 2011 e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto salva-Italia) si potrebbe avere una riduzione ancora maggiore nel 2012 e nel 2013;

            i dati dei rendiconti dei Comuni indicano un ammontare di residui passivi per impegni di spesa in conto capitale pari a circa 35 miliardi di euro; sulla base dei dati ricavati dalle richieste di autorizzazione di spesa avanzate dai Comuni nell'ambito della cosiddetta regionalizzazione del patto di stabilità interno si desume che l'ammontare di spesa per investimenti erogabile in tempi brevi, ma di fatto bloccato dai vincoli del patto, è pari a circa 3,5 miliardi di euro (solo 1,2 miliardi sbloccabili attraverso le compensazioni regionali); le residue risorse disponibili e ancora bloccato permetterebbero di realizzare investimenti in opere infrastrutturali di dimensioni medio-piccole con ricadute positive sia sul territorio e sui cittadini, sia sul tessuto di piccole e medie imprese di settori, quali l'edilizia, in cui la ripresa dell'attività avrebbe un impatto immediato e positivo sui livelli di occupazione;

            il blocco della cassa per le spese in conto capitale è anche una delle prinicipali cause dei ritardati pagamenti delle amministrazioni pubbliche per i crediti vantati da molte imprese appaltatrici che hanno in corso contratti per la realizzazione di opere pubbliche,

                    impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            1) ad assumere entro brevissimo termine i necessari provvedimenti al fine di sbloccare i residui passivi in conto capitale per il triennio 2012-2014, consentendo così ai Comuni di riprendere gli investimenti pubblici almeno entro limiti complessivamente sufficienti a recuperare la contrazione di spesa di oltre 4 miliardi di euro registrata nel periodo 2004-2010 come indicato sopra e ad evitare un'ulteriore contrazione degli investimenti per i prossimi anni;

            2) a proporre in tempi brevi una deroga al patto di stabilità interno che attribuisca ai Comuni maggiore discrezionalità nell'utilizzo di alcune categorie di entrate proprie, quali quelle derivanti dall'alienazione del patrimonio dell'ente o dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione, a fronte di spese per investimento in opere di pubblica utilità cruciali per le comunità locali, quali gli edifici scolastici, le reti idriche, la viabilità sul territorio;

            3) a disporre una revisione complessiva del patto di stabilità interno nel senso di una maggiore flessibilità, anche al fine di rendere operativa la golden rule e riservare così una corsia preferenziale alle spese per investimenti pubblici anche a fronte di un maggiore rigore per quanto riguarda la spesa corrente.

ORDINI DEL GIORNO

G1

BRUNO, DE ANGELIS (*)

V. testo 2

Il Senato,

        premesso che:

            il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (istitutivo dell'imposta comunale sugli immobili, ICI), all'articolo 10, comma 5, prevedeva in origine la trasmissione ai Comuni dei dati relativi alla riscossione dell'imposta, anche al fine di pervenire alla formazione di anagrafi dei contribuenti attraverso l'incrocio con i dati relativi agli immobili assoggettati alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti e favorire la partecipazione dei Comuni all'attività di accertamento e controllo;

            il decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43, all'articolo 7, comma 2-ter, ha modificato il predetto decreto legislativo n. 504 del 1992 assegnando in modo specifico all'Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) il compito di organizzare le attività strumentali in ordine alla partecipazione dei Comuni alle procedure di accertamento e controllo, all'integrazione dei processi telematici della pubblica amministrazione, nonché al miglioramento dell'attività informativa anche a benefìcio dei contribuenti; la disposizione, così modificata, rinviava altresì ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze la definizione delle specifiche modalità attuative nonché l'attribuzione di un contributo pari allo 0,6 per mille del gettito dell'imposta per il finanziamento dei predetti servizi;

            le modalità attuative di cui alla precedente premessa venivano successivamente definite con decreto del Capo del Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005; il predetto decreto direttoriale prevedeva tra l'altro: (a) la nascita dell'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL), fondazione di diritto privato senza finalità di lucro, costituita su iniziativa dell'ANCI, ma avente patrimonio e contabilità distinti da quelli dell'ANCI medesima, con statuto approvato dall'ANCI e comunicato al Ministero dell'economia e delle finanze; (b) che i servizi stabiliti dall'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, come modificato dall'articolo 7, comma 2-ter, del decreto-legge n. 7 del 2005, sono svolti dall'IFEL e che di essi la Fondazione garantisce adeguata e sistematica informazione ai Comuni attraverso la fornitura di dati, elaborazioni statistiche, studi e ogni altro elemento utile all'applicazione dei tributi comunali; (c) l'assegnazione all'IFEL del contributo pari allo 0,6 per mille del gettito ICI;

            la legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità per il 2011), con l'articolo 1, comma 23, lettera b), ha ulteriormente modificato l'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, richiamando esplicitamente nel testo della normativa primaria il ruolo attribuito all'IFEL. La medesima legge di stabilità per il 2011 ha altresì modificato il decreto del Capo Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005 portando all'1 per mille la quota del gettito ICI attribuita alla Fondazione IFEL; la predetta quota del gettito ICI era stata già aumentata dall'originario 0,6 per mille allo 0,8 per mille con l'articolo 1, comma 251, della legge 24 dicembre 2007, n. 244;

            il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, ha ulteriormente aggiornato la normativa sul finanziamento dell'ANCI-IFEL per tenere conto dell'introduzione anticipata della nuova imposta municipale unica (IMU), avvenuta con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (cosiddetto Salva Italia), riportando allo 0,8 per mille il contributo calcolato solo sull'IMU riguardante gli immobili diversi dall'abitazione principale; il decreto-legge n. 16 del 2012 ha rinviato altresì ad un apposito provvedimento dell'Agenzia delle entrate le modalità di riversamento del contributo all'IFEL;

            una buona parte dell'attività dell'IFEL si concretizza oggi nella produzione di dati, elaborazioni statistiche e studi, che, pur essendo di elevato spessore tecnico, risultano scarsamente utili specialmente ai piccoli Comuni, i quali si confrontano giornalmente con esigenze di portata diversa ma ugualmente e forse più importanti sul piano pratico-amministrativo e dei servizi ai cittadini;

            per le ragioni esposte nella premessa precedente, molti piccoli Comuni, non utilizzando di fatto i servizi della Fondazione IFEL, trarrebbero vantaggio dalla possibilità di affidare a soggetti diversi dall'IFEL servizi più consoni alle proprie esigenze pratiche e alle necessità dei cittadini, ma, in base alla normativa attuale, essi sono posti in ogni caso di fronte all'obbligo di versare parte del proprio gettito IMU alla Fondazione dell'ANCI,

        impegna il Governo a promuovere le opportune modifiche alla normativa vigente illustrata in premessa, affinché siano esentati dal versamento del contributo all'IFEL di cui alle premesse tutti i Comuni che affidano a soggetti diversi dall'IFEL, con gara ad evidenza pubblica e comunque nel rispetto della normativa sugli affidamenti, lo svolgimento dei servizi di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992.

________________

(*) Aggiungono la firma in corso di seduta i senatori Fleres e Poli Bortone

G1 (testo 2)

BRUNO, DE ANGELIS, FLERES, POLI BORTONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

        premesso che:

            il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (istitutivo dell'imposta comunale sugli immobili, ICI), all'articolo 10, comma 5, prevedeva in origine la trasmissione ai Comuni dei dati relativi alla riscossione dell'imposta, anche al fine di pervenire alla formazione di anagrafi dei contribuenti attraverso l'incrocio con i dati relativi agli immobili assoggettati alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti e favorire la partecipazione dei Comuni all'attività di accertamento e controllo;

            il decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43, all'articolo 7, comma 2-ter, ha modificato il predetto decreto legislativo n. 504 del 1992 assegnando in modo specifico all'Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) il compito di organizzare le attività strumentali in ordine alla partecipazione dei Comuni alle procedure di accertamento e controllo, all'integrazione dei processi telematici della pubblica amministrazione, nonché al miglioramento dell'attività informativa anche a benefìcio dei contribuenti; la disposizione, così modificata, rinviava altresì ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze la definizione delle specifiche modalità attuative nonché l'attribuzione di un contributo pari allo 0,6 per mille del gettito dell'imposta per il finanziamento dei predetti servizi;

            le modalità attuative di cui alla precedente premessa venivano successivamente definite con decreto del Capo del Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005; il predetto decreto direttoriale prevedeva tra l'altro: (a) la nascita dell'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL), fondazione di diritto privato senza finalità di lucro, costituita su iniziativa dell'ANCI, ma avente patrimonio e contabilità distinti da quelli dell'ANCI medesima, con statuto approvato dall'ANCI e comunicato al Ministero dell'economia e delle finanze; (b) che i servizi stabiliti dall'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, come modificato dall'articolo 7, comma 2-ter, del decreto-legge n. 7 del 2005, sono svolti dall'IFEL e che di essi la Fondazione garantisce adeguata e sistematica informazione ai Comuni attraverso la fornitura di dati, elaborazioni statistiche, studi e ogni altro elemento utile all'applicazione dei tributi comunali; (c) l'assegnazione all'IFEL del contributo pari allo 0,6 per mille del gettito ICI;

            la legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità per il 2011), con l'articolo 1, comma 23, lettera b), ha ulteriormente modificato l'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, richiamando esplicitamente nel testo della normativa primaria il ruolo attribuito all'IFEL. La medesima legge di stabilità per il 2011 ha altresì modificato il decreto del Capo Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005 portando all'1 per mille la quota del gettito ICI attribuita alla Fondazione IFEL; la predetta quota del gettito ICI era stata già aumentata dall'originario 0,6 per mille allo 0,8 per mille con l'articolo 1, comma 251, della legge 24 dicembre 2007, n. 244;

            il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, ha ulteriormente aggiornato la normativa sul finanziamento dell'ANCI-IFEL per tenere conto dell'introduzione anticipata della nuova imposta municipale unica (IMU), avvenuta con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (cosiddetto Salva Italia), riportando allo 0,8 per mille il contributo calcolato solo sull'IMU riguardante gli immobili diversi dall'abitazione principale; il decreto-legge n. 16 del 2012 ha rinviato altresì ad un apposito provvedimento dell'Agenzia delle entrate le modalità di riversamento del contributo all'IFEL;

            una buona parte dell'attività dell'IFEL si concretizza oggi nella produzione di dati, elaborazioni statistiche e studi, che, pur essendo di elevato spessore tecnico, risultano scarsamente utili specialmente ai piccoli Comuni, i quali si confrontano giornalmente con esigenze di portata diversa ma ugualmente e forse più importanti sul piano pratico-amministrativo e dei servizi ai cittadini;

            per le ragioni esposte nella premessa precedente, molti piccoli Comuni, non utilizzando di fatto i servizi della Fondazione IFEL, trarrebbero vantaggio dalla possibilità di affidare a soggetti diversi dall'IFEL servizi più consoni alle proprie esigenze pratiche e alle necessità dei cittadini, ma, in base alla normativa attuale, essi sono posti in ogni caso di fronte all'obbligo di versare parte del proprio gettito IMU alla Fondazione dell'ANCI,

        invita il Governo a valutare l'opportunità di promuovere le opportune modifiche alla normativa vigente illustrata in premessa, affinché siano esentati dal versamento del contributo all'IFEL di cui alle premesse tutti i Comuni che affidano a soggetti diversi dall'IFEL, con gara ad evidenza pubblica e comunque nel rispetto della normativa sugli affidamenti, lo svolgimento dei servizi di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992.

________________

(*) Accolto dal Governo

G2

CUTRUFO (*)

V. testo 2

Il Senato della Repubblica,

        premesso che:

            - il nostro Paese è attraversato da una grave crisi economica.e finanziaria che ha avuto gravi ripercussioni sia sulle imprese che sulle famiglie;

            - nonostante gli interventi posti in essere dal Governo negli ultimi mesi, atti a riequilibrare i conti pubblici e che dovrebbero riattivare le conseguenti e necessarie misure a favore della crescita, purtroppo ancora appare lontana la ripresa e aumentano i disagi di tutti gli operatori che sono in credito con gli enti locali;

            - lo stato della nostra economia richiede, quindi, ormai un inderogabile intervento a favore della crescita che, in linea con quanto evidenziato dall'Unione europea, dia vigore alla nostra economia reale e consenta a Comuni e Province, anche utilizzando le risorse a loro disposizione, di riattivare gli investimenti e provvedere al pagamento delle imprese;

        preso atto che:

            - lo stato generale dell'economia, oltre ad aver ridotto la capacità finanziaria degli enti locali, ha costretto lo Stato a ridurre anche i trasferimenti a loro favore, limitandone l'autonomia economica e causando un aumento del disagio alle comunità locali;

            - secondo i dati forniti dall'Istat, la riduzione della spesa degli enti locali ha registrato una riduzione del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010;

            - per il 2012 è prevista una riduzione pari ad almeno il 18 per cento che, se confermata, potrebbe avere effetti decisamente recessivi per le economie locali e per l'intera economia nazionale;

            - anche le spese per le infrastrutture sono cospicuamente diminuite in maniera rilevante;

        preso atto, inoltre, che:

            - sono numerosi i Comuni e le Province che risultano in regola con il Patto di stabilità e che hanno a disposizione risorse economiche che potrebbero essere utilmente utilizzate per altre iniziative e opere infrastrutturali ma che, tuttavia, proprio a causa del medesimo Patto di stabilità non possono essere impiegate;

            - da ultimo, l'economia dei Comuni e delle Province soffre anche della sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014;

            - anche la recente introduzione dell'IMU, inoltre, non consente agli enti locali di acquisire importanti risorse poiché i maggiori introiti sono destinati allo Stato;

            - tale imposta, che dovrebbe essere considerata quale "una tantum", potrebbe, invece, essere utilmente sostituita con provvedimenti atti, soprattutto, a consentire il riequilibrio non tanto del bilancio, bensì il riequilibrio non più procastinabile del debito;

        considerato che:

            - i ritardi dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti dei privati costituisce un elemento di seria difficoltà per numerosissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni che, per tale motivo, sono esposte finanziariamente e rischiano il fallimento;

            - occorre intervenire in tempi rapidissimi per sbloccare tutti i vincoli che impediscono il percorso virtuoso dell'economia locale e quindi di quella nazionale;

        impegna il Governo:

            - a prevedere un allentamento delle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità al fine di facilitare la ripresa dell'economia dei Comuni;

            a prevedere un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità sia per i Comuni che per le Province cosiddette "virtuose" al fine di consentire la ripresa degli investimenti; in particolare gli investimenti in opere pubbliche, con particolare riferimento a quelle già in corso di esecuzione e per le quali sono bloccati i pagamenti da parte di Comuni che hanno risorse disponibili (per complessivi 11 miliardi) ma non possono utilizzarle, e per finanziare un numero limitato (la proposta ANCI è di individuarne 100) di opere pubbliche di valore medio-basso - fino a 5 milioni di euro - che possono fare la differenza in termini di sviluppo e impulso alla crescita nei Comuni più piccoli inclusi gli investimenti in infrastrutture tecnologiche e per l'edilizia scolastica;

            - a prevedere la possibilità di impiegare i "fondi passivi" per la spesa in conto capitale per finanziare opere infrastrutturali e quanto altro necessario;

            - a prevedere misure finalizzate a consentire che gli enti locali possano procedere al pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali;

            - a prevedere una maggiore discrezionalità a carico dei Comuni in riferimento all'utilizzo delle proprie entrate, soprattutto di quelle derivanti dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione e dall'alienazione del patrimonio dell'ente;

            - a prevedere misure destinate a riequilibrare il debito piuttosto che il bilancio e sostitutive dell'IMU dal 2013;

            - a prevedere la proporzionalità tra la contribuzione dei singoli comparti agli obiettivi di Patto e la quota parte di spesa pubblica ad essi collegata (attualmente il contributo dei Comuni ai risparmi di spesa degli ultimi anni è stato pari al 12,3 per cento a fronte di un'incidenza sulla spesa pubblica complessiva dell'8 per cento);

            a prevedere l'adeguamento delle regole del Patto di stabilità interno italiano a quelle in vigore nei più importanti Paesi europei, in particolare con riferimento alla cosiddetta golden rule, che prevede l'esclusione dagli obiettivi di Patto delle spese per investimento per quegli enti che abbiano equilibrio tra entrate e spese correnti e livelli di indebitamento sotto certe soglie;

            a prevedere, nelle more, la riduzione dei risparmi imposti ai Comuni;

            a rivedere in generale le norme adeguandole agli standard europei.

________________

(*) Aggiungono la firma in corso di seduta i senatori De Lillo e Bonfrisco

G2 (testo 2)

CUTRUFO, DE LILLO, BONFRISCO

Non posto in votazione (*)

Il Senato della Repubblica,

        premesso che:

            - il nostro Paese è attraversato da una grave crisi economica.e finanziaria che ha avuto gravi ripercussioni sia sulle imprese che sulle famiglie;

            - nonostante gli interventi posti in essere dal Governo negli ultimi mesi, atti a riequilibrare i conti pubblici e che dovrebbero riattivare le conseguenti e necessarie misure a favore della crescita, purtroppo ancora appare lontana la ripresa e aumentano i disagi di tutti gli operatori che sono in credito con gli enti locali;

            - lo stato della nostra economia richiede, quindi, ormai un inderogabile intervento a favore della crescita che, in linea con quanto evidenziato dall'Unione europea, dia vigore alla nostra economia reale e consenta a Comuni e Province, anche utilizzando le risorse a loro disposizione, di riattivare gli investimenti e provvedere al pagamento delle imprese;

        preso atto che:

            - lo stato generale dell'economia, oltre ad aver ridotto la capacità finanziaria degli enti locali, ha costretto lo Stato a ridurre anche i trasferimenti a loro favore, limitandone l'autonomia economica e causando un aumento del disagio alle comunità locali;

            - secondo i dati forniti dall'Istat, la riduzione della spesa degli enti locali ha registrato una riduzione del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010;

            - per il 2012 è prevista una riduzione pari ad almeno il 18 per cento che, se confermata, potrebbe avere effetti decisamente recessivi per le economie locali e per l'intera economia nazionale;

            - anche le spese per le infrastrutture sono cospicuamente diminuite in maniera rilevante;

        preso atto, inoltre, che:

            - sono numerosi i Comuni e le Province che risultano in regola con il Patto di stabilità e che hanno a disposizione risorse economiche che potrebbero essere utilmente utilizzate per altre iniziative e opere infrastrutturali ma che, tuttavia, proprio a causa del medesimo Patto di stabilità non possono essere impiegate;

            - da ultimo, l'economia dei Comuni e delle Province soffre anche della sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014;

            - anche la recente introduzione dell'IMU, inoltre, non consente agli enti locali di acquisire importanti risorse poiché i maggiori introiti sono destinati allo Stato;

            - tale imposta, che dovrebbe essere considerata quale "una tantum", potrebbe, invece, essere utilmente sostituita con provvedimenti atti, soprattutto, a consentire il riequilibrio non tanto del bilancio, bensì il riequilibrio non più procastinabile del debito;

        considerato che:

            - i ritardi dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti dei privati costituisce un elemento di seria difficoltà per numerosissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni che, per tale motivo, sono esposte finanziariamente e rischiano il fallimento;

            - occorre intervenire in tempi rapidissimi per sbloccare tutti i vincoli che impediscono il percorso virtuoso dell'economia locale e quindi di quella nazionale;

        impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            - a prevedere un allentamento delle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità al fine di facilitare la ripresa dell'economia dei Comuni;

            a prevedere un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità sia per i Comuni che per le Province cosiddette "virtuose" al fine di consentire la ripresa degli investimenti; in particolare gli investimenti in opere pubbliche, con particolare riferimento a quelle già in corso di esecuzione e per le quali sono bloccati i pagamenti da parte di Comuni che hanno risorse disponibili (per complessivi 11 miliardi) ma non possono utilizzarle, e per finanziare un numero limitato (la proposta ANCI è di individuarne 100) di opere pubbliche di valore medio-basso - fino a 5 milioni di euro - che possono fare la differenza in termini di sviluppo e impulso alla crescita nei Comuni più piccoli inclusi gli investimenti in infrastrutture tecnologiche e per l'edilizia scolastica;

            - a prevedere la possibilità di impiegare i "fondi passivi" per la spesa in conto capitale per finanziare opere infrastrutturali e quanto altro necessario;

            - a prevedere misure finalizzate a consentire che gli enti locali possano procedere al pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali;

            - a prevedere una maggiore discrezionalità a carico dei Comuni in riferimento all'utilizzo delle proprie entrate, soprattutto di quelle derivanti dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione e dall'alienazione del patrimonio dell'ente;

            - a prevedere misure destinate a riequilibrare il debito piuttosto che il bilancio e sostitutive dell'IMU ;

            - a prevedere la proporzionalità tra la contribuzione dei singoli comparti agli obiettivi di Patto e la quota parte di spesa pubblica ad essi collegata;

            a prevedere l'adeguamento delle regole del Patto di stabilità interno italiano a quelle in vigore nei più importanti Paesi europei, in particolare con riferimento alla cosiddetta golden rule, che prevede l'esclusione dagli obiettivi di Patto delle spese per investimento per quegli enti che abbiano equilibrio tra entrate e spese correnti e livelli di indebitamento sotto certe soglie;

            a prevedere, nelle more, la riduzione dei risparmi imposti ai Comuni;

            a rivedere in generale le norme adeguandole agli standard europei.

________________

(*) Accolto dal Governo

G3

VIESPOLI, FLERES, MENARDI, PISCITELLI, SAIA, CARRARA, CASTIGLIONE, CENTARO, FERRARA, FILIPPI ALBERTO, POLI BORTONE, VILLARI

V. testo 2

Il Senato,

        premesso che:

            il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica, per il 2012, ammonta per le Province, a 700 milioni di euro, mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro;

            le recenti manovre economico-finanziarie adottate nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con l'inasprimenti del Patto di stabilità interno e con le modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti;

            se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende a chiudere, è dovuta al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa da parte degli enti locali, causata dal rispetto del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica Amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;

            il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto quelle piccole. Per contrastare tale fenomeno, l'Unione europea ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano di detta Direttiva desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese;

            è opportuno favorire il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione;

            nel 2010 le Regioni non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto finanziare interventi infrastrutturali;

            per sbloccare le risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può dar vita al Patto di stabilità di tipo verticale ed orizzontale. Si dice di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; il tipo orizzontale è quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;

            con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;

            le Regioni per effettuare quanto sopra citato devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;

            il Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;

            in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita. Il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché a sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti;

            molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini, per tale ragione questi enti vanno premiati;

            i Comuni metropolitani italiani, secondo alcuni studi (ANCI), con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;

            le somme destinate ad opere pubbliche contribuiscono ad aumentare il patrimonio pubblico, dunque modificano l'assetto dei bilanci, ma non il suo valore complessivo;

            l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,

        impegna il Governo:

            1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali, anche accelerando il pagamento dei debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione;

            2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;

            3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole, dei tempi e delle modalità di esecuzione degli interventi;

            4) a favorire l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso i dispositivi del project finance;

            5) a dare inizio ad interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;

            6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;

            7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto sul miglioramento con i rapporti con l'utenza, sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini e sulle proprie performance negli ambiti di competenza propria.

G3 (testo 2)

VIESPOLI, FLERES, MENARDI, PISCITELLI, SAIA, CARRARA, CASTIGLIONE, CENTARO, FERRARA, FILIPPI ALBERTO, POLI BORTONE, VILLARI

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

        premesso che:

            il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica, per il 2012, ammonta per le Province, a 700 milioni di euro, mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro;

            le recenti manovre economico-finanziarie adottate nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con l'inasprimenti del Patto di stabilità interno e con le modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti;

            se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende a chiudere, è dovuta al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa da parte degli enti locali, causata dal rispetto del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica Amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;

            il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto quelle piccole. Per contrastare tale fenomeno, l'Unione europea ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano di detta Direttiva desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese;

            è opportuno favorire il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione;

            nel 2010 le Regioni non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto finanziare interventi infrastrutturali;

            per sbloccare le risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può dar vita al Patto di stabilità di tipo verticale ed orizzontale. Si dice di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; il tipo orizzontale è quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;

            con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;

            le Regioni per effettuare quanto sopra citato devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;

            il Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;

            in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita. Il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché a sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti;

            molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini, per tale ragione questi enti vanno premiati;

            i Comuni metropolitani italiani, secondo alcuni studi (ANCI), con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;

            le somme destinate ad opere pubbliche contribuiscono ad aumentare il patrimonio pubblico, dunque modificano l'assetto dei bilanci, ma non il suo valore complessivo;

            l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,

        impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:

            1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali, anche accelerando il pagamento dei debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione;

            2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;

            3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole, dei tempi e delle modalità di esecuzione degli interventi;

            4) a favorire l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso i dispositivi del project finance;

            5) a dare inizio ad interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;

            6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;

            7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto sul miglioramento con i rapporti con l'utenza, sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini e sulle proprie performance negli ambiti di competenza propria.

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(*) Accolto dal Governo