D'ALIA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
con riferimento al decreto ministeriale 6 marzo 2012 con cui il Ministro in indirizzo decreta la soppressione della casa circondariale di Marsala, si rileva che nel provvedimento si fa riferimento a dati e motivazioni a giudizio dell'interrogante destituite di fondamento;
infatti, a quanto risulta all'interrogante, in motivazione, si afferma che la casa circondariale di Marsala versa in condizioni strutturali ed igienico-sanitarie gravemente precarie, tali da pregiudicare anche la sicurezza degli operatori e dei detenuti;
orbene, il presupposto non corrisponde a realtà, poiché, dalle relazioni sanitarie redatte dagli organi dell'Agenzia di sanità pubblica (ASP) (si vedano le relazioni del Dipartimento di prevenzione, Area igiene e sanità pubblica di Trapani del 6 luglio 2011 e del 28 dicembre 2011) è de plano rilevabile che non vi sono state segnalazioni o irregolarità sotto il profilo igienico-sanitario;
invero, l'errato presupposto da cui prende spunto il decreto non consente di condividere quanto affermato successivamente, ovvero che è inopportuno ed antieconomico, in termini di costi/benefici, programmare la ristrutturazione dell'istituto stante la rilevanza della spesa necessaria a fronte della modestissima capacità ricettiva della struttura;
infatti, non essendovi problemi igienico-sanitari, non sussiste la necessità di ristrutturazioni tali da incidere sul bilancio dello Stato in maniera cospicua;
diversamente, la chiusura causerà grave dispendio economico, oltre a gravi disagi logistici ed economici per tutti gli operatori della giustizia locali;
la casa circondariale di Marsala contiene in media 50 detenuti, con circa 200 accessi ogni anno, e rappresenta l'altra faccia del gravissimo fenomeno del sovraffollamento delle carceri in cui versa gran parte del sistema penitenziario;
inoltre, l'Auorità giudiziaria effettua presso tale struttura penitenziaria circa 150 udienze ed interrogatori ogni anno;
si evidenzia, inoltre, che la città di Marsala è sede della Procura della Repubblica e di Tribunale il cui circondario comprende la città di Petrosino, Mazara del Vallo, Pantelleria, Castelvetrano, Salemi, Partanna, Poggioreale, Vita, Campobello di Mazara, la struttura penitenziaria rientra quindi in un importante polo giudiziario;
ancora, si rappresenta che la casa circondariale più prossima geograficamente, in caso di soppressione definitiva del carcere di Marsala, è quella sita in contrada Casa Santa Erice a Trapani, che dista oltre 80 chilometri con un notevole aggravio economico e logistico per le Forze di polizia e la magistratura lilibetana che dovranno spostarsi presso altro circondario per adempiere al proprio ufficio (ad esempio spese di benzina giornaliere, nonché difficoltà a gestire il carico di lavoro penale a causa della carenza di organico in cui versa il Tribunale e la Procura di Marsala);
invero, la chiusura causerebbe un grave danno anche all'economia locale per quelle imprese che forniscono beni e servizi alla casa circondariale, nonché per i liberi professionisti (ad esempio medici di guardia, infermiere, e operai dell'impresa di mantenimento) che perderebbero l'occupazione poiché sono stati assunti su incarico alla Direzione della casa circondariale medesima;
orbene, le conseguenze della chiusura rischiano di gravare sull'economia statale in misura superiore rispetto al costo che lo Stato sostiene per il mantenimento operativo dell'istituto penitenziario lilibetano;
stupisce che altri istituti penitenziari che versano in condizioni igienico-sanitarie e strutturali pessime rispetto all'istituto di Marsala non stanno subendo lo stesso trattamento,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non intenda verificare l'effettivo stato sotto il profilo igienico-sanitario e strutturale, della casa circondariale di Marsala e, alla luce di questo, riscontrare se sussistano i presupposti e le motivazioni che hanno indotto ad adottare il decreto citato in premessa e, nel caso contrario, valutare di assumere delle misure che consentano l'operatività dell'istituto penitenziario.
(4-07457)
PISCITELLI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:
Poste italiane, a seguito della valutazione degli investimenti necessari per l'attuazione di un programma di intervento sul territorio marchigiano, ha annunciato la sospensione dell'operatività degli uffici postali di Sforzacosta, Piediripa e Montecassiano. L'azienda ha contestualmente previsto un potenziamento degli uffici postali di Macerata, Corridonia e Sambucheto;
nonostante l'ampiezza e la solidità della struttura di Macerata, la scelta dell'azienda tuttavia è incompatibile con le esigenze dei cittadini. Poste italiane dimentica infatti che l'ufficio di Sforzacosta, oggi destinato alla chiusura, serve anche Casette Verdini e Passo Bidollo che contano circa 4.000 abitanti;
i cittadini di queste zone, negli ultimi giorni, si sono mobilitati per impedire la chiusura dell'agenzia postale della frazione, raccogliendo 2.000 firme e organizzando una manifestazione contro lo smantellamento della succursale;
i disagi che la chiusura dell'ufficio è destinata a provocare non sono di poco conto, sia per gli scarsi servizi offerti a più di 5.000 cittadini, che per i lavoratori della stessa agenzia, costretti al trasferimento,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda intervenire con azioni di competenza al fine di impedire la chiusura dell'ufficio postale di Sforzacosta e, nelle more, adoperarsi affinché venga prorogata l'apertura di almeno un anno per mettere nelle condizioni Poste italiane di programmare i lavori di adeguamento.
(4-07458)
AMATI, BASSOLI, CHIAROMONTE, GRANAIOLA - Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell'interno - Premesso che:
l'amministrazione provinciale di Milano ha approvato nel 2011 un piano di contenimento dei piccioni che si basa esclusivamente su metodi cruenti;
il piano è stato realizzato senza aver effettuato un censimento preventivo e senza l'adozione di metodologie scientifiche, in palese contrasto con quanto stabilito dalla normativa vigente in materia;
considerato che:
nel gennaio 2011 l'ISPRA, indicando quale metodo di contenimento, basato su metodi etologici, la concia delle sementi con la molecola denominata "antrachinone", la cui vendita è bandita dal 15 giugno 2009 e il suo impiego dal 15 giugno 2010, ha fornito un metodo inapplicabile;
ciò rappresenta un fatto grave per un organismo tecnico;
il continuo ricorso da parte delle pubbliche amministrazioni a catture e ad abbattimenti di piccioni dimostra chiaramente che i diversi piani di contenimento messi in atto fino ad oggi non hanno sortito gli effetti sperati o per meglio dire si sono dimostrati sostanzialmente inefficaci; tale considerazione è contenuta, paradossalmente, anche nel Piano tecnico allegato alla delibera adottata nel marzo 2011 dell'amministrazione provinciale di Milano;
inoltre, l'amministrazione, in palese violazione della normativa vigente in materia, non controlla più, come invece sarebbe tenuta a fare, i piani di contenimento a mezzo di agenti dipendenti ma delega tali operazioni alle guardie venatorie volontarie che procedono all'abbattimento attraverso l'utilizzo di armi da fuoco;
per le modalità di esecuzione e per lo svolgimento di quest'attività cruenta, particolari sconcerto e proteste da parte dei cittadini ha suscitato l'operazione di contenimento di piccioni effettuata a Peschiera Borromeo il 21 gennaio 2012 che ha portato in poche ore all'uccisione di circa 450 piccioni, molti dei quali sono stati lasciati agonizzanti al suolo;
su tale episodio il Nucleo provinciale di Milano delle guardie zoofile dell'Ente nazionale per la protezione degli animali (ENPA) ha aperto un'indagine; da fatti fino ad oggi accertati, emergerebbero alcune ipotesi di reato su cui sarebbe stata depositata una dettagliata informativa alla Procura della Repubblica di Milano,
si chiede di sapere:
se il Governo sia a conoscenza di quanto si è verificato a Peschiera Borromeo (Milano) e quali iniziative intenda adottare, nell'ambito delle proprie competenze, per giungere ad una rapida individuazione delle eventuali responsabilità individuali per i fatti denunciati;
quali iniziative di competenza intenda adottare per garantire su tutto il territorio nazionale il rispetto delle normative vigenti sulla tutela dei piccioni, e, in generale, di tutti gli animali, nonché dei dettati delle normative comunitarie;
quali azioni intenda adottare per contrastare i comportamenti illegali messi in atto dalla pubblica amministrazione che troppo spesso adotta scorciatoie in spregio alle normative elementari, anziché operare nel pieno rispetto della legalità e delle regole.
(4-07459)
NESPOLI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:
la rivisitazione dell'apparato della pubblica amministrazione, nelle intenzioni del Governo, si è ispirata dalla prima ora a rigore ed equità;
da più parti si ritiene che una riflessione particolare, in tema di razionalizzazione della complessa ed articolata presenza di enti strumentali vada fatta anche per i consorzi di bonifica integrale;
si tratta, in verità, di quegli enti che anche i precedenti Governi (e diverse proposte di legge) mettevano al primo posto tra gli enti inutili, costosi, duplicazioni nell'esercizio di funzioni in capo ad enti locali e quindi da sopprimere;
premesso altresì che per quanto risulta all'interrogante:
un caso del tutto originale ed emblematico è certamente rappresentato dal consorzio di bonifica integrale "Comprensorio Sarno Imo e ruscelli vesuviani", il quale nasce nel 1952, se ne indicono le elezioni per l'assemblea consortile mai effettuate e poi posticipate al 1966, ma effettivamente svoltesi, pare, nel 1970 e da 20 anni, dal 1992, risulterebbe anche commissariato;
circa 30 anni sono passati e sono state enumerate ben due leggi regionali di riforma in materia di consorzi che stabilivano tempi e modalità con cui costituire gli organi rappresentativi che, secondo quanto disposto dall'art. 36, comma 8, della legge regionale n. 4 del 2003, si sarebbero dovute tenere entro e non oltre il termine di cui all'art. 17, comma 3 (ovvero entro e non oltre il 25 settembre 2003); solo il 1° settembre 2005 si arriva all'indizione delle elezioni consortili che dovevano tenersi il 19 dicembre 2005. In tale anno era stato precedentemente nominato, mediante decreto del presidente Giunta regionale della Campania, l'ultimo commissario straordinario, con il preciso compito di convocare l'assemblea dei consorziati per l'elezione del nuovo consiglio dei delegati e curare l'ordinaria amministrazione fino all'insediamento del nuovo consiglio, nel termine comunque non superiore a 120 giorni;
pare che il nuovo commissario, il quale è restato in carica sei anni, abbia omesso di pubblicare l'elenco dei proprietari aventi diritto al voto sulla scorta del ruolo riferito all'anno 2005, già approvato ed in parte riscosso nella fase di avviso bonario, impedendo in tal modo la convocazione dell'assemblea dei consorziati per l'elezione del consiglio dei delegati; risulta altresì che lo stesso abbia ritenuto che fosse impossibile rispettare il termine del 19 dicembre 2005 per le elezioni consortili poiché il catasto immobiliare dell'ente era completamente disallineato, con un'elevata percentuale di dati erronei nei ruoli, quindi ha ritenuto opportuno non procedere alle elezioni dal costo programmato di oltre 150.000 euro ed il rischio di annullamento a seguito di probabili ricorsi;
lo stesso commissario ha ampliato il mandato già affidato alla società "Sigma distribuzione srl" cui era stato dato l'incarico per l'esecuzione di tutte le attività di supporto all'ufficio catasto dell'ente connesse allo svolgimento delle elezioni consortili e, con delibera n. 428 del 24 novembre 2005, le affidava l'incarico per il completamento della banca dati catastale e dei servizi connessi, nonché per il perfezionamento operativo del nuovo piano di classifica;
in seguito vengono indette nuove elezioni per il giorno 15 febbraio 2009 e, con deliberazione commissariale n. 403 del 20 ottobre 2008, vengono approvati gli elenchi degli aventi diritto al voto e la composizione delle fasce;
l'elezione è stata poi sospesa perché era in fase di predisposizione una nuova legge di riordino dei consorzi, ad oggi non ancora approvata;
una nuova data delle elezioni consortili è stata poi fissata per il 27 giugno 2010, ma al 1° giugno 2010, termine ultimo per la presentazione delle liste, su quattro fasce, solo una ha raccolto le firme per la presentazione delle liste a conferma del fallimento della gestione commissariale, ma il commissario a giustificazione di un fallimento lungo oltre mezzo secolo, il 2 giugno 2010, in un comunicato, ha affermato di essere rammaricato per la mancata presentazione delle liste elettorali, elencando gli atti emanati dalla sua gestione a testimonianza dell'impegno profuso e, alla fine, concludendo che la colpa è della legge di difficile applicazione;
nel tempo, il commissario ha volutamente ignorato che, con la legge regionale n. 4 del 2003 e successivo decreto del Presidente della Regione Campania n. 764 del 13 novembre 2003, pubblicata nel Bollettino ufficiale Regione Campania n. 058 del 2003, il consorzio subisce le seguenti modifiche: viene abrogato il "Consorzio di bonifica dell'agro sarnese nocerino" di cui è diretto erede il Consorzio di bonifica integrale Comprensorio Sarno e il nuovo consorzio, oltre ai territori già compresi, acquisisce le aree identificabili nei bacini dei torrenti vesuviani e dell'Imo e, alla luce di ciò, la superficie del territorio interessato passa dai precedenti 44.469 ettari agli attuali 62.674 ettari, i comuni appartenenti all'area del comprensorio di bonifica passano ad un totale di 47; interviene la Giunta regionale che, con delibera n. 500 del 4 giugno 2010, chiede il rispetto della legge concedendo anche a questo consorzio che aveva indetto le elezioni per giugno 2010 poi fallite per assenza di candidati, una proroga alle elezioni dei nuovi Consigli dei delegati per riformulare gli elenchi degli aventi diritto al voto, per consentire a tutti i cittadini aventi diritto la possibilità di partecipare al voto garantendo la corretta applicazione dell'art. 22, comma 12, della legge regionale n. 4 del 2003;
questo provvedimento è stato disatteso dal commissario straordinario, nonostante le sollecitazioni rivolte da amministratori e politici che chiedevano, oltre all'annullamento delle elezioni illegittime, che fosse anche avviata un'indagine sulla gestione del consorzio negli ultimi 20 anni e che fossero sospesi i ruoli della contribuenza illegittimi e garantite le regole di democrazia partecipativa che fanno dei consorzi di bonifica un organo di autogoverno del territorio;
si arriva a votare il 1° maggio 2011, a 59 anni dalla data di costituzione del consorzio ed il risultato elettorale evidenzia che dei 47 Comuni facenti parte del comprensorio ne sono stati chiamati a votare 33, ne sono stati esclusi 14 e dai dati risulta che il totale degli aventi diritto al voto è 186.408, votanti 1.682 (comprese bianche e nulle), astensione dal voto 99,1 per cento, che nella provincia di Napoli raggiungono il 99,9 per cento, tanto che su un totale di 40.350 elettori i votanti sono solo 47;
parrebbe che le elezioni siano state gestite in modo fallimentare ed il Commissario, mentre deliberava per la consultazione elettorale che avrebbe dovuto promuovere l'autogoverno del territorio, abbia creato una società di recupero credito, la "Campania bonifiche", che dopo anni di contenziosi ha costretto migliaia di persone a rivolgersi alla commissione tributaria di Salerno in quanto non sono più disponibili a contribuire per sostenere un servizio inesistente, con l'unico risultato di aumentare il debito che negli anni questo consorzio sta vertiginosamente accumulando, tanto da arrecare notevoli danni ai ricorrenti;
l'ultimo commissario non si limita ad una gestione ordinaria e procede addirittura a nuove assunzioni, sottoscrive alcune convenzioni, tra cui quella con il Parco regionale del bacino idrogeologico del fiume Sarno, con cui si impegna a supportare l'ente con il distacco di proprio personale, facendosi carico anche degli oneri economici, tanto che al 2008 risulta essere tra gli enti più indebitati con l'Enel a cui deve 333.719 euro; poi, nel 2009, giustifica l'assunzione di 93 stagionali con la necessità di intervenire anche su aree di cui non è competente,
si chiede di sapere se il Governo intenda agire immediatamente mediante tutti i provvedimenti (ordinari o straordinari) possibili affinché, partendo dall'esempio del consorzio, si avvii un serio monitoraggio dei costi sostenuti da tali enti che hanno accumulato debiti per milioni di euro, che presentano organismi di gestione lautamente retribuiti e che non garantiscono, ovemai lo abbiano fatto nella loro lunga storia, alcun servizio ai cittadini, alle imprese ed agli operatori agricoli del Paese, per procedere alla soppressione degli stessi ed alla ripartizione delle funzioni agli enti territoriali in origine competenti.
(4-07460)
NESPOLI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ha modificato all'art. 24, nell'ambito delle disposizioni in materia di trattamenti pensionistici, la situazione applicata ai lavoratori del settore del trasporto ferroviario, prevedendo che a decorrere dal 1° gennaio 2012 dette nuove disposizioni trovino applicazione anche per i lavoratori iscritti al Fondo speciale istituito presso l'INPS dal 1° aprile 2000 in forza dell'art. 43 della legge 23 dicembre 1999, n. 488, ed in sostituzione del precedente Fondo pensione del personale FS;
in particolare, il trattamento del Fondo speciale consentiva al "personale viaggiante" (macchinisti, capi treno/capi servizio treno, addetti ad operazioni di manovra) di maturare il requisito pensionistico di vecchiaia a 58 anni di età e con almeno 25 anni di contribuzione, limiti ai quali si è successivamente aggiunto, dal 31 dicembre 2011, il meccanismo della cosiddetta "finestra mobile" per effetto del citato decreto-legge;
i requisiti particolari per l'accesso alla pensione di vecchiaia da parte di detti lavoratori derivano dalla gravosità delle mansioni espletate (a bordo dei treni, con orari in turni non cadenzati ed articolati nell'intero arco dell'anno, con frequente esposizione alle condizioni atmosferiche, eccetera), ed è stata questa specifica situazione previdenziale a determinare, a suo tempo, l'esclusione dai trattamenti previsti per gli addetti a lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, disciplinati dalla legge 4 novembre 2010, dal decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67, e, in ultimo, dal comma 17 del citato art. 24 del decreto-legge n. 201 del 2011;
inoltre, considerando che tali lavoratori operano in attività inerenti alla sicurezza del trasporto ferroviario, il controllo della loro integrità ed efficienza psicofisica è sottoposta a rigidi protocolli sanitari attraverso frequenti visite periodiche, la cui cadenza temporale si intensifica, peraltro, con l'avanzare dell'età, per cui l'innalzamento dell'età pensionabile appare inevitabilmente destinato ad incrementare i casi di inidoneità fisica allo svolgimento delle mansioni,
si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo ritengano di valutare se non sia il caso, nell'ambito del regolamento attuativo attraverso un decreto del Presidente della Repubblica da emanare entro il prossimo 30 giugno 2012, previsto per particolari categorie di lavoratori ai quali attualmente si applicano discipline specifiche di accesso alla quiescenza, di ammettere i citati lavoratori ferroviari al processo di graduale innalzamento dei requisiti di pensionamento, fino al conseguimento dei requisiti più favorevoli per il pensionamento di vecchiaia previsti per i lavoratori addetti a lavorazioni particolarmente faticose e pensanti, di cui alla relativa legislazione citata e alla fruizione dei benefici previsti da detta legislazione indipendentemente dalla gestione pensionistica in ragione della gravosità delle mansioni svolte nel tempo.
(4-07461)
GIOVANARDI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'interno e della difesa - Premesso che:
per la triste vicenda che portò, il 27 giugno 1980, all'esplosione in volo del DC9 Itavia nel cielo di Ustica e quindi alla morte di 81 persone tra passeggeri ed equipaggio sono stati celebrati, nel recente passato, i tre gradi di processo penale previsti dall'ordinamento giudiziario italiano, che hanno sanzionato la completa innocenza ("perché il fatto non sussiste") di quattro Generali dell'Aeronautica militare rinviati a giudizio con l'accusa di "alto tradimento" (art. 289 codice penale ed art. 77 codice penale militare: "impedimento/turbativa degli organi costituzionali nell'esercizio delle loro funzioni");
nonostante una lunghissima istruttoria (1980-1999) ed i tanti anni occorsi per portare a termine i citati dibattimenti, per il caso non è stato possibile pervenire a verità giudiziarie - con prove cioè "al di là di ogni ragionevole dubbio" - circa la causa che, a suo tempo, provocò la caduta del DC9 e le responsabilità connesse;
riguardo alla causa e alle responsabilità della caduta dell'aereo sono ancora in vita ipotesi che, a seconda dell'ottica con la quale si guarda il tutto, vedono un coinvolgimento della Libia, talora (ambito mediatico e "parte civile") come "parte offesa" (ipotesi di "battaglia aerea" finalizzata all'abbattimento di uno/due velivoli di nazionalità libica) e talaltra come "parte accusata" (ipotesi "esplosione interna del velivolo DC9, sostenuta, nell'ambito dell'istruttoria, dai 3 pubblici ministeri / collegio peritale di ufficio, e ribadita in ambiti pubblicistici e specialistici, che ne affiderebbero la responsabilità a "mano libica");
dopo il recupero e il riassemblaggio dei pezzi dell'aviojet si è accertato che non c'era traccia di esplosione di un missile, rimanendo quindi in piedi soltanto l'ipotesi di una quasi collisione con un altro aviojet, ipotesi peraltro smentita dall'accertata non presenza di altri velivoli in volo a quell'ora nella zona di caduta del DC9;
viceversa la commissione di indagine tecnica, compresa quella affidata ai migliori esperti di tutto il mondo, ha concluso per l'esplosione di una bomba a bordo quale causa della caduta del DC9;
a giudizio dell'interrogante sarebbe stata opportuna, oltre ad una "chiamata in causa" delle Istituzioni competenti del menzionato Paese nordafricano, anche e soprattutto la disponibilità di queste ultime a fornire risposte alle richieste di collaborazione avanzate dall'Italia;
in data 5 ottobre 1989 (si vedano le pagine 1446 e 1447 della "Sentenza-ordinanza" del giudice istruttore dottor R. Priore) con una rogatoria promossa dal giudice istruttore si richiedeva alle competenti autorità di Tripoli l'esecuzione di testi idonei a riferire quanto a loro conoscenza in relazione all'esplosione del DC9 Itavia avvenuta il 27 giugno 1980 nei pressi di Ustica, ponendo a loro le domande ritenute pertinenti. Le autorità interpellate facevano sapere, per via diplomatica, solo di aver creato una Commissione ad hoc presieduta da un alto Magistrato e composta da tecnici qualificati ed esperti giuridici;
in data 7 marzo 1991, considerando che negli atti sono rinvenibili notizie di collegamenti tra l'incidente di Ustica e la caduta del MIG 23 dell'Aviazione militare libica in Castelsilano (estate 1980), si richiedeva alle autorità di Tripoli l'acquisizione di copia della perizia autoptica disposta dall'autorità giudiziaria nordafricana sulla salma del pilota del MIG 23, la visione dei rottami dell'aeromobile e di quanto appartenuto al pilota, l'acquisizione dei rilievi fotografici compiuti e, infine, l'esame dei testi a conoscenza di circostanze e di fatti;
in data 24 novembre 1993, la stessa rogatoria è stata estesa per l'esame testimoniale dei componenti della Commissione italo-libica e per l'acquisizione di copia della relazione sul fatto eventualmente redatta dalla parte libica;
a tutte le citate richieste, pur sollecitate il 6 marzo 1991 e il 2 marzo 1992, non è stato fornito alcun riscontro, tanto da indurre l'inquirente a non formularne più altre verso la Libia ed a proporre l'allora Dicastero di grazia e giustizia la valutazione dell'opportunità di denunciare, nell'ambito dei rapporti tra gli Stati ed in sede politica, le inosservanze rilevate;
per quanto è dato di sapere all'interrogante, nonostante quest'ultima indicazione, la "denuncia " delle inosservanze del Paese nordafricano (in materia di rogatorie) non è mai stata presa in considerazione dalle competenti autorità italiane, lasciando così "campo libero" a quello che, in ambito della "Sentenza-Ordinanza" del G.I., è definito uno spregio di normative previste da trattati e consuetudini del diritto internazionale (pag. 1404);
il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, in data 18 aprile 2000, ha scritto al presidente Usa, al Presidente francese ed al leader della Rivoluzione del grande Fatah;
l'iniziativa è stata ripetuta il 16 giugno 2000 ribadendo l'interesse prioritario del Governo italiano sulla questione Ustica, rinnovando ogni sentita premura per un intervento presso le Autorità della Jamahirja Araba Libica Socialista al fine di conseguire le informazioni di cui esse potrebbero disporre;
il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ed il Presidente della Francia Chirac hanno risposto con lettere personali al Presidente del Consiglio dei ministri italiano Giuliano Amato, smentendo con decisione ogni coinvolgimento dei loro Paesi nell'accaduto, ed inoltre Stati Uniti e Francia hanno risposto decine di volte alle rogatorie avanzate dalle nostre autorità giudiziarie;
negli anni che seguono non si registra alcuna iniziativa, né libica né italiana;
negli anni '80 si verificarono altri gravi episodi terroristici: in particolare (e si rivelano diverse assonanze con la strage di Ustica), due gravi episodi provocarono l'esplosione in volo (detonazione di un esplosivo al plastico nel cielo della cittadina di Lockerbie in Scozia) di un Boeing 747 della compagnia Pan Am (21 dicembre 1988) e di un DC10 della compagnia francese UTA (esplosione di una bomba nel cielo di Ténéré in Niger, in data 19 settembre 1989);
dopo anni di silenzio la responsabilità libica è stata riconosciuta da Tripoli a seguito dell'intervento e delle sanzioni ONU nei riguardi del Paese nordafricano, sollecitate da Usa e Francia ed ufficializzate nelle risoluzioni n. 731 e n. 748 del 1992, alle quali segue la n. 833 del 1993;
anche per la strage avvenuta alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 sarebbero comparsi elementi (ipotesi di taluni "esperti" del settore la cui firma compare in più "saggi") che rinvierebbero a responsabilità libiche correlabili ad una sospetta forma di "vendetta", a sua volta preceduta da una "minaccia" (identificabile nella strage di Ustica, 27 giugno 1980) nei riguardi del nostro Paese a motivo dell'atteggiamento tenuto in merito alla cosiddetta questione maltese, sorta a seguito del trattato che prevedeva: la difesa, da parte italiana, dell'integrità territoriale dell'isola di Malta, un cospicuo aiuto finanziario e la disponibilità a fornire mezzi per la ricerca petrolifera all'interno delle proprie acque territoriali sui "Banchi di Medina", zona di mare rivendicata anche dalla Libia;
considerato che:
le dichiarazioni espresse di recente (19 gennaio 2012) dall'Ambasciatore libico a Roma, Abdul Hafed Gaddur, circa la disponibilità della nuova Libia a collaborare con l'Italia per il caso Ustica (si veda comunicato Ansa del 19 gennaio 2012 ore 20.45) portano ad essere fiduciosi;
a giudizio dell'interrogante vi è, ormai, un imperativo bisogno di verità, la cui ricerca e la cui acquisizione rappresentano le uniche strade che conducono al lenimento del dolore dei familiari delle vittime delle non poche tragedie terroristiche degli anni '80. Dette strade, inoltre, risultano essere le sole capaci di evitare l'ingiusto coinvolgimento nei fatti di istituzioni e di persone innocenti, contribuendo infine a demolire i pericoli propri di un invasivo e fuorviante immaginario collettivo. E ciò senza considerare che, ove gli auspicati passi nei riguardi di Tripoli permettessero di leggere meglio gli attentati terroristici citati, potrebbe essere, anche e finalmente, scritta in modo compiuto la pagina afferente non solo alla verità dei fatti, ma anche al quantum che va devoluto, a chi ne ha diritto, come doveroso "risarcimento",
si chiede di conoscere se il Governo ritenga di intervenire per favorire una "riproposizione" del dialogo con il Paese nordafricano, al fine di ottenere finalmente i chiarimenti pertinenti alla strage di Ustica e possibilmente anche a quella di Bologna (presenza di velivoli libici nello spazio aereo italiano la sera del 27 giugno 1980 - per la strage di Ustica - e "legami" tra "questione maltese" e ritorsioni terroristiche libiche.
(4-07462)
FERRANTE - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, per la cooperazione internazionale e l'integrazione e dell'interno - Premesso che:
dalla lettura del dossier elaborato dalla fondazione "IntegrA/Azione" dal titolo "I rifugiati invisibili - Il censimento dei migranti abbandonati a loro stessi", reso noto il 15 maggio 2012 emerge che, a Roma, sono 1.700 i rifugiati politici con regolare permesso di soggiorno che abitano in luoghi fatiscenti. Si tratta di grandi occupazioni con centinaia di uomini e donne in condizioni abitative precarie che sopravvivono come possono. Questo solo se si considerano le aree più note: grandi edifici, quando va bene, o immense baraccopoli di cartone e lamiere dove spesso crescono anche dei bambini. Questo perché sulle oltre 6.000 presenze di titolari di protezione internazionale nella capitale solo 2.000 trovano un posto "regolare" d'accoglienza, mentre gli altri vivono un'attesa interminabile nella lista d'attesa dell'Ufficio immigrazione del Comune di Roma;
si sottolinea che il Comune oggi riesce a garantire complessivamente 2.200 posti d'accoglienza. La quota più grossa è rappresentata dai 19 centri d'accoglienza gestiti dal privato sociale in convenzione diretta con il Comune di Roma, per un totale di circa 1.250 posti letto. A questi si aggiungono altri 250 posti letto, in due strutture sorte per fronteggiare l'emergenza abitativa, ma prestate all'accoglienza dei Rar (richiedenti asilo e rifugiati). Il centro polifunzionale "Enea" di seconda accoglienza completa il quadro con i suoi 700 posti circa, suscettibili di diventare 800 nei prossimi mesi;
entrando nello specifico le mega occupazioni riguardano in particolare i quartieri di: 1) Romanina, in via Arrigo Cavaglieri, un'occupazione abitativa chiamata anche "Salam" (salute, pace, salvezza), realizzata nella vecchia sede dell'università di Tor Vergata e che oggi conta tra i 500 e i 600 occupanti. Nella struttura, oltre a donne e uomini singoli, sono presenti circa 20 nuclei familiari con minori, tra cui anche neonati. All'interno della struttura ci sono servizi fatiscenti. I servizi igienici scarseggiano. Sono attive le utenze di luce e acqua, ma manca l'impianto di riscaldamento sia per gli ambienti che per le acque sanitarie; 2) Collatina, un'occupazione chiamata "Natnet" (libertà), sorta in uno stabile di proprietà del Ministero dell'economia e delle finanze, inutilizzata e abbandonata per un concreto rischio di crollo. La struttura è infatti costruita su una falda acquifera. Al suo interno si contano circa 700 registrati, tra eritrei ed etiopi (di cui 10 nuclei familiari con minori). Sono attive le utenze di luce e acqua, ma manca il riscaldamento per gli ambienti e le acque sanitarie. La struttura e i servizi igienici sono a dir poco fatiscenti. Numerosi occupanti vivono un forte disagio psichico e presentano sintomi da stress da disturbi post-traumatici; 3) Ponte Mammolo, la meno conosciuta fra le situazioni informali. Sorge lungo viale Palmiro Togliatti, al di sotto del livello della strada, una baraccopoli in cui vivono in precarie condizioni oltre 150 persone. Non ci sono donne sole, ma qualche famiglia di origine romena con figli. Gli abitanti vivono principalmente in tende, qualche struttura in cartongesso ha iniziato a sorgere nel 2006. Alle tende pian piano si sono affiancate piccole abitazioni di muratura, costruite nel corso degli anni dalla stessa comunità e, in numero inferiore (circa il 30 per cento), baracche di lamiera. Nell'insediamento mancano l'acqua e il riscaldamento: c'è solo una fontanella per l'approvvigionamento idrico. Non è presente alcun servizio igienico, a parte un bagno in muratura in pessime condizioni, non allacciato alla rete fognaria. L'unica doccia presente non funziona, perché non c'è acqua corrente; 4) Ostiense, "Ground zero", "Kabul romana", "buca". Sono tanti i nomi che definiscono la tendopoli afghana che dal 2005 gravita intorno alla stazione Ostiense e che oggi si sta lentamente ripopolando dopo che, un mese fa, è stata sgomberata per mandare avanti i lavori del grande progetto a firma Montezemolo. È stata creata una tensostruttura, nella zona di Tor Marancia, per ospitare i circa 150 abitanti. La soluzione del tendone-dormitorio però non ha cambiato le condizioni che generano il disagio e la precarietà esistenziale. Si è agito sul sintomo, le cause sono ancora lì, i giovani afghani sono ancora abbandonati a loro stessi: la "Kabul romana" rinasce e si ingrossa lungo i binari della stazione e nelle zone limitrofe;
tutto questo rappresenta solo la punta dell'iceberg di una realtà molto più vasta e frammentata. Situazioni degradanti e marginali, cui si aggiungono centinaia di centri d'accoglienza informale che popolano gli angoli più remoti della capitale. Lontano dagli occhi e dall'attenzione dell'opinione pubblica, si nascondono migliaia di rifugiati che sopravvivono in baracche, in scatole di cartone, sotto coperte e fogli di giornale;
si tratta di un'emarginazione sociale particolarmente grave, per uomini, donne e bambini cui l'Italia dovrebbe garantire una protezione internazionale e un'accoglienza dignitosa;
a questo disumano scenario va accomunata un'altra vicenda, quella relativa al mancato finanziamento dei fondi per l'emergenza per il Nord Africa, che rischia, se non immediatamente risolto, di abbandonare al loro destino i cittadini immigrati, senza un percorso di accompagnamento che permetta loro di inserirsi nel tessuto sociale italiano e, in secondo luogo, il rischio concreto di lasciare senza occupazione migliaia di operatori sociali, professionisti che hanno lavorato nell'emergenza nell'ultimo anno. In questo caso a pagare sarebbero, come al solito, oltre ai migranti e ai nuovi occupati, i cittadini delle amministrazioni locali su cui già si riversa pesantemente e quasi esclusivamente il peso della crisi economica;
considerando che gli atti e le politiche messe in campo dal Comune di Roma risultano clamorosamente inadeguate,
si chiede di conoscere se i Ministri in indirizzo non intendano, per quanto di competenza, avviare, realizzandoli in tempi brevissimi, interventi concreti che garantiscano un serio percorso d'integrazione lavorativa, sociale e abitativa che possono rappresentare la via per spezzare l'accoglienza informale di queste migliaia di persone, in modo da evitare concretamente il rischio che la situazione drammatica descritta possa esplodere e degenerare, anche alla luce del rischio di chiusura dei centri d'accoglienza aperti con la dichiarazione dello stato d'emergenza umanitaria e in scadenza il 31 dicembre 2012.
(4-07463)
CONTINI, BALDASSARRI, DE ANGELIS, GIAI - Al Ministro degli affari esteri - Premesso che:
la Società italiana di beneficenza e mutuo soccorso (SIBMS) è stata fondata oltre 150 anni fa, nel 1854, su iniziativa di Teresa Cristina Borbone sorella del Re di Napoli e moglie dell'allora imperatore del Brasile con lo scopo di fornire assistenza sociale e sanitaria alla comunità degli italiani residenti nella zona di Rio de Janeiro; essa è probabilmente la più antica associazione di italiani nel mondo; la SIBMS è proprietaria e gestisce oggi due importanti strutture a servizio della comunità italiana in loco: la casa di riposo "villa Paradiso" e l'ospedale italiano di Rio de Janeiro;
la casa di riposo Villa Paradiso, situata a Grajaù, ospita alcune decine di anziani sia italiani sia di origine italiana; fino a oggi ha svolto la propria attività assistenziale per conto del Consolato con l'utilizzo delle risorse che il Ministero degli affari esteri destina annualmente all'assistenza dei nostri connazionali residenti in Brasile e che versano in condizioni di indigenza;
l'ospedale italiano di Rio de Janeiro è l'unica struttura sanitaria italiana nella città; essa è associata all'Alleanza degli ospedali italiani nel mondo e fino ad oggi ha rivestito un ruolo fondamentale nel supporto e nell'assistenza dei nostri connazionali indigenti residenti in Brasile; l'ospedale serve un bacino di oltre un milione di abitanti con una struttura piccola ma molto efficiente; vi lavorano oltre 270 addetti; i medici laureati sono 116, 30 dei quali in pianta stabile e il resto con rapporti di collaborazione alle attività ospedaliere e di ricerca; l'ospedale può contare inoltre su uno staff di 85 infermieri e tecnici sanitari e su 72 addetti amministrativi; la struttura ospedaliera dispone di 61 posti letto per la degenza ordinaria e 15 posti letto per i day hospital; ogni anno ci sono oltre 4.500 ricoveri, con 18.200 giornate di degenza e una degenza media di 4 giorni; si eseguono oltre 1.200 interventi chirurgici, quasi 30.000 visite ambulatoriali e più di 3.000 esami diagnostici;
l'ospedale italiano di Rio svolge anche una importante attività didattica, formativa e di ricerca nei settori dell'oftalmologia, ortopedia e chirurgia plastica, corredata da seminari e convegni internazionali con particolare riguardo all'ortopedia, con la presentazione di casi clinici di osteoporosi, e di studi farmacologici sulla prevenzione delle fratture vertebrali; parte degli introiti dell'ospedale viene destinata dalla SIBMS, sulla base di precisi accordi con la città di Rio de Janeiro, il Governo di Rio e lo Stato federale, ad attività filantropiche e di assistenza sociale in favore delle popolazioni locali;
con lettera del 4 maggio 2012 indirizzata al presidente della SIBMS, il Console generale italiano a Rio de Janeiro ha comunicato che, a seguito di un taglio del 30 per cento delle risorse destinate dal Ministero degli affari esteri all'assistenza dei nostri connazionali indigenti, la quantità e la tipologia delle prestazioni finanziate con il contributo pubblico dello Stato italiano dovranno essere rivedute e tagliate; dalla citata lettera si apprende che il Consolato è perciò intenzionato a tagliare le prestazioni fino a oggi fornite dalla casa di riposo villa Paradiso ai nostri connazionali, e che intende fare a meno altresì dei servizi forniti dall'ospedale italiano di Rio de Janeiro, tra i quali quelli forniti dalla farmacia Calabria che è parte integrante dell'ospedale, e che per tali servizi si appoggerà in futuro ad altre strutture brasiliane;
a ciò va aggiunto che, con la riorganizzazione degli spazi della "Casa d'Italia" (edificio che, oltre agli uffici del Consolato italiano, ospita anche vari enti legati al nostro Paese nonché, da sempre, la sede della SIBMS), il Consolato italiano ha chiesto alla SIBMS di spostarsi in spazi diversi dagli attuali e pagando un affitto "di mercato" (il che si traduce in un canone 10 volte maggiore rispetto a oggi, cioè dai 550 euro attuali a un minimo di 5.500 euro) ed analoghe misure sono state prese nei confronti di altre istituzioni di rappresentanza e storiche della comunità italiana (Comitati degli italiani residenti all'estero, Associazione culturale italo-brasiliana) destinatarie di contributi del Governo italiano, che con la loro presenza hanno rappresentato e giustificato il nome all'edificio di "Casa d'Italia";
l'insieme delle soluzioni proposte dal Consolato a fronte del taglio dei fondi pubblici da parte del Ministero renderebbe di fatto insostenibile dal punto di vista economico l'attività di villa Paradiso, dell'ospedale italiano di Rio, e della stessa SIBMS, mettendo in crisi una componente storica dell'assistenza italiana in Brasile, tanto più in vista di importanti scadenze nei prossimi anni (come le giornate mondiali della gioventù 2013, mondiali di calcio e olimpiadi) che porteranno a Rio de Janeiro un importante flusso di italiani potenzialmente suscettibili di beneficiarsi dell'assistenza sanitaria dell'ospedale,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno prendere in esame direttamente le disposizioni adottate dal Consolato in merito all'allocazione dei fondi pubblici dello Stato italiano destinati all'assistenza dei nostri connazionali indigenti in Brasile, eventualmente procedendo con un proprio provvedimento a ripristinare l'erogazione dei servizi e le attività svolte dalle strutture della SIBMS;
se sia congruo privilegiare l'assegnazione dei fondi per l'assistenza a entità private brasiliane, che evidentemente agiscono con logiche esclusivamente commerciali, invece di sostenere entità filantropiche di origine italiana che in caso di bisogno sono in passato intervenute fornendo servizi gratuitamente ai nostri concittadini bisognosi ed altrettanto potrebbero fare in futuro, ove mantenute attive;
se sia a conoscenza del piano di riorganizzazione degli spazi e degli uffici presso l'edificio "Casa d'Italia" da parte del Consolato italiano di Rio de Janeiro, e se non ritenga opportuno proporre al Consolato medesimo una diversa soluzione, o impartire disposizioni dirette in tal senso, in modo da permettere alla SIBMS ed alle entità destinatarie di sovvenzioni da parte del Governo italiano di mantenere i propri spazi presso la Casa d'Italia fruendo di un contratto di affitto agevolato, ovvero consentire che il canone di affitto sia determinato sulla base di criteri diversi da quelli di mercato, per tenere adeguatamente conto delle particolari caratteristiche del locatario e dell'attività filantropica da esso svolta in favore dei nostri connazionali indigenti in loco e anche a sostegno del sistema Paese.
(4-07464)
MONTANI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
la drammatica crisi economica sta avendo altrettanto drammatiche conseguenze sociali: migliaia sono le imprese che devono chiudere, i disoccupati aumentano in modo vertiginoso e gli imprenditori, ma anche i semplici contribuenti che non riescono a far fronte ai debiti tributari sono sempre di più; anche in Italia si susseguono ormai quotidianamente notizie di suicidi di persone che hanno debiti con il fisco e di attentati contro le sedi di Equitalia, a testimonianza del fatto che questa è una fase di vera e propria emergenza sociale;
a fronte di questa difficile realtà, fanno impressione le dichiarazioni di importanti personaggi stranieri dello sport che hanno in corso contenziosi con l'Agenzia delle entrate di Napoli per diverse decine di milioni di euro e che vogliono mettere sullo stesso piano la propria situazione con quella degli imprenditori che si sono tolti la vita perché non riuscivano a far fronte ai propri debiti;
le situazioni sembrano all'interrogante francamente diverse e assolutamente non paragonabili,
si chiede di sapere se effettivamente, come riportano gli organi di stampa, esistano contenziosi in essere con l'Agenzia delle entrate di Napoli da parte di famosi personaggi sportivi stranieri per un valore di diverse decine di milioni di euro e a che punto sia la loro definizione.
(4-07465)
BUGNANO, LI GOTTI, BELISARIO - Ai Ministri della giustizia e dell'economia e delle finanze - Premesso che:
il gratuito patrocinio garantisce ai soggetti economicamente deboli la difesa gratuita, consentendo, a quanti sono privi di un reddito minimo o percepiscono un reddito pari o inferiore ad una determinata soglia, il diritto a farsi assistere e rappresentare in giudizio da un avvocato senza dover pagare le spese di difesa e le altre spese processuali le quali vengono pertanto pagate dallo Stato o esentate. Nel computo del reddito, al fine di verificare l'appartenenza allo scaglione indicato, confluiscono tutte le forme e fonti di sostentamento, nonché i redditi dei familiari conviventi con colui che intenda essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato salvo che non si tratti di vertenza nei confronti di uno di essi;
l'art. 24 della Costituzione stabilisce, al primo comma, che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. I commi successivi sanciscono che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento e che sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione;
l'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, nell'ambito del diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale, prevede che, a coloro che non dispongono di mezzi sufficienti è concesso il patrocinio a spese dello Stato, qualora ciò sia necessario per assicurare un accesso effettivo alla giustizia. L'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo garantisce il diritto al patrocinio a spese dello Stato qualora il convenuto non abbia mezzi sufficienti per retribuire un difensore e di poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d'ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia;
l'art. 76 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, regola le condizioni per l'ammissione a tale beneficio, stabilendo che può essere ammesso al patrocinio chi è titolare di un reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro 10.628,16. Il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l'istante ed ai fini della determinazione dei limiti di reddito, si tiene conto anche dei redditi che per legge sono esenti dall'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta, ovvero ad imposta sostitutiva. Si tiene conto del solo reddito personale quando sono oggetto della causa diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi. La persona offesa dai reati di cui agli articoli 609-bis, 609-quater e 609-octies del codice penale può essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dal suddetto articolo;
l'art. 77 del citato testo unico, in riferimento al periodico adeguamento dei limiti di reddito per l'ammissione, stabilisce che questi sono adeguati ogni due anni in relazione alla variazione, accertata dall'ISTAT, dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, verificatasi nel biennio precedente, con decreto dirigenziale del Ministero della giustizia, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze;
a fronte di un tetto reddituale originario pari ad euro 9.296,22, il medesimo limite è stato progressivamente aggiornato in adeguamento alla crescita dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati e da ultimo, con decreto 20 gennaio 2009, passando da 9.723,84 euro nel 2005 agli attuali euro 10.628,16;
a distanza di quasi 4 anni dall'ultima variazione del tetto reddituale, non risulta tuttavia essere stato deliberato alcun ulteriore aggiornamento, a fronte di una variazione in aumento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati che, calcolata sulla base dei dati accertati dall'Istituto nazionale di statistica, risulta pari al 4,40 per cento, come evidenziato da associazioni forensi specializzate nel gratuito patrocinio con un appello al Presidente della Repubblica,
si chiede di sapere quali iniziative si intendano assumere affinché venga adottato il decreto ministeriale che adegua il tetto reddituale, in modo da consentire a tutti i cittadini italiani di fruire del beneficio costituzionale volto a garantire l'effettività dell'accesso al libero esercizio del diritto di difesa.
(4-07466)
CASSON, NEROZZI, STRADIOTTO, DONAGGIO - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:
l'11 maggio 2012 l'amministratore delegato di Safilo group, secondo produttore mondiale di occhiali, con sede principale a Padova, ha diffuso un comunicato recante l'intenzione della società di avviare la procedura di mobilità nei confronti di circa un terzo dei propri dipendenti. In particolare, come dettagliato nella nota predisposta dai vertici del gruppo, l'azienda ha presentato il piano industriale e reso noto che preliminarmente sono stati identificati 1.000 esuberi sui siti italiani derivanti dal mancato rinnovo della licenza Armani. Tale licenza rappresenta circa il 20 per cento del fatturato totale del gruppo, con un'incidenza sui conti della società pari a 170 milioni di euro;
gli amministratori di Safilo hanno precisato, altresì, la volontà del gruppo di avviare un tavolo negoziale con le organizzazioni sindacali per definire il migliore assetto industriale ed organizzativo futuro, con l'obiettivo di minimizzare l'impatto sociale e di salvaguardare la competitività aziendale a favore dei lavoratori che rimarranno in forza. A tal proposito, Safilo group ha reso noto che è già stato fissato, fino al 28 maggio, un serrato calendario di incontri tecnici di approfondimento tra le parti, durante il quale si lavorerà per individuare tutte le possibili soluzioni condivise per la migliore gestione del problema;
le rappresentanze sindacali dei lavoratori di Safilo group hanno chiesto agli amministratori della società di sospendere la procedura di mobilità per circa 1.000 dipendenti, con l'obiettivo di avviare un confronto sulla situazione generale del gruppo e definire un nuovo piano industriale ed economico della società, al fine di tutelare i dipendenti in esubero;
a ottobre 2009 il Consiglio di amministrazione di Safilo group ha approvato il piano di ricapitalizzazione della società, attraverso un accordo d'investimento sottoscritto da Hal Holding N.V., Only 3T SpA e Safilo. A marzo 2010, in seguito alla positiva conclusione del piano, Multibrands Italy B.V., società controllata da Hal Holding N.V., è divenuta l'azionista di riferimento dell'intero gruppo, detenendo il 37,23 per cento del capitale sociale di Safilo;
oltre alla sede amministrativa a Padova, in Veneto sono presenti due siti produttivi di Safilo group: a Santa Maria di sala (Venezia), dove si costruiscono montature per occhiali in acetato iniettato, e a Longarone (Belluno), dove si producono montature in metallo e dove è confluita la parte produttiva dello stabilimento di Calalzo,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza delle circostanze di fatto;
se ritengano opportuno, nell'ambito delle loro competenze, avviare con urgenza un tavolo negoziale di carattere istituzionale con tutti i soggetti coinvolti nella crisi di Safilo group, con l'obiettivo di tutelare i lavoratori in esubero, in tutte le filiali e centri produttivi del gruppo, al fine di contenere l'impatto sociale delle procedure di mobilità predisposte dall'azienda.
(4-07467)
BENEDETTI VALENTINI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
da più decenni si attende una definitiva ed efficace soluzione il problema della frana della "zona Ivancich" ad Assisi (Perugia), coinvolgente gli interessi legittimi di molti cittadini e la sorte di molti beni immobili;
si è riattivata in questi giorni la protesta di tanti assisani, ormai esasperati dalle inadempienze e dalle promesse non mantenute, continuando a veder delusa la speranza di poter tornare nelle loro abitazioni;
risulta che l'amministrazione comunale si sia nuovamente rivolta al Ministero perché, nella sua competenza, dia al Provveditorato per le opere pubbliche di Toscana e Umbria conferma della disponibilità di 6,5 milioni di euro per attivare i lavori di consolidamento della zona Ivancich con le necessarie opere di drenaggio e sistemazione geologica, affinché l'area torni agibile e fruibile entro il 2013, ma senza che ne sia seguito effetto,
si chiede di sapere se il Governo intenda imprimere immediato impulso ai lavori di drenaggio e sistemazione complessiva della zona franosa Ivancich di Assisi e, come prioritario adempimento, dare senza ritardo conferma al Provveditorato della disponibilità del finanziamento e dell'autorizzazione al procedere dei lavori.
(4-07468)
GARAVAGLIA Mariapia - Al Ministro della salute - Premesso che:
la fibrosi idiopatica polmonare (IPF) è una forma cronica progressiva di polmonite interstiziale fibrosante ad eziologia sconosciuta. La progressione della malattia si manifesta con un aumento della sintomatologia respiratoria, peggioramento della funzione polmonare, fibrosi progressiva, declino respiratorio acuto o morte;
la IPF affligge in Italia circa 10.000 pazienti ed è considerata una malattia rara;
la prognosi per i pazienti di IPF è sfavorevole, con un tempo medio stimato di sopravvivenza di 2-5 anni dalla diagnosi e una mortalità a 5 anni di circa l'80 per cento. Il tasso di mortalità da IPF è superiore rispetto a quello osservato per la maggior parte delle neoplasie, tra le quali i tumori alla vescica, dell'utero e del rene;
nel febbraio 2011 la Commissione europea ha autorizzato l'immissione in commercio (AIC) di pirfenidone (nome commerciale esbriet) prodotto dalla casa farmaceutica InterMune. Tale farmaco, già presente sul mercato giapponese dal 2008 è destinato agli adulti affetti da fibrosi idiopatica polmonare da lieve a moderata e rappresenta, ad oggi, l'unico trattamento possibile se si esclude il trapianto di polmoni;
il pirfenidone è stato inserito nella lista dei farmaci orfani riconosciuti in Europa nel 2004 e riconfermato nel gennaio 2011;
il regolamento (CE) n. 141/2000 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la legislazione dei farmaci orfani stabilisce che "i pazienti colpiti da affezioni rare dovrebbero aver diritto ad un trattamento qualitativamente uguale a quello riservato agli altri pazienti; occorre promuovere la ricerca, lo sviluppo e la commercializzazione di adeguati medicinali da parte dell'industria farmaceutica";
rilevato che:
tale farmaco non risulta ad oggi essere a disposizione del Servizio sanitario nazionale (SSN) in quanto nel corso dell'iter di prezzo e rimborsabilità presso l'AIFA, avviato nel giugno 2011, si sono riscontrate molteplici e continue fasi di stallo, derivanti da errori di valutazione, come ad esempio una revisione della Commissione tecnico-scientifica (verbalizzata negli atti ufficiali della Commissione dell'ottobre 2011) basata su un solo studio di fase II su 107 pazienti giapponesi piuttosto che sulla valutazione dell'intero programma clinico su 1.100 pazienti allegato al dossier relativo a prezzo e rimborsabilità;
la tendenza recente a classificare i farmaci innovativi in classe C/OSP, oltre a limitare l'accesso alle cure, provocherebbe disparità di trattamento a livello sia regionale che locale, contravvenendo al principio che assicura a tutti i cittadini eguali livelli essenziali di assistenza;
lo spirito alla base dello sviluppo dei farmaci orfani per le malattie rare, implica che, per definizione, essi dovrebbero essere considerati innovativi dall'AIFA e resi immediatamente disponibili ai pazienti in tutte le regioni, anche senza il formale inserimento dei prodotti nei prontuari terapeutici ospedalieri regionali, come da accordo Stato-Regioni del 18 novembre 2010;
premesso, inoltre, che:
da una recente review della "Cochrane Collaboration" tra 10 farmaci analizzati solo il pirfenidone si è mostrato efficace nel trattamento della fibrosi polmonare idiopatica sulla base degli stretti criteri della evidence based medicine;
il Federal joint committee tedesco (G-BA), il più importante organo decisionale di medici e autorità sanitarie tedesco ha deciso di rivalutare, con un giudizio più positivo i benefici del pirfenidone (Esbriet). Il G-BA assegnerà infatti il pirfenidone un valore da 1 a 3, un riconoscimento quindi di grande valore;
in considerazione della crescente domanda di pirfenidone sono ad oggi 20 i centri specialistici in Italia che forniscono tale farmaco a circa 400 pazienti italiani attraverso una procedura di uso compassionevole (chiamata NPP) che permette a tali strutture di fornire il farmaco senza che questo sia rimborsato dal SSN ma a carico dell'azienda stessa, in attesa della piena e "regolare" commercializzazione;
i pazienti affetti da IPF, per i quali l'unica possibilità terapeutica è al momento quella del pirfenidone, vista l'impossibilità di vedersi rimborsato il trattamento, si rivolgono sempre più spesso a farmacie on line per l'acquisto illegale del prodotto, commercializzato a un prezzo inferiore, ma con il rischio altissimo di acquistare un prodotto qualitativamente scarso quando non addirittura dannoso per la loro salute;
ad un anno dall'approvazione europea in Italia non si è ancora riusciti ad avere la rimborsabilità a carico del Servizio sanitario nazionale e questo ha causato una lunga attesa per i pazienti, a pregiudizio della loro possibilità di cura. Il problema al momento è stato tamponato solo grazie alla volontà dei centri di riferimento e ad una speciale procedura NPP resa possibile grazie alla disponibilità di InterMune che si sta facendo interamente carico dei costi,
si chiede di conoscere:
se il Ministro in indirizzo ritenga necessario e doveroso attivarsi con la massima urgenza al fine di consentire ai pazienti affetti da fibrosi idiopatica polmonare (IPF) presenti su tutto il territorio nazionale l'accesso all'unico farmaco in grado di rallentare la progressione di tale grave patologia, il pirfenidone;
se non ritenga doveroso, anche alla luce delle ulteriori valutazioni positive da parte del Federal joint committee tedesco, prevedere un rapido riconoscimento in termini di rimborsabilità di tale farmaco.
(4-07469)
LANNUTTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze - Premesso che scrive "il Fatto Quotidiano" del 12 maggio 2012 «Non è difficile. Anzi. Per un imprenditore compensare i pagamenti dovuti allo Stato con i crediti vantati verso lo Stato è possibile, e anche relativamente semplice. Adesso vi spieghiamo come si fa con l'esempio pratico di un ospedale privato che deve pagare i contributi all'Inps e all'Inpdap per i suoi dipendenti e allo stesso tempo vanta dei crediti verso una Asl di Roma abituata a pagare le fatture con la flemma tipica della sanità del Lazio. Istruzioni per l'uso. Per prima cosa conviene chiamarsi Antonio Mastrapasqua, essere quindi presidente dell'Inps, ma anche così bravo e veloce da governare le pensioni degli italiani (centinaia di miliardi di euro) nei ritagli di tempo, in modo da potersi anche dedicare agli altri ormai noti 25 incarichi. Nel caso specifico, Mastrapasqua è veloce a curarsi che l'Ospedale Israelitico di Roma paghi regolarmente i contributi previdenziali, e così gli avanza il tempo per fare il direttore generale dell'Ospedale Israelitico. Lo scorso 13 dicembre il poliedrico commercialista romano si è presentato nello studio del notaio Mario Liguori per stipulare un cosiddetto "atto unilaterale". Nella sua qualità di direttore generale dell'Ospedale Israelitico (struttura privata convenzionata), Mastrapasqua ha dichiarato che c'erano da pagare i contributi all'Inps per il mese di novembre appena trascorso, pari a 15.458 euro, ma che l'azienda vantava un credito di circa 248.000 euro verso l'Asl Roma D, riferito alla fattura n. 40 del 23 aprile 2007 emessa dall'ospedale privato e in attesa da quattro anni e mezzo di essere onorata. È presto fatto. Con l'atto unilaterale Mastrapasqua direttore generale ha ceduto all'Inps, cioè a se stesso presidente, una parte del credito, esattamente quei 15.458 euro dovuti per novembre. E Mastrapasqua presidente dell'Inps si è preso, al posto degli euro sonanti che servirebbero a pagare le pensioni mese per mese, un credito verso la Asl Roma D che chissà quando potrà incassare. Nel frattempo però l'Ospedale Israelitico ha risolto la sua pendenza con l'Inps, che non vedrà né i soldi, né penali, né sanzioni. Tutto regolare, tutto previsto dal decreto-legge n. 688 del 1985, convertito in legge n. 11 del 1986. Dove c'è scritto che (a richiesta dell'impresa creditrice della Asl, o del Comune, o del ministero) l'inadempienza di un ente pubblico può essere scaricata sugli enti previdenziali. Un meccanismo talmente assurdo che pochissimi imprenditori riescono a usufruirne. Normalmente gli enti previdenziali resistono. L'Inpdap, per esempio, nel 2010 ha contestato le modalità seguite dall'Ospedale Israelitico per pagare i contributi all'ente di previdenza dei dipendenti pubblici girando le solite fatture inevase dell'Asl Roma D. Ma si è beccato una lettera di Mastrapasqua, come direttore generale dell'ospedale privato, dal suono assai divertente oggi che l'Inpdap è confluito nell'Inps e quindi ha come presidente, l'avete indovinato, Mastrapasqua. "Si diffida l'Inpdap dall'inviare nuove lettere di contestazione del riconoscimento del credito così come emesse dall'Asl Roma D". I poveri funzionari dell'Inpdap da anni si dibattono in questo dilemma: se l'Ospedale Israelitico mi paga, anziché con moneta sonante, girandomi fatture che l'Asl si guarda bene dal pagare, noi che cosa mettiamo in bilancio? E se passano gli anni e l'Asl queste fatture continua a non pagarle, perché dobbiamo essere noi i creditori gabbati al posto dell'Ospedale Israelitico? Non sono bruscolini. All'inizio del 2010 l'Inpdap ha scritto all'Ospedale Israelitico facendo notare che mancavano all'appello oltre 15 milioni di euro. Con l'Inps la situazione è analoga. L'Ospedale Israelitico non paga i contributi per i suoi dipendenti, ma tutti i mesi Mastrapasqua o la sua delegata Batia Popel, funzionaria di origine lituana, vanno dal notaio e cedono all'Inps una fettina della famosa fattura del 2007. L'ultima volta lo scorso 23 aprile: adesso il credito dell'ospedale Israelitico verso l'Asl Roma D per la fattura n. 40 del 2007 è sceso a 118 mila euro, perché tutto il resto è passato all'Inps. Il principio è giusto: se ho dei crediti che lo Stato non mi paga perché devo pagare io lo Stato? Ma in pratica c'è un problema: se la Pubblica amministrazione ha fatture non pagate per 100 miliardi e tutte le imprese che vantano quei crediti smettono di pagare l'Inps, l'Inps va rapidamente in bancarotta. Forse per questo il brillante sistema di compensazione viene di fatto praticato solo da aziende come l'Ospedale Israelitico, che hanno il presidente dell'Inps a libro paga»;
considerato che:
a quanto risulta all'interrogante, esistono veri e propri "collezionisti di cariche pubbliche", come il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua il quale, non pago delle 25 "poltrone" occupate contemporaneamente, senza peritarsi della crisi e della politica di sacrifici di milioni di famiglie impoverite, anche per precise responsabilità di banchieri e tecnocrati di complemento, continua ad accumularne ulteriori, senza alcun problema di ordine etico, morale e di cumulo dei compensi percepiti;
il direttore dell'Inps e Vice presidente di Equitalia quasi certamente gode del dono dell'ubiquità. Infatti, oltre alle 25 cariche note, dalla presidenza di Idea Fimit, la più grande società immobiliare italiana (con 9,5 miliardi di patrimonio e 23 fondi) accusata di essere stata al centro di molteplici scandali immobiliari, alle molteplici poltrone nei collegi sindacali, ha anche un'altra serie d'incarichi (4-07408);
da oltre 10 anni (agosto 2011) Mastrapasqua è direttore dell'Ospedale israelitico di Roma, un nosocomio con tre sedi, la più importante sull'isola Tiberina di fronte al Fatebenefratelli, dove il direttore dell'Inps deve far quadrare i conti. Non solo, da giugno dello stesso anno, il commercialista - uomo da 1.200.000 euro l'anno - è anche Amministratore unico della Litorale SpA, azienda per lo sviluppo economico turistico e occupazionale del litorale laziale. Quindi, oltre ai pensionati, i cattivi pagatori, le case e le cure, Mastrapasqua si occupa anche degli stabilimenti balneari e dei loro estivi frequentatori;
nell'atto di sindacato ispettivo 3-02702 l'interrogante chiedeva chiarimenti sul deficit di 80 milioni di euro raggiunto dall'Inps solo per mancati incassi nella gestione del patrimonio immobiliare, come risulterebbe da un'indagine interna e da una lettera di Antonio Ferrara, il magistrato della Corte dei conti che vigila sulla correttezza degli atti;
inoltre, nell'atto di sindacato ispettivo 3-02703 si evidenziava il grande potere che ha assunto nell'Inps la KPMG, penetrata, nel tempo, all'interno delle attività nevralgiche dell'Istituto, assumendo un ruolo di primo piano non solo nell'informatica, ma nella formazione, nella vigilanza e negli altri settori strategici. In particolare sembrerebbe che il Coordinamento generale statistico attuariale abbia messo a disposizione di KPMG non i dati statistici, che pure dovrebbero rimanere saldamente in mano pubblica, ma addirittura strumenti e formule per costruire i dati di bilancio con relativa sottrazione di funzioni all'ente per affidarle ai privati;
da ultimo la questione della fusione dell'Inpdap con l'Inps e l'Enpals nascerebbe già con un debito miliardario stimato, per il 2012, in 12 miliardi e 421 milioni di euro (4-07126);
considerato inoltre che:
le imprese italiane vantano crediti immensi verso la pubblica amministrazione per servizi e forniture di ogni tipo, e devono attendere molti mesi (o anni) per vedersi saldati tali crediti; ciò può creare pesantissimi squilibri di liquidità per le aziende stesse, che allo stesso tempo (e in termini molto più stringenti e inesorabili) devono però fronteggiare le proprie pendenze fiscali;
il notevole ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione rappresenta uno dei problemi più gravi e drammatici che devono affrontare le piccole imprese. Il fenomeno, considerato una tra le piaghe peggiori che gravano sul sistema produttivo italiano, ha portato la pubblica amministrazione a contrarre circa 70 miliardi di euro di debiti nei confronti delle aziende private, provocando il fallimento di una su tre di esse. I dati numerici divulgati dall'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici hanno restituito un'immagine preoccupante: i tempi di pagamento oscillano in un range compreso tra un minimo di 92 giorni e un massimo di 664 giorni. L'entità dei ritardi mediamente accumulati è circa doppia rispetto a quanto si registra nel resto dell'Unione europea: mediamente 128 contro i 65 giorni che si computano a livello europeo;
uno studio elaborato dalla Banca mondiale e dalla società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), ha evidenziato che le piccole e medie imprese italiane perdono 285 ore all'anno per assolvere i diversi pagamenti richiesti dal fisco e sono sottoposte a un prelievo che si aggira intorno al 68,6 per cento degli utili realizzati. Volendo inferire ancora, analizzando il costo medio totale della burocrazia che grava su una piccola e media impresa, si scopre che ogni anno un'azienda italiana sborsa 1.200 euro all'anno per addetto, cifra che sale a 1.500 per un'impresa con meno di 10 dipendenti;
la complessità dell'organizzazione delle procedure amministrative e dei criteri per il trasferimento dei fondi tra le varie strutture (tra questi i vincoli del patto di stabilità) e l'ampio potere di mercato della pubblica amministrazione sono fattori determinanti che contribuiscono all'allungamento delle tempistiche di pagamento. La principale conseguenza di questi ritardi è la mancanza di liquidità nelle casse delle imprese fornitrici. Ne consegue, anzitutto, la difficoltà nell'onorare i pagamenti ai propri fornitori e, in subordine, l'impossibilità di porre in essere gli investimenti necessari senza dover ricorrere a forme di finanziamento;
allo scopo di dettare indirizzi ai Paesi membri per rafforzare le misure di contrasto ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, fenomeno che ha superato livelli di guardia anche in altri Paesi dell'Unione europea, anche se non ha assunto le dimensioni del nostro, è stata emanata la direttiva europea 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, che obbliga le pubbliche amministrazioni a pagare i fornitori entro 30 giorni, e, in casi eccezionali, entro 60 giorni per forniture sanitarie e per imprese a capitale pubblico; superato tale termine, nelle transazioni commerciali, la pubblica amministrazione dovrà versare interessi di mora pari all'8 per cento maggiorati del tasso di riferimento della Banca centrale europea. La stessa direttiva dispone che tra imprese private la scadenza è fissata a 60 giorni a meno di intese stipulate tra le parti, a patto che non si tratti di patti bilaterali iniqui;
con l'approvazione del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, è possibile compensare i crediti che le imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione, ma ciò vale solo per i debiti iscritti a ruolo e per i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, e comunque con procedure molto complesse;
anche il decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012 (cosiddetto decreto liberalizzazioni) rappresenta a giudizio dell'interrogante un tiepido segnale di apertura del Governo al problema, prevedendo lo sblocco di circa 6 miliardi di euro attraverso un incremento delle dotazioni dei fondi speciali (somma certo rilevante ma ancora inadeguata rispetto ai 70 miliardi di euro di debiti), a cui va affiancato l'articolo 10 della legge 11 novembre 2011, n. 180, che anticipa il recepimento della citata direttiva 2011/7/UE, anticipazione che non risolverà comunque immediatamente il problema dell'enorme debito pregresso della pubblica amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese, in quanto è evidente che le pubbliche amministrazioni non sono in grado in un breve lasso di tempo di onorare i debiti assunti,
si chiede di sapere:
se il Governo non ritenga che la compensazione dei crediti nei confronti della pubblica amministrazione debba avvenire in maniera equa ed uniforme invece di applicare il sistema di due pesi e due misure quando sono in gioco gli interessi del "collezionista di poltrone" di turno;
se non ritenga necessario adoperarsi per dirimere ogni eventuale conflitto di interessi che possa interessare il presidente Mastrapasqua;
quali misure intenda adottare per restituire trasparenza e rigore ad una gestione, a giudizio dell'interrogante dispendiosa ed opaca, che ha caratterizzato la gestione Inps di Antonio Mastrapasqua;
quali urgenti iniziative intenda assumere al fine di introdurre nell'ordinamento un meccanismo di compensazione dei crediti vantati dalle piccole e medie imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni, con i propri debiti e i relativi accessori dovuti alle amministrazioni statali, regionali e locali anche agevolando, per quanto di competenza, l'iter di approvazione del disegno di legge sulla compensazione tra i crediti vantati nei confronti delle pubbliche amministrazioni e i debiti derivanti da obblighi tributari.
(4-07470)
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
le virtuose banche italiane - a giudizio dell'interrogante scandalosamente protette dalla Banca d'Italia che persegue la stabilità invece della trasparenza e della concorrenza, per questo operanti in una logica di cartello che determina costi dei conti correnti elevatissimi con i costi di gestione pari a 295,66 euro annui contro una media di 114 euro dell'Europa a 27, con un differenziale sui mutui e credito al consumo superiore ad un punto percentuale; che hanno avuto 270,8 miliardi di euro di finanziamenti dalla Banca centrale europea come prestito triennale al tasso dell'1 per cento, e hanno utilizzato tale ingente massa monetaria per i propri utili e per continuare a corrispondere emolumenti spropositati - continuano a comportarsi in maniera eticamente discutibile, laddove non vi siano anche risvolti penalmente rilevanti, con i clienti, correntisti, risparmiatori;
anche quando devono offrire forme di finanziamento o piani di ammortamento su prestiti e mutui, non sembrano praticare la trasparenza, ma l'opacità, come nel caso ad esempio della signora Pamela Meier, una imprenditrice che nel 2010 si rivolse con fiducia alla filiale Cariparma di Bologna per attivare un mutuo;
da informazioni in possesso dell'interrogante, nella simulazione delle rate, il direttore della sede di Cariparma di Bologna, in via Marconi 16, propose all'interessata nel dicembre 2010 rate di 1.916 euro mensili se avesse ottenuto il mutuo di 108.000 euro, che sarebbero diventate 1.064 euro se avesse restituito il mutuo in 7 anni;
la signora, fiduciosa dei comportamenti corretti della banca, riteneva di poter onorare rate che comprendevano un piano di ammortamento di 7 anni, quindi più basse, ma all'atto della stipula tale fiducia risultava mal riposta, perché, come si può leggere nell'e-mail dell'11 maggio 2012, delle ore 11,58, di risposta alle proteste circa la mancata erogazione pattuita, il direttore risponde che le e-mail alle quali la signora si riferiva concernevano simulazioni di piano di ammortamento ante-delibera. Si trattava, appunto, di simulazioni. La delibera, invece, contemplava 60 mesi, di cui 24 di preammortamento. L'impegno, invece, assunto dal direttore (e pertanto dalla banca) con l'e-mail del 10 dicembre 2010 era quello di non applicare alcuna penale per una restituzione anticipata;
la banca, modificando a suo vantaggio le condizioni inizialmente pattuite, ha messo in notevole difficoltà finanziaria la loro cliente;
considerato altresì che a giudizio dell'interrogante i comportamenti descritti, che vedono la Cariparma di Bologna protagonista in negativo nei confronti della signora Meier, messa in difficoltà nell'onorare la restituzione del prestito ricevuto dall'ottusaggine e forse dalla malafede dei dirigenti, dovrebbero essere sanzionati dalle autorità che hanno il dovere di esigere correttezza e trasparenza nei rapporti tra banche ed utenti dei servizi bancari,
si chiede di sapere:
se il Governo condivida i comportamenti delle banche che, dopo aver ricevuto un prestito triennale di 270 miliardi di euro dalla Banca centrale europea al tasso dell'1 per cento, continuano a vessare le piccole e medie imprese e le famiglie, con tassi e condizioni capestro, insostenibili per la ripresa delle attività produttive e la crescita economica;
se non ritenga doveroso promuovere interventi normativi affinché le autorità vigilanti monitorino le condizioni poste dal sistema bancario italiano per le richieste di affidamenti e prestiti e le ragioni del loro rifiuto.
(4-07471)
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
si legge su "Il Sole-24 ore" del 12 maggio 2012: «Nel quarto trimestre del 2011 continuano a crescere le perdite potenziali sui derivati Otc (Over the counter) sottoscritti dagli operatori del settore (enti locali, imprese, società finanziarie, istituti di credito probabilmente piccoli) con le banche italiane. Dopo la forte ripresa registrata a settembre scorso, infatti, a fine dicembre gli "ammanchi" passano da 65,2 a 66,5 miliardi con un aumento dell'1,9 per cento. Il numero di nuovi contratti, invece, diminuisce complessivamente del 4,3% a 35.378 soggetti coinvolti (36.968 il trimestre precedente). È questo lo spaccato fornito dalla base informativa pubblica di Bankitalia che se da un lato segnala nel quarto trimestre del 2011 un aumento delle perdite potenziali dei clienti delle banche dall'altro indica altrettanti utili (66,5 miliardi, appunto) messi a bilancio dagli istituti di credito italiani sulla vendita di questi swap. Il numero di amministrazioni pubbliche che hanno derivati in perdita continua a diminuire. Il calo nel quarto trimestre è del 7,7% (da 260 a 240 enti) mentre l'ammanco potenziale aumenta marginalmente da 3,8 a 3,9 miliardi: la perdita media per operatore passa da 14,9 a 16,2 milioni. Questo aumento potrebbe voler dire che i contratti in essere (o la rinegoziazione di vecchi accordi, visto che i nuovi swap sono bloccati dal 2008 in attesa del via libera al regolamento del ministero dell'Economia) stanno producendo sempre più perdite per quegli enti locali che non hanno ancora deciso di estinguere anticipatamente i contratti, situazione che si sta sempre più verificando in questi mesi»;
si legge nell'articolo che per le società finanziarie «si registra una diminuzione di soggetti coinvolti (da 451 a 426) e a un aumento marginale delle perdite complessive (+0,4%), giunte a 9,7 miliardi per un ammanco medio per operatore di 22,7 milioni. In questa categoria potrebbero rientrare i sinking fund, ovvero i fondi che alcuni enti locali pongono a garanzia delle operazioni di finanziamento attuate con le banche. Per questo motivo il sospetto è che le perdite potenziali degli enti locali potrebbero andare ben oltre i 3,9 miliardi registrati nella sola voce "amministrazioni pubbliche". Anche il numero di aziende coinvolte diminuisce (da 28.189 a 27.400, -2,8%) mentre le perdite potenziali crescono del 3,6% da 7 a 7,3 miliardi: la perdita media per impresa sale a 268mila euro. I numeri per le famiglie produttrici (tra queste anche alcuni tipi di imprese) e consumatrici sono relativamente piccoli: rispettivamente le prime sono 2.576 e perdono 68 milioni (+6%, una media di 26míla euro per operatore) mentre le seconde sono 3.749 per un ammanco potenziale di 136 milioni (in media 36mila euro). Gli istituti di credito (presumibilmente piccoli) che perdono potenzialmente verso il sistema bancario italiano diminuiscono come numero (-3,1% a 532 unità) ma le perdite potenziali passano da 26 a 27,7 miliardi per una perdita media di 52 milioni per operatore. Buona parte di questi swap Otc sono collegati alla variazione dei tassi d'interesse. Il quarto trimestre del 2011 ha visto l'Euribor a tre mesi su livelli molto bassi (1,36%) mentre il tasso swap a 30 anni ars 30) è sceso dal 2,66 a 2,56 per cento. "Sembra quasi sostiene Giampaolo Galiazzo, della società di consulenza indipendente Tiche di Treviso - che il calo dei tassi sia a breve sia a lungo termine continui a produrre un aumento delle perdite in derivati, se pur più contenuto rispetto al trimestre precedente. Il punto è che non può essere soltanto questo il motivo. Purtroppo Banca d'Italia non fornisce una misura dei costi complessivamente applicati ai contratti in essere, come fa invece l'Isvap nel suo rapporto annuale"»;
considerato che:
Adrian Blundell-Wignall e Paul Atkinson, in un articolo recentemente pubblicato su "OECD Journal: financial market trends", affermano che «i derivati hanno riguardo al rischio di fallimento le stesse caratteristiche degli strumenti di debito tradizionale senza però creare nessun investimento diretto nell'economia. I derivati spostano semplicemente il rischio non lo eliminano a livello aggregato. Quando una controparte in uno scambio di derivati fa un grosso guadagno un'altra ha una perdita corrispondente e quella perdita può portarla al fallimento. Con i derivati il rischio finanziario sistemico aumenta perché essi fanno salire la leva e generano una catena di relazioni tra più partecipanti dove ciascuno di essi deve essere in grado di assolvere alle proprie obbligazioni pena l'impossibilità di assolvere da parte di tutti. In questo modo i derivati aumentano il rischio sistemico di interconnessione senza aggiungere capitale azionario o obbligazionario all'economia» (si veda "la Repubblica" del 16 gennaio 2012);
si legge ancora nell'articolo citato: «Infine, ed è il punto più delicato, l'offerta di derivati è nelle mani di un ristrettissimo numero di banche d'affari. I corifei del mercato e della lotta alle caste dovrebbero preoccuparsi prima di tutto di questa casta che ha prodotto una crisi che è costata al mondo occidentale tra i 10.000 e 20.000 miliardi facendolo precipitare in recessione e scatenando una "guerra tra poveri"»;
664 enti pubblici, tra cui 18 Regioni, 42 Province, 45 capoluoghi e 559 Comuni avrebbero investito in "derivati" per oltre 35 miliardi di euro, circa un terzo del debito complessivo accumulato dagli enti locali stando ai dati del 2009. Le perdite conseguenti all'adozione di questi strumenti finanziari, per i soli enti pubblici appena ricordati, potrebbero arrivare a superare i 10 miliardi di euro, su di un totale complessivo che, ad ottobre 2011, era stimato per l'Italia in 52,2 miliardi, una cifra equivalente a oltre il 60 per cento del costo delle pesantissime manovre cui gli italiani sono stati sottoposti nel 2011 (si veda l'articolo di M. Frisone e L. Serafini, "Swap, in Italia conto da 52 miliardi", pubblicato su "Il Sole-24 ore" il 1° maggio 2012),
si chiede di sapere:
se al Governo risulti corrispondente al vero quanto riferito dall'articolo per cui la Banca d'Italia non fornirebbe una misura dei costi complessivi applicati ai contratti derivati in essere;
quali siano le valutazioni del Governo relativamente ai fatti riportati;
se non intenda intervenire con urgenza per rendere nulli contratti capestro aventi l'unica finalità di ingrassare i bilanci delle banche, i bonus e le stock option dei dirigenti per fare indebitare al massimo grado intere comunità per generazioni fino a 30/40 anni con spregiudicate operazioni finanziarie;
quali misure urgenti intenda attuare per prevenire fenomeni speculativi a danno degli enti locali e delle piccole medie imprese;
quale sia l'esatto ammontare dei prodotti derivati che le banche hanno collocato presso enti locali, con la promessa di risolvere problemi di finanza locale, che al contrario sono stati aggravati;
quali siano i motivi per cui lo schema di regolamento in materia di contratti derivati è bloccato, a quasi 4 anni dal divieto di stipula sancito dal Consiglio di Stato, presso il Ministero dell'economia e delle finanze;
se non ritenga, alla luce delle pesanti perdite registrate in oltre 66 miliardi sui contratti derivati sottoscritti con le banche italiane, urgente e necessario adottare nel più breve tempo possibile il regolamento di cui al comma 3 dell'articolo 62 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, finalizzato ad individuare la tipologia dei contratti relativi a strumenti finanziari derivati che gli enti locali possono stipulare, provvedendo comunque a stabilire, con il predetto regolamento, il divieto per i piccoli Comuni di sottoscrivere contratti su strumenti finanziari derivati, considerato che l'operatività in derivati, oltre all'assunzione di rischi di mercato connessi all'andamento delle variabili sottostanti, comporta rischi di controparte dovuti all'eventuale inadempienza contrattuale.
(4-07472)
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
è giunta all'interrogante la segnalazione di un imprenditore romano che lamenta di essere vittima di gravissimo illecito posto in essere ai suoi danni da parte della banca Popolare dell'Etruria e del Lazio;
in particolare l'imprenditore si è accorto recentemente che l'istituto permetteva ad un suo ex collaboratore di versare sul proprio conto corrente assegni intestati all'imprenditore stesso per un importo di circa 300.000 euro, consentendogli di apporre firme apocrife fronte/retro nonostante i titoli stessi fossero stati rilasciati dalle compagnie assicuratrici muniti della clausola di non trasferibilità;
l'imprenditore ha chiesto l'intervento di un avvocato specializzato per ottenere una composizione bonaria della vicenda al fine di rientrare in possesso delle ingenti somme illecitamente sottratte, senza ottenere alcun risultato;
la banca continua a non voler rilasciare al cliente tutti i titoli a lui intestati ed incassati da altri;
al momento, di circa 70 assegni non pervenuti, l'imprenditore è entrato in possesso soltanto di 24, gentilmente inviati in fotocopia dalla compagnia Fondiaria-Sai per un totale di 126.250 euro;
tali fotocopie, unitamente alla perizia calligrafica da lui richiesta ad un tecnico regolarmente iscritto al tribunale di Roma, sono da tempo stati recapitati alla sede di Arezzo della banca Popolare d'Etruria e del Lazio;
in data 14 marzo 2012 l'imprenditore provvedeva a presentare denuncia/querela presso la Procura della Repubblica nei confronti dei soggetti interessati per non incorrere nella prescrizione dei termini previsti dalla legge;
a causa dei mancati incassi dei titoli a lui intestati l'imprenditore rischia la chiusura dell'azienda;
considerato che a giudizio dell'interrogante sono oscuri i motivi per cui la Banca d'Italia non provveda a sanzionare duramente, fino alla revoca della licenza dell'attività bancaria, quelle banche che continuano impunemente nelle loro operazioni spregiudicate a danno dei cittadini, delle imprese e degli interessi economici più generali,
si chiede di sapere:
se al Governo risulti che il modus operandi della banca Popolare dell'Etruria e del Lazio rispecchi una prassi diffusa presso gli istituti di credito;
se ritenga che sia arrivato il momento di porre un freno alla prepotenza delle banche, che sfocia spesso nell'illegalità, orientandosi alla tutela dei consumatori, su cui e di cui le stesse banche vivono;
quali iniziative di competenza intenda assumere affinché i cittadini non siano vittima di pratiche illegali e mancanza di trasparenza da parte degli istituti bancari.
(4-07473)
SIBILIA - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Accertata l'esigenza di pervenire ad un ottimale dimensionamento delle istituzioni scolastiche;
considerata la normativa vigente (legge di stabilità per il 2012, di cui alla legge n. 183 del 2011), secondo la quale per acquisire l'autonomia scolastica le istituzioni devono essere costituite da un numero di alunni non inferiore a 600, ridotto a 400 per le istituzioni site nei comuni montani;
tenuto conto che, al momento, il Ministero non dispone di un elenco dei comuni considerati montani;
valutata l'assoluta inopportunità di riferirsi alla legge, a giudizio dell'interrogante anacronistica, n. 991 del 25 luglio 1952, che, sulla base di un parametro esclusivamente riferito al territorio e non alla popolazione (che invece subisce i disagi di risiedere a quote altimetricamente elevate), comprende, tra i comuni montani, ricche e rinomate località marittime (Amalfi, Maiori, Minori, Positano, Cetara, Vietri, Camerota, Ascea, eccetera) ed esclude Comuni i cui centri urbani sono posti ad oltre 900 metri di altitudine (come Frigento);
accertato che è considerato montano il territorio che si eleva oltre i 600 metri di altitudine, si ritiene giusto ed opportuno considerare comunque montani i comuni i cui centri urbani, nonché sedi dei Municipi, sono collocati al di sopra di tale altitudine;
attesa la necessità imminente di provvedere ad ulteriori e definitivi dimensionamenti della rete scolastica,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo, al fine della certezza e dell'equità della norma, ritiene necessario pervenire all'individuazione dei comuni montani secondo un criterio basato anche sulla residenza degli abitanti;
se si ritenga inoltre di considerare quali comuni montani a tutti gli effetti quelli attualmente definiti "parzialmente montani", purché abbiano sempre le caratteristiche di cui sopra.
(4-07474)