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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 722 del 15/05/2012


LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

si legge su "Il Sole-24 ore" del 12 maggio 2012: «Nel quarto trimestre del 2011 continuano a crescere le perdite potenziali sui derivati Otc (Over the counter) sottoscritti dagli operatori del settore (enti locali, imprese, società finanziarie, istituti di credito probabilmente piccoli) con le banche italiane. Dopo la forte ripresa registrata a settembre scorso, infatti, a fine dicembre gli "ammanchi" passano da 65,2 a 66,5 miliardi con un aumento dell'1,9 per cento. Il numero di nuovi contratti, invece, diminuisce complessivamente del 4,3% a 35.378 soggetti coinvolti (36.968 il trimestre precedente). È questo lo spaccato fornito dalla base informativa pubblica di Bankitalia che se da un lato segnala nel quarto trimestre del 2011 un aumento delle perdite potenziali dei clienti delle banche dall'altro indica altrettanti utili (66,5 miliardi, appunto) messi a bilancio dagli istituti di credito italiani sulla vendita di questi swap. Il numero di amministrazioni pubbliche che hanno derivati in perdita continua a diminuire. Il calo nel quarto trimestre è del 7,7% (da 260 a 240 enti) mentre l'ammanco potenziale aumenta marginalmente da 3,8 a 3,9 miliardi: la perdita media per operatore passa da 14,9 a 16,2 milioni. Questo aumento potrebbe voler dire che i contratti in essere (o la rinegoziazione di vecchi accordi, visto che i nuovi swap sono bloccati dal 2008 in attesa del via libera al regolamento del ministero dell'Economia) stanno producendo sempre più perdite per quegli enti locali che non hanno ancora deciso di estinguere anticipatamente i contratti, situazione che si sta sempre più verificando in questi mesi»;

si legge nell'articolo che per le società finanziarie «si registra una diminuzione di soggetti coinvolti (da 451 a 426) e a un aumento marginale delle perdite complessive (+0,4%), giunte a 9,7 miliardi per un ammanco medio per operatore di 22,7 milioni. In questa categoria potrebbero rientrare i sinking fund, ovvero i fondi che alcuni enti locali pongono a garanzia delle operazioni di finanziamento attuate con le banche. Per questo motivo il sospetto è che le perdite potenziali degli enti locali potrebbero andare ben oltre i 3,9 miliardi registrati nella sola voce "amministrazioni pubbliche". Anche il numero di aziende coinvolte diminuisce (da 28.189 a 27.400, -2,8%) mentre le perdite potenziali crescono del 3,6% da 7 a 7,3 miliardi: la perdita media per impresa sale a 268mila euro. I numeri per le famiglie produttrici (tra queste anche alcuni tipi di imprese) e consumatrici sono relativamente piccoli: rispettivamente le prime sono 2.576 e perdono 68 milioni (+6%, una media di 26míla euro per operatore) mentre le seconde sono 3.749 per un ammanco potenziale di 136 milioni (in media 36mila euro). Gli istituti di credito (presumibilmente piccoli) che perdono potenzialmente verso il sistema bancario italiano diminuiscono come numero (-3,1% a 532 unità) ma le perdite potenziali passano da 26 a 27,7 miliardi per una perdita media di 52 milioni per operatore. Buona parte di questi swap Otc sono collegati alla variazione dei tassi d'interesse. Il quarto trimestre del 2011 ha visto l'Euribor a tre mesi su livelli molto bassi (1,36%) mentre il tasso swap a 30 anni ars 30) è sceso dal 2,66 a 2,56 per cento. "Sembra quasi sostiene Giampaolo Galiazzo, della società di consulenza indipendente Tiche di Treviso - che il calo dei tassi sia a breve sia a lungo termine continui a produrre un aumento delle perdite in derivati, se pur più contenuto rispetto al trimestre precedente. Il punto è che non può essere soltanto questo il motivo. Purtroppo Banca d'Italia non fornisce una misura dei costi complessivamente applicati ai contratti in essere, come fa invece l'Isvap nel suo rapporto annuale"»;

considerato che:

Adrian Blundell-Wignall e Paul Atkinson, in un articolo recentemente pubblicato su "OECD Journal: financial market trends", affermano che «i derivati hanno riguardo al rischio di fallimento le stesse caratteristiche degli strumenti di debito tradizionale senza però creare nessun investimento diretto nell'economia. I derivati spostano semplicemente il rischio non lo eliminano a livello aggregato. Quando una controparte in uno scambio di derivati fa un grosso guadagno un'altra ha una perdita corrispondente e quella perdita può portarla al fallimento. Con i derivati il rischio finanziario sistemico aumenta perché essi fanno salire la leva e generano una catena di relazioni tra più partecipanti dove ciascuno di essi deve essere in grado di assolvere alle proprie obbligazioni pena l'impossibilità di assolvere da parte di tutti. In questo modo i derivati aumentano il rischio sistemico di interconnessione senza aggiungere capitale azionario o obbligazionario all'economia» (si veda "la Repubblica" del 16 gennaio 2012);

si legge ancora nell'articolo citato: «Infine, ed è il punto più delicato, l'offerta di derivati è nelle mani di un ristrettissimo numero di banche d'affari. I corifei del mercato e della lotta alle caste dovrebbero preoccuparsi prima di tutto di questa casta che ha prodotto una crisi che è costata al mondo occidentale tra i 10.000 e 20.000 miliardi facendolo precipitare in recessione e scatenando una "guerra tra poveri"»;

664 enti pubblici, tra cui 18 Regioni, 42 Province, 45 capoluoghi e 559 Comuni avrebbero investito in "derivati" per oltre 35 miliardi di euro, circa un terzo del debito complessivo accumulato dagli enti locali stando ai dati del 2009. Le perdite conseguenti all'adozione di questi strumenti finanziari, per i soli enti pubblici appena ricordati, potrebbero arrivare a superare i 10 miliardi di euro, su di un totale complessivo che, ad ottobre 2011, era stimato per l'Italia in 52,2 miliardi, una cifra equivalente a oltre il 60 per cento del costo delle pesantissime manovre cui gli italiani sono stati sottoposti nel 2011 (si veda l'articolo di M. Frisone e L. Serafini, "Swap, in Italia conto da 52 miliardi", pubblicato su "Il Sole-24 ore" il 1° maggio 2012),

si chiede di sapere:

se al Governo risulti corrispondente al vero quanto riferito dall'articolo per cui la Banca d'Italia non fornirebbe una misura dei costi complessivi applicati ai contratti derivati in essere;

quali siano le valutazioni del Governo relativamente ai fatti riportati;

se non intenda intervenire con urgenza per rendere nulli contratti capestro aventi l'unica finalità di ingrassare i bilanci delle banche, i bonus e le stock option dei dirigenti per fare indebitare al massimo grado intere comunità per generazioni fino a 30/40 anni con spregiudicate operazioni finanziarie;

quali misure urgenti intenda attuare per prevenire fenomeni speculativi a danno degli enti locali e delle piccole medie imprese;

quale sia l'esatto ammontare dei prodotti derivati che le banche hanno collocato presso enti locali, con la promessa di risolvere problemi di finanza locale, che al contrario sono stati aggravati;

quali siano i motivi per cui lo schema di regolamento in materia di contratti derivati è bloccato, a quasi 4 anni dal divieto di stipula sancito dal Consiglio di Stato, presso il Ministero dell'economia e delle finanze;

se non ritenga, alla luce delle pesanti perdite registrate in oltre 66 miliardi sui contratti derivati sottoscritti con le banche italiane, urgente e necessario adottare nel più breve tempo possibile il regolamento di cui al comma 3 dell'articolo 62 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, finalizzato ad individuare la tipologia dei contratti relativi a strumenti finanziari derivati che gli enti locali possono stipulare, provvedendo comunque a stabilire, con il predetto regolamento, il divieto per i piccoli Comuni di sottoscrivere contratti su strumenti finanziari derivati, considerato che l'operatività in derivati, oltre all'assunzione di rischi di mercato connessi all'andamento delle variabili sottostanti, comporta rischi di controparte dovuti all'eventuale inadempienza contrattuale.

(4-07472)