dalla lettura del dossier elaborato dalla fondazione "IntegrA/Azione" dal titolo "I rifugiati invisibili - Il censimento dei migranti abbandonati a loro stessi", reso noto il 15 maggio 2012 emerge che, a Roma, sono 1.700 i rifugiati politici con regolare permesso di soggiorno che abitano in luoghi fatiscenti. Si tratta di grandi occupazioni con centinaia di uomini e donne in condizioni abitative precarie che sopravvivono come possono. Questo solo se si considerano le aree più note: grandi edifici, quando va bene, o immense baraccopoli di cartone e lamiere dove spesso crescono anche dei bambini. Questo perché sulle oltre 6.000 presenze di titolari di protezione internazionale nella capitale solo 2.000 trovano un posto "regolare" d'accoglienza, mentre gli altri vivono un'attesa interminabile nella lista d'attesa dell'Ufficio immigrazione del Comune di Roma;
si sottolinea che il Comune oggi riesce a garantire complessivamente 2.200 posti d'accoglienza. La quota più grossa è rappresentata dai 19 centri d'accoglienza gestiti dal privato sociale in convenzione diretta con il Comune di Roma, per un totale di circa 1.250 posti letto. A questi si aggiungono altri 250 posti letto, in due strutture sorte per fronteggiare l'emergenza abitativa, ma prestate all'accoglienza dei Rar (richiedenti asilo e rifugiati). Il centro polifunzionale "Enea" di seconda accoglienza completa il quadro con i suoi 700 posti circa, suscettibili di diventare 800 nei prossimi mesi;
entrando nello specifico le mega occupazioni riguardano in particolare i quartieri di: 1) Romanina, in via Arrigo Cavaglieri, un'occupazione abitativa chiamata anche "Salam" (salute, pace, salvezza), realizzata nella vecchia sede dell'università di Tor Vergata e che oggi conta tra i 500 e i 600 occupanti. Nella struttura, oltre a donne e uomini singoli, sono presenti circa 20 nuclei familiari con minori, tra cui anche neonati. All'interno della struttura ci sono servizi fatiscenti. I servizi igienici scarseggiano. Sono attive le utenze di luce e acqua, ma manca l'impianto di riscaldamento sia per gli ambienti che per le acque sanitarie; 2) Collatina, un'occupazione chiamata "Natnet" (libertà), sorta in uno stabile di proprietà del Ministero dell'economia e delle finanze, inutilizzata e abbandonata per un concreto rischio di crollo. La struttura è infatti costruita su una falda acquifera. Al suo interno si contano circa 700 registrati, tra eritrei ed etiopi (di cui 10 nuclei familiari con minori). Sono attive le utenze di luce e acqua, ma manca il riscaldamento per gli ambienti e le acque sanitarie. La struttura e i servizi igienici sono a dir poco fatiscenti. Numerosi occupanti vivono un forte disagio psichico e presentano sintomi da stress da disturbi post-traumatici; 3) Ponte Mammolo, la meno conosciuta fra le situazioni informali. Sorge lungo viale Palmiro Togliatti, al di sotto del livello della strada, una baraccopoli in cui vivono in precarie condizioni oltre 150 persone. Non ci sono donne sole, ma qualche famiglia di origine romena con figli. Gli abitanti vivono principalmente in tende, qualche struttura in cartongesso ha iniziato a sorgere nel 2006. Alle tende pian piano si sono affiancate piccole abitazioni di muratura, costruite nel corso degli anni dalla stessa comunità e, in numero inferiore (circa il 30 per cento), baracche di lamiera. Nell'insediamento mancano l'acqua e il riscaldamento: c'è solo una fontanella per l'approvvigionamento idrico. Non è presente alcun servizio igienico, a parte un bagno in muratura in pessime condizioni, non allacciato alla rete fognaria. L'unica doccia presente non funziona, perché non c'è acqua corrente; 4) Ostiense, "Ground zero", "Kabul romana", "buca". Sono tanti i nomi che definiscono la tendopoli afghana che dal 2005 gravita intorno alla stazione Ostiense e che oggi si sta lentamente ripopolando dopo che, un mese fa, è stata sgomberata per mandare avanti i lavori del grande progetto a firma Montezemolo. È stata creata una tensostruttura, nella zona di Tor Marancia, per ospitare i circa 150 abitanti. La soluzione del tendone-dormitorio però non ha cambiato le condizioni che generano il disagio e la precarietà esistenziale. Si è agito sul sintomo, le cause sono ancora lì, i giovani afghani sono ancora abbandonati a loro stessi: la "Kabul romana" rinasce e si ingrossa lungo i binari della stazione e nelle zone limitrofe;
tutto questo rappresenta solo la punta dell'iceberg di una realtà molto più vasta e frammentata. Situazioni degradanti e marginali, cui si aggiungono centinaia di centri d'accoglienza informale che popolano gli angoli più remoti della capitale. Lontano dagli occhi e dall'attenzione dell'opinione pubblica, si nascondono migliaia di rifugiati che sopravvivono in baracche, in scatole di cartone, sotto coperte e fogli di giornale;
si tratta di un'emarginazione sociale particolarmente grave, per uomini, donne e bambini cui l'Italia dovrebbe garantire una protezione internazionale e un'accoglienza dignitosa;
a questo disumano scenario va accomunata un'altra vicenda, quella relativa al mancato finanziamento dei fondi per l'emergenza per il Nord Africa, che rischia, se non immediatamente risolto, di abbandonare al loro destino i cittadini immigrati, senza un percorso di accompagnamento che permetta loro di inserirsi nel tessuto sociale italiano e, in secondo luogo, il rischio concreto di lasciare senza occupazione migliaia di operatori sociali, professionisti che hanno lavorato nell'emergenza nell'ultimo anno. In questo caso a pagare sarebbero, come al solito, oltre ai migranti e ai nuovi occupati, i cittadini delle amministrazioni locali su cui già si riversa pesantemente e quasi esclusivamente il peso della crisi economica;
considerando che gli atti e le politiche messe in campo dal Comune di Roma risultano clamorosamente inadeguate,
si chiede di conoscere se i Ministri in indirizzo non intendano, per quanto di competenza, avviare, realizzandoli in tempi brevissimi, interventi concreti che garantiscano un serio percorso d'integrazione lavorativa, sociale e abitativa che possono rappresentare la via per spezzare l'accoglienza informale di queste migliaia di persone, in modo da evitare concretamente il rischio che la situazione drammatica descritta possa esplodere e degenerare, anche alla luce del rischio di chiusura dei centri d'accoglienza aperti con la dichiarazione dello stato d'emergenza umanitaria e in scadenza il 31 dicembre 2012.
(4-07463)