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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 720 del 09/05/2012


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritta a parlare la senatrice Mongiello. Ne ha facoltà.

MONGIELLO (PD). Signora Presidente, onorevoli senatori, molti colleghi si chiederanno per quale motivo oggi parliamo di una questione che sembra molto lontana ma che pochi immaginano quanto interessi il nostro Paese ed intere filiere del nostro comparto agroalimentare.

Ogni volta che parliamo in quest'Aula di agroalimentare facciamo quasi fatica, quella stessa fatica che fanno la politica e le istituzioni, le quali sembrano molto distanti da un settore che rappresenta il made in Italy nel mondo, oltre ad essere un qualcosa che significa 245 miliardi di euro di export all'anno e il 15 per cento del PIL di questo Paese.

Ma 1'agricoltura ed il comparto agroalimentare non rappresentano solo il prodotto interno lordo, ma anche produzione di cibo in un mondo la cui richiesta è in continua crescita, grazie anche all'aumento della popolazione e alle migliorate condizioni di vita sul nostro pianeta. L'agricoltura è tutela ambientale. Con il sapiente lavoro dei nostri agricoltori riusciamo a tutelare il nostro territorio. É sicurezza alimentare perché i nostri prodotti sono i più controllati al mondo, oltre a cultura, paesaggio e turismo.

Ebbene, si tratta di condizioni che vanno tutelate e salvaguardate, oltre alla necessità che i nostri agricoltori, oltre a fare della buona agricoltura, possano fare anche reddito.

Ci sono difficoltà che non riusciamo ancora a superare, data la frammentarietà delle nostre imprese, le dimensioni, 1'età e anche una questione culturale che accompagna i nostri uomini della terra.

Pur tuttavia, l'Italia è il Paese al primo posto in Europa con i suoi prodotti di eccellenza, grazie ai suoi 230 marchi di qualità. Conta un milione di lavoratori agricoli altamente qualificati che mi auguro rimangano tali. Spero, quindi, vengano corrette alcune norme del disegno di legge Fornero che destrutturano il lavoro agricolo, annullano conquiste del mercato del lavoro e rendono più agevole il ricorso al lavoro nero. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).

Per questo, faccio presente all'Aula che la Commissione agricoltura, della quale faccio parte, si è adoperata e si adopererà affinché vengano accolte alcune modifiche al testo e soprattutto scompaia la norma di estensione del voucher, la quale modifica dal lavoro occasionale al lavoro stagionale il suo impiego, rendendo vano qualsiasi tentativo di combattere il lavoro nero e il caporalato. Spero vengano accolte anche altre due norme che abbiamo presentato per quanto riguarda sia l'indennità agricola che l'accesso ai limiti pensionistici dei lavoratori agricoli. Mi auguro che a favore di tutto questo l'Aula sappia portare avanti una battaglia non solo culturale ma anche di diritti e tutela dei nostri lavoratori agricoli. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).

Oggi tutti noi parliamo di perplessità sull'accordo UE-Marocco che riguarda la liberalizzazione di prodotti agricoli. Criticità sono state peraltro già formulate nel corso degli interventi di rappresentanti del Parlamento europeo e la stessa Conferenza Stato-Regioni ha deliberato una sua valutazione su detto accordo, soprattutto per quanto concerne le sue parti critiche.

Se qualcuno in quest'Aula pensa che la sottoscritta sia contro il libero mercato non ha compreso ciò di cui stiamo parlando. Se noi ci chiudiamo, gli altri farebbero altrettanto e non mi pare che siamo animati da un sentimento di protezionismo. Ma se i prodotti italiani sono i più controllati al mondo per la tutela dei nostri consumatori, auspichiamo che ci sia la stessa attenzione per tutti gli altri, da un punto di vista sia sanitario che ambientale.

Quando chiediamo per i nostri prodotti una maggiore attenzione per reggere il libero mercato, non significa chiuderci in un recinto, come qualcuno potrebbe pensare. Siamo consapevoli che le arance siciliane sono diverse da quelle di alcuni Paesi africani ma queste ultime saranno sempre più competitive rispetto a quelle italiane sia perché i costi di produzione sono inferiori sia perché il costo del lavoro è di gran lunga più basso di quello italiano. Ma il discorso non è di questa valenza. Oggi molti di questi prodotti sono già presenti sui nostri mercati e nella catena della grande distribuzione organizzata, a cui interessa solo realizzare maggiore remunerazione e determinare le scelte di mercato. Già oggi i nostri prodotti fanno fatica ad essere competitivi a causa dei costi di produzione (gasolio e concime in testa) e, purtroppo, anche per la volatilità dei mercati che penalizza fortemente le filiere agroalimentari meridionali.

Voglio ricordare all'Aula che questo settore non ha ricevuto alcun aiuto in tutti questi anni, soprattutto nel momento in cui aveva maggiore bisogno di sostegno, così come hanno avuto altri settori. Guarda caso, grazie all'opera sapiente degli agricoltori italiani, si è mostrato anticiclico e ancora riesce a catturare nuovi mercati. Non si può, però, competere se si abbassano le condizioni di accesso. Noi competiamo solo su qualità, filiera ed eccellenza.

Posso chiedere al Governo italiano - mi rivolgo al sottosegretario Braga - perché ancora manca la carta di identità dei nostri prodotti? Posso chiedere perché, ad un anno dall'approvazione della legge sull'etichettatura degli alimenti, votata all'unanimità dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica e quindi voluta dall'intero Parlamento, essa ancora non può essere applicata perché mancano i decreti attuativi? Cosa aspetta il Governo italiano a dare piena attuazione a quella legge? (Applausi dei senatori Fleres e Scarpa Bonazza Buora).

Noi abbiamo il dovere, da una parte, di tutelare i nostri prodotti e, dall'altra, di consentire ai consumatori di sapere esattamente cosa stanno mangiando: questa è la battaglia culturale che stiamo facendo nella presente legislatura ed è ciò che le stesse organizzazioni agricole hanno evidenziato al ministro Catania.

Concludo il mio intervento sottolineando che l'agroalimentare può essere considerata la leva competitiva del nostro Paese, anche grazie al sapiente lavoro degli agricoltori italiani. Dobbiamo, però, crederci: devono crederci il Governo, il Ministro delle politiche agricole e anche quello dell'economia e delle finanze.

Ripartiamo dalla terra, dai nostri paesaggi, dal nostro lavoro e dalla nostra produzione, che è la nostra ricchezza, e forse ce la possiamo fare. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e del senatore Fleres).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, premetto una nota personale: io sono vegetariano, prevalentemente vegano, e quindi "frequento" con una certa assiduità frutta e verdura; premetto anche di avere un salario al di sopra della media nazionale, anzi spropositatamente al di sopra della media nazionale.

Ricordo che in passato, quando entrava sul mercato un nuovo prodotto e si abbassavano i prezzi, gioiva la gente che non aveva il mio salario ma un salario più basso. Sembra di capire che invece oggi questo meccanismo non funzioni più, sia perché i prodotti che arrivano sono di qualità scadente (poi affronteremo nel merito il motivo), sia perché il problema è rappresentato dai produttori e non dai consumatori. Credo che in un momento di crisi anche questo ragionamento debba essere portato avanti con una serie di distinguo.

Inoltre, sarei curioso di sapere chi sono e a quali partiti appartengono i 369 eurodeputati che hanno votato a favore di tale Accordo. Infatti, tutte le voci dell'odierno dibattito, ivi comprese le illustrazioni, si sono dichiarate ad esso contrarie.

Nessuna di queste voci, però, ha evidenziato i due o tre aspetti che avrebbero contribuito ad approfondire il dibattito. Innanzitutto, quante volte in passato (considerato che fortunatamente i rapporti commerciali con il Marocco non sono iniziati quest'anno, ma vanno avanti da decenni) la Commissione europea ha rilevato infrazioni relativamente alla qualità dei prodotti e al rispetto dei dazi e delle imposte? La risposta è che la Commissione europea ritiene che il Marocco si comporti come mediamente fanno tutti gli Stati dell'Unione europea. Quindi, ciò significa che alcuni fanno molto peggio del Marocco.

In secondo luogo, di quanto stiamo parlando? Stiamo parlando di qualcosa che nel «mercato del fresco» (ho imparato che si deve definire così) rappresenta il 3 per cento di ciò che noi troviamo all'interno dell'Unione europea. Sembra che l'ortaggio incriminato sia il pomodoro. Ebbene, questo benedetto o maledetto pomodoro non riuscirebbe neanche in Francia (il mercato verso il quale prevalentemente il Marocco esporta è quello francese), dove si legge che la produzione nazionale è pari a 646.000 tonnellate all'anno, ad andare incontro ad una domanda di oltre 950.000 tonnellate di pomodoro fresco.

Io credo che ci siano le premesse per andare a fare un accordo commerciale con l'unico Paese che non è stato interessato dalla Primavera araba perché non ne aveva bisogno; ricordo, tra l'altro, che nel 1987 il re Hassan II chiese che il Marocco divenisse Stato membro della Comunità europea, mostrandosi avanti di 25 anni rispetto a molti altri che ancora oggi vogliono entrare nel nostro spazio comune. Gli fu risposto negativamente, perché il Trattato di Roma prevedeva una presenza geografica prevalentemente riconducibile all'Europa storico-politica e, quindi, si tenne fuori il Marocco. Nel frattempo, però, il Marocco non ha come risposta creato delle istituzioni non democratiche o addirittura antidemocratiche, bensì ha sviluppato un suo Stato di diritto e, forse grazie al fatto di essere una monarchia costituzionale, una Costituzione ulteriormente riformata di recente che ha consentito un'alternanza di Governo, applicando delle leggi che sono riconosciute dalla Commissione europea perfettamente in linea con la normativa necessaria per poi entrare in contatto con gli Stati membri dell'Unione europea.

È vero che quando si fanno questi grandi accordi, chiaramente, il piccolo e il medio produttore ne potranno risentire, ma non è automaticamente vero che la grande distribuzione o il grande produttore vadano ad escludere il piccolo e medio produttore, come avviene in Italia, quando si dovrà aumentare a dismisura un'esportazione nei confronti dell'Unione, che comunque esporta verso il Marocco quasi il doppio di quello che importa. Questo accadeva prima dell'accordo commerciale. Ricordo che stiamo parlando di un settore che caratterizza buona parte dell'economia italiana e, come è stato ricordato, avrebbe bisogno di normative e di politiche diverse, ma non di un procrastinare e di una sorta di versione italiana della politica agricola comune (PAC), che ha creato una serie di situazioni simili a quelle che hanno tenuto in vita industrie italiane decotte, grazie a degli aiuti di Stato, che le hanno cancellate tutte dal mercato mondiale. Questo credo sia l'ABC - visto che oggi va tanto di moda utilizzare le prime tre lettere dell'alfabeto - dell'economia, che in qualche modo smentisce queste grida di invasione del nostro mercato con i prodotti che vengono da altrove.

Il caso del Marocco, che ha connotati più in regola di altri Paesi del Nord-Africa, potrebbe essere ripetuto per tanti altri Paesi. Ad esempio, la Tunisia migliorerà, di sicuro miglioreranno i nostri rapporti nei suoi confronti e si spera che anche con la Tunisia si vada a firmare un accordo che in parte possa replicare alcune delle caratteristiche di questo con il Marocco, ed estendersi magari ad altri Paesi, come l'Egitto o con l'Africa sub-sahariana. Questo perché, continuando a chiuderci, purtroppo, devo dire, sotto tutti i punti di vista, al progresso o allo sviluppo umano nel resto del mondo, consentendo loro di produrre alcune cose che hanno un basso tasso di innovazione e di investimento, seppur nell'industria agroalimentare - e comunque anch'esse sono necessarie - noi costringiamo questi disgraziati a dover scappare da zone dove non c'è né lavoro né tanto meno, mercato interno e a venire a casa nostra. Tutto questo con leggi che il Governo Berlusconi ha previsto fin dall'inizio della sua iniziativa sulle tematiche dell'immigrazione, leggi che addirittura sono arrivate a criminalizzare coloro che sono sul suolo patrio senza un necessario permesso di soggiorno.

Queste persone che non hanno un permesso di soggiorno, dove vanno a finire? Ricordo che queste persone ci sono: noi abbiamo mezzo milione di persone che non hanno una regolarizzazione, pur essendo presenti e lavorando. Vanno a lavorare nel settore agroalimentare, e prevalentemente nel settore delle costruzioni e, quindi, non soltanto vengono sfruttate, non soltanto contribuiscono ad un ulteriore mercato sleale all'interno del nostro Paese, ma vanno contro tutte le raccomandazioni che sono state fatte dalle associazioni di categoria e che vengono molto spesso articolate nelle premesse di queste mozioni, che dovrebbero avere come primo problema il rispetto della legge.

Noi sappiamo che in Italia non esiste la certezza del diritto e non esiste purtroppo lo Stato di diritto democratico. Mi soffermo allora sulla richiesta di un impegno al Governo affinché questo duplichi - perché se oggi non lo stesse facendo avrebbero dovuto esserci decine di denunce nei mesi scorsi - le iniziative che già avvengono normalmente sul controllo della qualità e, soprattutto, sulla richiesta di stringente attenzione a che i nostri dazi vengano sollevati, imponendoli ad altri. È questo che infatti tale Accordo prevede. Chiaramente, quando esportiamo, noi vogliamo che non ci siano le tasse, mentre quando si importa chiaramente si vanno a imporre. Se bisogna trovare un ulteriore accordo, io non mi unirò minimamente a questo. Non perché io abbia scoperto l'acqua calda o detto delle verità con la V maiuscola, ma perché esiste da sempre un rapporto bilaterale con il Marocco che è invidiabile rispetto a quelli stipulati con molti altri Paesi (anche di altre parti dell'Europa), e ritengo che occorra riprendere in considerazione questi testi nella ridiscussione di alcune parti (e, magari, non sarebbe male coinvolgere anche la Commissione esteri). Non si renderebbe, infatti, un buon servizio né alla nostra economia, intesa come le esigenze dei consumatori in un momento di crisi, né ai rapporti bilaterali con il Marocco, e tanto meno allo Stato di diritto che, purtroppo, sappiamo non essere la nostra migliore carta di presentazione in Europa. (Applausi del senatore Amato).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Aderenti. Ne ha facoltà.

ADERENTI (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, noi riteniamo giusti ed utili gli sforzi che l'Unione europea sta compiendo nell'attuazione di una politica di buon vicinato, nella convinzione che lo sviluppo politico ed economico, anche dei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, sia indispensabile a garantire la pace e la prosperità all'Europa stessa. Apprezziamo, altresì, il sostegno che le istituzioni europee intendono dare alla transizione democratica nei Paesi del Nord Africa, avviata a seguito delle vicende della cosiddetta Primavera araba. Questo, però, non deve significare che si debba accettare qualsiasi iniziativa, soprattutto se questa avviene a scapito dei nostri agricoltori, già penalizzati dall'aumento dei costi di produzione, dalla speculazione sulle materie prime con un abissale divario tra i prezzi alla produzione e quelli alla vendita e dagli aumenti della tassazione sugli immobili rurali.

Il nuovo Accordo tra Unione europea e il Regno del Marocco se, da un lato, sembra rafforzare la posizione degli esportatori europei di prodotti agricoli trasformati sul mercato marocchino, dall'altro consente l'immediata liberalizzazione del 55 per cento delle importazioni provenienti dal Paese nordafricano, non più soggette a dazi doganali, favorendo così un aumento delle concessioni nell'intero comparto dell'ortofrutta.

I prodotti agricoli marocchini costituiscono già l'80 per cento circa delle importazioni da parte dell'Unione europea. L'ulteriore liberalizzazione prevista dall'Accordo che stiamo discutendo oggi in Aula prospetta, per il settore agricolo europeo ed italiano, una situazione allarmante in grado di destabilizzare una già difficile realtà produttiva e di mercato. In particolare, l'importazione di pomodoro marocchino potrebbe determinare un vero e proprio danno al mercato euromediterraneo, dal momento che risulta che le importazioni dal Marocco raggiungeranno, nel 2014, un livello di poco inferiore alle 300.000 tonnellate. Già alla fine dello scorso anno, i quantitativi di pomodoro importati nell'Unione europea e provenienti dal Marocco hanno sfiorato le 90.000 tonnellate, con un aumento di oltre il 70 per cento rispetto al 2009, determinando così quotazioni inferiori al prezzo stabilito di entrata (che equivale a 0,46 centesimi al chilo).

Questo Accordo, oltre a prevedere un aumento delle concessioni nel comparto dell'ortofrutta, dispone inoltre che le produzioni marocchine accedano al mercato comunitario in periodi diversi rispetto a quelli di commercializzazione europea provocando ulteriori gravi ripercussioni sui prezzi di mercato.

Noi pensiamo che questo non sia il modo giusto di instaurare sane (e, lo ripeto, sane) relazioni commerciali, consentendo ai Paesi extracomunitari di diventare nostri acerrimi concorrenti, non fosse altro perché in Marocco non esiste né la tutela del lavoro (e infatti si registra lo sfruttamento del lavoro minorile), e nemmeno la tutela sociale, permettendo ai propri produttori di usufruire di costi di produzione molto, molto più bassi dei nostri e di quelli europei, tenuto conto infine che il costo del lavoro in Marocco è di pochi euro al giorno per unità.

L'attuazione dell'Accordo, nei termini stabiliti, instaura infatti una situazione di concorrenza sleale sia con riferimento alla mancata compatibilità con le vigenti normative europee sul lavoro e sull'ambiente, sia con riferimento ai prezzi di entrata di alcuni prodotti.

Secondo i dati del Ministero dell'agricoltura di Rabat, un chilo di pomodori a grappolo viene venduto in media a 22 centesimi al chilo nei mercati marocchini; ci vogliono 90 centesimi per acquistare lo stesso quantitativo in un mercato italiano; le arance costano 19 centesimi al chilo in Marocco, 69 centesimi in media in Italia, mentre per acquistare un chilo di fragole al mercato italiano servono 3,80 euro, il quadruplo rispetto al prezzo all'ingrosso in Marocco, che è di 80 centesimi.

La Lega Nord, nell'interesse di tutti gli agricoltori del nostro Paese, intende evidenziare le criticità che derivano da questo Accordo e chiede al Governo di intervenire affinché il comparto agricolo nazionale non sia penalizzato irrimediabilmente da una intesa che è molto più favorevole agli agricoltori del Marocco piuttosto che a quelli italiani. Non ci venite a dire per l'ennesima volta che proponiamo solo pregiudizi e chiusure. Il mercato agricolo ha le sue regole e le sue condizioni: regole che non guardano in faccia nessuno; condizioni che, però, devono essere uguali per tutti per tutelare e realmente aiutare tutti. (Applausi dei senatori Vallardi e Scarpa Bonazza Buora).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, onorevoli senatori, l'Accordo commerciale con il Marocco, stipulato con l'Unione europea lo scorso 16 febbraio, prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti che potranno essere importati a tariffe doganali basse o addirittura pari a zero. Eliminerà immediatamente il 55 per cento delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e di pesca marocchini e il 70 per cento delle tariffe sui prodotti agricoli e di pesca dell'Unione europea in 10 anni. L'accordo dovrebbe entrare in vigore a maggio 2012 e condurrebbe in pratica alla liberalizzazione del commercio agroalimentare tra Unione europea e Marocco, con prevedibili effetti catastrofici per la nostra agricoltura.

La preoccupazione del nostro Gruppo, l'Italia dei Valori, nasce dall'accoglimento delle obiezioni che sono state avanzate anche in sede europea relativamente alla bontà dell'Accordo: obiezioni che riteniamo non solo fondate, ma soprattutto compatibili con le problematiche che quotidianamente affrontiamo e tentiamo, per quanto ci è possibile, di risolvere.

Nelle intenzioni della maggioranza dei deputati del Parlamento europeo, l'Accordo commerciale ha l'obiettivo di sostenere la transizione iniziata con la cosiddetta Primavera araba, pensando che attraverso un incremento del commercio fra Unione europea e Marocco si possa ragionevolmente condurre tali Paesi a una fase di ripresa non solo politica, ma anche sociale ed economica. Di fatto, però, l'Accordo apre, allo stato attuale delle cose, un evidente problema di distorsione del mercato, legato alle differenti condizioni del lavoro in Europa e in Marocco.

Per i nostri produttori la concorrenza diverrebbe insostenibile: in Marocco una giornata di lavoro costa circa 5 euro, contro i 60 euro medi in Italia, senza dimenticare l'utilizzo del lavoro minorile e l'assenza totale di diritti sindacali, indispensabili per la ratifica di un accordo. D'altra parte, soprattutto lo sfruttamento del lavoro minorile è l'aspetto peggiore sul quale si concentra l'attenzione del nostro Gruppo. Le nostre aziende ortofrutticole si troverebbero dunque a dover competere a pari condizioni di concorrenza con produzioni provenienti da un contesto nel quale il lavoro non è tutelato a livello sindacale e i costi produttivi e del lavoro sono di pochi euro al giorno, e comunque di gran lunga più bassi rispetto ai nostri standard interni.

L'Italia in particolare sarebbe la prima ad essere danneggiata. Non si tratta di essere protezionisti, tanto meno di essere contrari alla crescita di Paesi che vivono in condizioni di maggiori difficoltà, situazione che invece da sempre auspichiamo nei nostri interventi di Gruppo e che rientra nelle nostre reali intenzioni politiche. C'è anche un aspetto sanitario da non sottovalutare, che non vorrei analizzare ora; è proprio il quadro generale che preoccupa.

Accordi di questo genere, comunque, non risolvono per l'Italia dei Valori problemi di crescita, bensì creano situazioni di nuova povertà, danneggiando un settore come quello agricolo che sta affrontando una crisi senza precedenti e su cui, ricordiamolo, si concentra ancora una buona fetta del nostro sistema economico, soprattutto per ciò che riguarda le Regioni del Meridione, già sufficientemente investite dalla crisi economica mondiale e che vengono ancora vessate da questo Governo con tasse, tasse e ancora tasse per questo settore.

L'Accordo oltretutto dovrebbe entrare in vigore ora, all'inizio di maggio 2012, proprio quando gli agricoltori saranno chiamati a fare i conti con la nuova IMU. Insomma, stiamo dando l'ultimo colpo alla nostra economia. Come spesso avviene ultimamente, sono ancora i soliti - noti, purtroppo - a farne le spese: i settori deboli, quelli più soggetti a ciclicità incontrollabili, quelli che ancora una volta non hanno altra possibilità se non quella di subire passivamente i sacrifici che vergognosamente chiediamo.

Quello sottoscritto è un Accordo squilibrato, che certo non salvaguarda i principi di reciprocità delle condizioni produttive, che devono essere alla base di qualsiasi intesa; reciprocità che ha l'onere di garantire agli operatori economici di ciascun Paese la possibilità di competere con pari condizioni di concorrenza. Con tale Accordo, infatti, sarà possibile importare indiscriminatamente prodotti dal Marocco ed esportare dall'Europa prodotti industriali, scatenando così, purtroppo, un'ennesima guerra tra poveri. I consumatori marocchini vedrebbero aumentati i costi dei prodotti agricoli nel loro Paese e i produttori siciliani, meridionali e del Sud Europa verrebbero messi in una condizione di estrema disuguaglianza. Certamente l'Unione europea tende a stipulare questi accordi per aprirsi a nuovi mercati e per incrementare le proprie esportazioni, e capiamo anche le ragioni politiche sottese a quest'Accordo, ma tali aperture non possono penalizzare l'economia di intere aree comunitarie, soprattutto, lo ripetiamo sempre, alla luce dell'attuale congiuntura economica recessiva che colpisce il nostro Paese.

I popoli del Sud del Mediterraneo vanno aiutati senz'altro, ma sicuramente non a danno delle regioni più povere d'Europa. Per questo motivo, chiediamo al Governo di operare utili controlli al fine di arginare tutti gli squilibri che potrebbero derivare da un Accordo di simile entità. Chiediamo un serio monitoraggio degli impatti reali sui settori investiti, con l'impegno ad adottare tutte le iniziative che contribuirebbero a raggiungere risultati bilanciati, che in primo luogo tengano conto di un parallelo dovere di tutela della nostra produzione nazionale al fine di non apportare addirittura peggioramenti a una situazione economica complessiva già fortemente critica e precaria.

Allo stesso tempo, ricordiamo che nel sistema organizzativo italiano tutte le norme esistenti in materia di igiene e di sicurezza contribuiscono ad un rilevante, e a volte eccessivo, irrigidimento delle prassi burocratiche, rappresentando inoltre un costo significativo per chiunque intenda aprire ed avviare un'attività economica. Ecco perché, e mi avvio alla conclusione, richiediamo che il rispetto di tali norme venga puntualmente assicurato e che il Governo effettivamente si adoperi per un monitoraggio costante, segno di responsabilità verso le tante aziende messe in ginocchio da cause spesso a loro non direttamente riconducibili.

Ugualmente, proprio perché come Gruppo dell'Italia di Valori ci riteniamo sempre molto sensibili sul tema del lavoro e dei diritti sindacali ad esso connessi, ci aspettiamo che, congiuntamente ad aperture simili verso questi Paesi, vi sia la giusta attenzione ad una crescita che sia, in primo luogo, legata ad obiettivi di sviluppo sociale, ma anche giuridico e soprattutto civile. Ci auguriamo quindi che tali misure non vengano scisse, in maniera tanto leggera, da un pari bisogno di potenziamento delle garanzie sindacali, sia nel rispetto stesso dei cittadini che in tali Paesi vivono e offrono la propria professionalità, sia in difesa dei nostri lavoratori, delle nostre aziende locali, che, pur con enormi difficoltà, continuano a sostenere il peso di previsioni legislative interne che vincolano il loro operato e che prevedono, in caso di violazione, tutte le amare sanzioni che conosciamo.

Anche in questo caso, chiediamo una maggiore attenzione per i lavoratori interessati, perché possano ancora sentirsi parte di un Paese che come primo obiettivo dovrebbe tutelarli e non semplicemente umiliarli e a volte vessarli, attraverso un istituto che si chiama Equitalia, con l'emanazione di provvedimenti che quasi li dimenticano e li ripongono in un piano secondario rispetto alle solite priorità economiche e affaristiche. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.

FIRRARELLO (PdL). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, sono tra quelli che hanno accolto con simpatia l'insediamento di un Governo di unità nazionale, o quasi, convinto che per il periodo storico che stiamo attraversando potesse essere la soluzione più adatta per dare risposte concrete alla ripresa economica dell'Italia. Non ho condiviso l'ipotesi di elezioni politiche anticipate perché probabilmente il nostro Paese aveva bisogno di interventi immediati per gestire l'imperversare di speculatori voraci che con ferocia si sono accaniti su alcuni Paesi tra i quali vi è l'Italia. Personalmente convengo sulla necessità di interventi forti da parte del Governo sia perché ci avrebbero portato al risanamento, sia perché ci avrebbero fatto capire che il nostro modello di vita in generale non sarebbe stato compatibile con le nostre risorse. In ogni caso, le lacerazioni della politica italiana non avrebbero permesso a chiunque avesse vinto le elezioni di avere la forza di agire drasticamente per la riduzione dei privilegi causati dall'adozione di una contabilità allegra sia in ambito istituzionale che in moltissimi altri ambiti.

Sono troppe le contrapposizioni politiche non disgiunte da quelle sociali e lobbistiche di ogni genere; pertanto, a mio avviso, avremmo corso rischi maggiori ed è per questo che ho ritenuto saggia la via intrapresa dal Presidente della Repubblica. Però, da questo Presidente del Consiglio e da un Gabinetto così qualificato mi aspettavo ben altro. L'idea dell'IMU così com'è concepita distrugge il Paese. L'edilizia è finita e coloro i quali avevano investito per creare anche condizioni di vita più compatibili con le proprie aspettative personali, spesso contraendo debiti da assolvere, si vedono oggi esposti al rischio di vedere vanificati i propri sforzi.

Signor rappresentante del Governo, sempre più spesso ormai ci sentiamo dire se questo Ministero ha un'anima, una capacità d'ascolto, un'idea dello stato dei cittadini che in Italia soffrono la fame. Come si può chiedere l'IMU a chi ha abbandonato un'ex residenza per trasferirsi all'estero per guadagnarsi da vivere? Ormai sentiamo ripetere che l'Italia per crescere ha bisogno dello sviluppo del Meridione, concetto questo indiscutibilmente vero poiché il Centro Nord ha sicuramente meno aspettative di crescita. Signori rappresentanti del Governo, riflettete, poiché così si distruggono le istituzioni locali che costituiscono il baluardo indispensabile per la salvaguardia della democrazia, e questo è un grave errore.

Ritengo l'Accordo tra l'Unione europea ed il Regno dei Marocco per la liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli e ittici un peso troppo grave per gli agricoltori europei che operano nelle aree mediterranee. Un Accordo che è privo del principio di reciprocità, che è essenziale per garantire una concorrenza sana tra gli operatori dei settori economici e per continuare ad offrire ai consumatori prodotti che rispettino alti standard qualitativi. In questo modo concediamo l'esenzione dei dazi doganali, senza nessuna adeguata garanzia per i produttori.

Non è possibile permettere che i nostri mercati - giustamente sottoposti a rigide regole di controllo e sicurezza alimentare per il rispetto e la tutela della salute dei consumatori - competano con altri che non sono obbligati al rispetto di queste regole. Sarebbe come giocare sullo stesso campo, ma con risorse a disposizione completamente favorevoli agli avversari e questo, in un momento difficilissimo qual è quello attuale, non dobbiamo assolutamente permetterlo.

Il già importante vantaggio competitivo, favorevole al Marocco, in molti mercati agroalimentari, potrebbe ulteriormente consolidarsi attraverso questo nuovo accordo bilaterale, causando instabilità soprattutto nelle aree dell'Unione europea vocate alla produzione ortofrutticola. Tali squilibri riguardano i seguenti aspetti: ulteriore aumento delle importazioni di ortofrutticoli freschi marocchini; insorgere di conflitti sul rispetto della sicurezza alimentare, la tutela dell'ambiente ed altri aspetti simili; perdita di occupazione e redditi nei territori comunitari tradizionalmente interessati alla produzione ortofrutticola, tra cui i più penalizzati sono, in particolare, quelli del Meridione e della Sicilia.

A parte i fattori naturali e climatici - che certamente favoriscono il Marocco - le cause dei suddetti squilibri possono essere ricercate in alcuni fattori che consentono l'ottenimento a minori prezzi dei prodotti ortofrutticoli di quel Paese. Un primo esempio è costituito dai bassi costi di produzione e, in particolare, della manodopera. Inoltre, i produttori marocchini non sono soggetti alle severe normative fitosanitarie e ambientali dell'Unione europea (ad esempio, alle norme sulla condizionalità, alle direttive sui nitrati e così via) e ciò ha causato in passato conflitti tra i soggetti istituzionali coinvolti nella commercializzazione degli ortofrutticoli, che lamentano l'incapacità dell'Unione europea di disporre di informazioni utili sui prodotti marocchini prima della loro esportazione verso i Paesi comunitari. In tal modo è plausibile il rischio di trasformare in vantaggio competitivo i minori vincoli che i produttori marocchini hanno, rispetto a quelli dell'Unione europea, in termini di sicurezza alimentare, tutela ambientale ed altri aspetti simili.

Anche l'organizzazione commerciale marocchina è diversa da quella europea. In Marocco esistono, infatti, oligarchie e lobby finanziarie, supportate da strutture centrali di coordinamento che hanno il compito di orientare ed indirizzare costantemente gli esportatori, informandoli sui canali migliori verso cui dirigere i flussi di esportazione in un determinato periodo della campagna di commercializzazione.

Infine, la crescente leadership marocchina negli scambi bilaterali con l'Unione europea avvalora il rischio della scomparsa di migliaia di aziende ortofrutticole europee - soprattutto italiane - a meno di un eventuale processo di riconversione verso produzioni con maggiori capacità competitive o, addirittura, interventi compensativi a favore di quei territori non più in grado di competere con le produzioni provenienti dal Marocco o da altri Paesi terzi del Mediterraneo.

L'Accordo con il Marocco è la rovina definitiva del Meridione, poiché non tiene minimamente conto degli interessi di una parte importante del mondo produttivo italiano che, per le sue specificità territoriali, è situato soprattutto nel Sud del Paese.

Noi ci proponiamo ancora come realtà solidaristica verso coloro che hanno bisogno e, pur essendo l'Accordo una scelta degna di rispetto, non tiene conto delle enormi difficoltà economiche degli imprenditori interessati del nostro Paese. Oggi in Italia le persone si suicidano e penso che il nostro primo dovere debba essere quello di aiutare coloro che sono in grave difficoltà, dando assoluta precedenza a chi ne ha bisogno. Non mi sembra che il presidente Monti si sia posto il problema di disporre immediate e serie compensazioni in favore degli agricoltori meridionali, in particolare siciliani, che subiranno gravissimi danni dalla stipula di questo Accordo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.