SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVI LEGISLATURA ------
725a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
GIOVEDÌ 17 MAGGIO 2012
(Antimeridiana)
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Presidenza del vice presidente NANIA,
indi del presidente SCHIFANI
e del vice presidente CHITI
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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Coesione Nazionale (Grande Sud-Sì Sindaci-Popolari d'Italia Domani-Il Buongoverno-Fare Italia): CN:GS-SI-PID-IB-FI; Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Per il Terzo Polo (ApI-FLI): Per il Terzo Polo:ApI-FLI; Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano, Partito Socialista Italiano): UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI; Misto: Misto; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS; Misto-Partecipazione Democratica: Misto-ParDem; Misto-Partito Repubblicano Italiano: Misto-P.R.I.; Misto-SIAMO GENTE COMUNE Movimento Territoriale: Misto-SGCMT.
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RESOCONTO SOMMARIO
Presidenza del vice presidente NANIA
La seduta inizia alle ore 9,08.
Il Senato approva il processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
Le comunicazioni rese dalla Presidenza nel corso della seduta, tra cui quella relativa alle dimissioni della senatrice Colli, sono riportate nel Resoconto stenografico.
Seguito della discussione delle mozioni nn. 600, 623, 624, 625, 626, 628, 629 e 630 sulla normativa relativa alle fonti energetiche rinnovabili
Approvazione delle mozioni nn. 600 (testo 2), 623, 624 (testo 2), 625 (testo 2), 626 (testo 3), 628 (testo 2), 629 (testo 2) e della premessa, nonché del secondo, terzo e quarto capoverso del dispositivo della mozione n. 630. Reiezione del primo capoverso del dispositivo della mozione n. 630. Accoglimento dell'ordine del giorno G1 (testo 2)
PRESIDENTE. Ricorda che nella seduta del 10 maggio hanno avuto luogo l'illustrazione e la discussione delle mozioni. Ricorda altresì che è stato presentato l'ordine del giorno G1.
DE VINCENTI,sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Il Governo punta allo sviluppo delle energie rinnovabili elettriche oltre l'obiettivo percentuale fissato in sede europea per il 2020 (si conta di arrivare ad almeno il 35 per cento, rispetto al 26 per cento originariamente individuato) e ha conseguentemente ridefinito il sistema degli incentivi. Convergendo su questa impostazione, tutte le mozioni sono, nella sostanza, condivisibili. Il Governo accoglie interamente la mozione n. 623, mentre per quanto riguarda le altre mozioni e l'ordine del giorno G1 propone alcune correzioni (v. Resoconto stenografico).
PRESIDENTE. Passa alla votazione.
LI GOTTI (IdV). Per tributare un riconoscimento al netto cambiamento di linea politica del Governo in materia energetica, l'IdV accoglie le modifiche richieste dal Governo alla mozione n. 629 (v. testo 2 nell'allegato A). Tuttavia, alcune dichiarazioni del Ministro dello sviluppo circa l'aumento della quantità di gas e petrolio estraibili da giacimenti nazionali non appaiono del tutto coerenti con l'esigenza di tutela del territorio e con l'impegno a ridefinire la strategia nazionale puntando sulle energie rinnovabili in vista del raggiungimento degli obiettivi europei e si traducono di fatto solo in un incremento dei profitti dei concessionari, che continuano a versare aliquote bassissime. Da questo punto di vista è particolarmente grave l'assenza dell'Italia nel progetto di sviluppo dell'energia solare "Desertec" proposto dalla Germania, paradossalmente fondato su sistemi tecnologici di invenzione italiana: il precedente Governo era ostile a quella soluzione, ma l'attuale ha meritoriamente deciso di puntare sulle rinnovabili e quindi la mancanza di accenni al progetto appare inspiegabile.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Il Gruppo si compiace del giudizio positivo espresso dal Governo su tutti i punti della mozione n. 623, che conferma la validità della strada intrapresa per il sostegno alle energie rinnovabili. Tale percorso è infatti imprescindibile perché il costo delle fonti energetiche fossili è aumentato, il nucleare è stato bocciato dal referendum popolare e la disponibilità di petrolio diminuirà sempre di più nel tempo. E' opportuno sostenere lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili anche per incentivare la crescita economica di interi territori. Gli incentivi, però, non devono favorire la speculazione energetica, bensì sostenere l'autoimpiego e l'autoconsumo; in questo senso vanno promossi interventi in agricoltura e, per ridurre i costi energetici della pubblica amministrazione, istallati impianti di produzione di energia sugli edifici scolastici e comunali, sulle caserme e sugli impianti sportivi. Annuncia il voto favorevole sulla mozione n. 623 e sulle altre, con le riformulazioni suggerite dal Governo, ove accolte dai presentatori.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Le questioni ambientali saranno una delle frontiere della politica del futuro, per questo va apprezzata la posizione innovativa del Governo. I monopoli nel settore energetico gravano sul costo dell'energia: per questo senso va sostenuto il progetto di scorporo di SNAM Rete Gas da ENI. Occorre incentivare la produzione di energia da fonti alternative, ma senza sostenere posizioni di rendita, perché gli obiettivi cui mirare devono essere il risparmio energetico e la riduzione del ricorso alle fonti fossili e dei costi degli impianti, che possono ridursi perché oggi sono negativamente influenzati dagli incentivi. Bisogna poi vigilare affinché gli incentivi arrivino ad una filiera europea e non a mercati extraeuropei privi di regolamentazione. Vi è la disponibilità a riformulare la parte della mozione che invita a tornare ad intendere gli incentivi al fotovoltaico come politiche ambientali. È positivo che il Governo non si sia espresso a favore della parte della mozione n. 630 che richiede la differenziazione del conto energia per fasce climatiche.
SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). L'energia rappresenta un asse strategico che va considerato anche alla luce delle problematiche ambientali: non a caso già da tempo l'Unione europea si è impegnata sui temi della riduzione delle emissioni nocive e dello sviluppo di energie alternative. Forse in passato l'Italia si è troppo sbilanciata su certi settori, come il fotovoltaico, aprendo la strada alla speculazione internazionale, che va invece disincentivata perché in diverse Regioni ha portato al saccheggio di terreni agricoli altamente produttivi. Va apprezzato l'accoglimento del nuovo piano energetico nazionale, che riprende alcuni punti positivi del passato, con una forte attenzione alla salvaguardia del patrimonio ambientale e paesaggistico del Paese. Il Gruppo voterà a favore di tutte le mozioni che dimostrano come parlare di crescita significhi affrontare questioni energetiche, perché dalla sicurezza e dall'approvvigionamento energetico, anche in termini qualitativi, dipendono il futuro e la crescita del Paese.
VALLARDI (LNP). Il Gruppo sosterrà tutte le mozioni perché, pur con sfumature diverse, tutte puntano a sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili, di cui l'Italia, dipendendo in larga misura da approvvigionamenti energetici esteri, ha grande bisogno. Il Governo ha accolto in parte le proposte della Lega Nord, ma dispiace che non sia stata completamente compresa la richiesta di differenziare il conto energia per fasce climatiche, giacché nelle aree più soleggiate il costo di un impianto fotovoltaico si ammortizza più rapidamente. Occorrerebbe investire in reti per il trasferimento al Nord dell'elettricità prodotta al Sud. Andrebbero infine sostenute le famiglie che intendono istallare impianti fotovoltaici sulle proprie abitazioni e favorite le aziende nazionali impegnate nel settore.
FIORONI (PD). Nel settore delle energie rinnovabili l'Italia può realizzare una filiera tecnologica innovativa che crei impresa ed occupazione e minimizzi le importazioni di prodotti energetici. Serve però un quadro normativo coerente e sistematico, che fornisca strumenti idonei per la massimizzazione delle prospettive di crescita delle rinnovabili nel mix energetico del Paese e la diminuzione del costo dell'energia. A tale riguardo si registra una carenza nelle politiche industriali nei settori più innovativi, che invece possono costituire un'eccellenza del sistema produttivo nazionale. Per ridurre i costi in bolletta, bisognerebbe assicurare stabilità e durata agli incentivi, rivedendoli periodicamente per adattarli alla riduzione dei costi di produzione, ma assicurando la remunerazione degli investimenti. Tali incentivi vanno però adeguati anche per le fonti sino ad oggi non incoraggiate a sufficienza, come quelle termiche, per le quali si è sviluppata una filiera industriale made in Italy. Va infine implementata l'efficienza energetica nella generazione e nell'uso dell'energia, per ridurre la domanda, la dipendenza dall'utilizzo di fonti fossili di importazione e le emissioni di gas serra.
CURSI (PdL). L'Italia ha maturato importanti progressi nel campo delle energie rinnovabili anche grazie ad interventi normativi come il decreto legislativo n. 28 del 2011, di recepimento della direttiva rinnovabili 2009/28/CE, per il quale la Commissione industria del Senato ha sollecitato il Governo ad adottare i decreti attuativi, giunti con diversi mesi di ritardo. Infatti, l'assenza di un quadro regolatore certo, soprattutto per quanto riguarda la programmazione, ha fino ad oggi comportato la paralisi degli investimenti nei settori eolico, idroelettrico e geotermico. È stato anche sollecitato un confronto più assiduo fra Governo e Parlamento al fine di compiere scelte equilibrate in tema di incentivi, che coniughino le esigenze della filiera industriale, dell'ambiente, dell'occupazione e salvaguardino la sostenibilità della bolletta elettrica per le famiglie e le piccole e medie imprese. Dichiara voto favorevole sulle mozioni.
POSSA (PdL). Intervenendo in dissenso su tutte le mozioni presentate, sottolinea la posizione eccessivamente remissiva dell'Italia rispetto all'agenda energetica dettata dalla Commissione europea, che dopo il pacchetto 20-20-20, già oneroso, ha predisposto un obiettivo traguardato al 2050 che comporterà stress insostenibili per il Paese. La posizione europea su questo tema è improntata ad una eccessiva demonizzazione delle emissioni di anidride carbonica e del loro impatto sul riscaldamento globale, che da più parti del mondo scientifico viene invece ridimensionato. Sarebbe opportuno mettere a punto un quadro strategico nazionale in cui siano definiti in modo equilibrato gli incentivi, in particolare quelli al fotovoltaico, che comportano costi insostenibili sulla bolletta elettrica.
MENARDI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Annuncia l'astensione dal voto su tutte le mozioni, sulle quali il dibattito ha assunto persino toni surreali, specialmente laddove si descrive quello delle energie rinnovabili come un elemento di crescita economica, quando in un solo anno il costo per la promozione delle fonti alternative è cresciuto del 50 per cento e insieme agli incentivi pregressi (l'Italia detiene il record mondiale di installazione fotovoltaica) vanno a comporre extracosti insostenibili che si traducono in aumenti continui e consistenti delle tariffe energetiche pagate direttamente dalle famiglie.
Presidenza del presidente SCHIFANI
SPADONI URBANI (PdL). Dissente dalle mozioni presentate, in quanto non vi si tiene conto dell'impatto relativo delle emissioni di CO2 sul riscaldamento globale e perché i finanziamenti nel settore sono stati ad oggi solo appannaggio degli altri Paesi.
VICARI (PdL). Accoglie la proposta di riformulazione avanzata dal Governo alla mozione n. 600, con alcune ulteriori correzioni (v. testo 2 nell'Allegato A). Ai colleghi dissenzienti segnala che la mozione si riferisce in generale alle fonti rinnovabili e non solo al fotovoltaico.
DE VINCENTI, sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Esprime parere favorevole alla nuova formulazione della mozione n. 600.
PINZGER (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Accoglie la riformulazione della mozione n. 624 proposta dal Governo (v. testo 2 nell'Allegato A).
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Riformula la mozione n. 625 nel senso indicato dal Governo (v. testo 2 nell'Allegato A).
BUBBICO (PD). Accoglie la riformulazione della mozione n. 626 proposta dal Governo (v. testo 2 in Allegato A).
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Riformula la mozione n. 628 nel testo indicato dal Governo (v. testo 2 in Allegato A).
Con votazioni nominali elettroniche, il Senato approva le mozioni nn. 600 (testo 2), 623, 624 (testo 2), 625 (testo 2), 626 (testo 2), 628 (testo 2) e 629 (testo 2).
VALLARDI (LNP). Nella convinzione che sia importante definire un sistema di investimenti per fasce climatiche, legato all'effettivo consumo di energia, non accetta la riformulazione proposta dal Governo e chiede la votazione per parti separate della mozione n. 630.
Con votazione per parti separate, con procedimento elettronico, il Senato approva la mozione n. 630, ad esclusione del primo capoverso del dispositivo.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Accetta la riformulazione dell'ordine del giorno G1 (v. testo 2 in Allegato A).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno G1 (testo 2), accolto dal Governo, non viene posto ai voti.
Discussione e approvazione del disegno di legge:
(3071) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, con allegato, fatto a Torino il 22 gennaio 2010 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale)
TONINI, f.f. relatore. Il disegno di legge in esame reca la ratifica dell'Accordo di sede della Fondazione europea per la formazione professionale. Questa agenzia specializzata dell'Unione europea ha funzioni di formazione, analisi e sostegno nei programmi di assistenza europei per lo sviluppo del capitale umano nei Paesi in transizione ed in via di sviluppo, in quelli candidati all'ingresso nell'Unione europea e nei Paesi destinatari dei programmi di assistenza dell'Unione europea di preadesione, di vicinato e partenariato e di cooperazione allo sviluppo. La sede è confermata presso il complesso di Villa Gualino a Torino e la Fondazione è dotata di personalità giuridica. La sede fisica ed il suo personale sono tutelati da inviolabilità, privilegi ed immunità previste dal Protocollo delle Comunità europee in materia.
PRESIDENTE. Non vi sono iscritti a parlare in discussione generale.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Raccomanda l'approvazione del disegno di legge di ratifica, che costituisce un segnale positivo verso il percorso di integrazione europea.
VICARI, segretario. Dà lettura del parere non ostativo espresso dalla 5a Commissione sul disegno di legge in esame.
Il Senato approva l'articolo 1 (Autorizzazione alla ratifica), l'articolo 2 (Ordine di esecuzione), l'articolo 3 (Copertura finanziaria) e l'articolo 4 (Entrata in vigore).
PRESIDENTE. Passa alla votazione finale.
PEDICA (IdV). Dichiara il voto favorevole del Gruppo IdV sul disegno di legge in esame, sebbene provvedimenti di questo tipo non siano da ritenersi prioritari data la gravità del momento che il Paese attraversa e meriterebbero procedure diverse che interessassero le sole Commissioni di merito.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Dichiara il voto favorevole del Gruppo ad un disegno di legge che risponde all'esigenza di favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e individua in Italia la sede della Fondazione. Allega il testo integrale dell'intervento ai Resoconti della seduta (v. Allegato B).
DAVICO (LNP). Nell'annunciare il voto favorevole della Lega Nord, si augura che la Fondazione non si configuri come una struttura burocratica volta a perpetuare se stessa ma sia capace di dare un contributo reale alla crescita.
MICHELONI (PD). Nel dichiarare il voto favorevole del PD, coglie l'occasione per invitare il Governo ad una riflessione sulle procedure di ratifica degli accordi internazionali perché i ritardi in questo ambito non sono sempre imputabili al Parlamento.
MANTICA (PdL). Nel dichiarare il voto favorevole del PdL, invita il Governo a considerare quale obiettivo prioritario l'individuazione e il mantenimento in Italia delle sedi di istituti internazionali.
Il Senato approva il disegno di legge n. 3071.
Discussione e approvazione del disegno di legge:
(3107) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, diversificata e professionale per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra i Governi della Repubblica italiana e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas il 27 luglio 2007 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale)
BETTAMIO, relatore. L'accordo sottoscritto a Caracas nel 2007 consente agli studenti italiani residenti in Venezuela che abbiano conseguito un diploma di maturità nelle scuole italiane di iscriversi alle università venezuelane senza sostenere ulteriori prove d'esame.
PRESIDENTE. Non vi sono iscritti a parlare in discussione generale.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Raccomanda l'approvazione del disegno di legge che contribuisce ad affermare all'estero la tradizione culturale italiana. Con riferimento alla discussione del precedente provvedimento, replicando ad alcuni rilievi procedurali, segnala l'opportunità in sede di riforme costituzionali di riconsiderare la riserva d'Assemblea per la ratifica dei trattati internazionali.
BAIO, segretario. Dà lettura del parere non ostativo della Commissione bilancio.
Il Senato approva l'articolo 1 (Autorizzazione alla ratifica), l'articolo 2 (Ordine di esecuzione), l'articolo 3 (Copertura finanziaria) e l'articolo 4 (Entrata in vigore).
PRESIDENTE. Passa alla votazione finale.
PEDICA (IdV). Il Gruppo voterà a favore del provvedimento che sana una lacuna normativa e tutela la comunità italiana residente in Venezuela. Invita però il Governo italiano a svolgere opera di moral suasion affinché le autorità venezuelane prestino maggiore attenzione al rispetto dei diritti umani, della libertà di informazione in particolare.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Dichiara voto favorevole ad un provvedimento che consente di intensificare gli scambi culturali tra Italia e Venezuela.
DAVICO (LNP). Annuncia il voto favorevole della Lega Nord alla ratifica di un accordo che rafforza le relazioni diplomatiche tra Italia e Venezuela.
TONINI (PD). Nel dichiarare il voto favorevole del PD, auspica che la difficile transizione in atto in Venezuela abbia esito positivo. In replica all'intervento del Governo, osserva che le ragioni storiche a base della riserva d'Assemblea, voluta dai padri costituenti, non sono venute meno: il controllo sui trattati internazionali resta una prerogativa fondamentale del Parlamento.
BETTAMIO, relatore. Annuncia il voto favorevole del Gruppo.
Il Senato approva il disegno di legge n. 3107.
Discussione delle mozioni nn. 176 (testo 2) (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento), 635, 637, 638 e 639 sulle misure di sostegno alla finanza degli enti locali
Approvazione delle mozioni nn. 176 (testo 3), 635 (testo 2), 637 (testo 2), 638 (testo 2) e 639 (testo 2). Accoglimento degli ordini del giorno G1 (testo 2), G2 (testo 2)e G3 (testo 2)
RANUCCI (PD). Dopo l'allontanamento dello spettro del default, è necessario adottare misure a sostegno della crescita per evitare l'avvitamento tra austerità e recessione. In questa prospettiva il Presidente del Consiglio sta facendo opera di persuasione a livello europeo per l'adozione di un regolamento sui venture capital, dei project bond, della golden rule al fine di sbloccare gli investimenti. Considerato che i Comuni possono svolgere un ruolo fondamentale nel riattivare le spese per investimenti, la mozione n. 176 (testo 2) impegna il Governo ad allentare i vincoli del patto di stabilità interno per promuovere investimenti in infrastrutture e nella banda larga, a semplificare le procedure e ad accelerare i pagamenti della pubblica amministrazione, specie quelli relativi alle spese in conto capitale, prevedendo anche la compensazione tra debiti e crediti.
Presidenza del vice presidente CHITI
VACCARI (LNP). Gli enti locali possono essere il motore della ripresa economica. La mozione n. 635 impegna il Governo a consentire deroghe al patto di stabilità finalizzate al pagamento dei residui passivi in conto capitale, a liberare risorse mediante l'applicazione della spending review, a restituire autonomia finanziaria ai Comuni ripristinando il regime di tesoreria mista, a destinare l'intero gettito IMU alle autonomie locali, a concludere il processo di riforma previsto dalla legge delega del 2009 in materia di federalismo fiscale.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Molti Comuni hanno rispettato il patto di stabilità interno continuando comunque ad offrire buoni servizi ai cittadini, quindi dovrebbero essere premiati e non penalizzati. Una revisione di alcune rigidità presenti nel patto di stabilità interno per i Comuni virtuosi consentirebbe di liberare risorse utili per la crescita e di rimuovere una delle concause dei ritardati pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, che stanno danneggiando drammaticamente numerose piccole e medie imprese colpite anche dalla crisi di liquidità. Sarebbe doveroso richiamarsi al quadro normativo europeo non solo per la disciplina del rigore finanziario, ma anche per la normativa in materia di tempi di rimborso e pagamento delle pubbliche amministrazioni. Come richiesto dalla mozione n. 637, occorre quindi una revisione del patto di stabilità interno per dare agli enti locali virtuosi la possibilità di utilizzare i fondi accantonati per investimenti e per evitare un'ulteriore contrazione del sistema economico locale.
DE TONI (IdV). La mozione n. 638 pone l'accento sulle ingenti difficoltà in cui versano gli enti locali per la crisi economico-finanziaria in corso, per la riduzione dei trasferimenti erariali e dei fondi destinati alle politiche sociali e per le regole fortemente restrittive imposte da patto di stabilità interno. Queste ultime, in particolare, impediscono ai Comuni che, grazie ad una gestione oculata, dispongono di rilevanti risorse economiche di pagare i fornitori, determinando ricadute drammatiche sulle condizioni di vita degli imprenditori e dei lavoratori. Si chiede quindi un impegno del Governo per allentare alcune rigidità del patto di stabilità interno per consentire ai Comuni di attivare programmi infrastrutturali diffusi a valenza locale, a partire dalla manutenzione dei beni pubblici, dall'edilizia scolastica e dalla salvaguardia del patrimonio artistico e paesaggistico. Si chiede inoltre una revisione della disciplina in materia di tesoreria unica, altamente vessatoria nei confronti degli enti locali.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Il patto di stabilità interno mirava a coinvolgere gli enti locali nel processo di riequilibrio dei conti pubblici; tuttavia tale obiettivo è stato solo parzialmente conseguito e lo strumento ha prodotto effetti collaterali negativi per l'autonomia degli enti locali ed una contrazione notevole degli investimenti pubblici. Inoltre, le sanzioni previste a carico degli enti inadempienti hanno funzionato solo in parte come deterrente, ma hanno causato la paralisi dei Comuni, costringendoli a operare pesanti tagli per poter continuare a erogare servizi. La mozione n. 639 impegna il Governo ad intervenire con urgenza per sbloccare i residui passivi in conto capitale per il triennio 2012-2014 e a predisporre un provvedimento che attribuisca ai Comuni maggiore discrezionalità sull'impiego di risorse proprie da destinare alla realizzazione di infrastrutture a livello locale. Con una prospettiva di portata più ampia, servirà una revisione complessiva del patto di stabilità interno che introduca maggiore flessibilità e la stessa regola aurea che il Presidente del Consiglio sta tentando di far accettare in Europa, a sostegno degli investimenti.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). L'ordine del giorno G1 impegna il Governo a promuovere la modifica della disciplina vigente, affinché siano esentati dal versamento del contributo all'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL) i Comuni che affidano ad altri soggetti, con gare ad evidenza pubblica e nel rispetto della normativa sugli affidamenti, lo svolgimento dei servizi resi dall'IFEL nella produzione di dati e nella realizzazione di procedure di accertamento e controllo. Molti piccoli Comuni, infatti, agiscono in proprio e non si comprende perché siano costretti ad avvalersi dei servizi di questo istituto sostanzialmente dipendente dall'ANCI, associazione cui invece i Comuni stessi possono decidere di non aderire.
CUTRUFO (PdL). L'ordine del giorno G2 impegna il Governo ad adeguare le regole del patto di stabilità interno agli standard dei più importanti Paesi europei, prevedendo in particolare l'esclusione delle spese per investimento degli enti locali che abbiano equilibrio tra entrate e uscite e livelli di indebitamento inferiori a soglie prefissate. Tali investimenti infrastrutturali, in particolare quelli su opere di valore medio-basso già in corso di esecuzione per le quali sono bloccati i pagamenti da parte dei Comuni, darebbero impulso alla crescita dell'economia locale. Si impegna inoltre il Governo a prevedere la possibilità di impiegare i residui passivi per la spesa in conto capitale, a promuovere misure finalizzate a consentire agli enti locali di procedere al pagamento dei loro debiti pregressi e ad attribuire una maggiore discrezionalità a carico dei Comuni nell'utilizzo delle entrate.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). L'ordine del giorno G3 invita il Governo ad una riflessione sulla predisposizione di un patto di stabilità regionalizzato, che consentirebbe di operare una maggiore armonizzazione tra gli enti locali di un ambito territoriale ristretto, che quindi presenta condizioni economiche omogenee. Parlamento e Governo dovrebbero rideterminare gli obiettivi del patto di stabilità interno, affinché gli enti virtuosi possano beneficiare dell'azione amministrativa positiva che hanno esercitato, e vigilare sull'effettiva attuazione delle decisioni adottate in materia di spending review, che solo alcuni Comuni stanno attuando speditamente. Bisogna infine procedere all'erogazione delle somme che le pubbliche amministrazioni e gli enti locali devono ai fornitori di beni e servizi, poiché i ritardati pagamenti stanno producendo effetti devastanti sul tessuto economico. Sottoscrive, insieme alla senatrice Poli Bortone, l'ordine del giorno G1.
PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione.
STRADIOTTO (PD). I vincoli particolarmente stringenti e penalizzanti imposti agli enti locali dal patto di stabilità non derivano tanto da imposizioni europee, quanto dalle interpretazioni anomale che ne vengono date a livello nazionale, ad esempio imponendo miglioramenti sui saldi che hanno costretto gli enti locali ad aumentare le imposte, ma non per destinarle al miglioramento dei servizi, bensì per creare liquidità per lo Stato per il pagamento di stipendi e pensioni. Occorre evidentemente rivedere il patto si stabilità, prevedendo una maggiore autonomia degli enti locali, oggi fortemente indebitati, nonché una maggiore responsabilizzazione degli amministratori nell'individuazione delle risorse e delle forme del loro reimpiego a beneficio del territorio.
BOSONE (PD). Una soluzione immediata alle difficoltà in cui versano il Paese, la politica nazionale e quella europea è l'investimento nel capitale umano e nelle imprese. Occorre altresì creare un clima di fiducia, ad esempio sotto il profilo delle garanzie dei pagamenti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni, che consenta ed incentivi gli investimenti privati. È importante il pareggio di bilancio, ma la politica economica non può fondarsi sul solo rigore: la crescita è l'elemento più importante per realizzare coesione sociale. Rivedere il patto di stabilità in questo senso è una priorità, per rimettere in moto l'economia degli enti locali, che non riescono, anche i più virtuosi, a fornire servizi ed opere pubbliche adeguate alle esigenze dei propri cittadini e nel cui territorio le imprese falliscono.
PRESIDENTE. Dichiara chiusa la discussione.
POLILLO, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Il patto di stabilità nasce dall'esigenza di operare il controllo della finanza pubblica in un regime di trasferimenti agli enti locali: il vincolo è necessario per tentare di portare a coerenza quadro macroeconomico generale, spesa e finanza locale. La soluzione è accelerare il passaggio al federalismo fiscale, con una devoluzione della spesa e delle entrate e maggiore responsabilizzazione degli amministratori, ma il completamento del processo, già avviato, richiede un miglioramento degli equilibri finanziari. Presso la Conferenza Stato-Regioni è stato avviato un gruppo di lavoro che ha allo studio modifiche del patto di stabilità a partire da una disamina dettagliata delle tendenze reali della spesa nell'ultimo decennio, da cui è emerso il peso crescente della spesa delle amministrazioni locali. Il Governo certamente terrà in considerazione la richiesta avanzata nelle mozioni di modifica del patto di stabilità, ma occorre tenere presente che essa comporterebbe un adeguamento delle risorse finanziarie a compensazione delle condizioni peggiorative sulla finanza pubblica che ne deriverebbero. Sta per essere emanato il decreto ministeriale che individua la procedura per consentire a chi vanta crediti nei confronti della pubblica amministrazione di cederli pro solvendo o pro soluto a banche o intermediari finanziari. Il regime di tesoreria mista dovrebbe essere ripristinato entro il 2015 e provvedimenti per la totale assegnazione dell'IMU alle autonomie locali saranno subordinati ad un'idonea copertura finanziaria. Esprime quindi parere favorevole su tutte le mozioni presentate, condizionato all'inserimento di una premessa che leghi l'impegno del Governo agli esiti positivi della spending review e della trattativa in sede europea. Propone ulteriori modifiche alle mozioni nn. 635 e 638. Invita poi a riformulare gli ordini del giorno G1 e G2 ed accoglie l'ordine del giorno G3 (v. Resoconto stenografico).
PRESIDENTE. Passa alla votazione finale.
DE TONI (IdV). Accoglie la riformulazione di carattere generale proposta dal Governo alla mozione n. 638 (v. testo 2 in Allegato A) e dichiara voto favorevole su tutte le mozioni. Consegna il testo del suo intervento affinché sia pubblicato in allegato ai Resoconti della seduta (v. Allegato B).
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Esprime voto favorevole su tutte le mozioni presentate. Auspica una revisione complessiva del patto di stabilità, pur nella consapevolezza delle difficoltà esistenti. Deve essere rimesso in moto il meccanismo della crescita senza intaccare la logica di rigore e di vigilanza rispetto alle spese irrazionali di molti enti locali e realizzando meccanismi di premialità. A fronte della grave crisi attraversata dalle imprese, è opportuno applicare la golden rule per consentire ai Comuni di intervenire nei propri territori. Accoglie le riformulazioni proposte per la mozione n. 639 (v. testo 2 nell'Allegato A).
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Accetta le modifiche richieste dal Governo alla mozione n. 637 (v. testo 2 nell'allegato A) e dichiara voto favorevole a tutte le mozioni.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Accetta le modifiche chieste dal Governo all'ordine del giorno G3 (v. testo 2 nell'allegato A) e dichiara voto favorevole a tutte le mozioni.
VACCARI (LNP). Accetta le modifiche alla mozione n. 635 (v. testo 2 nell'allegato A), dichiara voto favorevole a tutte le mozioni e chiede al Governo più coraggio sui temi del credito alle piccole e medie imprese, dei pagamenti della pubblica amministrazione, del cuneo fiscale.
LEGNINI (PD). Accetta le modifiche alla mozione n. 176 (v. testo 3 nell'allegato A). Nel dichiarare voto favorevole alle mozioni, sottolinea il passo avanti compiuto sui temi della spending review e del negoziato europeo. Sollecita un impegno supplementare del Governo, che ha chiarito bene le ragioni del blocco degli investimenti, in ordine ai temi della revisione delle regole del patto di stabilità e della compensazione finanziaria nell'ambito della finanza pubblica nel suo complesso.
BONFRISCO (PdL). Accoglie le proposte di modifica all'ordine del giorno G2 (v. testo 2 nell'allegato A). Condivide la necessità di rivedere le regole del patto di stabilità e, pur avendo accettato la proposta di eliminare nell'ordine del giorno il limite temporale all'applicazione dell'IMU, richiama l'attenzione del Governo sul tema.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Accoglie le modifiche all'ordine del giorno G1 (v. testo 2 nell'allegato A).
Il Senato approva le mozioni 176 (testo 3), 635 (testo 2), 637 (testo 2), 638 (testo 2) e 639 (Testo 2).
PRESIDENTE. Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G1 (testo 2), G2 (testo 2) e G3 (testo 2) non sono posti in votazione.
Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Consegna, autorizzata dalla Presidenza, le dichiarazioni di voto relative ai disegni di legge nn. 3071 e 3107 che sono pubblicate in allegato ai Resoconti di seduta (v. Allegato B).
LANNUTTI (IdV). Sollecita lo svolgimento di interrogazioni sulla compensazione tra crediti e debiti nei confronti della pubblica amministrazione, sottolineando i privilegi di cui godono le società amministrate dal dottor Mastrapasqua, il titolare di 25 incarichi in enti pubblici e società private.
MAZZATORTA (LNP). Chiede un intervento del Presidente del Senato in relazione alla perquisizione degli uffici del senatore Montani a Verbania, avvenuta ieri senza preventiva autorizzazione della Camera di appartenenza.
CASTELLI (LNP). Segnala che analoghe perquisizioni hanno riguardano dipendenti della segreteria e dell'ufficio legislativo della Lega Nord. Si tratta di un attacco di settori della magistratura all'azione legislativa della Lega sulla base di accuse inconsistenti e di una chiara violazione di principi costituzionali fino a qualche tempo fa efficacemente tutelati, ma ora resi evidentemente più precari dalla debolezza della politica.
PRESIDENTE. La Presidenza effettuerà le necessarie verifiche prima di intervenire a tutela del Parlamento, nel caso siano confermati i fatti denunciati.
VITA (PD). Sollecita lo svolgimento dell'interrogazione 3-02820 sul commissariamento del Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma.
PEDICA (IdV). Richiama l'attenzione sulla svendita di ACEA da parte del Comune di Roma e deplora le dichiarazioni rilasciate dal sindaco Alemanno a seguito di un recente episodio di contestazione nei confronti di una società del gruppo Caltagirone.
PRESIDENTE.Dà annunzio degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo pervenuti alla Presidenza (v. Allegato B) e toglie la seduta.
La seduta termina alle ore 14,05.
Nel corso della seduta, la Presidenza ha salutato, a nome dell'Assemblea, rappresentanze di studenti ed altri ospiti presenti nelle tribune.
RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente NANIA
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,08).
Si dia lettura del processo verbale.
BAIO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,12).
Seguito della discussione delle mozioni nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630 sulla normativa relativa alle fonti energetiche rinnovabili (ore 9,13)
Approvazione delle mozioni nn. 600 (testo 2), 623, 624 (testo 2), 625 (testo 2), 626 (testo 3), 628 (testo 2), 629 (testo 2) e della premessa, nonché del secondo, terzo e quarto capoverso del dispositivo della mozione n. 630. Reiezione del primo capoverso del dispositivo della mozione n. 630. Accoglimento dell'ordine del giorno G1 (testo 2)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni 1-00600, presentata dalla senatrice Vicari e da altri senatori, 1-00623, presentata dal senatore Viespoli e da altri senatori, 1-00624, presentata dal senatore Pinzger e da altri senatori, 1-00625, presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, 1-00626 (testo 2), presentata dal senatore Bubbico e da altri senatori, 1-00628, presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, 1-00629, presentata dal senatore Li Gotti e da altri senatori, e 1-00630, presentata dal senatore Vallardi e da altri senatori, sulla normativa relativa alle fonti energetiche rinnovabili.
Ricordo che, nella seduta del 10 maggio scorso, hanno avuto luogo l'illustrazione e la discussione delle mozioni ed è stato rinviato il seguito del loro esame.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulle mozioni e sull'ordine del giorno presentati.
DE VINCENTI, sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Signor Presidente, come avevo già segnalato nella mia replica nel corso della seduta precedente, il Governo si riconosce in moltissime delle indicazioni che vengono dalle mozioni, le quali sono molto coerenti con la linea che esso si è dato.
Stiamo infatti puntando sulle energie rinnovabili, facendone un punto di forza del nostro sistema energetico, fino a superare gli obiettivi stabiliti in sede europea per l'Italia al 2020, in particolare per quanto riguarda le rinnovabili elettriche, e passare dal 26 per cento, deciso in sede europea, ad almeno il 35 per cento. Per fare questo, il Governo ha definito un percorso di sviluppo del settore e di aumento dei megawattora prodotti da fonti rinnovabili, in coerenza con la scelta del superamento dell'obiettivo europeo, ed ha ridefinito contemporaneamente il sistema degli incentivi, in modo da garantire che questo sviluppo sia economicamente e socialmente sostenibile.
Le mozioni in esame intervengono su questa impostazione, proponendo alcune correzioni ed alcuni miglioramenti che in generale, come ora dirò, vengono accolti dal Governo.
Venendo ora al merito delle mozioni e procedendo secondo l'ordine di presentazione delle stesse, per quanto riguarda, innanzitutto, la mozione n. 600, presentata dalla senatrice Vicari e da altri senatori, il Governo accoglie il primo ed il terzo degli impegni indicati nel dispositivo, così come formulati; accoglie altresì il secondo impegno, con la seguente riformulazione: «a valutare la possibilità di garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti fino a coprire un congruo arco temporale tra l'approvazione dei decreti e l'attivazione delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011 e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti».
Con riferimento poi alla mozione n. 623, presentata dal senatore Viespoli e da altri senatori, il Governo accoglie tutti gli impegni, così come formulati nel dispositivo.
Quanto alla mozione n. 624, a firma del senatore Pinzger ed altri senatori, il Governo accoglie imprimo impegno del dispositivo, con una riformulazione volta a consentire di avere realmente l'incentivazione sugli impianti di produzione europea, perché l'esperienza del «IV Conto Energia» ci dice che, in molti casi, hanno goduto delle incentivazioni produzioni non italiane e non ubicate nel resto d'Europa che avevano semplicemente ottenuto le certificazioni richieste.
Allora la riformulazione, ai fini del potenziamento della richiesta presentata nella mozione, è la seguente: «a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione europea, con relativi sistemi di controllo».
Il secondo impegno proposto dalla mozione («ad introdurre un bonus fiscale sugli utili reinvestiti in impianti fotovoltaici») non è accolto, in quanto il sistema di incentivi previsto dal conto energia è già sufficiente a garantire una equa - anzi, se mi consentite, più che equa - remunerazione degli investimenti. Segnalo al riguardo il parere formulato qualche giorno fa dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas.
Il terzo impegno («a promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative») è accolto.
Il quarto impegno («a semplificare lo strumento del registro per tutti gli impianti fotovoltaici, limitandolo ad impianti superiori a 200 chilowatt») non è accolto, perché la soglia di 200 chilowatt di potenza non garantisce il controllo dei volumi di spesa. Si consideri che gli impianti con potenza inferiore a 200 chilowatt rappresentano ad oggi il 38 per cento della potenza totale, quindi una porzione significativa (e probabilmente in crescita) della spesa.
Il quinto impegno («a mantenere il tetto di spesa a 7 miliardi di euro») non è accolto, in quanto le valutazioni di impatto rese nella relazione tecnica allegata al decreto dimostrano l'esatto contrario, ovvero il budget reso disponibile consentirà di incentivare fino a 2.000 megawatt all'anno e condurre il settore alla grid parity.
Il sesto impegno («a rendere retroattivi gli investimenti e a tutelarli») non è accolto. Il settimo impegno non è accolto («a regolare le tariffe») perché il riconoscimento della rivalutazione per inflazione non è previsto in alcun Paese e non è giustificabile a giudizio del Governo.
Con riferimento alla mozione n. 625, presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, è accolto il primo impegno («ad intervenire in tempi rapidi, al fine di adottare i decreti attuativi di cui all'articolo 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011»).
Quanto al secondo impegno («a garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti»), si propone la medesima riformulazione proposta per la mozione presentata dalla senatrice Vicari e da altri senatori, ovvero: «a valutare la possibilità di garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti fino a coprire un congruo arco temporale dall'approvazione dei decreti e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti».
Il terzo impegno, relativo al made in Europe, è accolto con la stessa riformulazione segnalata poc'anzi, cioè «a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione europea con relativi sistemi di controllo, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro».
Il quarto impegno («a riconfermare la premialità nella sostituzione delle coperture in amianto») è accolto.
Il quinto impegno («a procedere ad una riorganizzazione e rimodulazione del sistema di incentivi») è accolto, però proponiamo di riformularlo, sostituendo le parole «e a convocare un tavolo di concertazione» con le seguenti: «prevedendo adeguata consultazione», come si fa in questi casi, per esempio nella procedura adottata dalle Autorità di regolazione quando emanano le loro delibere.
Il sesto impegno («a contenere i costi delle famiglie») è accolto.
Il settimo impegno («a dare impulso a misure atte a disincentivare i comportamenti speculativi degli operatori») è accolto.
L'ottavo impegno («ad adottare provvedimenti più incisivi volti al perseguimento degli obiettivi europei sull'energia prodotta dalle fonti rinnovabili») è accolto.
Esprimo infine parere favorevole sul nono, sul decimo e sull'undicesimo impegno.
Quanto alla mozione n. 626 (testo 2), a prima firma del senatore Bubbico, esprimo parere favorevole sugli impegni primo e secondo.
Anche sul terzo impegno il parere è favorevole, a patto di una piccola riformulazione, con la quale si chiede di aggiungere, dopo le parole: «lo sviluppo», le altre: «delle automobili ecologiche a bassa emissione e in particolare...». Tale riformulazione è volta a mantenere una linea generale, sia del nostro Paese sia dell'Unione europea, che è la neutralità tecnologica.
Esprimo parere favorevole sugli impegni quarto, quinto, sesto e settimo. In merito a quest'ultimo, ricordo che stiamo parlando dell'articolo 65, comma 3, del decreto-legge "cresci-Italia", quindi degli impianti realizzati da aziende agricole.
Sull'ottavo impegno, il parere è favorevole, a patto che vi sia la seguente riformulazione: «a prevedere per gli impianti a biomassa e a biogas un'adeguata transizione tra il vecchio e il nuovo sistema incentivante, anche prevedendo eventuali decurtazioni per ogni mese di proroga rispetto alla previgente data di decorrenza dell'applicazione del nuovo sistema, posta al 1° gennaio 2013».
Passo ora alla mozione n. 628, a prima firma del senatore Rutelli.
Esprimo parere favorevole sugli impegni primo e secondo.
Esprimo, invece, parere contrario sul terzo impegno. La soglia proposta non garantisce il controllo dei volumi di spesa, come già accennavo riguardo ad un analogo impegno, più ampio, peraltro, di una precedente mozione.
Esprimo, infine, parere favorevole sugli impegni quarto e quinto.
Veniamo alla mozione n. 629, a prima firma del senatore Li Gotti.
Esprimo parere favorevole sul primo impegno e sul secondo («ad integrare con modalità più efficaci le politiche sulle rinnovabili con le politiche per l'efficienza energetica;»).
Viene accolto con una richiesta di riformulazione il terzo impegno, rispetto al quale si propone di espungere le parole: «, evitando ciclicamente l'adozione di misure che blocchino o penalizzino gli investimenti già avviati;», e ciò perché le proposte dei decreti ministeriali del Governo sulle rinnovabili elettriche appena avviate all'esame della Conferenza Stato-Regioni e dell'Autorità dell'energia sono dovute, in base al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28. Non sono ciclica adozione di misure che bloccano o penalizzano: sono decreti ministeriali dovuti. Quindi, va benissimo la prima parte dell'impegno, cioè «ad adottare una strategia di sostegno stabile e trasparente», che è l'obiettivo esatto che vogliamo perseguire; però, proponiamo di togliere la frase finale, che secondo noi non ha relazione con ciò che si sta facendo.
Il quarto impegno («ad agevolare il ricorso al credito bancario da parte degli operatori del settore») è accolto.
Il quinto impegno, invece, non è accolto, per un motivo principale, di certezza degli investitori. Intanto, vorrei chiarire un aspetto, che non è all'interno delle mozioni, ma è bene chiarirlo, dato che c'è stata una discussione su questo. I registri sono stati criticati perché aggiungono una complicazione burocratica. Il problema dei tempi burocratici sta nelle procedure di autorizzazione, che sono di competenza regionale e comunale: è lì che i tempi sono lunghi. I registri sono rapidissimi: come sappiamo, sono una procedura informatica in automatico con dei criteri di priorità. Dopo la domanda, in due mesi si sa se si è dentro il registro o meno.
Qual è la differenza del registro rispetto alla proposta formulata nella mozione Li Gotti ed altri? Il registro dà certezza: una volta che io sono nel registro, il mio progetto diventa pienamente bancabile perché è certo che avrò l'incentivo e l'ammontare dell'incentivo. Se invece scriviamo che non c'è il registro ma c'è una penalizzazione in sede di riduzione della tariffa, io non sono bancabile perché non so quale sarà l'incentivo che avrò. Quindi, l'impegno in questione non è accolto dal Governo, perché vogliamo che questi progetti di investimento siano pienamente bancabili.
Il sesto impegno è articolato in vari subimpegni. La lettera a) («ad elevare il limite di spesa all'incentivazione») non è accolto per il motivo che dicevo prima: il limite che abbiamo posto è coerente con l'obiettivo di 2.000 MW all'anno.
Non leggerò tutti gli impegni, per brevità, e mi perdoni per questo il senatore Li Gotti e gli altri presentatori, cui assicuro che, se sarà necessario, entrerò nel merito.
Non sono accolte le lettere b) e c);sono accolte le lettere d) ed e), come pure la lettera f), concernente il made in Europe con una richiesta di riformulazione, già letta precedentemente in riferimento ad altre mozioni: «a prevedere un'adeguata articolazione nel nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione europea, con relativi sistemi di controllo, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro». Sono accolte le lettere g) e h) (quest'ultima però con la seguente riformulazione: «a prevedere incentivi premiali per il fotovoltaico a concentrazione»).
Il settimo impegno è articolato in varie lettere. La lettera a) è accolta; la lettera b) non è accolta, perché eleva la soglia dei registri a 250 chilowatt di potenza e, come ho spiegato questo non consente il controllo dei volumi di spesa. Non sono accolte le lettere c), d), e) e f).
Per quanto riguarda la mozione n. 630, a firma del senatore Vallardi e di altri senatori, il primo impegno, in sintesi, è quello di prevedere un'entità differenziata dell'incentivazione per territori. Questo impegno non è accolto, perché riteniamo una simile differenziazione non comprensibile in un'ottica di efficienza localizzativa degli impianti, per cui la tariffa deve sollecitare l'investitore a realizzare gli impianti da fonti rinnovabili dove esiste maggiore potenziale, e non minore potenziale. In ogni caso, è divergente rispetto ad un approccio volto ad accompagnare il settore verso la grid parity.
Il secondo impegno è accolto. Anche il terzo impegno, per l'adozione di ulteriori decreti interministeriali volti a sostenere l'efficienza energetica ed il risparmio dei consumi, è accolto: stiamo lavorando su questo, quello dell'efficienza energetica è un punto per noi prioritario. Il quarto impegno, relativo al sostegno della ricerca e dello sviluppo nel settore delle rinnovabili, è accolto.
Infine, l'ordine del giorno G1, a prima firma della senatrice Contini, pone in capo al Governo due impegni: il primo è «a ripristinare condizioni di congrua remunerazione degli impianti di cogenerazione da biomasse liquide, adeguando opportunamente il coefficiente e il prezzo di ritiro dei certificati verdi per mezzo dei decreti ministeriali di attuazione previsti dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28». Questo impegno non è accolto dal Governo. La rivalutazione che viene richiesta, che va nel senso di aumentare gli incentivi per impianti preesistenti, cioè già costruiti, è motivata con riferimento all'aumento del costo dell'olio, soprattutto di importazione, che ha subito un notevole incremento di prezzo negli ultimi tempi. Ora, però, attenzione: noi non vediamo la convenienza ad incoraggiare investimenti che comportano ampio ricorso a materie prime estere, posto che uno degli argomenti a sostegno delle energie rinnovabili è quello della riduzione della dipendenza da fonti estere e che l'importazione da oltreoceano non appare vantaggiosa in termini di riduzione della CO2. Quindi, il primo impegno contrasta, a nostro giudizio, con l'esigenza fondamentale di fare delle rinnovabili uno strumento di riduzione della dipendenza dall'estero e di contenimento della CO2.
Il secondo impegno è «a rivedere, per gli impianti di generazione alimentati da biomasse, biogas e bioliquidi, le scadenze per il rilascio dei certificati verdi con cadenza mensile, ripristinando condizioni il più possibile vicine alla situazione precedente alla normativa introdotta dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28». Lo accogliamo, chiedendo una piccola riformulazione, nel senso di sostituire le parole «a rivedere» con le seguenti: «a valutare possibili revisioni,».
PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione delle mozioni.
LI GOTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LI GOTTI (IdV). Signor Presidente, ringrazio il Governo per le ulteriori informazioni che ci ha dato, anche attraverso la risposta sui singoli impegni. Nel complesso, si coglie obiettivamente un'inversione di linea netta, che si concretizza proprio nel recepimento dell'impegno della mozione a mia prima firma, dove è detto che il Governo si impegna «a procedere con urgenza alla definizione, condivisa e trasparente, di una strategia energetica nazionale che non si fondi sulle fonti fossili, ma sulla pianificazione della promozione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, in vista del raggiungimento degli obiettivi europei».
Ovviamente, questa è una linea strategica, che, in quanto tale, chiaramente manifesta una presa di posizione netta del Governo sul tema. Mi sarei aspettato da parte del Governo, e purtroppo è una lacuna che devo lamentare... (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia, il collega Li Gotti sta intervenendo.
LI GOTTI (IdV). Dicevo che devo lamentare di una lacuna, a fronte di alcune dichiarazioni rese in Commissione dal Ministro dello sviluppo economico, che faceva intendere uno spostamento della nostra politica energetica verso il settore degli impianti estrattivi di gas e petrolio, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Infatti, questa opzione, come ebbi modo di dire nel corso della discussione (quando il Governo era presente, ma non purtroppo nella persona del titolare della materia), non determinerebbe un impatto favorevole e positivo per la nostra economia in considerazione dei bassissimi costi in termini di prodotto da parte dei concessionari. Aumentare, infatti, ilquantum di estrazione dal 10 per cento attuale al 20 per cento, mantenendo i costi a carico dei concessionari, al 4 per cento per le coltivazioni gassose e dal 7 al 10 per cento per le coltivazioni di petrolio (e quindi nuove estrazioni), significa continuare a garantire ai concessionari gli utili. Cioè, il nostro Paese dai propri giacimenti recupera ben poco, e recupera ben poco il territorio, cui per legge va destinato il 50 per cento dell'aliquota di prodotto corrisposta dai concessionari. In un'ottica di politica federale, è ovvio che, se un territorio ha un bene, deve essere consentito che da quel bene possa trarre un frutto.
Lo Stato ha deciso quasi di donarlo questo bene, perché se per il metano l'aliquota pagata dai concessionari è del 4 per cento vuol dire che lo Stato rinunzia al 96 per cento del prodotto, che va a beneficio del concessionario, che poi lo vende allo Stato a prezzi di mercato, con un danno al territorio, perché di quel 4 per cento il 50 per cento va allo Stato e il 50 per cento va al territorio. Indubbiamente, in un'ottica federalista, noi dobbiamo incentivare, invece, l'attenzione e le possibilità di risorse per il territorio. In questo senso, in Commissione vi sono disegni di legge in fase avanzatissima di elaborazione: c'è un accordo di tutte le forze politiche per promuovere un testo base che riveda il sistema delle aliquote.
A fronte di questa che sembrava un'opzione da parte del Ministro dello sviluppo economico sulla ragione, avrei voluto sentire una parola - e se è possibile avere una motivazione in proposito - dell'assenza del nostro Paese al megaprogetto "Desertec", capitanato dalla Germania, con l'utilizzo di sistemi tecnologici (solare a concentrazione termodinamica) di invenzione italiana.
È un progetto rispetto al quale l'Italia rimane spettatrice; eppure il Governo tedesco, nel 2008, venne ospitato proprio dal Parlamento per presentare questo progetto. È un progetto da 400 miliardi di euro, che sta andando avanti, con gli accordi con la Tunisia e con il coinvolgimento di molte industrie. Perché l'Italia rimane assente dinanzi a questo megaprogetto? Alla fine, diventeremo acquirenti dell'energia che sarà prodotta utilizzando la soluzione inventata o scoperta da un italiano e che viene recepita da altri Paesi, ma non dal nostro. Perché questo? Nel momento in cui vi è un coinvolgimento a livello mondiale su questo megaprogetto, perché stiamo a guardare? Perché non ci siamo inseriti? C'è un motivo?
Mi sarei aspettato, al di là degli impegni, anche una parola su questa che è, secondo me, la più rilevante iniziativa nel settore per i prossimi anni a livello mondiale.
Purtroppo, quando il progetto "Desertec" prendeva l'avvio, la politica del Governo era ostile a quella soluzione. Oggi no. Il Governo dimostra di aver fatto un'opzione, anche a seguito delle scelte operate dal popolo italiano. Ma, allora, che la scelta sia fatta fino in fondo e si trovi la possibilità, essendo stati noi chiamati dal Governo tedesco fin dal 2008. Invece siamo rimasti fuori.
Il silenzio su questo passaggio crea una lacuna, essendo peraltro materia di diverse risoluzioni e mozioni che noi abbiamo presentato in quest'Aula e che mai hanno avuto seguito. Mai. Non si riesce a ottenere risposte su questo argomento. Questa era un'ulteriore occasione. Date una risposta: perché l'Italia rimane a guardare e, invece di produrre (potendo), acquisterà l'energia prodotta da altri con le nostre invenzioni?
Per il resto, al di là di quella che considero un'omissione colmabile da parte del Governo, pur con qualche recriminazione su dei singoli punti, ritengo che sia sulla nostra mozione che sul complesso delle risposte date dal Governo in termini di impegno si possa percepire positivamente una nuova impostazione.
Accogliamo, quindi, pur con qualche piccolo sacrificio, le soluzioni prospettate dal Governo. (Applausi dal Gruppo IdV)
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor rappresentante del Governo, il Gruppo di Coesione Nazionale intende esprimere il proprio compiacimento per il giudizio che il Governo ha espresso sui contenuti della mozione da noi presentata. L'assenso su tutti e cinque i punti della mozione ci gratifica e ci convince che la strada intrapresa relativamente al sostegno da offrire sul piano politico allo sviluppo delle fonti energetiche alternative è ragionevole e trova nel Governo l'attenzione che merita.
Uno scrittore e poeta famoso, Rudyard Kipling, nel 1910 scrisse una poesia al figlio intitolata "Se", in cui elencava una serie di "se" che, alla fine, avrebbero consentito al figlio di potersi definire un uomo. Ebbene, anche noi formuliamo un auspicio che per certi versi somiglia molto al "Se" di Kipling.
Pertanto, ai colleghi che ritengono che la via delle energie alternative non sia da perseguire e sostenere dico che probabilmente anche noi l'avremmo pensata in maniera diversa se non avessimo avuto la consapevolezza che il petrolio diminuisce di quantità e aumenta di prezzo; se non avessimo avuto la consapevolezza che il carbone inquina; se non avessimo avuto la consapevolezza che il nucleare è stato bocciato da un referendum; se non avessimo avuto la consapevolezza che in tutto il mondo le fonti energetiche alternative vengono premiate. In sostanza, se non avessimo avuto queste ed altre consapevolezze probabilmente anche noi ci saremmo espressi per una scelta diversa e non avremmo condiviso il regime di aiuti necessario a favorire questa sorta di start up per un sistema di produzione energetica come quello di cui stiamo parlando.
Se tutti i "se", cui facevo riferimento prima, ed altri "se" non fossero variabili ipotetiche, probabilmente avremmo detto che qualsiasi regime di aiuti fosse stato messo in atto da un Governo si sarebbe potuto scontrare con il dettato dell'articolo 87 del Trattato sull'Unione europea. Ma così non è. E, se così non è, perché non sostenere queste produzioni alternative e non favorire i territori nei quali tali produzioni, per ragioni di clima, insolazione e vento, possono dare maggiori risultati, rendendo efficace la spesa?
Per tale motivo, signor Sottosegretario, siamo molto contenti del parere che lei ha espresso a nome del Governo sulla mozione 1-00623 ed auspichiamo che sempre più si favoriscano, non le speculazioni energetiche da fonti alternative (non è questo quello che vogliamo), ma l'autoimpiego di produzioni energetiche. Sosteniamo la necessità che si realizzino azioni volte, ad esempio, al comparto dell'agricoltura, attraverso le serre, o anche alla riduzione dei costi energetici delle pubbliche amministrazioni con misure che riguardano gli edifici comunali, le scuole, le caserme, gli impianti sportivi. Penso alle coperture degli impianti di calcio e a quanta superficie esse potrebbero offrire se venisse prevista una misura che tiene conto di questo modello di produzione energetica; penso ai tetti dei garage, alle tettoie dei parcheggi e a tutte quelle superfici che, senza determinare alterazioni significative di natura architettonica o sovraccarichi di tipo strutturale, possono consentire una produzione per autoconsumo che certamente allevierebbe il costo di trasporto dell'energia, da una parte, e il costo di produzione dei prodotti agricoli, e non solo, dall'altra.
Dunque, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, credo che in questo campo si debba, progressivamente e razionalmente, utilizzando il buon senso, tenere conto delle possibilità che lo sviluppo di fonti energetiche alternative possono offrire e di quelle che non possono offrire. Razionalmente e non fideisticamente, razionalmente e non ideologicamente e neanche affaristicamente, occorre individuare il percorso più consono per raggiungere tale obiettivo.
Il nostro voto, dunque, sarà favorevole sulla mozione da noi presentata ed accolta dal Governo in ogni sua parte e sarà favorevole anche sulle altre mozioni che, in buona parte, ripetono i medesimi contenuti che noi abbiamo sviluppato, con le osservazioni e le correzioni suggerite dal Governo (ove tali proposte di riformulazione fossero accolte dai presentatori).
Un'ultima notazione riguarda il rapporto tra i cittadini utenti o produttori di energia alternativa e la pubblica amministrazione. La scommessa che oggi si deve giocare è nel rapporto tra queste due parti: chi produce o consuma energia, da un lato, e la pubblica amministrazione, che autorizza gli impianti e compie tutti i passaggi di natura burocratica previsti dalla legge, dall'altro. È necessario che tali rapporti vengano semplificati e siano più certi; altrimenti ogni sforzo che il Governo e il Parlamento tentano di compiere rischia di diventare vano perché si scontra con l'insensibilità burocratica che, invece di adottare la logica del sì, per favorire crescita e sviluppo, adotta la logica del no, se non addirittura quella del "a condizione", e non sempre le condizioni sono legittime. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI).
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, noi riteniamo che le questioni ambientali rappresenteranno una delle poche frontiere della politica del futuro, ed è su quelle che si giocheranno i nuovi equilibri sociali, geografici e politici. Per questo motivo, siamo convinti che fa bene il Governo ad avere assunto sull'argomento una posizione che innova.
Crediamo che l'azione del Governo, del ministro Passera e dello stesso ministro Clini, delinei, in materia di politica energetica, alcuni punti fermi che condividiamo, in particolare che non possono esservi monopoli o posizioni di forza nel settore dell'energia, anche perché questo finirebbe per gravare, attraverso le bollette, sul costo complessivo. Quindi alcune decisioni, come lo scorporo della proprietà di SNAM Rete Gas da ENI (uno dei primi atti di questo Governo), ci vedono convintamente dalla parte del Governo.
Nel settore delle energie rinnovabili, che è l'argomento al nostro esame, gli schemi di decreto all'esame della Conferenza unificata per la definitiva emanazione delineano la volontà di incentivare sul serio chi produce energia, ma nel contempo di ridurre le posizioni di rendita che si sono create in questo settore. Alla base di tutto, però, dal nostro punto di vista, devo stare l'idea del risparmio energetico, attraverso l'efficienza energetica delle costruzione e strumenti a basso consumo energetico.
Se il nostro Paese riuscirà a raggiungere gli obiettivi di produzione di energia da fonti rinnovabili che ci siamo dati, che abbiamo scelto e, al contempo, a ridurre i consumi il peso dell'energia di derivazione fossile, rispetto al totale dell'energia consumata, potrà registrare percentuali ancora più basse.
La riduzione degli incentivi, considerato che il prezzo di taluni apparati e impianti per la produzione di energia rinnovabile (pensiamo al fotovoltaico) è drogato dalla presenza degli incentivi stessi, porterà - ne siamo certi - ad una riduzione del costo degli impianti.
Abbiamo, tra l'altro, evidenziato in una nostra mozione la necessità che gli incentivi finiscano veramente in una filiera europea, che non si usino artifizi per portare gli incentivi al di fuori del contesto europeo, magari favorendo mercati privi della regolazione e dei controlli presenti in Italia e in Europea.
Ci dispiace, onorevole Sottosegretario, che non sia stato colto lo spirito contenuto nel punto 3) della nostra mozione. Mi permetto pertanto di invitarla a ripensarci, magari riscrivendolo, se il problema è rappresentato dai costi o dal limite di 200 kilowattora. Il senso di quel punto sta nel fatto che noi sappiamo che spesso - come ho già detto anche in discussione generale - gli interventi, in particolare sul fotovoltaico, sono stati strutturati quasi come fossero interventi finanziari, dunque non più come interventi relativi al settore ambientale, tesi a contenere l'emissione di CO2, tanto è vero che è prevista una rendita del 20 per cento. Quando chiediamo dunque di aiutare gli enti pubblici ad essere più competitivi nel settore chiediamo allo Stato di partecipare ad un investimento. Il senso del punto 3) è di aiutare gli enti pubblici, quindi lo Stato, ad investire nel settore, perché nel tempo vi sarà un ritorno economico.
Dunque, se fosse possibile accogliere quel punto, magari anche riformulandolo, ne saremmo lieti; in ogni caso ci riteniamo già soddisfatti dei punti che sono stati accolti dal Governo, come, per esempio, quello in cui si chiede di prendere atto della necessità di istituire una sede di confronto tra Parlamento, Governo e operatori del settore.
Infine, vorrei fare un accenno anche alle altre mozioni.
Sono soddisfatto che il Governo non abbia espresso un parere favorevole ad un punto della mozione n. 630, che riguarda anche la questione dell'irraggiamento. È come se si affermasse che è giusto che le zone più fredde del Paese, in cui si consuma di più per riscaldare e quindi si immette più CO2, paghino di più. Insomma, diciamo le cose come stanno. C'è una parte del Paese in cui si produce energia utilizzata dall'altra parte del Paese: c'è il Sud Italia che produce energia (basta prendere i dati di Terna per verificarlo) in surplus rispetto alle proprie esigenze.
E la produzione di quest'energia, che arriva sia dal Centro che dal Sud Italia, spesso comporta la costruzioni di ciclopiche centrali a carbone, sulle coste per esempio. Insomma, spesso causa veri e propri scempi; tuttavia, sapendo che l'energia è un settore strategico che, come tale, viene mantenuto allo Stato nazionale, nessuno pone la questione in termini dirimenti rispetto allo stesso irraggiamento solare, come ho letto nella mozione a prima firma del senatore Vallardi. Diciamola tutta fino in fondo: c'è una parte del Paese, la Basilicata, in cui si estrae il petrolio che viene utilizzato dal nostro Paese; c'è una parte del Paese, la Sicilia, in cui viene raffinato il petrolio che serve al Paese; c'è una parte del Paese, la Calabria, in cui viene estratto il gas naturale; ci sono le miniere a carbone della Sardegna e c'è il Lazio che fornisce parti intere del suo territorio alle centrali dell'ENEL. E, intanto, di tale questione non viene mai tenuto conto in un ragionamento più complessivo e non lo si fa perché queste parti del Paese sono consapevoli di contribuire al bene del Paese nel suo complesso. Tentare di introdurre questa specifica, quasi ci fosse un'agevolazione per una parte di Italia che ha la responsabilità - ahimè - di avere un irraggiamento maggiore, mi sembra proprio il colmo, per cui condivido pienamente il fatto che il Governo non abbia approvato questo tipo di impegno. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, innanzitutto voglio ringraziare il Governo per l'attenzione rivolta a questo tema. Un tema importante, su cui il nostro Gruppo si è più volte cimentato attraverso mozioni, interpellanze, interrogazioni, ottenendo talvolta risposte soddisfacenti, altre volte più lacunose.
L'attenzione oggi dimostrata dal Governo è sostanziale, essendo entrata profondamente nel merito di tutte le mozioni. Con particolare riferimento alla nostra mozione, sulla quale il Governo si è dimostrato ad accogliere questioni molto importanti, esprimo profonda soddisfazione, a nome di tutto il Gruppo e anche delle varie componenti del Gruppo stesso.
Riteniamo che l'energia sia un asse strategico all'interno del quale si muove, e non può non muoversi, lo sviluppo di un Paese; asse che determina e può determinare la sua crescita. Un asse strategico su cui va posta un'attenzione fondamentale per le questioni che interessano non soltanto la crescita e lo sviluppo, e quindi l'economia, ma anche l'ambiente. L'Europa ha lanciato, a questo riguardo, da tempo, una sfida importante per la riduzione delle emissioni di CO2 e per l'incentivazione di tutte le fonti alternative, una sfida che deve essere accolta e sulla quali i Paesi europei hanno costruito politiche più o meno importanti.
Il nostro Paese ha fatto molto. Forse in un primo momento si è lanciato con eccessivo entusiasmo su alcuni settori, aprendo, per certi aspetti, la strada ad una speculazione internazionale. In merito a quest'ultimo aspetto crediamo che da parte del Governo vada posta un'attenzione particolare. Occorre evitare la speculazione internazionale in tale ambito, soprattutto da parte delle energie rinnovabili, da parte di multinazionali che spesso si sono rivelate "fameliche" aggredendo l'Italia. Ciò è avvenuto soprattutto in alcune Regioni del nostro Paese, dove si è verificata una forte pressione che ha messo i sindaci e i presidenti di Regione in gravi difficoltà, inducendoli anche ad adottare provvedimenti costrittivi e restrittivi che hanno bloccato, in qualche modo, lo sviluppo di questa filiera.
Noi diciamo che va perseguita questa strada, ma con una politica organica che guardi non ai singoli settori ma all'insieme del problema. Per questo motivo, il punto strategico della nostra mozione (che poi è l'ultimo ma è fondamentale) riguarda un nuovo piano energetico nazionale, che non rinneghi quanto si è fatto nel passato; metta a fuoco i punti positivi; riprenda, per quanto riguarda il decreto legislativo n. 28 del 2011, le questioni dei decreti attuativi ancora sospese, per dare certezza agli investimenti passati e possibilmente anche a quelli che si potranno mettere in campo in futuro; presti un'attenzione forte - desidero sottolineare questo al Governo, avendolo già affrontato altre volte anche a nome del Gruppo - e abbia a cuore soprattutto la salvaguardia del nostro patrimonio paesaggistico, ambientale e dei beni culturali.
L'operazione di saccheggio compiuta in gran parte delle Regioni italiane da parte del fotovoltaico su territori agricoli anche di grande importanza (territori fruttuosi e non zone abbandonate e aride), grida vendetta. Una delle poche ricchezze che abbiamo è rappresentata dai beni culturali, ambientali e architettonici e su di essa va mantenuta alta l'attenzione. Si può incentivare tutta la gamma delle rinnovabili in particolare, anche il fotovoltaico, senza aggredire il suolo, soprattutto nelle zone altamente produttive dell'agricoltura. È una operazione che grida veramente vendetta e su cui è stato posto un freno. Credo che il Governo abbia il dovere di mantenere costante l'attenzione in detto settore.
Non voglio dilungarmi oltre, perché ho ritenuto la risposta del Governo efficace e soprattutto molto soddisfacente. I dieci punti della nostra mozione sono stati tutti accolti, tranne alcune brevi modifiche, che non sono sostanziali ma più che altro formali e, per certi aspetti, politiche.
La profonda soddisfazione che esprimiamo si potrà naturalmente condensare in un voto favorevole, che sarà espresso anche sulle mozioni presentate dagli altri Gruppi, avendo tutti dimostrato di avere a cuore il problema e di aver compreso che parlare di crescita e di sviluppo per il nostro Paese significa essenzialmente affrontare la politica energetica italiana. Politica energetica da intendere come asse strategico, come ho detto prima, in quanto dalla sicurezza degli approvvigionamenti, in termini sia quantitativi che qualitativi, dipende poi la qualità della vita e la crescita del nostro Paese, su cui tutti quanti stiamo puntando e il Governo in modo particolare. (Applausi della senatrice Giai).
VALLARDI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VALLARDI (LNP). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, l'argomento che stiamo discutendo riguarda sicuramente il futuro. Come hanno detto gli autorevoli colleghi intervenuti prima di me, quando si parla di energie rinnovabili, a prescindere dalla tipologia di energia che si produce, si compie effettivamente un salto in avanti, nel futuro, nel destino della nostra generazione ma soprattutto di quelle generazioni che dopo di noi verranno.
Credo sia da condividere l'atteggiamento avuto da questo Governo, che ringrazio, nell'approvare indistintamente - così come faremo noi del Gruppo della Lega Nord - tutte le mozioni che sono state presentate le quali, anche se con sfumature diverse, centrano tutte il problema. Si tratta, cioè, di dare una mano allo sviluppo delle energie rinnovabili, perché effettivamente in questo Paese ne abbiamo un grande bisogno. Un Paese come il nostro, che dipende quasi totalmente dall'estero per l'approvvigionamento dell'energia, credo abbia sicuramente bisogno di avere una forma autonoma di sostentamento energetico: e quale migliore forma, se non quella del sole, del vento, dell'idroelettrico?
Qui in Italia ne abbiamo di energia rinnovabile, tant'è vero che tutti ci chiamano e ci decantano anche come «o Paese d'o sole». Sono convinto, quindi, che andiamo tutti nella direzione giusta. Penso che il sole per il nostro Paese sia un po' come l'oro nero, dal quale purtroppo ancora oggi quasi totalmente dipendiamo.
Ringrazio dunque il Governo ed il sottosegretario De Vincenti per avere accolto, anche se solo in parte, le nostre richieste. Devo dire, però, che alla fine ci dispiace che non sia stata non solo accolta, ma forse neanche capita fino in fondo la nostra semplicissima richiesta, che adesso andrò a motivare, di differenziazione del conto energia per fasce climatiche. Forse il Governo non l'ha capita, e sicuramente non l'ha capita il collega senatore Bruno, che in maniera partigiana difende il Sud del Paese.
Noi della Lega Nord siamo convinti che investire sulle energie rinnovabili sia positivo; ci va anche bene che gli investimenti siano fatti in quei territori, soprattutto del Sud Italia, in cui le ore di sole sono sicuramente maggiori rispetto al Nord. Quello che non condividiamo è però il fatto che, essendo le ore di sole al Sud nettamente superiori rispetto al Nord - lei mi insegna, signor Sottosegretario, circa il 30-40 per cento in più - anche tutti gli investimenti vengono poi attratti in quei territori. A questo punto, però, non si spiega perché ci siano così tanti impianti fotovoltaici o eolici dislocati al Sud che producono energia, senza che poi questa possa essere utilizzata o trasportata, per la mancanza di reti elettriche idonee a trasferirla.
Dunque, caro senatore Bruno, ci sono troppo impianti nel Sud di questo Paese che producono energia elettrica che noi cittadini paghiamo, ma che poi non viene assolutamente utilizzata da alcuno. È per questo motivo che noi della Lega Nord chiediamo che vi siano delle fasce climatiche, che non c'entrano nulla con la politica, ma che riguardano invece una questione di equità sociale: non capiamo, infatti, come mai una famiglia che al Nord fa un impianto fotovoltaico riesca ad ammortizzarlo, se va bene, in 15 anni, mentre se lo stesso impianto fotovoltaico lo fa una famiglia del Sud lo ammortizza in 6-8 anni, quindi quasi in metà tempo. Credo che questo non sia giusto, né corretto.
Per questo motivo chiediamo che ci sia una puntualizzazione al riguardo, magari nel prossimo decreto energia, che dovrebbe arrivare in Aula nel giro di qualche mese, in maniera tale che l'energia elettrica nel nostro Paese, anche quella rinnovabile, sia prodotta lì dove viene utilizzata. Credo sia infatti comprensibile a tutti che il Nord assorbe e consuma effettivamente energia elettrica, cosa che forse non accade al Sud (purtroppo, non essendo fortemente sviluppato dal punto di vista industriale). In alternativa, signor Sottosegretario, si potrebbe pensare di investire in una forte componente di reti elettriche, in maniera tale che l'energia elettrica prodotta al Sud possa essere facilmente trasportata in quei territori, soprattutto del Nord, in cui l'energia elettrica viene consumata.
La ringrazio, signor Sottosegretario, per aver accolto le altre nostre richieste, tutte finalizzate a realizzare lo sviluppo e, soprattutto, una maggiore educazione ambientale per quanto riguarda le energie rinnovabili, perché siamo convinti che nel nostro Paese ancora oggi purtroppo manchi una conoscenza profonda e diretta delle opportunità positive che le energie rinnovabili possono dare, sia per l'ambiente, sia per l'economia del Paese.
Come tutti sappiamo, stiamo purtroppo vivendo un momento molto negativo per quanto riguarda lo sviluppo economico: siamo in piena recessione. Pertanto, se ci fosse anche da parte del Governo un atto di coraggio (ma mi sembra che di coraggio questo Governo ne abbia ben poco: non voglio essere sarcastico o ironico, ma purtroppo i fatti lo dimostrano), se ci fossero agevolazioni in modo che ogni famiglia potesse avere un impianto fotovoltaico sul tetto della propria casa, si darebbe sicuramente una sferzata agli investimenti e all'economia di questo Paese.
Provi ad immaginare, signor Sottosegretario, se ipoteticamente ogni famiglia, entro un anno a partire da oggi, volesse investire in un impianto fotovoltaico. Provi solo ad immaginare quanto gettito, solo per quanto riguarda l'IVA, avrebbe l'erario dello Stato, e che sferzata, dal punto di vista degli investimenti, vi potrebbe essere in questo Paese. Magari non investendo sui pannelli che arrivano dalla Cina e che, purtroppo, fanno morire le nostre aziende. Infatti, scelte scellerate da parte anche di questo Governo sugli incentivi hanno fatto morire le aziende del fotovoltaico del nostro Paese agevolando l'importazione dei pannelli dalla Cina, ed anche su tale argomento gradirei la sua attenzione.
Credo che siamo ancora in tempo, perché dobbiamo salvare le generazioni future. Il Gruppo della Lega Nord condivide le scelte operate anche dagli altri Gruppi parlamentari e voterà a favore di tutte le mozioni fin qui presentate, perché vanno tutte verso scelte positive dal punto di vista degli investimenti ambientali, scelte per il futuro nostro e soprattutto dei nostri figli. (Applausi dal Gruppo LNP).
*FIORONI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FIORONI (PD). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli senatori, le politiche a sostegno delle fonti rinnovabili certamente si inseriscono nel più completo quadro di una strategia energetica nazionale, che purtroppo manca ormai da tempo in Italia. Penso sia proprio questo il motivo per cui anche il sistema di incentivazione non ha mai trovato una disciplina stabile, compiuta e coerente.
L'Europa è invece intervenuta spesso con riferimento alle rinnovabili. Nel 2008 ha adottato il pacchetto clima-energia, che contiene una serie di misure volte a combattere i cambiamenti climatici e a promuovere l'uso delle energie rinnovabili. Peraltro, di recente, la Commissione è anche intervenuta con una comunicazione al Parlamento che fissa la tabella di marcia verso un'economia competitiva a bassa emissione di carbonio nel 2050.
Tra le misure contenute nel pacchetto rientra la direttiva 2009/28/CE sulla promozione delle energie rinnovabili, che è anche oggetto delle mozioni oggi in discussione, che fissa obiettivi vincolanti per ogni Stato membro e l'Italia ha preso l'impegno di raggiungere il 17 per cento di consumo complessivo di energia da fonti rinnovabili entro il 2020 e ha dato attuazione alla direttiva con il decreto legislativo n. 28 del 3 marzo 2011. Tale decreto ha stabilito i criteri generali del sistema di incentivazione delle rinnovabili a decorrere dal 1° gennaio 2013, rimandando la definizione delle modalità attuative a successivi decreti ministeriali, che dovevano essere adottati entro settembre 2011. Purtroppo questo non è accaduto, mettendo in difficoltà l'intero settore di produzione di energia elettrica, con riferimento non solo al fotovoltaico, ma anche alle altre fonti (eolico, geotermico, biomasse, idroelettrico), aspetto che è importante ricordare.
Al di là di questi obiettivi, è certo l'interesse italiano a sviluppare a livello nazionale la produzione di energia con fonti rinnovabili per creare una filiera tecnologica innovativa che crei impresa ed occupazione minimizzando le importazioni.
Basti valutare l'evoluzione del settore nel tempo: nel 2010, secondo l'ultimo rapporto ENEA, si riconferma la rapida crescita dei settori delle fonti energetiche rinnovabili, che nel nostro Paese sono arrivate complessivamente a coprire il 12 per cento del consumo interno lordo (CIL) di energia, registrando una crescita del 10,4 per cento rispetto all'anno precedente. Questo per dire che è coerente pensare che l'obiettivo di una strategia energetica rispettosa della sostenibilità ambientale non può che passare dalla promozione delle fonti rinnovabili anche oltre il 2020.
Allo stato attuale, per fare in Italia una scelta strategica di consistente sviluppo delle rinnovabili nei prossimi decenni è necessario comprendere le ragioni che ne stanno alla base e sviluppare un'ampia riflessione da questo punto di vista.
Dobbiamo capire tutti che c'è una previsione plausibile di una crescita dei prezzi del petrolio e del gas, che la crisi climatica richiederà riduzioni consistenti delle emissioni di gas di serra, che occorre puntare su fonti nazionali per ridurre la dipendenza energetica dall'estero, e, soprattutto, che i miglioramenti tecnologici hanno già ridotto i costi (per esempio, il modulo del solare fotovoltaico in 10 anni ha dimezzato il costo e aumentato i rendimenti) e pertanto produrranno ulteriori tagli significativi dei costi entro il prossimo decennio.
Una scelta strategica richiede anche la creazione di un quadro normativo coerente e sistematico, che fornisca strumenti idonei per la massimizzazione delle prospettive di crescita delle rinnovabili nel mix energetico del Paese, che deve portare ad una diminuzione del costo dell'energia. A questo proposito, non dovrà essere trascurato, ma tenuto in grande considerazione, il parere delle Regioni su queste materie, in ragione, sia della loro competenza concorrente, sia del dover portare avanti una programmazione energetica per il territorio di riferimento.
A proposito del costo dell'energia, voglio riportare in quest'Aula una riflessione importante legata alle modifiche del mix produttivo, un aspetto che è stato messo in evidenza dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, che riferisce che lo sviluppo da fonti rinnovabili non programmabili, insieme alla generazione distribuita, ha determinato un processo di cambiamento dei fondamentali alla base del funzionamento del mercato elettrico, tanto da richiedere, in prospettiva, di rivedere, a livello europeo, l'attuale disegno di mercato originariamente pensato per un parco elettrico tradizionale. Su questo dobbiamo avviare una riflessione importante.
A queste considerazioni si aggiunga che, per la promozione delle rinnovabili, vanno constatate molte carenze sul fronte delle politiche industriali. Soprattutto i settori innovativi, che possono costituire un'eccellenza per il nostro Paese, non hanno visto politiche industriali adeguate, tant'è che anche l'ENEA, in un recente focus sulle rinnovabili, sostiene che l'Italia, se da un lato si distingue per la generosità delle tariffe incentivanti all'energia verde, soprattutto riguardo alla generazione elettrica, dall'altro risulta piuttosto carente sul fronte delle politiche a supporto della crescita dell'industria nazionale. «La domanda interna» - dice l'ENEA - «di sistemi e componenti per le installazioni a fonte rinnovabile, infatti, è ancora coperta in misura prevalente con il ricorso alle importazioni dall'estero che hanno portato ad un peggioramento del saldo commerciale italiano (...)».
Giustamente il Governo si sta concentrando su queste necessità, tanto che nel programma nazionale di riforme si pone l'obiettivo di determinare uno sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili per una crescita equilibrata e per raggiungere gli obiettivi del pacchetto clima-energia 2020 e, se possibile, superarli, come detto anche dal Sottosegretario.
Va aggiunto che, con riguardo agli incentivi, per ridurre i costi in bolletta, l'approccio corretto dovrebbe essere quello di assicurare stabilità e durata, rivedendo periodicamente gli incentivi, ma solo a fine di adattarli alla riduzione dei costi di produzione, assicurando in ogni caso una corretta remunerazione degli investimenti. Per questo motivo è fondamentale il principio del giusto livello di incentivazione volto a favorire la competitività di mercato delle fonti rinnovabili, a scoraggiare le attività speculative e ad evitare gli errori del passato. Il tutto seguendo il ragionamento secondo il quale l'incentivazione è una leva strategica che si prevede possa estinguersi dopo il 2020, in quanto le fonti rinnovabili potranno raggiungere la parità dei costi in rete rispetto all'elettricità prodotta con fonti fossili.
Per la promozione delle fonti rinnovabili gli incentivi rimangono importantissimi e vanno commisurati all'affermazione di mercato delle stesse e resi stabili al fine di garantire la programmazione delle aziende e dei finanziamenti. Sono pertanto difficilmente accettabili ulteriori ritardi nell'adozione dei decreti ministeriali, che devono prevedere i nuovi sistemi incentivanti. Quando non c'è certezza per le imprese, gli investimenti si bloccano e le conseguenze si riflettono sull'occupazione.
È giusta e opportuna quindi la richiesta di garantire un intervallo di tempo congruo per consentire alle imprese di adeguarsi alle previsioni dei nuovi decreti sulle rinnovabili elettriche, una volta che verranno finalmente adottati, il che avverrà comunque con netto ritardo. Ma gli incentivi vanno adeguati anche per le fonti rinnovabili che sino ad oggi non sono state incoraggiate a sufficienza. Penso alle rinnovabili termiche, per le quali si è sviluppata una filiera industriale di vero made in Italy. I relativi decreti ministeriali di attuazione dovevano essere emanati dal settembre 2011 e le imprese sono ancora in attesa. L'Autorità sottolinea, peraltro, che l' utilizzo di fonti rinnovabili per la produzione di calore è più efficiente in termini di rendimento medio rispetto all'utilizzo per la produzione di energia elettrica.
Ultime considerazioni circa l'esigenza di implementare l'efficienza energetica nella generazione e nell'uso dell'energia, che è fondamentale per ridurre la domanda di energia, la dipendenza dall'utilizzo di fonti fossili di importazione e le emissioni di gas serra e quindi aumentare la sicurezza dell'approvvigionamento. Su questi temi ci siamo molto spesi con proposte di incentivazione che hanno avuto successo anche sotto il profilo dello sviluppo economico e produttivo, come, ad esempio, il credito d'imposta del 55 per cento sulle riqualificazioni energetiche degli edifici.
Con riferimento alle problematiche sollevate dalla Lega sull'eccesso di capacità produttiva al Sud, riconosciamo il problema, ma riteniamo che se si incrementa la produzione da fonti rinnovabili in parallelo e senza esitazioni vanno programmati interventi al fine di gestire i flussi di energia per integrare le fonti rinnovabili; il che significa rinnovare le infrastrutture elettriche e renderle flessibili, sostenere lo sviluppo delle reti intelligenti anche nell'infrastrutturazione ed interconnessione europea, sui quali temi si stanno prendendo importanti decisioni cui l'Italia deve partecipare da protagonista.
Questi sono i temi che ci stanno a cuore e che sono oggetto della nostra mozione. Voteremo, pertanto, a favore anche di tutte le altre mozioni che si conformano a queste argomentazioni ed apprezziamo anche il fatto che il Governo, con il suo parere, abbia riconosciuto la valenza delle nostre argomentazioni. (Applausi dal Gruppo PD).
CURSI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CURSI (PdL). Onorevole Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, l'Italia ha compiuto negli ultimi anni dei progressi enormi nel settore delle energie rinnovabili, che la pongono nelle condizioni di rispettare gli impegni assunti nelle sedi internazionali (Protocollo di Kyoto) ed europee (pacchetto clima-energia 20-20-20). Pensiamo, in particolare, al settore fotovoltaico, dove il nostro Paese è il secondo in Europa per potenza installata dopo la Germania, e ad altri segmenti delle rinnovabili come l'idroelettrico, l'eolico e la geotermia.
Possiamo dire quindi che negli ultimi anni le potenzialità che offre l'Italia nel comparto delle rinnovabili sono state valorizzate anche grazie ad una serie di opportuni interventi normativi. Tra questi, merita sicuramente di essere ricordato il provvedimento legislativo n. 28 del 2011, sul quale ricordo che la Commissione industria, che mi onoro di presiedere, aveva svolto un notevole approfondimento, coinvolgendo tutte le associazioni e tutti gli operatori del settore per fornire al Governo degli utili indirizzi sulla migliore via da intraprendere, nella consapevolezza di quanto il settore delle energie pulite rivesta grande rilievo per il comparto energetico e, più in generale, per l'economia nazionale.
Una delle richieste che la Commissione aveva rivolto al Governo lo scorso anno, e che aveva poi trovato spazio nel decreto legislativo n. 28, era quella di adottare, in tempi rapidi (sei mesi), i decreti di attuazione del decreto legislativo madre, in modo da assicurare ai diversi operatori un quadro normativo regolatorio certo, in grado di consentire una corretta programmazione degli investimenti, evitando anche quei fenomeni speculativi che hanno purtroppo danneggiato il settore ed i numerosi imprenditori onesti che in esso operano tutti i giorni per far crescere il Paese.
Su questo punto, però, dobbiamo registrare che il Governo ha solo di recente, con diversi mesi di ritardo, presentato il testo dei decreti ministeriali sui quali si sta ora acquisendo il parere della Conferenza Stato-Regioni.
Tutto questo ha inevitabilmente creato una grave situazione di incertezza, soprattutto nei settori diversi dal fotovoltaico (penso in particolare all'eolico, all'idroelettrico, alla geotermia), con il risultato di paralizzare gli investimenti già programmati, in attesa di comprendere quale sarebbe stato l'orientamento del Governo.
Pertanto, insieme a numerosi altri colleghi della Commissione e non, abbiamo voluto richiamare l'attenzione del Governo sulla necessità di instaurare un maggiore confronto tra l'Esecutivo ed il Parlamento su tali tematiche attraverso le Commissioni parlamentari competenti che, qui in Senato, hanno dimostrato di seguire sempre con attenzione l'evolversi della situazione. Questo confronto, nel quale dovranno essere coinvolte anche le associazioni di categoria e gli operatori del settore, consentirà di giungere sicuramente a scelte maggiormente equilibrate, ponderando i diversi interessi in gioco.
Vorrei qui esprimere apprezzamento nei confronti del sottosegretario De Vincenti che stamani, motivando il voto sulle singole mozioni, ha dato un contributo notevole, come già sta facendo all'interno del rapporto Governo-Commissioni, su un tema così delicato, assumendo anche e giustamente posizioni che talvolta possono anche essere non comprese dalla pubblica opinione.
Mi riferisco, in particolare, al tema degli incentivi. So che il Governo sta valutando concretamente l'ipotesi di un provvedimento legislativo per un una rivisitazione complessiva del tema degli incentivi, non solo su questo settore, ma anche su altri che riguardano la piccola e media impresa. Penso che una rivisitazione del tema sia opportuna, anche alla luce dei risultati che si intende raggiungere, perché se parliamo tutti quanti di crescita e vogliamo ottenere dal Governo una crescita che si esprima attraverso comportamenti concreti, dobbiamo farlo anche attraverso quegli utili incentivi che favoriscano le famiglie e la piccola e media impresa. Questi incentivi devono essere seri, operativi ed evitare che si verifichino alcune situazioni negative.
Tale rivisitazione deve essere in grado di coniugare le ricadute sulla filiera industriale, sull'ambiente, sull'occupazione, sulla gestione del territorio e anche sulla componente - che non guasta - anche della bolletta elettrica. Infatti, tutte le volte che si parla di incentivi e di atteggiamenti che devono essere assunti, va a finire tutto sulla bolletta, con le conseguenze che abbiamo visto: siamo arrivati ormai ad un 10 per cento in più sulla bolletta elettrica. Occorrerà probabilmente riconsiderare questa situazione. Aiuteremo il Governo, per gli aspetti che ci riguardano come Commissione, a trovare una soluzione importante.
Vanno privilegiati gli investimenti produttivi e non quelli meramente speculativi, che hanno già prodotto tanti effetti negativi. Vorrei ricordare in Aula l'ultimo intervento in audizione in Commissione, del ministro Passera che su questo tema è stato particolarmente preciso e concreto. Al ministro Passera, quindi al Governo, chiederemo l'ulteriore impegno ad intervenire nuovamente in audizione nelle prossime settimane, perché vorremmo capire in che modo il Governo si vuole muovere e che cosa vuole fare per favorire le piccole e medie imprese, ma soprattutto per fare in modo che sul tema dell'energia elettrica, ma anche sull'altro tema specifico del prezzo della benzina, si abbiano a determinare consistenti riduzioni in aiuto delle famiglie.
Sappiamo che il tema dell'energia oggi colpisce in modo particolare la piccola e media impresa. Molte aziende stanno chiudendo, perché il costo dell'energia è arrivato al punto tale che non ce la fanno più a sostenerlo. Ricordo nuovamente ai presenti la situazione dell'ALCOA in Sardegna: vorremmo evitare altre ALCOA e vorremmo che la piccola e media impresa, soprattutto quella che ha investimenti all'estero, possa essere sostenuta per evitare che si creino disoccupazione e cassa integrazione.
Quello che si chiede quindi al Governo è di procedere, prima dell'emanazione definitiva dei decreti, ad un'attenta analisi dei costi e dei benefìci che deriveranno per i consumatori e per le imprese dal nuovo quadro normativo predisposto. Su questo riteniamo che il Parlamento dovrà essere costantemente informato, anche per essere nelle condizioni di affrontare al meglio decisioni che riguardano migliaia di imprese e di consumatori italiani, che dovranno essere calibrate al meglio per fare in modo che siano di sostegno vero sia alle famiglie che alle piccole e medie imprese.
Per tali ragioni, esprimo il voto favorevole del Gruppo del PdL sulla mozione n. 600 (testo 2). Sulle altre mozioni, concordo con quanto espresso dal sottosegretario De Vincenti, che ringrazio per il contributo che ha fornito su questo tema. (Applausi dai Gruppi Pdl e PD).
POSSA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
POSSA (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi permetto di esprimere alcune considerazioni dissenzienti rispetto alle mozioni in esame, in particolare rispetto a quella del PdL. Occorre che ci sia molta umiltà nell'esprimere un dissenso di fronte ad un concerto così generale. Esprimo un atteggiamento di umiltà, ma mi esprimo anche in scienza e coscienza, sulla base di una vita dedicata, in qualità di ingegnere, alle problematiche energetiche.
Ciò premesso, sono dissenziente da quello che oggi tutte le mozioni più o meno dicono, prima di tutto perché non vi è, con riferimento alle energie rinnovabili, nessuna critica di base alle fondamenta dell'atteggiamento radicale dell'Unione europea al riguardo della CO2. La CO2, ripeto quello che ho detto in discussione generale, non è assolutamente un veleno: centinaia e centinaia di scienziati di alto livello contestano che sia responsabile di gravi distorsioni del clima; comunque, il suo contributo alle variazioni climatiche, se mai c'è, non è poi così negativo, perché un riscaldamento non vuol dire la rovina, come invece la Commissione europea ha sempre sostenuto.
A proposito di Commissione europea, leggo nella premessa della mozione a prima firma della senatrice Vicari la seguente rispettosa espressione: «Un settore strategico non solo per il raggiungimento degli obiettivi nel 2020 ma anche dei nuovi obiettivi al 2030 fissati dalla Commissione europea e la road map al 2050 già approvata dall'Unione europea». Ma come? La Commissione europea ci fissa nuovi obiettivi al 2030? Ma siamo noi, rappresentanti del popolo italiano, a fissare gli obiettivi cui sottoporre il nostro Paese. Sono stress pazzeschi quelli degli obiettivi vincolanti. Poi sentiamo parlare della road map al 2050 già approvata dall'Unione europea: per fortuna non è stata ancora approvata, trattandosi di una proposta contenuta nella comunicazione COM(2011) 112 della Commissione europea, ma è già una vergogna che sia stata proposta una road map così drammatica, che al 2050 "decarbonifica" tutta l'economia, senza tener conto di quello che ciò significa per la nostra vita sociale.
In queste mozioni sulle energie rinnovabili non si tiene assolutamente conto di tale contesto, del fondamento di alcune affermazioni sulla CO2, di questo atteggiamento anche dell'Unione europea che travalica i nostri compiti di rappresentanza. Qui c'è la soggettività del popolo italiano, non altrove.
Detto ciò, mi rammarico che non vi sia nella mozione a prima firma della senatrice Vicari un richiamo esplicito alla necessità, signor rappresentante del Governo, di un quadro strategico nazionale; solo in tale ambito, come hanno detto altri colleghi, si possono definire le incentivazioni. Noi abbiamo davanti un'enormità, un'anomalia gravissima: l'incentivazione del fotovoltaico. Siamo diventati veramente dei rapinatori di risorse. Abbiamo assunto impegni per 7 miliardi di euro all'anno per venti anni: 140 miliardi di incentivazione del fotovoltaico: è un enormità, un'assurdità.
Dove si verifica tale assurdità? Nell'aumento del costo del chilowattora. Abbiamo aumentato il costo del chilowattora del 25 per cento, come è stato valutato. E poi, sì, creiamo nuovi posti di lavoro, ma sono posti di lavoro low tech, e quanti invece ne perdiamo? Infatti, il chilowattora, il prezzo fondamentale della nostra struttura sociale e produttiva, non è più considerato con attenzione estrema, come invece bisognerebbe fare; è una variabile dipendente, non è una variabile a nostra disposizione ed è effettivamente quella che registra un aumento. Qualcuno lo ha detto poc'anzi: taglieremo i posti di lavoro perché il costo del chilovattora aumenterà; lo ha detto anche il presidente Cursi un attimo fa nella sua dichiarazione di voto. Occorre quindi il quadro strategico nazionale, ed entro questo bisogna definire gli incentivi, che non devono essere dissennati, come lo sono stati finora. Il IV Conto Energia è un'enormità: il decreto salva-ALCOA è un'enormità: lo abbiamo purtroppo approvato, ma adesso non possiamo ripetere fesserie di questo genere.
Come vedete, ci sono molti elementi di dissenso rispetto a tutte le mozioni qui presentate. Qualcuno ha accennato, la senatrice Sbarbati in particolare, all'affollamento della speculazione internazionale. Gli incentivi che abbiamo erogato sono stati l'avvio di una dilapidazione di risorse a favore dei fondi comuni di investimento inglesi e americani, i cui rappresentanti, quando si è accennato vagamente, nella primavera del 2011, a bloccare, prima del quarto Conto Energia, tale dilapidazione di risorse, sono subito andati, addirittura con l'ambasciatore americano in testa, a protestare presso le nostre autorità di Governo. Come sempre, siamo preda di speculazione predatoria. Il nostro Paese è diventato preda di speculazione anche in questi campi. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Sbarbati).
Occorre un quadro strategico complessivo entro cui situare le incentivazioni. L'energia è fondamentale per il nostro Paese. Non possiamo parlare di crescita e non valutare il quadro in modo complessivo.
Va bene incentivare, ma - attenzione! - l'incentivazione comporta la creazione di un'industria assistita. Noi abbiamo creato un'industria assistita. La signora Unione europea ha consentito, dopo aver parlato tanto di mercato concorrenziale (il nostro presidente Monti in testa), che noi creassimo, invece, nel campo delle energie rinnovabili, un mercato non concorrenziale, con entrate garantite e predefinite, senza concorrenza. Esattamente il contrario di quello che si deve fare in una buona amministrazione. Altro che monopolismo: molto peggio del monopolismo! Ci siamo creati un'industria assistita, che peserà continuamente in futuro.
Bisogna effettivamente considerare tutti questi elementi in modo globale. Non riscontro, invece, in queste mozioni tale globalità, né la consapevolezza dei gravi errori commessi, cui assolutamente, ora come ora, non possiamo porre rimedio, ma che dobbiamo correggere in futuro. Invece, tutti gli auspici sono a proseguire in questa direzione. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
MENARDI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
MENARDI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch'io parlo in dissenso rispetto alle mozioni presentate, e mi associo a quanto ha testè affermato il senatore Possa. In particolare, credo che il dibattito che si è svolto e che si sta svolgendo in quest'Aula, per quanto è stato appena detto, sia quasi surreale.
Noi parliamo di energia, associandola a una parola magica, che oggi è di moda, come la crescita, non rendendoci conto che, invece, parlando di energia facciamo l'inverso di ciò che vogliamo.
Alcuni dati sono significativi. Nel 2012 il costo per la promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili sale a 10,4 miliardi di euro (6 miliardi solo per l'energia solare): il 50 per cento in più rispetto ad un anno prima. Nel 2020, stima l'Autorità, si potrebbe arrivare a 10 o 12 miliardi di euro l'anno, che, sommati a ciò che oggi paghiamo di incentivi per il pregresso, portano a 20 miliardi di euro all'anno la bolletta degli extra costi.
Gli strumenti per incentivare, in particolare, il solare sono stati così appetitosi e la legislazione è stata così disponibile che oggi in Italia abbiamo installato pannelli solari per la produzione di 9,2 gigawatt, contro i 7,5 della Germania e i 2,2 della Cina. Rispetto alla famosa filiera che noi abbiamo detto di voler realizzare sulle fonti rinnovabili, ricordo che tutto questo costo è finito prevalentemente in Cina, perché noi importiamo dalla Cina ciò che ci serve per realizzare il fotovoltaico.
Ieri ho ricevuto una delegazione del Tibet che mi ha ricordato come apprezzino il lavoro italiano perché ancora oggi la produzione di energia elettrica che alimenta, ad esempio, la città di Lhasa deriva da una centrale termoelettrica realizzata con il contributo della tecnologia italiana. Siamo riusciti, sul tema delle fonti rinnovabili, a fare esattamente il processo inverso: anziché esportare tecnologia, importiamo dai Paesi asiatici, in particolare dalla Cina, una tecnologia che peraltro è di bassissimo livello.
Nel 2011 l'Italia ha ottenuto il record mondiale di installazione del fotovoltaico. Il mondo ha 67.350 megawatt di fotovoltaico e, come ho appena detto, la Germania ne ha 24.000, mentre l'Italia, soltanto quest'anno, ha già realizzato 12.500 MW.
Rispetto alle bollette, questo extra costo che ho appena ricordato - e lo dico per documentazione, così le famiglie che avranno voglia di informarsi potranno dire che anche in Parlamento ci si rende conto dei loro problemi - ha fatto sì che nel maggio 2012, quindi ora, le tariffe elettriche in Italia siano state ritoccate del 4,3 per cento. In realtà non è stato neppure il primo aumento del 2012 per le tariffe elettriche. In marzo il ritocco consistente, avvenuto insieme a quello del gas, sulle voci che riguardavano le tariffe di reti, le materie prime e la distribuzione, è consistito in un più 5,8 per cento. A maggio è arrivata la seconda tranche.
Voglio ricordare che i 20 miliardi in più che ci troveremo a pagare ogni anno sono costi a carico delle famiglie sulle bollette. Siamo il Paese che al mondo spende di più per l'approvvigionamento energetico e, francamente, partecipare ad un dibattito che non si pone in alcun modo questo problema e pensa invece a come redistribuire gli incentivi, fa sì che io non possa che riaffermare quanto ho appena detto, ovvero la mia contrarietà alle mozioni. Non parteciperò pertanto a nessuna delle votazioni relative alle mozioni in esame, non potendole in alcun modo comprendere. (Applausi dal Gruppo PdL).
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 10,51)
SPADONI URBANI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola per non più di un minuto.
SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, cercherò di essere brevissima, perché i colleghi che mi hanno preceduto hanno spiegato tecnicamente e politicamente il motivo per cui, nonostante il bellissimo confronto in Aula, chi conosce e ha studiato queste materie sa bene che le cose non stanno esattamente nel modo in cui sono state dette. La CO2 contribuisce al riscaldamento solare fino ad un certo punto, mentre è chiaro - come hanno specificato sia il senatore Possa che il senatore Menardi - che questo piano strategico complessivo serve, perché finora i notevoli finanziamenti distribuiti sono stati ad appannaggio non del nostro Paese, in termini di tecnologia, ma di altri Stati. Non me la sento pertanto di votare a favore di queste mozioni.
PRESIDENTE. Va bene, senatrice Spadoni Urbani. (Commenti della senatrice Spadoni Urbani).
PRESIDENTE. Prima di passare alla votazione, avverto che, in linea con una prassi consolidata, le mozioni saranno poste ai voti secondo l'ordine di presentazione e per le parti non precluse né assorbite da precedenti votazioni.
Dopo la votazione delle mozioni, ai sensi dell'articolo 160 del Regolamento, potrà eventualmente essere posto ai voti l'ordine del giorno G1, anch'esso per le parti non precluse né assorbite da precedenti votazioni.
Chiedo alla senatrice Vicari se accoglie le modifiche proposte dal Governo al secondo capoverso della mozione n. 600.
VICARI (PdL). Signor Presidente, la riformulazione richiesta dal Governo del punto 2) può essere accolta con qualche piccola correzione. Proponiamo che il testo diventi questo: «a valutare la possibilità di garantire, a seguito di una valutazione costi-benefici, una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti fino a coprire l'arco temporale dall'approvazione dei decreti all'entrata in vigore delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011 e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti».
Accolgo quindi la riformulazione proposta dal Governo, anche perché segnalo che la 10ª Commissione permanente, così come ha fatto fino ad ora con il suo Presidente, senatore Cursi, continuerà a vigilare e a collaborare attentamente con il Governo, anche in considerazione di una prossima valutazione del cosiddetto decreto milleproroghe. Quindi, in quella fase, insieme alla Commissione verificheremo l'andamento.
Mi rivolgo, poi, ai colleghi che hanno svolto interventi in dissenso, sfidandoli a leggere attentamente la mozione e a trovare la parola "fotovoltaico". Infatti, la mozione n. 600 è destinata esclusivamente alle energie rinnovabili, rispettando gli obiettivi del "20-20-20" assunti con l'Unione europea. Quindi, forse la critica va mossa a monte, cioè rispetto all'accordo. In ogni caso, noi non entriamo nel merito perché lo abbiamo condiviso e lo stiamo rispettando. Dunque, non parliamo di fotovoltaico e pensiamo che non possa esservi una garanzia più grande per il Paese e per le imprese interessate di quella assicurata proprio con la riformulazione del punto 2), là dove prevediamo espressamente una valutazione attenta del rapporto costi-benefici.
PRESIDENTE. Invito il rappresentante del Governo a pronunziarsi sulla proposta testé avanzata dalla senatrice Vicari.
DE VINCENTI, sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico. Signor Presidente, il Governo esprime parere favorevole sulla mozione n. 600, così come riformulata.
PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione della mozione n. 600 (testo 2).
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 600 (testo 2), presentata dalla senatrice Vicari e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Procediamo alla votazione della mozione n. 623.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 623, presentata dal senatore Viespoli e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Senatore Pinzger, ricordo che il Governo ha espresso parere favorevole sui punti 1) e 3), mentre ha espresso parere contrario sui restanti punti della mozione n. 624.
PINZGER (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, a questo punto accolgo la riformulazione proposta sul punto 1) e considero molto importante il parere favorevole espresso sul punto 3) per promuovere la ricerca e soprattutto per individuare ulteriori soluzioni innovative.
Per il resto, non sono molto d'accordo, ma accetto la proposta del Governo, anche perché non mi pare che io abbia altre possibilità.
Quindi, signor Presidente, espungo tutte le parti della mozione su cui è stato espresso parere contrario dal Governo ed accolgo le riformulazioni suggerite sugli altri punti.
PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione della mozione n. 624 (testo 2).
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 624 (testo 2), presentata dal senatore Pinzger e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Senatore D'Alia, accetta le riformulazioni della mozione n. 625 proposte dal Governo?
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione della mozione n. 625 (testo 2).
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 625 (testo 2), presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Senatore Bubbico accetta la proposta avanzata dal Governo di modificare i punti 3) e 8) della mozione n. 626 (testo 2)?
BUBBICO (PD). Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione della mozione n. 626 (testo 3).
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 626 (testo 3), presentata dal senatore Bubbico da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. È stata avanzata la richiesta di espungere il terzo capoverso della mozione n. 628. Senatore Rutelli, accetta?
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Accetto, signor Presidente.
PRESIDENTE. Procediamo pertanto alla votazione della mozione n. 628 (testo 2).
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 628 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Senatore Li Gotti, accetta la richiesta del Governo di espungere alcuni punti della mozione n. 629 e di riformularne altri?
LI GOTTI (IdV). Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE. Procediamo alla votazione della mozione n. 629 (testo 2).
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 629 (testo 2), presentata dal senatore Li Gotti da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Senatore Vallardi, accetta di modificare la mozione n. 630 in considerazione del parere contrario espresso dal Governo sul primo capoverso del dispositivo?
VALLARDI (LNP). No, signor Presidente, e chiedo che la mozione venga votata per parti separate.
Il motivo per cui non accettiamo la riformulazione proposta dal Governo è che, come aveva sostenuto anche il Partito Democratico, il problema degli investimenti al Sud è assolutamente da rivedere. In questo settore ci sono troppe speculazioni e la rete elettrica nazionale al Sud non è in grado, purtroppo, di trasportare l'energia prodotta in quel territorio.
Pensare ad una rimodulazione degli incentivi al fotovoltaico basata sulle fasi climatiche credo sia un segnale di buonsenso e di equità sociale: blocca le speculazioni, ma soprattutto favorisce gli investimenti nei territori dove l'energia elettrica viene effettivamente consumata.
PRESIDENTE. Poiché non vi sono obiezioni, procediamo alla votazione per parti separate.
Passiamo alla votazione delle premesse della mozione n. 630.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, delle premesse della mozione n. 630, presentata dal senatore Vallardi e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione del primo capoverso del dispositivo della mozione n. 630.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del primo capoverso del dispositivo della mozione n. 630, presentata dal senatore Vallardi e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 600, 623, 624, 625, 626 (testo 2), 628, 629 e 630
PRESIDENTE. Metto ai voti la restante parte della mozione n. 630, presentata dal senatore Vallardi e da altri senatori.
È approvata.
Senatrice Contini, accetta le proposte di modifica avanzate dal Governo sull'ordine del giorno G1?
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, accetto la modifica relativa ai certificati verdi per cui il Governo si è impegnato.
Per quanto riguarda invece la parte del coefficiente, desidero solo fare una notazione al Sottosegretario. Immagino il rappresentante del Governo sappia che il ministro Clini è presidente della Global BioEnergy Partnership. Per questo motivo è bene auspicare che si instauri un tavolo di lavoro tecnico insieme al Ministero dell'ambiente per valutare meglio la tematica a livello internazionale, dove è già integrata la filiera ed è già riconosciuto il progetto CO2 Zero sostenibile, quindi non ci sono emissioni. Forse - ripeto - l'apertura di un tavolo tecnico potrebbe aiutare a dirimere la questione relativa a questa parte del dispositivo che non è stata accettata all'inizio.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G1 (testo 2) non verrà posto ai voti.
PORETTI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PORETTI (PD). Signor Presidente, desidero far presente che nell'ultima votazione elettronica ho sbagliato a votare.
SANGALLI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SANGALLI (PD). Signor Presidente, anch'io desidero segnalare che durante la prima votazione, per errore, ho votato contro anziché a favore.
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signor Presidente, per una distrazione, non ho votato in senso favorevole alla mozione n. 626 (testo 3), del senatore Bubbico e di altri senatori.
PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.
Discussione e approvazione del disegno di legge:
(3071) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, con allegato, fatto a Torino il 22 gennaio 2010 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 11,05)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 3071, già approvato dalla Camera dei deputati.
Ilrelatore facente funzioni, senatore Tonini, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore facente funzioni.
TONINI, f. f. relatore. Signor Presidente, sostituisco il collega Marcenaro che oggi si trova in missione per adempimenti legati alla sua funzione di Presidente della Commissione per i diritti umani.
Il disegno di legge in titolo, già approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati, reca l'autorizzazione alla ratifica dell'Accordo di sede della Fondazione europea per la formazione professionale (European Training Foundation - ETF), agenzia specializzata dell'Unione europea, istituita dal regolamento (CEE) n. 1360/90 del Consiglio e divenuta operativa nel 1994.
La Fondazione svolge funzioni di informazione, analisi, consulenza e sostegno ai programmi di assistenza dell'Unione europea in materia di sviluppo del capitale umano, allo scopo di aiutare i Paesi in transizione e in via di sviluppo a sfruttare il potenziale delle proprie risorse umane mediante la riforma dei sistemi di istruzione, formazione e mercato del lavoro.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 11,07)
(Segue TONINI, f. f. relatore). Essa dispone di un bilancio autonomo di circa 20 milioni di euro annui, con entrate che provengono essenzialmente da un contributo dell'Unione europea.
L'Italia sostiene le attività della Fondazione tramite contributi volontari a valere sui fondi della cooperazione allo sviluppo.
L'Agenzia ha iniziato le proprie attività nei Paesi allora candidati all'adesione all'Unione europea. L'attività della Fondazione è ora indirizzata ai Paesi destinatari dei programmi di assistenza dell'Unione europea di preadesione, di vicinato e partenariato e di cooperazione allo sviluppo.
La Fondazione è dotata di personalità giuridica e impiega circa 120 unità di personale, mentre i suoi organi statutari sono il consiglio di amministrazione e il direttore. I rapporti tra la Fondazione e l'Italia, che la ospita a Torino, sono regolati dall'Accordo di sede fatto a Bruxelles nel 1994, ratificato dall'Italia ai sensi della legge n. 111 del 1997.
In seguito alla riforma della disciplina statutaria del personale in servizio presso le istituzioni dell'Unione europea, introdotta dal Regolamento n. 723 del 2004 del Consiglio, è emersa la necessità di una revisione dell'Accordo di sede. Il nuovo Statuto è entrato in vigore nel 2004 e ha, infatti, introdotto la categoria di agente contrattuale che, al termine del 2007, ha completamente sostituito la preesistente figura dell'agente ausiliario.
Il nuovo Accordo di sede, che si compone di un preambolo e di 15 articoli, ricalca il modello dell'Accordo sottoscritto tra l'Italia e l'Autorità per la sicurezza alimentare (EFSA), avente sede a Parma, ratificato dall'Italia con la legge n. 17 del 2006. È confermato quale sede della Fondazione, tramite la città di Torino e la Regione Piemonte, il complesso di Villa Gualino.
L'articolo 2 introduce la previsione per cui l'Italia riconosce alla Fondazione personalità giuridica, inclusa la capacità di stipulare contratti, di acquisire e cedere beni mobili e immobili e di stare in giudizio. Attribuisce inoltre al direttore la rappresentanza della Fondazione per le finalità dell'Accordo di sede.
L'Accordo dispone che la Fondazione, gli edifici della sede, i suoi beni ed archivi sono inviolabili, immuni da atti esecutivi e coercitivi, esenti da ogni tipo di tributi e da dazi e restrizioni all'importazione ed esportazione di beni destinati ai fini istituzionali. Il personale gode dei privilegi e immunità riconosciuti dal Protocollo delle Comunità europee vigenti in materia.
Il disegno di legge contiene quattro articoli che recano, rispettivamente, l'autorizzazione alla ratifica dell'Accordo, l'ordine di esecuzione, la copertura finanziaria e la norma sull'entrata in vigore.
L'articolo 3 prevede una autorizzazione di spesa di 40.000 euro annui a decorrere dal 2012. Tale spesa è da ricollegarsi all'esenzione dall'IVA su acquisti e importazioni di mobili ed effetti personali per il personale assunto dalla Fondazione.
In conclusione, la Commissione propone l'approvazione del disegno di legge da parte dell'Assemblea. (Applausi del senatore Micheloni).
PRESIDENTE. Non essendovi iscritti a parlare nella discussione generale, ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, il Governo ringrazia il relatore e la Commissione e raccomanda all'Assemblea il rinnovo dell'Accordo su una istituzione che, tra l'altro, ha sede nel nostro Paese, rappresentando in tal modo un segnale positivo di fiducia anche in Europa in un momento particolare come quello che stiamo vivendo.
PRESIDENTE. Invito la senatrice Segretario a dar lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame.
VICARI, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, parere non ostativo».
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli.
Metto ai voti l'articolo 1.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 2.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 3.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 4.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, sarò davvero breve sull'atto del Senato al nostro esame.
Dichiaro il voto favorevole del Gruppo dell'Italia dei Valori sul disegno di legge di ratifica dell'Accordo di sede tra il nostro Paese e la Fondazione europea per la formazione professionale.
Non ritengo opportuno sottolineare oltremodo i contenuti o gli intendimenti su di un atto che, ad opinione del mio Gruppo, poteva tranquillamente essere ratificato seguendo un iter diverso, permettendo in tal modo all'Aula di occuparsi di qualcosa di più importante in questo delicato momento storico del nostro Paese. Lo dico senza voler accusare nessuno e senza fare polemica o demagogia. Conosco bene le procedure previste dalla Costituzione, nonché quelle indicate nel Regolamento, ma questo non vuol dire che queste regole non si possano cambiare. Più volte, con diversi colleghi di tutti i Gruppi parlamentari, ci siamo interrogati sull'opportunità che fosse l'Assemblea ad approvare i disegni di legge di ratifica, senza che si procedesse neppure ad una discussione; se non altro, ciò dipendeva da un'opportunità politica che i Gruppi, o i singoli parlamentari, volevano o non volevano cogliere.
In questo caso, però, signor Presidente, di politico non c'è un bel niente. La partecipazione dell'Italia alla Fondazione europea per la formazione professionale è stata già discussa dal Parlamento, mentre qui ci tocca discutere del mero Accordo di sede che, seppur importante, potrebbe essere trattato sicuramente in un'altra sede.
Ritengo che sia davvero arrivata l'ora di prevedere procedure diverse, che magari possano vedere interessate le sole Commissioni, senza che si arrivi ad un dibattito in Aula, così da permettere proprio all'Assemblea di occuparsi di qualcosa di più importante, ed in questo momento il nostro Paese ha bisogno, appunto, di discutere cose ben più importanti di questo disegno di legge di ratifica.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, se possibile, vorrei consegnare il testo integrale del mio intervento affinché venga allegato al Resoconto della seduta odierna.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). La ringrazio.
Voglio limitarmi qui soltanto a dichiarare che il voto del mio Gruppo al provvedimento in esame sarà favorevole, e ciò per due ordini di motivi.
Intanto, non possiamo non condividere e non notare l'importanza di questo disegno di legge in un momento particolarmente delicato come quello che stiamo attraversando e non condividere, quindi, tutte quelle iniziative - come è anche questa - che possono andare incontro alle esigenze dei nostri concittadini e dei concittadini europei, soprattutto dei giovani, al fine di individuare un approccio ed un inserimento migliore nel mondo del lavoro.
Non possiamo poi che notare con piacere che la sede di questa importante e qualificante Fondazione, sulla quale noi riponiamo tanta fiducia, è individuata in Italia.
Questi sono due dei motivi principali per cui condividiamo il provvedimento in esame.
DAVICO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DAVICO (LNP). Signor Presidente, intervengo per dichiarare il voto favorevole del Gruppo della Lega Nord al provvedimento in esame e per ribadire i contenuti e i motivi ispiratori e fondanti di questo disegno di legge, che si colloca nel contesto di un momento economico molto particolare e molto difficile, che vede proprio nella formazione degli individui, nel progresso delle loro capacità professionali, lavorative, umane e tecniche, una possibilità di sviluppo e di crescita.
L'importante è che questi organismi non siano soltanto apparati burocratici, ma possano concretamente contribuire alla crescita, alla formazione e a fare in modo che i nostri giovani, i nostri lavoratori, a tutti i livelli, dalle categorie socialmente più deboli, fino ad arrivare all'alto perfezionamento scientifico e culturale, possano crescere, appunto, in modo che si realizzino quelle intelligenze e quelle forze di cui tanto abbiamo bisogno, che possono dare veramente senso al futuro, alla crescita e alla continuazione della vita sociale, economica e democratica.
MICHELONI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MICHELONI (PD). Signor Presidente, dichiaro il voto favorevole del Gruppo del Partito Democratico sul disegno di legge di ratifica in esame.
Colgo l'occasione, dopo aver ascoltato il senatore Pedica, per ricordare che la Commissione affari esteri ha fatto moltissimo per accelerare l'esame dei disegni di legge di ratifica e ha lavorato molto. Credo sia opportuno che il Governo svolga una riflessione sulle procedure precedenti l'approdo di tali provvedimenti in Commissione, perché spesso abbiamo ratifiche che sono in ritardo di diversi anni, senza che tale ritardo possa essere imputabile al Parlamento. Sarebbe opportuno riflettere al riguardo.
MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANTICA (PdL). Signor Presidente, desidero ribadire il voto favorevole da parte mia e del Popolo della Libertà sul provvedimento di ratifica in esame.
Desidero altresì cogliere l'occasione per rivolgere al Governo un particolare richiamo di attenzione: questa ratifica conferma a Torino un'altra sede di importanza e di livello europeo. Torino è ormai una città nella quale esistono molte sedi, anche di Agenzie dell'ONU (ricordo l'UNICRI) e di scuole di formazione della NATO, così come Roma è ormai sede di un grande polo alimentare.
Mantenere questa struttura è importante per il nostro Paese non solo per motivi di prestigio, ma anche perché si inserisce nel tessuto della Nazione. Vorrei dunque richiamare l'attenzione del Governo, e attraverso il Governo del Ministero degli affari esteri, sul fatto che mantenere queste sedi e queste strutture è un obiettivo, a mio avviso, prioritario. In un momento come questo, di grande difficoltà, sono comprensibili tutte le azioni volte a ridurre la spesa, ma francamente credo che il mantenimento di questi istituti internazionali, sia a Roma che a Torino, sia un elemento così prioritario che con grande attenzione occorre guardare affinché le sedi rimangano all'interno del nostro Paese.
PRESIDENTE. Metto ai voti il disegno di legge, nel suo complesso.
È approvato.
Discussione e approvazione del disegno di legge:
(3107) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, diversificata e professionale per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra i Governi della Repubblica italiana e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas il 27 luglio 2007 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 11,21)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 3107, già approvato dalla Camera dei deputati.
Ilrelatore, senatore Bettamio, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.
BETTAMIO, relatore. Signor Presidente, colleghi, oggi ratifichiamo e diamo esecuzione ad un Accordo che i Governi italiano e venezuelano hanno sottoscritto a Caracas nel 2007, quindi qualche anno fa, per il riconoscimento degli studi e dei diplomi di istruzione relativi a corsi svolti in ciascuno Stato firmatario.
Con esso colmiamo una lacuna considerevole, perché in Venezuela il nostro Paese ha sia una serie di istituti italiani che una consistente comunità di origine italiana, che ovviamente si domandava quale interesse potesse avere a frequentare tali istituti senza che fosse riconosciuto il diploma conseguito o il corso di studi frequentato.
L'Accordo che stiamo per ratificare consente agli studenti italiani che abbiano un diploma di maturità conseguito nelle scuole italiane di iscriversi alle università del Venezuela senza sostenere ulteriori prove, salvo ovviamente un esame di conoscenza della lingua spagnola.
È fatta salva, in questo Accordo, l'autonomia didattica degli atenei: gli atenei sono autonomi nella loro azione, perché l'Accordo di cui si tratta si limita a riconoscere i titoli che consentono l'accesso alle prove di ingresso delle istituzioni universitarie dei due Paesi, senza che ciò comporti l'obbligatoria ammissione dei candidati. Questo - ripeto - ovviamente per riconoscere agli istituti universitari una autonomia nella loro gestione.
Viene anche prevista l'istituzione di una commissione mista per l'attuazione dell'Accordo, a salvaguardia della sua conduzione amministrativa. Tale commissione sarà composta da due rappresentanti dei Ministeri dell'istruzione (uno ciascuno) e da un rappresentante scelto di comune accordo tra le parti, che ne coordina l'attività.
Gli oneri a carico del bilancio dello Stato sono stati calcolati in 5.100 euro annui ad anni alterni, a decorrere dal 2012.
Signor Presidente, colgo anche l'occasione per dichiarare il voto favorevole del mio Gruppo alla ratifica dell'Accordo in questione.
PRESIDENTE. Non essendovi iscritti a parlare nella discussione generale, ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, in primo luogo il Governo raccomanda, ringraziando il relatore, l'approvazione dell'Accordo, che risponde anche ad esigenze della nostra comunità in Venezuela e che consente un'affermazione ulteriore della nostra tradizione culturale e linguistica nel suo complesso.
In secondo luogo, desidero fare una considerazione in merito a quanto ha detto precedentemente il senatore Pedica. Personalmente - sottolineo il "personalmente" - sono favorevole alla modifica del quarto comma dell'articolo 72 della Costituzione. È indubbio che quel quarto comma risente di un momento storico, parliamo della fine della guerra, in cui gli accordi internazionali avevano una loro complessiva rilevanza e la delicatezza delle materie allora trattate consigliava una riserva d'Assemblea, così come correttamente previde il Costituente.
Siamo in una fase di riforma costituzionale. La Commissione affari costituzionali ha al proprio esame una modifica puntuale dell'articolo 72 della Costituzione. Mi auguro che in quella sede, come già parte della dottrina ritiene opportuno, si possa arrivare ad una differenziazione tra accordo e accordo.
PRESIDENTE. Invito la senatrice Segretario a dar lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame.
BAIO, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, parere non ostativo».
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli.
Metto ai voti l'articolo 1.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 2.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 3.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 4.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, in primo luogo ringrazio il rappresentante del Governo per la precisazione che ha voluto fare in risposta al mio intervento sulla precedente ratifica.
Come anticipato, sarò brevissimo in questo intervento in dichiarazione di voto. L'Italia dei Valori voterà a favore di questo provvedimento, che riguarda la ratifica di un Accordo siglato nel 2007 tra Italia e Venezuela in merito all'equipollenza dei diplomi di istruzione media.
Il provvedimento appare equilibrato e utile, oltre che giusto, soprattutto per la comunità italiana, così numerosamente presente in Venezuela. Si vuole sanare infatti la carenza di una disciplina relativa al riconoscimento dei titoli di livello medio per il proseguimento degli studi di livello superiore in Italia e in Venezuela. Attualmente i diplomi conseguiti presso i nostri istituti in Venezuela non ricevono alcun riconoscimento legale da parte delle autorità venezuelane. Con ciò risulta evidente il rischio di una diminuzione delle iscrizioni presso queste scuole ovvero della perdita dell'italianità in un Paese che conta circa un milione di oriundi.
L'Accordo che ci accingiamo a ratificare è volto a consentire agli studenti che ottengano il diploma superiore nelle scuole italiane, incluse quelle esistenti in Venezuela, di iscriversi negli atenei venezuelani, senza prove integrative da sostenere, ad esclusione anche di un esame di lingua spagnola. Questo per quanto attiene al contenuto.
Tuttavia, anche in questo caso, come sempre quando si tratta di accordi, trattati o altro con Paesi non democratici, l'Italia dei valori ci tiene ad impegnare il Governo nella esplicazione degli atti propri e, potremmo dire, burocratici anche per mezzo delle sue ambasciate che in questi luoghi, nei confronti in questo caso del Venezuela, devono operare con una moral suasion. Vorremmo che, in cambio di intese proficue in un determinato settore, la contropartita fosse una democratizzazione ancora maggiore, almeno in alcuni campi.
Nel caso del Venezuela la contropartita non può che essere quella dei diritti umani: secondo quanto denunciato da Amnesty International, ancora oggi, vi è una serie di eventi in cui si verifica la riduzione della libertà per i giornalisti. Vi sono giornalisti che vengono assassinati, perseguitati o sono chiusi nelle carceri. Per questo motivo, ritengo sia opportuno che si concludano accordi di questo tipo. Ma se fossi io il ministro Terzi, coglierei l'occasione per fare pressione su un dittatore che riduce la democrazia, viola la libertà dei giornalisti, viola i diritti fondamentali per l'umanità.
Ci tenevamo, come Gruppo dell'Italia dei Valori, a sollevare questo problema, perché interessa non solo il Venezuela, ma tanti e tanti Paesi, e bisogna avere il coraggio di mettere a disposizione dell'Assemblea questo malessere, che va combattuto senza se e senza ma. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Strano. Congratulazioni).
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, nel chiedere alla Presidenza di poter consegnare il testo scritto del mio intervento, vorrei sottolineare soltanto che il disegno di legge di cui stiamo discutendo ha, a mio parere, un'importanza rilevante perché prevede la ratifica e l'esecuzione dell'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, e quindi la possibilità per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra l'Italia ed il Venezuela.
L'Accordo, come sappiamo, consente ai nostri studenti, in possesso del diploma di maturità delle scuole italiane, di iscriversi anche alle università venezuelane, senza dover ricorrere a sostenere esami ed ulteriori prove.
Dal nostro punto di vista, questo Accordo non può che andare incontro in maniera positiva alle esigenze dei giovani di origine italiana residenti in Venezuela, agevolando il rapporto del Paese nel quale sono nati con la comunità italiana in Venezuela e migliorando di conseguenza i rapporti di interscambio culturale e scientifico tra i due Paesi, contribuendo anche e soprattutto - e credo che questa sia una delle note di maggiore rilievo - a rafforzare la collaborazione tra i due Stati, sia a livello culturale sia a livello scientifico. Questo sicuramente contribuirà a creare i presupposti per ulteriori e positivi sbocchi di lavoro, soprattutto per i giovani.
È per questi motivi che esprimeremo con interesse un voto favorevole su questo provvedimento. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).
PRESIDENTE. Senatore Galioto, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo integrale del suo intervento.
DAVICO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DAVICO (LNP). Signor Presidente, anche da parte nostra svolgeremo delle considerazioni positive su un Accordo che, seppure in ritardo e con tempi dilatati, come capita sovente per questo tipo di provvedimenti, va a sanare una carenza di relazioni relativamente al riconoscimento del nostro livello culturale e della nostra scolarità, di quei titoli di studio, diplomi e carriere scolastiche che risulterebbero, senza la normativa oggetto della ratifica, non spendibili in un certo contesto.
Il contesto è quello di una Nazione in cui i nostri connazionali sono numerosi e hanno contribuito nel tempo, come in tutta l'America latina, alla crescita di quei territori, di quelle economie e di quelle culture. In questo modo, oltre che a rafforzare una relazione diplomatica, andiamo anche a riconoscere un contributo da parte nostra per quegli italiani che sono partiti, sono andati là e che tanto hanno fatto.
Quindi, le nostre considerazioni non possono che essere positive e il nostro voto favorevole alla ratifica in esame.
TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signor Presidente, dichiaro il voto favorevole del Gruppo del Partito Democratico alla ratifica in esame.
È una piccola cosa: basti vedere l'impegno finanziario, così modesto, di 5.100 euro annui, ad anni alterni. Si tratta davvero di una piccola cosa, però importante, tanto più se si tiene conto della rilevanza della comunità italiana in Venezuela. È uno dei Paesi a più forte insediamento di emigrati italiani. Quindi, credo che questa sia una piccola cosa che però aiuta il rafforzamento del nostro legame con quella comunità, oltre che il nostro rapporto con quel Paese che - com'è stato ricordato - ha anche problemi sul versante dei diritti umani e della pienezza democratica. Il Venezuela attraversa una difficile fase di transizione che ci auguriamo possa avere uno sbocco positivo. Credo che il Governo italiano debba sostenere un'azione che sia al tempo stesso di relazioni positive - come questo piccolo Accordo dimostra - ma anche di pressione a favore di una evoluzione democratica del Paese.
Concludo con riferimento alla questione sollevata dal senatore Pedica, che non mi vede d'accordo. Credo che il quarto comma dell'articolo 72 della Costituzione, quello che include i trattati internazionali tra le materie riservate all'esame dell'Aula, abbia un suo significato che si mantiene nel tempo. Certo, tra i trattati internazionali ce ne sono di quelli molto importanti e anche di quelli - chiamiamoli così - di ordinaria amministrazione, ma sono pur sempre accordi che impegnano il Paese per lungo tempo.
Credo che sia una delle prerogative storiche di un Parlamento quella di essere chiamato a esprimersi in maniera chiara, esplicita e con tutte le procedure più garantite e garantiste sugli impegni internazionali del Paese. Credo che un Parlamento forte è un Parlamento che rivendica la sua titolarità ad avere l'ultima parola su questioni come queste, come sulle altre materie che sono riservate al giudizio finale dell'Aula: dalle leggi elettorali e costituzionali, alle leggi di bilancio e, appunto, ai trattati internazionali. Basti vedere come si comportano i grandi Parlamenti quando hanno a che fare con questioni che impegnano il Paese sul piano internazionale e che, quindi, impegnano la sua sovranità. Basti pensare a come il Bundestag tedesco legge con occhiuta attenzione qualunque impegno che la Repubblica federale tedesca assume in sede europea e internazionale.
Credo che semmai il problema sia spesso la nostra disattenzione e la sciatteria con la quale, su questo come su altri argomenti, l'iter parlamentare viene condotto. Non credo che sarebbe una buona idea quella di allentare l'attenzione del Parlamento su un passaggio nevralgico per la nostra vita democratica com'è, appunto, l'impegno del nostro Paese - che sia o non sia finanziariamente rilevante - con altri Paesi del mondo nell'ambito delle relazioni internazionali. (Applausi dal Gruppo PD).
BETTAMIO, relatore. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BETTAMIO, relatore. Signor Presidente, dichiaro il mio voto favorevole e quello del Gruppo del PdL.
PRESIDENTE. Metto ai voti il disegno di legge, nel suo complesso.
È approvato.
Discussione delle mozioni nn. 176 (testo 2) (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento), 635, 637, 638 e 639 sulle misure di sostegno alla finanza degli enti locali (ore 11,40)
Approvazione delle mozioni nn. 176 (testo 3), 635 (testo 2), 637 (testo 2), 638 (testo 2) e 639 (testo 2). Accoglimento degli ordini del giorno G1 (testo 2), G2 (testo 2) e G3 (testo 2)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00176 (testo 2), presentata dal senatore Ranucci e da altri senatori, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento, 1-00635, presentata dal senatore Garavaglia Massimo e da altri senatori, 1-00637, presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, 1-00638, presentata dal senatore De Toni e da altri senatori, e 1-00639, presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, sulle misure di sostegno alla finanza degli enti locali.
Ha facoltà di parlare il senatore Ranucci per illustrare la mozione n. 176 (testo 2).
RANUCCI (PD). Signor Presidente, colleghi, il Gruppo del Partito Democratico presentò questa mozione già nel lontano 2009. Credo che tutti ricordiamo la trasmissione televisiva degli anni Sessanta «Non è mai troppo tardi» del maestro Manzi. L'auspicio è che il cosiddetto Governo dei professori sia in tempo, proprio alla luce della tenace e difficile operazione da esso messa in campo, che ha visto in questi ultimi mesi il raggiungimento del riequilibrio dell'andamento dei conti pubblici e l'allontanamento dello spettro del default.
Abbiamo oggi il dovere di sostenere, insieme alla tenuta dei conti pubblici, l'obiettivo della crescita economica del Paese, per scongiurare un lungo periodo di stagnazione e recessione con forti ricadute negative sulla competitività del comparto industriale e imprenditoriale e una pressione fiscale che andrebbe a colpire ancora più pesantemente i lavoratori e le famiglie.
Bisogna tener conto, inoltre, così come affermato dal Presidente del Consiglio durante l'ultimo incontro con il Pontefice ad Arezzo e per quanto i fatti di cronaca ci riportano quotidianamente, che l'Italia è attraversata da una situazione economica complicata che genera una profonda tensione sociale che porta al malessere e alla rabbia.
Non dobbiamo dimenticare, però, che molte di queste norme stringenti ci vengono imposte dall'Europa. Oggi dobbiamo pensare al rigore ma anche alla flessibilità: in questa sintesi le caratteristiche che deve avere il nuovo Patto di stabilità.
È un'Europa che sta cambiando volto e alla quale, con autorevolezza, il presidente Monti si è rivolto per significare, sì, l'importanza del rigore dei conti, ma scongiurando nello stesso tempo il rischio di avvitamento tra austerità e recessione.
Molto bene, quindi, ha fatto il Presidente del Consiglio a porre al centro dell'incontro con i Ministri europei, ed in particolare con il commissario al bilancio e agli affari monetari europeo Olli Rehn, il quadro di riforme economiche che l'Italia intende collocare nel nuovo assetto della governance europea. Si tratta di proposte operative interessanti e importanti: ad esempio, un regolamento europeo sui venture capital; una proposta di project bond per finanziare infrastrutture e non solo; e, per ultima, la regola aurea (golden rule), al fine di calcolare meglio nel bilancio la spesa per gli investimenti come via d'uscita per allentare le prescrizioni del fiscal compact e che potrebbe interessare la banda larga.
Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,42)
(Segue RANUCCI). Secondo i dati della Corte dei conti, nel 2010, gli investimenti degli enti locali sono calati ulteriormente del 18,5 per cento rispetto al già basso livello registrato nel 2009. In altre parole, nel 2010, la spesa è stata ridotta in un anno di circa 7 miliardi di euro. Dopo un'ulteriore stretta, pari a circa 7,6 miliardi di euro nel 2011 rispetto al 2010, è previsto un ulteriore irrigidimento del Patto di stabilità interno per un importo pari a 9,2 miliardi di euro nel 2012 e a 32 miliardi di euro nel triennio 2012-2014. Nel prossimo triennio, quindi, la situazione di forte sofferenza nel mercato dei lavori pubblici commissionati dagli enti locali si aggraverà ulteriormente.
L'analisi dell'andamento della spesa dei singoli comparti della - pubblica amministrazione dimostra, comunque, che i Comuni hanno tenuto sotto controllo la spesa corrente, anche se hanno dovuto sacrificare la spesa in conto capitale per rispettare i vincoli di finanza pubblica. In altre parole, la maggior parte degli enti locali si limita a ridurre fortemente le spese in conto capitale, bloccando i pagamenti alle imprese. E qui si verifica un altro problema per il Paese.
In Italia, il problema dei ritardati pagamenti nel settore dei lavori pubblici ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti. In media, le imprese di costruzioni aspettano circa otto mesi per incassare le somme dovute dalla pubblica amministrazione e le punte di ritardo superano anche i due anni. Questo effetto combinato della stretta creditizia e dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione sta mettendo fortemente a rischio la continuità di molte imprese, con gravi ripercussioni sia sull'occupazione sia sul tessuto sociale.
Ancora la Corte dei Conti, in un'analisi che ha esposto alla Commissione V della Camera dei deputati, ha evidenziato che a livello statale, dall'inizio della crisi, è aumentato l'importo dei ritardati pagamenti per spese in conto capitale, mentre si è ridotto l'importo dei debiti per spese correnti. Tra il 2007 e il 2010, infatti, a fronte di una crescita del 4 per cento dei debiti commerciali delle amministrazioni centrali dello Stato, è aumentato del 21 per cento l'importo dei debiti statali per spese in conto capitale, mentre è diminuito del 16 per cento quello dei debiti statali per spese correnti. Ciò significa che negli ultimi tre anni, mentre sono complessivamente diminuite le difficoltà relative ai ritardi di pagamento per i contratti di forniture e servizi, sono significativamente aumentati i problemi di pagamento per i contratti di lavori pubblici.
In valori assoluti, secondo la Corte dei conti, il debito commerciale delle amministrazioni centrali dello Stato, quindi al netto degli enti locali, ammonta a circa 18 miliardi di euro. Tre anni fa, il debito era composto da un 50 per cento di debiti relativi a investimenti in conto capitale e da un altro 50 per cento di debiti relativi a spese correnti. Oggi, invece, è composto per circa il 60 per cento da debiti relativi a investimenti in conto capitale, mentre per il 40 per cento da debiti relativi a spese correnti.
È quindi necessario ripensare immediatamente alle modalità di apporto dei Comuni al risanamento della finanza pubblica: il metodo fino ad oggi adottato comporta sacrifici, in termini di sviluppo, insostenibili per le comunità locali; le dotazioni finanziarie assegnate al sistema Comuni devono essere disponibili per le aree cui sono assegnate, mentre ora assistiamo a paradossi contabili (avanzi non spendibili) che hanno snaturato l'azione e il sistema amministrativo dei Comuni. Occorre quindi ridefinire il Patto di stabilità per gli enti locali senza impedire ai Comuni di fare investimenti: l'obiettivo potrebbe essere individuato nell'equilibrio di parte corrente ed in un limite allo stock di debito.
I dati dell'Associazione nazionale Comuni italiani ci dicono che se le Città metropolitane - e parlo solo di queste - potessero spendere le proprie risorse senza aumentare la leva fiscale genererebbero una maggior spesa in conto capitale di quasi 3,5 miliardi, che nel breve periodo produrrebbe un aumento del PIL di due decimi. Se si considera il resto dei Comuni e delle Province italiani, la crescita complessiva potrebbe generare un aumento del PIL pari a quattro decimi.
Auspichiamo quindi che vengano condivisi ed accolti tutti i petita contenuti nella mozione e, in particolare, chiediamo che il Governo, attraverso azioni mirate e soprattutto in sede europea, si impegni ad adottare le opportune modifiche alle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità per i Comuni e le Province, al fine di consentire l'utilizzo da parte di tali enti delle risorse a disposizione in via prioritaria per promuovere investimenti in infrastrutture, in primis per la banda larga - come ha ricordato e proposto il presidente Monti - che ormai è diventata una necessità assoluta, in grado di restituire nel tempo un forte moltiplicatore in termini di PIL rispetto a quanto investito.
Inoltre, l'allentamento dei vincoli del Patto di stabilità interno consentirebbe di utilizzare quelle risorse immediatamente disponibili (i residui passivi) per il completamento di opere pubbliche già cantierate, che oggi potrebbero essere ultimate in tempi brevi.
Oggi abbiamo letto sulla stampa una buona notizia: che il Governo è pronto a presentare un decreto per la compensazione dei debiti e crediti tra imprese, pubbliche amministrazioni ed enti locali. Anche in questo caso, mi rivolgo al rappresentante del Governo: ricordo che in tal senso andava la prima proposta avanzata dal Partito Democratico all'inizio dell'attuale legislatura, senza però essere ascoltato. Ritorno alla mia frase iniziale: «Non è mai troppo tardi»; però a questo punto facciamo in modo che non diventi davvero troppo tardi, perché l'Italia non può più aspettare. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore D'Alia. Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, è possibile avere tra noi un minimo di rispetto, non dico per me, ma nei confronti di coloro che parlano? Le riunioni si possono fare, ma non in Aula, dove si stanno illustrando le mozioni: chi non è interessato è pregato di uscire e rientrare eventualmente in un secondo momento.
Ha facoltà di parlare il senatore Vaccari per illustrare la mozione n. 635.
VACCARI (LNP). Signor Presidente, non svolgerò tutta l'illustrazione che avevo in mente, perché rimanderò alcuni concetti alla dichiarazione di voto, ma, oltre ad illustrare i punti di impegno al Governo, dei quali ovviamente auspichiamo l'accoglimento, voglio premettere che la Lega Nord è sempre attenta alle dinamiche sul territorio degli enti locali, da sempre convinta che questi debbano essere il centro dell'attività politica e dell'organizzazione dello Stato.
Il federalismo è anche il motivo fondante del nostro movimento, è la battaglia che portiamo avanti da tanto tempo e che non viene ascoltata nelle sedi in cui si decide, come invece dovrebbe essere. E, nonostante tutti si proclamino federalisti, nella pratica e negli atti legislativi così non è. Anche il ritardo nell'applicazione dei decreti attuativi della legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale è un chiaro segnale della volontà di non voler proseguire nella «madre di tutte le riforme», il federalismo, unica soluzione per uscire dalla grave crisi in cui siamo piombati.
Esiste certamente un problema di deformazione dei mercati finanziari, ma c'è evidentemente una mancanza di capacità di rispondere da parte delle istituzioni dovuta specialmente all'organizzazione. Basti ricordare due casi emblematici presenti in Europa. Da una parte abbiamo la Grecia, che versa in gravi difficoltà economiche, in una situazione quasi di default, di crisi, con cinque anni di recessione continua, inflazione alle stelle, costo del denaro altissimo e un tasso di disoccupazione assai elevato. Ebbene, la caratteristica principale di questo Paese, che può rappresentare la ragione del male in cui è piombato, è l'estremo centralismo della sua organizzazione statale e la forte centralizzazione della spesa. Dall'altra parte, tra i Paesi maggiori in termini di dimensione in Europa, abbiamo la Germania, un Paese che rappresenta la locomotiva dell'economia europea e di tutto il sistema. La Germania ha da sempre, come cultura e tradizione, un'organizzazione federale e mostra di essere anche in questo, come in altri settori, all'avanguardia. È infatti il Paese con il più basso costo di spesa pubblica centrale, il che significa che è dotata di capacità di intervento e di razionalizzazione della spesa.
Mentre il centralismo comporta la difficoltà di agire in termini rapidi, incisivi, efficienti ed efficaci per quanto concerne le politiche da attuare sul territorio, in particolare per le imprese e le famiglie, la Germania, oltre ad avere altri valori e primati, si avvale, di una organizzazione federale che è tipica di tutti i Paesi forti e vincenti, che grazie a questo tratto comune fondamentale riescono a controbattere la grave crisi economica e finanziaria in corso. Non dobbiamo dimenticarlo, perché è il punto da cui discende tutto il resto e da cui si può far discendere la bontà delle politiche.
In questa mozione chiediamo che si adottino tempestivamente tutte le iniziative per far sì che gli enti locali possano essere il motore vero della ripartenza economica. È necessario infatti dare attuazione al dettato della Costituzione che afferma che la Repubblicasi fonda sui Comuni, mettendo quindi il Comune al primo posto in termini di importanza delle istituzioni. Dobbiamo quindi essere conseguenti nelle nostre politiche, leggi e decisioni.
Chiediamo poi che entro l'anno vengano finalmente liberate tutte le risorse possibili applicando il metodo della spending review, ovvero della revisione della spesa, nell'ottica di un federalismo finalizzato all'abbattimento degli sprechi. Chiediamo ovviamente che sia anche ripristinato il regime di tesoreria mista, perché l'attuale ha drenato risorse agli enti locali, che così sono incapaci di fare fronte alle loro spese e ai loro pagamenti, ma di conseguenza - occorre sottolinearlo - ha drenato i denari che le banche anche locali (che erano una tesoreria degli enti locali) potevano avere come loro fondi per concedere quel famoso credito ad imprese, famiglie e piccoli imprenditori che poteva generare un'economia locale virtuosa. Questo è un effetto collaterale pesantissimo, di cui non si è tenuto conto.
Si può affermare che con il Patto di stabilità - un altro punto su cui chiediamo una grande revisione - i Comuni avevano comunque le spese bloccate e quindi poteva quasi essere identico che la tesoreria fosse centrale o locale. Così, però, non è - e l'ho spiegato bene - perché si drenano localmente le risorse ed, inoltre, si toglie la possibilità di contrattare con le banche da parte degli enti locali il credito, quantomeno per i valori di interesse sui depositi effettuati. Quindi, vi è un doppio appesantimento, oltre al blocco in generale delle spese.
Chiediamo, poi, la totale rivisitazione del gettito dell'IMU e del suo impianto. Non abbiamo mai accettato che lo Stato facesse cassa soprattutto sulla prima casa e sui beni patrimoniali, almeno usando il Comune come gabelliere per lo Stato.
Come ho evidenziato all'inizio del mio intervento, chiediamo che sia dato completamento alla legge delega n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, al fine di restituire centralità agli enti locali, che sono il vero motore della politica e delle istituzioni del nostro Paese (così come le piccole e medie imprese sono il vero motore dell'economia italiana); dunque, oltre ad intervenire per valorizzare e sostenere le piccole e medie imprese, occorre agire parallelamente nel campo della politica e delle istituzioni potenziando il ruolo degli enti locali.
Termino con una riflessione che fa parte delle richieste (potrebbe essere un fil rouge trasversale, comune). Nel nostro Paese c'è un elevatissimo costo rappresentato dal non fare, cioè dai blocchi, dalle difficoltà, dalle lungaggini, dalle burocrazie, dagli appesantimenti e dai balzelli. Tutto ciò determina il non fare, il quale ha un costo che non è rappresentato soltanto dalla mancata realizzazione di prodotto interno lordo o dal ritardo nell'avanzamento dei progetti, ma è costituito dall'affossamento di un sistema economico e tecnologico, che noi paghiamo anche nei confronti di altri Paesi.
Dunque, la riflessione è che il costo del non fare è molto legato anche alle sbagliate o mancate procedure nella realizzazione delle grandi opere, che sono molto importanti, ed all'incapacità di interloquire - anche in questo caso mi riferisco agli enti locali - per quanto riguarda le istanze del territorio per le grandi opere. Sottolineo, infatti, che ovviamente queste vanno realizzate, ma di concerto e sentiti, valorizzati gli enti locali. L'esperienza della TAV è emblematica da questo punto di vista. Si tratta di un fallimento dello Stato nelle procedure sulle grandi opere.
Sotto tale profilo mi permetto di sottoporre all'attenzione del Governo un procedimento avviato dalla Francia sulle grandi opere, che è assolutamente virtuoso, efficiente ed efficace, e tiene conto delle istanze degli enti locali e delle esigenze delle comunità e delle associazioni spontanee, facendo si che poi la grande opera - che è necessaria per il bene del Paese - venga realizzata.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore D'Alia per illustrare la mozione n. 637.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, il tema che affrontiamo oggi esula dalla questione specifica del bilancio e della finanza degli enti locali ed entra in maniera dirompente nel quadro e nello scenario dei temi legati alla crescita economica del nostro Paese poiché ci sono risorse che - come è noto - sono bloccate dal cosiddetto Patto di stabilità.
Sembrerebbe infatti che nel corrente anno la spesa massima che il Patto consente ai sindaci sia di circa 5,9 miliardi di euro, ma potrebbe essere superiore di almeno 3,5 miliardi di euro solo se i Comuni potessero utilizzare le risorse correnti disponibili senza aumentare le tasse. Si sostiene peraltro che, se si potessero toccare i residui passivi, cioè i fondi stanziati negli anni scorsi e giacenti in cassa ma non utilizzati, ci sarebbe una maggiore capacità di spesa per gli enti locali di altri 11 miliardi di euro.
In poche parole, i sindaci potrebbero mobilitare risorse per circa 20 miliardi di euro, solo quest'anno, che potrebbero essere utili a dare un contributo di natura sostanziale al tema della crescita, che è associato, inevitabilmente, a quello del rigore e dell'equità, così come sostenuto a ragione dal nostro Governo e dal presidente Monti. Rigore, crescita ed equità sono pertanto tre ingredienti che devono amalgamarsi meglio perché la ricetta possa funzionare. Lo stiamo ripetendo da tempo.
Prendiamo atto con favore delle iniziative che il Governo ha assunto sia in materia di spending review che in materia di crescita, anche a livello europeo, con lo sblocco di alcuni pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Insieme a questo (che è il senso della nostra iniziativa, ma credo di tutti i colleghi che hanno presentato mozioni anche prima di noi) dobbiamo tener conto del fatto che molti Comuni hanno rispettato il Patto di stabilità e garantito i loro conti pubblici attraverso il rigore, offrendo comunque buoni servizi ai propri cittadini. Questi Comuni non possono essere ulteriormente penalizzati, anzi dovrebbero essere in qualche modo premiati. Tale possibilità consentirebbe, peraltro, di liberare risorse utili in questo momento per sostenere la crescita.
È quindi evidente la necessità di rivedere il Patto di stabilità e di farlo con urgenza. Bisogna infatti intervenire per eliminare alcune di queste rigidità che hanno concorso ad aggravare il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione, uno di quei fenomeni di cui parliamo e riguardo al quale il Governo sta intervenendo che ha messo in crisi tantissime delle nostre imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni che in questo momento particolarmente difficile della nostra congiuntura economica hanno difficoltà nell'accesso al credito bancario e risentono in maniera drammatica della mancanza di liquidità.
Peraltro, come è noto, pagare nei tempi conviene. Rispettare i termini indicati dalla normativa europea significa infatti garantire all'Italia 5 miliardi di euro di maggior ricchezza, lo 0,33 per cento in più di PIL. La stima è stata calcolata dal Financial intermediation network of european studies (FINEST) che ha misurato l'effetto diretto (sulle imprese), indotto (sulle famiglie) e dinamico (minor numero di fallimenti) dell'applicazione dei "tempi europei", cioè dei cosiddetti 30 giorni, sui pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. Ovviamente un beneficio importante per il sistema economico italiano che potrebbe trarre nuovo stimolo da comportamenti più virtuosi.
L'attuale situazione deve tener conto dello scenario italiano, ma anche della disciplina introdotta a livello europeo per contrastare il fenomeno dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. A tale riguardo ricordo che l'Unione europea con la direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011 ha fissato tempi di rimborso e diritti di compensazione, ma non è stata ancora recepita dal nostro Paese. La disposizione, contenuta nell'articolo 12 della legge comunitaria, all'esame del Senato, prevede una delega da esercitarsi entro ulteriori sei mesi dall'entrata in vigore della legge, tempo che però rischia di pregiudicare ulteriormente la sopravvivenza di molte imprese.
Come dicevamo, certo le difficoltà ci sono e anche il tema dell'allentamento del Patto di stabilità va letto nel contesto economico che viviamo. Non abbiamo alcuna difficoltà, anzi apprezziamo le iniziative che in tal senso il Governo ha già messo in campo perché riteniamo che il recupero dei crediti delle amministrazioni sia essenziale per la crescita, così come lo è il rilancio delle opere infrastrutturali. Anche dal punto di vista del rilancio delle opere infrastrutturali, il forte irrigidimento delle condizioni del Patto di stabilità interno ha esasperato questo problema, limitando la possibilità degli enti locali, soprattutto di quelli più virtuosi, di poter utilizzare quelle risorse accantonate a seguito di una gestione virtuosa del proprio bilancio, per investimenti in opere di pubblica utilità.
Ora, il senso della nostra iniziativa e della discussione parlamentare di oggi è proprio quello di mettere al centro dell'attività di Governo il superamento di alcune rigidità contenute nel Patto di stabilità. Questo credo sia l'aspetto più importante della nostra iniziativa, tenuto conto anche di un'altra circostanza. È noto che gli enti locali scontano il limite complessivo della nostra condizione economica e finanziaria che ha imposto una serie di sacrifici tra cui quelli derivanti dall'applicazione dell'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, che ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale propria, già prevista - come è noto - dal decreto legislativo sul federalismo municipale.
Atro aspetto problematico è quello derivante dall'introduzione dell'IMU anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato), così come il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU. Tale previsione sta creando, al di là delle questioni di carattere procedurale, una serie di problemi ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto.
Ma la questione più importante con riferimento alla riorganizzazione del sistema dell'imposizione fiscale degli enti locali è che l'aumento della pressione fiscale locale rischia in qualche modo di contrarre ancora di più il sistema economico delle comunità e il sistema degli enti locali per cui lo sblocco delle rigidità del Patto di stabilità sono anche funzionali a fare in modo che da un aumento della pressione fiscale non derivino ulteriori effetti depressivi oltre quelli di carattere generale sui sistemi economici locali e quindi questi interventi che possono liberare delle risorse che siano funzionali ad investimenti e quindi destinati alla crescita del sistema economico potrebbero anche da questo punto di vista alleviare la tensione, il disagio e le difficoltà che oggi vivono le amministrazioni locali facendo una distinzione fra amministrazioni locali che sono in linea con le regole virtuose della gestione del bilancio, quindi hanno accantonato risorse che possono essere finalizzate ad interventi relativi alla crescita e amministrazioni che, invece, non hanno rispettato questi limiti e quindi non meritano alcun tipo di premio. Ma fino a quando non si introdurrà un meccanismo che differenzi e premi la qualità dell'azione amministrativa il rischio è che tutti vengano livellati verso il basso, con una inevitabile compressione della qualità e quantità del servizio che il sistema degli enti locali può fornire.
Il senso della nostra iniziativa, signor Presidente, è anche quello di sottolineare come questo tema possa dare un contributo alla crescita nel nostro Paese e alla politica che il Governo sta portando avanti in sede europea. Ci auguriamo che il voto dell'Aula possa dare una spinta forte nella direzione da noi tutti auspicata. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e del senatore Ranucci)).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore De Toni per illustrare la mozione n. 638.
DE TONI (IdV). Signor Presidente, signor sottosegretario Polillo, onorevoli colleghi, mi rivolgo anche ai tanti sindaci e consiglieri comunali che sicuramente in questo momento ci stanno seguendo per dire che con la mozione presentata dal Gruppo dell'Italia dei Valori abbiamo voluto abbiamo voluto rimarcare come da tempo i sindaci dei Comuni di mezza Italia manifestino con preoccupazione le enormi difficoltà nella gestione delle proprie comunità. I Comuni e le Province versano ormai in una situazione di grave crisi economico-finanziaria, provocata sia dai tagli ai trasferimenti erariali e dei fondi destinati alle politiche sociali, sia dalle regole fortemente restrittive del Patto di stabilità interno, nonché dalle ingenti riduzioni di risorse pubbliche derivate dal susseguirsi delle manovre economiche degli ultimi anni. Quelle appena compiute, nel corso dell'anno 2011, hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con inasprimento del Patto di stabilità interno e con modifiche strutturali all'assetto tributario, in particolare dei Comuni, che hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e una ulteriore riduzione della spesa per investimenti, senza una adeguata riduzione della spesa corrente e l'adozione di modelli più efficienti di produzione dei servizi locali.
I vincoli imposti ai Comuni dal Patto di stabilità interno comportano un notevole rallentamento dei procedimenti di spesa, soprattutto in relazione alle spese di investimento,degli enti locali, che viceversa è necessario incrementare (compatibilmente con il rispetto degli equilibri di bilancio) per favorire la crescita dell'economia e per migliorare la dotazione infrastrutturale pubblica.
In particolare i Comuni, soprattutto quelli più virtuosi, lamentano l'assurdità di vincoli e regole che finiscono per vanificare le prerogative assegnate loro dalla Costituzione con l'articolo 119, a partire dalle evidenti rigidità del Patto di stabilità interno che costringono le comunità locali a tenere fermi ed inutilizzati consistenti ammontari di risorse pubbliche. Infatti i vincoli imposti dal Patto di stabilità impediscono ai Comuni con rilevanti risorse economiche proprie di pagare i fornitori, con ricadute sempre più drammatiche sulle condizioni di vita degli imprenditori e dei lavoratori che, in attesa dei pagamenti, vedono sfumare la loro sicurezza economica, fino a giungere ad atti estremi, come la cronaca di questi giorni ci racconta. Ho partecipato, giorni fa, con alcuni colleghi alla riunione promossa dall'ANCE - il famoso D-Day - nel corso della quale ci hanno detto che circa 19 miliardi di euro di crediti sono da pagare ma non vengono pagati.
Si impedisce ai Comuni di fare investimenti per le opere necessarie per le comunità, a cominciare da quelli riferiti all'utilizzo di tecnologie pulite che potrebbero portare a risparmi sostanziosi sulle spese correnti.
Si impedisce ancora ai Comuni, che incidono per oltre il 60 per cento sul totale degli investimenti pubblici, di contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro e allo sviluppo di imprenditorialità, soprattutto nell'ambito delle piccole e medie imprese. Studi condotti sia dall'IFEL (la fondazione dell'ANCI per la finanza e l'economia locale) sia dall'ANCE evidenziano che le opere pubbliche medio-piccole producono un effetto moltiplicatore sul sistema economico e sull'occupazione molto più elevato delle grandi infrastrutture e distribuito in modo diffuso sul territorio, da cui le piccole e medie imprese possono avere grandi benefici. Fino ad oggi, invece, i Governi hanno destinato le risorse per realizzare grandi opere infrastrutturali, che produrranno effetti reali solo nel lungo periodo.
Molti enti locali hanno a disposizione risorse economiche libere ed utilizzabili per finanziare opere già progettate, cantierabili immediatamente o già in cantiere, ma ferme a causa dei vincoli imposti dal Patto di stabilità interno, che bloccano gli investimenti locali riducendo gli esigui spazi di bilancio lasciati aperti per attivare nuovi impegni di spesa con le risorse disponibili.
In tutti gli altri Paesi europei le misure di politica economica adottate per contrastare la crisi contemplano l'attivazione di programmi infrastrutturali diffusi a valenza locale, a partire dalla manutenzione dei beni pubblici, dall'edilizia popolare, dalla salvaguardia del territorio e dei beni artistici e culturali. Nel nostro Paese, più che altrove, andrebbe assegnata una corsia preferenziale all'utilizzo di quelle risorse, peraltro disponibili (come prima dicevo), che possono essere impegnate nella manutenzione dei beni pubblici, ad esempio del patrimonio scolastico, delle reti idriche, del patrimonio artistico e culturale e della salvaguardia del territorio, ovvero alla realizzazione di progetti immediatamente cantierabili e in grado di essere velocemente ultimati, mettendo in moto opere medio-piccole con un raddoppio degli investimenti degli enti locali che arriverebbero a circa 7 miliardi di euro complessivi.
Con questa mozione vogliamo ricordare al Governo che, se davvero si vuole spingere la crescita del Paese, bisogna dare ai Comuni - come dicevo - la possibilità di fare investimenti in opere immediatamente cantierabili.
Abbiamo voluto ricordare come le manovre economiche approvate con i decreti-legge n. 78 del 2010, n. 98 del 2011, n. 138 del 2011 e con il decreto-legge n. 210 del 2011 del Governo Monti, abbiano determinato sul sistema delle Regioni e delle autonomie locali effetti a dir poco devastanti, sia sul versante finanziario, sia su quello ordinamentale, comportando un blocco nell'attuazione della legge delega sul federalismo fiscale e dei suoi decreti attuativi, con una centralizzazione delle risorse, peraltro aggravata dalle norme sulla tesoreria unica, inserite nel decreto-legge n. 1 del 2012, il cosiddetto decreto liberalizzazioni.
Vorremmo quindi un impegno del Governo affinché fosse consentito un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità a favore dei Comuni virtuosi, in modo da consentire alle amministrazioni locali un'immediata spendibilità delle risorse.
Chiediamo altresì al Governo di voler riconsiderare la disciplina - che riteniamo altamente vessatoria nei confronti degli enti locali, oltre che lesiva della loro dignità ed autonomia - in materia di tesoreria unica, introdotta dall'articolo 35 del decreto-legge del 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012, anche valutando l'opportunità di anticipare, con provvedimento normativo, il termine applicativo della stessa disciplina, fissato ora al 31 dicembre 2014.
Signor Sottosegretario, a lei che qui oggi rappresenta il Governo, io mi sento di dire a nome del Gruppo dell'Italia dei Valori - e spero che questo mio appello non sia accolto banalmente - che è il tempo dell'impegno; non è più il tempo del rinvio. Occorre forse un colpo d'ala; occorre il coraggio di esserci. I sindaci aspettano la risposta. (Applausi dal Gruppo IdV).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Colleghi, sono presenti in tribuna gli allievi e gli insegnanti dell'Istituto di istruzione secondaria di primo grado «Michele Granata», di Rionero in Vulture, in provincia di Potenza. A loro va il saluto del Senato e l'augurio per la loro attività di studio. (Applausi).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 176 (testo 2), 635, 637, 638 e 639 (ore 12,16)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore De Angelis, per illustrare la mozione n. 639.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor rappresentante del Governo, com'è noto, il Patto di stabilità interno fu introdotto dalla legge finanziaria per il 1999 e l'obiettivo che veniva assegnato a questo strumento era di coinvolgere direttamente gli enti locali nello sforzo di riequilibrio dei conti pubblici, necessario ai fini del rispetto del Patto europeo di stabilità e crescita.
Dopo quasi quindici anni di operatività - anni in cui, specialmente nell'ultimo scorcio, non sono mancate polemiche e lamentele da parte degli enti investiti dalle norme - è il momento di fare un bilancio. Ebbene, lo strumento è probabilmente servito all'obiettivo per il quale era stato pensato, ma ha rivelato un'efficacia molto parziale rispetto alle iniziali aspettative, producendo effetti collaterali negativi. Esso è stato anzitutto deleterio per l'autonomia degli enti locali, proprio quell'autonomia che si intendeva affermare e tutelare nella fase storica di riforma federalista dello Stato. In secondo luogo, esso ha prodotto pesanti conseguenze in termini di penalizzazione degli investimenti pubblici.
Sicuramente non hanno giovato le ripetute modifiche della normativa, che ogni volta hanno inciso sul funzionamento dello strumento, principalmente per piegarlo, di volta in volta, agli obiettivi sempre più stringenti delle manovre finanziarie per la correzione dei conti pubblici italiani. In questo contesto la discrezionalità degli enti locali si è sempre più ridotta ed essi sono stati sempre più costretti a praticare tagli consistenti dei servizi ai cittadini in un regime di sostanziale emergenza (il riferimento è a tutti i Comuni, senza distinzione tra quelli più o meno virtuosi).
Anche le sanzioni a carico degli enti inadempienti hanno principalmente complicato la vita dei Comuni. Esse infatti hanno funzionato solo in parte come deterrente nei confronti di comportamenti non virtuosi, perché di fatto hanno peggiorato le condizioni di operatività degli enti, esponendoli in molti casi al rischio di avvitarsi pericolosamente fino alla paralisi finanziaria. Non dimentichiamo poi che lo Stato è intervenuto più volte anche con tagli consistenti dei trasferimenti erariali. Tagli che hanno spiazzato la programmazione finanziaria anche per quei Comuni che usavano correttamente la finanza pubblica. L'ANCI sostiene che nel periodo 2007-2013 le manovre finanziarie hanno sottratto complessivamente ai Comuni circa 13 miliardi di euro.
Le manovre finanziarie sui Comuni per gli anni 2011 e 2012 prevedono, rispettivamente, tagli per 3,3 miliardi di euro e 3 miliardi di euro. Nel complesso, 2,5 miliardi di euro lo Stato li ha ottenuti e li otterrà per mezzo del taglio diretto dei trasferimenti ai Comuni. Si tratta di tagli pesanti, soprattutto se si pensa alla fase critica che l'economia sta attraversando a causa della crisi che imperversa nel mondo.
Secondo i dati ufficiali dell'ISTAT, a causa del Patto di stabilità interno i Comuni sono stati costretti a tagliare in modo molto pesante la spesa in conto capitale. È su questo punto che, a mio avviso, si concentra il problema delle mozioni in discussione: gli investimenti.
Dal 2004 al 2010 gli investimenti si sono ridotti di oltre 4 miliardi di euro, 2,5 miliardi nel solo 2010 (-16,5 per cento rispetto ai 2009), e per il 2012 e il 2013, visti gli obiettivi fissati dal Governo nelle ultime manovre finanziarie, incluso il decreto salva Italia, si potrebbe avere un abbattimento ancora maggiore degli investimenti pubblici a livello di Comuni.
Il paradosso di questa situazione è che i dati dei rendiconti dei Comuni indicano l'esistenza di un ammontare di residui passivi per impegni pregressi di spesa in conto capitale pari a circa 35 miliardi di euro. Vale a dire che si tratta di spese già impegnate negli anni scorsi ma che, a causa del vincolo imposto dalla nuova versione del Patto di stabilità interno, non possono materialmente uscire dalla cassa.
Vale forse la pena ricordare che la versione vigente del Patto prevede che il calcolo del saldo obiettivo sia fatto seguendo il criterio della «competenza mista». Questo meccanismo sta producendo un vero e proprio blocco della spesa per investimenti. Infatti, sulla base dei dati ricavati dalle richieste di autorizzazione di spesa avanzate dai Comuni nell'ambito della cosiddetta regionalizzazione del Patto di stabilità interno, si desume che l'ammontare di spesa per investimenti, erogabile in tempi brevi, ma di fatto bloccata dai vincoli del Patto, è pari a circa 3,5 miliardi di euro (di cui 1,2 miliardi sbloccabile attraverso le compensazioni regionali).
Le residue risorse disponibili e ancora bloccate permetterebbero di realizzare investimenti in opere infrastrutturali di dimensioni medio-piccole con ricadute positive sia sul territorio che sui cittadini e sul tessuto di piccole e medie imprese di settori, quali l'edilizia, in cui la ripresa dell'attività avrebbe un impatto immediato e positivo sui livelli di occupazione.
Vorrei ricordare, ancora, che il blocco della spesa in conto capitale è anche una importante concausa dei mancati pagamenti dei crediti vantati da molte imprese appaltatrici nei confronti della pubblica amministrazione. Al riguardo, siamo favorevolmente sorpresi dal lavoro che sta svolgendo il Governo con i decreti in via di attuazione, per cui si sbloccherebbe un fattore molto importante di sviluppo per le aziende creditrici nei confronti della pubblica amministrazione. Molte di queste imprese, infatti, hanno in corso contratti per la realizzazione di opere pubbliche, ma a causa del blocco dei pagamenti in conto capitale non possono vedere pagati gli stati di avanzamento dei lavori già realizzati.
Di fronte a questa situazione, chiediamo al Governo di impegnarsi su due fronti. In primo luogo, per rispondere alle esigenze dell'immediato con interventi che abbiano il senso dell'urgenza: su questo primo fronte chiediamo all'Esecutivo di provvedere prima possibile, con un proprio intervento normativo, a sbloccare i residui passivi in conto capitale per il triennio 2012-2014. Questo, secondo noi, dovrebbe almeno consentire ai Comuni di recuperare gli oltre quattro miliardi di spesa che non è stata fatta nel periodo 2004-2010.
Quanto al secondo fronte, chiediamo al Governo di predisporre un provvedimento che attribuisca ai Comuni maggiore discrezionalità sulla destinazione dei proventi di alcune entrate proprie. Pensiamo, per esempio, all'alienazione di cespiti del patrimonio dell'ente o alla riscossione degli oneri di urbanizzazione. Questi introiti potrebbero infatti essere destinati a finanziare investimenti in opere pubbliche importanti per le comunità locali, come scuole, reti idriche, opere di urbanizzazione primaria e secondaria, viabilità sul territorio.
Ma è ovvio che questi interventi di breve periodo dovranno prima o poi lasciare spazio ad una revisione complessiva del Patto di stabilità interno, che reintroduca in modo definitivo maggiore flessibilità. Mi riferisco soprattutto alla possibilità di riservare definitivamente agli investimenti pubblici veri una corsia preferenziale, introducendo finalmente nella nostra finanza locale quella regola aurea, che anche il nostro Presidente del Consiglio qualche giorno fa ha detto di volere proporre con forza a livello europeo. Speriamo abbia successo, perché vorrebbe dire investimenti sul territorio e, conseguentemente, crescita e occupazione. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e del senatore Ranucci).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Bruno per illustrare l'ordine del giorno G1.
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, l'ordine del giorno che ho firmato insieme al senatore De Angelis riguarda apparentemente un aspetto specifico, un balzello che i Comuni sono comunque tenuti a pagare.
Il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, prevedeva la possibilità di favorire la partecipazione dei Comuni all'attività di accertamento e controllo quanto all'anagrafe dei contribuenti. Il decreto-legge n. 7 del 31 gennaio 2005 ha modificato quel testo, assegnando in modo specifico all'Associazione nazionale comuni italiani il compito di organizzare le attività strumentali in ordine alla partecipazione dei Comuni alle procedure di accertamento e controllo, all'integrazione dei processi telematici della pubblica amministrazione, nonché al miglioramento dell'attività informativa anche a beneficio dei contribuenti. La disposizione prevedeva un costo attribuendo per questo servizio un contributo pari allo 0,6 per mille del gettito dell'imposta relativa all'ICI.
Con un decreto successivo è stata prevista la nascita dell'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL), sostanzialmente dipendente dall'ANCI, ma fondazione autonoma, che si vedeva assegnato per fornire ai Comuni dati, elaborazioni statistiche, studi e ogni altro elemento utile all'applicazione dei tributi comunali, un contributo pari allo 0,6 per mille del gettito ICI. La legge 13 dicembre 2010, n. 220, ha portato all'1 per mille la quota del gettito ICI attribuita alla fondazione IFEL, dopo che nel 2007 era già stata aumentata allo 0,8 per mille.
Il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, ha ulteriormente aggiornato la normativa sul finanziamento dell'ANCI-IFEL per tenere conto dell'introduzione anticipata della nuova imposta municipale unica, riportando allo 0,8 per mille il contributo calcolato solo sull'IMU riguardante gli immobili diversi dall'abitazione principale. Una buona parte dell'attività dell'IFEL si concretizza oggi nella produzione di dati, elaborazioni statistiche e studi.
Insomma, Presidente, l'ANCI è una libera associazione dei Comuni. I Comuni hanno la titolarità e l'autonomia di aderire o meno all'ANCI. Invito il Governo a riflettere su questa questione. Come è possibile che un Comune possa non aderire all'ANCI, ma sia comunque tenuto a versare un tributo alla fondazione dell'ANCI, cioè all'IFEL, che di fatto finisce per essere la vera e propria cassaforte della stessa Associazione nazionale dei Comuni?
Noi pensiamo che questo sia un regime di monopolio e, nello stile del Governo, questa impostazione a nostro avviso va rivista. Se un Comune, in particolare uno piccolo, svolge già questi servizi, perché deve essere tenuto per legge ad affidare una sua eventuale gara, ad un'associazione, di cui tra l'altro può decidere di non far parte?
Questo è l'interrogativo che poniamo: speriamo che il Governo accolga il dispositivo dell'ordine del giorno impegnandosi per restituire ai Comuni, in particolare quelli piccoli, anche questo pezzo di sovranità impropriamente sottrattogli.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Cutrufo per illustrare l'ordine del giorno G2.
CUTRUFO (PdL). Signor Presidente, illustro l'ordine del giorno G2, di cui do lettura: «Il Senato della Repubblica
Premesso che:
- il nostro Paese è attraversato da una grave crisi economica e finanziaria che ha avuto gravi ripercussioni sia sulle imprese che sulle famiglie;
- nonostante gli interventi posti in essere dal Governo negli ultimi mesi, atti a riequilibrare i conti pubblici e che dovrebbero riattivare le conseguenti e necessarie misure a favore della crescita, purtroppo ancora appare lontana la ripresa e aumentano i disagi di tutti gli operatori che sono in credito con gli enti locali;
- lo stato della nostra economia richiede, quindi, ormai un inderogabile intervento a favore della crescita che, in linea con quanto evidenziato dall'Unione europea, dia vigore alla nostra economia reale e consenta a Comuni e Province, anche utilizzando le risorse a loro disposizione, di riattivare gli investimenti e provvedere al pagamento delle imprese;
preso atto che:
- lo stato generale dell'economia, oltre ad aver ridotto la capacità finanziaria degli enti locali, ha costretto lo Stato a ridurre anche i trasferimenti a loro favore, limitandone l'autonomia economica e causando un aumento del disagio alle comunità locali;
- secondo i dati forniti dall'ISTAT, la riduzione della spesa degli enti locali ha registrato una riduzione del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010;
- per il 2012 è prevista una riduzione pari ad almeno il 18 per cento che, se confermata, potrebbe avere effetti decisamente recessivi per le economie locali e per l'intera economia nazionale;
- anche le spese per le infrastrutture sono cospicuamente diminuite in maniera rilevante;
preso atto, inoltre, che:
- sono numerosi i Comuni e le Province che risultano in regola con il Patto di stabilità e che hanno a disposizione risorse economiche che potrebbero essere utilmente utilizzate per altre iniziative e opere infrastrutturali ma che, tuttavia, proprio a causa del medesimo Patto di Stabilità non possono essere impiegate;
- da ultimo, l'economia dei Comuni e delle Province soffre anche della sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014;
- anche la recente introduzione dell'IMU, inoltre, non consente agli enti locali di acquisire importanti risorse poiché i maggiori introiti sono destinati allo Stato;
- tale imposta, che dovrebbe essere considerata quale "una tantum", potrebbe, invece, essere utilmente sostituita con provvedimenti atti, soprattutto, a consentire il riequilibrio non tanto del bilancio, bensì il riequilibrio non più procrastinabile del debito;
considerato che:
- i ritardi dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti dei privati costituisce un elemento di seria difficoltà per numerosissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni che, per tale motivo, sono esposte finanziariamente e rischiano il fallimento;
- occorre intervenire in tempi rapidissimi per sbloccare tutti i vincoli che impediscono il percorso virtuoso dell'economia locale e quindi di quella nazionale;
impegna il Governo:
- a prevedere un allentamento delle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità al fine di facilitare la ripresa dell'economia dei Comuni;
- a prevedere un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità sia per i Comuni che per le Province cosiddette "virtuose" al fine di consentire la ripresa degli investimenti; in particolare gli investimenti in opere pubbliche, con particolare riferimento a quelle già in corso di esecuzione e per le quali sono bloccati i pagamenti da parte di Comuni che hanno risorse disponibili (per complessivi 11 miliardi) ma non possono utilizzarle, e per finanziare un numero limitato (la proposta ANCI è di individuarne 100) di opere pubbliche di valore medio-basso - fino a 5 milioni di euro - che possono fare la differenza in termini di sviluppo e impulso alla crescita nei Comuni più piccoli inclusi gli investimenti in infrastrutture tecnologiche e per l'edilizia scolastica;
- a prevedere la possibilità di impiegare i "fondi passivi" per la spesa in conto capitale per finanziare opere infrastrutturali e quanto altro necessario;
- a prevedere misure finalizzate a consentire che gli enti locali possano procedere al pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali;
- a prevedere una maggiore discrezionalità a carico dei Comuni in riferimento all'utilizzo delle proprie entrate, soprattutto di quelle derivanti dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione e dall'alienazione del patrimonio dell'ente;
- a prevedere misure destinate a riequilibrare il debito piuttosto che il bilancio e sostitutive dell'IMU dal 2013;
- a prevedere la proporzionalità tra la contribuzione dei singoli comparti agli obiettivi di patto e la quota parte di spesa pubblica ad essi collegata (attualmente il contributo dei Comuni ai risparmi di spesa degli ultimi anni è stato pari al 12,3 per cento a fronte di un'incidenza sulla spesa pubblica complessiva dell'8 per cento);
- a prevedere 1'adeguamento delle regole del Patto di stabilità interno italiano a quelle in vigore nei più importanti Paesi europei, in particolare con riferimento alla cosiddetta golden rule, che prevede l'esclusione dagli obiettivi di patto delle spese per investimento per quegli enti che abbiano equilibrio tra entrate e spese correnti e livelli di indebitamento sotto certe soglie;
- a prevedere, nelle more, la riduzione dei risparmi imposti ai Comuni;
- a rivedere in generale le norme adeguandole agli standard europei.»
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Fleres per illustrare l'ordine del giorno G3.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, colleghi, non aggiungerò molte parole a quelle che sono state formulate dai diversi colleghi che hanno illustrato le mozioni che riguardano il Patto di stabilità. Desidero soltanto, a nome del mio Gruppo, porre l'accento su alcune questioni.
La prima è l'opportunità di predisporre un patto regionalizzato: ciò consentirebbe una maggiore armonia territoriale nelle condizioni finanziarie degli enti locali ricadenti nella medesima Regione o, comunque, nel medesimo ambito territoriale, là dove esistono condizioni finanziarie, sociali e socioeconomiche più simili tra loro.
La seconda questione riguarda la necessità, ormai del tutto irrinunciabile e non più rinviabile, di passare dalla fase delle enunciazioni a quella della concreta e materiale erogazione delle somme che le amministrazioni pubbliche e gli enti locali devono a coloro i quali hanno fornito loro beni o servizi. I ritardi ad assumere questo provvedimento, che più volte abbiamo discusso e auspicato, purtroppo continuano a determinare effetti che definire devastanti è veramente poco, dato che talvolta finiscono con il porre fine anche a vite umane, non soltanto a vite di impresa, all'occupazione e al lavoro.
Il terzo aspetto riguarda l'opportunità di appuntare l'attenzione del Governo e del Parlamento sulla rideterminazione degli obiettivi degli enti locali virtuosi. Quando un ente dimostra virtuosità nella sua azione amministrativa, in qualche modo deve essere messo nelle condizioni di poter trarre beneficio dall'azione virtuosa che esso compie: ciò postula che vi sia la possibilità di rideterminare gli obiettivi, rispetto a quelli che il Patto di stabilità gli imporrebbe e che, potenzialmente, potrebbero essere diversi relativamente al risultato.
Un altro concetto che ci interessa sottolineare è quello che riguarda le opere pubbliche. Certo, le opere pubbliche costano e sottraggono risorse economiche ai bilanci dei Comuni, ma determinano un aumento del loro patrimonio: le strade e le scuole appartengono ai Comuni, dunque a ciascun cittadino. Credo che il valore delle opere realizzate non possa non essere preso in considerazione, nel momento in cui si computano i saldi riguardanti i patti di stabilità.
Così come non può passare sotto silenzio l'incidenza di un'altra forte operazione che abbiamo voluto come Parlamento della Repubblica, cioè la spending review. Vi sono Comuni che procedono rapidamente nella spending review, determinando risparmi o comunque migliori performance nella loro gestione; ve ne sono altri che invece continuano a sprecare risorse, e questo anche se teoricamente, o comunque virtualmente, i conti tornano. Bisogna allora stare attenti nella verifica della contabilità pubblica e accertare che non soltanto i numeri e le cifre coincidano e si bilancino, ma anche che le performance e gli effetti siano virtuosi e produttivi.
Questi sono i punti su cui abbiamo voluto incentrare il contenuto del nostro ordine del giorno n. 3, che, relativamente all'analisi, oggettivamente non si discosta molto dal contenuto delle mozioni, ma punta soprattutto a realizzare un obiettivo di maggiore armonia nella determinazione dei contenuti del Patto di stabilità.
Per ultimo, onorevole Presidente, se il senatore Bruno mi autorizza, io e la senatrice Poli Bortone vorremmo aggiungere la nostra firma all'ordine del giorno G1, che consideriamo estremamente positivo. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI).
PRESIDENTE. Senatore Bruno, acconsente alla richiesta del senatore Fleres?
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Sì, Presidente.
PRESIDENTE.
Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Stradiotto. Ne ha facoltà.
STRADIOTTO (PD). Signor Presidente, la discussione di oggi sulla finanza locale e sul Patto di stabilità ci permette di affrontare una questione assolutamente cruciale ad avviso del Partito Democratico, come ha già spiegato nel suo ottimo intervento il collega Ranucci. C'è la necessità di far ripartire il Paese, e per farlo serve un approccio completamente diverso nei confronti degli enti territoriali e, in aprticolare degli enti locali. Io ho vissuto, da sindaco, un periodo simile a questo negli anni 1993-1995, quando la sfiducia nelle istituzioni era ai massimi livelli, come lo è oggi, e vi posso garantire che in quell'occasione i Comuni sono stati la trincea che ha tenuto in piedi il Paese.
Ebbene, in questa situazione credo ci sia la necessità di cambiare radicalmente l'approccio nei confronti degli enti locali, partendo proprio dal Patto di stabilità. Innanzitutto è necessario sfatare un mito. Spesso e volentieri ci viene detto, soprattutto da alcune forze politiche, che il Patto di stabilità che oggi applichiamo in Italia è derivato dalle imposizioni dell'Europa. Non è così. Non ho trovato una direttiva europea che dica come applicare il Patto di stabilità ai Comuni e alle Province. Se andiamo a vedere qual è il Patto di stabilità applicato a Comuni francesi e tedeschi non troviamo traccia di norme assurde come quelle che noi abbiamo applicato ai Comuni e alle Province italiani.
In questo senso, mi piacciono poco anche gli interventi di alcuni colleghi. Siamo qui a votare alcune mozioni, ma quando ci siamo trovati a votare emendamenti che modificavano il Patto di stabilità e lo rendevano meno stupido non li abbiamo approvati o li abbiamo spazzati via con la fiducia. Sto parlando di tutti i Governi che si sono succeduti, con riferimento agli ultimi tre o quattro anni.
Quando, con la legge finanziaria del 2006, si è passati a un Patto di stabilità che si basava sui saldi - che è stata una scelta giusta - si è, successivamente, commesso l'errore di chiedere ai Comuni e alle Province di migliorare quei saldi. Chiedere a un ente, che ha l'obbligo del pareggio di bilancio, di mettere da parte dei soldi per migliorare quei saldi significa chiedere ai sindaci e ai presidenti di Provincia di aumentare le imposte non ai fini di dare maggiori servizi, ma ai fini di rispettare un Patto di stabilità assolutamente burocratico.
Che fine hanno fatto quei soldi? Sono serviti per diminuire l'indebitamento dello Stato? No, perché abbiamo visto dove è finito l'indebitamento dello Stato. Sono serviti per diminuire l'indebitamente dei Comuni? No. Sono serviti a creare liquidità, e con quella liquidità il Ministero dell'economia ha pagato stipendi e pensioni. Abbiamo creato un albero distorto, l'esatto contrario di quello che sarebbe stato necessario.
Nel dicembre 2008 ho presentato una proposta di legge sul Patto di stabilità, che non è mai stata considerata. Ho avuto modo in tante occasioni di presentare quella proposta di legge sotto forma di emendamenti, per far capire che stavamo andando nella direzione sbagliata.
Ci troviamo oggi nella situazione in cui le pubbliche amministrazioni hanno un grandissimo indebitamento e, allo stesso tempo, non stanno pagando i beni e i servizi che hanno ordinato. Abbiamo un debito nascosto sotto il tappeto. Ci sono sindaci che chiedono lavori e servizi prevedendo di pagarli l'anno prossimo, dopo il 31 dicembre 2012, in maniera da scavallare il Patto di stabilità. Perché? Perché, giustamente, quei sindaci i soldi in cassa li hanno, perché in termini di competenza li hanno, ma poi non possono spenderli. Nel frattempo, il Ministero dell'economia, che ovviamente, dato l'indebitamento, non può emettere altri certificati e titoli di Stato, usa quelle risorse per pagare stipendi e pensioni.
Credo sia assolutamente necessario cambiare questo sistema. Ancora oggi ci sono situazioni assurde. Quando si crea un meccanismo di rispetto del Patto di stabilità che mette tutti i Comuni nella stessa condizione, si chiede allo sprecone di sprecare meno, ma si chiede anche al virtuoso di fare cose che non può più fare. Questa è la situazione.
È necessario cambiare completamente il Patto di stabilità. Comprendo perfettamente che, per farlo, non è possibile tirare una linea rispetto alle norme attualmente in vigore e ripartire. Se facessimo questo, ovviamente domani mattina arriverebbe la richiesta di pagare nell'immediato i famosi 70 miliardi di euro di ritardati pagamenti, e non abbiamo la liquidità per farlo.
Pertanto, da questo punto di vista, apprezzo molto quello che sta facendo il Governo, il presidente Monti e il ministro Passera, per tentare di dare soluzioni innanzitutto rispetto al debito commerciale che abbiamo sulle spalle, che abbiamo nascosto sotto il tappeto. Ma dobbiamo fare una cesura rispetto al passato e al presente.
Non possiamo immaginare che i Comuni si impegnino a pagare beni e servizi tra un anno. Se lo consentissimo, infatti, non riusciremmo mai ad incidere sulla spesa pubblica, che aumenterà sempre di più. Chiaramente, infatti, un fornitore a cui si dice che lo si pagherà tra un anno fissa i prezzi di mercato più, minimo, il 10 per cento. Quando mai riusciremo a diminuire la spesa pubblica se non riusciamo a pagare i fornitori a 30 giorni, come del resto prevedono le direttive europee? E poi ci lamentiamo che nel nostro Paese non vi è liquidità. Come fa ad esserci liquidità se i primi a non dare liquidità sono lo Stato e le pubbliche amministrazioni? Questa è la questione se vogliamo far ripartire il Paese.
Quali sono le soluzioni? Le ripeto: chiudere la vicenda rispetto al debito che abbiamo alle spalle. Ci sono 70 miliardi di euro di debito? Bene, facciamo una cesura: a quei debiti troviamo una soluzione ‑ alcune le stiamo trovando ‑ e ripartiamo (da giugno, da agosto o dal 1° gennaio dell'anno prossimo) con un Patto di stabilità diverso, che metta al centro l'autonomia dell'ente territoriale. Mettere al centro l'autonomia significa che i sindaci, i presidenti di Provincia e i presidenti di Regione debbono trovare le risorse nel territorio: significa, quindi, che l''IMU si lascia tutta ai Comuni e si tolgono i trasferimenti.
In questi giorni stiamo assistendo a delle campagne elettorali in cui qualcuno, in certe parti del nostro Paese, per farsi eleggere sindaco promette ancora posti di lavoro. Capite che non è possibile? (Applausi dal Gruppo PD).
Rispetto a questo, vogliamo cambiare il sistema dando autonomia e responsabilità: «Vuoi assumere più persone? Ai tuoi cittadini chiediamo più tasse». Questa è autonomia e responsabilità. Dobbiamo approcciare il problema in questo modo o, viceversa, qualsiasi deliberazione di questa Aula del Parlamento è assolutamente inutile.
Chiedo pertanto ai colleghi non solo di approvare queste mozioni, ma di essere coerenti e, nel momento in cui arriveranno in Senato i vari provvedimenti, di approvare gli emendamenti che daranno una vera soluzione a questo problema. (Applausi dal Gruppo PD).
Saluto ad una delegazione della «Global initiative for sexuality and human rights»
PRESIDENTE. E' presente in tribuna una delegazione della «Global initiative for sexuality and human rights», in rappresentanza di Africa, America e Asia, in visita al Senato, alla quale va il saluto dell'Assemblea. (Applausi).
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 176 (testo 2), 635, 637, 638 e 639 (ore 12,50)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bosone. Ne ha facoltà.
*BOSONE (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, spero che oggi il Governo voglia recepire le chiare indicazioni di quest'Aula. Se così non fosse, perderebbe una grandissima occasione e non la perderebbe solo il Governo, che come tutti noi è qui in via transitoria, ma l'intero Paese.
Stiamo infatti attraversando tante difficoltà, le stanno attraversando l'Esecutivo, il Parlamento, l'Italia e l'Europa, ma l'insufficienza maggiore deriva dall'assenza di misure per la crescita. Ha difficoltà a proporle l'Europa, ha difficoltà a proporle l'Italia, abbiamo difficoltà noi a proporle come Parlamento e Governo.
Oggi, qui, ne prospettiamo una immediata, come è stato detto dai colleghi. La crescita non avviene a parole. Ogni volta che pronunciamo la parola crescita nel Paese chiudono due o tre aziende. La crescita avviene se investiamo, non in altri modi, e solo se investiamo sulle risorse umane, sul capitale sociale e sulle imprese. Affinché si ricrei un clima di fiducia e le imprese ricomincino a marciare, è evidente che il primo a far girare i soldi, e quindi gli investimenti, debba essere lo Stato nelle sue diverse articolazioni, ivi compresi gli enti locali.
Non possiamo chiedere a un'impresa di investire se lo Stato non crea le condizioni di fiducia affinché quell'investimento possa riuscire. Togliere il Patto di stabilità è il primo segnale immediato per ridare fiducia al nostro sistema imprenditoriale.
Personalmente ritengo che gli investimenti pubblici possano essere produttivi. Magari in passato si è usata impropriamente anche la leva del debito pubblico per fare assistenzialismo stupido e senza creare produzione, ma molti economisti oggi insegnano che per far ripartire un Paese in crisi occorre investire e talvolta servirsi anche del finanziamento pubblico. Se questo crea poi investimento produttivo è salvifico. Non esiste solo il rigore, non può esistere solo il pareggio di bilancio se poi lo Stato non regge. Il pareggio del bilancio è importante, ma la crescita di un Paese lo è di più. Avremo un ben magro bilancio se riusciremo, con il fiscal compact, a portare l'Europa in una situazione di assoluto pareggio ma contemporaneamente a un impoverimento di tutti i Paesi. Del resto, la Grecia è lì a dimostrarlo.
E' una distorsione pensare che lo Stato sia simile a un'azienda. Lo Stato non è un'azienda, è una comunità articolata di persone che deve essere tutelata, altrimenti riusciremo nello straordinario risultato di uno Stato che presenta un bilancio in pareggio ma una comunità a pezzi. Questo non possiamo permettercelo, soprattutto perché aprirebbe una condizione triste in prospettiva, non solo per la coesione sociale, che verrebbe distrutta, ma anche per la democrazia, che verrebbe messa in grave difficoltà.
In quest'ottica togliere il vincolo del Patto di stabilità rappresenta non solo un'opportunità che oggi abbiamo davanti, ma una necessità per il Governo, prima di tutto, poi anche per i territori, per le imprese e per le nostre famiglie. Per il Governo si tratta del mezzo più semplice per mettere soldi in circolazione, investire e favorire la crescita. Si è parlato di diverse decine di miliardi che domani potrebbero essere messe a disposizione.
Nel mio piccolo, la Provincia di Pavia - provincia media che io conosco meglio - di 540.000 abitanti domani potrà mettere a disposizione delle aziende 40 milioni di euro: abbiamo un residuo passivo pronto per essere erogato (si tratta complessivamente di 150 milioni di euro).
Si tratta di un'opportunità per le imprese. La settimana scorsa «Il sole 24 ORE» ha titolato: «I Comuni tagliano gli investimenti e le piccole e medie imprese si bloccano». Vi sono imprese che stanno fallendo: non pagando le imprese, le stiamo facendo fallire e, fallendo le imprese, falliscono le famiglie. Vi sono famiglie che dobbiamo aiutare, figli dati in affido. Ci rendiamo conto di tutto ciò e a cosa stiamo andando incontro?
È un'opportunità, oltre che per le famiglie, anche per gli enti locali. Vi sono lavori bloccati. Al riguardo cito il «Corriere della Sera»: «Metrò: i Comuni non pagano, fermi i lavori». Stiamo bloccando lavori fondamentali per lo sviluppo del territorio. Vorrei sapere come faremo a realizzare l'Expo 2015 se blocchiamo i lavori sul metrò e gli altri lavori pubblici essenziali, su cui stiamo investendo e su cui sono già stati assunti impegni.
Gli enti locali hanno difficoltà a investire e quindi a far crescere le imprese con opere pubbliche importanti: piani scolastici, manutenzione delle strade, ponti e così via. Tutto è bloccato. Rischiamo che nel 2012-2013 si creerà davvero una stasi, una palude pericolosissima nel nostro Paese. Vi è, però, anche un altro problema rappresentato dal fatto che, per mantenere il Patto, gli enti pubblici - anche quelli virtuosi, che hanno un importante avanzo di amministrazione, un indice di indebitamente basso, sotto il 4 per cento - devono comunque svendere beni pubblici senza averne necessità, per rispettare l'obiettivo del pareggio di bilancio. Peraltro, in questo momento è difficile svendere.
Oltretutto vi è un paradosso: da una parte, se non si vendono i beni pubblici, non si rispetta il Patto di stabilità e quindi si hanno sanzioni pesantissime e si blocca ancora di più il funzionamento della pubblica amministrazione; dall'altra, se si svende, la Corte dei conti è chiamata ad indagare. Dunque, si sta creando veramente una situazione paradossale.
Signor Sottosegretario, noi avvertiamo con una crescente preoccupazione che piano piano si sta uccidendo il territorio, che è costituito da piccole e medie imprese, decoro, qualità ambientale e, in definitiva, qualità della vita. Attraverso i territori è cresciuto il nostro Paese; la politica territoriale ha creato la ricchezza diffusa in Italia. Se soffochiamo i territori e la capacità di sviluppo della loro straordinaria ricchezza, rischiamo davvero di soffocare nel suo insieme il Paese. Chi realizzerà la crescita se non le nostre imprese e le nostre strutture territoriali? Forse saranno i marziani o i banchieri? Non credo proprio.
Allora, in questo momento abbiamo il dovere di liberare tali risorse. Inoltre, dobbiamo lavorare per cercare di ricostruire in Europa una reale solidarietà, che ormai è compromessa. Dobbiamo cercare di ricostruire il nostro Paese, legando i Comuni alle imprese e ai territori.
Questa è la bellezza della politica. Se abbiamo sbagliato con il Patto di stabilità, dobbiamo riconoscere che si è trattato di un errore. Oggi la politica deve riconoscere che questo Patto va cambiato. È la bellezza di cambiare: quando ci si accorge di sbagliare, bisogna cambiare percorso e oggi noi siamo qui, come Parlamento, a sottolineare che occorre subito fare ciò per ricreare le condizioni di rilancio e di crescita del Paese e anche - se mi permettete - per garantire una condizione minima di speranza per i nostri cittadini. (Applausi dai Gruppi PD e PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulle mozioni e sugli ordini del giorno presentati.
POLILLO, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, premetto che non sarà facile rispondere ai numerosi rilievi avanzati nel corso della discussione. Gli argomenti sono stati molto vasti ed approfonditi; vi è stata anche una grande passione nell'illustrare le proprie tesi (cosa comprensibile), anche sulla base dell'esperienza personale di molti senatori intervenuti.
Fra l'altro, nel mio caso le difficoltà si accrescono perché io condivido molte considerazioni avanzate e, nonostante ciò, sono chiamato a svolgere una parte un po' ingrata giacché comunque, tutti insieme, dobbiamo far quadrare quella che gli economisti chiamano equazione maledetta, cioè il fatto che abbiamo di fronte risorse limitate rispetto a bisogni per definizione illimitati.
Far quadrare questa difficile equazione non è facile, specie se consideriamo il contesto internazionale che voi tutti conoscete. Richiamo solo un dato: mentre stiamo discutendo, lo spread tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi ha raggiunto la cifra di 433 punti base. Lo ricordo per dare l'idea di quanto difficile sia la situazione all'interno del quadro in cui ci troviamo.
Su alcune questioni vorrei rispondere subito. Vorrei, ad esempio, precisare che la logica del Patto di stabilità interna, che non ha mai avuto un'architettura distesa, nel senso che dal 1999 (anno in cui fu realizzato) vi è stato un inseguimento in una situazione di emergenza, non è di natura giuridica. Sarebbe, pertanto, vano ricercare direttive di carattere internazionale che lo configurano perché è stata una logica brutalmente economica e finanziaria, questa è la vera spiegazione, derivata dal fatto che il controllo della finanza pubblica in Italia - come sapete molto meglio di me - è difficile da realizzare.
C'è però una consecutio tra il quadro di carattere internazionale e la logica del Patto che dovremmo cercare di comprendere, altrimenti rischiamo di fare delle analisi insufficienti, almeno per comprendere l'essenza del fenomeno.
Siamo costretti a porre un vincolo sulla spesa per le contraddizioni esistenti date dal fatto che, vivendo in un regime di trasferimenti ai fini del finanziamento della spesa, se non mettiamo un vincolo non riusciamo poi ad avere coerenza tra il quadro macroeconomico di carattere generale, la spesa e i risultati di equilibrio di finanza locale. È il famoso albero storto, di cui si è discusso, con questa dicotomia che c'è tra una libertà di spesa e un accentramento dell'entrata che vale tutto sull'amministrazione centrale e quindi dà origine ai trasferimenti.
Noi purtroppo siamo costretti a porre due vincoli nel Patto di stabilità (il vincolo di cassa ed il vincolo di competenza) per ragioni di natura contabile, ma anche internazionale. Come sapete, infatti, le regole Eurostat ci impongono che, nel caso di eventuali investimenti, la contabilizzazione avviene nel momento della cassa, cioè del pagamento. Quindi, se acceleriamo il pagamento nella realizzazione delle opere pubbliche non viene contabilizzato il termine di competenza.
Naturalmente c'è un'alternativa a tutto questo, che poi è la strada maestra, ma richiede un momento di distensione degli equilibri finanziari di carattere generale: accelerare sul federalismo con una devoluzione della spesa (che già c'è stata, per la verità), una devoluzione dell'entrata e una devoluzione della responsabilità nel reperimento delle risorse. Questa è la strada che dobbiamo perseguire. È una strada che, di fronte alle nuove strette (fiscal compact e tutto ciò che sta avvenendo sul piano internazionale), è resa più difficile, ma non c'è dubbio che quella è la strada maestra.
A ciò devo però aggiungere degli elementi che non sono emersi nel dibattito, e cioè che, oltre alle devoluzioni, dovremmo avere forse un maggiore controllo sui bilanci - a partire da quello dello Stato, ma in modo particolare su quelli degli enti locali (Regioni, Province e Comuni) - e anche un altro vincolo, di cui si parla poco, sul debito, specialmente quando il debito degli enti locali è fuori bilancio.
Come si vede, i problemi sono estremamente complessi e non è la prima volta che ne parliamo.
Desidero ora informarvi sui progressi che abbiamo realizzato. Come sapete, esiste un gruppo di lavoro presso la Conferenza Stato-Regioni che ha un proposito ambizioso: quello di andare a verificare, attraverso un lavoro istruttorio, in che modo sia possibile modificare il Patto di stabilità interno in un quadro di carattere istituzionale che miri a una semplificazione e a una riorganizzazione dei diversi livelli di governo a livello territoriale.
Nell'ambito di tale impostazione, il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, chiese al Governo di fornire al gruppo di lavoro un quadro macroeconomico delle tendenze reali della spesa. Cifre che anche oggi ho sentito riferire frequentemente in Aula. Noi come Governo dicemmo che questo non era compito nostro, quanto piuttosto dell'ISTAT. Abbiamo preferito tale istituto per sgombrare subito il campo da eventuali polemiche, che da parte della Ragioneria generale dello Stato vi fosse la tentazione di presentare un quadro macroeconomico di lungo periodo degli anni passati che fosse difforme dalla realtà fattuale che si è verificata.
Se il Presidente mi autorizza, consegnerò una tabella in cui sono riportati alcuni dati, così come consegnerò la lettera dell'ISTAT che si è assunto l'incarico di fare queste elaborazioni e le ha rese disponibili affinché il Senato ne potesse avere piena contezza. Citerò sinteticamente soltanto alcuni dati per far comprendere la dimensione del fenomeno. La nostra valutazione va dal 1990 (è retrospettiva, ma poi dirò anche qualcosa sulle proiezioni) al 2010. Disponiamo dunque di un set di dati su cui è possibile fondare una discussione molto seria ed approfondita, perché tale deve essere.
Del 1990 abbiamo preso la spesa corrente e la spesa in conto capitale. Io citerò soltanto la spesa corrente, perché la seconda è molto erratica e varia di anno in anno, per cui è difficile poter scorgere il trend di lungo periodo. L'elaborazione è la seguente: fatta 100 la spesa complessiva delle pubbliche amministrazioni, abbiamo eliminato la spesa previdenziale, che risponde a logiche diverse, la spesa per interessi e quella per i trasferimenti per ogni livello, in modo da sapere qual è il contributo di ciascun livello istituzionale di governo alla spesa complessiva. Quindi, fatta 100 la spesa residuale (quindi spesa complessiva meno la spesa previdenziale, la spesa per interessi e la spesa per i trasferimenti), cito soltanto i due dati estremi: nel 1990 il peso delle amministrazioni centrali era del 57,5 per cento, nel 2010 siamo scesi al 51,6 per cento. Il totale delle amministrazioni locali passa dal 22,2 per cento al 31,9 per cento. Poi c'è la ripartizione per Regioni, Province e Comuni: mentre le Regioni dal 6,7 passano al 7,8 guadagnando un punto percentuale, le Province vanno dall'1,9 al 3 per cento e i Comuni passano dal 12,2 per cento al 15,7 per cento. Naturalmente questi dati non tengono conto di una serie di fattori, come trasferimenti di funzioni e maggiori servizi. Sono dati che hanno un valore euristico limitato, ma ci danno l'idea delle tendenze di lungo periodo.
A questa informazione, voglio aggiungere un altro dato. Come è noto il ministro Giarda ha presentato una prima traccia della spending review. Se n'è discusso in 5a Commissione in Senato, e dai primi dati emerge che i tagli nel 2011 e 2012 (cifre che sono state qui indicate) sono esattamente proporzionali al peso specifico della spesa di ciascun ente territoriale nei confronti del quadro complessivo di finanza pubblica.
Questo è, quindi, il contesto all'interno del quale devono essere svolti i ragionamenti per la riforma del Patto di stabilità, al fine di uscire da una situazione emergenziale ed anche episodica come quella degli anni passati, per arrivare ad una visione prospettica in cui si cerchi di razionalizzare il più possibile, con il doppio intento di offrire, al tempo stesso, il massimo dei servizi compatibili con il minimo dei costi, coniugando quindi efficacia ed efficienza come presupposto di una accresciuta solidità. Secondo me, questo dovrebbe essere il contesto di carattere generale all'interno del quale collocare la riflessione che vogliamo fare.
Se mi è consentito, vorrei fornire risposte più puntuali su quanto è emerso. Ricordo innanzitutto il cosiddetto Piano di stabilità interno orizzontale nazionale, che ha consentito di redistribuire gli obiettivi del Patto di stabilità interno tra i Comuni dell'intero territorio nazionale, attraverso la cessione di spazi finanziari da parte dei Comuni che prevedono di conseguire un differenziale positivo rispetto all'obiettivo, a vantaggio di quelli che prevedono di conseguire un differenziale negativo, al fine di consentire a tali enti un aumento dei pagamenti in conto capitale relativi a residui passivi. I Comuni che cederanno spazi finanziari, peggiorando il proprio obiettivo, riceveranno un contributo nei limiti di un importo complessivo di 500 milioni di euro e pari agli spazi finanziari ceduti, destinato alla riduzione del debito, e, nel biennio successivo, una modifica migliorativa dell'obiettivo, commisurata annualmente alla metà del valore degli spazi finanziari ceduti.
Come si può rilevare, si tratta ancora di un'ulteriore manovra di emergenza che sommiamo all'emergenza. È molto difficile, però, poter arrivare ad una costruzione più razionale, stante l'attuale situazione di carattere finanziario.
La norma che ho citato determina non solo una riduzione dei residui passivi in conto capitale, ma anche la riduzione dell'esposizione debitoria del comparto dei Comuni.
Per quanto riguarda invece le criticità connesse con il fenomeno dei residui passivi, e in particolare dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione, vorrei ricordare che siamo intervenuti più volte, certo in modo del tutto inadeguato rispetto alla dimensione del fenomeno, e, tra l'altro - come sapete - hic sunt leones: non siamo nemmeno in grado di valutare con esattezza la dimensione del complesso dei debiti che non sono stati pagati.
Nonostante questo, abbiamo fatto una serie di provvedimenti. Cito l'articolo 9 del decreto-legge n. 78 del 2009, il quale aveva imposto alle pubbliche amministrazioni di adottare entro il 31 dicembre 2009 le opportune misure organizzative per garantire il tempestivo pagamento delle somme dovute per somministrazioni, forniture ed appalti, dando al funzionario che adotta provvedimenti che comportano impegni di spesa l'obbligo di accertare a priori la compatibilità del programma dei pagamenti con gli stanziamenti di bilancio e le regole di finanza pubblica.
Vorrei soltanto aggiungere che, da un punto di vista generale, grazie anche alla riforma della legge n. 196 del 2009, dovremo sempre più ragionare in termini di bilancio di cassa e non di competenza. La competenza ha purtroppo l'inconveniente di tradursi molte volte in una sorta di promessa che poi non siamo in grado di mantenere. Tutte le riforme di contabilità che abbiamo avviato vanno però in questa direzione.
Per rimanere nello specifico, sempre nel 2008 si era prevista la possibilità di ottenere, a partire dal 2009, una certificazione dei crediti, a condizione che il credito fosse certo, liquido ed esigibile per le somme dovute sia dalle Regioni che dagli enti locali. Nel 2010 si era già prevista la possibilità di una compensazione di crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo, rinviando ad apposito decreto del Ministero dell'economia e delle finanze la definizione delle modalità di attuazione, al fine di rendere compatibile l'operazione con gli obiettivi più generali d finanza pubblica.
Nel 2011, con l'articolo 13 del la legge n. 183, abbiamo riformulato il comma di cui parlavo in precedenza e disposto che le Regioni e gli enti locali, su istanza del creditore, entro il termine di 60 giorni, certifichino, nel rispetto della normativa vigente in materia di Patto di stabilità interno e salvo alcune eccezioni, che il credito di somme dovute per somministrazioni, forniture ed appalti sia certo, liquido ed esigibile, anche al fine di consentire al creditore la cessione pro soluto e pro solvendo a favore di banche o intermediari finanziari. Scaduto il predetto termine, su nuova istanza del creditore, vi provvede la Ragioneria territoriale dello Stato competente per territorio che, ove necessario, nomina un commissario ad acta, con oneri a carico dell'ente territoriale.
Le modalità di attuazione delle disposizioni recate dai predetti commi sono disciplinate con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, sentita la Conferenza unificata. È il decreto sul quale stiamo lavorando e che è in dirittura di arrivo: spero che già all'inizio della prossima settimana possa essere completato.
Una misura da voi fortemente criticata è quella prevista dall'articolo 35 in materia di tesoreria unica, che si è resa tuttavia necessaria non tanto per pagare le pensioni, ma per cercare di ridurre l'impatto nell'emissione del debito da parte dello Stato centrale. Di fronte ad un carico di emissione molto oneroso di rinnovo del debito pubblico, la possibilità della tesoreria unica ha rappresentato un piccolo ristoro.
Tutto ciò premesso, ribadisco la volontà dell'amministrazione a tenere in debita considerazione la richiesta avanzata nei vari documenti parlamentari, ma con un caveat - che è poi quell'equazione maledetta di cui parlavo all'inizio - vale a dire che la modifica della normativa vigente in materia di Patto di stabilità interno comporta che siano rinvenute adeguate risorse finanziarie a compensazione degli effetti peggiorativi che la modifica in questione determina sui saldi di finanza pubblica.
Vorrei fare infine un ultimo riferimento per quanto riguarda l'applicazione della spending review. Stanti le attuali valutazioni, si ritiene che il regime di tesoreria mista non possa essere ripristinato prima del 2015, proprio per reperire nell'ambito della spending review risorse adeguate per compensare eventuali carenze di liquidità.
Per quanto attiene poi alla richiesta di adottare tutti i provvedimenti necessari per destinare l'intero gettito IMU alle autonomie locali, compensando i conseguenti effetti finanziari negativi sul bilancio dello Stato con tagli di spesa corrente delle amministrazione centrali, si comunica che l'eventuale accoglimento è subordinato alla necessità di reperire idonea copertura finanziaria per i conseguenti effetti negativi sul bilancio dello Stato, che vengono valutati in 12 miliardi di euro.
Per quanto riguarda poi il parere sulle mozioni e sugli ordini del giorno, in linea di massima il Governo è favorevole, a condizione che vi sia però una premessa, che dovrebbe valere per tutte le mozioni e gli ordini del giorno, ad eccezione del G1, di cui proporrò una più ampia riformulazione. La premessa dovrebbe essere questa: «impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo, a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno». Partendo da questa premessa possiamo fare poi la specifica.
Passerei ora ad esaminare le singole mozioni, a cominciare dalla mozione n. 176 (testo 2), primo firmatario il senatore Ranucci, sulla quale il parere è favorevole, sempre inserendo la premessa che ho richiamato.
Per quanto riguarda la mozione n. 635, presentata dal senatore Massimo Garavaglia e da altri senatori, chiederei una riformulazione del primo capoverso del dispositivo - ma si tratta più di una questione lessicale - per cui si impegna il Governo ad adottare tempestivamente iniziative per far sì che gli enti locali «possano contribuire alla ripresa economica», piuttosto che «essere il motore della ripresa economica». Qui ci avventureremmo infatti in una profonda discussione anche filosofica, se il centro della ripresa debba essere quello.
Al secondo capoverso del dispositivo, la richiesta è di sopprimere le parole: «entro il 2012» e poi la parte finale, per cui il testo rimarrebbe il seguente: «a liberare risorse finanziarie mediante l'applicazione dell'istituto della spending review, da destinare il ripristino del regime della tesoreria mista». Al terzo capoverso, in luogo di «ad adottare tutti i provvedimenti», si propone «a valutare l'opportunità di assumere i provvedimenti necessari per destinare un maggior gettito IMU alle autonomie locali, come prevedeva l'originaria normativa», sopprimendo le parole: «almeno a decorrere dal 2013».
Con queste modifiche, darei parere favorevole alla mozione n. 635.
Sulla mozione n. 637, presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, il parere è favorevole senza obiezioni.
Sulla mozione n. 638, presentata dal senatore De Toni e da altri senatori, chiedo di sopprimere l'ultimo inciso del quarto capoverso del dispositivo, ossia: «anche valutando l'opportunità di anticipare, con provvedimento normativo, il termine applicativo fissato al 31 dicembre 2014». Se sarà accettata tale proposta, il parere favorevole.
Sulla mozione n. 639, presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, il parere è favorevole senza obiezioni.
Passando agli ordini del giorno, sull'ordine del giorno G1, presentato dai senatori Bruno e De Angelis, chiederei di sostituire le parole: «impegna il Governo a promuovere», con le seguenti: «invita il Governo a valutare l'opportunità di promuovere le opportune modifiche». Vorrei ricordare infatti che in questo caso, trattandosi della Fondazione IFEL, c'è una procedura concertata Stato-città e quindi non abbiamo la possibilità di imporre con un atto di arbitrio modifiche che in qualche modo rispondono ad una logica di concertazione.
Per quanto riguarda l'ordine del giorno G2, presentato dal senatore Cutrufo, si propongono alcune piccole modifiche. Là dove si impegna il Governo «a prevedere misure destinate a riequilibrare il debito piuttosto che il bilancio e sostitutive dell'IMU», mi fermerei qui, eliminando le parole: «dal 2013». Al punto successivo, toglierei la parte tra parentesi, da «(attualmente il contributo dei Comuni» a «dell'8 per cento)», in quanto sono cifre che devono essere coordinate con la tabella che ho ricordato all'inizio del mio intervento.
Sull'ordine del giorno G3, presentato dal senatore Viespoli e da altri senatori, il parere è favorevole senza alcuna obiezione.
Nell'eventualità che si accolgano le proposte di modifica suggerite, il parere del Governo sarebbe favorevole.
PRESIDENTE. Signor Sottosegretario, naturalmente è autorizzato alla consegna, per l'acquisizione a verbale, degli aspetti cui ha fatto riferimento (nota dell'ISTAT e altra documentazione), così che tutti i senatori possano esserne poi a conoscenza.
Per semplificare, passerei alla votazione, ed i presentatori delle mozioni e degli ordini del giorno che interverranno in dichiarazione di voto diranno anche se accolgono o meno le modifiche proposte dal Sottosegretario.
Passiamo dunque alla votazione delle mozioni.
DE TONI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE TONI (IdV). Signor Presidente, condivido le osservazioni del Governo espresse dal sottosegretario Polillo e accolgo le modifiche proposte. Per quanto riguarda le altre mozioni, annunciamo il nostro voto favorevole.
Chiedo di poter consegnare agli atti la mia dichiarazione di voto, perché credo di aver ampiamente illustrato in precedenza le motivazioni della nostra mozione.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE ANGELIS (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, voteremo a favore di tutte le mozioni. Siamo soddisfatti della replica del Governo e siamo speranzosi che questa discussione possa aprire finalmente un ragionamento sul Patto di stabilità e portare ad una sua revisione complessiva, al di là delle situazioni economiche di grande difficoltà che tutti quanti noi conosciamo.
Sappiamo delle richieste del presidente Monti in Europa per quel che riguarda la trasformazione delle spese di investimento, che non devono essere considerate come qualcosa da contrarre, ma come qualcosa che mette in movimento una serie di iniziative territoriali. Abbiamo grandi difficoltà, i colleghi che mi hanno preceduto, con entusiasmo e con passione, hanno raccontato quel che succede, da sindaci e presidenti di Provincia, sui territori. È la verità. Ci sono tantissime opere pubbliche che non riescono ad essere terminate perché i Comuni non possono spendere. Va toccato questo meccanismo di contrazione della spesa per gli enti locali. Va rimesso in moto un meccanismo che dia sviluppo, crescita e lavoro, senza intaccare il rigore, perché ricordiamo bene anche qui i primi anni quando ci furono interventi a fondo perduto a favore di Comuni che con la spesa corrente avevano speso in maniera irrazionale. Anche quello è un punto che deve essere rivisto in un nuovo Patto di stabilità. Vanno previsti meccanismi di premialità, perché chi gestisce bene i soldi dei cittadini non può essere paragonato a chi, non dal punto di vista della spesa in conto capitale, ma dal punto di vista della spesa corrente, li butta via. Questo è un punto che dovrà essere nevralgico nella revisione del Patto di stabilità.
Tra l'altro, lo dico al Governo, c'è un problema generale di grande crisi del territorio. Ritengo che se non ci saranno interventi veri, la prossima estate o il prossimo autunno affronteremo mesi molto caldi, perché a livello territoriale ci sono situazioni imprenditoriali veramente serie. Ecco perché va rivista la golden rule, che io ho chiamato «regola aurea», perché forse se parliamo italiano è meglio, quella che consente ai Comuni di fare investimenti nel proprio territorio. È indispensabile rivedere il Patto di stabilità interno e poter dare spazio all'economia nel territorio.
Ci auguriamo che ciò avvenga. Con questa speranza, nell'accogliere le modifiche alla nostra mozione richieste dal Governo, voteremo a favore delle mozioni di tutti quanti i Gruppi.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GALIOTO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, anche noi voteremo a favore di tutte le mozioni.
Abbiamo condiviso il pensiero e le proposte di modifica del Governo. È un'iniziativa che condividiamo perché riteniamo ci consenta di allineare il nostro Paese agli altri Paesi europei. Soprattutto confidiamo possa contribuire già nei prossimi mesi ad innescare quel circolo virtuoso che coniugherà rigore e sviluppo, fondamentale, anche per tutte le valutazioni che faceva il collega De Angelis, che mi ha preceduto, per cercare di far uscire il nostro Paese dalle secche nelle quali si trova.
Per questo confermo il voto favorevole del mio Gruppo a tutte le mozioni e la condivisione delle proposte di modifica del Governo alla mozione da noi presentata.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, Voteremo a favore di tutte le mozioni, e condividiamo le modifiche richieste dal Governo al nostro documento. Cogliamo l'occasione per ringraziare il Governo per l'assenso manifestato rispetto sull'ordine del giorno G3, riguardante il Patto di stabilità, presentato dal nostro Gruppo.
VACCARI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VACCARI (LNP). Signor Presidente, mi limito a dire che voteremo a favore di tutte le mozioni. Accettiamo le proposte di modifica che il Governo ha chiesto, anche se avremmo voluto più coraggio e decisione per quanto riguarda le necessità di un Paese che, come abbiamo visto, è in forte difficoltà. Chiediamo anche impegni forti e decisi per quanto riguarda le piccole e medie imprese, che rappresentano un altro settore importante per il rilancio economico del nostro Paese. Il credito con la pubblica amministrazione, il credit crunch, i problemi legati alla burocrazia, di cui ho parlato, la pressione fiscale e gli obblighi fiscali, i tempi dei provvedimenti civili, il mercato del lavoro, il cuneo fiscale e quanto stiamo discutendo non danno soddisfazione né a noi né alle piccole e medie imprese.
Quindi, più coraggio, più decisione e più spinta!
Chiedo di essere autorizzato a lasciare agli atti il testo integrale della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
LEGNINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LEGNINI (PD). Rinuncio a fare la dichiarazione di voto in modo diffuso, anche perché i colleghi Ranucci, Stradiotto e Bosone hanno già compiutamente espresso la posizione del nostro Gruppo su questo importantissimo tema, e altrettanto abbiamo fatto in numerosissime occasioni. Quello del Patto di stabilità interno è uno dei temi più gettonati, in merito a cui si discute da molto tempo, in Aula e nelle Commissioni di merito.
Mi limito ad una sola osservazione, che vuole segnare dal nostro punto di vista un avanzamento nella discussione e quindi l'attribuzione di un senso al lavoro che abbiamo svolto questa mattina in Aula. Questa osservazione risiede nella premessa che il rappresentante del Governo, il sottosegretario Polillo, ha indicato per tutte le mozioni, sulle quali voteremo a favore, di contenuto sostanzialmente analogo, cioè l'impegno a declinare gli obiettivi indicati nelle mozioni in provvedimenti concreti, laddove si libereranno risorse per effetto dei risultati della spending review - che purtroppo non saranno a brevissimo termine - e del negoziato in sede europea per acquisire in qualche modo una disponibilità a non conteggiare negli obiettivi di finanza pubblica in sede europea la spesa per investimenti (la golden rule) e su altri aspetti di questo negoziato, che è in corso e che, mi auguro, avrà un'accelerazione nel prossimo futuro.
Questo impegno, se il Governo lo manterrà in concreto, come noi siamo certi che farà, a partire dalla trattativa che, da quanto ci, risulta si avvierà la settimana prossima con l'Associazione dei Comuni, costituisce un passo avanti in questa discussione, perché fino a questo momento noi abbiamo fornito risposte molto elusive - quando dico noi, dico tutti - a quesiti semplici che ci vengono proposti quotidianamente dai sindaci, dalle imprese, da tutti. E cioè: «Noi abbiamo avanzi di amministrazione e non li possiamo spendere. Abbiamo capacità di indebitamento e non possiamo contrarre mutui. Addirittura abbiamo appaltato e eseguito i lavori. Abbiamo titoli esecutivi, molte volte, da soddisfare, di imprese e professionisti. Abbiamo i soldi e non possiamo pagare, in virtù del Patto di stabilità. Perché questo?» Questa mattina un chiarimento in questa direzione è venuto dalla discussione e dal Governo: sappiamo che un euro in più di spesa, finalizzato a pagare debiti pregressi o a fare nuovi investimenti, implica l'obbligo - come ha detto il sottosegretario Polillo - di compensazione finanziaria, che altro non vuol dire che trovare altre risorse attraverso altre riduzioni di spesa o altre fonti di attingimento finanziario. Infatti, ciò che rileva in Italia e in Europa sono i macronumeri e gli obiettivi di finanza pubblica ed anche la spesa delle disponibilità proprie dei Comuni (gli avanzi di amministrazione costituiscono l'esempio più eclatante) comporta un aumento di spesa.
La risposta è: si può e si deve modificare il Patto di stabilità. Non parlerei di deroga. Qui non funziona il meccanismo, non funziona per contraddizioni interne, perché alla prova dei fatti non ha funzionato e perché tutto il problema gigantesco dei debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese è generato anche dal meccanismo vizioso del Patto di stabilità. Se agli enti locali si consente di appaltare le opere, di contrarre gli impegni, di stipulare i contratti e addirittura di liquidare gli stati di avanzamento, ma in virtù del Patto di stabilità non è possibile pagarli, anche con la disponibilità di risorse, altrimenti si supera il numero magico (il saldo), se si consente questo si accumulano i debiti, perché i sindaci e gli amministratori, non potendo fare altro, comunque realizzano le opere, e le imprese attendono.
Questo è il meccanismo denunciato l'altro ieri, per l'ennesima volta, dall'Associazione nazionale costruttori edili per la situazione drammatica che vivono le imprese italiane, e che ha portato anche loro ad annunciare il cosiddetto D-Day: una protesta che non è simbolica, perchè si invitano le imprese socie a richiedere decreti ingiuntivi nei confronti degli enti locali e dello Stato.
Occorre intervenire sul meccanismo genetico e sulla regola del Patto di stabilità. C'è un problema di revisione delle regole e c'è un problema di compensazione finanziaria nell'ambito della finanza pubblica nel suo complesso.
Questi sono i temi, seri, serissimi, perché dalla risoluzione di questo problema di alleggerimento, di revisione e di rimessa in circolazione di risorse per pagare il pregresso e per fare qualche investimento nuovo dipende una parte importante dell'avvio della soluzione della crisi nel nostro Paese.
Ecco perché convintamente voteremo a favore delle mozioni presentate, a partire dalla nostra ovviamente, e chiediamo al Governo di impegnarsi di più su questa materia su cui ormai c'è l'unanimità, come abbiamo visto in quest'Aula. L'intero Parlamento chiede al Governo di risolvere questo problema che si è creato anche in virtù degli errori commessi negli ultimi anni. (Applausi dal Gruppo PD).
BONFRISCO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, ha ragione il collega Legnini nel ricordare ed evidenziare l'unanimità oramai raggiunta in Parlamento sui temi in esame, peraltro fin dall'insorgere di questo problema.
Aderendo all'invito del Governo e accogliendo quindi le modifiche all'ordine giorno presentato, vorrei sottolineare con favore - e lo faccio in questa occasione, perché mi è sembrata particolarmente rilevante e significativa per la complessità e la struttura delle risposte - la precisione con la quale il Governo, attraverso di lei, sottosegretario Polillo, ha fornito risposte alle mozioni parlamentari e analisi molto utili alla collocazione esatta di questo fenomeno che - come dice il collega Legnini - ha un suo vizio d'origine nelle regole, ma che deve essere sempre inquadrato dentro la certezza di numeri e di dati di tendenza che accompagnano la vita del nostro debito pubblico, come della spesa pubblica complessiva, delle sue evoluzioni e dell'impegno forte sulla spending review che ci aiuta a compiere un altro passo avanti, speriamo il più rapidamente possibile.
Anche per questo motivo il Popolo della Libertà si è limitato alla presentazione di un ordine del giorno e, pur accogliendo favorevolmente le sue proposte di modifica, sottosegretario Polillo, mi consenta solo di sottolineare quanto, oltre a tutti i temi che il collega Legnini ha già segnalato ampiamente, la questione dell'IMU - il suo pagamento, le sue regole, la sua composizione - per il suo carattere nevralgico impatti e impatterà pesantemente sulle nostre famiglie e sulla vita dei nostri Comuni. Vorrei quindi sottolineare il tema affinché, pur accogliendo la sua proposta di eliminare il limite del 2013, si possa contare comunque su un'attenzione e una sensibilità che comunque non dimenticheremo di ricordare al Governo. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).
PRESIDENTE. Senatore Bruno, accoglie le modifiche proposte dal Governo all'ordine del giorno G1, di cui è primo firmatario?
BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, se non hanno nulla in contrario i senatori Fleres e Poli Bortone, accolgo le modifiche all'ordine del giorno G1. Vorrei solo ricordare al Governo che dalle nostre stime, che potrebbero essere anche sbagliate, nel 2011 la cifra da versare all'IFEL era pari a 7 milioni di euro; con l'IMU il versamento complessivo arriverà a circa 14 milioni di euro. Insomma, togliere tutti questi soldi ai Comuni è un problema.
Senato, composizione
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, il senatore Follini, Presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ha comunicato che nella seduta di ieri la Giunta, all'unanimità, ha dichiarato incompatibile con il mandato parlamentare la carica di Sottosegretario regionale rivestita dalla senatrice Colli, ai sensi dell'articolo 122, secondo comma, della Costituzione.
Pertanto la Presidenza, nel prendere in considerazione la lettera di dimissioni avanzata dalla stessa senatrice Colli in data 10 maggio, non può che comunicarla all'Aula e quest'ultima non può che prenderne atto.
In seguito dunque alle dimissioni della senatrice Colli, autorizzo sin da ora la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari a convocarsi per procedere all'accertamento del candidato subentrante.
Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 176 (testo 2), 635, 637, 638 e 639 (ore 13,41)
PRESIDENTE. Prima di passare alla votazione, avverto che, in linea con una prassi consolidata, le mozioni saranno poste ai voti secondo l'ordine di presentazione e per le parti non precluse né assorbite da precedenti votazioni.
Dopo la votazione delle mozioni, ai sensi dell'articolo 160 del Regolamento, potranno eventualmente essere posti ai voti gli ordini del giorno, anch'essi per le parti non precluse né assorbite da precedenti votazioni.
Metto ai voti la mozione n. 176 (testo 3), presentata dal senatore Ranucci e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione n. 635 (testo 2), presentata dal senatore Garavaglia Massimo e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione n. 637 (testo 2), presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione n. 638 (testo 2), presentata dal senatore De Toni e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione n. 639 (testo 2), presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori.
È approvata.
Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G1 (testo 2) e G2 (testo 2) e G3 (testo 2) non verranno posti ai voti.
Sull'ordine dei lavori
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, purtroppo durante l'esame delle ratifiche internazionali ero impegnata con un gruppo del Kazakistan. Vorrei pertanto depositare ora le due dichiarazioni di voto favorevoli del mio Gruppo, che concorda con quanto detto dai colleghi sia sul disegno di legge n. 3071, in ordine alla Fondazione europea per la formazione professionale (European Training Foundation - ETF), sia sul disegno di legge n. 3107, recante la ratifica dell'Accordo di riconoscimento degli studi titoli e diplomi, tra il Governo italiano e la Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas.
PRESIDENTE. La Presidenza autorizza la consegna dei due interventi da allegare al Resoconto della seduta odierna.
Per lo svolgimento e la risposta scritta ad interrogazioni
LANNUTTI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, abbiamo parlato del dramma relativo alla compensazione dei crediti che alcuni imprenditori vantano nei confronti della pubblica amministrazione. Abbiamo detto che è una situazione difficile, quasi impossibile da risolvere e che sta portando a diversi suicidi nel Paese. Siamo di fronte ad un grave dramma.
Tuttavia vi sono alcuni che queste compensazioni riescono a farle. Non è difficile, scrive Giorgio Meletti su «Il Fatto Quotidiano», basta chiamarsi Mastrapasqua, il collezionista di poltrone. Fa anche l'esempio pratico. Mastrapasqua ha ben 25 incarichi, tra cui quello di direttore di un ospedale romano. Poiché per ottenere i crediti che questo ospedale vanta con le ASL passano anni e quindi non riesce a pagare i contributi previdenziali, Mastrapasqua, in qualità di direttore, va da un notaio ed in virtù del decreto-legge n. 688 del 1985, convertito nella legge n. 11 del 1986, che dà la possibilità di compensare detti crediti, ottiene la compensazione. Peccato, signor Presidente, che questa legge non è più in vigore, essendo stata superata da una legge del 1989.
Poiché su questa vicenda ho presentato numerose interrogazioni parlamentari (3-02702, 3-02703, 4-07126, 4-07408 e 4-07470) (quest'ultima proprio sulla compensazione tra debiti e crediti) e poiché si tratta di problemi drammatici sulla cui soluzione abbiamo appena votato all'unanimità alcune mozioni, non ritengo giusto che si adottino due pesi e due misure: le aziende senza santi in paradiso devono aspettare, le aziende che sono amministrate dal collezionista di poltrone, superpresidente INPS, INPDAP, ENPALS, vicepresidente di Equitalia, oltre ad una serie di altri incarichi, possono farlo.
Ritengo che in tale comportamento vi sia il dolo, l'abuso in atti di ufficio nonché il falso in atto pubblico.
Signor Presidente, lei è così cortese e sa che a fine seduta pongo questioni che riguardano lacrime e sangue della gente e degli imprenditori. Le compensazioni devono interessare tutti e non solo gli enti che hanno nel libro paga Mastrapasqua.
Quindi, signor Presidente, mi auguro che il Governo finalmente venga a rispondere in Aula alle numerose interrogazioni presentate (tra l'altro, ho visto la consapevolezza dei senatori del Partito Democratico con cui ho parlato, esperti di previdenza e di fisco, come il senatore Musi) e così si ripristinino la legalità ed i diritti che devono valere per tutte le imprese, non solo per quelle amministrate dal dottor Mastrapasqua. La ringrazio per l'attenzione.
PRESIDENTE. Senatore Lannutti, le interrogazioni a sua firma sono state sollecitate dalla Presidenza e la Presidenza solleciterà ancora le risposte, che il Governo ha il dovere di fornire.
VITA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VITA (PD). Signor Presidente, voglio richiamare l'atto di sindacato ispettivo 3-02820 che richiede una risposta, a questo punto ancor più che urgente, urgentissima da parte del Ministro per i beni e le attività culturali, perché quell'atto ispettivo si riferiva al tema del commissariamento del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che ha sede a Roma.
Il Ministro per i beni e le attività culturali dovrebbe fornire a me e ad altri colleghi che so essere sensibili all'argomento una risposta perché, diversamente, si è costretti a leggere solo attraverso gli organi di stampa quanto sta avvenendo. E non è simpatico assistere alla crisi di una grande fondazione culturale a Roma.
PRESIDENTE. La Presidenza si attiverà per sollecitare la risposta del Governo a questa interrogazione.
Su notizie di stampa relative alla perquisizione
di un ufficio del senatore Montani
MAZZATORTA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, intervengo per segnalare una questione che a noi sembra assai rilevante. Ieri - come confermato anche dalle notizie di stampa apparse sui giornali di oggi - si è svolta una perquisizione presso l'ufficio del senatore del nostro Gruppo Enrico Montani, di cui egli ha disponibilità a Verbania. Il decreto di perquisizione è stato firmato dalla procura di Verbania.
È ovvio che si tratta di una palese violazione dell'articolo 68 della Costituzione perché nessuna domanda di autorizzazione alla perquisizione di un ufficio del senatore Montani è pervenuta alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (di cui io sono componente e quindi sarei stato certamente informato in tempo reale).
Siamo seriamente preoccupati per la situazione che si sta creando con la perquisizione di uffici di parlamentari e quindi per la violazione di princìpi di immunità che, per la loro ratio, pensavamo fossero sacri.
Signor Presidente, le chiedo di comunicare questa informazione al Presidente del Senato e di attivare tutte le iniziative opportune per verificare la notizia e far sapere ai senatori come stanno realmente le cose e quali iniziative la Presidenza del Senato intenda assumere.
PRESIDENTE. Senatore Mazzatorta, la Presidenza ha letto la notizia sulla stampa. Naturalmente deve verificare, come da lei richiesto, cosa sia effettivamente accaduto; compiute le doverose verifiche, non solo dovrà darne comunicazione ai senatori, ma - a seconda di quanto accertato - dovrà anche assumere le iniziative istituzionali che si rendessero necessarie.
CASTELLI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASTELLI (LNP). Signor Presidente, vorrei intervenire anch'io su questo tema.
A mio avviso, la questione non è legata soltanto al fatto contingente. Mi rendo conto che in questo momento, per un esponente della Lega Nord, attese le notizie che ci stanno colpendo negli ultimi giorni, sia quanto meno difficile intervenire su tali temi. Credo, però, sia doveroso segnalare un dato: oltre al fatto denunciato dal senatore Mazzatorta, nella giornata di ieri sono accaduti (e credo che si verificheranno anche nei prossimi giorni) fatti che io considero molto gravi. Legate a quella effettuata nell'ufficio del senatore Montani, sono state effettuate altre perquisizioni, che hanno riguardato alcuni nostri dipendenti, in particolare della segreteria e dell'ufficio legislativo, secondo l'accusa che il senatore Montani avrebbe posto in atto iniziative di natura parlamentare, attraverso la predisposizione di disegni di legge, emendamenti ed ordini del giorno, per le quali avrebbe preso un compenso.
Ora, a parte il dato in sé, a mio parere vi è un fatto assolutamente grave, rappresentato dal tentativo di coartare l'azione legislativa dei membri del Parlamento. Ciò è aggravato dal fatto che si sta compiendo un'operazione di natura terroristica nei confronti dei nostri dipendenti. Oggi alcune signore, madri di famiglia, che lavorano con noi, totalmente estranee a qualsiasi provvedimento di natura legislativa o a qualsiasi fatto di natura corruttiva, vivono nel terrore perché sanno che i loro telefoni ed i loro computer sono sotto controllo. Peraltro, abbiamo il fondato sospetto che i computer del Gruppo LNP al Senato siano stati violati, cioè che siano entrati nei nostri computer. Vi è un attacco - che riteniamo estremamente grave - da parte di alcuni magistrati all'azione legislativa dei parlamentari.
Oggi il senatore Montani viene accusato di aver ricevuto una donazione di denaro. Se però penso a tutti gli avvocati presenti in quest' Aula, ogni volta che votano un atto legislativo che riguarda la giustizia si potrebbe dire che hanno favorito un loro cliente. E se per caso qualcuno di costoro ha sostenuto la loro campagna elettorale, ecco che scatta l'accusa di dazione di denaro in cambio di un'azione legislativa o, peggio, se non c'è la dazione di denaro, si potrà sempre accusarli di voto di scambio. Noi vecchi parlamentari che veniamo dall'esperienza dei collegi sappiamo benissimo che una delle azioni pregnanti del parlamentare è intervenire a favore del collegio: ebbene, si potrà sempre muovere l'accusa di voto di scambio.
Da un lato, vi è il fatto contingente; dall'altro, la questione più ampia. La politica non è mai stata tanto debole come in questo momento; fatti di questo genere non si sono verificati neanche in piena Tangentopoli, perché i carabinieri che si presentavano alla porta della Camera dei deputati venivano respinti, mentre oggi possono entrare tranquillamente nei nostri computer. Dunque, oggi che la politica è tanto debole viene fatto questo tentativo per cercare di controllare l'attività legislativa.
Occorre che le Presidenze di Camera e Senato valutino molto attentamente queste ultime iniziative della magistratura e tutelino un potere che dal punto di vista costituzionale è assolutamente sacro: siamo di fronte al sacro laico.
Capisco - lo ribadisco - che per un leghista dire queste cose in questo momento può risultare difficile, ma mi pare che questo principio debba essere salvaguardato, pena quella che ormai sta per intervenire nel nostro Paese e che viene definita da alcuni commentatori politici (di cui condivido l'analisi) di una forma di potere nazional-comunista. E mi pare che ci siano tutti i prodromi perché ciò si verifichi. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. Senatore Castelli, innanzitutto qui siamo tutti senatori, quindi l'imbarazzo non deve essere sentito da nessuno. Lei è senatore della Repubblica come lo sono io, la senatrice Segretario Baio, che è qui vicino a me, e gli altri e, come sa meglio di me, essendo stato Ministro della giustizia in questo campo, i reati penali, quando sono compiuti e accertati (cosa che non spetta a noi verificare e comunque non è questa la fase), sono personali e soggettivi.
Quindi lei, in quanto senatore, ha fatto benissimo a sollevare la questione e credo debba farlo assolutamente senza alcun imbarazzo, né pensare che vi sia qualche pregiudizio da parte di altri.
Fra le questioni che ha esposto ve n'è una molto grave, perché una cosa sono gli interventi su persone singole (ma non è questo l'ambito in cui valutarlo), altra le iniziative che riguardano un parlamentare o - come lei ha detto - la violazione di un computer del vostro Gruppo parlamentare. Le chiedo perciò, a nome della Presidenza, di fornirci elementi al riguardo di quanto ha denunciato, perché questo costituirebbe un fatto di estrema gravità; credo si debba mantenere il principio che le Aule, le persone e gli strumenti a disposizione di un parlamentare siano inviolabili, salvo autorizzazione concessa da chi è preposto a tale compito. Questo mi sembra un aspetto estremamente rilevante che dovrà essere verificato e, nel caso sia confermato, dovrà seguire un intervento forte da parte della Presidenza del Senato a tutela, non di noi che siamo qui pro tempore, ma del Parlamento che c'è sempre rispetto ai cittadini e alla democrazia rappresentativa.
Sulla ipotizzata vendita di ACEA da parte del Comune di Roma
PEDICA (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, desidero mettere in evidenza i fatti accaduti ieri davanti alla sede di una società di proprietà della famiglia Caltagirone, contro la quale sono state lanciate in segno di protesta alcune lattine di vernice blu.
Questo atto rappresenta un fatto deprecabile, ma solleva un problema che riguarda il Comune di Roma. IL PD per primo, insieme a tante altre forze che non sono presenti all'interno dello stesso Comune, stanno cercando di far capire al sindaco Alemanno che non si può procedere alla vendita - o alla svendita - di un patrimonio del Comune di Roma e società per azioni e quotata in borsa: l'ACEA.
Tre anni fa l'ACEA stava per diventare la più grande multiutility locale d'Italia: oggi è ridotta ad un colabrodo. Ebbene, se si fosse voluto vendere questo colabrodo, sarebbe stato meglio farlo quand'era un gioiello e non in questo momento, in cui la società è ridotta ai minimi storici. Per questo bisognerebbe parlare di svendita, termine usato spesso da noi dell'Italia dei Valori e dal Partito Democratico. Svendere questi patrimoni non è sicuramente un atto corretto, anche da parte di un sindaco che vuole mantenere dei gioielli. Casomai, si tratterebbe di recuperarli e valorizzarli. Parlo anche dell'ATAC e del COTRAL. Lo rilevo, tra l'altro, in un momento di alta tensione; lo stesso Ministro dell'interno ha più volte rimarcato la necessità di non alimentare ancora più certi disagi.
Il sindaco Alemanno ha fatto esattamente il contrario di quanto chiesto dal ministro Cancellieri, dicendo, con riferimento alle persone che hanno compiuto quell'atto, che condanniamo: «quei dementi che hanno fatto l'assalto (alla società del gruppo Caltagirone) hanno pure sbagliato obiettivo». Ha usato proprio queste parole. Ed ha aggiunto: «Non si può continuare su questa strada perché si crea inevitabilmente un clima di tensione in città con il rischio che alcuni deficienti interpretino in maniera sbagliata certi messaggi».
Ora, posso capire che un giornalaio o il portiere di un palazzo possano utilizzare questi termini, ma - come ha detto il ministro Cancellieri - viviamo in una situazione particolare in cui anche queste parole possono scatenare una scintilla. Pertanto, occorre far capire al sindaco di Roma che indossa una fascia, il tricolore, che rappresenta la città di Roma e che forse le sue parole - come afferma il Ministro - possono accendere altre scintille, che - ripeto - condanniamo. Condanniamo quell'episodio, ma condanniamo anche chi provoca le persone con queste frasi.
PRESIDENTE. Senatore Pedica, in questa sede non posso esprimermi sul merito della questione da lei sollevata, che riguarda il Consiglio comunale, ma solo auspicare quanto da lei manifestato nel suo intervento. A Roma come ovunque tutte le battaglie sono legittime se sono condotte senza alcuna forma di intolleranza e di violenza. Chi è nelle istituzioni, in particolare, tanto più in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, deve cercare di dare un contributo affinché i toni siano bassi e non alti e gli scontri, anche duri, avvengano nel merito e non contro le persone.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l'ordine del giorno già stampato e distribuito.
La seduta è tolta (ore 14,05).
Allegato A
MOZIONI
Mozioni sulla normativa relativa alle fonti energetiche rinnovabili
(1-00600) (03 aprile 2012)
V. testo 2
VICARI, FLUTTERO, FERRANTE, CURSI, CIARRAPICO, IZZO, MESSINA, PICCONE, D'ALI', ALICATA, BONDI, CORONELLA, GALLONE, NANIA, NESSA, ORSI. - Il Senato,
premesso che:
lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili è cruciale e necessario per il rispetto degli obiettivi europei sottoscritti dall'Italia in tema di energia. Un settore strategico non solo per il raggiungimento degli obiettivi nel 2020 ma anche dei nuovi obiettivi al 2030 fissati dalla Commissione europea e la road map al 2050 già approvata dall'Unione europea;
il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, approvato il 3 marzo 2011 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 28 marzo 2011, n. 28 del 2011, ha introdotto numerosi elementi di innovazione nel mondo dell'incentivazione. Il testo infatti è intervenuto sull'intera filiera della produzione elettrica delle fonti rinnovabili generando degli effetti sulle strutture già realizzate, su quelle in progetto e su quelle future;
il decreto legislativo n. 28 del 2011 ha di fatto stabilito i criteri generali e specifici dell'incentivazione post-2012, ma ha rinviato in toto la materia a successivi decreti attuativi, da adottarsi entro 6 mesi dall'entrata in vigore del decreto e dunque entro la fine di settembre 2011. Prevede inoltre la ridefinizione dell'architettura dei valori dei sistemi incentivanti destinati agli impianti a fonte rinnovabile, esclusa la fonte fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013;
nell'attuazione delle previsioni normative dovranno quindi essere disciplinati: i valori degli incentivi per gli impianti che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, gli incentivi a base d'asta, i valori di potenza sia per fonte che per tecnologia degli impianti sottoposti alle procedure d'asta; le modalità di selezione da parte del Gestore dei servizi energetici dei soggetti aventi diritto all'incentivo attraverso le procedure d'asta; le modalità di calcolo e di applicazione degli incentivi per le produzioni imputabili a fonti rinnovabili in centrali ibride; le modalità con le quali è modificato il meccanismo di scambio sul posto per gli impianti, anche già in esercizio, che accedono a tale servizio al fine di semplificarne la fruizione;
considerato che:
non sono ancora stati definiti dal Governo i decreti attuativi; i ritardi nell'adozione della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche sono ormai insostenibili per il comparto produttivo: mancando infatti questa normativa, gli investitori sia italiani che esteri stanno perdendo la fiducia nel nostro Paese e di fatto si stanno annullando i grandi risultati ottenuti dal settore negli ultimi cinque anni;
sono intervenute recentemente alcune delle più importanti associazioni di settore per denunciare su primari organi di stampa a livello nazionale, come questo ritardo nell'attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011 stia inducendo al blocco di gran parte degli investimenti. Oltre alla richiesta di una tempestiva emanazione dei numerosi decreti attuativi, è stato chiesto con una lettera aperta al Governo che venga previsto anche lo slittamento di un anno dell'entrata in vigore dei nuovi meccanismi di incentivazione, proprio perché tale soluzione consentirebbe una programmazione più efficace degli investimenti, evitando in qualche modo i rilevanti danni per il settore;
anche l'Associazione dei Comuni italiani è intervenuta sull'argomento sostenendo che: la scadenza del 1° gennaio 2013 prevista dalla legge per la cessazione della precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) è pericolosamente vicina e la mancata emanazione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo della nostra economia. In assenza dell'emanazione dei decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico (per il quale esiste il cosiddetto conto energia fotovoltaico), lo stato di incertezza sulla struttura di incentivazione di riferimento sta bloccando significativi investimenti, anche da parte dei Comuni, in materia di rinnovabili,
impegna il Governo:
1) ad istituire un tavolo di confronto aperto e strutturato tra Governo ed operatori, che possa avvalersi anche di componenti delle Commissioni parlamentari competenti, sul tema degli incentivi, finalizzato a calibrare i sistemi di sostegno tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;
2) ad assumere iniziative al fine di garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti tale da garantire lo stesso arco temporale tra approvazione dei decreti e l'attivazione delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011;
3) ad intervenire in tempi rapidi, in esito all'attività del tavolo di confronto, nell'emanazione dei decreti attuativi ai sensi dell'art. 24 "Meccanismi di incentivazione" del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche.
(1-00600) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
VICARI, FLUTTERO, FERRANTE, CURSI, CIARRAPICO, IZZO, MESSINA, PICCONE, D'ALI', ALICATA, BONDI, CORONELLA, GALLONE, NANIA, NESSA, ORSI. - Il Senato,
premesso che:
lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili è cruciale e necessario per il rispetto degli obiettivi europei sottoscritti dall'Italia in tema di energia. Un settore strategico non solo per il raggiungimento degli obiettivi nel 2020 ma anche dei nuovi obiettivi al 2030 fissati dalla Commissione europea e la road map al 2050 già approvata dall'Unione europea;
il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, approvato il 3 marzo 2011 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 28 marzo 2011, n. 28 del 2011, ha introdotto numerosi elementi di innovazione nel mondo dell'incentivazione. Il testo infatti è intervenuto sull'intera filiera della produzione elettrica delle fonti rinnovabili generando degli effetti sulle strutture già realizzate, su quelle in progetto e su quelle future;
il decreto legislativo n. 28 del 2011 ha di fatto stabilito i criteri generali e specifici dell'incentivazione post-2012, ma ha rinviato in toto la materia a successivi decreti attuativi, da adottarsi entro 6 mesi dall'entrata in vigore del decreto e dunque entro la fine di settembre 2011. Prevede inoltre la ridefinizione dell'architettura dei valori dei sistemi incentivanti destinati agli impianti a fonte rinnovabile, esclusa la fonte fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013;
nell'attuazione delle previsioni normative dovranno quindi essere disciplinati: i valori degli incentivi per gli impianti che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, gli incentivi a base d'asta, i valori di potenza sia per fonte che per tecnologia degli impianti sottoposti alle procedure d'asta; le modalità di selezione da parte del Gestore dei servizi energetici dei soggetti aventi diritto all'incentivo attraverso le procedure d'asta; le modalità di calcolo e di applicazione degli incentivi per le produzioni imputabili a fonti rinnovabili in centrali ibride; le modalità con le quali è modificato il meccanismo di scambio sul posto per gli impianti, anche già in esercizio, che accedono a tale servizio al fine di semplificarne la fruizione;
considerato che:
non sono ancora stati definiti dal Governo i decreti attuativi; i ritardi nell'adozione della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche sono ormai insostenibili per il comparto produttivo: mancando infatti questa normativa, gli investitori sia italiani che esteri stanno perdendo la fiducia nel nostro Paese e di fatto si stanno annullando i grandi risultati ottenuti dal settore negli ultimi cinque anni;
sono intervenute recentemente alcune delle più importanti associazioni di settore per denunciare su primari organi di stampa a livello nazionale, come questo ritardo nell'attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011 stia inducendo al blocco di gran parte degli investimenti. Oltre alla richiesta di una tempestiva emanazione dei numerosi decreti attuativi, è stato chiesto con una lettera aperta al Governo che venga previsto anche lo slittamento di un anno dell'entrata in vigore dei nuovi meccanismi di incentivazione, proprio perché tale soluzione consentirebbe una programmazione più efficace degli investimenti, evitando in qualche modo i rilevanti danni per il settore;
anche l'Associazione dei Comuni italiani è intervenuta sull'argomento sostenendo che: la scadenza del 1° gennaio 2013 prevista dalla legge per la cessazione della precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) è pericolosamente vicina e la mancata emanazione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo della nostra economia. In assenza dell'emanazione dei decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico (per il quale esiste il cosiddetto conto energia fotovoltaico), lo stato di incertezza sulla struttura di incentivazione di riferimento sta bloccando significativi investimenti, anche da parte dei Comuni, in materia di rinnovabili,
impegna il Governo:
1) ad istituire un tavolo di confronto aperto e strutturato tra Governo ed operatori, che possa avvalersi anche di componenti delle Commissioni parlamentari competenti, sul tema degli incentivi, finalizzato a calibrare i sistemi di sostegno tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;
2) a valutare la possibilità di garantire, a seguito di una valutazione costi-benefici, una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti fino a coprire l'arco temporale dall'approvazione dei decreti alla entrata in vigore delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011 e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti;
3) ad intervenire in tempi rapidi, in esito all'attività del tavolo di confronto, nell'emanazione dei decreti attuativi ai sensi dell'art. 24 "Meccanismi di incentivazione" del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche.
(1-00623) (08 maggio 2012)
Approvata
VIESPOLI, FLERES, CASTIGLIONE, CENTARO, FERRARA, POLI BORTONE, CARRARA, FILIPPI Alberto, MENARDI, PALMIZIO, PISCITELLI, SAIA, VILLARI. - Il Senato,
premesso che:
nel campo dell'energia elettrica ottenuta tramite fonti rinnovabili l'Unione europea ha da tempo provveduto a definire un ordinamento normativo chiaro ed esaustivo, allo scopo approvando specificatamente la direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità. Tale direttiva è stata successivamente sostituita dalla direttiva 2009/28/CE, recepita con decreto legislativo n. 28 del 2011;
il decreto legislativo definisce il quadro giuridico, gli strumenti ed i sistemi di incentivazione necessari per raggiungere entro il 2020 l'obiettivo vincolante, imposto dall'Unione europea per l'Italia, della quota del 17 per cento di fonti energetiche rinnovabili sui consumi energetici nazionali, perseguendo due finalità essenziali: a) la semplificazione delle procedure di autorizzazione alla costruzione e all'esercizio degli impianti di produzione di energia; b) il riordino del sistema degli incentivi sulla base di criteri di efficacia, in relazione all'incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili e di sostenibilità, in relazione agli oneri a carico dei consumatori finali, famiglie e imprese;
l'Unione europea riconosce la necessità di promuovere in via prioritaria le fonti energetiche rinnovabili, attribuendo a tali fonti un'importanza strategica per la protezione dell'ambiente, lo sviluppo sostenibile e la lotta ai cambiamenti climatici e anche ai fini del raggiungimento della sicurezza degli approvvigionamenti energetici nell'ambito del mercato interno dell'elettricità;
oltre a puntare sul risparmio e sull'efficienza energetica, sia nei trasporti sia nei consumi di energia elettrica e calorica, l'obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti si può efficacemente conseguire soprattutto sfruttando l'energia solare, la fonte energetica rinnovabile più compatibile con le caratteristiche geografiche e paesaggistiche del Paese che gode di un'insolazione ampiamente superiore rispetto ad altri Paesi europei, come la Germania, che puntano più dell'Italia sull'approvvigionamento energetico dal settore fotovoltaico;
lo sviluppo del settore delle fonti energetiche rinnovabili e l'indotto ad esso connesso, specialmente nell'attuale momento di crisi economica, creano occupazione locale e hanno un impatto positivo sulla coesione sociale;
uno degli esempi più virtuosi in questo campo è rappresentato proprio dal settore fotovoltaico, che nel Paese è composto da circa 1.000 aziende, 15.000 posti di lavoro diretti ed oltre 100.000 indiretti, con una stima di volume d'affari nel 2010 compresa tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. Soprattutto il settore del fotovoltaico a concentrazione è oggi in forte fermento e si stanno sviluppando, anche nel Paese, tecnologie innovative, interamente italiane, che, se supportate dagli atti necessari per promuoverne lo sviluppo, possono adeguatamente maturare e trovare un definitivo sbocco industriale e commerciale a tutto vantaggio del «sistema Paese»;
la Commissione europea, in data 31 gennaio 2011, ha adottato una comunicazione in cui invita gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, causa di incertezza sul mercato e di congelamento degli investimenti;
il decreto legislativo n. 28 del 2011, oltre a prevedere la ridefinizione dell'architettura dei valori dei sistemi incentivanti destinati agli impianti a fonte rinnovabile, esclusa la fonte fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, ha stabilito i criteri generali e specifici dell'incentivazione a partire dal 2012, ma ha rinviato la materia a successivi decreti attuativi che non sono ancora stati definiti dal Governo. I ritardi circa l'adozione della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche non sono più procrastinabili per il comparto produttivo. La mancanza di questa normativa, infatti, sta facendo perdere la fiducia nel Paese sia agli investitori italiani che a quelli esteri e, di fatto, si stanno annullando i grandi risultati ottenuti dal settore negli ultimi anni;
occorre pervenire quanto più rapidamente possibile alla definizione dei criteri e dei valori degli incentivi alle fonti rinnovabili, in modo da offrire un quadro certo agli operatori del settore; occorre, altresì, che tali criteri e valori siano determinati in modo da assicurare una prospettiva di crescita di lungo termine al settore medesimo, che ne consenta il radicamento nell'economia reale e favorisca le ricadute positive sul sistema industriale,
impegna il Governo:
1) a definire, in tempi rapidi e previo confronto con tutti gli operatori del settore, i decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili (il cosiddetto conto energia fotovoltaico) la cui mancanza sta creando una situazione di incertezza che penalizza fortemente un settore importante e innovativo dell'economia;
2) a determinare gli incentivi previsti in modo tale da armonizzarli con il livello di incentivazione adottato nei principali Paesi dell'Unione europea;
3) a definire un sistema di incentivazione che garantisca nel Paese una prospettiva di crescita di lungo termine, consenta un maggior radicamento nell'economia reale e favorisca le ricadute positive sul sistema produttivo nazionale;
4) a rendere ancor più trasparente l'impatto delle agevolazioni sui costi dell'energia elettrica di famiglie e imprese;
5) a prevedere che il regime agevolativo permanga fino al raggiungimento di quote di produzione significative, anche per far fronte alla costante oscillazione dei prezzi dei prodotti petroliferi.
(1-00624) (08 maggio 2012)
V. testo 2
PINZGER, THALER AUSSERHOFER, PETERLINI, FOSSON, CARRARA, FILIPPI Alberto, SANTINI, GIAI, OLIVA. - Il Senato,
premesso che:
le energie rinnovabili sono un pilastro fondamentale della strategia energetica italiana, un settore che va salvaguardato anche in quanto si è rivelato uno dei pochi in grado di contrastare la crisi economica;
l'Italia ha aderito al cosiddetto Pacchetto clima-energia "20-20-20" (direttiva 2009/28/CE), con il decreto legislativo n. 28 del 2011, nato per creare uno scenario energetico europeo più sostenibile e sicuro, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, l'aumento del ricorso a energie rinnovabili e la maggior efficienza energetica;
considerato che:
non sono ancora stati definiti i decreti attuativi che dovrebbero regolare gli incentivi per gli impianti a fonti rinnovabili;
a fronte di tale lacuna normativa, gli investitori italiani e stranieri hanno drasticamente ridotto la loro spinta ad investire nel settore, specialmente nell'ultimo anno, con preannuncio di notevoli variazioni per le tariffe incentivanti;
per le motivazioni illustrate in premessa, è assolutamente necessario che nel decreto che regolerà il Quinto Conto Energia si prevedano norme a tutela dell'industria fotovoltaica italiana,
impegna il Governo:
1) a ripristinare i premi sugli impianti che installano componenti realizzati nell'Unione europea, come stabilito dal Quarto Conto Energia;
2) ad introdurre un bonus fiscale sugli utili reinvestiti in impianti fotovoltaici con tecnologia italiana, in particolare con un sistema che, tramite la detassazione dell'utile realizzato dai titolari di impianti ammessi ai conti energia precedenti, consenta a tali soggetti di autofinanziare la realizzazione di nuovi impianti, impiegando il risparmio d'imposta di cui essi beneficiano nell'ambito della realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici, realizzati con componentistica e tecnologia nazionale;
3) a promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative;
4) a semplificare lo strumento del registro per tutti gli impianti fotovoltaici, limitandolo ad impianti superiori a 200 chilowatt di potenza, in modo da non appesantire gli adempimenti burocratici per gli operatori e gli utenti, ma contrastando in ogni caso eventuali fenomeni di tipo speculativo legati alla realizzazione di impianti di taglia superiore;
5) a mantenere il tetto di spesa a 7 miliardi di euro, in quanto un target d'incentivazione residua a 500 milioni di euro, come previsto dall'attuale schema di decreto, non sarà in grado di far transitare le imprese del settore verso l'uscita del sistema di supporto vigente in vista del raggiungimento della Grid Parity (ovvero il punto in cui l'energia elettrica prodotta con metodi alternativi/energie rinnovabili raggiunge lo stesso prezzo dell'energia tradizionale/rete elettrica);
6) a rendere retroattivi gli investimenti e a tutelarli, introducendo nel contempo una norma di salvaguardia che garantisca la tariffa del Quarto Conto Energia erogata per gennaio 2013, a condizione che tali impianti entrino in esercizio entro la data di entrata in vigore del Quinto Conto Energia;
7) a regolare le tariffe, prevedendo una rivalutazione inflattiva sulla quota parte della tariffa omnicomprensiva, pari alla quota "energia", considerata la drastica e repentina riduzione delle tariffe presenti nel Quinto Conto Energia, nonché la trasformazione delle stesse in omnicomprensive.
(1-00624) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
PINZGER, THALER AUSSERHOFER, PETERLINI, FOSSON, CARRARA, FILIPPI Alberto, SANTINI, GIAI, OLIVA. - Il Senato,
premesso che:
le energie rinnovabili sono un pilastro fondamentale della strategia energetica italiana, un settore che va salvaguardato anche in quanto si è rivelato uno dei pochi in grado di contrastare la crisi economica;
l'Italia ha aderito al cosiddetto Pacchetto clima-energia "20-20-20" (direttiva 2009/28/CE), con il decreto legislativo n. 28 del 2011, nato per creare uno scenario energetico europeo più sostenibile e sicuro, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2, l'aumento del ricorso a energie rinnovabili e la maggior efficienza energetica;
considerato che:
non sono ancora stati definiti i decreti attuativi che dovrebbero regolare gli incentivi per gli impianti a fonti rinnovabili;
a fronte di tale lacuna normativa, gli investitori italiani e stranieri hanno drasticamente ridotto la loro spinta ad investire nel settore, specialmente nell'ultimo anno, con preannuncio di notevoli variazioni per le tariffe incentivanti;
per le motivazioni illustrate in premessa, è assolutamente necessario che nel decreto che regolerà il Quinto Conto Energia si prevedano norme a tutela dell'industria fotovoltaica italiana,
impegna il Governo:
1) a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione Europea, con relativi sistemi di controllo; 2) a promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative.
(1-00625) (08 maggio 2012)
V. testo 2
D'ALIA, SBARBATI, FISTAROL, GIAI, GALIOTO, GUSTAVINO, MUSSO, SERRA, VIZZINI. - Il Senato,
premesso che:
la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e delle tecnologie tese alla riduzione delle emissioni inquinanti costituisce, oltre che un impegno assunto dall'Italia in seno alla comunità internazionale e nell'ambito delle politiche energetiche comunitarie, una sfida strategica per il futuro del Paese;
la politica energetica nazionale va orientata alla creazione di un «paniere» ampio di fonti energetiche, che coniughi sicurezza dell'approvvigionamento, tutela dell'ambiente, efficienza e competitività del sistema economico, cogliendo le opportunità di sviluppo e innovazione della cosiddetta green economy;
la direttiva comunitaria 2009/28/CE stabilisce un quadro comune per la promozione dell'energia da fonti rinnovabili e fissa al 20 per cento la quota minima di energia da fonti rinnovabili da consumare nell'Unione europea entro il 2020, assegnando a ciascuno Stato membro un obiettivo nazionale da raggiungere entro tale data. Al fine di consentire tale obiettivo, gli Stati membri sono autorizzati ad adottare, tra l'altro, regimi di sostegno atti a promuovere l'uso di tali forme di energia. Per quanto riguarda l'Italia, la quota di consumo di energia da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2020 è fissata al 17 per cento;
la legge comunitaria 4 giugno 2010, n. 96, ha stabilito, all'articolo 17, i principi e i criteri direttivi cui avrebbe dovuto attenersi il legislatore nella predisposizione del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2009/28/CE. Tali principi includono, tra l'altro, la necessità di «adeguare e potenziare il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza e del risparmio energetico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche mediante l'abrogazione totale o parziale delle vigenti disposizioni in materia, l'armonizzazione e il riordino delle disposizioni di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, e alla legge 24 dicembre 2007, n. 244»;
il 31 gennaio 2011 la Commissione europea ha adottato una comunicazione in cui invitava gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, che sono causa di incertezze del mercato e di congelamento degli investimenti; in base a tali principi, gli Stati membri dovranno tenere conto e garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio, in modo da salvaguardare la convenienza dell'investimento complessivo nel tempo;
premesso altresì che:
il decreto legislativo n. 28 del 2011, in attuazione della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili e nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge 4 giugno 2010, n. 96, ha definito gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico, necessari per il raggiungimento degli obiettivi fino al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia e di quota di energia da fonti rinnovabili nei trasporti;
il comma 5 dell'art 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 rimette, però, a decreti attuativi del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e, per i profili di competenza, con il Ministro delle politiche agricole e forestali, sentite l'Autorità per l'energia elettrica e il gas e la Conferenza unificata, la definizione delle modalità per l'attuazione dei sistemi di incentivazione, post 2012, di cui al medesimo articolo, nel rispetto dei criteri in esso individuati;
sono trascorsi i sei mesi previsti dall'art. 24, comma 6, del decreto legislativo n. 28 del 2011 per l'adozione dei decreti attuativi della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche senza che essi siano stati adottati. Questa situazione di incertezza, disincentivando investimenti italiani ed esteri, sta compromettendo gravemente l'intero sistema produttivo e i risultati sino ad oggi raggiunti;
a ciò si aggiunga che, il 1° gennaio 2013, scadrà la precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) e la mancata adozione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di insicurezza tale da bloccare significativi investimenti;
considerato che:
nel Paese, terra di conquista di multinazionali straniere, si è verificata un'opera selvaggia di installazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ha indotto alcune Regioni e enti locali ad adottare appositi provvedimenti di divieto di realizzare impianti fotovoltaici e altri impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili con moduli ubicati al suolo, qualora gli stessi non siano finalizzati alla produzione di energia per la conduzione dell'azienda agricola;
il sistema incentivante "in conto energia", che ha consentito il decollo accelerato della filiera fotovoltaica, ha prodotto fenomeni speculativi legati all'installazione di vere e proprie centrali elettriche fotovoltaiche in aree agricole, formate da distese di pannelli, disposti in file parallele, sopraelevati rispetto al piano della campagna, e installate su terreni di fatto sottratti alla produzione agricola; si veda la speculazione determinata dal decreto-legge n. 105 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 129 del 2010, cosiddetto Salva Alcoa, che ha prodotto quella che è stata ribattezzata la "corsa agli incentivi" e che ha consentito in Italia rendite agli investitori del fotovoltaico al di sopra del 20 per cento;
la localizzazione spesso non adeguata e scarsamente controllata dei suddetti impianti, oltre ad incidere negativamente sulla produttività agricola, interrompe la continuità paesaggistica dei luoghi, compromettendo il valore aggiunto dei prodotti agricoli che sono legati intimamente alla qualità del territorio;
questo ha fatto sì che si ritenesse necessario intervenire, in seno al cosiddetto decreto liberalizzazioni - decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 - stabilendo, all'art. 65, che "Agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole non è consentito l'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28". Si intende così scongiurare la corsa all'accaparramento dei terreni agricoli per la realizzazione di grandi impianti con sottrazione degli stessi alle coltivazioni e con pregiudizio per la tutela paesaggistica;
premesso altresì che:
dal 1° maggio le tariffe dell'elettricità corrisposte dai consumatori finali sono aumentate del 4,3 per cento, con aggravio di spesa per ogni famiglia di 21,44 euro l'anno. L'aumento è il frutto dell'adeguamento di quella parte di tariffa che copre i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili e assimilate, la cosiddetta componente "A3";
l'adeguamento conferma le stime del 30 marzo 2012 (incremento del 4 per cento circa), quando l'Autorità per l'energia elettrica e il gas aveva approvato l'aggiornamento del secondo trimestre 2012 per le sole componenti legate alla materia prima, alle tariffe di rete e agli oneri di dispacciamento (incremento del 5,8 per cento) e aveva poi annunciato che, a fine aprile, si sarebbe reso necessario un ulteriore incremento;
i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili costituiscono una parte relativamente esigua del prezzo dell'energia: infatti, circa il 10 per cento della bolletta elettrica è legato agli incentivi alle rinnovabili, mentre il restante 90 per cento è imputabile al costo dell'acquisto di petrolio e carbone, ai guadagni delle imprese, ai sussidi al nucleare e ad altre voci, come il cosiddetto CIP6, oltre all'IVA e alle tasse;
anche se si riducesse quindi il valore degli incentivi per il fotovoltaico non si registrerebbe necessariamente la riduzione della bolletta perché, se rimangono fisse le importazioni con il prezzo attuale del petrolio e del gas, si continuerebbe a registrare comunque un prezzo alto;
al contrario, man mano che, invece, aumenta la quota di fonti rinnovabili nel portafoglio energetico si riduce il fabbisogno di importazione di petrolio e di gas naturale;
premesso altresì che:
permane quindi l'esigenza di intervenire in un sistema normativo - quale è quello relativo agli incentivi della produzione di energia da fonti rinnovabili - che, alla luce delle recenti riforme, è ancora considerato farraginoso e distorsivo;
quanto premesso ha indotto il Governo ad avviare un processo per una rinnovata programmazione degli incentivi;
il decreto ministeriale 5 maggio 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 109 del 12 maggio 2011, come previsto dal decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, conosciuto come "Quarto Conto Energia", stabilisce i criteri per incentivare la produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici e lo sviluppo di tecnologie innovative per la conversione fotovoltaica. Esso è riservato agli impianti di potenza non inferiore a 1 kW che entrano in esercizio dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016;
ad oggi, il Governo Monti ha deciso di porre un limite anche al "Quarto Conto Energia", in vigore da appena un anno, mettendosi al lavoro sul Quinto, attualmente in fase di revisione da parte delle Regioni;
tutto questo mentre nel 2011 in Italia si è registrato il record mondiale per impianti in esercizio: 9.37 GW di potenza, circa il 34 per cento del totale;
la proposta definisce i nuovi incentivi per l'energia fotovoltaica (Quinto Conto Energia) e per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse, biogas), mirando ad allineare gli incentivi alla media europea, con un taglio significativo degli incentivi attualmente previsti per il fotovoltaico. Raggiungere e superare gli obiettivi europei delle energie rinnovabili fissati per il 2020 attraverso una crescita virtuosa, basata su un sistema di incentivazione equilibrato e vantaggioso per il sistema Paese e tale da ridurre l'impatto sulle bollette di cittadini e imprese: queste le principali finalità;
in questo momento delicato per il Paese è necessario avere la forza di superare i particolarismi e di promuovere un approccio complessivo alle problematiche energetiche condividendo le finalità del Governo di ridurre i costi in bolletta per le famiglie e di premiare le tecnologie in grado di sviluppare lavoro in italia; in particolare gli impianti di piccola taglia, minori di 1 MW, che rappresentano una straordinaria opportunità di sviluppo territoriale impiegando per la costruzione e gestione quasi esclusivamente lavoro di origine italiana;
solo una politica incentrata sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica potrà garantire nei prossimi anni reali vantaggi (i benefici di medio e lungo periodo, quali una maggiore occupazione, export netto dell'industria e una riduzione del prezzo di picco dell'energia sono stimati nell'ordine di quasi 80 miliardi di euro nei prossimi vent'anni da autorevoli studi condotti dall'Università Bocconi) e una uscita dalla attuale situazione di dipendenza energetica. Tutto ciò dovrà avvenire però contrastando gli intenti speculativi, ad oggi fin troppo frequenti, e adottando un sistema di incentivazione che premi l'efficienza e chi innova e inquina meno,
impegna il Governo:
1) ad intervenire in tempi rapidi, al fine di adottare i decreti attuativi di cui all'art. 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche;
2) a garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti tale da garantire lo stesso arco temporale tra approvazione dei decreti e l'attivazione delle nuove modalità previste dal decreto legislativo n. 28 del 2011;
3) in sede di adozione del cosiddetto "Quinto conto energia" a stabilire i criteri di sostenibilità del settore, salvaguardia degli investimenti in corso e promozione dell'industria e dell'occupazione attraverso, in particolare, lo sviluppo della filiera produttiva nazionale ed europea dell'energia solare, istituendo, tra l'altro, un premio Made in Europe, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro;
4) a riconfermare la premialità nella sostituzione delle coperture in amianto con impianti fotovoltaici in quanto i buoni risultati finora conseguiti sono da sviluppare ulteriormente per dare una certezza di tutela della salute a tutti i cittadini, che questa norma sta realizzando nel concreto e su vasta scala;
5) a procedere ad una riorganizzazione e rimodulazione del sistema di incentivi alle fonti rinnovabili, e a convocare un tavolo di concertazione con gli operatori di settore, le associazioni di categoria e gli enti locali, per la definizione della nuova disciplina, tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;
6) a contenere i costi delle famiglie per i consumi elettrici imputabili, anche, al sostegno agli incentivi per le rinnovabili;
7) a dare impulso a misure atte a disincentivare i comportamenti speculativi degli operatori, in particolare quelli orientati a realizzare investimenti esclusivamente indirizzati a logiche finanziarie;
8) ad adottare provvedimenti più incisivi volti al perseguimento degli obiettivi europei sull'energia prodotta dalle fonti rinnovabili;
9) a promuovere le attività di ricerca nel settore delle fonti rinnovabili;
10) a provvedere ad integrare il quadro normativo e/o a modificarlo ai fini di un adeguato contemperamento dei diversi interessi in campo nonché al fine di contenere, in particolare, l'irreversibile trasformazione del paesaggio agrario, impedendo il consumo indiscriminato di suolo agricolo, fattore non rinnovabile di produzione, e salvaguardare, altresì, l'ambiente, il paesaggio, la biodiversità ed i beni culturali;
11) più in generale, ad elaborare un nuovo Piano energetico nazionale in grado di dare certezza sugli obiettivi fondamentali della sicurezza degli approvvigionamenti, della crescita, dell'autonomia energetica, del contenimento e riallineamento dei costi dell'energia alla media europea, del soddisfacimento degli impegni europei in tema di riduzione della CO2, di sviluppo delle fonti rinnovabili, dell'efficienza e del risparmio energetico.
(1-00625) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
D'ALIA, SBARBATI, FISTAROL, GIAI, GALIOTO, GUSTAVINO, MUSSO, SERRA, VIZZINI. - Il Senato,
premesso che:
la promozione delle fonti energetiche rinnovabili e delle tecnologie tese alla riduzione delle emissioni inquinanti costituisce, oltre che un impegno assunto dall'Italia in seno alla comunità internazionale e nell'ambito delle politiche energetiche comunitarie, una sfida strategica per il futuro del Paese;
la politica energetica nazionale va orientata alla creazione di un «paniere» ampio di fonti energetiche, che coniughi sicurezza dell'approvvigionamento, tutela dell'ambiente, efficienza e competitività del sistema economico, cogliendo le opportunità di sviluppo e innovazione della cosiddetta green economy;
la direttiva comunitaria 2009/28/CE stabilisce un quadro comune per la promozione dell'energia da fonti rinnovabili e fissa al 20 per cento la quota minima di energia da fonti rinnovabili da consumare nell'Unione europea entro il 2020, assegnando a ciascuno Stato membro un obiettivo nazionale da raggiungere entro tale data. Al fine di consentire tale obiettivo, gli Stati membri sono autorizzati ad adottare, tra l'altro, regimi di sostegno atti a promuovere l'uso di tali forme di energia. Per quanto riguarda l'Italia, la quota di consumo di energia da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2020 è fissata al 17 per cento;
la legge comunitaria 4 giugno 2010, n. 96, ha stabilito, all'articolo 17, i principi e i criteri direttivi cui avrebbe dovuto attenersi il legislatore nella predisposizione del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2009/28/CE. Tali principi includono, tra l'altro, la necessità di «adeguare e potenziare il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza e del risparmio energetico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche mediante l'abrogazione totale o parziale delle vigenti disposizioni in materia, l'armonizzazione e il riordino delle disposizioni di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, e alla legge 24 dicembre 2007, n. 244»;
il 31 gennaio 2011 la Commissione europea ha adottato una comunicazione in cui invitava gli Stati membri ad incoraggiare le politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, scoraggiando esplicitamente strumenti normativi retroattivi, che sono causa di incertezze del mercato e di congelamento degli investimenti; in base a tali principi, gli Stati membri dovranno tenere conto e garantire un'equa remunerazione dei costi di investimento e di esercizio, in modo da salvaguardare la convenienza dell'investimento complessivo nel tempo;
premesso altresì che:
il decreto legislativo n. 28 del 2011, in attuazione della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili e nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge 4 giugno 2010, n. 96, ha definito gli strumenti, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico, necessari per il raggiungimento degli obiettivi fino al 2020 in materia di quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia e di quota di energia da fonti rinnovabili nei trasporti;
il comma 5 dell'art 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 rimette, però, a decreti attuativi del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e, per i profili di competenza, con il Ministro delle politiche agricole e forestali, sentite l'Autorità per l'energia elettrica e il gas e la Conferenza unificata, la definizione delle modalità per l'attuazione dei sistemi di incentivazione, post 2012, di cui al medesimo articolo, nel rispetto dei criteri in esso individuati;
sono trascorsi i sei mesi previsti dall'art. 24, comma 6, del decreto legislativo n. 28 del 2011 per l'adozione dei decreti attuativi della disciplina sui nuovi sistemi incentivanti per le fonti energetiche rinnovabili elettriche senza che essi siano stati adottati. Questa situazione di incertezza, disincentivando investimenti italiani ed esteri, sta compromettendo gravemente l'intero sistema produttivo e i risultati sino ad oggi raggiunti;
a ciò si aggiunga che, il 1° gennaio 2013, scadrà la precedente normativa in materia di incentivi per le fonti di energia rinnovabile (eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico) e la mancata adozione dei decreti attuativi di incentivazione alle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico sta creando una situazione di insicurezza tale da bloccare significativi investimenti;
considerato che:
nel Paese, terra di conquista di multinazionali straniere, si è verificata un'opera selvaggia di installazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ha indotto alcune Regioni e enti locali ad adottare appositi provvedimenti di divieto di realizzare impianti fotovoltaici e altri impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili con moduli ubicati al suolo, qualora gli stessi non siano finalizzati alla produzione di energia per la conduzione dell'azienda agricola;
il sistema incentivante "in conto energia", che ha consentito il decollo accelerato della filiera fotovoltaica, ha prodotto fenomeni speculativi legati all'installazione di vere e proprie centrali elettriche fotovoltaiche in aree agricole, formate da distese di pannelli, disposti in file parallele, sopraelevati rispetto al piano della campagna, e installate su terreni di fatto sottratti alla produzione agricola; si veda la speculazione determinata dal decreto-legge n. 105 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 129 del 2010, cosiddetto Salva Alcoa, che ha prodotto quella che è stata ribattezzata la "corsa agli incentivi" e che ha consentito in Italia rendite agli investitori del fotovoltaico al di sopra del 20 per cento;
la localizzazione spesso non adeguata e scarsamente controllata dei suddetti impianti, oltre ad incidere negativamente sulla produttività agricola, interrompe la continuità paesaggistica dei luoghi, compromettendo il valore aggiunto dei prodotti agricoli che sono legati intimamente alla qualità del territorio;
questo ha fatto sì che si ritenesse necessario intervenire, in seno al cosiddetto decreto liberalizzazioni - decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 - stabilendo, all'art. 65, che "Agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole non è consentito l'accesso agli incentivi statali di cui al decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28". Si intende così scongiurare la corsa all'accaparramento dei terreni agricoli per la realizzazione di grandi impianti con sottrazione degli stessi alle coltivazioni e con pregiudizio per la tutela paesaggistica;
premesso altresì che:
dal 1° maggio le tariffe dell'elettricità corrisposte dai consumatori finali sono aumentate del 4,3 per cento, con aggravio di spesa per ogni famiglia di 21,44 euro l'anno. L'aumento è il frutto dell'adeguamento di quella parte di tariffa che copre i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili e assimilate, la cosiddetta componente "A3";
l'adeguamento conferma le stime del 30 marzo 2012 (incremento del 4 per cento circa), quando l'Autorità per l'energia elettrica e il gas aveva approvato l'aggiornamento del secondo trimestre 2012 per le sole componenti legate alla materia prima, alle tariffe di rete e agli oneri di dispacciamento (incremento del 5,8 per cento) e aveva poi annunciato che, a fine aprile, si sarebbe reso necessario un ulteriore incremento;
i costi per gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili costituiscono una parte relativamente esigua del prezzo dell'energia: infatti, circa il 10 per cento della bolletta elettrica è legato agli incentivi alle rinnovabili, mentre il restante 90 per cento è imputabile al costo dell'acquisto di petrolio e carbone, ai guadagni delle imprese, ai sussidi al nucleare e ad altre voci, come il cosiddetto CIP6, oltre all'IVA e alle tasse;
anche se si riducesse quindi il valore degli incentivi per il fotovoltaico non si registrerebbe necessariamente la riduzione della bolletta perché, se rimangono fisse le importazioni con il prezzo attuale del petrolio e del gas, si continuerebbe a registrare comunque un prezzo alto;
al contrario, man mano che, invece, aumenta la quota di fonti rinnovabili nel portafoglio energetico si riduce il fabbisogno di importazione di petrolio e di gas naturale;
premesso altresì che:
permane quindi l'esigenza di intervenire in un sistema normativo - quale è quello relativo agli incentivi della produzione di energia da fonti rinnovabili - che, alla luce delle recenti riforme, è ancora considerato farraginoso e distorsivo;
quanto premesso ha indotto il Governo ad avviare un processo per una rinnovata programmazione degli incentivi;
il decreto ministeriale 5 maggio 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 109 del 12 maggio 2011, come previsto dal decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE, cosiddetta direttiva rinnovabili, conosciuto come "Quarto Conto Energia", stabilisce i criteri per incentivare la produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici e lo sviluppo di tecnologie innovative per la conversione fotovoltaica. Esso è riservato agli impianti di potenza non inferiore a 1 kW che entrano in esercizio dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016;
ad oggi, il Governo Monti ha deciso di porre un limite anche al "Quarto Conto Energia", in vigore da appena un anno, mettendosi al lavoro sul Quinto, attualmente in fase di revisione da parte delle Regioni;
tutto questo mentre nel 2011 in Italia si è registrato il record mondiale per impianti in esercizio: 9.37 GW di potenza, circa il 34 per cento del totale;
la proposta definisce i nuovi incentivi per l'energia fotovoltaica (Quinto Conto Energia) e per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse, biogas), mirando ad allineare gli incentivi alla media europea, con un taglio significativo degli incentivi attualmente previsti per il fotovoltaico. Raggiungere e superare gli obiettivi europei delle energie rinnovabili fissati per il 2020 attraverso una crescita virtuosa, basata su un sistema di incentivazione equilibrato e vantaggioso per il sistema Paese e tale da ridurre l'impatto sulle bollette di cittadini e imprese: queste le principali finalità;
in questo momento delicato per il Paese è necessario avere la forza di superare i particolarismi e di promuovere un approccio complessivo alle problematiche energetiche condividendo le finalità del Governo di ridurre i costi in bolletta per le famiglie e di premiare le tecnologie in grado di sviluppare lavoro in italia; in particolare gli impianti di piccola taglia, minori di 1 MW, che rappresentano una straordinaria opportunità di sviluppo territoriale impiegando per la costruzione e gestione quasi esclusivamente lavoro di origine italiana;
solo una politica incentrata sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica potrà garantire nei prossimi anni reali vantaggi (i benefici di medio e lungo periodo, quali una maggiore occupazione, export netto dell'industria e una riduzione del prezzo di picco dell'energia sono stimati nell'ordine di quasi 80 miliardi di euro nei prossimi vent'anni da autorevoli studi condotti dall'Università Bocconi) e una uscita dalla attuale situazione di dipendenza energetica. Tutto ciò dovrà avvenire però contrastando gli intenti speculativi, ad oggi fin troppo frequenti, e adottando un sistema di incentivazione che premi l'efficienza e chi innova e inquina meno,
impegna il Governo:
1) ad intervenire in tempi rapidi, al fine di adottare i decreti attuativi di cui all'art. 24 del decreto legislativo n. 28 del 2011 relativi alla definizione dei nuovi criteri incentivanti per le fonti di energia rinnovabili elettriche (diverse dal fotovoltaico) e termiche;
2) a valutare la possibilità di garantire una proroga per l'applicazione dei nuovi sistemi incentivanti, fino a coprire un congruo arco temporale dall'approvazione dei decreti e a darne comunicazione alle Commissioni parlamentari competenti
3) a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione Europea, con relativi sistemi di controllo, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro;
4) a riconfermare la premialità nella sostituzione delle coperture in amianto con impianti fotovoltaici in quanto i buoni risultati finora conseguiti sono da sviluppare ulteriormente per dare una certezza di tutela della salute a tutti i cittadini, che questa norma sta realizzando nel concreto e su vasta scala;
5) a procedere ad una riorganizzazione e rimodulazione del sistema di incentivi alle fonti rinnovabili, prevedendo adeguata consultanzione con gli operatori di settore, le associazioni di categoria e gli enti locali, per la definizione della nuova disciplina, tenendo conto anche delle ricadute sulla filiera industriale nazionale, sull'ambiente, sul riequilibrio del mix degli approvvigionamenti energetici, sull'occupazione, sulla gestione del territorio, oltre che sulla componente A3 della bolletta elettrica;
6) a contenere i costi delle famiglie per i consumi elettrici imputabili, anche, al sostegno agli incentivi per le rinnovabili;
7) a dare impulso a misure atte a disincentivare i comportamenti speculativi degli operatori, in particolare quelli orientati a realizzare investimenti esclusivamente indirizzati a logiche finanziarie;
8) ad adottare provvedimenti più incisivi volti al perseguimento degli obiettivi europei sull'energia prodotta dalle fonti rinnovabili;
9) a promuovere le attività di ricerca nel settore delle fonti rinnovabili;
10) a provvedere ad integrare il quadro normativo e/o a modificarlo ai fini di un adeguato contemperamento dei diversi interessi in campo nonché al fine di contenere, in particolare, l'irreversibile trasformazione del paesaggio agrario, impedendo il consumo indiscriminato di suolo agricolo, fattore non rinnovabile di produzione, e salvaguardare, altresì, l'ambiente, il paesaggio, la biodiversità ed i beni culturali;
11) più in generale, ad elaborare un nuovo Piano energetico nazionale in grado di dare certezza sugli obiettivi fondamentali della sicurezza degli approvvigionamenti, della crescita, dell'autonomia energetica, del contenimento e riallineamento dei costi dell'energia alla media europea, del soddisfacimento degli impegni europei in tema di riduzione della CO2, di sviluppo delle fonti rinnovabili, dell'efficienza e del risparmio energetico.
(1-00626) (testo 2) (10 maggio 2012)
V. testo 3
BUBBICO, FERRANTE, DELLA SETA, ARMATO, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DI GIOVAN PAOLO, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, MAZZUCONI, MONACO, SANGALLI, TOMASELLI, MERCATALI, ANTEZZA. - Il Senato,
premesso che:
in questi anni di perdurante e profonda crisi economica e occupazionale, la "green economy", cioè l'economia legata a produzioni e consumi vantaggiosi e sostenibili per l'ambiente, in quasi tutti i Paesi industrializzati si è andata affermando come uno dei terreni più importanti per efficaci politiche anti-cicliche, orientate a sostenere la domanda interna di beni e servizi qualificati e a favorire il rafforzamento della capacità competitiva ed innovativa dei sistemi economici e produttivi anche in vista della ripresa;
l'innovazione scientifica e tecnologica legata alla green economy è un elemento decisivo di competitività per Paesi come l'Italia, dal momento che si tratta di un settore d'investimento ad alto contenuto di conoscenza e a basso contenuto di materie prime, che produce un elevato valore aggiunto e crea occupazione qualificata;
il raggiungimento dell'efficienza energetica costituisce inoltre un campo d'incontro particolarmente virtuoso tra politiche industriali ed ambientali e obiettivi altrettanto urgenti di interesse generale: la riduzione dei costi energetici per imprese e famiglie, la diminuzione della dipendenza dalle fonti fossili (che per Paesi come l'Italia rappresentano la principale voce passiva della bilancia commerciale) e la crescita del tasso di innovazione tecnologica;
in passato, alcune politiche d'incentivazione hanno dato ottimi frutti sia sul fronte ambientale che su quello dello sviluppo e del lavoro, come il credito d'imposta del 55 per cento sulle riqualificazioni energetiche degli edifici o gli incentivi alle energie rinnovabili;
le fonti rinnovabili, dal solare, all'eolico, alle biomasse, alla geotermia e all'idroelettrico, insieme al risparmio e all'efficienza energetica, all'innovazione, alla ricerca e in generale a tutti i settori della green economy, oltre a rappresentare un importante volano per l'economia, consentirebbero all'Italia il conseguimento degli obiettivi in materia di riduzione delle emissioni di C02 e renderebbero il nostro Paese più competitivo e più vicino alle esigenze delle persone, delle comunità, dei territori;
inoltre, dalla realizzazione di un sistema di incentivazione compiuto, coerente e stabile dipende anche il futuro del comparto industriale legato alle rinnovabili, che ha avuto negli ultimi anni un rilevante sviluppo nel nostro Paese; nel 2010, l'occupazione diretta e indiretta in Italia nei settori delle fonti rinnovabili e delle nuove tecnologie per la generazione distribuita è stata stimata tra i 110.000 e i 150.000 addetti, in gran parte giovani e con elevata specializzazione;
studi recenti, inoltre, tra i quali uno elaborato dall'Osservatorio internazionale sull'industria e la finanza delle rinnovabili dell'università Bocconi e uno dall'Irex di Milano, hanno sottolineato quanto le rinnovabili abbiano assunto nell'economia italiana un ruolo strategico. Complessivamente, si valuta che i benefici netti delle rinnovabili proiettati a 20 anni si concretizzano in maggiore occupazione, mancato import di combustibili fossili, export netto nell'industria e riduzione di picco del prezzo dell'energia: benefici quantificabili in una cifra compresa tra i 400 milioni di euro (studio Irex) e alcuni miliardi di euro;
considerato che:
l'Italia ha, nel corso degli anni, assunto una serie di rilevanti obblighi di carattere europeo ed internazionale (ratifica del protocollo di Kyoto, obiettivi del pacchetto clima-energia europeo, il cosiddetto 20-20-20) al fine di contribuire alla riduzione delle emissioni dannose per il clima, e il mancato contributo al raggiungimento di questi obiettivi comporta per ogni Paese inadempiente costi economici non indifferenti. Inoltre, l'Unione europea si è ulteriormente mossa in avanti, presentando, con la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni dell'8 marzo 2011, una "tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050" [COM (2011) 112 def.], ovvero le principali tappe finalizzate alla riduzione delle emissioni dei gas serra nel territorio dell'Unione europea entro il 2050, realizzata mediante l'efficienza energetica, l'innovazione e l'aumento degli investimenti;
con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, si è data attuazione nell'ordinamento italiano alla direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, al fine di conseguire gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020; a tali scopi, sono stati stabiliti i criteri generali del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili nel nostro Paese a decorrere dal 1° gennaio 2013, rimandando tuttavia a decreti interministeriali la definizione delle modalità per l'attuazione di tali sistemi di incentivazione;
i ritardi nell'elaborazione dei decreti attuativi hanno creato non pochi problemi al mondo produttivo legato al settore delle energie rinnovabili: si sono determinati infatti inevitabili ripercussioni sul sistema di investimenti nel settore, sulla programmazione e, conseguentemente, sull'occupazione; attualmente gli schemi di decreti (decreti ministeriali di incentivi a rinnovabili elettriche non fotovoltaiche e decreti ministeriali per incentivi al fotovoltaico, "V conto energia") sono pubblicati sul sito del Ministero dello sviluppo economico, e restano in attesa della valutazione della Conferenza unificata e dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas;
sarebbe necessario, tuttavia, nella definitiva predisposizione dei decreti di attuazione, procedere ad una valutazione complessiva delle forme di incentivazione legata ad un'accurata ed approfondita indagine sulle ricadute che le stesse hanno sul versante industriale interno. La politica energetica è intrinsecamente connessa alla politica industriale, ed è necessario stabilire la necessaria correlazione tra le due anche e soprattutto nel momento della formulazione delle azioni di sostegno allo sviluppo del settore delle fonti rinnovabili, così da accompagnare il sistema di incentivi ad un progetto industriale chiaro, capace di creare valore aggiunto anche in ricerca, sviluppo tecnologico, occupazione,
impegna il Governo:
1) ad impostare la questione dell'energia e dei regimi di incentivazione alle fonti rinnovabili nel quadro complessivo di una lungimirante politica industriale per il Paese, così da permettere uno sviluppo equilibrato in grado di garantire crescita sostenibile, sviluppo economico e produttivo, occupazione e competitività delle imprese, nel rispetto dell'ambiente, rilanciando i programmi strategici di "Industria 2015", in particolare sul risparmio energetico, sul ciclo della combustione e della generazione distribuita, massimizzando i risultati ottenuti anche con l'impiego del solare termodinamico;
2) a sostenere lo sviluppo delle reti di trasmissione e di distribuzione cosiddette intelligenti, anche con l'impiego delle nuove tecnologie disponibili e coerenti con gli investimenti già effettuati (contatore elettronico presente su tutto il territorio nazionale);
3) a sostenere lo sviluppo dell'automobile elettrica e dei connessi sistemi di accumulazione per valorizzare le produzioni marginali e ridurre le dissipazioni in rete, realizzando con ciò ottimizzazione dell'impiego dell'energia elettrica generata e maggiore efficienza nel sistema di generazione e distribuzione;
4) a sostenere gli investimenti necessari per recuperare le perdite di rete, anche con l'utilizzo di trasformatori di nuova generazione;
5) a procedere in tempi brevi alla convocazione di una conferenza nazionale sull'energia e l'ambiente, che coinvolga, assieme ai Ministri competenti, gli operatori e gli esperti del settore nonché esponenti della ricerca e del mondo scientifico, che contribuisca ad arricchire e ad aggiornare le strategie per la realizzazione di un sistema di approvvigionamento energetico sicuro, sostenibile ed economicamente vantaggioso;
6) a definire sistemi di incentivazione stabili ed equilibrati, in grado di sostenere lo sviluppo dell'industria nazionale, e di garantire la giusta remunerazione degli investimenti effettuati nel settore delle rinnovabili;
7) a prevedere specifiche modalità per incentivare in via prioritaria gli impianti di potenza non superiore a 200 KW di cui all'articolo 65, comma 3, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, realizzati da aziende agricole;
8) a disporre, per gli impianti a biomassa e a biogas, i cui lavori sono stati avviati prima della pubblicazione del nuovo decreto, un differimento dei termini per il completamento degli stessi al 31 dicembre 2013, esentandoli dal contingente, anche prevedendo eventuali decurtazioni per ogni mese di ritardo rispetto alla previgente data del 31 dicembre 2012.
(1-00626) (testo 3) (17 maggio 2012)
Approvata
BUBBICO, FERRANTE, DELLA SETA, ARMATO, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DI GIOVAN PAOLO, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, MAZZUCONI, MONACO, SANGALLI, TOMASELLI, MERCATALI, ANTEZZA. - Il Senato,
premesso che:
in questi anni di perdurante e profonda crisi economica e occupazionale, la "green economy", cioè l'economia legata a produzioni e consumi vantaggiosi e sostenibili per l'ambiente, in quasi tutti i Paesi industrializzati si è andata affermando come uno dei terreni più importanti per efficaci politiche anti-cicliche, orientate a sostenere la domanda interna di beni e servizi qualificati e a favorire il rafforzamento della capacità competitiva ed innovativa dei sistemi economici e produttivi anche in vista della ripresa;
l'innovazione scientifica e tecnologica legata alla green economy è un elemento decisivo di competitività per Paesi come l'Italia, dal momento che si tratta di un settore d'investimento ad alto contenuto di conoscenza e a basso contenuto di materie prime, che produce un elevato valore aggiunto e crea occupazione qualificata;
il raggiungimento dell'efficienza energetica costituisce inoltre un campo d'incontro particolarmente virtuoso tra politiche industriali ed ambientali e obiettivi altrettanto urgenti di interesse generale: la riduzione dei costi energetici per imprese e famiglie, la diminuzione della dipendenza dalle fonti fossili (che per Paesi come l'Italia rappresentano la principale voce passiva della bilancia commerciale) e la crescita del tasso di innovazione tecnologica;
in passato, alcune politiche d'incentivazione hanno dato ottimi frutti sia sul fronte ambientale che su quello dello sviluppo e del lavoro, come il credito d'imposta del 55 per cento sulle riqualificazioni energetiche degli edifici o gli incentivi alle energie rinnovabili;
le fonti rinnovabili, dal solare, all'eolico, alle biomasse, alla geotermia e all'idroelettrico, insieme al risparmio e all'efficienza energetica, all'innovazione, alla ricerca e in generale a tutti i settori della green economy, oltre a rappresentare un importante volano per l'economia, consentirebbero all'Italia il conseguimento degli obiettivi in materia di riduzione delle emissioni di C02 e renderebbero il nostro Paese più competitivo e più vicino alle esigenze delle persone, delle comunità, dei territori;
inoltre, dalla realizzazione di un sistema di incentivazione compiuto, coerente e stabile dipende anche il futuro del comparto industriale legato alle rinnovabili, che ha avuto negli ultimi anni un rilevante sviluppo nel nostro Paese; nel 2010, l'occupazione diretta e indiretta in Italia nei settori delle fonti rinnovabili e delle nuove tecnologie per la generazione distribuita è stata stimata tra i 110.000 e i 150.000 addetti, in gran parte giovani e con elevata specializzazione;
studi recenti, inoltre, tra i quali uno elaborato dall'Osservatorio internazionale sull'industria e la finanza delle rinnovabili dell'università Bocconi e uno dall'Irex di Milano, hanno sottolineato quanto le rinnovabili abbiano assunto nell'economia italiana un ruolo strategico. Complessivamente, si valuta che i benefici netti delle rinnovabili proiettati a 20 anni si concretizzano in maggiore occupazione, mancato import di combustibili fossili, export netto nell'industria e riduzione di picco del prezzo dell'energia: benefici quantificabili in una cifra compresa tra i 400 milioni di euro (studio Irex) e alcuni miliardi di euro;
considerato che:
l'Italia ha, nel corso degli anni, assunto una serie di rilevanti obblighi di carattere europeo ed internazionale (ratifica del protocollo di Kyoto, obiettivi del pacchetto clima-energia europeo, il cosiddetto 20-20-20) al fine di contribuire alla riduzione delle emissioni dannose per il clima, e il mancato contributo al raggiungimento di questi obiettivi comporta per ogni Paese inadempiente costi economici non indifferenti. Inoltre, l'Unione europea si è ulteriormente mossa in avanti, presentando, con la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni dell'8 marzo 2011, una "tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050" [COM (2011) 112 def.], ovvero le principali tappe finalizzate alla riduzione delle emissioni dei gas serra nel territorio dell'Unione europea entro il 2050, realizzata mediante l'efficienza energetica, l'innovazione e l'aumento degli investimenti;
con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, si è data attuazione nell'ordinamento italiano alla direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, al fine di conseguire gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020; a tali scopi, sono stati stabiliti i criteri generali del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili nel nostro Paese a decorrere dal 1° gennaio 2013, rimandando tuttavia a decreti interministeriali la definizione delle modalità per l'attuazione di tali sistemi di incentivazione;
i ritardi nell'elaborazione dei decreti attuativi hanno creato non pochi problemi al mondo produttivo legato al settore delle energie rinnovabili: si sono determinati infatti inevitabili ripercussioni sul sistema di investimenti nel settore, sulla programmazione e, conseguentemente, sull'occupazione; attualmente gli schemi di decreti (decreti ministeriali di incentivi a rinnovabili elettriche non fotovoltaiche e decreti ministeriali per incentivi al fotovoltaico, "V conto energia") sono pubblicati sul sito del Ministero dello sviluppo economico, e restano in attesa della valutazione della Conferenza unificata e dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas;
sarebbe necessario, tuttavia, nella definitiva predisposizione dei decreti di attuazione, procedere ad una valutazione complessiva delle forme di incentivazione legata ad un'accurata ed approfondita indagine sulle ricadute che le stesse hanno sul versante industriale interno. La politica energetica è intrinsecamente connessa alla politica industriale, ed è necessario stabilire la necessaria correlazione tra le due anche e soprattutto nel momento della formulazione delle azioni di sostegno allo sviluppo del settore delle fonti rinnovabili, così da accompagnare il sistema di incentivi ad un progetto industriale chiaro, capace di creare valore aggiunto anche in ricerca, sviluppo tecnologico, occupazione,
impegna il Governo:
1) ad impostare la questione dell'energia e dei regimi di incentivazione alle fonti rinnovabili nel quadro complessivo di una lungimirante politica industriale per il Paese, così da permettere uno sviluppo equilibrato in grado di garantire crescita sostenibile, sviluppo economico e produttivo, occupazione e competitività delle imprese, nel rispetto dell'ambiente, rilanciando i programmi strategici di "Industria 2015", in particolare sul risparmio energetico, sul ciclo della combustione e della generazione distribuita, massimizzando i risultati ottenuti anche con l'impiego del solare termodinamico;
2) a sostenere lo sviluppo delle reti di trasmissione e di distribuzione cosiddette intelligenti, anche con l'impiego delle nuove tecnologie disponibili e coerenti con gli investimenti già effettuati (contatore elettronico presente su tutto il territorio nazionale);
3) a sostenere lo sviluppo delle automobili ecologiche a bassa emissione e in particolare dell'automobile elettrica e dei connessi sistemi di accumulazione per valorizzare le produzioni marginali e ridurre le dissipazioni in rete, realizzando con ciò ottimizzazione dell'impiego dell'energia elettrica generata e maggiore efficienza nel sistema di generazione e distribuzione;
4) a sostenere gli investimenti necessari per recuperare le perdite di rete, anche con l'utilizzo di trasformatori di nuova generazione;
5) a procedere in tempi brevi alla convocazione di una conferenza nazionale sull'energia e l'ambiente, che coinvolga, assieme ai Ministri competenti, gli operatori e gli esperti del settore nonché esponenti della ricerca e del mondo scientifico, che contribuisca ad arricchire e ad aggiornare le strategie per la realizzazione di un sistema di approvvigionamento energetico sicuro, sostenibile ed economicamente vantaggioso;
6) a definire sistemi di incentivazione stabili ed equilibrati, in grado di sostenere lo sviluppo dell'industria nazionale, e di garantire la giusta remunerazione degli investimenti effettuati nel settore delle rinnovabili;
7) a prevedere specifiche modalità per incentivare in via prioritaria gli impianti di potenza non superiore a 200 KW di cui all'articolo 65, comma 3, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, realizzati da aziende agricole;
8) a prevedere per gli impianti a biomasse e biogas, un'adeguata transizione tra il vecchio ed il nuovo sistema incentivante, anche prevedendo eventuali decurtazioni per ogni mese di proroga rispetto alla previgente data di decorrenza dell'applicazione del nuovo sistema, posta al 1° gennaio 2013.(1-00628) (08 maggio 2012)
V. testo 2
RUTELLI, BRUNO, MOLINARI, BAIO, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, RUSSO, STRANO. - Il Senato,
premesso che:
per energia da fonti rinnovabili si intende, secondo il decreto legislativo n. 28 del 2001, l'energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili, rappresentata dall'energia solare, eolica, aerotermica, geotermica, idrotermica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas;
il settore delle energie rinnovabili riveste un ruolo fondamentale nella produzione dell'energia elettrica non solo all'interno del nostro Paese ma anche a livello europeo e mondiale;
in particolar modo, in Italia, la produzione di energia elettrica alimentata da fonti rinnovabili ha assunto un peso rilevante che, nell'anno 2010 e secondo i dati dell'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, ha raggiunto il 25,5 per cento dell'intera produzione di energia; mentre nel 2011 si è assistito ad un significativo incremento della produzione di energia da impianti fotovoltaici;
a tal fine, quindi, è necessario che Governo e Parlamento collaborino, di concerto con i mercati del settore, per adattarsi ai cambiamenti della società e della tecnologia avanzata trovando, altresì, soluzioni innovative e rispondenti ai bisogni dei singoli cittadini;
si rende necessario adeguare l'impatto del costo degli incentivi alle fonti rinnovabili sui consumatori finali non contrapponendo, però, la riduzione della bolletta elettrica al sostegno alle fonti rinnovabili, che nel nostro Paese hanno creato innovazione e occupazione, bensì puntando sull'efficienza e sul risparmio energetici;
considerato che:
l'Italia ha aderito, secondo la direttiva europea 2009/28/CE, al pacchetto clima-energia "20-20-20", con lo scopo di creare le basi per avere uno scenario ambientale più sicuro e sostenibile attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e, quindi, ricorrendo alla produzione di energia alimentata da fonti rinnovabili;
essendo stati definiti i due schemi di decreto ministeriale, in attuazione della disciplina sui sistemi incentivanti, relativi uno alle fonti energetiche rinnovabili diversi dal fotovoltaico e uno al solo fotovoltaico e di cui si attende la nota dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas e il parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, è importante effettuare un adeguato intervento correttivo mirando alla riduzione dei costi sostenuti dagli utenti finali ma, al contempo, considerando i vantaggi in termini di aumento del prodotto interno lordo e del gettito fiscale che derivano dalla stessa produzione di energia rinnovabile; inoltre, non bisogna dimenticare che si continuano a pagare tasse per il nucleare e che bisognerebbe adeguare questa spesa a nuovi canali di finanziamento per stabilizzare l'importante settore delle energie rinnovabili;
secondo le stime, effettuate dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, per l'anno 2011 i costi derivanti dall'incentivazione diretta delle fonti energetiche rinnovabili ammonterebbero a circa 7 miliardi di euro, mentre nel 2012 tale stima salirebbe a quota 9,4 miliardi di euro, di cui 8,7 miliardi (che rappresentano il 93 per cento) coperti dalla componente tariffaria A3 della bolletta elettrica, mentre i restanti (7 per cento) coperti attraverso un aumento dei prezzi all'ingrosso di energia elettrica; inoltre la componente A3 finanzia altre voci di spesa, tra cui l'incentivazione degli impianti alimentati da fonti assimilate attraverso le convenzioni Cip n. 6/92 e che dovrebbero ammontare a circa 800 milioni di euro; infine, agli 8,4 miliardi di euro derivanti dalle incentivazioni dirette, occorre aggiungere le entrate relative al ritiro dedicato da parte del Gestore dei servizi energetici (GSE), ammontando sulla componente A3, complessivamente, a circa 10,5 miliardi di euro. Effettuando una stima per l'anno 2012 tali costi relativi alle incentivazioni dovrebbero essere compresi tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Ecco perché si rende necessario ponderare al meglio l'implementazione che verrà effettuata del contenuto del decreto legislativo n. 28 del 2011 attraverso i due decreti attuativi, attualmente all'esame dell'Autorità e della Conferenza unificata, circa gli incentivi alle fonti rinnovabili;
nello specifico gli incentivi e i servizi, di cui possono usufruire i titolari di impianti a fonti rinnovabili, sono: 1) il conto energia, che rappresenta il meccanismo di incentivazione della produzione da fonte solare e che è arrivato alla quarta edizione disciplinata dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 e di cui si aspetta la quinta in corso di approvazione, le cui tariffe incentivanti dipendono dalla classe di potenza e dalla tipologia di integrazione dell'impianto; 2) i certificati verdi, disciplinati dal decreto legislativo n. 79 del 1999, che sono titoli annuali negoziabili che attestano la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e non sono cumulabili con le tariffe incentivanti del conto energia; 3) la tariffa onnicomprensiva, che è il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili alternativo ai certificati verdi, il cui valore include sia la componente incentivante che quella relativa alla remunerazione derivante dalla vendita dell'energia immessa nella rete elettrica; 4) il ritiro dedicato, che è un servizio offerto dal GSE, attivo dal 1° gennaio 2008, secondo cui viene ritirata tutta l'energia immessa in rete da un produttore che ne fa richiesta e a cui viene corrisposto un prezzo orario di mercato dell'energia elettrica della zona dove l'impianto è collocato; 5) lo scambio sul posto, che è un servizio offerto dal 1° gennaio 2009, per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili con potenza fino a 200 kW, che consente di valorizzare l'energia immessa in rete con quella prelevata dalla rete sulla base di un criterio di compensazione economica; 6) Cip6, che è un meccanismo di incentivazione, non più accessibile ai nuovi interventi, secondo cui il GSE ritira l'energia elettrica immessa in rete dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate e la vende in borsa, scaricando l'onere che ne deriva sulla componente A3;
analizzando i dati pubblicati dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas nel mese di marzo 2012, si evince che, per l'anno 2010, relativamente al conto energia sono stati incentivati circa 773 milioni di euro rispetto ai 292 milioni dell'anno precedente; per quanto riguarda i certificati verdi, sempre nell'anno 2010, ne sono stati emessi più di 21 milioni con un costo pari a 1.892 milioni di euro; anche relativamente alla tariffa onnicomprensiva la produzione incentivata è più che raddoppiata rispetto al 2009, registrando 209 milioni di euro corrisposti nell'anno 2010; per quel che concerne il ritiro dedicato e lo scambio sul posto è stato fruito un corrispettivo pari a 800 milioni di euro; infine, relativamente al meccanismo del Cip6 la produzione incentivata è diminuita, passando da 1.240 milioni di euro nel 2009 a 1.079 milioni di euro nel 2010 e ciò è dovuto alla scadenza delle convenzioni esistenti e alla contestuale impossibilità di effettuarne di nuove;
è importante sottolineare, inoltre, che la gestione dei meccanismi di incentivazione e di ritiro dell'energia elettrica genera costi e ricavi; nello specifico i costi sono legati all'incentivazione e all'acquisto dell'energia e dei certificati verdi, mentre i ricavi derivano dalla vendita dell'energia elettrica sul mercato; le risorse economiche necessarie per coprire gli oneri derivanti dalla differenza tra costi e ricavi sono prelevate dal conto per impianti da fonti rinnovabili e assimilate il quale è alimentato dalla componente tariffaria A3 delle bollette dei clienti finali per l'acquisto dell'energia elettrica; e, visto che, per l'anno 2010, la differenza tra costi (7,2 miliardi di euro) e ricavi (3,3 miliardi di euro) ha determinato un onere di 3,9 miliardi di euro, mentre il gettito della componente A3 è stato di 4,2 miliardi di euro, ne consegue un avanzo economico di circa 300 milioni di euro. Quindi, in tale contesto, sarebbe opportuno pianificare correttamente le relative operazioni ed evitare degli sprechi inutili e dannosi per l'intera società;
inoltre, per quanto concerne gli impianti solari fotovoltaici, sembra corretto sottolineare che nonostante il Governo abbia accolto la richiesta dei produttori italiani nell'ottenere un incentivo maggiore per gli impianti prodotti all'interno dell'Unione europea (attraverso l'emanazione del decreto ministeriale 5 maggio 2011) ed essere, quindi, più competitivi nello scenario internazionale, in pratica è risultato essere più avvantaggiato il mercato extra europeo, in particolar modo quello asiatico; infatti nei Paesi extra europei il costo del lavoro è inferiore ed inoltre non è necessario ottenere una serie di certificazioni per la produzione di tali impianti che, invece, risultano essere obbligatorie all'interno del mercato europeo; quindi, di fatto, i Paesi extra europei riescono a beneficiare degli incentivi che originariamente erano stati stanziati per la filiera europea dell'industria fotovoltaica;
sempre per quanto concerne i soli impianti fotovoltaici, lo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico, adottato di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, attualmente all'esame della Conferenza unificata (meglio noto come V conto energia), modificando il regime di ricorso al "registro degli impianti ammessi alle tariffe incentivanti" (art. 4), ha abbassato a 12 KW (comma 12) il limite di esenzione dall'iscrizione al registro stesso. Poiché lo stesso schema di decreto, tra le "Definizioni" (art. 2), non contempla più l'esenzione per i piccoli impianti all'iscrizione nel registro già richiamato, così come era previsto dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 art. 3 (Definizioni), comma 1, lettera u), secondo cui i «"piccoli impianti": sono gli impianti fotovoltaici realizzati su edifici che hanno una potenza non superiore a 1000 kW, gli altri impianti fotovoltaici con potenza non superiore a 200 kW operanti in regime di scambio sul posto, nonché gli impianti fotovoltaici di potenza qualsiasi realizzati su edifici ed aree delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001»;
per effetto del combinato disposto delle due modifiche, le amministrazioni pubbliche si troverebbero nella condizione di dovere, anch'esse, sottostare alla procedura del registro che risulterebbe inconciliabile con le procedure di evidenza pubbliche necessarie all'affidamento delle procedure per gli appalti di opere e/o di servizi energetici;
ritenuto che:
puntando sull'efficienza energetica è possibile ridurre i consumi raggiungendo comunque gli obiettivi di politica ambientale, fissati per il 2020, con minori installazioni e di conseguenza con minori incentivi;
l'Italia è ampiamente in anticipo rispetto agli obiettivi fissati dalla direttiva europea, essendo già arrivata a fine 2011 a una capacità installata equivalente a 94 TWh all'anno rispetto a 100 TWh all'anno di obiettivo al 2020, e avendo già prodotto una quota di energia verde pari al 10 per cento rispetto al totale di energia prodotta contro il 17 per cento previsto per il 2020;
gli incentivi elargiti in Italia sono stati molto più elevati rispetto alla media europea, soprattutto per l'energia fotovoltaica, inoltre, anche dal punto di vista del ritorno economico sulla filiera italiana questi investimenti non sono risultati essere ottimali, in quanto si è puntato troppo su specifiche tecnologie che, attualmente, non vedono nel nostro Paese una leadership industriale;
non sono stati previsti meccanismi di controllo per il contenimento dei volumi di installazione e ciò è degenerato nella realizzazione di troppi impianti (a tal proposito, infatti, quello italiano è risultata essere, nel 2011, il più grande mercato per la costruzione dei pannelli solari); al contempo, non si è tenuto conto del fatto che i costi per la costruzione di tali impianti, con il progresso tecnologico, hanno subito una diminuzione mentre gli incentivi sono stati in continuo aumento;
tutto ciò, quindi, ha determinato un costo eccessivo ed ingiusto per il nostro Paese e soprattutto per i cittadini italiani che, attraverso le bollette, hanno sostenuto circa un quarto dei 9 miliardi di euro all'anno spesi per gli incentivi alle energie rinnovabili (di cui quasi 6 miliardi solo per il fotovoltaico); nello specifico l'aggravio per una famiglia tipo è di 120 euro all'anno che rappresenta circa il 23 per cento del costo complessivo di una bolletta media annua;
il quadro normativo che disciplina tale settore, oltre tutto, è incerto e instabile e ciò disorienta le imprese italiane che, ogni anno, sono costrette ad adeguarsi alle nuove direttive, spesso divergenti dalle precedenti, e quindi non possono fare pianificazioni di lungo periodo,
impegna il Governo:
1) a pianificare, con una strategica di medio/lungo periodo, il sistema degli incentivi definendo un percorso di coerenza generale che tuteli in maniera equilibrata sia i consumatori, a carico dei quali pesano gli incentivi alle energie rinnovabili, che i protagonisti della green economy i quali sperimentano le nuove tecnologie e sono i beneficiari degli incentivi;
2) a rendere più stringenti ed efficaci i controlli, all'interno dell'industria fotovoltaica, in modo da garantire che i beneficiari dei relativi incentivi siano effettivamente gli imprenditori europei e non quelli del mercato extra europeo;
3) a ripristinare l'art. 3, comma 1, lettera u), del decreto ministeriale 5 maggio 2011, almeno con riferimento agli impianti fotovoltaici di potenza contenuta nei 200 kw realizzati su edifici ed aree delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001;
4) a non richiedere l'iscrizione nel registro, di cui all'art. 4 del decreto ministeriale 5 maggio 2011, degli impianti fotovoltaici utilizzati con il meccanismo dello "scambio sul posto" in alternativa alle "tariffe incentivanti", avendone stabilito l'alternatività dei benefici nell'art. 12, comma 5, dello schema di decreto, e in quanto non concorre ad incrementare il plafond massimo di risorse utilizzabili;
5) infine, ad istituire una sede di confronto tra Parlamento, Governo, operatori del settore e associazioni dei consumatori al fine di rivalutare, in maniera calibrata, gli interventi a sostegno dell'intero settore dell'energia rinnovabile, non solo dal punto di vista degli incentivi ma anche dal punto di vista regolamentare; a tal proposito, infatti, occorre dare tempi e modalità di azione certi non solo agli imprenditori italiani ma anche a tutti i cittadini che fanno uso di tale energia, fornendo loro una valida e sicura guida di riferimento in modo che siano motivati nel continuare a contribuire allo sviluppo di questo importantissimo settore e, nello stesso tempo, che si sentano tutelati da una normativa sicura e precisa; tutto ciò, inoltre, dovrebbe essere fatto ponderando bene tutte le scelte da attuare al fine di creare solide basi per una crescita sostenibile del Paese senza sottovalutare le ripercussioni ambientali e socio-culturali del fenomeno.
(1-00628) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
RUTELLI, BRUNO, MOLINARI, BAIO, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, RUSSO, STRANO. - Il Senato,
premesso che:
per energia da fonti rinnovabili si intende, secondo il decreto legislativo n. 28 del 2001, l'energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili, rappresentata dall'energia solare, eolica, aerotermica, geotermica, idrotermica, idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas;
il settore delle energie rinnovabili riveste un ruolo fondamentale nella produzione dell'energia elettrica non solo all'interno del nostro Paese ma anche a livello europeo e mondiale;
in particolar modo, in Italia, la produzione di energia elettrica alimentata da fonti rinnovabili ha assunto un peso rilevante che, nell'anno 2010 e secondo i dati dell'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, ha raggiunto il 25,5 per cento dell'intera produzione di energia; mentre nel 2011 si è assistito ad un significativo incremento della produzione di energia da impianti fotovoltaici;
a tal fine, quindi, è necessario che Governo e Parlamento collaborino, di concerto con i mercati del settore, per adattarsi ai cambiamenti della società e della tecnologia avanzata trovando, altresì, soluzioni innovative e rispondenti ai bisogni dei singoli cittadini;
si rende necessario adeguare l'impatto del costo degli incentivi alle fonti rinnovabili sui consumatori finali non contrapponendo, però, la riduzione della bolletta elettrica al sostegno alle fonti rinnovabili, che nel nostro Paese hanno creato innovazione e occupazione, bensì puntando sull'efficienza e sul risparmio energetici;
considerato che:
l'Italia ha aderito, secondo la direttiva europea 2009/28/CE, al pacchetto clima-energia "20-20-20", con lo scopo di creare le basi per avere uno scenario ambientale più sicuro e sostenibile attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e, quindi, ricorrendo alla produzione di energia alimentata da fonti rinnovabili;
essendo stati definiti i due schemi di decreto ministeriale, in attuazione della disciplina sui sistemi incentivanti, relativi uno alle fonti energetiche rinnovabili diversi dal fotovoltaico e uno al solo fotovoltaico e di cui si attende la nota dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas e il parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, è importante effettuare un adeguato intervento correttivo mirando alla riduzione dei costi sostenuti dagli utenti finali ma, al contempo, considerando i vantaggi in termini di aumento del prodotto interno lordo e del gettito fiscale che derivano dalla stessa produzione di energia rinnovabile; inoltre, non bisogna dimenticare che si continuano a pagare tasse per il nucleare e che bisognerebbe adeguare questa spesa a nuovi canali di finanziamento per stabilizzare l'importante settore delle energie rinnovabili;
secondo le stime, effettuate dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas, per l'anno 2011 i costi derivanti dall'incentivazione diretta delle fonti energetiche rinnovabili ammonterebbero a circa 7 miliardi di euro, mentre nel 2012 tale stima salirebbe a quota 9,4 miliardi di euro, di cui 8,7 miliardi (che rappresentano il 93 per cento) coperti dalla componente tariffaria A3 della bolletta elettrica, mentre i restanti (7 per cento) coperti attraverso un aumento dei prezzi all'ingrosso di energia elettrica; inoltre la componente A3 finanzia altre voci di spesa, tra cui l'incentivazione degli impianti alimentati da fonti assimilate attraverso le convenzioni Cip n. 6/92 e che dovrebbero ammontare a circa 800 milioni di euro; infine, agli 8,4 miliardi di euro derivanti dalle incentivazioni dirette, occorre aggiungere le entrate relative al ritiro dedicato da parte del Gestore dei servizi energetici (GSE), ammontando sulla componente A3, complessivamente, a circa 10,5 miliardi di euro. Effettuando una stima per l'anno 2012 tali costi relativi alle incentivazioni dovrebbero essere compresi tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Ecco perché si rende necessario ponderare al meglio l'implementazione che verrà effettuata del contenuto del decreto legislativo n. 28 del 2011 attraverso i due decreti attuativi, attualmente all'esame dell'Autorità e della Conferenza unificata, circa gli incentivi alle fonti rinnovabili;
nello specifico gli incentivi e i servizi, di cui possono usufruire i titolari di impianti a fonti rinnovabili, sono: 1) il conto energia, che rappresenta il meccanismo di incentivazione della produzione da fonte solare e che è arrivato alla quarta edizione disciplinata dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 e di cui si aspetta la quinta in corso di approvazione, le cui tariffe incentivanti dipendono dalla classe di potenza e dalla tipologia di integrazione dell'impianto; 2) i certificati verdi, disciplinati dal decreto legislativo n. 79 del 1999, che sono titoli annuali negoziabili che attestano la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e non sono cumulabili con le tariffe incentivanti del conto energia; 3) la tariffa onnicomprensiva, che è il sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili alternativo ai certificati verdi, il cui valore include sia la componente incentivante che quella relativa alla remunerazione derivante dalla vendita dell'energia immessa nella rete elettrica; 4) il ritiro dedicato, che è un servizio offerto dal GSE, attivo dal 1° gennaio 2008, secondo cui viene ritirata tutta l'energia immessa in rete da un produttore che ne fa richiesta e a cui viene corrisposto un prezzo orario di mercato dell'energia elettrica della zona dove l'impianto è collocato; 5) lo scambio sul posto, che è un servizio offerto dal 1° gennaio 2009, per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili con potenza fino a 200 kW, che consente di valorizzare l'energia immessa in rete con quella prelevata dalla rete sulla base di un criterio di compensazione economica; 6) Cip6, che è un meccanismo di incentivazione, non più accessibile ai nuovi interventi, secondo cui il GSE ritira l'energia elettrica immessa in rete dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate e la vende in borsa, scaricando l'onere che ne deriva sulla componente A3;
analizzando i dati pubblicati dall'Autorità per l'energia elettrica ed il gas nel mese di marzo 2012, si evince che, per l'anno 2010, relativamente al conto energia sono stati incentivati circa 773 milioni di euro rispetto ai 292 milioni dell'anno precedente; per quanto riguarda i certificati verdi, sempre nell'anno 2010, ne sono stati emessi più di 21 milioni con un costo pari a 1.892 milioni di euro; anche relativamente alla tariffa onnicomprensiva la produzione incentivata è più che raddoppiata rispetto al 2009, registrando 209 milioni di euro corrisposti nell'anno 2010; per quel che concerne il ritiro dedicato e lo scambio sul posto è stato fruito un corrispettivo pari a 800 milioni di euro; infine, relativamente al meccanismo del Cip6 la produzione incentivata è diminuita, passando da 1.240 milioni di euro nel 2009 a 1.079 milioni di euro nel 2010 e ciò è dovuto alla scadenza delle convenzioni esistenti e alla contestuale impossibilità di effettuarne di nuove;
è importante sottolineare, inoltre, che la gestione dei meccanismi di incentivazione e di ritiro dell'energia elettrica genera costi e ricavi; nello specifico i costi sono legati all'incentivazione e all'acquisto dell'energia e dei certificati verdi, mentre i ricavi derivano dalla vendita dell'energia elettrica sul mercato; le risorse economiche necessarie per coprire gli oneri derivanti dalla differenza tra costi e ricavi sono prelevate dal conto per impianti da fonti rinnovabili e assimilate il quale è alimentato dalla componente tariffaria A3 delle bollette dei clienti finali per l'acquisto dell'energia elettrica; e, visto che, per l'anno 2010, la differenza tra costi (7,2 miliardi di euro) e ricavi (3,3 miliardi di euro) ha determinato un onere di 3,9 miliardi di euro, mentre il gettito della componente A3 è stato di 4,2 miliardi di euro, ne consegue un avanzo economico di circa 300 milioni di euro. Quindi, in tale contesto, sarebbe opportuno pianificare correttamente le relative operazioni ed evitare degli sprechi inutili e dannosi per l'intera società;
inoltre, per quanto concerne gli impianti solari fotovoltaici, sembra corretto sottolineare che nonostante il Governo abbia accolto la richiesta dei produttori italiani nell'ottenere un incentivo maggiore per gli impianti prodotti all'interno dell'Unione europea (attraverso l'emanazione del decreto ministeriale 5 maggio 2011) ed essere, quindi, più competitivi nello scenario internazionale, in pratica è risultato essere più avvantaggiato il mercato extra europeo, in particolar modo quello asiatico; infatti nei Paesi extra europei il costo del lavoro è inferiore ed inoltre non è necessario ottenere una serie di certificazioni per la produzione di tali impianti che, invece, risultano essere obbligatorie all'interno del mercato europeo; quindi, di fatto, i Paesi extra europei riescono a beneficiare degli incentivi che originariamente erano stati stanziati per la filiera europea dell'industria fotovoltaica;
sempre per quanto concerne i soli impianti fotovoltaici, lo schema di decreto del Ministero dello sviluppo economico, adottato di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, attualmente all'esame della Conferenza unificata (meglio noto come V conto energia), modificando il regime di ricorso al "registro degli impianti ammessi alle tariffe incentivanti" (art. 4), ha abbassato a 12 KW (comma 12) il limite di esenzione dall'iscrizione al registro stesso. Poiché lo stesso schema di decreto, tra le "Definizioni" (art. 2), non contempla più l'esenzione per i piccoli impianti all'iscrizione nel registro già richiamato, così come era previsto dal decreto ministeriale 5 maggio 2011 art. 3 (Definizioni), comma 1, lettera u), secondo cui i «"piccoli impianti": sono gli impianti fotovoltaici realizzati su edifici che hanno una potenza non superiore a 1000 kW, gli altri impianti fotovoltaici con potenza non superiore a 200 kW operanti in regime di scambio sul posto, nonché gli impianti fotovoltaici di potenza qualsiasi realizzati su edifici ed aree delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001»;
per effetto del combinato disposto delle due modifiche, le amministrazioni pubbliche si troverebbero nella condizione di dovere, anch'esse, sottostare alla procedura del registro che risulterebbe inconciliabile con le procedure di evidenza pubbliche necessarie all'affidamento delle procedure per gli appalti di opere e/o di servizi energetici;
ritenuto che:
puntando sull'efficienza energetica è possibile ridurre i consumi raggiungendo comunque gli obiettivi di politica ambientale, fissati per il 2020, con minori installazioni e di conseguenza con minori incentivi;
l'Italia è ampiamente in anticipo rispetto agli obiettivi fissati dalla direttiva europea, essendo già arrivata a fine 2011 a una capacità installata equivalente a 94 TWh all'anno rispetto a 100 TWh all'anno di obiettivo al 2020, e avendo già prodotto una quota di energia verde pari al 10 per cento rispetto al totale di energia prodotta contro il 17 per cento previsto per il 2020;
gli incentivi elargiti in Italia sono stati molto più elevati rispetto alla media europea, soprattutto per l'energia fotovoltaica, inoltre, anche dal punto di vista del ritorno economico sulla filiera italiana questi investimenti non sono risultati essere ottimali, in quanto si è puntato troppo su specifiche tecnologie che, attualmente, non vedono nel nostro Paese una leadership industriale;
non sono stati previsti meccanismi di controllo per il contenimento dei volumi di installazione e ciò è degenerato nella realizzazione di troppi impianti (a tal proposito, infatti, quello italiano è risultata essere, nel 2011, il più grande mercato per la costruzione dei pannelli solari); al contempo, non si è tenuto conto del fatto che i costi per la costruzione di tali impianti, con il progresso tecnologico, hanno subito una diminuzione mentre gli incentivi sono stati in continuo aumento;
tutto ciò, quindi, ha determinato un costo eccessivo ed ingiusto per il nostro Paese e soprattutto per i cittadini italiani che, attraverso le bollette, hanno sostenuto circa un quarto dei 9 miliardi di euro all'anno spesi per gli incentivi alle energie rinnovabili (di cui quasi 6 miliardi solo per il fotovoltaico); nello specifico l'aggravio per una famiglia tipo è di 120 euro all'anno che rappresenta circa il 23 per cento del costo complessivo di una bolletta media annua;
il quadro normativo che disciplina tale settore, oltre tutto, è incerto e instabile e ciò disorienta le imprese italiane che, ogni anno, sono costrette ad adeguarsi alle nuove direttive, spesso divergenti dalle precedenti, e quindi non possono fare pianificazioni di lungo periodo,
impegna il Governo:
1) a pianificare, con una strategica di medio/lungo periodo, il sistema degli incentivi definendo un percorso di coerenza generale che tuteli in maniera equilibrata sia i consumatori, a carico dei quali pesano gli incentivi alle energie rinnovabili, che i protagonisti della green economy i quali sperimentano le nuove tecnologie e sono i beneficiari degli incentivi;
2) a rendere più stringenti ed efficaci i controlli, all'interno dell'industria fotovoltaica, in modo da garantire che i beneficiari dei relativi incentivi siano effettivamente gli imprenditori europei e non quelli del mercato extra europeo;
3) a non richiedere l'iscrizione nel registro, di cui all'art. 4 del decreto ministeriale 5 maggio 2011, degli impianti fotovoltaici utilizzati con il meccanismo dello "scambio sul posto" in alternativa alle "tariffe incentivanti", avendone stabilito l'alternatività dei benefici nell'art. 12, comma 5, dello schema di decreto, e in quanto non concorre ad incrementare il plafond massimo di risorse utilizzabili;
4) infine, ad istituire una sede di confronto tra Parlamento, Governo, operatori del settore e associazioni dei consumatori al fine di rivalutare, in maniera calibrata, gli interventi a sostegno dell'intero settore dell'energia rinnovabile, non solo dal punto di vista degli incentivi ma anche dal punto di vista regolamentare; a tal proposito, infatti, occorre dare tempi e modalità di azione certi non solo agli imprenditori italiani ma anche a tutti i cittadini che fanno uso di tale energia, fornendo loro una valida e sicura guida di riferimento in modo che siano motivati nel continuare a contribuire allo sviluppo di questo importantissimo settore e, nello stesso tempo, che si sentano tutelati da una normativa sicura e precisa; tutto ciò, inoltre, dovrebbe essere fatto ponderando bene tutte le scelte da attuare al fine di creare solide basi per una crescita sostenibile del Paese senza sottovalutare le ripercussioni ambientali e socio-culturali del fenomeno.
(1-00629) (08 maggio 2012)
V. testo 2
LI GOTTI, BUGNANO, BELISARIO, CARLINO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,
premesso che:
a livello mondiale la domanda di energia prodotta da fonti rinnovabili è in aumento, mentre in Europa cresce in modo modesto;
il recente rapporto Energia e Ambiente 2009-2010 dell'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente (Enea), presentato nel mese di aprile 2012, evidenzia come, nonostante le vicende della crisi internazionale, la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili a livello mondiale ha conosciuto uno sviluppo straordinario lungo tutto il quinquennio 2005-2010. Gli investimenti mondiali in tecnologie per le rinnovabili hanno fatto registrare nel 2010 un valore complessivo di 211 miliardi di dollari (con un incremento del 32 per cento rispetto al 2009 e circa 10 volte rispetto al 2004, anno nel quale è iniziato il decollo). Complessivamente le tecnologie del settore hanno fatto registrare nel periodo 2005-2010 una accelerazione negli scambi commerciali ad un tasso di incremento medio annuo pari a circa 5 volte quello del settore manifatturiero. Nell'Unione europea l'adeguamento dell'offerta produttiva interna in questo settore è risultato insufficiente a soddisfare una domanda che si è più che decuplicata tra il 2005 e il 2010;
in questo contesto, secondo il rapporto Enea, la situazione italiana risulta particolarmente critica, in quanto nel Paese la crescita della quota delle rinnovabili non è stata affiancata da una politica di sostegno dell'industria capace di stimolare la nascita di una filiera industriale made in Italy. Inoltre, il settore ha sofferto della mancanza di risorse pubbliche impiegate nella ricerca e nell'innovazione tecnologica, diversamente da quanto è accaduto in altri Paesi europei;
nel rapporto si ribadisce, tra l'altro, la necessità di puntare sulla diversificazione delle fonti, su una maggiore diffusione delle rinnovabili e sul potenziamento di un sistema di smart grids, sull'incentivazione dell'efficienza energetica e sul risparmio di energia nel settore residenziale e industriale, effettuando scelte strategiche in questi campi, orientate alla promozione della green economy;
rilevato che:
l'11 aprile 2012 il Ministro dello sviluppo economico, con i Ministri dell'ambiente e delle politiche agricole alimentari e forestali, ha presentato due schemi di decreto adottati in attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011, che introdurranno un nuovo meccanismo di incentivazione: il decreto interministeriale recante il "V Conto Energia" e il decreto interministeriale per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Il Governo auspica che tali strumenti possano permettere il raggiungimento di tre obiettivi: 1) superare ampiamente gli obiettivi europei "20-20-20"; 2) ridurre gli sprechi e gli oneri eccessivi sulla bolletta; 3) favorire lo sviluppo della filiera economica italiana. Su tali provvedimenti verrà sentita l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas e dovrà essere acquisito il parere della Conferenza unificata, di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;
secondo il Governo le rinnovabili elettriche hanno un'efficacia inferiore rispetto alle rinnovabili termiche o ad efficienza energetica, e gli attuali incentivi ad esse destinati sono di molto superiori agli standard europei. Il livello elevato di incentivazione avrebbe determinato una vera esplosione degli impianti installati, in particolar modo nel fotovoltaico. Nel corso della presentazione è stato infatti ribadito che l'approccio finora seguito non è stato ottimale, soprattutto in termini di costi per il Paese che si rifletterebbero sulla bolletta elettrica dei cittadini;
gli incentivi per il fotovoltaico si stanno approssimando al livello di 6 miliardi di euro annui, cui vanno aggiunti circa 3 miliardi per le altre fonti rinnovabili, e 1,3 miliardi per le cosiddette assimilate in virtù del meccanismo CIP6. Tuttavia la diffusione capillare degli impianti su edifici residenziali, piccole aziende e anche impianti di media taglia ha beneficiato negli ultimi 6 anni di incentivazione di una quota in denaro pari a 1.960.304.000 euro, a fronte di una spesa di 3,8 miliardi per i grandi impianti. Nel complesso, si può calcolare che gli oneri in bolletta attribuibili a tutte le rinnovabili elettriche corrispondano a circa il 10 per cento, a fronte però del fatto che un chilowattora su 3 prodotto in Italia è generato dalle rinnovabili, facendo registrare una diminuzione di importazioni di fonti fossili ed un miglioramento del livello di emissioni e inquinamento;
un approccio di questo tipo, tuttavia, rischia di essere riduttivo e parziale. Infatti, se da un lato è comprensibile e condivisibile la necessità di riequilibrare gli incentivi, anche a favore delle fonti energetiche non elettriche, occorrerebbe una visione più articolata e di più ampio periodo. Al forte sviluppo delle rinnovabili sono infatti legati anche vantaggi economici molto significativi;
le energie rinnovabili, se da un lato incidono, a causa degli incentivi, sulle componenti della bolletta elettrica, dall'altro contribuiscono a ridurla, grazie al cosiddetto effetto peak shaving. In pratica le fonti alternative hanno contribuito a calmierare il prezzo dell'elettricità nelle ore di maggiore richiesta, che coincidono con quelle di maggiore insolazione, tanto che oggi il picco del prezzo dell'energia elettrica delle ore centrali della giornata è scomparso;
secondo "l'IREX Annual Report 2012", l'effetto di peak shaving ha consentito di risparmiare in bolletta, nel 2011, circa 400 milioni di euro. Si può supporre che questo effetto sia ancora più significativo per l'anno in corso, considerato il quantitativo ulteriore di potenza installata. In base alle risultanze del predetto studio, i vantaggi economici legati a occupazione, riduzione delle emissioni di CO2, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e benefici legati all'indotto e alla crescita del prodotto interno lordo, sarebbero superiori agli svantaggi legati, essenzialmente, ai costi degli incentivi;
nel merito, il V Conto Energia dispone l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante per il fotovoltaico al superamento della soglia di 6 miliardi di euro di incentivi (previsto tra luglio e ottobre prossimi). Sarà l'Autorità per l'energia elettrica e il gas a stabilire con delibera la data esatta di raggiungimento di tale costo. Il nuovo conto si applicherà decorsi 30 giorni dalla delibera, ma comunque non prima del 1° luglio 2012. Alla medesima data cesserà di avere validità il IV Conto Energia, con l'eccezione dei grandi impianti iscritti in posizione utile nei registri. Il meccanismo di entrata in vigore del nuovo sistema appare per certi versi farraginoso e soprattutto suscettibile di generare incertezza per gli investimenti nel settore, non potendosi fare affidamento a priori su una data certa per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante;
nello schema di decreto, si dispone la limitazione della spesa del costo annuo degli incentivi ad un massimo di 80 milioni di euro a semestre, con l'aggiunta di 10 milioni ciascuno per impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative e impianti fotovoltaici a concentrazione. Si prevede altresì che gli impianti fotovoltaici a concentrazione, per beneficiare delle tariffe incentivanti, devono avere un fattore di concentrazione pari almeno a 10 soli. Non è chiaro sulla base di quali valutazioni si sia scelto tale valore di riferimento, escludendo in tal modo la bassa concentrazione dall'accesso agli incentivi;
viene introdotto un sistema di controllo e governo dei volumi installati e della relativa spesa complessiva, attraverso un meccanismo di aste competitive per i grandi impianti (superiori a 5 MW) e tramite registri di prenotazione per gli impianti di taglia medio-piccola. Sono invece esclusi dall'iscrizione nei registri i micro impianti (di dimensioni inferiori ai 12 kW). Il costo sostenuto per incentivare tali ultimi impianti viene comunque detratto dal costo indicativo annuo dei semestri successivi al primo. Nei semestri successivi al primo, il limite di spesa annuo di ottanta milioni sarà intaccato da tutti i piccolissimi impianti (sotto i 12 kW) che non sono tenuti all'iscrizione in alcun registro. È quindi probabile che l'incentivo concesso ad impianti sotto i 12 kW penalizzerà sul mercato anche gli impianti di taglia medio-piccola, con un'inevitabile contrazione della potenza installata;
l'introduzione dei registri comporta la definizione di criteri di priorità volti all'istituzione di una graduatoria per l'iscrizione agli stessi registri. Tale graduatoria si formerà applicando in ordine gerarchico, i seguenti criteri di priorità: 1) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore, con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 2) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore; 3) impianti su edifici con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 4) impianti per i quali il soggetto interessato richiede una tariffa ridotta del 5 per cento rispetto a quella vigente alla data di entrata in esercizio; 5) impianti ubicati, nell'ordine, in siti contaminati; 6) impianti di potenza non superiore a 200 kW asserviti ad azienda agricola; 7) impianti senza limite di potenza realizzati da Comuni con meno di 5.000 residenti; 8) impianti realizzati su pergole o tettoie o serre; e, solo a seguire, il resto degli impianti, per i quali varrà il seguente ordine di priorità: precedenza della data del titolo autorizzativo; minore potenza dell'impianto; precedenza della data di richiesta di iscrizione al registro;
con riferimento ai requisiti degli impianti che possono accedere alle tariffe incentivanti emerge come, da un lato, non compaiano tra essi gli impianti con moduli collocati a terra in aree industriali, scelta, quest'ultima, del tutto incomprensibile; e dall'altro come, sebbene il riferimento alla presenza di amianto si collochi al primo e terzo posto nei criteri di priorità per stilare la graduatoria del registro, sia stata del tutto eliminata la tariffa premio precedentemente prevista per lo smaltimento dello stesso materiale;
si deve altresì rilevare che, al fine di salvaguardare gli impianti in fase avanzata di realizzazione, quindi in deroga ai criteri di priorità e limitatamente al primo semestre di applicazione, la graduatoria appare formata applicando, in ordine gerarchico come primo criterio, la precedenza della data di entrata in esercizio. Così, nel primo semestre la priorità andrebbe agli impianti già allacciati, ovvero a quelli in fase finale di realizzazione, che, non riuscendo più a rientrare nel IV Conto Energia, avranno la priorità nel V Conto Energia. Tale soluzione pare comunque restrittiva. Sarebbe stato auspicabile quanto meno far rientrare nel IV Conto Energia gli impianti per i quali l'Enel abbia ricevuto la certificazione cosiddetta di "fine lavori" in data antecedente alla data di entrata in vigore del decreto, così da tutelare l'intero investimento di chi ha operato nel pieno del IV Conto Energia dal taglio delle tariffe;
non è stata prevista, quindi, alcuna misura di semplificazione volta a ridurre i costi sostenuti dal settore a causa della burocrazia, ma si è invece proceduto ad introdurre ulteriori meccanismi quali le aste, i contingenti annuali di potenza per i nuovi impianti e per i rifacimenti di quelli esistenti, l'introduzione dei registri anche per gli impianti di piccola taglia, l'imposizione di oneri aggiuntivi per il funzionamento del Gestore dei servizi energetici - GSE (ben 0,1 centesimi di euro a kWh, ovvero un euro ogni MWh prodotto), oltre a livelli di incentivazione insufficienti;
rispetto alle tariffe previste dal IV Conto Energia per il secondo semestre 2012, il taglio medio delle tariffe si attesterebbe intorno al 50 per cento. Lo schema di decreto in esame presenta dunque, per la sua attuale formulazione e tempistica applicativa, effetti fortemente destabilizzanti per l'intero settore - tra l'altro già fortemente colpito nell'ultimo anno, ad opera del precedente Esecutivo, da numerose e penalizzanti modifiche al sistema di incentivazione -, in quanto contiene misure decisamente restrittive per lo sviluppo del mercato, senza neppure un'adeguata fase transitoria;
con riferimento allo schema di decreto che interviene sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche, si prevede che il cumulo degli incentivi destinati a tutte le tipologie degli impianti da fonte rinnovabile, con esclusione di quelli fotovoltaici, non potrà superare i 5,5 miliardi di euro annui; sarà il GSE ad individuare se il tetto massimo è stato raggiunto, aggiornando e pubblicando periodicamente il costo indicativo cumulato degli incentivi erogati. Continueranno ad accedere ai certificati verdi gli impianti che entreranno in esercizio entro il 2012, ma cambierà il prezzo di ritiro degli stessi certificati. Maggiori cambiamenti di sistema sono previsti per gli impianti che entreranno in esercizio dal 2013. Va sottolineato inoltre il rinvio del pagamento dei certificati verdi relativi alla produzione elettrica effettivamente immessa in rete per il 2011, pagamento che anziché essere effettuato in un'unica soluzione a giugno, avverrà in tre tranche tra giugno e dicembre;
per gli impianti di potenza superiore ai 20 MW è previsto il meccanismo delle aste a ribasso per ottenere gli incentivi. Per la prima procedura d'asta il bando sarà pubblicato entro il 31 luglio 2012, ed entro il 31 luglio di ogni anno per i periodi successivi. Potranno iscriversi alle aste solo gli impianti autorizzati e, trattandosi di procedure al ribasso, vinceranno le aziende che chiederanno incentivi più bassi. A chi perde l'asta non verrà riconosciuto nemmeno il valore minimo dell'incentivo;
l'impatto delle norme recate dai due provvedimenti, considerati nella loro globalità, non potrà che contrastare palesemente con gli obiettivi europei in tema di energie rinnovabili e ancor di più con gli stessi obiettivi annunciati dal Governo, in primis quello di superare gli obiettivi europei. Si deve constatare che, ancora una volta, si introducono nuovi oneri su impianti esistenti, impedendo una corretta programmazione degli investimenti, mentre allo stesso tempo non si interviene - come richiesto più volte dal Gruppo Italia dei Valori in numerosi atti di sindacato ispettivo - sull'eliminazione di oneri impropri gravanti sulla bolletta elettrica;
l'eventuale adozione, senza modifiche, di questi decreti assesterà un duro colpo alle aziende del comparto delle rinnovabili e dell'efficienza energetica che rischieranno in molti casi il fallimento - con le evidenti e pesanti ricadute occupazionali - e comporterà la fuga dei capitali stranieri, che in questo contesto certamente non sceglieranno di investire nel nostro Paese, pregiudicandone lo sviluppo;
diverse Regioni hanno già preso posizioni apertamente critiche nei confronti dei due provvedimenti. La consultazione con gli enti locali in fase di stesura, d'altra parte, è totalmente mancata. Vista la mancata possibilità di sviluppare qualsiasi confronto preventivo con il Governo sui decreti riferiti al "V Conto energia" e alle "Rinnovabili elettriche non fotovoltaiche", anche le organizzazioni sindacali Cgil Cisl e Uil hanno presentato al Coordinamento delle Regioni una serie di considerazioni e proposte di modifica ai decreti citati, tenuto conto delle ricadute occupazionali che si produrrebbero in un settore che invece ha dimostrato di poter crescere anche in una fase economica avversa;
si deve inoltre constatare la persistente mancata adozione di un sistema di incentivazione adeguato per le altre fonti rinnovabili pulite, che presentano profili ancora minori di impatto ambientale e più ampi margini di sviluppo ed innovazione tecnologica, quali, ad esempio, gli impianti sperimentali geotermici a bassa entalpia - irragionevolmente penalizzati rispetto ad analoghi impianti - o gli impianti solari termodinamici di piccola taglia, per l'incentivazione dei quali l'articolo 4 dello schema di decreto sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche rinvia ad un successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico l'eventuale adozione di provvedimenti in tal senso;
occorre altresì constatare che la politica energetica sinora perseguita si è orientata prevalentemente al taglio degli incentivi, senza al contempo investire in grandi progetti di ricerca quali quelli relativi allo sviluppo del solare a concentrazione, tecnologia che, oltre a costituire un vantaggio in termini di redditività dell'investimento, potrebbe rilanciare - come nel caso del progetto Desertec, sul sostegno al quale si registra un preoccupante silenzio - lo sviluppo della filiera termodinamica italiana e la produzione di energia pulita necessaria al mantenimento ed al benessere del nostro pianeta, concorrendo sinergicamente con tutte le altre fonti energetiche rinnovabili al raggiungimento dell'obiettivo nazionale 20-20-20;
considerato che:
secondo quanto affermato nel report "Global Policy Tracker" della Deutsche Bank, in cui si analizzano le politiche dei vari Paesi sulla riduzione della CO2, a causa dei tagli agli incentivi e alla mancanza di politiche adeguate, l'Italia difficilmente riuscirà ad arrivare a quel 17 per cento che è l'obiettivo per il 2020, e ci si aspetta che sia uno dei sei Paesi in Europa che non raggiungeranno i loro obiettivi per il 2020. Il nostro Paese sarà costretto di conseguenza a importare dall'estero energia prodotta da rinnovabili per non incorrere nelle sanzioni dell'Europa;
emerge chiaramente dalle ultime norme contenute nel decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, recante "Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività", e nel decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, recante "Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo", che la strategia del Governo in campo energetico tende nettamente a favorire l'estrazione di idrocarburi, gas e metano, nazionali, a discapito proprio delle energie pulite e rinnovabili;
il Ministro dello sviluppo economico, nell'ambito dell'audizione presso la 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato il 26 aprile 2012, ha infatti lasciato agli atti un intervento nel quale si afferma che: "Non tutti sanno che l'Italia ha ingenti riserve di gas e petrolio, Una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi rapidi consentendo di soddisfare potenzialmente circa il 20 per cento dei consumi (dal 10 per cento attuale)". Il Ministro ha altresì spiegato che intende "muoversi decisamente in questa direzione che potrebbe consentire di "attivare 15 miliardi di euro di investimenti";
appare evidente, anche alla luce di quanto precedentemente riportato, che non si può, ad oggi, rinvenire nell'azione di Governo una programmazione energetica nazionale in senso proprio, con l'effetto di sottovalutare così l'importanza che la stessa programmazione assume in relazione alla molteplicità dei suoi obiettivi. Non solo, infatti, essa rileva ai fini dello sfruttamento razionale ed efficiente delle risorse, ma ha anche forti ricadute in ambito ambientale, sociale e strategico. Da tempo, invece, sono rintracciabili in campo energetico solo piani di settore. La pianificazione riferita alle energie rinnovabili è praticamente una ricognizione dell'esistente a cui non si affiancano precise azioni programmatorie per il futuro. Non sono stati predisposti, inoltre, specifici piani per ogni tipo di fonte rinnovabile,
impegna il Governo:
1) a procedere con urgenza alla definizione, condivisa e trasparente, di una strategia energetica nazionale che non si fondi sulle fonti fossili, ma sulla pianificazione della promozione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, in vista del raggiungimento degli obiettivi europei;
2) ad integrare con modalità più efficaci le politiche sulle rinnovabili con le politiche per l'efficienza energetica;
3) ad adottare una strategia di sostegno stabile e trasparente alla produzione di energia da fonti rinnovabili che garantisca certezza agli operatori del settore, evitando ciclicamente l'adozione di misure che blocchino o penalizzino gli investimenti già avviati;
4) ad agevolare il ricorso al credito bancario da parte degli operatori del settore, mediante l'istituzione di strumenti di garanzia o fondi rotativi destinati alla realizzazione di impianti di piccola taglia per la produzione di energia da fonte rinnovabile;
5) a valutare la sostituzione dello strumento dei registri con l'introduzione di un meccanismo di riduzione della tariffa contemperata al volume delle installazioni;
6) nell'ambito dello schema di decreto recante il "V Conto Energia":
a) ad elevare il limite di spesa all'incentivazione, fissato dal decreto a 500 milioni di euro, al fine di sostenere lo sviluppo del settore e favorire il raggiungimento della grid parity;
b) a escludere l'applicazione del meccanismo del registro di cui all'articolo 4 dello schema di decreto agli impianti fotovoltaici di potenza inferiore ai 200 Kwp, considerata convenzionalmente la soglia di picco massimo dell'autoconsumo per le piccole e medie imprese - come dimostrato anche dalla previsione contenuta nel IV Conto Energia, in base alla quale, tale era il limite dello scambio sul posto -, al fine di non appesantire ulteriormente gli oneri burocratici e contrastare, al contempo, eventuali fenomeni speculativi legati alla realizzazione di impianti di taglia superiore;
c) a ripristinare il meccanismo dello scambio sul posto fino a 200 kWp, che consente la vendita dell'energia prodotta da fonti rinnovabili sul libero mercato dell'energia;
d) tenuto conto che il nuovo meccanismo incentivante, nella forma di una tariffa onnicomprensiva e di una quota per l'energia autoconsumata, comprende anche il valore dell'energia immessa in rete, a prevedere una verifica periodica sulla congruità delle tariffe rispetto all'andamento del costo dell'energia;
e) a prevedere un periodo transitorio congruo e comunque non inferiore a tre mesi per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante, al fine di permettere alle imprese operanti nel settore di portare a termine investimenti già programmati e autorizzati ed evitare incertezze finanziarie che costringerebbe le aziende a rivedere l'intero conto economico, con gravi danni economici soprattutto per le imprese medio piccole;
f) a prevedere un sistema di premialità per l'utilizzo, nella realizzazione degli impianti, di componentistica nazionale ed europea, così come previsto nel IV Conto Energia, prevedendo il riconoscimento degli incentivi soltanto agli impianti realizzati con almeno l'80 per cento dei componenti prodotti in Europa, così da favorire lo sviluppo di una filiera nazionale, che in questi anni ha assicurato notevoli livelli occupazionali, nonostante la crisi economica;
g) a valutare il ripristino di un sistema premiale per lo smaltimento dell'amianto per il miglioramento dell'efficienza energetica e dell'innovazione, al fine di favorire l'industria nazionale e garantire la tutela della salute dei cittadini;
h) a procedere al ripristino degli incentivi per il fotovoltaico a concentrazione previsti dal IV Conto Energia;
7) nell'ambito dello schema di decreto sulle "rinnovabili elettriche non fotovoltaiche":
a) a valutare l'opportunità di intervenire sul nuovo meccanismo di pagamento dei certificati verdi da parte del GSE;
b) ad elevare la soglia per l'accesso ai registri per tutti gli impianti oltre i 250 kW;
c) ad introdurre meccanismi di flessibilità nel primo anno di applicazione del sistema delle aste;
d) a prevedere per il settore geotermico sperimentale meccanismi di incentivazione non penalizzanti quali quelli prospettati nella bozza di decreto;
e) a prevedere anche per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche un più consistente sistema di premialità per l'utilizzo, nella realizzazione degli impianti, di materiali europei in percentuale tale da consentire lo sviluppo della filiera nazionale;
f) a rivedere il sistema di incentivazione per gli impianti alimentati da un combustibile non rinnovabile e da rifiuti parzialmente biodegradabili, previsto dal decreto.
(1-00629) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
LI GOTTI, BUGNANO, BELISARIO, CARLINO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,
premesso che:
a livello mondiale la domanda di energia prodotta da fonti rinnovabili è in aumento, mentre in Europa cresce in modo modesto;
il recente rapporto Energia e Ambiente 2009-2010 dell'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente (Enea), presentato nel mese di aprile 2012, evidenzia come, nonostante le vicende della crisi internazionale, la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili a livello mondiale ha conosciuto uno sviluppo straordinario lungo tutto il quinquennio 2005-2010. Gli investimenti mondiali in tecnologie per le rinnovabili hanno fatto registrare nel 2010 un valore complessivo di 211 miliardi di dollari (con un incremento del 32 per cento rispetto al 2009 e circa 10 volte rispetto al 2004, anno nel quale è iniziato il decollo). Complessivamente le tecnologie del settore hanno fatto registrare nel periodo 2005-2010 una accelerazione negli scambi commerciali ad un tasso di incremento medio annuo pari a circa 5 volte quello del settore manifatturiero. Nell'Unione europea l'adeguamento dell'offerta produttiva interna in questo settore è risultato insufficiente a soddisfare una domanda che si è più che decuplicata tra il 2005 e il 2010;
in questo contesto, secondo il rapporto Enea, la situazione italiana risulta particolarmente critica, in quanto nel Paese la crescita della quota delle rinnovabili non è stata affiancata da una politica di sostegno dell'industria capace di stimolare la nascita di una filiera industriale made in Italy. Inoltre, il settore ha sofferto della mancanza di risorse pubbliche impiegate nella ricerca e nell'innovazione tecnologica, diversamente da quanto è accaduto in altri Paesi europei;
nel rapporto si ribadisce, tra l'altro, la necessità di puntare sulla diversificazione delle fonti, su una maggiore diffusione delle rinnovabili e sul potenziamento di un sistema di smart grids, sull'incentivazione dell'efficienza energetica e sul risparmio di energia nel settore residenziale e industriale, effettuando scelte strategiche in questi campi, orientate alla promozione della green economy;
rilevato che:
l'11 aprile 2012 il Ministro dello sviluppo economico, con i Ministri dell'ambiente e delle politiche agricole alimentari e forestali, ha presentato due schemi di decreto adottati in attuazione del decreto legislativo n. 28 del 2011, che introdurranno un nuovo meccanismo di incentivazione: il decreto interministeriale recante il "V Conto Energia" e il decreto interministeriale per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Il Governo auspica che tali strumenti possano permettere il raggiungimento di tre obiettivi: 1) superare ampiamente gli obiettivi europei "20-20-20"; 2) ridurre gli sprechi e gli oneri eccessivi sulla bolletta; 3) favorire lo sviluppo della filiera economica italiana. Su tali provvedimenti verrà sentita l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas e dovrà essere acquisito il parere della Conferenza unificata, di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;
secondo il Governo le rinnovabili elettriche hanno un'efficacia inferiore rispetto alle rinnovabili termiche o ad efficienza energetica, e gli attuali incentivi ad esse destinati sono di molto superiori agli standard europei. Il livello elevato di incentivazione avrebbe determinato una vera esplosione degli impianti installati, in particolar modo nel fotovoltaico. Nel corso della presentazione è stato infatti ribadito che l'approccio finora seguito non è stato ottimale, soprattutto in termini di costi per il Paese che si rifletterebbero sulla bolletta elettrica dei cittadini;
gli incentivi per il fotovoltaico si stanno approssimando al livello di 6 miliardi di euro annui, cui vanno aggiunti circa 3 miliardi per le altre fonti rinnovabili, e 1,3 miliardi per le cosiddette assimilate in virtù del meccanismo CIP6. Tuttavia la diffusione capillare degli impianti su edifici residenziali, piccole aziende e anche impianti di media taglia ha beneficiato negli ultimi 6 anni di incentivazione di una quota in denaro pari a 1.960.304.000 euro, a fronte di una spesa di 3,8 miliardi per i grandi impianti. Nel complesso, si può calcolare che gli oneri in bolletta attribuibili a tutte le rinnovabili elettriche corrispondano a circa il 10 per cento, a fronte però del fatto che un chilowattora su 3 prodotto in Italia è generato dalle rinnovabili, facendo registrare una diminuzione di importazioni di fonti fossili ed un miglioramento del livello di emissioni e inquinamento;
un approccio di questo tipo, tuttavia, rischia di essere riduttivo e parziale. Infatti, se da un lato è comprensibile e condivisibile la necessità di riequilibrare gli incentivi, anche a favore delle fonti energetiche non elettriche, occorrerebbe una visione più articolata e di più ampio periodo. Al forte sviluppo delle rinnovabili sono infatti legati anche vantaggi economici molto significativi;
le energie rinnovabili, se da un lato incidono, a causa degli incentivi, sulle componenti della bolletta elettrica, dall'altro contribuiscono a ridurla, grazie al cosiddetto effetto peak shaving. In pratica le fonti alternative hanno contribuito a calmierare il prezzo dell'elettricità nelle ore di maggiore richiesta, che coincidono con quelle di maggiore insolazione, tanto che oggi il picco del prezzo dell'energia elettrica delle ore centrali della giornata è scomparso;
secondo "l'IREX Annual Report 2012", l'effetto di peak shaving ha consentito di risparmiare in bolletta, nel 2011, circa 400 milioni di euro. Si può supporre che questo effetto sia ancora più significativo per l'anno in corso, considerato il quantitativo ulteriore di potenza installata. In base alle risultanze del predetto studio, i vantaggi economici legati a occupazione, riduzione delle emissioni di CO2, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e benefici legati all'indotto e alla crescita del prodotto interno lordo, sarebbero superiori agli svantaggi legati, essenzialmente, ai costi degli incentivi;
nel merito, il V Conto Energia dispone l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante per il fotovoltaico al superamento della soglia di 6 miliardi di euro di incentivi (previsto tra luglio e ottobre prossimi). Sarà l'Autorità per l'energia elettrica e il gas a stabilire con delibera la data esatta di raggiungimento di tale costo. Il nuovo conto si applicherà decorsi 30 giorni dalla delibera, ma comunque non prima del 1° luglio 2012. Alla medesima data cesserà di avere validità il IV Conto Energia, con l'eccezione dei grandi impianti iscritti in posizione utile nei registri. Il meccanismo di entrata in vigore del nuovo sistema appare per certi versi farraginoso e soprattutto suscettibile di generare incertezza per gli investimenti nel settore, non potendosi fare affidamento a priori su una data certa per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante;
nello schema di decreto, si dispone la limitazione della spesa del costo annuo degli incentivi ad un massimo di 80 milioni di euro a semestre, con l'aggiunta di 10 milioni ciascuno per impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative e impianti fotovoltaici a concentrazione. Si prevede altresì che gli impianti fotovoltaici a concentrazione, per beneficiare delle tariffe incentivanti, devono avere un fattore di concentrazione pari almeno a 10 soli. Non è chiaro sulla base di quali valutazioni si sia scelto tale valore di riferimento, escludendo in tal modo la bassa concentrazione dall'accesso agli incentivi;
viene introdotto un sistema di controllo e governo dei volumi installati e della relativa spesa complessiva, attraverso un meccanismo di aste competitive per i grandi impianti (superiori a 5 MW) e tramite registri di prenotazione per gli impianti di taglia medio-piccola. Sono invece esclusi dall'iscrizione nei registri i micro impianti (di dimensioni inferiori ai 12 kW). Il costo sostenuto per incentivare tali ultimi impianti viene comunque detratto dal costo indicativo annuo dei semestri successivi al primo. Nei semestri successivi al primo, il limite di spesa annuo di ottanta milioni sarà intaccato da tutti i piccolissimi impianti (sotto i 12 kW) che non sono tenuti all'iscrizione in alcun registro. È quindi probabile che l'incentivo concesso ad impianti sotto i 12 kW penalizzerà sul mercato anche gli impianti di taglia medio-piccola, con un'inevitabile contrazione della potenza installata;
l'introduzione dei registri comporta la definizione di criteri di priorità volti all'istituzione di una graduatoria per l'iscrizione agli stessi registri. Tale graduatoria si formerà applicando in ordine gerarchico, i seguenti criteri di priorità: 1) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore, con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 2) impianti su edifici dal cui attestato di certificazione energetica risulti la miglior classe energetica, che comunque deve risultare D o superiore; 3) impianti su edifici con moduli installati in sostituzione di coperture in eternit o comunque contenenti amianto; 4) impianti per i quali il soggetto interessato richiede una tariffa ridotta del 5 per cento rispetto a quella vigente alla data di entrata in esercizio; 5) impianti ubicati, nell'ordine, in siti contaminati; 6) impianti di potenza non superiore a 200 kW asserviti ad azienda agricola; 7) impianti senza limite di potenza realizzati da Comuni con meno di 5.000 residenti; 8) impianti realizzati su pergole o tettoie o serre; e, solo a seguire, il resto degli impianti, per i quali varrà il seguente ordine di priorità: precedenza della data del titolo autorizzativo; minore potenza dell'impianto; precedenza della data di richiesta di iscrizione al registro;
con riferimento ai requisiti degli impianti che possono accedere alle tariffe incentivanti emerge come, da un lato, non compaiano tra essi gli impianti con moduli collocati a terra in aree industriali, scelta, quest'ultima, del tutto incomprensibile; e dall'altro come, sebbene il riferimento alla presenza di amianto si collochi al primo e terzo posto nei criteri di priorità per stilare la graduatoria del registro, sia stata del tutto eliminata la tariffa premio precedentemente prevista per lo smaltimento dello stesso materiale;
si deve altresì rilevare che, al fine di salvaguardare gli impianti in fase avanzata di realizzazione, quindi in deroga ai criteri di priorità e limitatamente al primo semestre di applicazione, la graduatoria appare formata applicando, in ordine gerarchico come primo criterio, la precedenza della data di entrata in esercizio. Così, nel primo semestre la priorità andrebbe agli impianti già allacciati, ovvero a quelli in fase finale di realizzazione, che, non riuscendo più a rientrare nel IV Conto Energia, avranno la priorità nel V Conto Energia. Tale soluzione pare comunque restrittiva. Sarebbe stato auspicabile quanto meno far rientrare nel IV Conto Energia gli impianti per i quali l'Enel abbia ricevuto la certificazione cosiddetta di "fine lavori" in data antecedente alla data di entrata in vigore del decreto, così da tutelare l'intero investimento di chi ha operato nel pieno del IV Conto Energia dal taglio delle tariffe;
non è stata prevista, quindi, alcuna misura di semplificazione volta a ridurre i costi sostenuti dal settore a causa della burocrazia, ma si è invece proceduto ad introdurre ulteriori meccanismi quali le aste, i contingenti annuali di potenza per i nuovi impianti e per i rifacimenti di quelli esistenti, l'introduzione dei registri anche per gli impianti di piccola taglia, l'imposizione di oneri aggiuntivi per il funzionamento del Gestore dei servizi energetici - GSE (ben 0,1 centesimi di euro a kWh, ovvero un euro ogni MWh prodotto), oltre a livelli di incentivazione insufficienti;
rispetto alle tariffe previste dal IV Conto Energia per il secondo semestre 2012, il taglio medio delle tariffe si attesterebbe intorno al 50 per cento. Lo schema di decreto in esame presenta dunque, per la sua attuale formulazione e tempistica applicativa, effetti fortemente destabilizzanti per l'intero settore - tra l'altro già fortemente colpito nell'ultimo anno, ad opera del precedente Esecutivo, da numerose e penalizzanti modifiche al sistema di incentivazione -, in quanto contiene misure decisamente restrittive per lo sviluppo del mercato, senza neppure un'adeguata fase transitoria;
con riferimento allo schema di decreto che interviene sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche, si prevede che il cumulo degli incentivi destinati a tutte le tipologie degli impianti da fonte rinnovabile, con esclusione di quelli fotovoltaici, non potrà superare i 5,5 miliardi di euro annui; sarà il GSE ad individuare se il tetto massimo è stato raggiunto, aggiornando e pubblicando periodicamente il costo indicativo cumulato degli incentivi erogati. Continueranno ad accedere ai certificati verdi gli impianti che entreranno in esercizio entro il 2012, ma cambierà il prezzo di ritiro degli stessi certificati. Maggiori cambiamenti di sistema sono previsti per gli impianti che entreranno in esercizio dal 2013. Va sottolineato inoltre il rinvio del pagamento dei certificati verdi relativi alla produzione elettrica effettivamente immessa in rete per il 2011, pagamento che anziché essere effettuato in un'unica soluzione a giugno, avverrà in tre tranche tra giugno e dicembre;
per gli impianti di potenza superiore ai 20 MW è previsto il meccanismo delle aste a ribasso per ottenere gli incentivi. Per la prima procedura d'asta il bando sarà pubblicato entro il 31 luglio 2012, ed entro il 31 luglio di ogni anno per i periodi successivi. Potranno iscriversi alle aste solo gli impianti autorizzati e, trattandosi di procedure al ribasso, vinceranno le aziende che chiederanno incentivi più bassi. A chi perde l'asta non verrà riconosciuto nemmeno il valore minimo dell'incentivo;
l'impatto delle norme recate dai due provvedimenti, considerati nella loro globalità, non potrà che contrastare palesemente con gli obiettivi europei in tema di energie rinnovabili e ancor di più con gli stessi obiettivi annunciati dal Governo, in primis quello di superare gli obiettivi europei. Si deve constatare che, ancora una volta, si introducono nuovi oneri su impianti esistenti, impedendo una corretta programmazione degli investimenti, mentre allo stesso tempo non si interviene - come richiesto più volte dal Gruppo Italia dei Valori in numerosi atti di sindacato ispettivo - sull'eliminazione di oneri impropri gravanti sulla bolletta elettrica;
l'eventuale adozione, senza modifiche, di questi decreti assesterà un duro colpo alle aziende del comparto delle rinnovabili e dell'efficienza energetica che rischieranno in molti casi il fallimento - con le evidenti e pesanti ricadute occupazionali - e comporterà la fuga dei capitali stranieri, che in questo contesto certamente non sceglieranno di investire nel nostro Paese, pregiudicandone lo sviluppo;
diverse Regioni hanno già preso posizioni apertamente critiche nei confronti dei due provvedimenti. La consultazione con gli enti locali in fase di stesura, d'altra parte, è totalmente mancata. Vista la mancata possibilità di sviluppare qualsiasi confronto preventivo con il Governo sui decreti riferiti al "V Conto energia" e alle "Rinnovabili elettriche non fotovoltaiche", anche le organizzazioni sindacali Cgil Cisl e Uil hanno presentato al Coordinamento delle Regioni una serie di considerazioni e proposte di modifica ai decreti citati, tenuto conto delle ricadute occupazionali che si produrrebbero in un settore che invece ha dimostrato di poter crescere anche in una fase economica avversa;
si deve inoltre constatare la persistente mancata adozione di un sistema di incentivazione adeguato per le altre fonti rinnovabili pulite, che presentano profili ancora minori di impatto ambientale e più ampi margini di sviluppo ed innovazione tecnologica, quali, ad esempio, gli impianti sperimentali geotermici a bassa entalpia - irragionevolmente penalizzati rispetto ad analoghi impianti - o gli impianti solari termodinamici di piccola taglia, per l'incentivazione dei quali l'articolo 4 dello schema di decreto sulle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche rinvia ad un successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico l'eventuale adozione di provvedimenti in tal senso;
occorre altresì constatare che la politica energetica sinora perseguita si è orientata prevalentemente al taglio degli incentivi, senza al contempo investire in grandi progetti di ricerca quali quelli relativi allo sviluppo del solare a concentrazione, tecnologia che, oltre a costituire un vantaggio in termini di redditività dell'investimento, potrebbe rilanciare - come nel caso del progetto Desertec, sul sostegno al quale si registra un preoccupante silenzio - lo sviluppo della filiera termodinamica italiana e la produzione di energia pulita necessaria al mantenimento ed al benessere del nostro pianeta, concorrendo sinergicamente con tutte le altre fonti energetiche rinnovabili al raggiungimento dell'obiettivo nazionale 20-20-20;
considerato che:
secondo quanto affermato nel report "Global Policy Tracker" della Deutsche Bank, in cui si analizzano le politiche dei vari Paesi sulla riduzione della CO2, a causa dei tagli agli incentivi e alla mancanza di politiche adeguate, l'Italia difficilmente riuscirà ad arrivare a quel 17 per cento che è l'obiettivo per il 2020, e ci si aspetta che sia uno dei sei Paesi in Europa che non raggiungeranno i loro obiettivi per il 2020. Il nostro Paese sarà costretto di conseguenza a importare dall'estero energia prodotta da rinnovabili per non incorrere nelle sanzioni dell'Europa;
emerge chiaramente dalle ultime norme contenute nel decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, recante "Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività", e nel decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, recante "Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo", che la strategia del Governo in campo energetico tende nettamente a favorire l'estrazione di idrocarburi, gas e metano, nazionali, a discapito proprio delle energie pulite e rinnovabili;
il Ministro dello sviluppo economico, nell'ambito dell'audizione presso la 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato il 26 aprile 2012, ha infatti lasciato agli atti un intervento nel quale si afferma che: "Non tutti sanno che l'Italia ha ingenti riserve di gas e petrolio, Una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi rapidi consentendo di soddisfare potenzialmente circa il 20 per cento dei consumi (dal 10 per cento attuale)". Il Ministro ha altresì spiegato che intende "muoversi decisamente in questa direzione che potrebbe consentire di "attivare 15 miliardi di euro di investimenti";
appare evidente, anche alla luce di quanto precedentemente riportato, che non si può, ad oggi, rinvenire nell'azione di Governo una programmazione energetica nazionale in senso proprio, con l'effetto di sottovalutare così l'importanza che la stessa programmazione assume in relazione alla molteplicità dei suoi obiettivi. Non solo, infatti, essa rileva ai fini dello sfruttamento razionale ed efficiente delle risorse, ma ha anche forti ricadute in ambito ambientale, sociale e strategico. Da tempo, invece, sono rintracciabili in campo energetico solo piani di settore. La pianificazione riferita alle energie rinnovabili è praticamente una ricognizione dell'esistente a cui non si affiancano precise azioni programmatorie per il futuro. Non sono stati predisposti, inoltre, specifici piani per ogni tipo di fonte rinnovabile,
impegna il Governo:
1) a procedere con urgenza alla definizione, condivisa e trasparente, di una strategia energetica nazionale che non si fondi sulle fonti fossili, ma sulla pianificazione della promozione delle fonti rinnovabili e dell'efficienza energetica, in vista del raggiungimento degli obiettivi europei;
2) ad integrare con modalità più efficaci le politiche sulle rinnovabili con le politiche per l'efficienza energetica;
3) ad adottare una strategia di sostegno stabile e trasparente alla produzione di energia da fonti rinnovabili che garantisca certezza agli operatori del settore;
4) ad agevolare il ricorso al credito bancario da parte degli operatori del settore, mediante l'istituzione di strumenti di garanzia o fondi rotativi destinati alla realizzazione di impianti di piccola taglia per la produzione di energia da fonte rinnovabile;
5) nell'ambito dello schema di decreto recante il "V Conto Energia":
a) tenuto conto che il nuovo meccanismo incentivante, nella forma di una tariffa onnicomprensiva e di una quota per l'energia autoconsumata, comprende anche il valore dell'energia immessa in rete, a prevedere una verifica periodica sulla congruità delle tariffe rispetto all'andamento del costo dell'energia;
b) a prevedere un periodo transitorio congruo e comunque non inferiore a tre mesi per l'entrata in vigore del nuovo sistema incentivante, al fine di permettere alle imprese operanti nel settore di portare a termine investimenti già programmati e autorizzati ed evitare incertezze finanziarie che costringerebbe le aziende a rivedere l'intero conto economico, con gravi danni economici soprattutto per le imprese medio piccole;
c) a prevedere un'adeguata articolazione del nuovo sistema tariffario che consenta, nell'ambito delle complessive risorse stanziate, l'attribuzione di un premio sugli impianti che installano in prevalenza componenti realizzati nell'Unione Europea, con relativi sistemi di controllo, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative ed efficienti, semplificando il registro; d) a valutare il ripristino di un sistema premiale per lo smaltimento dell'amianto per il miglioramento dell'efficienza energetica e dell'innovazione, al fine di favorire l'industria nazionale e garantire la tutela della salute dei cittadini;
e) a prevedere incentivi premiali per il fotovoltaico a concentrazione ;
6) nell'ambito dello schema di decreto sulle "rinnovabili elettriche non fotovoltaiche" a valutare l'opportunità di intervenire sul nuovo meccanismo di pagamento dei certificati verdi da parte del GSE.
(1-00630) (08 maggio 2012)
Votata per parti separate. Approvata la parte evidenziata in neretto; respinta la restante parte.
VALLARDI, CAGNIN, LEONI, MONTI Cesarino, MURA, MAZZATORTA, PITTONI, MONTANI. - Il Senato,
premesso che:
nel settore dell'energia elettrica prodotta tramite fonti rinnovabili l'Unione europea ha da tempo provveduto a definire un ordinamento normativo chiaro ed esaustivo, dapprima approvando la direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, poi con la direttiva 2009/28/CE, quest'ultima recepita dal nostro Paese con il decreto legislativo 28 marzo 2011, n. 28;
lo sviluppo delle energie rinnovabili si rende necessario non solo per il raggiungimento degli obiettivi europei sottoscritti dall'Italia in tema di energia ma anche e soprattutto perché il settore può avere un ruolo fondamentale per la crescita economica del nostro Paese, dato il potenziale che lo stesso è in grado di esprimere attraverso il notevole tessuto industriale che via via si è sviluppato intorno alle rinnovabili;
il decreto legislativo n. 28 del 2011 riscrive il quadro generale dell'incentivazione delle energie rinnovabili post 2012 e ridefinisce, in particolare, i valori dei sistemi incentivanti destinati a impianti a fonte rinnovabile, esclusa quella fotovoltaica, che entreranno in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013, demandando l'attuazione della disciplina a decreti ministeriali, che il Governo avrebbe dovuto adottare entro la fine di settembre 2011;
gli schemi di decreti ministeriali, che definiscono i nuovi incentivi per l'energia fotovoltaica e per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche (idroelettrico, geotermico, eolico, biomasse e biogas) sono stati adottati soltanto nel mese di aprile 2012 ed hanno da subito creato allarme nel mondo dell'industria delle rinnovabili, alla luce dei drastici tagli agli incentivi che potrebbero mettere a rischio gli investimenti nel settore;
il fine generale dei decreti ministeriali presentati per il parere alla Conferenza Stato-Regioni e all'Autorità per l'energia elettrica ed il gas è di sostenere e, anzi, potenziare lo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia superando nel 2020 gli obiettivi posti dall'Unione europea. Per quanto riguarda, in particolare, l'energia elettrica da fonti rinnovabili, l'obiettivo è quello di arrivare dal 26 per cento stabilito dall'Unione europea, a cui si è quasi arrivati, al 35 o 36 per cento almeno;
i decreti ministeriali fissano pertanto un percorso in termini di volumi di produzione, ovvero in termini di megawattora, che porterà al raggiungimento dei risultati. Per consentire di conseguire concretamente l'obiettivo prefissato, è certamente necessario rendere economicamente sostenibile per le famiglie e per le imprese questo percorso;
è noto infatti che gli incentivi alle fonti rinnovabili in Italia sono mediamente quasi il doppio della media europea e quasi il triplo rispetto a quelli concessi in Germania, dove, peraltro, vi è uno sviluppo delle fonti rinnovabili analogo e paragonabile a quello italiano. Tuttavia, se da un lato in Italia sono stati elargiti negli ultimi anni incentivi superiori ai costi e superiori a quanto viene riconosciuto in sede europea alle fonti rinnovabili, persino da Paesi che più crescono in questo settore, dall'altro c'è la necessità di adottare iniziative di graduale riduzione degli stessi in modo tale da garantire ad imprese e privati cittadini la certezza e la continuità degli investimenti;
vi è la necessità di coniugare il valore degli incentivi con l'efficiente sviluppo delle energie rinnovabili e questo è ancora più vero in alcuni settori, come nel caso dell'eolico, dove l'elargizione degli incentivi ha spesso creato una spirale speculativa nella quale la produttività dell'impianto diviene secondaria rispetto alla rendita economica ottenuta. Non di rado infatti, soprattutto al Sud, si costruiscono impianti fini a se stessi che rimangono addirittura inutilizzati, al mero scopo di ottenere i guadagni offerti dal sistema degli incentivi;
nei decreti ministeriali la riduzione degli incentivi alle fonti rinnovabili è molto meno accentuata di quanto non sia per il fotovoltaico, i cui tagli rischiano di penalizzare lo sviluppo di un settore che riveste un ruolo strategico per l'economia del Paese;
il costo degli incentivi in questo settore, seppur necessario, ha un peso importante sulle bollette energetiche; ragion per cui si ritiene opportuna una sua ottimizzazione sull'esempio di quanto avviene in altri Paesi europei, come in Germania, dove è prevista una perequazione geografica in base ai differenti gradi di irraggiamento del territorio;
la fonte solare fotovoltaica rappresenta una reale opportunità di sviluppo per le imprese nazionali, offrendo loro uno strumento efficace per aumentare i livelli di crescita e di occupazione in un settore strategico e ad alta tecnologia; per il raggiungimento di più alti livelli di competitività è necessario che a tutti gli operatori siano riconosciute le stesse opportunità su tutto il territorio;
sarebbe quindi opportuno che le modalità di determinazione delle tariffe incentivanti tengano conto del diverso irraggiamento del territorio, il quale in termini di produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici favorisce il Sud, più soleggiato, rispetto al Nord, fermo restando il costo dell'investimento;
il contenimento dei costi nel settore delle rinnovabili potrebbe essere perseguito anche con l'adozione di un regime specifico di incentivi per favorire maggiormente lo sviluppo dei sistemi e per incrementare l'efficienza energetica ed il risparmio dei consumi;
nel nostro Paese, almeno inizialmente, si è puntato quasi esclusivamente sulle fonti energetiche rinnovabili per la produzione dell'energia elettrica (più semplici da sviluppare) rispetto alle energie rinnovabili termiche ed all'efficienza energetica, entrambi sistemi economicamente più efficienti e meno costosi. Al riguardo si sottolinea come il costo medio per abbattimento delle emissioni, espresso in euro/Ton CO2, è sempre negativo per i sistemi ad efficienza energetica ( - 522 per le lampade efficienti, - 400 per gli elettrodomestici efficienti, - 62 per i motori elettricie efficienti e - 32 per l'isolamento degli edifici, - 18 per gli scaldabagni solari), mentre, seppure basso, è pur sempre positivo per le rinnovabili elettriche;
lo sviluppo del settore delle fonti energetiche rinnovabili passa anche attraverso il sostegno alla ricerca e all'innovazione tecnologica. A tal fine, l'articolo 32 del decreto legislativo n. 28 del 2011 ha altresì previsto che, al fine di garantire uno sviluppo equilibrato dei vari settori che concorrono al raggiungimento degli obiettivi nazionali di produzione delle energie rinnovabili attraverso la promozione congiunta di domanda e offerta di tecnologie per l'efficienza energetica e le fonti rinnovabili, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo stesso, il Ministro dello sviluppo economico con propri decreti avrebbe dovuto individuare, sulla base di determinati criteri, specifici interventi e misure per lo sviluppo tecnologico e industriale in materia di fonti rinnovabili ed efficienza energetica e che per il finanziamento delle relative attività fosse istituito un fondo presso la Cassa conguaglio per il settore elettrico alimentato dal gettito delle tariffe elettriche e del gas naturale in misura pari, rispettivamente, a 0,02 ceuro/kWh e a 0,08 ceuro/Sm3,
impegna il Governo:
1) ad adottare una revisione delle modalità per la determinazione dell'entità dell'incentivazione al fotovoltaico, volta ad introdurre un correttivo perequativo collegato ai gradi-giorno delle zone climatiche, elencate nell'allegato A al decreto del Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, e successive modificazioni, al fine di uniformare il valore dell'incentivo su tutto il territorio nazionale;
2) a convocare un tavolo di confronto con tutti gli operatori del settore delle fonti rinnovabili sul tema degli incentivi basato sul raggiungimento graduale della nuova disciplina, al fine di rendere, da un lato, economicamente sostenibile per famiglie ed imprese il costo del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili e di garantire, dall'altro, la continuità degli investimenti;
3) ad adottare ulteriori decreti interministeriali volti a sostenere e promuovere la diffusione di sistemi in grado di migliorare l'efficienza energetica ed il risparmio dei consumi;
4) a sostenere la ricerca e lo sviluppo nel settore delle rinnovabili attraverso l'emanazione del decreto ministeriale di cui all'articolo 32 del decreto legislativo n. 28 del 2011 sugli interventi a favore dello sviluppo tecnologico ed industriale.
ORDINI DEL GIORNO
V. testo 2
Il Senato,
premesso che:
le energie rinnovabili costituiscono un tassello fondamentale della strategia energetica nel Paese, e ciò anche in funzione del corretto recepimento della normativa europea in materia di politiche energetiche sostenibili nonché del raggiungimento dei traguardi fissati anche a livello europeo per il 2020, il 2030 e il 2050;
le disposizioni introdotte con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, nel recepire la direttiva europea 2009/28/CE, hanno notevolmente modificato la normativa riguardante il settore delle energie rinnovabili incidendo in modo particolare su tutti gli incentivi alle fonti rinnovabili con impatto sostanzialmente indistinto su tutti i settori di generazione della filiera: eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico;
il predetto intervento normativo ha prodotto ed è destinato a produrre su tutto il comparto delle rinnovabili, almeno nel breve periodo, ricadute economiche negative abbastanza rilevanti in generale, ma il cui peso aumenta in relazione alla specificità del segmento considerato; a tali ricadute negative va ad aggiungersi l'incertezza normativa dovuta in parte al ritardo nella emanazione dei decreti ministeriali di attuazione;
sul segmento della cogenerazione di elettricità e calore da biomasse liquide, il mutamento del quadro normativo ha prodotto un impatto economico molto negativo dovuto alla riduzione degli incentivi; tale effetto negativo, sommato all'incremento delle quotazioni internazionali dei bioliquidi e alle difficoltà sul mercato dell'energia, sta rendendo molto diffìcile la situazione di molte aziende e mette a rischio la sopravvivenza stessa di molti impianti di generazione;
dal 2004 al 2011 la cogenerazione da biomasse liquide ha conosciuto una fase di notevole sviluppo con l'apporto di cospicui investimenti (oltre mezzo miliardo di euro), tanto che a fine 2010 la capacità produttiva installata era di circa 650 MW; il segmento della cogenerazione da biomasse liquide si è mostrato un notevole volano sia in termini di indotto (impiantistica, logistica e manutenzione) sia in termini di occupazione; si valuta infatti che il fatturato annuo sia di circa 1 miliardo di euro (750 milioni diretto, 250 milioni di indotto), e che gli occupati totali siano circa 5.000 (metà personale diretto, metà del settore indotto); sotto il profilo delle entrate tributarie dell'erario, il segmento della cogenerazione da biomasse liquide, tenuto conto anche dell'indotto, si traduce in 150 milioni di euro all'anno di IVA e 80 milioni di euro di incassi doganali legati all'importazione dall'estero dei bioliquidi;
gli impianti di cogenerazione sono generalmente complementari all'attività produttiva di aziende manifatturiere che ne utilizzano sia l'energia elettrica sia il calore e che, in questo modo, realizzano importanti economie di scala vantaggiose sotto il profilo della competitività industriale; l'entrata in attività degli impianti di cogenerazione ha contribuito positivamente negli ultimi anni all'internazionalizzazione delle imprese, creando i presupposti per una integrazione verticale della filiera nazionale con le produzioni agro-energetiche realizzate soprattutto in Paesi in via di sviluppo;
gli impianti di cogenerazione da biomasse liquide hanno importanti caratteristiche tecniche positive sia sotto il profilo della produzione sia dell'impatto ambientale e, in particolare, consentono una piena programmabilità e stabilità di produzione, al pari dei tradizionali impianti termoelettrici a combustibile fossili, ma non sono gravati dall'emission trading scheme e quindi non devono ricorrere all'assegnazione delle quote di emissione con notevole risparmio di costi;
il riscadenzamento del rilascio dei certificati verdi, che in base alla nuova normativa potrà avvenire a cadenza semestrale in due soli momenti dell'anno, provoca alle aziende che esercitano impianti di cogenerazione da biomasse liquide un danno anche dal punto di vista finanziario, in quanto esse sono obbligate a pagare con largo anticipo il biocombustibile prima di poterlo utilizzare; tale danno va ad aggiungersi a quello più strettamente economico determinato dal taglio degli incentivi operato per via legislativa;
il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, all'articolo 24, prevede, per gli impianti alimentati da bioliquidi, la possibilità che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, sulla base degli indirizzi stabiliti dal Ministero dello sviluppo economico, definisca entro il 2012 criteri di integrazione dei ricavi o prezzi minimi garantiti in modo tale da assicurare l'esercizio economicamente conveniente di tali impianti che partecipano al mercato elettrico,
impegna il Governo:
1) a ripristinare condizioni di congrua remunerazione degli impianti di cogenerazione da biomasse liquide, adeguando opportunamente il coefficiente e il prezzo di ritiro dei certificati verdi per mezzo dei decreti ministeriali di attuazione previsti dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28;
2) a rivedere, per gli impianti di generazione alimentati da biomasse, biogas e bioliquidi, le scadenze per il rilascio dei certificati verdi con cadenza mensile, ripristinando condizioni il più possibile vicine alla situazione precedente alla normativa introdotta dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.
Non posto in votazione (*)
Il Senato,
premesso che:
le energie rinnovabili costituiscono un tassello fondamentale della strategia energetica nel Paese, e ciò anche in funzione del corretto recepimento della normativa europea in materia di politiche energetiche sostenibili nonché del raggiungimento dei traguardi fissati anche a livello europeo per il 2020, il 2030 e il 2050;
le disposizioni introdotte con il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, nel recepire la direttiva europea 2009/28/CE, hanno notevolmente modificato la normativa riguardante il settore delle energie rinnovabili incidendo in modo particolare su tutti gli incentivi alle fonti rinnovabili con impatto sostanzialmente indistinto su tutti i settori di generazione della filiera: eolico, geotermico, biomasse e idroelettrico;
il predetto intervento normativo ha prodotto ed è destinato a produrre su tutto il comparto delle rinnovabili, almeno nel breve periodo, ricadute economiche negative abbastanza rilevanti in generale, ma il cui peso aumenta in relazione alla specificità del segmento considerato; a tali ricadute negative va ad aggiungersi l'incertezza normativa dovuta in parte al ritardo nella emanazione dei decreti ministeriali di attuazione;
sul segmento della cogenerazione di elettricità e calore da biomasse liquide, il mutamento del quadro normativo ha prodotto un impatto economico molto negativo dovuto alla riduzione degli incentivi; tale effetto negativo, sommato all'incremento delle quotazioni internazionali dei bioliquidi e alle difficoltà sul mercato dell'energia, sta rendendo molto diffìcile la situazione di molte aziende e mette a rischio la sopravvivenza stessa di molti impianti di generazione;
dal 2004 al 2011 la cogenerazione da biomasse liquide ha conosciuto una fase di notevole sviluppo con l'apporto di cospicui investimenti (oltre mezzo miliardo di euro), tanto che a fine 2010 la capacità produttiva installata era di circa 650 MW; il segmento della cogenerazione da biomasse liquide si è mostrato un notevole volano sia in termini di indotto (impiantistica, logistica e manutenzione) sia in termini di occupazione; si valuta infatti che il fatturato annuo sia di circa 1 miliardo di euro (750 milioni diretto, 250 milioni di indotto), e che gli occupati totali siano circa 5.000 (metà personale diretto, metà del settore indotto); sotto il profilo delle entrate tributarie dell'erario, il segmento della cogenerazione da biomasse liquide, tenuto conto anche dell'indotto, si traduce in 150 milioni di euro all'anno di IVA e 80 milioni di euro di incassi doganali legati all'importazione dall'estero dei bioliquidi;
gli impianti di cogenerazione sono generalmente complementari all'attività produttiva di aziende manifatturiere che ne utilizzano sia l'energia elettrica sia il calore e che, in questo modo, realizzano importanti economie di scala vantaggiose sotto il profilo della competitività industriale; l'entrata in attività degli impianti di cogenerazione ha contribuito positivamente negli ultimi anni all'internazionalizzazione delle imprese, creando i presupposti per una integrazione verticale della filiera nazionale con le produzioni agro-energetiche realizzate soprattutto in Paesi in via di sviluppo;
gli impianti di cogenerazione da biomasse liquide hanno importanti caratteristiche tecniche positive sia sotto il profilo della produzione sia dell'impatto ambientale e, in particolare, consentono una piena programmabilità e stabilità di produzione, al pari dei tradizionali impianti termoelettrici a combustibile fossili, ma non sono gravati dall'emission trading scheme e quindi non devono ricorrere all'assegnazione delle quote di emissione con notevole risparmio di costi;
il riscadenzamento del rilascio dei certificati verdi, che in base alla nuova normativa potrà avvenire a cadenza semestrale in due soli momenti dell'anno, provoca alle aziende che esercitano impianti di cogenerazione da biomasse liquide un danno anche dal punto di vista finanziario, in quanto esse sono obbligate a pagare con largo anticipo il biocombustibile prima di poterlo utilizzare; tale danno va ad aggiungersi a quello più strettamente economico determinato dal taglio degli incentivi operato per via legislativa;
il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, all'articolo 24, prevede, per gli impianti alimentati da bioliquidi, la possibilità che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, sulla base degli indirizzi stabiliti dal Ministero dello sviluppo economico, definisca entro il 2012 criteri di integrazione dei ricavi o prezzi minimi garantiti in modo tale da assicurare l'esercizio economicamente conveniente di tali impianti che partecipano al mercato elettrico,
impegna il Governo a valutare possibili revisioni, per gli impianti di generazione alimentati da biomasse, biogas e bioliquidi, delle scadenze per il rilascio dei certificati verdi con cadenza mensile, ripristinando condizioni il più possibile vicine alla situazione precedente alla normativa introdotta dal decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.
________________
(*) Accolto dal Governo
DISEGNO DI LEGGE
Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, con allegato, fatto a Torino il 22 gennaio 2010 (3071)
ARTICOLI DA 1 A 4 NEL TESTO APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI
Art. 1.
Approvato
(Autorizzazione alla ratifica)
1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, con allegato, fatto a Torino il 22 gennaio 2010.
Art. 2.
Approvato
(Ordine di esecuzione)
1. Piena ed intera esecuzione è data all'Accordo di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 15 dell'Accordo stesso.
Art. 3.
Approvato
(Copertura finanziaria)
1. Per l'attuazione della presente legge è autorizzata la spesa di euro 40.000 a decorrere dall'anno 2012. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2012-2014, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2012, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
Art. 4.
Approvato
(Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
DISEGNO DI LEGGE
Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, diversificata e professionale per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra i Governi della Repubblica italiana e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas il 27 luglio 2007 (3107)
ARTICOLI DA 1 A 4 NEL TESTO APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI
Art. 1.
Approvato
(Autorizzazione alla ratifica)
1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, diversificata e professionale per il proseguimento degli studi di istruzione superiore, tra i Governi della Repubblica italiana e della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sottoscritto a Caracas il 27 luglio 2007.
Art. 2.
Approvato
(Ordine di esecuzione)
1. Piena ed intera esecuzione è data all'Accordo di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 11 dell'Accordo stesso.
Art. 3.
Approvato
(Copertura finanziaria)
1. All'onere derivante dalla presente legge, valutato in euro 5.100 annui, ad anni alterni a decorrere dal 2012, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2012-2014, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2012, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
2. Ai sensi dell'articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca provvede al monitoraggio degli oneri di cui alla presente legge e riferisce al Ministro dell'economia e delle finanze. Nel caso si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 1, il Ministro dell'economia e delle finanze, sentito il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, provvede, con proprio decreto, alla riduzione, nella misura necessaria alla copertura finanziaria del maggior onere risultante dall'attività di monitoraggio, delle dotazioni finanziarie destinate alle spese di missione nell'ambito del programma «Cooperazione in materia culturale» e, comunque, della missione «L'Italia in Europa e nel mondo» dello stato di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Si intende corrispondentemente ridotto, per il medesimo anno, di un ammontare pari all'importo dello scostamento il limite di cui all'articolo 6, comma 12, del decreto- legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni.
3. Il Ministro dell'economia e delle finanze riferisce senza ritardo alle Camere con apposita relazione in merito alle cause degli scostamenti e all'adozione delle misure di cui al comma 2.
4. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
Art. 4.
Approvato
(Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
MOZIONI
Mozioni sulle misure di sostegno alla finanza degli enti locali
(1-00176p.a.) (testo 2) (15 maggio 2012)
V. testo 3
RANUCCI, FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, ADAMO, AGOSTINI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, BARBOLINI, BASSOLI, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BOSONE, BUBBICO, CARLONI, CAROFIGLIO, CASSON, CECCANTI, CERUTI, CHITI, CHIURAZZI, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FILIPPI Marco, FIORONI, FONTANA, GARAVAGLIA Mariapia, GARRAFFA, GHEDINI, GIARETTA, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, LEGNINI, LIVI BACCI, MAGISTRELLI, MARCUCCI, MARINARO, MARINO Mauro Maria, MERCATALI, MONGIELLO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEGRI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERDUCA, PIGNEDOLI, PORETTI, PROCACCI, ROILO, ROSSI Paolo, SCANU, SIRCANA, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VIMERCATI, VITA, VITALI. - Il Senato,
premesso che:
in questo momento la drammatica crisi economica e finanziaria sta indebolendo l'economia del nostro Paese con un forte impatto negativo sull'economia reale, sui posti di lavoro, sui redditi delle famiglie, sulle imprese;
la crescita economica, insieme alla tenuta dei conti pubblici, rappresenta per l'Italia un obiettivo prioritario da perseguire per invertire una tendenza che altrimenti vedrebbe aggravare la situazione di stagnazione e recessione del nostro Paese nel corso dei prossimi anni, con possibili gravi ricadute non solo sulla competitività complessiva del Paese ma anche sul percorso di rientro del debito pubblico;
dopo la difficile operazione che ha consentito nel corso degli ultimi mesi di raggiungere l'obiettivo del riequilibrio dell'andamento dei conti pubblici e l'allontanamento dello spettro del default, occorre pertanto adottare urgenti misure di sostegno alla crescita, in linea con le recenti posizioni emergenti in seno all'Unione europea espresse dalla lettera sottoscritta da 12 leaders di Paesi membri UE e dallo stesso Presidente della Commissione europea Barroso;
a tale scopo, i Comuni e le Province possono svolgere nel nostro Paese un ruolo fondamentale, utilizzando le risorse a loro disposizione per riattivare il circuito delle spese per investimenti e dei pagamenti alle imprese;
considerato che:
le ultime manovre governative hanno sottoposto i Comuni e le Province a tagli, vincoli e restrizioni, con un effetto netto cumulato nel periodo 2007-2013 di 12,677 miliardi di euro, riducendo in misura considerevole la loro autonomia finanziaria e ampliando le situazioni di disagio delle comunità locali;
l'analisi dell'andamento della spesa dei singoli comparti del settore pubblico dimostra che in questi ultimi anni i Comuni hanno meritevolmente tenuto sotto controllo la spesa corrente e, per raggiungere gli stringenti obiettivi di finanza pubblica, hanno dovuto sacrificare la spesa in conto capitale;
sulla base di recenti rilevazioni dell'Istat, emerge in tutta evidenza una riduzione della spesa degli enti locali per investimenti del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010, mentre nel 2012 è prevista una riduzione pari almeno al 18 per cento, con effetti inevitabilmente recessivi per le economie locali e complessivamente per l'intera economia nazionale;
come si ricava da un recente rapporto dell'Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE), la spesa per infrastrutture, ed in particolare per le piccole opere, è diminuita del 34 per cento nel corso dell'ultimo triennio. In tale ambito, la spesa per la costruzione e la manutenzione delle strade, soprattutto quelle urbane, ha raggiunto livelli riconducibili ad oltre 20 anni fa;
nonostante i tagli subiti e gli stringenti vincoli di finanza pubblica, molti Comuni e numerose Province risultano in regola con i vincoli del patto di stabilità ed hanno a disposizione risorse economiche libere ed utilizzabili per finanziare opere già progettate, cantierabili o già cantierate;
tuttavia, i limiti, posti dal patto di stabilità, non consentono ai Comuni e alle Province di poter legittimamente utilizzare tali risorse proprie (avanzi di amministrazione, oneri di urbanizzazione riscossi, entrate da alienazioni patrimoniali dell'ente, eccetera) per effettuare gli investimenti economici e infrastrutturali necessari sul territorio;
l'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI), consapevole della gravità della situazione generale nella quale versavano i Comuni e a garanzia delle popolazioni amministrate, ha più volte richiesto al Governo, nei mesi scorsi, una serie di interventi urgenti per consentire, in deroga al patto di stabilità interno, la possibilità di utilizzare i residui passivi, gli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, nonché i proventi derivanti dalla vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti;
rilevato che:
un allentamento del patto di stabilità per i Comuni permetterebbe di mettere in moto opere medio-piccole, grazie alle quali verrebbe alimentata la piccola e media impresa italiana, in particolare nel settore dell'edilizia e del suo indotto, con immediati effetti benefici sul piano occupazionale evitando il ricorso agli ammortizzatori sociali;
sulla base dei dati disponibili, se le città metropolitane potessero usufruire di un allentamento dei vincoli del patto di stabilità, e spendere le proprie risorse senza aumentare la leva fiscale, genererebbero una maggior spesa in conto capitale di quasi 3,5 miliardi di euro, che produrrebbe un aumento del PIL dello 0,2 per cento nel breve periodo. L'impatto sulla crescita, stimato in via prudenziale, sarebbe intorno allo 0,4 per cento (7 miliardi di euro circa) se si considerano il resto dei Comuni e delle Province e l'effetto moltiplicatore che tale tipologia di spesa produce sull'economia;
in tutti i Paesi europei, per produrre immediati e positivi effetti economici e sociali si registrano stanziamenti in favore dei Comuni e delle altre istituzioni locali per il finanziamento di interventi nelle infrastrutture. In Germania sono stati stanziati nel corso degli ultimi due anni prestiti in favore dei Comuni per un ammontare superiore a 4 miliardi di euro da destinare esclusivamente al finanziamento di investimenti infrastrutturali locali; la Spagna ha destinato 10 miliardi di euro per i programmi di edilizia popolare; la Francia 10,5 miliardi di euro per l'ammodernamento delle infrastrutture locali;
una deroga mirata, regolata e monitorata, al patto consentirebbe la realizzazione e l'ultimazione di quegli interventi infrastrutturali che possono essere finanziati con risorse già nella disponibilità degli enti, con un forte impatto sul tessuto economico locale e territoriale,
impegna il Governo:
1) ad adottare con sollecitudine le più opportune modifiche alle norme che regolano i vincoli del patto di stabilità interno, allo scopo di rafforzare, nel rispetto dei limiti di bilancio e in linea con le recenti posizioni emerse in sede comunitaria, le iniziative per il sostegno alla crescita economica del Paese;
2) a prevedere, nell'ambito di tale iniziativa, un allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali virtuosi e le Province in regola con il patto stesso, al fine di consentire l'utilizzo da parte di tali enti delle risorse a disposizione in via prioritaria per promuovere investimenti nelle infrastrutture tecnologiche e nella banda larga, allo scopo di ridurre il digital divide, per investimenti per lo sviluppo territoriale e nelle opere immediatamente cantierabili;
3) a creare una "corsia preferenziale" per l'utilizzo dei fondi residui passivi per la spesa in conto capitale da impegnare nella manutenzione dei luoghi pubblici, con particolare riguardo a scuole, reti idriche, edilizia residenziale pubblica, nella mobilità sostenibile e nella messa in sicurezza del territorio;
4) a prevedere l'esclusione dal patto di stabilità, per gli enti locali virtuosi beneficiari di finanziamenti nazionali ed europei per opere infrastrutturali, della quota di cofinanziamento dell'opera a proprio carico, al fine di sbloccare numerosi programmi di investimento attualmente fermi in ragione dei vincoli di finanza pubblica;
5) a prevedere, nell'ambito dell'iniziativa per il sostegno alla crescita, misure finalizzate a garantire il pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali nei confronti delle imprese, nonché la semplificazione e la riduzione dei tempi di pagamento;
6) a prevedere misure finalizzate alla semplificazione delle procedure burocratiche degli enti locali, e dei relativi tempi di autorizzazione, per la realizzazione dei progetti di investimento nei territori;
7) a prevedere misure finalizzate a rafforzare il livello di autonomia finanziaria dei Comuni, portando a conclusione la riforma prevista dalla legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, rivedendo in tale ambito la disciplina vigente e i criteri di distribuzione dell'imposta municipale unica (IMU);
8) al fine di favorire la realizzazione delle richiamate misure a sostegno della finanza locale, a promuovere e a sostenere, in sede comunitaria, le iniziative volte ad escludere, anche parzialmente, dal calcolo del deficit le spese sostenute dai Paesi membri dell'Unione europea per gli investimenti.
(1-00176p.a.) (testo 3) (17 maggio 2012)
Approvata
RANUCCI, FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, ADAMO, AGOSTINI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, BARBOLINI, BASSOLI, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BOSONE, BUBBICO, CARLONI, CAROFIGLIO, CASSON, CECCANTI, CERUTI, CHITI, CHIURAZZI, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FILIPPI Marco, FIORONI, FONTANA, GARAVAGLIA Mariapia, GARRAFFA, GHEDINI, GIARETTA, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, LEGNINI, LIVI BACCI, MAGISTRELLI, MARCUCCI, MARINARO, MARINO Mauro Maria, MERCATALI, MONGIELLO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEGRI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERDUCA, PIGNEDOLI, PORETTI, PROCACCI, ROILO, ROSSI Paolo, SCANU, SIRCANA, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VIMERCATI, VITA, VITALI. - Il Senato,
premesso che:
in questo momento la drammatica crisi economica e finanziaria sta indebolendo l'economia del nostro Paese con un forte impatto negativo sull'economia reale, sui posti di lavoro, sui redditi delle famiglie, sulle imprese;
la crescita economica, insieme alla tenuta dei conti pubblici, rappresenta per l'Italia un obiettivo prioritario da perseguire per invertire una tendenza che altrimenti vedrebbe aggravare la situazione di stagnazione e recessione del nostro Paese nel corso dei prossimi anni, con possibili gravi ricadute non solo sulla competitività complessiva del Paese ma anche sul percorso di rientro del debito pubblico;
dopo la difficile operazione che ha consentito nel corso degli ultimi mesi di raggiungere l'obiettivo del riequilibrio dell'andamento dei conti pubblici e l'allontanamento dello spettro del default, occorre pertanto adottare urgenti misure di sostegno alla crescita, in linea con le recenti posizioni emergenti in seno all'Unione europea espresse dalla lettera sottoscritta da 12 leaders di Paesi membri UE e dallo stesso Presidente della Commissione europea Barroso;
a tale scopo, i Comuni e le Province possono svolgere nel nostro Paese un ruolo fondamentale, utilizzando le risorse a loro disposizione per riattivare il circuito delle spese per investimenti e dei pagamenti alle imprese;
considerato che:
le ultime manovre governative hanno sottoposto i Comuni e le Province a tagli, vincoli e restrizioni, con un effetto netto cumulato nel periodo 2007-2013 di 12,677 miliardi di euro, riducendo in misura considerevole la loro autonomia finanziaria e ampliando le situazioni di disagio delle comunità locali;
l'analisi dell'andamento della spesa dei singoli comparti del settore pubblico dimostra che in questi ultimi anni i Comuni hanno meritevolmente tenuto sotto controllo la spesa corrente e, per raggiungere gli stringenti obiettivi di finanza pubblica, hanno dovuto sacrificare la spesa in conto capitale;
sulla base di recenti rilevazioni dell'Istat, emerge in tutta evidenza una riduzione della spesa degli enti locali per investimenti del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010, mentre nel 2012 è prevista una riduzione pari almeno al 18 per cento, con effetti inevitabilmente recessivi per le economie locali e complessivamente per l'intera economia nazionale;
come si ricava da un recente rapporto dell'Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE), la spesa per infrastrutture, ed in particolare per le piccole opere, è diminuita del 34 per cento nel corso dell'ultimo triennio. In tale ambito, la spesa per la costruzione e la manutenzione delle strade, soprattutto quelle urbane, ha raggiunto livelli riconducibili ad oltre 20 anni fa;
nonostante i tagli subiti e gli stringenti vincoli di finanza pubblica, molti Comuni e numerose Province risultano in regola con i vincoli del patto di stabilità ed hanno a disposizione risorse economiche libere ed utilizzabili per finanziare opere già progettate, cantierabili o già cantierate;
tuttavia, i limiti, posti dal patto di stabilità, non consentono ai Comuni e alle Province di poter legittimamente utilizzare tali risorse proprie (avanzi di amministrazione, oneri di urbanizzazione riscossi, entrate da alienazioni patrimoniali dell'ente, eccetera) per effettuare gli investimenti economici e infrastrutturali necessari sul territorio;
l'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI), consapevole della gravità della situazione generale nella quale versavano i Comuni e a garanzia delle popolazioni amministrate, ha più volte richiesto al Governo, nei mesi scorsi, una serie di interventi urgenti per consentire, in deroga al patto di stabilità interno, la possibilità di utilizzare i residui passivi, gli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, nonché i proventi derivanti dalla vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti;
rilevato che:
un allentamento del patto di stabilità per i Comuni permetterebbe di mettere in moto opere medio-piccole, grazie alle quali verrebbe alimentata la piccola e media impresa italiana, in particolare nel settore dell'edilizia e del suo indotto, con immediati effetti benefici sul piano occupazionale evitando il ricorso agli ammortizzatori sociali;
sulla base dei dati disponibili, se le città metropolitane potessero usufruire di un allentamento dei vincoli del patto di stabilità, e spendere le proprie risorse senza aumentare la leva fiscale, genererebbero una maggior spesa in conto capitale di quasi 3,5 miliardi di euro, che produrrebbe un aumento del PIL dello 0,2 per cento nel breve periodo. L'impatto sulla crescita, stimato in via prudenziale, sarebbe intorno allo 0,4 per cento (7 miliardi di euro circa) se si considerano il resto dei Comuni e delle Province e l'effetto moltiplicatore che tale tipologia di spesa produce sull'economia;
in tutti i Paesi europei, per produrre immediati e positivi effetti economici e sociali si registrano stanziamenti in favore dei Comuni e delle altre istituzioni locali per il finanziamento di interventi nelle infrastrutture. In Germania sono stati stanziati nel corso degli ultimi due anni prestiti in favore dei Comuni per un ammontare superiore a 4 miliardi di euro da destinare esclusivamente al finanziamento di investimenti infrastrutturali locali; la Spagna ha destinato 10 miliardi di euro per i programmi di edilizia popolare; la Francia 10,5 miliardi di euro per l'ammodernamento delle infrastrutture locali;
una deroga mirata, regolata e monitorata, al patto consentirebbe la realizzazione e l'ultimazione di quegli interventi infrastrutturali che possono essere finanziati con risorse già nella disponibilità degli enti, con un forte impatto sul tessuto economico locale e territoriale,
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
1) ad adottare con sollecitudine le più opportune modifiche alle norme che regolano i vincoli del patto di stabilità interno, allo scopo di rafforzare, nel rispetto dei limiti di bilancio e in linea con le recenti posizioni emerse in sede comunitaria, le iniziative per il sostegno alla crescita economica del Paese;
2) a prevedere, nell'ambito di tale iniziativa, un allentamento dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali virtuosi e le Province in regola con il patto stesso, al fine di consentire l'utilizzo da parte di tali enti delle risorse a disposizione in via prioritaria per promuovere investimenti nelle infrastrutture tecnologiche e nella banda larga, allo scopo di ridurre il digital divide, per investimenti per lo sviluppo territoriale e nelle opere immediatamente cantierabili;
3) a creare una "corsia preferenziale" per l'utilizzo dei fondi residui passivi per la spesa in conto capitale da impegnare nella manutenzione dei luoghi pubblici, con particolare riguardo a scuole, reti idriche, edilizia residenziale pubblica, nella mobilità sostenibile e nella messa in sicurezza del territorio;
4) a prevedere l'esclusione dal patto di stabilità, per gli enti locali virtuosi beneficiari di finanziamenti nazionali ed europei per opere infrastrutturali, della quota di cofinanziamento dell'opera a proprio carico, al fine di sbloccare numerosi programmi di investimento attualmente fermi in ragione dei vincoli di finanza pubblica;
5) a prevedere, nell'ambito dell'iniziativa per il sostegno alla crescita, misure finalizzate a garantire il pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali nei confronti delle imprese, nonché la semplificazione e la riduzione dei tempi di pagamento;
6) a prevedere misure finalizzate alla semplificazione delle procedure burocratiche degli enti locali, e dei relativi tempi di autorizzazione, per la realizzazione dei progetti di investimento nei territori;
7) a prevedere misure finalizzate a rafforzare il livello di autonomia finanziaria dei Comuni, portando a conclusione la riforma prevista dalla legge n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale, rivedendo in tale ambito la disciplina vigente e i criteri di distribuzione dell'imposta municipale unica (IMU);
8) al fine di favorire la realizzazione delle richiamate misure a sostegno della finanza locale, a promuovere e a sostenere, in sede comunitaria, le iniziative volte ad escludere, anche parzialmente, dal calcolo del deficit le spese sostenute dai Paesi membri dell'Unione europea per gli investimenti.
(1-00635) (15 maggio 2012)
V. testo 2
GARAVAGLIA Massimo, VACCARI, FRANCO Paolo, MONTANI, MURA, MAZZATORTA, CAGNIN, PITTONI. - Il Senato,
premesso che:
il rigore delle misure economico-finanziarie adottate nel corso del 2011 e, di recente, dal Governo Monti, riportano i saldi di finanza pubblica nei limiti concordati in sede europea, ma non sono affatto idonee a promuovere la ripresa economica, anzi hanno innescato un processo di recessione ancora più grave;
ora occorre che il Governo adotti nell'immediato interventi a sostegno delle imprese, in particolare le medie e piccole imprese, che rappresentano la parte più cospicua dell'apparato produttivo italiano;
l'aggravarsi del fenomeno recessivo in tutti i Paesi dell'Unione europea (UE) ha indotto i vertici europei a sollecitare i Governi ad intervenire per sostenere la crescita del Pil, senza la quale si vanificano i sacrifici imposti ai cittadini;
nel nostro Paese il reperimento di risorse, attuato soprattutto con l'inasprimento della pressione fiscale ed i tagli delle risorse agli enti locali, nella permanenza di una spesa corrente ad oggi ancora troppo incisiva sul Pil, sta compromettendo la ripresa economica ed ha messo in ginocchio le imprese e le famiglie;
i gravi fenomeni di insofferenza (suicidi degli imprenditori, chiusura delle imprese, perdite di posti di lavoro, carovita, aumento dell'inflazione, eccetera) a cui si assiste ogni giorno rendono improcrastinabili interventi urgenti per mettere in condizione i Comuni di dare sostegno a livello territoriale agli imprenditori in grave difficoltà. Si tratta, infatti, di suicidi commessi da piccoli imprenditori, le cui imprese trovano sussistenza in genere nell'economia locale. Le amministrazioni locali avrebbero più facilità ad intervenire ed instaurare un rapporto con gli imprenditori in difficoltà per prevenire atti disperati;
le ultime manovre, come ben noto, hanno inasprito i vincoli del patto di stabilità degli enti sottoposti, congelando qualsiasi intervento di continuità e/o di sviluppo delle economie territoriali;
l'impossibilità per gli enti in avanzo di poter spendere le risorse per investimenti, ovvero l'impossibilità per gli enti locali di poter sbloccare i residui passivi per liberare le risorse indispensabili a pagare appalti e forniture e aiutare le aziende nella loro sopravvivenza sono cause da rimuovere con tempestività;
si avvicina per i Comuni la chiusura dei bilanci per il 2012 e senza un cambiamento dello status quo sarà difficile far quadrare i conti senza tagliare drasticamente i servizi ai cittadini;
alla rigidità del patto si è aggiunto il grave danno finanziario conseguente alla sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014. Nonostante le forti opposizioni di tutte le amministrazioni locali, il Governo non ha ritirato la norma ed ha costretto a versare nelle casse dello Stato 8,6 miliardi di liquidità, che erano nella disponibilità degli enti locali e territoriali e degli altri enti pubblici con autonomia finanziaria. Regioni e Comuni dovranno rinunciare, oltre all'autonomia finanziaria, anche ai maggiori interessi che avrebbero maturato mediante gli investimenti delle proprie disponibilità, da smobilizzare per il riversamento obbligatorio in tesoreria unica;
inoltre, con l'anticipazione in via sperimentale dell'Imposta municipale unica (IMU) per il 2012, le autonomie locali avrebbero avuto un'occasione importante per disporre di maggiori entrate da destinare al sostegno dell'economia locale;
al contrario, il Governo ha riservato una cospicua quota di gettito all'erario, aumentando di fatto solo la pressione fiscale locale a carico dei cittadini e delle imprese;
è noto che il valore degli investimenti dell'economia locale rispetto a quella nazionale è pari al 60 per cento e, se continuano ad essere congelati gli investimenti degli enti locali, è difficile creare le condizioni i crescita del Pil per ripianare il debito pubblico;
è prioritario intervenire con modifiche al patto di stabilità, per liberare risorse da destinare alla prosecuzione delle opere già appaltate, cantierare nuove opere, per salvare e far sopravvivere le piccole e medie aziende, con conseguente interruzione del processo di perdita di posti di lavoro, soprattutto nel settore edile,
impegna il Governo:
1) ad adottare tempestivamente iniziative per far sì che gli enti locali possano essere il motore di partenza della ripresa economica, consentendo deroghe al patto di stabilità, finalizzate al pagamento dei residui passivi in conto capitale e favorire, in tal modo, il sostegno del tessuto economico locale e territoriale, costituito dalle piccole e medie imprese;
2) a liberare entro il 2012 risorse finanziarie mediante l'applicazione dell'istituto della spending review, da destinare al ripristino del regime della tesoreria mista prima del decorso del triennio 2012-2014, per restituire autonomia finanziaria nella gestione delle risorse proprie agli enti interessati;
3) ad adottare tutti i provvedimenti necessari per destinare l'intero gettito IMU alle autonomie locali, come prevedeva l'originaria normativa, almeno a decorrere dal 2013, compensando la quota di gettito attualmente riservata all'erario con effettivi tagli di spesa corrente delle amministrazioni centrali e contrastando i fenomeni di spreco delle risorse pubbliche;
4) a potenziare il ruolo degli enti locali e territoriali nel processo di crescita dell'economia nazionale, la loro autonomia normativa e finanziaria, concludendo il processo di riforma previsto dalla legge delega n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale.
(1-00635) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
GARAVAGLIA Massimo, VACCARI, FRANCO Paolo, MONTANI, MURA, MAZZATORTA, CAGNIN, PITTONI. - Il Senato,
premesso che:
il rigore delle misure economico-finanziarie adottate nel corso del 2011 e, di recente, dal Governo Monti, riportano i saldi di finanza pubblica nei limiti concordati in sede europea, ma non sono affatto idonee a promuovere la ripresa economica, anzi hanno innescato un processo di recessione ancora più grave;
ora occorre che il Governo adotti nell'immediato interventi a sostegno delle imprese, in particolare le medie e piccole imprese, che rappresentano la parte più cospicua dell'apparato produttivo italiano;
l'aggravarsi del fenomeno recessivo in tutti i Paesi dell'Unione europea (UE) ha indotto i vertici europei a sollecitare i Governi ad intervenire per sostenere la crescita del Pil, senza la quale si vanificano i sacrifici imposti ai cittadini;
nel nostro Paese il reperimento di risorse, attuato soprattutto con l'inasprimento della pressione fiscale ed i tagli delle risorse agli enti locali, nella permanenza di una spesa corrente ad oggi ancora troppo incisiva sul Pil, sta compromettendo la ripresa economica ed ha messo in ginocchio le imprese e le famiglie;
i gravi fenomeni di insofferenza (suicidi degli imprenditori, chiusura delle imprese, perdite di posti di lavoro, carovita, aumento dell'inflazione, eccetera) a cui si assiste ogni giorno rendono improcrastinabili interventi urgenti per mettere in condizione i Comuni di dare sostegno a livello territoriale agli imprenditori in grave difficoltà. Si tratta, infatti, di suicidi commessi da piccoli imprenditori, le cui imprese trovano sussistenza in genere nell'economia locale. Le amministrazioni locali avrebbero più facilità ad intervenire ed instaurare un rapporto con gli imprenditori in difficoltà per prevenire atti disperati;
le ultime manovre, come ben noto, hanno inasprito i vincoli del patto di stabilità degli enti sottoposti, congelando qualsiasi intervento di continuità e/o di sviluppo delle economie territoriali;
l'impossibilità per gli enti in avanzo di poter spendere le risorse per investimenti, ovvero l'impossibilità per gli enti locali di poter sbloccare i residui passivi per liberare le risorse indispensabili a pagare appalti e forniture e aiutare le aziende nella loro sopravvivenza sono cause da rimuovere con tempestività;
si avvicina per i Comuni la chiusura dei bilanci per il 2012 e senza un cambiamento dello status quo sarà difficile far quadrare i conti senza tagliare drasticamente i servizi ai cittadini;
alla rigidità del patto si è aggiunto il grave danno finanziario conseguente alla sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014. Nonostante le forti opposizioni di tutte le amministrazioni locali, il Governo non ha ritirato la norma ed ha costretto a versare nelle casse dello Stato 8,6 miliardi di liquidità, che erano nella disponibilità degli enti locali e territoriali e degli altri enti pubblici con autonomia finanziaria. Regioni e Comuni dovranno rinunciare, oltre all'autonomia finanziaria, anche ai maggiori interessi che avrebbero maturato mediante gli investimenti delle proprie disponibilità, da smobilizzare per il riversamento obbligatorio in tesoreria unica;
inoltre, con l'anticipazione in via sperimentale dell'Imposta municipale unica (IMU) per il 2012, le autonomie locali avrebbero avuto un'occasione importante per disporre di maggiori entrate da destinare al sostegno dell'economia locale;
al contrario, il Governo ha riservato una cospicua quota di gettito all'erario, aumentando di fatto solo la pressione fiscale locale a carico dei cittadini e delle imprese;
è noto che il valore degli investimenti dell'economia locale rispetto a quella nazionale è pari al 60 per cento e, se continuano ad essere congelati gli investimenti degli enti locali, è difficile creare le condizioni i crescita del Pil per ripianare il debito pubblico;
è prioritario intervenire con modifiche al patto di stabilità, per liberare risorse da destinare alla prosecuzione delle opere già appaltate, cantierare nuove opere, per salvare e far sopravvivere le piccole e medie aziende, con conseguente interruzione del processo di perdita di posti di lavoro, soprattutto nel settore edile,
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
1) ad adottare tempestivamente iniziative per far sì che gli enti locali possano contribuire alla ripresa economica, consentendo deroghe al patto di stabilità, finalizzate al pagamento dei residui passivi in conto capitale e favorire, in tal modo, il sostegno del tessuto economico locale e territoriale, costituito dalle piccole e medie imprese;
2) a liberare risorse finanziarie mediante l'applicazione dell'istituto della spending review, da destinare al ripristino del regime della tesoreria mista;
3) a valutare l'opportunità di assumere i provvedimenti necessari per destinare l'intero gettito IMU alle autonomie locali, come prevedeva l'originaria normativa, compensando la quota di gettito attualmente riservata all'erario con effettivi tagli di spesa corrente delle amministrazioni centrali e contrastando i fenomeni di spreco delle risorse pubbliche;
4) a potenziare il ruolo degli enti locali e territoriali nel processo di crescita dell'economia nazionale, la loro autonomia normativa e finanziaria, concludendo il processo di riforma previsto dalla legge delega n. 42 del 2009 in materia di federalismo fiscale.
(1-00637) (15 maggio 2012)
V. testo 2
D'ALIA, SERRA, FISTAROL, GIAI, GUSTAVINO, GALIOTO, MUSSO, SBARBATI, VIZZINI. - Il Senato,
premesso che:
per il 2012 il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica ammonta, per le Province, a 700 milioni di euro (800 milioni nel 2013), mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro (due miliardi di euro a partire dal 2013);
secondo un recente rapporto dell'ANCE, l'associazione nazionale dei costruttori edili, la spesa per infrastrutture nel Paese è mai come oggi insufficiente: gli interventi nelle piccole e grandi opere infrastrutturali, infatti, sono calati del 34 per cento negli ultimi 3 anni; i lavori di costruzione e manutenzione delle strade, in particolar modo, hanno raggiunto il minimo storico degli ultimi 20 anni;
se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende del settore a chiudere, è dovuta di fatto al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa degli enti locali, a causa del rispetto dei dettami del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;
il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione è un fenomeno che sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto di piccole dimensioni. Per contrastare questo fenomeno, l'Unione europea (UE) ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese (che in alcuni casi sono state costrette a chiudere l'attività per mancanza di liquidità). I dati divulgati dall'Autorità di vigilanza evidenziano che i tempi di pagamento oscillano in un range compreso tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'UE. L'esposizione debitoria della pubblica amministrazione, sempre secondo l'Autorità di vigilanza, ammonterebbe a circa 37 miliardi di euro (una somma pari al 2,4 per cento del Prodotto interno lordo nazionale);
secondo una stima dell'ANCE le Regioni nel 2010 non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto liberare risorse a costo zero per finanziare gli interventi in infrastrutture;
nel 2011, invece, analizzando un campione di ben 14 Regioni su 20 e circa l'80 per cento degli enti locali soggetti al Patto, gli enti locali hanno presentato alle Regioni richieste di maggiori autorizzazioni di spesa per investimenti in conto capitale per un importo totale pari a 3,4 miliardi di euro;
sullo sblocco delle risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può ancora fare: basti pensare, ad esempio, all'opportunità offerta dalla regionalizzazione del Patto di stabilità, di tipo verticale ed orizzontale. È di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; è di tipo orizzontale quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;
con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;
per dar luogo a quanto sopra le Regioni devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;
alcune novità di rilievo, inoltre, sono state introdotte con il decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, cosiddetto decreto milleproroghe (art. 20, comma 33): esse hanno interessato le spese che concorrono alla determinazione degli obiettivi del patto regionale: nello specifico, le spese correnti rientranti nella qualifica funzionale "Ordinamento degli uffici - Amministrazione generale ed organi istituzionali" vengono ponderate con un coefficiente inferiore a 1, mentre le spese in conto capitale vengono ponderate con un coefficiente superiore a 1, attribuendo di fatto alle spese in conto capitale un maggior peso;
un primo risultato del Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;
in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), pur considerando il doveroso rispetto dei principi di rigore di bilancio, si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita, ed in tal senso il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti e garantire il miglioramento del benessere dei cittadini;
non si può non tener conto, inoltre, del merito di molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini: proprio per tale ragione questi enti vanno premiati;
meritano di essere citate le novità introdotte per il Patto di stabilità nel 2013, con l'introduzione del patto regionale integrato, che consente alle Regioni di concordare direttamente con lo Stato le modalità di raggiungimento dei propri obiettivi e degli obiettivi degli enti locali del proprio territorio. In sostanza viene introdotto un principio di territorialità che tiene conto delle condizioni economiche e sociali delle diverse aree del Paese;
per quanto concerne il cofinanziamento dei progetti realizzati con fondi dell'UE, non sono state accettate le innumerevoli istanze degli enti locali che lamentano il fatto che le quote di cofinanziamento ai fondi europei di competenza di Stato e Regioni non possono essere escluse dal Patto: tale disposizione continua a bloccare inesorabilmente molti programmi di investimento;
secondo alcuni studi dell'Associazione nazionale Comuni italiani (ANCI), i Comuni metropolitani italiani, con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;
l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,
impegna il Governo:
1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali;
2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;
3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole;
4) a promuovere l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso il meccanismo del project finance, anche prevedendo agevolazioni per coloro i quali ritengono necessario ricorrere a tale strumento;
5) a promuovere interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;
6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;
7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto anche sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini.
(1-00637) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
D'ALIA, SERRA, FISTAROL, GIAI, GUSTAVINO, GALIOTO, MUSSO, SBARBATI, VIZZINI. - Il Senato,
premesso che:
per il 2012 il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica ammonta, per le Province, a 700 milioni di euro (800 milioni nel 2013), mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro (due miliardi di euro a partire dal 2013);
secondo un recente rapporto dell'ANCE, l'associazione nazionale dei costruttori edili, la spesa per infrastrutture nel Paese è mai come oggi insufficiente: gli interventi nelle piccole e grandi opere infrastrutturali, infatti, sono calati del 34 per cento negli ultimi 3 anni; i lavori di costruzione e manutenzione delle strade, in particolar modo, hanno raggiunto il minimo storico degli ultimi 20 anni;
se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende del settore a chiudere, è dovuta di fatto al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa degli enti locali, a causa del rispetto dei dettami del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;
il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione è un fenomeno che sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto di piccole dimensioni. Per contrastare questo fenomeno, l'Unione europea (UE) ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese (che in alcuni casi sono state costrette a chiudere l'attività per mancanza di liquidità). I dati divulgati dall'Autorità di vigilanza evidenziano che i tempi di pagamento oscillano in un range compreso tra un minimo di 92 giorni ed un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'UE. L'esposizione debitoria della pubblica amministrazione, sempre secondo l'Autorità di vigilanza, ammonterebbe a circa 37 miliardi di euro (una somma pari al 2,4 per cento del Prodotto interno lordo nazionale);
secondo una stima dell'ANCE le Regioni nel 2010 non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto liberare risorse a costo zero per finanziare gli interventi in infrastrutture;
nel 2011, invece, analizzando un campione di ben 14 Regioni su 20 e circa l'80 per cento degli enti locali soggetti al Patto, gli enti locali hanno presentato alle Regioni richieste di maggiori autorizzazioni di spesa per investimenti in conto capitale per un importo totale pari a 3,4 miliardi di euro;
sullo sblocco delle risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può ancora fare: basti pensare, ad esempio, all'opportunità offerta dalla regionalizzazione del Patto di stabilità, di tipo verticale ed orizzontale. È di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; è di tipo orizzontale quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;
con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;
per dar luogo a quanto sopra le Regioni devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;
alcune novità di rilievo, inoltre, sono state introdotte con il decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, cosiddetto decreto milleproroghe (art. 20, comma 33): esse hanno interessato le spese che concorrono alla determinazione degli obiettivi del patto regionale: nello specifico, le spese correnti rientranti nella qualifica funzionale "Ordinamento degli uffici - Amministrazione generale ed organi istituzionali" vengono ponderate con un coefficiente inferiore a 1, mentre le spese in conto capitale vengono ponderate con un coefficiente superiore a 1, attribuendo di fatto alle spese in conto capitale un maggior peso;
un primo risultato del Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;
in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), pur considerando il doveroso rispetto dei principi di rigore di bilancio, si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita, ed in tal senso il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti e garantire il miglioramento del benessere dei cittadini;
non si può non tener conto, inoltre, del merito di molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini: proprio per tale ragione questi enti vanno premiati;
meritano di essere citate le novità introdotte per il Patto di stabilità nel 2013, con l'introduzione del patto regionale integrato, che consente alle Regioni di concordare direttamente con lo Stato le modalità di raggiungimento dei propri obiettivi e degli obiettivi degli enti locali del proprio territorio. In sostanza viene introdotto un principio di territorialità che tiene conto delle condizioni economiche e sociali delle diverse aree del Paese;
per quanto concerne il cofinanziamento dei progetti realizzati con fondi dell'UE, non sono state accettate le innumerevoli istanze degli enti locali che lamentano il fatto che le quote di cofinanziamento ai fondi europei di competenza di Stato e Regioni non possono essere escluse dal Patto: tale disposizione continua a bloccare inesorabilmente molti programmi di investimento;
secondo alcuni studi dell'Associazione nazionale Comuni italiani (ANCI), i Comuni metropolitani italiani, con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;
l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali;
2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;
3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole;
4) a promuovere l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso il meccanismo del project finance, anche prevedendo agevolazioni per coloro i quali ritengono necessario ricorrere a tale strumento;
5) a promuovere interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;
6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;
7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto anche sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini.
(1-00638) (15 maggio 2012)
V. testo 2
DE TONI, MASCITELLI, BELISARIO, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DI NARDO, GIAMBRONE, LANNUTTI, LI GOTTI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,
premesso che:
i Comuni sono l'istituzione più vicina ai cittadini, tale da poter fronteggiare in modo efficace la crisi economica, con investimenti che siano un volano per l'economia e con politiche sociali che sostengano famiglie e persone in difficoltà, garantendo una comunità coesa e solidale;
le manovre economico-finanziarie adottate, da ultimo, nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con inasprimenti del Patto di stabilità interno e con modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, che hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti senza un'adeguata riduzione della spesa corrente e l'adozione di modelli più efficienti di produzione dei servizi locali;
i Comuni hanno partecipato più di altri comparti al risanamento della finanza pubblica, essendo il comparto che ha realizzato un surplus rispetto all'obiettivo assegnato dal Patto di stabilità; inoltre l'attuale perdurare della crisi economica evidenzia una crescente fascia di povertà e, quindi, una maggior richiesta ai Comuni di sussidi ed una maggiore spesa proprio rivolta al sociale;
molti enti locali si trovano da tempo in un'oggettiva situazione di difficoltà finanziaria, recentemente accentuata dagli effetti della crisi economica internazionale. Ciò si traduce nel rallentamento dei pagamenti a favore di imprese e cittadini, con effetti fortemente negativi per l'intero sistema economico;
per gli enti locali soggetti al Patto di stabilità interno un ulteriore rallentamento dei procedimenti di spesa deriva dagli stringenti vincoli imposti da tale meccanismo, peraltro necessario al fine di garantire il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica derivanti dal diritto comunitario;
i vincoli del Patto di stabilità interno, in base alla normativa vigente, frenano soprattutto i pagamenti relativi alle spese di investimento degli enti locali, che viceversa è opportuno incrementare (compatibilmente con il rispetto degli equilibri di bilancio) per favorire la crescita dell'economia e migliorare la dotazione infrastrutturale pubblica;
da tempo le istituzioni rappresentative degli enti locali, le organizzazioni rappresentative delle imprese e dei lavoratori hanno ripetutamente manifestato la necessità di un intervento teso ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno;
valutato che:
le manovre economiche approvate, con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2012, il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, il decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011 (Governo Berlusconi), e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (Governo Monti), hanno determinato, sul sistema delle Regioni e delle autonomie locali, effetti devastanti sia sul versante finanziario, sia sul versante ordinamentale, comportando un blocco nell'attuazione della legge delega sul federalismo fiscale e dei suoi decreti attuativi, con una centralizzazione delle risorse peraltro aggravata dalle norme sulla tesoreria unica inserite nel decreto-legge n. 1 del 2012 (cosiddetto decreto liberalizzazioni);
deve considerarsi altamente vessatoria nei confronti degli enti locali, oltre che lesiva della loro dignità ed autonomia, la norma recata dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, con la quale si impone il ripristino dell'ordinario regime di tesoreria unica statale (di cui all'articolo 1 della legge n. 720 del 1984) secondo cui tutte le entrate degli enti locali devono essere versate presso sezioni di tesoreria provinciale dello Stato, comportando così la perdita per i Comuni di circa 300 milioni di euro di interessi, proprio in un momento di rilevante contrazione dei trasferimenti statali con conseguente ulteriore impoverimento delle già scarse finanze degli enti locali;
considerato altresì che:
da uno studio condotto dall'IFEL (la fondazione dell'ANCI per la finanza e l'economia locale) sulla base del quadro aggiornato offerto dai bilanci delle città metropolitane, emerge che se le città metropolitane potessero spendere le risorse già in cassa, ma bloccate dal Patto di stabilità, raddoppierebbero la spesa per gli investimenti e per la crescita del Paese. Il tutto senza aumentare le tasse e senza ulteriori indebitamenti;
dallo studio dell'IFEL risulta che la maggiore spesa in conto capitale, se si potessero spendere le risorse già a disposizione dei Comuni, ammonterebbe a quasi 3,5 miliardi, ovvero un aumento immediato di 2 decimi del Prodotto interno lordo (Pil): un raddoppio degli investimenti che arriverebbero dunque a 7 miliardi complessivi, ovvero 4 decimi di Pil. Alla luce di questi numeri il Governo deve rendersi conto che se davvero si vuole spingere la crescita del Paese, bisogna dare ai Comuni la possibilità di fare investimenti in opere immediatamente cantierabili, di accrescere le opportunità di impiego e di sviluppo del lavoro, ed altresì di rendere rapidi i pagamenti alle imprese senza permettere alcun ulteriore indebitamento per gli enti locali,
impegna il Governo:
1) ad adottare le opportune iniziative volte ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno, con particolare riferimento alle spese per interventi infrastrutturali da parte degli enti locali più virtuosi;
2) ad escludere dal computo dei saldi validi ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno le spese per investimenti dei Comuni virtuosi, consentendo così il finanziamento di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, immediatamente cantierabili, adatte all'intervento delle piccole e medie imprese, e creando un volano per le attività economiche, con un effetto di traino tanto più prezioso in questa fase di crisi economica ed occupazionale, tenendo anche conto che le spese degli enti locali per le opere pubbliche rappresentano più del 60 per cento delle spese in conto capitale delle pubbliche amministrazioni;
3) ad adottare iniziative per escludere il più possibile dai saldi utili del Patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell'articolo 183 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000;
4) a riconsiderare la disciplina in materia di tesoreria unica, introdotta dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, anche valutando l'opportunità di anticipare, con provvedimento normativo, il termine applicativo fissato al 31 dicembre 2014.
(1-00638) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
DE TONI, MASCITELLI, BELISARIO, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DI NARDO, GIAMBRONE, LANNUTTI, LI GOTTI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,
premesso che:
i Comuni sono l'istituzione più vicina ai cittadini, tale da poter fronteggiare in modo efficace la crisi economica, con investimenti che siano un volano per l'economia e con politiche sociali che sostengano famiglie e persone in difficoltà, garantendo una comunità coesa e solidale;
le manovre economico-finanziarie adottate, da ultimo, nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con inasprimenti del Patto di stabilità interno e con modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, che hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti senza un'adeguata riduzione della spesa corrente e l'adozione di modelli più efficienti di produzione dei servizi locali;
i Comuni hanno partecipato più di altri comparti al risanamento della finanza pubblica, essendo il comparto che ha realizzato un surplus rispetto all'obiettivo assegnato dal Patto di stabilità; inoltre l'attuale perdurare della crisi economica evidenzia una crescente fascia di povertà e, quindi, una maggior richiesta ai Comuni di sussidi ed una maggiore spesa proprio rivolta al sociale;
molti enti locali si trovano da tempo in un'oggettiva situazione di difficoltà finanziaria, recentemente accentuata dagli effetti della crisi economica internazionale. Ciò si traduce nel rallentamento dei pagamenti a favore di imprese e cittadini, con effetti fortemente negativi per l'intero sistema economico;
per gli enti locali soggetti al Patto di stabilità interno un ulteriore rallentamento dei procedimenti di spesa deriva dagli stringenti vincoli imposti da tale meccanismo, peraltro necessario al fine di garantire il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica derivanti dal diritto comunitario;
i vincoli del Patto di stabilità interno, in base alla normativa vigente, frenano soprattutto i pagamenti relativi alle spese di investimento degli enti locali, che viceversa è opportuno incrementare (compatibilmente con il rispetto degli equilibri di bilancio) per favorire la crescita dell'economia e migliorare la dotazione infrastrutturale pubblica;
da tempo le istituzioni rappresentative degli enti locali, le organizzazioni rappresentative delle imprese e dei lavoratori hanno ripetutamente manifestato la necessità di un intervento teso ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno;
valutato che:
le manovre economiche approvate, con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2012, il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, il decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011 (Governo Berlusconi), e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (Governo Monti), hanno determinato, sul sistema delle Regioni e delle autonomie locali, effetti devastanti sia sul versante finanziario, sia sul versante ordinamentale, comportando un blocco nell'attuazione della legge delega sul federalismo fiscale e dei suoi decreti attuativi, con una centralizzazione delle risorse peraltro aggravata dalle norme sulla tesoreria unica inserite nel decreto-legge n. 1 del 2012 (cosiddetto decreto liberalizzazioni);
deve considerarsi altamente vessatoria nei confronti degli enti locali, oltre che lesiva della loro dignità ed autonomia, la norma recata dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, con la quale si impone il ripristino dell'ordinario regime di tesoreria unica statale (di cui all'articolo 1 della legge n. 720 del 1984) secondo cui tutte le entrate degli enti locali devono essere versate presso sezioni di tesoreria provinciale dello Stato, comportando così la perdita per i Comuni di circa 300 milioni di euro di interessi, proprio in un momento di rilevante contrazione dei trasferimenti statali con conseguente ulteriore impoverimento delle già scarse finanze degli enti locali;
considerato altresì che:
da uno studio condotto dall'IFEL (la fondazione dell'ANCI per la finanza e l'economia locale) sulla base del quadro aggiornato offerto dai bilanci delle città metropolitane, emerge che se le città metropolitane potessero spendere le risorse già in cassa, ma bloccate dal Patto di stabilità, raddoppierebbero la spesa per gli investimenti e per la crescita del Paese. Il tutto senza aumentare le tasse e senza ulteriori indebitamenti;
dallo studio dell'IFEL risulta che la maggiore spesa in conto capitale, se si potessero spendere le risorse già a disposizione dei Comuni, ammonterebbe a quasi 3,5 miliardi, ovvero un aumento immediato di 2 decimi del Prodotto interno lordo (Pil): un raddoppio degli investimenti che arriverebbero dunque a 7 miliardi complessivi, ovvero 4 decimi di Pil. Alla luce di questi numeri il Governo deve rendersi conto che se davvero si vuole spingere la crescita del Paese, bisogna dare ai Comuni la possibilità di fare investimenti in opere immediatamente cantierabili, di accrescere le opportunità di impiego e di sviluppo del lavoro, ed altresì di rendere rapidi i pagamenti alle imprese senza permettere alcun ulteriore indebitamento per gli enti locali,
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
1) ad adottare le opportune iniziative volte ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno, con particolare riferimento alle spese per interventi infrastrutturali da parte degli enti locali più virtuosi;
2) ad escludere dal computo dei saldi validi ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno le spese per investimenti dei Comuni virtuosi, consentendo così il finanziamento di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, immediatamente cantierabili, adatte all'intervento delle piccole e medie imprese, e creando un volano per le attività economiche, con un effetto di traino tanto più prezioso in questa fase di crisi economica ed occupazionale, tenendo anche conto che le spese degli enti locali per le opere pubbliche rappresentano più del 60 per cento delle spese in conto capitale delle pubbliche amministrazioni;
3) ad adottare iniziative per escludere il più possibile dai saldi utili del Patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell'articolo 183 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000;
4) a riconsiderare la disciplina in materia di tesoreria unica, introdotta dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.
(1-00639) (15 maggio 2012)
V. testo 2
RUTELLI, BALDASSARRI, DE ANGELIS, BAIO, BRUNO, CONTINI, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, MOLINARI, RUSSO, STRANO, VALDITARA. - Il Senato,
premesso che:
il patto di stabilità interno è stato introdotto dalla legge 23 dicembre 1998, n. 448, al fine di responsabilizzare direttamente gli enti locali nell'azione di monitoraggio e controllo della finanza pubblica italiana nel contesto dei vincoli europei del patto di stabilità e crescita; dopo quasi 15 anni dalla sua introduzione, lo strumento ha rivelato un'efficacia solo parziale rispetto alle iniziali aspettative, principalmente perché ha prodotto effetti collaterali negativi in termini di penalizzazione degli investimenti pubblici, e ciò anche a causa delle numerose modifiche della normativa che ne regola il funzionamento, mirate principalmente ad adattare il meccanismo agli obiettivi sempre più stringenti delle manovre finanziarie per la correzione dei conti pubblici italiani;
con il passare del tempo, il patto di stabilità interno ha progressivamente ridotto i margini di discrezionalità degli enti locali nella gestione economica e finanziaria, costringendoli ad operare in regime di continua emergenza e a praticare in moltissimi casi tagli consistenti a livello dei servizi erogati alla collettività, incidendo così negativamente sui livelli di benessere dei cittadini; in molti casi, tra l'altro, l'eccessivo inasprimento dei vincoli ha reso paradossalmente quasi impossibile il raggiungimento degli obiettivi imposti dallo stesso patto;
il progressivo inasprimento delle sanzioni a carico degli enti inadempienti ha reso sempre più complicata la vita delle amministrazioni comunali, peggiorando le condizioni di operatività degli enti che non centrano gli obiettivi ed esponendoli spesso al rischio di pericolosi meccanismi di avvitamento e paralisi finanziaria; tra le sanzioni più importanti attualmente in vigore è il caso di ricordare la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio, il divieto di impegnare spese correnti in misura superiore alla media dell'ultimo triennio, il divieto di ricorrere all'indebitamento per fare investimenti pubblici;
a complicare la situazione gestionale dei Comuni sono stati altresì i continui tagli ai trasferimenti da parte dello Stato che hanno di fatto impedito di realizzare un'efficace programmazione economica e finanziaria anche per i Comuni più virtuosi; secondo i calcoli dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani, nel periodo 2007-2013 il contributo dei Comuni al conseguimento degli obiettivi delle manovre finanziarie è stimabile cumulativamente in poco meno di 13 miliardi di euro; circa 2,5 miliardi di euro di risparmi sono stati ottenuti dallo Stato per il 2011 e 2012 attraverso il taglio diretto dei trasferimenti erariali ai Comuni;
l'impatto delle manovre finanziarie sui Comuni per gli anni 2011 e 2012 sono previsti rispettivamente in 3,3 miliardi di euro e 3 miliardi di euro; tali tagli risultano particolarmente pesanti, oltre che in termini assoluti, anche in rapporto alla fase critica che l'economia sta attraversando a causa della crisi; il forte irrigidimento dei vincoli imposti dal patto di stabilità interno e, in particolare, la reintroduzione dell'obiettivo in termini di saldo calcolato in base al criterio della "competenza mista" ha determinato e rischia di determinare ancora per il futuro un impatto fortemente negativo sulla spesa in conto capitale; i dati ufficiali dell'ISTAT mostrano che l'applicazione del patto di stabilità interno se, da un lato, giocoforza ha imposto ai Comuni di tenere sotto controllo la spesa corrente, dall'altro lato, li ha costretti anche a tagliare in modo molto pesante la spesa in conto capitale e in particolare gli investimenti pubblici, che sempre secondo valutazioni basate su dati ISTAT dal 2004 al 2010 si è ridotta di oltre 4 miliardi di euro; nel solo 2010 la spesa per investimenti dei Comuni ha registrato una contrazione del 16,5 per cento rispetto al 2009 che, tradotto in termini assoluti, significa circa 2,5 miliardi di euro in meno; alla luce degli obiettivi fissati dal Governo nelle manovre finanziarie varate a partire da settembre 2011 (con la legge n. 183 del 2011 e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto salva-Italia) si potrebbe avere una riduzione ancora maggiore nel 2012 e nel 2013;
i dati dei rendiconti dei Comuni indicano un ammontare di residui passivi per impegni di spesa in conto capitale pari a circa 35 miliardi di euro; sulla base dei dati ricavati dalle richieste di autorizzazione di spesa avanzate dai Comuni nell'ambito della cosiddetta regionalizzazione del patto di stabilità interno si desume che l'ammontare di spesa per investimenti erogabile in tempi brevi, ma di fatto bloccato dai vincoli del patto, è pari a circa 3,5 miliardi di euro (solo 1,2 miliardi sbloccabili attraverso le compensazioni regionali); le residue risorse disponibili e ancora bloccato permetterebbero di realizzare investimenti in opere infrastrutturali di dimensioni medio-piccole con ricadute positive sia sul territorio e sui cittadini, sia sul tessuto di piccole e medie imprese di settori, quali l'edilizia, in cui la ripresa dell'attività avrebbe un impatto immediato e positivo sui livelli di occupazione;
il blocco della cassa per le spese in conto capitale è anche una delle prinicipali cause dei ritardati pagamenti delle amministrazioni pubbliche per i crediti vantati da molte imprese appaltatrici che hanno in corso contratti per la realizzazione di opere pubbliche,
impegna il Governo:
1) ad assumere entro brevissimo termine i necessari provvedimenti al fine di sbloccare i residui passivi in conto capitale per il triennio 2012-2014, consentendo così ai Comuni di riprendere gli investimenti pubblici almeno entro limiti complessivamente sufficienti a recuperare la contrazione di spesa di oltre 4 miliardi di euro registrata nel periodo 2004-2010 come indicato sopra e ad evitare un'ulteriore contrazione degli investimenti per i prossimi anni;
2) a proporre in tempi brevi una deroga al patto di stabilità interno che attribuisca ai Comuni maggiore discrezionalità nell'utilizzo di alcune categorie di entrate proprie, quali quelle derivanti dall'alienazione del patrimonio dell'ente o dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione, a fronte di spese per investimento in opere di pubblica utilità cruciali per le comunità locali, quali gli edifici scolastici, le reti idriche, la viabilità sul territorio;
3) a disporre una revisione complessiva del patto di stabilità interno nel senso di una maggiore flessibilità, anche al fine di rendere operativa la golden rule e riservare così una corsia preferenziale alle spese per investimenti pubblici anche a fronte di un maggiore rigore per quanto riguarda la spesa corrente.
(1-00639) (testo 2) (17 maggio 2012)
Approvata
RUTELLI, BALDASSARRI, DE ANGELIS, BAIO, BRUNO, CONTINI, DE LUCA Cristina, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, MOLINARI, RUSSO, STRANO, VALDITARA. - Il Senato,
premesso che:
il patto di stabilità interno è stato introdotto dalla legge 23 dicembre 1998, n. 448, al fine di responsabilizzare direttamente gli enti locali nell'azione di monitoraggio e controllo della finanza pubblica italiana nel contesto dei vincoli europei del patto di stabilità e crescita; dopo quasi 15 anni dalla sua introduzione, lo strumento ha rivelato un'efficacia solo parziale rispetto alle iniziali aspettative, principalmente perché ha prodotto effetti collaterali negativi in termini di penalizzazione degli investimenti pubblici, e ciò anche a causa delle numerose modifiche della normativa che ne regola il funzionamento, mirate principalmente ad adattare il meccanismo agli obiettivi sempre più stringenti delle manovre finanziarie per la correzione dei conti pubblici italiani;
con il passare del tempo, il patto di stabilità interno ha progressivamente ridotto i margini di discrezionalità degli enti locali nella gestione economica e finanziaria, costringendoli ad operare in regime di continua emergenza e a praticare in moltissimi casi tagli consistenti a livello dei servizi erogati alla collettività, incidendo così negativamente sui livelli di benessere dei cittadini; in molti casi, tra l'altro, l'eccessivo inasprimento dei vincoli ha reso paradossalmente quasi impossibile il raggiungimento degli obiettivi imposti dallo stesso patto;
il progressivo inasprimento delle sanzioni a carico degli enti inadempienti ha reso sempre più complicata la vita delle amministrazioni comunali, peggiorando le condizioni di operatività degli enti che non centrano gli obiettivi ed esponendoli spesso al rischio di pericolosi meccanismi di avvitamento e paralisi finanziaria; tra le sanzioni più importanti attualmente in vigore è il caso di ricordare la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio, il divieto di impegnare spese correnti in misura superiore alla media dell'ultimo triennio, il divieto di ricorrere all'indebitamento per fare investimenti pubblici;
a complicare la situazione gestionale dei Comuni sono stati altresì i continui tagli ai trasferimenti da parte dello Stato che hanno di fatto impedito di realizzare un'efficace programmazione economica e finanziaria anche per i Comuni più virtuosi; secondo i calcoli dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani, nel periodo 2007-2013 il contributo dei Comuni al conseguimento degli obiettivi delle manovre finanziarie è stimabile cumulativamente in poco meno di 13 miliardi di euro; circa 2,5 miliardi di euro di risparmi sono stati ottenuti dallo Stato per il 2011 e 2012 attraverso il taglio diretto dei trasferimenti erariali ai Comuni;
l'impatto delle manovre finanziarie sui Comuni per gli anni 2011 e 2012 sono previsti rispettivamente in 3,3 miliardi di euro e 3 miliardi di euro; tali tagli risultano particolarmente pesanti, oltre che in termini assoluti, anche in rapporto alla fase critica che l'economia sta attraversando a causa della crisi; il forte irrigidimento dei vincoli imposti dal patto di stabilità interno e, in particolare, la reintroduzione dell'obiettivo in termini di saldo calcolato in base al criterio della "competenza mista" ha determinato e rischia di determinare ancora per il futuro un impatto fortemente negativo sulla spesa in conto capitale; i dati ufficiali dell'ISTAT mostrano che l'applicazione del patto di stabilità interno se, da un lato, giocoforza ha imposto ai Comuni di tenere sotto controllo la spesa corrente, dall'altro lato, li ha costretti anche a tagliare in modo molto pesante la spesa in conto capitale e in particolare gli investimenti pubblici, che sempre secondo valutazioni basate su dati ISTAT dal 2004 al 2010 si è ridotta di oltre 4 miliardi di euro; nel solo 2010 la spesa per investimenti dei Comuni ha registrato una contrazione del 16,5 per cento rispetto al 2009 che, tradotto in termini assoluti, significa circa 2,5 miliardi di euro in meno; alla luce degli obiettivi fissati dal Governo nelle manovre finanziarie varate a partire da settembre 2011 (con la legge n. 183 del 2011 e con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto salva-Italia) si potrebbe avere una riduzione ancora maggiore nel 2012 e nel 2013;
i dati dei rendiconti dei Comuni indicano un ammontare di residui passivi per impegni di spesa in conto capitale pari a circa 35 miliardi di euro; sulla base dei dati ricavati dalle richieste di autorizzazione di spesa avanzate dai Comuni nell'ambito della cosiddetta regionalizzazione del patto di stabilità interno si desume che l'ammontare di spesa per investimenti erogabile in tempi brevi, ma di fatto bloccato dai vincoli del patto, è pari a circa 3,5 miliardi di euro (solo 1,2 miliardi sbloccabili attraverso le compensazioni regionali); le residue risorse disponibili e ancora bloccato permetterebbero di realizzare investimenti in opere infrastrutturali di dimensioni medio-piccole con ricadute positive sia sul territorio e sui cittadini, sia sul tessuto di piccole e medie imprese di settori, quali l'edilizia, in cui la ripresa dell'attività avrebbe un impatto immediato e positivo sui livelli di occupazione;
il blocco della cassa per le spese in conto capitale è anche una delle prinicipali cause dei ritardati pagamenti delle amministrazioni pubbliche per i crediti vantati da molte imprese appaltatrici che hanno in corso contratti per la realizzazione di opere pubbliche,
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
1) ad assumere entro brevissimo termine i necessari provvedimenti al fine di sbloccare i residui passivi in conto capitale per il triennio 2012-2014, consentendo così ai Comuni di riprendere gli investimenti pubblici almeno entro limiti complessivamente sufficienti a recuperare la contrazione di spesa di oltre 4 miliardi di euro registrata nel periodo 2004-2010 come indicato sopra e ad evitare un'ulteriore contrazione degli investimenti per i prossimi anni;
2) a proporre in tempi brevi una deroga al patto di stabilità interno che attribuisca ai Comuni maggiore discrezionalità nell'utilizzo di alcune categorie di entrate proprie, quali quelle derivanti dall'alienazione del patrimonio dell'ente o dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione, a fronte di spese per investimento in opere di pubblica utilità cruciali per le comunità locali, quali gli edifici scolastici, le reti idriche, la viabilità sul territorio;
3) a disporre una revisione complessiva del patto di stabilità interno nel senso di una maggiore flessibilità, anche al fine di rendere operativa la golden rule e riservare così una corsia preferenziale alle spese per investimenti pubblici anche a fronte di un maggiore rigore per quanto riguarda la spesa corrente.
ORDINI DEL GIORNO
BRUNO, DE ANGELIS (*)
V. testo 2
Il Senato,
premesso che:
il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (istitutivo dell'imposta comunale sugli immobili, ICI), all'articolo 10, comma 5, prevedeva in origine la trasmissione ai Comuni dei dati relativi alla riscossione dell'imposta, anche al fine di pervenire alla formazione di anagrafi dei contribuenti attraverso l'incrocio con i dati relativi agli immobili assoggettati alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti e favorire la partecipazione dei Comuni all'attività di accertamento e controllo;
il decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43, all'articolo 7, comma 2-ter, ha modificato il predetto decreto legislativo n. 504 del 1992 assegnando in modo specifico all'Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) il compito di organizzare le attività strumentali in ordine alla partecipazione dei Comuni alle procedure di accertamento e controllo, all'integrazione dei processi telematici della pubblica amministrazione, nonché al miglioramento dell'attività informativa anche a benefìcio dei contribuenti; la disposizione, così modificata, rinviava altresì ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze la definizione delle specifiche modalità attuative nonché l'attribuzione di un contributo pari allo 0,6 per mille del gettito dell'imposta per il finanziamento dei predetti servizi;
le modalità attuative di cui alla precedente premessa venivano successivamente definite con decreto del Capo del Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005; il predetto decreto direttoriale prevedeva tra l'altro: (a) la nascita dell'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL), fondazione di diritto privato senza finalità di lucro, costituita su iniziativa dell'ANCI, ma avente patrimonio e contabilità distinti da quelli dell'ANCI medesima, con statuto approvato dall'ANCI e comunicato al Ministero dell'economia e delle finanze; (b) che i servizi stabiliti dall'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, come modificato dall'articolo 7, comma 2-ter, del decreto-legge n. 7 del 2005, sono svolti dall'IFEL e che di essi la Fondazione garantisce adeguata e sistematica informazione ai Comuni attraverso la fornitura di dati, elaborazioni statistiche, studi e ogni altro elemento utile all'applicazione dei tributi comunali; (c) l'assegnazione all'IFEL del contributo pari allo 0,6 per mille del gettito ICI;
la legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità per il 2011), con l'articolo 1, comma 23, lettera b), ha ulteriormente modificato l'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, richiamando esplicitamente nel testo della normativa primaria il ruolo attribuito all'IFEL. La medesima legge di stabilità per il 2011 ha altresì modificato il decreto del Capo Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005 portando all'1 per mille la quota del gettito ICI attribuita alla Fondazione IFEL; la predetta quota del gettito ICI era stata già aumentata dall'originario 0,6 per mille allo 0,8 per mille con l'articolo 1, comma 251, della legge 24 dicembre 2007, n. 244;
il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, ha ulteriormente aggiornato la normativa sul finanziamento dell'ANCI-IFEL per tenere conto dell'introduzione anticipata della nuova imposta municipale unica (IMU), avvenuta con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (cosiddetto Salva Italia), riportando allo 0,8 per mille il contributo calcolato solo sull'IMU riguardante gli immobili diversi dall'abitazione principale; il decreto-legge n. 16 del 2012 ha rinviato altresì ad un apposito provvedimento dell'Agenzia delle entrate le modalità di riversamento del contributo all'IFEL;
una buona parte dell'attività dell'IFEL si concretizza oggi nella produzione di dati, elaborazioni statistiche e studi, che, pur essendo di elevato spessore tecnico, risultano scarsamente utili specialmente ai piccoli Comuni, i quali si confrontano giornalmente con esigenze di portata diversa ma ugualmente e forse più importanti sul piano pratico-amministrativo e dei servizi ai cittadini;
per le ragioni esposte nella premessa precedente, molti piccoli Comuni, non utilizzando di fatto i servizi della Fondazione IFEL, trarrebbero vantaggio dalla possibilità di affidare a soggetti diversi dall'IFEL servizi più consoni alle proprie esigenze pratiche e alle necessità dei cittadini, ma, in base alla normativa attuale, essi sono posti in ogni caso di fronte all'obbligo di versare parte del proprio gettito IMU alla Fondazione dell'ANCI,
impegna il Governo a promuovere le opportune modifiche alla normativa vigente illustrata in premessa, affinché siano esentati dal versamento del contributo all'IFEL di cui alle premesse tutti i Comuni che affidano a soggetti diversi dall'IFEL, con gara ad evidenza pubblica e comunque nel rispetto della normativa sugli affidamenti, lo svolgimento dei servizi di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992.
________________
(*) Aggiungono la firma in corso di seduta i senatori Fleres e Poli Bortone
BRUNO, DE ANGELIS, FLERES, POLI BORTONE
Non posto in votazione (*)
Il Senato,
premesso che:
il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (istitutivo dell'imposta comunale sugli immobili, ICI), all'articolo 10, comma 5, prevedeva in origine la trasmissione ai Comuni dei dati relativi alla riscossione dell'imposta, anche al fine di pervenire alla formazione di anagrafi dei contribuenti attraverso l'incrocio con i dati relativi agli immobili assoggettati alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti e favorire la partecipazione dei Comuni all'attività di accertamento e controllo;
il decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43, all'articolo 7, comma 2-ter, ha modificato il predetto decreto legislativo n. 504 del 1992 assegnando in modo specifico all'Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) il compito di organizzare le attività strumentali in ordine alla partecipazione dei Comuni alle procedure di accertamento e controllo, all'integrazione dei processi telematici della pubblica amministrazione, nonché al miglioramento dell'attività informativa anche a benefìcio dei contribuenti; la disposizione, così modificata, rinviava altresì ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze la definizione delle specifiche modalità attuative nonché l'attribuzione di un contributo pari allo 0,6 per mille del gettito dell'imposta per il finanziamento dei predetti servizi;
le modalità attuative di cui alla precedente premessa venivano successivamente definite con decreto del Capo del Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005; il predetto decreto direttoriale prevedeva tra l'altro: (a) la nascita dell'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL), fondazione di diritto privato senza finalità di lucro, costituita su iniziativa dell'ANCI, ma avente patrimonio e contabilità distinti da quelli dell'ANCI medesima, con statuto approvato dall'ANCI e comunicato al Ministero dell'economia e delle finanze; (b) che i servizi stabiliti dall'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, come modificato dall'articolo 7, comma 2-ter, del decreto-legge n. 7 del 2005, sono svolti dall'IFEL e che di essi la Fondazione garantisce adeguata e sistematica informazione ai Comuni attraverso la fornitura di dati, elaborazioni statistiche, studi e ogni altro elemento utile all'applicazione dei tributi comunali; (c) l'assegnazione all'IFEL del contributo pari allo 0,6 per mille del gettito ICI;
la legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità per il 2011), con l'articolo 1, comma 23, lettera b), ha ulteriormente modificato l'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992, richiamando esplicitamente nel testo della normativa primaria il ruolo attribuito all'IFEL. La medesima legge di stabilità per il 2011 ha altresì modificato il decreto del Capo Dipartimento delle politiche fiscali del 22 novembre 2005 portando all'1 per mille la quota del gettito ICI attribuita alla Fondazione IFEL; la predetta quota del gettito ICI era stata già aumentata dall'originario 0,6 per mille allo 0,8 per mille con l'articolo 1, comma 251, della legge 24 dicembre 2007, n. 244;
il decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, ha ulteriormente aggiornato la normativa sul finanziamento dell'ANCI-IFEL per tenere conto dell'introduzione anticipata della nuova imposta municipale unica (IMU), avvenuta con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011 (cosiddetto Salva Italia), riportando allo 0,8 per mille il contributo calcolato solo sull'IMU riguardante gli immobili diversi dall'abitazione principale; il decreto-legge n. 16 del 2012 ha rinviato altresì ad un apposito provvedimento dell'Agenzia delle entrate le modalità di riversamento del contributo all'IFEL;
una buona parte dell'attività dell'IFEL si concretizza oggi nella produzione di dati, elaborazioni statistiche e studi, che, pur essendo di elevato spessore tecnico, risultano scarsamente utili specialmente ai piccoli Comuni, i quali si confrontano giornalmente con esigenze di portata diversa ma ugualmente e forse più importanti sul piano pratico-amministrativo e dei servizi ai cittadini;
per le ragioni esposte nella premessa precedente, molti piccoli Comuni, non utilizzando di fatto i servizi della Fondazione IFEL, trarrebbero vantaggio dalla possibilità di affidare a soggetti diversi dall'IFEL servizi più consoni alle proprie esigenze pratiche e alle necessità dei cittadini, ma, in base alla normativa attuale, essi sono posti in ogni caso di fronte all'obbligo di versare parte del proprio gettito IMU alla Fondazione dell'ANCI,
invita il Governo a valutare l'opportunità di promuovere le opportune modifiche alla normativa vigente illustrata in premessa, affinché siano esentati dal versamento del contributo all'IFEL di cui alle premesse tutti i Comuni che affidano a soggetti diversi dall'IFEL, con gara ad evidenza pubblica e comunque nel rispetto della normativa sugli affidamenti, lo svolgimento dei servizi di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo n. 504 del 1992.
________________
(*) Accolto dal Governo
CUTRUFO (*)
V. testo 2
Il Senato della Repubblica,
premesso che:
- il nostro Paese è attraversato da una grave crisi economica.e finanziaria che ha avuto gravi ripercussioni sia sulle imprese che sulle famiglie;
- nonostante gli interventi posti in essere dal Governo negli ultimi mesi, atti a riequilibrare i conti pubblici e che dovrebbero riattivare le conseguenti e necessarie misure a favore della crescita, purtroppo ancora appare lontana la ripresa e aumentano i disagi di tutti gli operatori che sono in credito con gli enti locali;
- lo stato della nostra economia richiede, quindi, ormai un inderogabile intervento a favore della crescita che, in linea con quanto evidenziato dall'Unione europea, dia vigore alla nostra economia reale e consenta a Comuni e Province, anche utilizzando le risorse a loro disposizione, di riattivare gli investimenti e provvedere al pagamento delle imprese;
preso atto che:
- lo stato generale dell'economia, oltre ad aver ridotto la capacità finanziaria degli enti locali, ha costretto lo Stato a ridurre anche i trasferimenti a loro favore, limitandone l'autonomia economica e causando un aumento del disagio alle comunità locali;
- secondo i dati forniti dall'Istat, la riduzione della spesa degli enti locali ha registrato una riduzione del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010;
- per il 2012 è prevista una riduzione pari ad almeno il 18 per cento che, se confermata, potrebbe avere effetti decisamente recessivi per le economie locali e per l'intera economia nazionale;
- anche le spese per le infrastrutture sono cospicuamente diminuite in maniera rilevante;
preso atto, inoltre, che:
- sono numerosi i Comuni e le Province che risultano in regola con il Patto di stabilità e che hanno a disposizione risorse economiche che potrebbero essere utilmente utilizzate per altre iniziative e opere infrastrutturali ma che, tuttavia, proprio a causa del medesimo Patto di stabilità non possono essere impiegate;
- da ultimo, l'economia dei Comuni e delle Province soffre anche della sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014;
- anche la recente introduzione dell'IMU, inoltre, non consente agli enti locali di acquisire importanti risorse poiché i maggiori introiti sono destinati allo Stato;
- tale imposta, che dovrebbe essere considerata quale "una tantum", potrebbe, invece, essere utilmente sostituita con provvedimenti atti, soprattutto, a consentire il riequilibrio non tanto del bilancio, bensì il riequilibrio non più procastinabile del debito;
considerato che:
- i ritardi dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti dei privati costituisce un elemento di seria difficoltà per numerosissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni che, per tale motivo, sono esposte finanziariamente e rischiano il fallimento;
- occorre intervenire in tempi rapidissimi per sbloccare tutti i vincoli che impediscono il percorso virtuoso dell'economia locale e quindi di quella nazionale;
impegna il Governo:
- a prevedere un allentamento delle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità al fine di facilitare la ripresa dell'economia dei Comuni;
a prevedere un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità sia per i Comuni che per le Province cosiddette "virtuose" al fine di consentire la ripresa degli investimenti; in particolare gli investimenti in opere pubbliche, con particolare riferimento a quelle già in corso di esecuzione e per le quali sono bloccati i pagamenti da parte di Comuni che hanno risorse disponibili (per complessivi 11 miliardi) ma non possono utilizzarle, e per finanziare un numero limitato (la proposta ANCI è di individuarne 100) di opere pubbliche di valore medio-basso - fino a 5 milioni di euro - che possono fare la differenza in termini di sviluppo e impulso alla crescita nei Comuni più piccoli inclusi gli investimenti in infrastrutture tecnologiche e per l'edilizia scolastica;
- a prevedere la possibilità di impiegare i "fondi passivi" per la spesa in conto capitale per finanziare opere infrastrutturali e quanto altro necessario;
- a prevedere misure finalizzate a consentire che gli enti locali possano procedere al pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali;
- a prevedere una maggiore discrezionalità a carico dei Comuni in riferimento all'utilizzo delle proprie entrate, soprattutto di quelle derivanti dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione e dall'alienazione del patrimonio dell'ente;
- a prevedere misure destinate a riequilibrare il debito piuttosto che il bilancio e sostitutive dell'IMU dal 2013;
- a prevedere la proporzionalità tra la contribuzione dei singoli comparti agli obiettivi di Patto e la quota parte di spesa pubblica ad essi collegata (attualmente il contributo dei Comuni ai risparmi di spesa degli ultimi anni è stato pari al 12,3 per cento a fronte di un'incidenza sulla spesa pubblica complessiva dell'8 per cento);
a prevedere l'adeguamento delle regole del Patto di stabilità interno italiano a quelle in vigore nei più importanti Paesi europei, in particolare con riferimento alla cosiddetta golden rule, che prevede l'esclusione dagli obiettivi di Patto delle spese per investimento per quegli enti che abbiano equilibrio tra entrate e spese correnti e livelli di indebitamento sotto certe soglie;
a prevedere, nelle more, la riduzione dei risparmi imposti ai Comuni;
a rivedere in generale le norme adeguandole agli standard europei.
________________
(*) Aggiungono la firma in corso di seduta i senatori De Lillo e Bonfrisco
Non posto in votazione (*)
Il Senato della Repubblica,
premesso che:
- il nostro Paese è attraversato da una grave crisi economica.e finanziaria che ha avuto gravi ripercussioni sia sulle imprese che sulle famiglie;
- nonostante gli interventi posti in essere dal Governo negli ultimi mesi, atti a riequilibrare i conti pubblici e che dovrebbero riattivare le conseguenti e necessarie misure a favore della crescita, purtroppo ancora appare lontana la ripresa e aumentano i disagi di tutti gli operatori che sono in credito con gli enti locali;
- lo stato della nostra economia richiede, quindi, ormai un inderogabile intervento a favore della crescita che, in linea con quanto evidenziato dall'Unione europea, dia vigore alla nostra economia reale e consenta a Comuni e Province, anche utilizzando le risorse a loro disposizione, di riattivare gli investimenti e provvedere al pagamento delle imprese;
preso atto che:
- lo stato generale dell'economia, oltre ad aver ridotto la capacità finanziaria degli enti locali, ha costretto lo Stato a ridurre anche i trasferimenti a loro favore, limitandone l'autonomia economica e causando un aumento del disagio alle comunità locali;
- secondo i dati forniti dall'Istat, la riduzione della spesa degli enti locali ha registrato una riduzione del 16,5 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2010;
- per il 2012 è prevista una riduzione pari ad almeno il 18 per cento che, se confermata, potrebbe avere effetti decisamente recessivi per le economie locali e per l'intera economia nazionale;
- anche le spese per le infrastrutture sono cospicuamente diminuite in maniera rilevante;
preso atto, inoltre, che:
- sono numerosi i Comuni e le Province che risultano in regola con il Patto di stabilità e che hanno a disposizione risorse economiche che potrebbero essere utilmente utilizzate per altre iniziative e opere infrastrutturali ma che, tuttavia, proprio a causa del medesimo Patto di stabilità non possono essere impiegate;
- da ultimo, l'economia dei Comuni e delle Province soffre anche della sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014;
- anche la recente introduzione dell'IMU, inoltre, non consente agli enti locali di acquisire importanti risorse poiché i maggiori introiti sono destinati allo Stato;
- tale imposta, che dovrebbe essere considerata quale "una tantum", potrebbe, invece, essere utilmente sostituita con provvedimenti atti, soprattutto, a consentire il riequilibrio non tanto del bilancio, bensì il riequilibrio non più procastinabile del debito;
considerato che:
- i ritardi dei pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti dei privati costituisce un elemento di seria difficoltà per numerosissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni che, per tale motivo, sono esposte finanziariamente e rischiano il fallimento;
- occorre intervenire in tempi rapidissimi per sbloccare tutti i vincoli che impediscono il percorso virtuoso dell'economia locale e quindi di quella nazionale;
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
- a prevedere un allentamento delle norme che regolano i vincoli del Patto di stabilità al fine di facilitare la ripresa dell'economia dei Comuni;
a prevedere un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità sia per i Comuni che per le Province cosiddette "virtuose" al fine di consentire la ripresa degli investimenti; in particolare gli investimenti in opere pubbliche, con particolare riferimento a quelle già in corso di esecuzione e per le quali sono bloccati i pagamenti da parte di Comuni che hanno risorse disponibili (per complessivi 11 miliardi) ma non possono utilizzarle, e per finanziare un numero limitato (la proposta ANCI è di individuarne 100) di opere pubbliche di valore medio-basso - fino a 5 milioni di euro - che possono fare la differenza in termini di sviluppo e impulso alla crescita nei Comuni più piccoli inclusi gli investimenti in infrastrutture tecnologiche e per l'edilizia scolastica;
- a prevedere la possibilità di impiegare i "fondi passivi" per la spesa in conto capitale per finanziare opere infrastrutturali e quanto altro necessario;
- a prevedere misure finalizzate a consentire che gli enti locali possano procedere al pagamento dei debiti pregressi da parte degli enti locali;
- a prevedere una maggiore discrezionalità a carico dei Comuni in riferimento all'utilizzo delle proprie entrate, soprattutto di quelle derivanti dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione e dall'alienazione del patrimonio dell'ente;
- a prevedere misure destinate a riequilibrare il debito piuttosto che il bilancio e sostitutive dell'IMU ;
- a prevedere la proporzionalità tra la contribuzione dei singoli comparti agli obiettivi di Patto e la quota parte di spesa pubblica ad essi collegata;
a prevedere l'adeguamento delle regole del Patto di stabilità interno italiano a quelle in vigore nei più importanti Paesi europei, in particolare con riferimento alla cosiddetta golden rule, che prevede l'esclusione dagli obiettivi di Patto delle spese per investimento per quegli enti che abbiano equilibrio tra entrate e spese correnti e livelli di indebitamento sotto certe soglie;
a prevedere, nelle more, la riduzione dei risparmi imposti ai Comuni;
a rivedere in generale le norme adeguandole agli standard europei.
________________
(*) Accolto dal Governo
VIESPOLI, FLERES, MENARDI, PISCITELLI, SAIA, CARRARA, CASTIGLIONE, CENTARO, FERRARA, FILIPPI ALBERTO, POLI BORTONE, VILLARI
V. testo 2
Il Senato,
premesso che:
il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica, per il 2012, ammonta per le Province, a 700 milioni di euro, mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro;
le recenti manovre economico-finanziarie adottate nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con l'inasprimenti del Patto di stabilità interno e con le modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti;
se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende a chiudere, è dovuta al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa da parte degli enti locali, causata dal rispetto del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica Amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;
il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto quelle piccole. Per contrastare tale fenomeno, l'Unione europea ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano di detta Direttiva desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese;
è opportuno favorire il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione;
nel 2010 le Regioni non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto finanziare interventi infrastrutturali;
per sbloccare le risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può dar vita al Patto di stabilità di tipo verticale ed orizzontale. Si dice di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; il tipo orizzontale è quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;
con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;
le Regioni per effettuare quanto sopra citato devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;
il Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;
in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita. Il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché a sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti;
molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini, per tale ragione questi enti vanno premiati;
i Comuni metropolitani italiani, secondo alcuni studi (ANCI), con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;
le somme destinate ad opere pubbliche contribuiscono ad aumentare il patrimonio pubblico, dunque modificano l'assetto dei bilanci, ma non il suo valore complessivo;
l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,
impegna il Governo:
1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali, anche accelerando il pagamento dei debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione;
2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;
3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole, dei tempi e delle modalità di esecuzione degli interventi;
4) a favorire l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso i dispositivi del project finance;
5) a dare inizio ad interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;
6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;
7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto sul miglioramento con i rapporti con l'utenza, sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini e sulle proprie performance negli ambiti di competenza propria.
VIESPOLI, FLERES, MENARDI, PISCITELLI, SAIA, CARRARA, CASTIGLIONE, CENTARO, FERRARA, FILIPPI ALBERTO, POLI BORTONE, VILLARI
Non posto in votazione (*)
Il Senato,
premesso che:
il concorso degli enti locali alla manovra di finanza pubblica, per il 2012, ammonta per le Province, a 700 milioni di euro, mentre i Comuni con più di 5.000 abitanti partecipano con un contributo di 1,2 miliardi di euro;
le recenti manovre economico-finanziarie adottate nel corso dell'anno 2011 hanno operato ingentissime decurtazioni alle risorse degli enti locali e delle Regioni, con l'inasprimenti del Patto di stabilità interno e con le modifiche strutturali all'assetto tributario in particolare dei Comuni, hanno prodotto un aumento della pressione fiscale e un'ulteriore riduzione della spesa per investimenti;
se una delle principali cause di questa crisi, che ha costretto molte aziende a chiudere, è dovuta al crollo dei lavori pubblici, anche la riduzione degli impegni di spesa da parte degli enti locali, causata dal rispetto del Patto di stabilità, e l'eccessivo ritardo dei pagamenti della pubblica Amministrazione hanno prodotto preoccupanti effetti negativi;
il ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione sta mettendo in difficoltà un gran numero di imprese, soprattutto quelle piccole. Per contrastare tale fenomeno, l'Unione europea ha fissato con una direttiva tempi di rimborso e diritti di compensazione (direttiva 2011/7/UE), ma il mancato recepimento da parte del Parlamento italiano di detta Direttiva desta enormi preoccupazioni sulla definitiva soluzione al problema e, d'altro canto, si rischia di pregiudicare la sopravvivenza delle stesse imprese;
è opportuno favorire il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione;
nel 2010 le Regioni non hanno utilizzato autorizzazioni di spesa per 1,4 miliardi di euro, i Comuni per 813 milioni e le Province per 128 milioni, per un totale di 2,242 miliardi di euro che avrebbero potuto finanziare interventi infrastrutturali;
per sbloccare le risorse degli enti locali dal Patto di stabilità molto si può dar vita al Patto di stabilità di tipo verticale ed orizzontale. Si dice di tipo verticale quando la Regione provvede a peggiorare i propri obiettivi contabili di una quota pari a quella ceduta ai Comuni del proprio territorio; il tipo orizzontale è quando la perequazione finanziaria avviene tra gli stessi Comuni di una regione;
con il Patto regionalizzato si consente alle Regioni di autorizzare gli enti locali del proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico (mediante aumenti dei pagamenti in conto capitale), purché gli enti locali rideterminino il proprio obiettivo programmatico di cassa e di competenza;
le Regioni per effettuare quanto sopra citato devono definire criteri di virtuosità e modalità operative e devono comunicare alle rappresentative degli enti locali, entro il 15 settembre di ciascun anno, l'entità dei pagamenti che possono effettuare nel corso dell'anno;
il Patto regionalizzato in modo verticale, utilizzato in 13 Regioni su 20, ha prodotto uno sblocco di risorse pari a 1,15 miliardi di euro. Un risultato al di sotto delle aspettative, invece, ha prodotto l'adozione del patto orizzontale, che ha liberato appena 70 milioni di euro;
in un momento economico difficile anche per i Comuni, soprattutto alla luce dei tagli subiti con la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012), si avverte un maggiore e crescente bisogno di equità. Non basta il rigore ad avviare la ripresa dello sviluppo e della crescita. Il ruolo degli enti locali è mai come oggi fondamentale per stimolare le realtà produttive locali ad emergere, nonché a sfruttare le enormi risorse peculiari di ogni territorio per attirare nuovi investimenti;
molti Comuni che hanno rispettato senza sforare il Patto e garantito il rigore, pur offrendo adeguati ed efficienti servizi ai propri cittadini, per tale ragione questi enti vanno premiati;
i Comuni metropolitani italiani, secondo alcuni studi (ANCI), con lo sblocco del Patto di stabilità, potrebbero liberare e generare una spesa complessiva per investimenti per un ammontare complessivo di circa 7 miliardi di euro, con una spesa diretta di 3,5 miliardi di euro;
le somme destinate ad opere pubbliche contribuiscono ad aumentare il patrimonio pubblico, dunque modificano l'assetto dei bilanci, ma non il suo valore complessivo;
l'articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, il cosiddetto decreto salva Italia, ha anticipato l'introduzione, dal 2012, dell'imposta municipale unica (IMU), prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011 in materia di federalismo municipale, che ora si applica anche sulle abitazioni principali. Il 50 per cento del gettito del tributo relativo all'abitazione principale e pertinenze è attribuito ai Comuni (il rimanente allo Stato); il Fondo sperimentale di riequilibrio viene ridotto della parte corrispondente al maggior gettito dell'IMU; tale previsione è stata vista in modo negativo dai cittadini e sta creando enormi problemi di carattere procedurale ai Comuni, i quali hanno tempo fino a metà dicembre per stabilire le aliquote da applicare in aumento o variazione di quelle stabilite dal decreto,
impegna il Governo, a seguito dell'esito positivo della spending review e della trattativa in sede europea volta a liberare risorse per il loro utilizzo per una politica di sviluppo a rivedere le norme relative al Patto di stabilità interno e pertanto:
1) a prevedere strumenti che, nel rispetto dei limiti di bilancio e nell'ottica di allentare la stretta del Patto di stabilità, possano creare le condizioni per la ripresa degli investimenti promossi dagli enti locali, anche accelerando il pagamento dei debiti contratti dalla Pubblica Amministrazione;
2) a garantire misure che, in un'ottica di spending review e nel rispetto del necessario rigore di bilancio, siano in grado di individuare e limitare la spesa pubblica improduttiva degli enti locali, nonché procedere al taglio dei costi delle attività non necessarie per l'efficienza della macchina amministrativa e dei servizi pubblici locali;
3) a promuovere interventi normativi organici, e non frammentari, in modo tale da permettere una programmazione efficiente e tempestiva degli enti locali e garantire la certezza delle regole, dei tempi e delle modalità di esecuzione degli interventi;
4) a favorire l'introduzione di misure normative e di procedure chiare volte a rendere più efficaci gli investimenti attraverso i dispositivi del project finance;
5) a dare inizio ad interventi legislativi in grado di snellire gli adempimenti burocratici e la tempistica necessari all'autorizzazione di investimenti sui territori degli enti locali;
6) ad emanare direttive in tema di contabilità degli enti locali orientate a rendere obbligatoria l'adozione del bilancio consolidato negli enti locali per evitare che si scarichino sulle partecipate i debiti degli enti stessi;
7) a prevedere meccanismi premianti per gli enti più virtuosi basati non soltanto sull'efficienza della spesa, quanto sul miglioramento con i rapporti con l'utenza, sull'efficacia dei servizi pubblici offerti ai cittadini e sulle proprie performance negli ambiti di competenza propria.
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(*) Accolto dal Governo
Allegato B
Testo integrale della dichiarazione di voto del senatore Galioto sul disegno di legge n. 3071
Onorevoli colleghi, la formazione professionale rappresenta un percorso di crescita fondamentale per accostarsi al mondo del lavoro e ad una professione con competenza e preparazione oltre che uno stimolo a un continuo aggiornamento per chi già lavora.
L'Unione europea riconosce da sempre un ruolo fondamentale alla formazione professionale e, per questo, agli inizi degli anni '90 ha istituito, attraverso il regolamento n 1360/90 del Consiglio d'Europa, la Fondazione europea per la formazione professionale.
La Fondazione, che opera dal 1994, svolge compiti fondamentali nel mondo del lavoro: aiuta i Paesi membri a modernizzare i rispettivi sistemi d'istruzione e formazione, collabora con i Paesi limitrofi e con i Paesi in via di sviluppo perché possano sfruttare al meglio il potenziale delle proprie risorse umane mediante la riforma dei sistemi d'istruzione, formazione e mercato del lavoro.
Oggi dobbiamo discutere il disegno di legge riguardante la ratifica ed esecuzione dell'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione stessa.
Il nuovo Accordo, come ha avuto modo di sottolineare durante i lavori in Commissione il relatore Marcenaro, ricalca il modello dell'Accordo sottoscritto tra l'Italia e l'Autorità per la sicurezza alimentare avente sede a Parma e conferma quale sede della Fondazione Villa Gualino a Torino.
L'Accordo riconosce personalità giuridica alla Fondazione e dispone che essa stessa, i suoi edifici, i suoi beni e i suoi archivi siano inviolabili, immuni da atti esecutivi e coercitivi, esenti da ogni tipo di tributi.
Come Gruppo UDC non possiamo che essere d'accordo ed esprimere un parere favorevole a questo disegno di legge poiché siamo profondamente convinti dell'importanza, in particolar modo in un momento di profonda crisi economica come quello che stiamo attraversando, di tutte le iniziative che possano migliorare la condizione dei nostri concittadini e dei cittadini europei che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro.
Da un altro punto di vista, invece, non possiamo che esprimere una valutazione nettamente favorevole al fatto che la sede di un organismo europeo di questo livello sia definitivamente individuata nel nostro Paese.
Dichiarazione di voto della senatrice Contini sul disegno di legge n. 3071
Come previsto dall'articolo 1 del disegno di legge n. 3071, il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l'Accordo di sede tra la Repubblica italiana e la Fondazione europea per la formazione professionale, fatto a Torino il 22 gennaio 2010.
La Fondazione europea, denominata European Training Foundation - ETF, è un'agenzia specializzata costituita con l'obiettivo di promuovere e sostenere i processi politico-economici basandosi sulla formazione didattica e professionale. Essa è stata istituita nel 1990, con regolamento del Consiglio europeo n. 1360, ed è divenuta operativa nel 1994 avente sede operativa nel complesso di Villa Gualino nella città di Torino.
La Repubblica italiana riconosce alla Fondazione personalità giuridica ed altresì la capacità di contrattazione, di acquisizione e di cessione di beni mobili ed immobili e di stare in giudizio (articolo 2). Inoltre, può procedere ad accordi di cooperazione con organismi europei ed extraeuropei.
La Fondazione ha come obiettivo quello di sostenere i Paesi in via di sviluppo, appartenenti all'Unione europea, attuando una riforma del sistema di istruzione, formazione e mercato del lavoro attraverso lo sviluppo di sistemi di informazione, analisi e consulenza.
Inoltre, la Fondazione è dotata di un bilancio di circa 20 milioni di euro annui ed è finanziata tramite contributi provenienti dall'Unione europea e con contributi volontari da parte della Repubblica italiana. La modifica dello Statuto, avvenuta con regolamento n. 723 del 2004, ha previsto che gli edifici della sede della Fondazione, i suoi beni e gli archivi risultino essere inviolabili ed immuni da atti esecutivi e coercitivi.
Gli organi di cui è costituita la Fondazione sono il consiglio di amministrazione, formato da un rappresentante di ogni Stato membro, da tre rappresentanti della Commissione europea e da tre esperti nominati dal Parlamento europeo, e il direttore, che ne è il rappresentante giuridico ed è responsabile di fronte al consiglio stesso per la gestione degli affari e le questioni attinenti al personale.
Dichiariamo il nostro voto favorevole in quanto crediamo che il partenariato di cooperazione dei Paesi mediterranei con i Paesi dei Balcani occidentali sia una grande opportunità strategico-politica. Inoltre, l'attività promossa dalla Fondazione, nel sistema territoriale su cui agisce e si colloca, rappresenta una risorsa e un ruolo fondamentale di consolidamento delle basilari istituzioni democratiche nell'area ex sovietico-comunista.
Testo integrale dalla dichiarazione di voto del senatore Galioto sul disegno di legge n. 3107
Colleghi senatori, la Repubblica Bolivariana del Venezuela costituisce uno degli Stati più importanti dell'America Meridionale ed è considerata una delle economie emergenti del Continente.
Nonostante la grave crisi economica che lo ha colpito a partire dagli anni '90, infatti, il Venezuela è ricchissimo di materie prime, basti pensare al fatto che è considerato il sesto Paese al mondo con le maggiori riserve di gas naturale.
Dal punto di vista economico il Venezuela sta rientrando a pieno titolo tra le economie in via di sviluppo, nonostante la crisi e nonostante il tessuto economico nazionale sia radicalmente cambiato dopo l'avvento al potere di Hugo Chavez e l'imposizione di una politica economica definita come socialismo democratico. I recenti dati pubblicati dal Banco Central de Venezuela, infatti, hanno confermato la ripresa economica a partire dal 2010 arrivando, nel 2011, a un tasso di crescita del prodotto interno lordo pari al 4,2 per cento.
L'Italia ha sempre avuto un rapporto particolare con il Venezuela, un rapporto che ha fatto sì che l'interscambio commerciale del nostro Paese con il Paese latino americano abbia registrato, sempre nel 2011, un saldo a nostro favore con un aumento positivo sia delle esportazioni che delle importazioni.
In un quadro economico di stabili relazioni commerciali s'inserisce anche il rapporto culturale basato su una forte presenza italiana nella popolazione locale.
Da sempre, infatti, gli italiani rappresentano una comunità molto importante: attualmente si stima che il numero degli italiani residenti si aggiri attorno alle 50.000 unità si ritiene che, tra il 1946 e il 1970, siano immigrati in Venezuela 252.248 nostri concittadini. Nel censimento del 1961, ad esempio, gli italiani costituivano la comunità straniera più numerosa del Paese.
La cooperazione culturale tra Italia e Venezuela è disciplinata, principalmente, da due accordi: l'Accordo di collaborazione scientifica, firmato il 1° aprile 1987, e l'Accordo di cooperazione culturale, del 17 ottobre 1990. Il sito Internet del Ministero degli affari esteri delinea con precisione l'ambito di questi accordi: "L'insegnamento della lingua italiana è garantito dalla presenza di un numero consistente di scuole e istituzioni private venezuelane presso le quali sono attivi corsi di lingua e letteratura italiana". "Il Governo italiano si è reso promotore, nel 2002, di un provvedimento normativo che imposta l'obbligatorietà dell'insegnamento dell'italiano come seconda lingua in un consistente numero di istituti scolastici pubblici e privati del Paese".
Il disegno di legge che stiamo discutendo prevede la ratifica e l'esecuzione dell'Accordo di riconoscimento degli studi, titoli e diplomi di istruzione media, per il proseguimento degli studi di istruzione superiore tra Italia e Venezuela. Questo accordo, come ha sottolineato in Commissione il relatore Bettamio, colma una lacuna a livello bilaterale di un sistema di riconoscimento reciproco a livello legale dei titoli di studio.
L'Accordo, come sappiamo, permette ai nostri studenti, in possesso del diploma di maturità nelle scuole italiane, di iscriversi alle università venezuelane senza sostenere ulteriori prove, tranne un esame di conoscenza della lingua spagnola, e agli studenti della Repubblica Bolivariana del Venezuela di accedere a qualsiasi istituzione di istruzione superiore nel territorio italiano previo superamento della prova di conoscenza della lingua italiana.
Dal nostro punto di vista questo Accordo non può che venire incontro alle esigenze dei giovani di origine italiana residenti in Venezuela, agevolare il rapporto del Paese natio con la comunità italiana e migliorare i rapporti di interscambio culturale tra i due Paesi, contribuendo a rafforzare anche la collaborazione tra i due Stati a livello scientifico e culturale e creando i presupposti per sbocchi lavorativi per i giovani. Per questi motivi esprimiamo un voto favorevole, a questo provvedimento.
Dichiarazione di voto della senatrice Contini sul disegno di legge n. 3107
L'obiettivo dell'Accordo è quello di migliorare le relazioni bilaterali tra la Repubblica italiana e la Repubblica Bolivariana attraverso il riconoscimento reciproco dei titoli di studio di istruzione media superiore e professionale sulla base della cooperazione scolastica e culturale.
Con tale Accordo si cerca di colmare una lacuna relativa alla mancanza di reciproco riconoscimento a livello legale dei titoli di studio e, al contempo, di tutelare gli interessi della comunità italiana residente in Venezuela. Infatti, in assenza di una specifica disciplina, gli studenti italiani sono scoraggiati ad iscriversi nelle scuole italiane presenti sul territorio venezuelano, in quanto i diplomi conseguiti presso tali scuole non sono riconosciuti a livello legale dalle autorità locali.
In tal senso, quindi, l'Accordo consentirebbe agli studenti italiani, che abbiano già conseguito il diploma di istruzione secondaria in Italia, di iscriversi alle università del Venezuela sostenendo solamente un esame integrativo di lingua spagnola. È importante sottolineare, comunque, che gli atenei possiedono l'autonomia didattica secondo cui il riconoscimento dei titoli non prevede obbligatoriamente l'ammissione dei candidati.
Per l'attuazione dell'Accordo è stata istituita, inoltre, una commissione formata da due rappresentanti dei due Ministeri dell'istruzione e da uno scelto di comune accordo tra le parti.
Questo provvedimento è tanto atteso dalle varie comunità italiane presenti in Venezuela e per tale motivazione il Gruppo Per il Terzo Polo (ApI-FLI) voterà a favore.
Lettera e tabella allegate all'intervento del sottosegretario Polillo in sede di replica nella discussione delle mozioni 1-00176 (testo 2), 1-00635, 1-00637, 1-00638 e 1-00639
Dichiarazione di voto del senatore De Toni sulle mozioni 1-00176 (testo 2), 1-00635, 1-00637, 1-00638 e 1-00639
Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, come già ampiamente illustrato nel corso del mio intervento e di quelli dei colleghi intervenuti oggi sulle mozioni al nostro esame, è necessario che il Governo adotti con urgenza ogni provvedimento necessario affinché venga modificato il Patto di stabilità interno; questo al fine di consentire ai Comuni virtuosi di poter utilizzare le proprie risorse per realizzare gli investimenti necessari alla crescita delle comunità locali e alla creazione di nuove opportunità di lavoro, in modo da contribuire al rilancio dell'economia. In tal modo, si consente così agli stessi enti locali di riacquisire la propria dignità e il proprio ruolo, così come disegnato dalla Costituzione.
Siamo infatti fortemente preoccupati per le difficoltà che da tempo lamentano gli enti locali nella gestione delle proprie comunità, convinti del ruolo fondamentale che essi svolgono nell'ambito del nostro assetto istituzionale. Infatti, i Comuni sono l'istituzione più vicina ai cittadini che può fronteggiare in modo efficace la crisi economica, con investimenti che siano un volano per l'economia e con politiche sociali che sostengano famiglie e persone in difficoltà, garantendo una comunità coesa e solidale.
I Comuni hanno partecipato più di altri comparti al risanamento della finanza pubblica, essendo il comparto che ha realizzato un surplus rispetto all'obiettivo assegnato dal Patto di stabilità; inoltre, l'attuale perdurare della crisi economica evidenzia una crescente fascia di povertà e, quindi, una maggior richiesta ai Comuni di sussidi ed una maggior spesa proprio rivolta al sociale.
Abbiamo voluto ricordare al Governo, nel corso del dibattito di oggi, che molti enti locali si trovano da tempo in una oggettiva situazione di difficoltà finanziaria, recentemente accentuata dagli effetti della crisi economica internazionale. Ciò si traduce nel rallentamento dei pagamenti a favore di imprese e cittadini, con effetti fortemente negativi per l'intero sistema economico.
In particolare, per gli enti locali soggetti al Patto di stabilità interno, un ulteriore rallentamento dei procedimenti di spesa deriva dagli stringenti vincoli imposti da tale meccanismo, peraltro necessario al fine di garantire il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica derivanti dal diritto comunitario.
Deve invece essere rimosso qualsiasi ostacolo alla crescita dell'economia allentando i vincoli del Patto di stabilità interno che, in base alla normativa vigente, frenano soprattutto i pagamenti relativi alle spese di investimento degli enti locali, che viceversa è opportuno incrementare in modo da migliorare la dotazione infrastrutturale pubblica, anche al fine di garantire l'adozione da parte degli enti locali di investimenti finalizzati al miglioramento della qualità della vita dei cittadini, a sostegno delle famiglie e dei lavoratori e per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, nonché a salvaguardia dell'interesse generale del Paese.
Riteniamo che la mozione presentata dal Gruppo IdV sia del tutto analoga, per contenuti, a quella firmata dai colleghi del PD dalla quale si differenzia unicamente per la richiesta al Governo di voler riconsiderare la disciplina in materia di tesoreria unica, introdotta dall'articolo 35 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, anche valutando l'opportunità di anticipare, con provvedimento normativo, il termine applicativo fissato al 31 dicembre 2014.
Chiediamo quindi al Governo di volersi impegnare al fine di rivedere il meccanismo da ultimo adottato con l'articolo 35 del citato decreto-legge n. l del 2012, con il quale si impone il ripristino dell'ordinario regime di Tesoreria unica statale (di cui all'articolo 1 della legge n. 720 del 1984), secondo cui tutte le entrate degli enti locali devono essere versate presso sezioni di tesoreria provinciale dello Stato, comportando così la perdita per i Comuni di circa 300 milioni di euro di interessi, dovendosi considerarsi tale disposizione altamente vessatoria nei confronti degli enti locali, oltre che lesiva della loro dignità ed autonomia.
Annuncio pertanto il voto favorevole sulla mozione a mia firma e sottoscritta dal Gruppo dell'Italia dei Valori e sulle mozioni che intendono promuovere un impegno del Governo affinché vengano adottate le opportune iniziative volte ad allentare i vincoli del Patto di stabilità interno, con particolare riferimento alle spese per interventi infrastrutturali da parte degli enti locali più virtuosi, consentendo così il finanziamento di opere pubbliche di piccole e medie dimensioni, immediatamente cantierabili, adatte all'intervento delle piccole e medie imprese. In tal modo, si crea un volano per le attività economiche, con un effetto di traino tanto più prezioso in questa fase di crisi economica ed occupazionale, tenendo anche conto che le spese degli enti locali per le opere pubbliche rappresentano più del 60 per cento delle spese in conto capitale delle nostre pubbliche amministrazioni.
Integrazione alla dichiarazione di voto del senatore Vaccari sulle mozioni 1-00176 (testo 2), 1-00635, 1-00637, 1-00638 e 1-00639
Il rigore delle misure economico-finanziarie adottate nel corso del 2011 e, di recente, dal Governo Monti, riportano i saldi di finanza pubblica nei limiti concordati in sede europea, ma non sono affatto idonee a promuovere la ripresa economica, anzi hanno innescato un processo di recessione ancora più grave; ora occorre che il Governo adotti nell'immediato interventi a sostegno delle imprese, in particolare le medie e piccole imprese, che rappresentano la parte più cospicua dell'apparato produttivo italiano.
L'aggravarsi del fenomeno recessivo in tutti i Paesi dell'Unione europea (UE) ha indotto i vertici europei a sollecitare i Governi ad intervenire per sostenere la crescita del PIL, senza la quale si vanificano i sacrifici imposti ai cittadini; nel nostro Paese il reperimento di risorse, attuato soprattutto con l'inasprimento della pressione fiscale ed i tagli delle risorse agli enti locali, nella permanenza di una spesa corrente ad oggi ancora troppo incisiva sul PIL, sta compromettendo la ripresa economica ed ha messo in ginocchio le imprese e le famiglie.
I gravi fenomeni di insofferenza (suicidi degli imprenditori, chiusura delle imprese, perdite di posti di lavoro, carovita, aumento dell'inflazione, eccetera) a cui si assiste ogni giorno rendono improcrastinabili interventi urgenti per mettere in condizione i Comuni di dare sostegno a livello territoriale agli imprenditori in grave difficoltà. Si tratta, infatti, di suicidi commessi da piccoli imprenditori, le cui imprese trovano sussistenza in genere nell'economia locale. Le amministrazioni locali avrebbero più facilità ad intervenire ed instaurare un rapporto con gli imprenditori in difficoltà per prevenire atti disperati.
Le ultime manovre, come ben noto, hanno inasprito i vincoli del Patto di stabilità degli enti sottoposti, congelando qualsiasi intervento di continuità e/o di sviluppo delle economie territoriali; l'impossibilità per gli enti in avanzo di poter spendere le risorse per investimenti, ovvero l'impossibilità per gli enti locali di poter sbloccare i residui passivi per liberare le risorse indispensabili a pagare appalti e forniture e aiutare le aziende nella loro sopravvivenza, sono cause da rimuovere con tempestività; si avvicina per i Comuni la chiusura dei bilanci per il 2012 e, senza un cambiamento dello status quo, sarà difficile far quadrare i conti senza tagliare drasticamente i servizi ai cittadini.
Alla rigidità del Patto si è aggiunto il grave danno finanziario conseguente alla sospensione del regime della tesoreria mista per il triennio 2012-2014. Nonostante le forti opposizioni di tutte le amministrazioni locali, il Governo non ha ritirato la norma ed ha costretto a versare nelle casse dello Stato 8,6 miliardi di liquidità, che erano nella disponibilità degli enti locali e territoriali e degli altri enti pubblici con autonomia finanziaria. Regioni e Comuni dovranno rinunciare, oltre all'autonomia finanziaria, anche ai maggiori interessi che avrebbero maturato mediante gli investimenti delle proprie disponibilità, da smobilizzare per il riversamento obbligatorio in tesoreria unica.
Inoltre, con l'anticipazione in via sperimentale dell'imposta municipale unica (IMU) per il 2012, le autonomie locali avrebbero avuto un'occasione importante per disporre di maggiori entrate da destinare al sostegno dell'economia locale; al contrario, il Governo ha riservato una cospicua quota di gettito all'erario, aumentando di fatto solo la pressione fiscale locale a carico dei cittadini e delle imprese.
È noto che il valore degli investimenti dell'economia locale rispetto a quella nazionale è pari al 60 per cento e, se continuano ad essere congelati gli investimenti degli enti locali, è difficile creare le condizioni di crescita del PIL per ripianare il debito pubblico; è prioritario intervenire con modifiche al Patto di stabilità, per liberare risorse da destinare alla prosecuzione delle opere già appaltate, cantierare nuove opere, per salvare e far sopravvivere le piccole e medie aziende, con conseguente interruzione del processo di perdita di posti di lavoro, soprattutto nel settore edile.
Accettiamo comunque le proposte di modifica del Governo, anche se avremmo voluto più coraggio e decisione, ed esprimiamo voto favorevole a tutte le mozioni.
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Bassoli, Belisario, Bonino, Butti, Caruso, Centaro, Chiti, Ciampi, Colombo, D'Ali', Dell'Utri, Delogu, Di Stefano, Fluttero, Marcenaro, Mugnai, Pera, Ramponi, Scarpa Bonazza Buora e Thaler Ausserhofer.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Adragna, Cicolani e Franco Paolo, per attività di rappresentanza del Senato; Bianchi, Coronella e De Angelis, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti; De Feo e Livi Bacci, per attività del Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen, di vigilanza sull'attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione.
Disegni di legge, assegnazione
In sede referente
2ª Commissione permanente Giustizia
Sen. Pedica Stefano ed altri
Disposizioni in materia di istituzione di sezioni specializzate per la famiglia e per i minori presso i tribunali ordinari (3276)
previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio)
(assegnato in data 17/05/2012).
Mozioni, apposizione di nuove firme
I senatori Viespoli, Fleres, Saia, Villari, Carrara, Castiglione, Menardi, Palmizio, Poli Bortone, Alberto Filippi, Centaro e Ferrara hanno aggiunto la propria firma alla mozione 1-00619 dei senatori Saltamartini e altri.
Interrogazioni, apposizione di nuove firme
I senatori Tofani, Rizzotti, D'Alì, Di Stefano, Latronico, Baldini, Zanetta, Gallo, Gentile, Mazzaracchio e Nessa hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-02860 del senatore Malan ed altri.
Risposte scritte ad interrogazioni
(Pervenute dal 10 al 16 maggio 2012)
AMORUSO: sul fenomeno dei furti d'auto a Bari e provincia (4-06738) (risp. DE STEFANO, sottosegretario di Stato per l'interno)
CAMBER: sullo sciopero degli autotrasportatori (4-06533) (risp. PASSERA, ministro delle infrastrutture e trasporti)
CASTELLI: sulla vicenda relativa ai militari italiani, impegnati in operazioni antipirateria, trattenuti in India (4-06937) (risp. DI PAOLA, ministro della difesa)
COSTA: sul ritardo nel trasferimento di impianti sul traliccio unico di Parabita (Lecce) (4-06613) (risp. PASSERA, ministro dello sviluppo economico)
sul trattamento di quiescenza per il personale appartenente a ruolo ad esaurimento (4-07239) (risp. PATRONI GRIFFI, ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione)
D'ALIA: sulla carenza di organico nel Corpo nazionale dei Vigili del fuoco (4-06920) (risp. FERRARA, sottosegretario di Stato per l'interno)
FASANO: su incidenti stradali causati dalla presenza di animali nel raccordo autostradale Salerno-Avellino (4-06464) (risp. PASSERA, ministro delle infrastrutture e trasporti)
sul parco eco-archeologico di Pontecagnano (Salerno) (4-06544) (risp. ORNAGHI, ministro per i beni e le attività culturali)
LATORRE: sulla salvaguardia delle coste pugliesi contro le trivellazioni in Adriatico (4-06262) (risp. PASSERA, ministro dello sviluppo economico)
Mozioni, nuovo testo
La mozione 1-00641, dei senatori Maraventano ed altri, pubblicata il 15 maggio 2012, deve intendersi riformulata come segue:
MARAVENTANO, TORRI, MAZZATORTA, MURA, PITTONI, CAGNIN, VALLARDI, VALLI. - Il Senato,
premesso che:
il comma 18 dell'articolo 24 del cosiddetto decreto salva Italia, decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, prevede che con regolamento da adottare entro il 30 giugno 2012 ai sensi dell'art. 17 della legge n. 400 del 1988 si proceda all'armonizzazione dei requisiti di accesso al trattamento di quiescenza del personale delle Forze di polizia e delle Forze armate nonché del comparto del Soccorso pubblico del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco;
l'articolo 19 della legge n. 183 del 2010 riconosce, anche ai fini della tutela economica, pensionistica e previdenziale, "la specificità del ruolo delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell'ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti";
in considerazione della predetta specificità lavorativa del personale del comparto Sicurezza e Difesa e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, è indubbio che un innalzamento tout court dell'età pensionabile possa ostacolare la reale capacità operativa dei lavoratori in questione, con conseguenti inevitabili riflessi anche sul livello di efficienza della sicurezza del Paese;
il riconoscimento della specificità del comparto Sicurezza e Difesa e del comparto dei Vigili del fuoco e del Soccorso pubblico, infatti, ha proprio lo scopo di valutare la condizione peculiare del personale militare, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, considerando le condizioni di impiego operativo altamente rischioso cui è soggetto, che presuppone il costante possesso di particolari idoneità psico-fisiche necessariamente correlate con il requisito anagrafico;
ne consegue che l'intervento regolamentare deve rispondere ai principi ed ai limiti recati dalla delega prevista nel cosiddetto decreto Salva Italia. In tale contesto, i contenuti del regolamento di armonizzazione devono, per espresso dettato legislativo, tenere conto delle peculiarità ordinamentali delle Amministrazioni del comparto, tra le quali l'esigenza funzionale di limiti di età necessariamente più contenuti rispetto al resto dei lavoratori. Tutto questo senza che la riconosciuta richiamata specificità del comparto possa tradursi in una incomprensibile penalizzazione;
il personale del comparto Sicurezza e Difesa, peraltro, gode di un'autonomia contrattuale limitata rispetto all'esercizio dei diritti sindacali fondamentali, per via del mancato riconoscimento del diritto di sciopero e della piena libertà di organizzazione sindacale e di altri diritti costituzionalmente riconosciuti al resto dei lavoratori;
esiste, altresì, il problema di assicurare a tutte le componenti del comparto Sicurezza e Difesa e Vigili del fuoco esposto ad attività dal rischio comparabile un trattamento equipollente anche sotto il profilo della tutela infortunistica, con particolare riguardo al personale volontario dei Vigili del fuoco, attualmente penalizzato;
il Governo non ha ancora esercitato le deleghe previste dal comma 7 dell'art. 27 della legge n. 183 del 2010, relative all'equiparazione della pensione ai superstiti riconosciuta ai familiari dei vigili del fuoco volontari deceduti per causa di servizio al trattamento economico spettante ai familiari superstiti dei vigili del fuoco in servizio permanente anche nelle ipotesi in cui i vigili del fuoco volontari siano deceduti espletando attività addestrative od operative diverse da quelle connesse al soccorso, nonché all'equiparazione del trattamento economico concesso ai vigili del fuoco volontari a quello riconosciuto ai vigili del fuoco in servizio permanente in caso di infortunio gravemente invalidante o di malattia contratta per causa di servizio, includendo anche il periodo di addestramento iniziale reso dagli aspiranti vigili del fuoco a titolo gratuito;
ribadendo altresì l'opportunità di un inserimento organico del personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco nel comparto Sicurezza e Difesa, prevedendo nel concreto la necessità di armonizzare progressivamente gli istituti retributivi, a partire dalla prossima tornata contrattuale;
ritenendo infine auspicabile l'allargamento del medesimo comparto anche al personale delle polizie locali e provinciali,
impegna il Governo:
1) ad adottare il regolamento di armonizzazione, di cui al comma 18 dell'articolo 24 del cosiddetto decreto Salva Italia, solo nel momento in cui sia stata definitivamente prevista la possibilità per il personale del comparto Sicurezza e Difesa e Soccorso pubblico di aderire a forme pensionistiche complementari (il cosiddetto II pilastro), al pari di quanto previsto da anni, con i relativi provvedimenti di contrattazione, nei confronti di tutti i lavoratori pubblici e privati;
2) a prevedere, nell'ambito del regolamento di armonizzazione dei requisiti di accesso al sistema pensionistico, norme di tutela delle specificità del personale del comparto Sicurezza e Difesa e del comparto Vigili del fuoco e Soccorso pubblico, con particolare riguardo all'allungamento dell'età pensionabile per il personale operativo in relazione ai diritti quesiti e al previgente ordinamento;
3) ad ancorare organicamente il personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e delle polizie locali e provinciali al comparto Sicurezza e Difesa;
4) ad attuare la delega di cui al comma 7 dell'art. 27 della legge n. 183 del 2010, eliminando le differenze di trattamento attualmente esistenti all'interno del comparto Sicurezza e Difesa tra categorie di personale diverse, ma esposte alla stessa tipologia di rischio, com'è il caso del personale volontario dei Vigili del fuoco incaricato del Soccorso tecnico urgente alla stessa stregua di quello permanente in forza al Corpo;
5) a garantire, con disposizioni transitorie, la certezza dei rapporti giuridici già consolidati o in via di maturazione che, per esigenze funzionali, potranno essere prolungati solo su base volontaria;
6) a mantenere l'attuale normativa della "pensione privilegiata" in considerazione che il personale del comparto espleta attività ad elevato rischio, condotte spesso in condizioni ambientali avverse, in Patria ed all'estero;
7) ad istituire con immediatezza un tavolo di concertazione con le rappresentanze sindacali ed il Comitato centrale di rappresentanza (i Cocer) per giungere ad un regolamento di armonizzazione sostanzialmente condiviso, nel quale trovi concreto riconoscimento la peculiarità degli operatori del settore;
8) ad aprire, contestualmente alla stesura del regolamento di armonizzazione, un tavolo sulla previdenza complementare, al fine anche di salvaguardare il personale attualmente in servizio già assoggettato al cosiddetto sistema contributivo;
9) ad utilizzare parte dei nuovi risparmi derivanti dalle disposizioni contenute nel richiamato regolamento di armonizzazione per l'avvio di forme pensionistiche complementari;
10) ad avviare un tavolo di lavoro con il coinvolgimento di tutte le amministrazioni interessate e le rappresentanze del personale per definire un complessivo progetto di riordino dei ruoli del personale interessato al regolamento di armonizzazione, ai fini della predisposizione di un disegno di legge di delega che preveda un'attuazione differita nel tempo - coordinata con la gradualità dell'incremento dei requisiti per l'accesso alla pensione - e che assicuri la compatibilità finanziaria, anche attraverso un processo di razionalizzazione e modernizzazione delle strutture interessate, coerente con le misure di contenimento della spesa.
(1-00641) (Testo 2)
Interpellanze
MALAN, BONFRISCO, SALTAMARTINI, CARRARA, COMPAGNA, BALBONI, FILIPPI Alberto, ESPOSITO, DI GIACOMO, PALMIZIO, FANTETTI, SAIA, ZANOLETTI, IZZO, CECCANTI, PORETTI, DE GREGORIO, BRUNO, CORONELLA, SARRO, PALMA, VICECONTE, POSSA, SCARABOSIO, VICARI, PINZGER, TOMASSINI, LANNUTTI, TOFANI, RIZZOTTI, D'ALI', DI STEFANO, LATRONICO, BALDINI, ZANETTA, GALLO, GENTILE, MAZZARACCHIO, NESSA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che, per quanto risulta agli interpellanti:
migliaia di onesti contribuenti stanno in questi giorni ricevendo lettere firmate da direttori dall'Agenzia delle entrate su carta recante il marchio dell'Agenzia accanto allo stemma della Repubblica italiana, con dettagliate richieste di documentazione relativa a dichiarazioni dei redditi del passato, in cui si minaccia che l'ufficio, nel caso di mancato invio della documentazione richiesta entro 30 giorni, procederà alla rettifica dei dati dichiarati e alla comunicazione dell'esito del controllo e delle relative somme dovute; in pratica, tutte le somme portate in detrazione verrebbero considerate nulle, e al contribuente verrebbero immediatamente richiesti pagamenti di migliaia di euro, anche se non dovuti, con la ben nota aggiunta di sanzioni, interessi e spese;
le lettere, a meno che non siano state lasciate colpevolmente giacere per settimane dagli stessi operatori dell'Agenzia, riportano generalmente date false, in quanto giungono dagli uffici più vicini al contribuente, spesso a poche centinaia di metri, quando la data riportata è passata da almeno 20 giorni; la scadenza di 30 giorni risulta perciò vaga, se non addirittura ridotta a 10 giorni, perché la vittima non ha alcuna facoltà di dimostrare la data di ricezione; la statuto del contribuente di cui alla legge 27 luglio 2000, n. 212, prevede, all'articolo 3, comma 2, che le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno, neppure se approvate per legge;
al contribuente viene richiesto di "trasmettere" numerosi documenti, tra i quali la copia dell'atto di acquisto dell'immobile dichiarato come abitazione principale, i documenti relativi al mutuo e altri che sono già in possesso dell'Agenzia delle entrate, presso la quale può infatti consultarle lo stesso interessato, non senza difficoltà per i frequenti cambi del numero di identificazione personale; è perciò uno spreco di denaro dei cittadini, e un'odiosa vessazione del contribuente, far perdere tempo a impiegati pubblici per richiedere, ricevere e controllare documenti che possono trovare nel proprio archivio informatico;
a tutti i lavoratori, anche dipendenti, anche pubblici viene richiesta la documentazione relativa ai contributi previdenziali versati alla gestione pensionistica obbligatoria di appartenenza; anche questi dati possono essere facilmente reperiti presso gli enti previdenziali, o presso il datore di lavoro; ancor meglio, si tratta di dati contenuti nel CUD, certamente reperibile da parte della pubblica amministrazione;
viene inoltre richiesta al contribuente una non meglio identificata dichiarazione relativa alla data di destinazione dell'immobile ad abitazione principale; se si tratta di un'autocertificazione, essa è già stata espressa nelle dichiarazioni dei redditi presentate nel corso degli anni ed è pertanto del tutto superflua; se si tratta invece di una certificazione anagrafica non si vede perché l'Agenzia non se la procuri direttamente attraverso i suoi potenti mezzi, dato che da anni i suoi massimi dirigenti si vantano di fare ogni sorta di controlli incrociati; inoltre, tale richiesta è in contrasto con l'articolo 43, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, come recentemente modificato con l'art. 15, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 183; la norma è così stringente che l'unico certificato presentabile sarebbe nullo per legge; l'articolo 40, comma 01, del citato decreto prevede infatti che "le certificazioni rilasciate dalla pubblica amministrazione in ordine a stati, qualità personali e fatti sono valide e utilizzabili solo nei rapporti tra privati. Nei rapporti con gli organi della pubblica amministrazione e i gestori di pubblici servizi i certificati e gli atti di notorietà sono sempre sostituiti dalle dichiarazioni" sostitutive; e il comma 02 stabilisce addirittura che «sulle certificazioni da produrre ai soggetti privati è apposta, a pena di nullità, la dicitura: "Il presente certificato non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione o ai privati gestori di pubblici servizi"»;
nelle richieste dell'Agenzia, anche in considerazione del fatto che sono del tutto prive di un recapito di posta elettronica e l'unica via indicata per inviare i documenti richiesti è una "busta" sull'esterno della quale si è richiesti di apporre un certo numero identificativo, è ravvisabile inoltre una violazione del codice dell'amministrazione digitale di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, in generale, e in particolare l'articolo 3, comma 1, il quale garantisce il "diritto a richiedere ed ottenere l'uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni";
l'articolo 12, comma 5, stabilisce che "Le pubbliche amministrazioni utilizzano le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, garantendo, nel rispetto delle vigenti normative, l'accesso alla consultazione, la circolazione e lo scambio di dati e informazioni, nonché l'interoperabilità dei sistemi e l'integrazione dei processi di servizio fra le diverse amministrazioni";
lodevolmente, in tali richieste, viene indicato il nome del responsabile del procedimento con un numero telefonico cui il contribuente è invitato a rivolgersi per chiarimenti e informazioni; sembrerebbe una via utile per richiedere un indirizzo di posta elettronica, la decorrenza precisa dei 30 giorni, la possibilità di inviare i documenti per altre via che non sia la menzionata "busta"; ma, nella quasi totalità dei casi, a tale numero non risponde nessuno, ad alcuna ora del giorno; del resto, la lettera dell'Agenzia non indica in alcuna sua parte gli orari d'ufficio;
per tentare un contatto con l'Agenzia, alla vittima dell'abuso, essendo impossibile contattare il responsabile del procedimento, non resta che telefonare al numero della sede interessata, reperibile su Internet; ma i risultati di tentativi esperiti dagli interpellanti sono sconfortanti;
venerdì 11 maggio 2012, Agenzia delle entrate di Roma, sede Direzione provinciale I - Trastevere, via Ippolito Nievo, 36, telefono 06.583191; ore 10:20, una voce registrata avverte che gli operatori sono momentaneamente occupati, dopo di che si passa al segnale di suoneria cui non segue alcuna risposta fino alla cessazione della comunicazione; la cosa si ripete alle ore 10:28, 11:10 e 11:30; alle 12:04 il telefono appare staccato e non squilla neppure; alle 12:32 si ripete quanto accaduto nelle prime quattro occasioni;
venerdì 11 maggio 2012, sede Direzione provinciale I - Roma 2 Aurelio, largo Lorenzo Mossa, 8, telefono 06.660381; ore 10:33: una voce registrata informa sugli orari d'ufficio, che in quel giorno solo aperti dalle ore 8 alle 12 e dunque in quel momento sarebbe aperto ma nessuno risponde; la voce informa altresì che per informazioni e prenotazioni occorre chiamare il numero 848.800444; tale numero annuncia che vi sono 77 chiamate in attesa; non accade di avere una risposta anche restando in attesa per 15 minuti;
venerdì 11 maggio 2012, sede Direzione provinciale I - Roma 3 Settebagni, via di Settebagni, 384, telefono 06.872831: risposta solo al secondo tentativo e dopo 10 minuti di attesa;
venerdì 11 maggio 2012, sede Direzione provinciale I - Pinerolo - via Martiri del XXI, 106, telefono 0121.391911: ore 11:53: nessuna risposta; ore 12:48: nessuna risposta;
venerdì 11 maggio 2012, sede Direzione provinciale I Torino - Chieri, strada Valle Pasano, 4, telefono 011.9472550: rimanda al 848.800444;
venerdì 11 maggio 2012, sede Direzione provinciale I Torino - Moncalieri, corso Savona, 16, telefono 011.6824411; per informazioni rinvio al solito 848.800444, per appuntamenti al numero di telefono 199.126003; chiamando quest'ultimo numero risponde una voce registrata: "il servizio da lei richiesto non è disponibile";
martedì 15 maggio 2012, sede Direzione provinciale Palermo 1, via Konrad Roentgen, 3, telefono 091.6803001: ore 10:50: nessuna risposta; ore 12:00: nessuna risposta;
martedì 15 maggio 2012; sede Direzione provinciale II - Milano II - via Ugo Bassi, 4A, telefono 02.69716: ore 10:26: rimanda al 848.800444,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza del fatto che dirigenti di un'agenzia alle sue dipendenze impongono adempimenti fiscali secondo tempistiche vietate dalla legge, richiedono documenti già in possesso dell'Agenzia ovvero di altre amministrazioni pubbliche alle quali dovrebbero per legge direttamente rivolgersi;
se sia a conoscenza del fatto che detti dirigenti minacciano coloro che non sottostanno a tali richieste illegali di un grave ed ingiusto danno;
come giudichi il fatto che dirigenti pubblici, su documenti recanti lo stemma della Repubblica appongano date false, ovvero ritardino di settimane il loro invio, in ogni caso con l'effetto di imporre tempi impossibili per gli adempimenti del contribuente, inclusi alcuni ai quali egli non è tenuto;
se non ritenga che tali vessazioni causino grave danno a migliaia di cittadini, sia dal punto di vista materiale, poiché per sfuggire alle ingiuste conseguenze minacciate devono impiegare tempo e denaro sottraendoli al proprio lavoro o alla propria famiglia, sia dal punto di vista psicologico, per l'esasperazione indotta e il timore di gravi sanzioni alle quali in molti casi non sarebbe in grado di far fronte;
se non ritenga che i gravi e deprecabili episodi di violenza, contro le agenzie fiscali o contro se stessi, da parte di cittadini non possano essere facilitati da simili atteggiamenti, e chi, a suo parere, ne sarebbe il responsabile morale;
quali provvedimenti urgenti di competenza intenda prendere per far cessare immediatamente tali abusi;
quali provvedimenti urgenti intenda prendere nei confronti dei responsabili di violazioni della legge e dei diritti dei cittadini;
quali provvedimenti intenda prendere nei confronti di coloro che, indicati come riferimento per informazioni e chiarimenti, si rendono del tutto irreperibili, ovvero nei confronti di coloro che li hanno indicati senza prendere provvedimenti affinché siano in grado di svolgere il proprio compito;
se i responsabili abbiano fruito dell'esenzione dal blocco delle retribuzioni, recentemente introdotta con provvedimento di urgenza unicamente a beneficio del personale dell'Agenzia delle entrate;
se vi siano meccanismi premiali rispetto ai risultati ottenuti in termini di esazione di somme che possano indurre taluni funzionari o dirigenti a violare le leggi pur di ottenerli, e in ogni caso quali siano tali meccanismi;
se siano anche previsti meccanismi disincentivanti tali violazioni.
(2-00466p. a.)
Interrogazioni
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
la reintroduzione dell'imposta municipale unica (Imu), che genererà un incasso di 21,5 miliardi di euro in ragione di anno e che riguarda tantissime famiglie travolte dalla crisi le quali dovranno pagare, anche se esodati o se hanno perso il posto di lavoro, mentre sono state esentate le ricche fondazioni bancarie, rischia di produrre, oltre al danno, la beffa di lunghe file agli sportelli bancari e postali per l'enorme platea di contribuenti che dovranno adempiere ai propri obblighi versando la prima rata entro metà giugno;
in un articolo pubblicato il 17 maggio 2012 sul quotidiano "Libero", Francesco De Dominicis descrive l'ipotetica situazione che occorrerebbe scongiurare: «È sempre più caos per l'Imu: adesso c'è il rischio di un vero e proprio ingorgo sui pagamenti in banca. A poco più di un mese dalla scadenza sui versamenti dell'imposta sulla casa, scatta l'allarme rosso. A lanciarlo è l'Abi, la Confindustria del credito. Che in una comunicazione riservata, che Libero ha potuto visionare, mette in guardia gli istituti associati sulla valanga di operazioni che verranno eseguite dai cittadini e dalle imprese. Senza dimenticare che i contribuenti, peraltro, sono ancora alle prese con faticosi calcoli e sono nella più totale incertezza in relazione all'esatto importo da pagar con le tre rate previste (giugno, settembre, dicembre). Insomma, un pasticcio dietro l'altro. La questione sollevata dall'Assobancaria, nel dettaglio, ruota attorno ai nuovi modelli F24. Le banche sono in attesa del decreto che sblocchi le bozze fatte circolare dall'agenzia delle Entrate, in modo da poter aggiornare rapidamente sistemi operativi. Il tempo stringe e l'Abi calcola che saranno circa 32 milioni gli "F24" da gestire. Una bella gatta da pelare per l'industria creditizia che, in ogni caso», ottengono «circa 64 milioni di euro grazie alle commissioni pagate dai clienti (2 euro per ciascun F24). Rispetto allo scorso anno, quando la vecchia ici si applicava solo per le "seconde case", l'aumento del numero dei versamenti è del 400-500%, secondo le stime dei tecnici di palazzo Altieri. Le operazioni legate all'imu saranno assai più complesse rispetto all'ici. Anzitutto perché oltre il classico modello F24 sarà affiancato da una versione "semplificata": un doppio binario destinato a cagionare problemi sia agli operatori di sportello sia ai clienti. Rispetto allo scorso anno, poi, invece delle coordinate bancarie (abi, cab, numero conto) dovrà essere indicato l'iban del conto corrente. Non solo. È previsto anche un doppio codice tributo: uno per la quota imu di competenza dello Stato e un altro per la quota destinata ai comuni. La confusione è dietro l'angolo. E il flusso di denaro che passerà dalle banche alle casse dell'Erario è enorme: si parla di diversi miliardi di euro. L'Abi - che teme "disagi agli sportelli" - confida nel fatto che "l'agenzia delle Entrate ha assicurato che darà ampia informativa ai contribuenti sulle modalità di versamento dell'imu e sulla compilazione del nuovo modello semplificato". Poi l'appello alle associate: "Si raccomanda alle banche di adottare tutti gli accorgimenti necessari a garantire il corretto svolgimento del servizio F24 nei giorni di scadenza"»;
gli istituti di credito, negli ultimi mesi, hanno già attivato tutta una serie di rincari dei costi dei servizi bancari, introducendo ulteriori balzelli, con una fantasia così fertile, come banca Unicredit, che ha addirittura introdotto, per i pagamenti con la carta di credito all'estero, una lucrosa commissione pari al 2,1 per cento avendo applicato 12 euro su una spesa di 590 euro,
si chiede di sapere:
se l'allarme lanciato dall'Abi sul rischio di ingorgo allo sportello sia stato raccolto dal Governo e dall'Agenzia delle entrate, per evitare che, oltre al danno degli esborsi, i cittadini debbano subire anche la beffa di lunghe file agli sportelli;
se il Governo non intenda attivarsi per quanto di competenza per promuovere la riduzione delle commissioni bancarie, pari ad almeno 2 euro per ogni F24, oltre alle spese di singola scrittura, al fine di contenere gli esborsi in favore degli istituti di credito, che già applicano spese di gestione sui conti correnti più elevati d'Europa, con costi di 295,66 euro contro una media dell'Unione europea a 27 di 114, ed evitare che essi possano continuare a vessare gli utenti dei servizi bancari e le famiglie in crisi;
quali misure urgenti intenda attivare sia per rendere più equa l'Imu, che dovrebbe essere corrisposta anche dalle ricche fondazioni bancarie, invece esentate, sia assicurando una trasparenza minimale alle banche, già beneficate dall'obbligo di apertura del conto corrente a carico dei pensionati al minimo e dalla garanzia statale di 7 anni sulle obbligazioni bancarie, pari a 940 miliardi di euro, oltre che dal ripristino della commissione di massimo scoperto con decretazione d'urgenza, con la finalità di moderare e riconsiderare la loro cupidigia con un abbattimento degli elevatissimi costi, a danno della clientela.
(3-02867)
Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento
VITA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
nella mattinata del 15 maggio 2012 le Forze dell'ordine hanno sgomberato la torre Galfa, un edificio di oltre 100 metri in disuso nel centro di Milano, occupato da una decina di giorni da un collettivo di "lavoratori dell'arte" Macao, che ha voluto attirare l'attenzione sul problema relativo alla mancanza di spazi sociali;
oltre ai manifestanti e ai loro sostenitori, si sono radunati in via Galvani centinaia di giovani e meno giovani per solidarizzare con i ragazzi del collettivo, condividendo il progetto socioculturale da questi avviato presso la torre Galfa, immobile di proprietà della famiglia Ligresti;
secondo quanto riferito dai presenti, lo sgombero è avvenuto in un clima di massima tranquillità, non avendo i giovani occupanti opposto alcuna resistenza alle Forze di polizia;
al termine dello sgombero gli stessi giovani hanno organizzato, anche attraverso Internet, una manifestazione davanti all'ingresso dello stabile;
le Forze dell'ordine, per tale ragione, si sono disposte in vari punti lungo il perimetro della struttura,
si chiede di sapere quali siano i motivi per cui le Forze dell'ordine sono intervenute in tale modo contro i lavoratori dell'arte di Macao, essendo questi giovani interessati unicamente a valorizzare e riqualificare uno spazio abbandonato da anni.
(3-02866)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
BONFRISCO, GARAVAGLIA Mariapia - Al Ministro per i beni e le attività culturali - Premesso che:
nella frazione di Verona Santa Maria in stelle, nella Valpantena, si trova il pantheon, luogo di culto sotterraneo, importante testimonianza del primo cristianesimo nella città e monumento di grande valore culturale, storico e religioso, attualmente in fase di restauro;
da articoli recentemente apparsi sulla stampa locale si apprende che, a poca distanza dal sito, in un prossimo futuro, potrebbero sorgere diverse tipologie di costruzioni destinate ad abitazione, secondo quanto previsto dal piano degli interventi del Comune di Verona;
tale possibilità è stata confermata dalle dichiarazioni rilasciate dal vice sindaco e assessore all'urbanistica del Comune di Verona, Vito Giacino, in cui si è espresso l'appoggio al previsto intervento edificativo che dovrebbe consentire alle nuove generazioni di continuare a vivere nella zona del monumento;
sulla utilità del nuovo progetto edilizio si sono espressi negativamente studiosi ed esponenti non solo di forze politiche, ma anche di associazioni e comitati in difesa del patrimonio ambientale, storico e culturale della città,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza del piano degli interventi che il Comune di Verona ha in animo di realizzare nella frazione di Santa Maria in stelle e quali siano le sue valutazioni al riguardo;
se non ritenga che tale progetto edilizio, sebbene intenda dare risposta a legittime aspettative dei cittadini che vivono in quella frazione, costituisca un intervento che, senza prestare adeguata attenzione alla storia ed al patrimonio culturale della città, rischia di mettere a repentaglio l'assetto urbanistico, paesaggistico ed ambientale della zona e produrre danni rilevanti ad un luogo quasi unico al mondo;
se intenda intraprendere iniziative di propria competenza volte, invece, a tutelare e valorizzare adeguatamente un luogo sacro ed un monumento dall'inestimabile valore culturale e storico, in considerazione del fatto che un corretto utilizzo dei beni culturali comporta anche ricchezza economica per il territorio e, più in generale, per il Paese.
(4-07494)
BEVILACQUA, SAIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:
l'autonomia del Trentino-Alto Adige discende da un progetto promosso ed interpretato dall'allora Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi;
la dimensione regionale del Trentino corrispondeva in via prioritaria all'esigenza di garantire un contesto demografico e territoriale tale da evitare che la minoranza di lingua tedesca concentrata nella provincia di Bolzano si trasformasse in maggioranza;
per l'azione irresponsabile, a giudizio degli interroganti, dei rappresentanti politici ed amministrativi della comunità di lingua italiana, le principali competenze sono state progressivamente trasferite dalla Regione alle due Province autonome ponendo, con questa impostazione, le basi di un processo di emarginazione e penalizzazione della parte oggettivamente più debole;
allo stato la componente di lingua italiana risulta interessata da una fase di crescente regressione numerica e sociale;
alla luce della situazione appare importante e necessario, ad avviso degli interroganti, invertire la tendenza recuperando, laddove possibile, ambito per ambito, un ruolo significativo e prevalente per il livello regionale;
considerato che:
secondo insistenti indiscrezioni, all'interno di una nota informativa dell'INPS, sarebbe stata definita opportuna l'equiparazione degli assetti territoriali alla declinazione locale del principio di autonomia attraverso la soppressione della Direzione regionale ed il trasferimento delle funzioni alle due strutture operative provinciali;
tale scelta, se confermata, toglierebbe all'INPS parte di quell'immagine e quella credibilità istituzionali che oggi detiene grazie al modello organizzativo vigente secondo il quale i cittadini di lingua italiana sono certi di vedere tutelati e riconosciuti i loro diritti,
si chiede di sapere se al Presidente del Consiglio dei ministri risulti che le indiscrezioni relative all'INPS, che tanta preoccupazione destano nella popolazione di lingua italiana, siano fondate e, in ogni caso, se e quali iniziative intenda porre in essere al fine di fornire adeguata rassicurazione riguardo il mantenimento dei livelli organizzativi attualmente esistenti.
(4-07495)
PINOTTI, ARMATO - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:
la Commissione europea ha approvato nel dicembre 2011 la nuova disciplina degli aiuti di Stato alla costruzione navale (2011/C 364/06), pubblicata in Gazzetta ufficiale della Comunità europea il 14 dicembre 2011;
questa nuova disciplina sostituisce la precedente e stabilisce il quadro, valido fino al 31 dicembre 2013, all'interno del quale conferire aiuti di Stato per l'innovazione nel settore della cantieristica navale e consente inoltre, diversamente dalla situazione precedente, che l'aiuto abbia un'intensità anche del 30 per cento qualora finalizzato alla tutela dell'ambiente (con alcune condizioni);
diversi Stati europei, in seguito all'approvazione del nuovo Framework, hanno notificato alla Commissione l'intenzione di attivare degli schemi di aiuti al settore della cantieristica navale in base alle disposizioni della disciplina: Olanda, Finlandia, Spagna, Francia e Germania metteranno infatti a disposizione delle aziende rinnovate ed aumentate risorse per sostenere i loro cantieri con aiuti per l'innovazione;
pur essendo consci della difficile situazione di bilancio, si ritiene che il settore della cantieristica rimanga molto importante per il tessuto industriale italiano e che sia importante sostenerlo in questa situazione di grande difficoltà, permettendogli di competere su un piano di parità con gli altri cantieri europei;
il settore della cantieristica, già fortemente in difficoltà, necessita di ogni aiuto possibile per superare la sua situazione di grave crisi ed è per questo necessario che ogni opportunità, a livello europeo, nazionale e locale, sia colta ed appieno sfruttata. La possibilità di offrire una serie di aiuti per l'innovazione non deve quindi essere in alcun modo tralasciata,
si chiede di sapere se il Governo intenda avviare un piano di aiuti per l'innovazione al settore della cantieristica che sfrutti appieno le nuove possibilità aperte dalla disciplina approvata nel mese di dicembre 2011.
(4-07496)
PINZGER - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
il decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1976, n. 752, recante "Norme di attuazione dello Statuto speciale della Regione Trentino-Alto Adige in materia di proporzione negli uffici statali siti nella provincia di Bolzano e di conoscenza delle due lingue nel pubblico impiego", e successive modificazioni, disciplina all'articolo 20-ter il rilascio del certificato di appartenenza ovvero di aggregazione al gruppo linguistico tedesco, italiano o ladino, che può essere richiesto per tutte le finalità previste dalla legge. In particolare l'art. 20-ter prescrive quanto segue: "Qualora intenda beneficiare, nei casi previsti, degli effetti giuridici derivanti dall'appartenenza o dall'aggregazione al gruppo linguistico, ogni cittadino residente nella provincia (...) ha facoltà di rendere in ogni momento una dichiarazione individuale nominativa di appartenenza ad uno dei tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino. (...) Il foglio A/1, sottoscritto dal dichiarante, è collocato in apposita busta (...) consegnata personalmente e direttamente al tribunale, ovvero alla sezione distaccata in relazione al luogo di residenza (...) La richiesta di certificazione di appartenenza o di aggregazione può essere inoltrata anche per il tramite della sezione distaccata. In tale caso, il tribunale provvede agli adempimenti successivi e alla consegna in plico chiuso della certificazione per il tramite della sezione distaccata";
l'utenza presenta richiesta di rilascio di certificati di appartenenza linguistica, per esempio, nei casi di partecipazione a concorsi pubblici o di richiesta di accesso all'edilizia pubblica o convenzionata;
sino al 1999 il servizio era stato gestito dalle allora Preture (oggi soppresse); successivamente, sino al 2005, il servizio era stato assegnato ai vari Comuni; dopo il 2005, a seguito della necessità di garantire maggiore riservatezza, il servizio è stato trasferito al Tribunale;
al competente Tribunale di Bolzano vengono richiesti ogni anno circa 15.000 certificati di appartenenza linguistica;
gli uffici del Tribunale di Bolzano preposti al servizio sono al collasso in quanto il carico di lavoro è sempre più pesante e il personale a disposizione non è sufficiente;
gli impiegati in servizio sono 3, devono gestire ogni giorno anche più di 100 richieste che giungono da tutta la provincia e di conseguenza hanno avuto anche problemi di salute derivanti dallo stato di stress con cui sono costretti a lavorare;
gli uffici competenti sono obbligati ad utilizzare un sistema di archiviazione unicamente cartaceo in quanto una graduale informatizzazione degli archivi, che agevolerebbe notevolmente il lavoro, richiederebbe un investimento di almeno 150.000 euro; l'informatizzazione inoltre viene negata da parte dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, il quale sostiene che l'eventuale inserimento della dichiarazione etnica dei singoli cittadini in un database informatico costituirebbe una violazione alla riservatezza;
l'ufficio ha grossi problemi di comunicazione con la periferia, in quanto essa avviene per posta. Di conseguenza la semplice richiesta di un certificato di un cittadino di Brunico o Malles impiega dai 4 ai 5 giorni per essere inoltrata all'ufficio di Bolzano; anche la risposta viaggia per posta con un'ulteriore settimana per giungere a destinazione;
considerato che:
per ottenere un certificato sono ormai necessari dai 30 ai 60 giorni;
la presidenza del Tribunale di Bolzano negli ultimi due anni ha segnalato più volte al Ministero della giustizia, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione oltre che al garante per la privacy e al Commissario del Governo la situazione drammatica del servizio, che, oltre al pericolo di una prossima implosione dello stesso, è diventato sempre più scadente per gli utenti;
il grido di allarme non ha fruttato iniziative utili all'eliminazione delle difficoltà ne è bastato quantomeno a fare sperare in opportuni prossimi interventi;
la presidenza del Tribunale ha dichiarato che, con decorrenza dal 1° giugno 2012, tutti i servizi inerenti all'amministrazione delle dichiarazioni di appartenenza o aggregazione a uno dei gruppo linguistici della provincia di Bolzano dovranno essere sospesi a tempo indeterminato per impossibilità a gestire ulteriormente una situazione ormai al limite,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo, non ritenga opportuno intervenire mettendo un adeguato numero di funzionari e operatori a disposizione del Tribunale di Bolzano per svolgere il servizio;
se intenda intervenire per quanto di competenza ai fini di autorizzare la digitalizzazione degli archivi e del servizio del rilascio delle attestazioni, nonché mettere a disposizione le somme necessarie ai fini della sua realizzazione;
se non ritenga opportuno valutare la possibilità di restituire il servizio alle competenze dei Comuni.