GRANAIOLA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, senza enfasi si potrebbe dire che il provvedimento che oggi discutiamo, e che speriamo possa ulteriormente essere migliorato nel corso del dibattito, è destinato a rimanere nella storia del nostro Paese come una delle pietre miliari nel campo dei diritti civili, uno di quei rari momenti nei quali il legislatore è capace di elevarsi al di sopra dei pregiudizi ideologici, cogliendo le istanze della società e promuovendo la piena attuazione dei principi costituzionali.
Il valore politico del provvedimento in esame non consiste solo nel vasto assenso che ci porta oggi ad approvare una legge che finalmente risponde al dettato della Costituzione, ma nel fatto che, oggi, in quest'Aula, stiamo per sanare un'ingiustizia storica che ha deturpato per decenni il diritto civile in questo Paese.
L'articolo 30 della Costituzione dice non solo che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio, ma specifica che la legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale.
A più di sessant'anni dalla Costituzione, a quasi quarant'anni dalla riforma del diritto di famiglia, che consentiva di procedere fin da subito all'unificazione dello stato di figlio, a più di vent'anni dalle prime pronunzie della Corte costituzionale che invitavano il legislatore a colmare un ritardo considerato inaccettabile in un Paese civile, stiamo oggi per riconoscere e sanare le ingiustizie e le sofferenze che quel ritardo ha procurato a chi si è trovato semplicemente a nascere al di fuori di un matrimonio.
L'affermazione dell'uguaglianza dei figli, indipendentemente dalla loro nascita all'interno o all'esterno del matrimonio, è stata oggetto delle decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo, per la quale la famiglia è un organismo che presuppone lo sviluppo della personalità dei suoi componenti.
Le figlie e i figli naturali, secondo la vigente disciplina, sono potenzialmente esclusi dalla partecipazione alla famiglia del genitore che li ha riconosciuti, fino ad arrivare a impedire il rapporto di parentela tra fratelli naturali.
Con questo pensiero ho sottoscritto il disegno di legge n. 2051, presentato dalla senatrice Armato, che ha lo scopo di modificare gli istituti della parentela e della successione ereditaria dei figli naturali, come si legge nella sua relazione: «al fine di eliminare le evidentissime discriminazioni degli stessi rispetto ai figli legittimi. Bambini che non hanno diritto ad una piena e legittima parentela, ad un nonno, ad uno zio».
Una proposta tesa a superare la doppiezza della nostra legislazione che, da un lato, dichiara l'assoluta uguaglianza tra filiazione naturale e legittima e, dall'altro, mantiene in vita discriminazioni non solo sul piano della successione, ma soprattutto su quello, ben più doloroso, dell'esclusione dalle relazioni parentali
L'articolo 258 del codice civile, prima del provvedimento che stiamo per votare, sanciva che il figlio naturale non potesse acquisire il rapporto di parentela con i parenti del genitore naturale. Alla figlia, al figlio si negava lo statuto di nipote, di cugino; in definitiva, lo si richiudeva in un ghetto. In passato, se un figlio naturale rimaneva orfano, andava subito in adozione e finiva automaticamente nel perimetro dell'abbandono.
Oggi, che possiamo dire di esserci lasciati alle spalle queste pagine negative della storia nazionale, non possiamo evitare di guardare indietro, anche soltanto per un momento, a quei figli, a quelle figlie che, a seguito di quel grave ritardo, non hanno avuto diritto a un contesto di relazioni familiari, hanno subito dolore ed umiliazioni, discriminazioni morali prima ancora che di carattere successorio.
La penalizzazioni per i figli naturali e il timore che questi potessero essere discriminati ha costituito, nel tempo, un fattore di condizionamento per chi decide di stare insieme, spingendo molte di coppie di fatto a scegliere il matrimonio, che, al di là delle convinzioni religiose, dovrebbe essere una decisione assolutamente libera, viste le responsabilità e gli impegni che esso comporta.
Finalmente anche in Italia si ammette che possano esistere tante forme di relazioni familiari, e proprio questa presa d'atto consente, in definitiva, di accedere all'idea che debba esistere un unico status del figlio. Uno status che deve prevedere, insieme all'unicità di stato giuridico tra figli, anche l'unicità di trattamento giuridico e di tutela processuale dei propri diritti.
Oggi, con questo intervento, restituiamo quella figlia, quel figlio alla ricchezza delle relazioni parentali, e il nostro ruolo a ciò che dovrebbe sempre essere: non quello di guardiani di una morale ottocentesca e patriarcale, ma quello di rappresentanti equilibrati ed attenti dell'evolversi della cultura civile e sociale, intervenendo a tempo debito e in armonia con i dettati della Costituzione. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.