Discussione delle mozioni nn. 578, 603, 609, 610, 631 e 632 sull'Accordo Unione Europea-Marocco in materia di commercio di prodotti agroalimentari (ore 18,20)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00578, presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, 1-00603, presentata dal senatore Di Nardo e da altri senatori, 1-00609, presentata dalla senatrice Antezza e da altri senatori, 1-00610, presentata dal senatore Scarpa Bonazza Buora e da altri senatori, 1-00631, presentata dal senatore Viespoli e da altri senatori, e 1-00632, presentata dal senatore Vallardi e da altri senatori, sull'Accordo Unione Europea-Marocco in materia di commercio di prodotti agroalimentari.
Ha facoltà di parlare il senatore D'Alia per illustrare la mozione n. 578.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, colleghi senatori, il nostro Gruppo ha presentato la mozione n. 578 perché l'Accordo commerciale siglato tra l'Unione europea e il Marocco, che prevede la progressiva e reciproca liberalizzazione degli scambi di prodotti agricoli ed ittici, dà adito ad alcuni dubbi in ordine ai diritti degli agricoltori, alla lotta contro le frodi, alla protezione dell'ambiente e alle norme di sicurezza alimentare. (Brusìo).
PRESIDENTE. Scusi se la interrompo, senatore D'Alia.
Colleghi, scusate, ma devono essere illustrate 6 mozioni. Chiedo, in particolare ai colleghi accanto al senatore D'Alia, che gli consentano di intervenire in un clima un po' più ordinato.
Prego, senatore D'Alia.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Grazie, signora Presidente.
Inoltre, come da più parti riconosciuto, tale Accordo è dannoso per l'economia... (Brusìo. Richiami della Presidente).
PRESIDENTE. Scusi, senatore D'Alia, sospenda l'intervento un altro momento.
Onorevoli colleghi, scusate, ma come pretendete che il senatore D'Alia intervenga in queste condizioni?
Riproviamo, senatore D'Alia.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Grazie, signora Presidente.
Vi sono quindi una serie di criticità per il Paese, ma in particolar modo per le Regioni del Sud, oltre che ovviamente per la Sicilia e noi riteniamo anche per la stessa economia marocchina.
Basti pensare che anche il relatore del provvedimento in sede di Parlamento europeo ha ritirato il suo nome dal documento e ne aveva proposto la bocciatura, considerando l'Accordo dannoso per gli europei in quanto gli agricoltori dell'Unione europea sono unanimemente contrari, nell'interesse loro e dei marocchini che vedrebbero distrutta la loro capacità di produzione di latte, carne e cereali, di fronte all'import dall'Europa.
Questa intesa apre infatti molteplici problematiche: oltre alla questione riguardante l'inclusione nell'accordo del Sahara Occidentale che da anni rivendica l'indipendenza dal Marocco e rispetto al quale si lamenta la sistematica violazione dei diritti umani ai danni del popolo saharawi, oltre al problema riguardante la pesca, sia perché le liberalizzazioni creano ulteriori danni al già provato settore ittico italiano, sia perché in questo modo si apre la strada ad un ulteriore sfruttamento degli stock ittici del già sovrasfruttato Mediteraneo, la questione principale riguarda l'impatto dell'Accordo Unione europea-Marocco sui piccoli agricoltori e in particolare sul settore ortofrutticolo dei Paesi dell'Europa mediterranea, specie in un contesto come quello italiano, in cui già il settore ortofrutticolo subisce una drastica contrazione dei prezzi all'origine.
Infatti, la liberalizzazione del commercio di prodotti agricoli prevista dal trattato tenderà a favorire le lobby dei grandi gruppi alimentari e la distribuzione organizzata.
Tale Accordo ci ricorda che purtroppo soccombiamo troppo spesso rispetto agli interessi dei Paesi del Centro-Nord Europa, che approfittano per importare prodotti dell'agricoltura... (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi un attimo, senatore D'Alia.
Scusate, colleghi. La Presidenza non vuole essere particolarmente petulante, però il livello di brusìo è veramente irrispettoso per il collega che sta intervenendo.
Prego, senatore D'Alia.
D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Dicevo che tale Accordo ci ricorda che troppo spesso soccombiamo rispetto agli interessi dei Paesi del Centro-Nord Europa che approfittano per importare prodotti dell'agricoltura mediterranea a bassi prezzi, in primis pomodori ed arance, mentre, ad esempio, in occasione della ratifica degli accordi con il Mercato comune del Sud (Mercosur), la Commissione europea ha preteso la definizione di studi particolareggiati per valutare l'impatto economico sull'importazione di prodotti agricoli concorrenziali rispetto a quelli continentali del Nord Europa come carne e latte.
Quando invece si tratta di prodotti provenienti dal Sud dell'Europa, che riguardano spesso un'agricoltura appannaggio di piccoli operatori, in sede comunitaria non si presta la stessa attenzione, definendo ad esempio appositi quantitativi e calendari di importazione.
È evidente quindi come questo Accordo non interpreti le ragioni dell'agricoltura mediterranea ma piuttosto traduca interessi e poteri economici forti in cui vengono privilegiati gli interessi delle industrie del Centro-Nord europeo a danno dell'agricoltura meridionale e dei consumatori marocchini. Così, mentre questi vedranno aumentati i costi dei prodotti agricoli nel loro Paese, i produttori siciliani, meridionali e del Sud Europa verranno messi in una condizione di disparità. Infatti, questo Accordo porterà i nostri prodotti a competere al ribasso, in una situazione di crisi economica e sociale di tutti i Paesi europei del Mediterraneo.
Se per le autorità marocchine questo Accordo rappresenta un'iniezione di credibilità quanto mai necessaria, esso al contrario rischia di portare un pregiudizio per i piccoli agricoltori marocchini.
In base all'Accordo verrà esentato dai diritti di dogana il 55 per cento delle derrate esportate dal Marocco verso l'Europa, contro il 33 per cento attuale. Nel giro di 10 anni verrà poi esentato dai dazi il 70 per cento delle esportazioni europee verso il Marocco, contro l'1 per cento attuale.
In sostanza, questo Accordo produrrà conseguenze negative non solo per i Paesi dell'Europa meridionale, ma anche per le stesse famiglie marocchine dedite all'agricoltura, che rappresenta il 20 per cento del mercato del lavoro. L'Accordo ridurrà infatti in maniera permanente l'autonomia agricola del Paese, esponendo i consumatori marocchini alla speculazione dei mercati mondiali sui prodotti agricoli.
Di fatto, invece di sostenere gli agricoltori marocchini, l'Accordo aumenterà le esportazioni dell'Unione europea del 50 per cento e quelle del Marocco del 15 per cento. Sono piuttosto le aziende europee produttrici di cereali e latte in polvere che aspettano quest'accordo. Come anche le multinazionali del settore agroalimentare. Per quanto riguarda il Marocco, le poche società che esportano frutta e verdura aumenteranno i loro guadagni. I beneficiari dell'Accordo saranno quindi le grandi aziende europee, mentre sarà l'agricoltura marocchina a conduzione familiare a rimetterci.
Ora, il partenariato euromediterraneo, il cosiddetto processo di Barcellona, che dovrebbe portare ad una zona di libero scambio tra l'Europa e i Paesi del Nord Africa, deve essere improntato a principi che rispettino e valorizzino le realtà economiche di tutti i Paesi coinvolti e in particolare il settore agricolo. Tuttavia, sembra si siano persi di vista gli stessi obiettivi del «processo di Barcellona».
L'Italia ha inoltre sempre scarsamente difeso le proprie produzioni agricole, specialmente del Sud, a scapito dei prodotti spagnoli, marocchini e tunisini che hanno invaso i nostri supermercati e le tavole di tutti gli europei. Non è un caso, ad esempio, che le più grandi aziende di distribuzione alimentare siano francesi (che hanno, ovviamente, dei legami particolari con le ex colonie) e che i prodotti che vi si acquistano non siano italiani.
Si pensi che il Marocco ha creato 1.200 ettari di nuovi impianti per la produzione di agrumi. Secondo il Ministero dell'agricoltura marocchino, quest'anno la produzione aumenterà del 6 per cento rispetto alla stagione precedente, per un totale di 1,86 milioni di tonnellate. Secondo l'Associazione di produttori di agrumi del Marocco, l'aumento dell'offerta si tradurrà in un incremento dell'8 per cento delle esportazioni.
La produzione marocchina di arance è stimata in 975.000 tonnellate, il 52,3 per cento del totale degli agrumi. Non è certo ancora quantificabile la percentuale di agrumi che arriveranno in virtù di questo Accordo, tuttavia il panorama agricolo siciliano subirà un forte contraccolpo con gravissime ripercussioni occupazionali.
Se ad oggi, infatti, le arance dal Marocco arrivano a Palermo al prezzo di 30- 35 centesimi al chilo, un prezzo che, in ragione degli attuali dazi doganali, equivale più o meno a quello applicato alle arance siciliane, in futuro il prezzo delle prime potrebbe scendere a 17-18 centesimi al chilo. Una corsa al ribasso insostenibile per i produttori dell'isola.
Le nostre aziende risultano infatti gravate anche dai costi di produzione degli standard normativi europei previsti per il rispetto dell'ambiente, la sicurezza dei prodotti alimentari e la tutela dei lavoratori. La questione delle disposizioni meno restrittive in materia di lavoro o del costo del lavoro inferiore purtroppo si presenta ogni qualvolta si importano prodotti da Paesi in via di sviluppo e rappresenta un elemento di concorrenza sleale spesso sottovalutato o comunque difficilmente quantificabile.
Se da un lato, quindi, devono essere giustamente rispettati i trattati e le regole dell'Unione europea, che già oggi determinano sofferenze nei settori della pesca e dell'agricoltura, dall'altro è contraddittorio ed inaccettabile che la stessa Unione metta gli Stati membri nelle condizioni di subire la concorrenza, sostanzialmente sleale, di mercati diversamente strutturati.
In poche parole, c'è da aspettarsi l'invasione di prodotti ortofrutticoli a bassissimo prezzo provenienti dal Marocco, a tutto vantaggio dei Paesi dell'Europa continentale e con gravissimi danni per le economie dei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. L'Italia, in particolare, sarà la prima ad essere danneggiata.
A ciò si aggiunga che le conseguenze negative di questo Accordo saranno amplificate dalla crisi in cui versa l'agricoltura, in particolare nel Mezzogiorno, attanagliata dalla pesante crisi finanziaria, dall'aumento a dismisura dei costi di produzione, dal calo dei redditi dovuto alla concorrenza sleale, dalla pressione esercitata dagli istituti finanziari sulle imprese agricole, tutti fattori che mettono già a dura prova l'economia locale.
È arrivato il momento di impegnarsi maggiormente nella tutela delle istanze dei sistema produttivo del Sud Italia: nel corso del 2011 ben 50.000 aziende agricole hanno chiuso i battenti.
Gli ultimi rincari del costo del gasolio, inoltre, come è noto, hanno innescato vari movimenti di protesta, in particolare in Sicilia, penalizzata da una politica dei trasporti che privilegia il traffico su gomma e che ha l'effetto di ampliare ancora di più il divario della nostra isola con il resto del Paese e dell'Europa.
Esemplificativo dello stato di disagio della nostra Regione è il «Movimento dei forconi» che, come altri movimenti, denuncia alcune problematiche che fiaccano il settore dell'agroalimentare, quali il caro gasolio e il pedaggio, i flussi di prodotti contraffatti provenienti dai Paesi extracomunitari, la difficoltà di accesso al credito e, soprattutto, il mancato blocco dei debiti che hanno costretto numerosissime aziende in difficoltà a chiudere.
Queste sono le ragioni, signora Presidente, che ci hanno indotto a proporre questa mozione che, ci rendiamo conto, non può essere in qualche modo risolutiva delle questioni e dei problemi che abbiamo sollevato, ma punta a stimolare un'iniziativa del Governo (e già su questo tema abbiamo apprezzato alcune dichiarazioni in passato del ministro Catania) e a far sì che ci sia una forte e autorevole vigilanza del nostro Governo sull'attuazione di questo Accordo e anche alcune iniziative che siano funzionali a far sì che l'adempimento di un testo, che obiettivamente, dal nostro punto di vista, è sbagliato, non comprometta in maniera irreversibile il nostro mercato, il nostro sistema di produzione e, soprattutto, non metta ulteriormente in ginocchio le nostre imprese agricole che si trovano già in una condizione di difficoltà e che rischiano, nei prossimi anni, soprattutto se la crisi si aggraverà, di trovarsi in condizioni di non poter più reggere alcun tipo di concorrenza sul mercato, visto che, ovviamente, anche il loro mercato è cambiato.
Queste sono le ragioni per le quali noi chiediamo che venga approvata la nostra mozione. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e dei senatori Lumia, Pistorio e Scarpa Bonazza Buora).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Piccioni per illustrare la mozione n. 610.
PICCIONI (PdL). Signor Presidente del Senato, colleghe e colleghi, è con un senso di grande motivazione e interesse che prendo la parola per illustrare la mozione in materia di commercio dei prodotti agroalimentari - a prima firma del presidente, senatore Scarpa Bonazza Buora - di cui sono convinto cofirmatario, e che, insieme alle mozioni degli altri Gruppi, evidenzia non poche difficoltà riguardanti la decisione relativa al commercio dei prodotti agroalimentari, peraltro oggetto di forti dubbi rappresentati anche dalle organizzazioni di rappresentanza agricola del nostro Paese.
Sulla scia del progresso civile dei Paesi del Mediterraneo meridionale verso una transizione democratica, e a seguito della cosiddetta Primavera araba, il 16 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha approvato, nonostante dubbi e perplessità, una risoluzione legislativa per il via libera all'accordo tra Unione europea e Regno del Marocco, riguardante alcune misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agroalimentari.
La liberalizzazione degli scambi commerciali e la progressiva integrazione nel mercato interno dell'Unione europea rappresentano un mezzo efficace per lo sviluppo di questi Paesi e possono contribuire a ridurre la povertà diffusa e la disoccupazione, che provocano solitamente problemi di ordine economico, migratorio e di sicurezza. Tuttavia, l'accordo raggiunge solo in parte questo obiettivo.
La sua entrata in vigore, il prossimo maggio, prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti agroalimentari che potranno essere importati a tariffe doganali basse o pari a zero, e l'impatto che ne deriverebbe sarebbe quanto mai gravoso per tutto il settore ortofrutticolo soprattutto dei Paesi comunitari dell'area mediterranea, e più specificamente nel nostro Paese. Ad esempio, quando entreranno a regime i nuovi impianti di produzione degli agrumi, stimati in 1.200 ettari, si prevede che le esportazioni per il Marocco saliranno dall'attuale 6 per cento al futuro 8 per cento; conseguentemente, le produzioni/vendite italiane non potranno che decrementare, a causa del maggior costo di produzione/manodopera italiane rispetto a quelle marocchine.
L'Unione europea ha compiuto un'errata valutazione nel rilevare che queste produzioni andranno a completarsi vicendevolmente. Infatti, l'unica immagine possibile è la loro sovrapposizione, che causerà un'ulteriore perdita di competitività per i prodotti orto-floro-frutticoli sia sul mercato nazionale sia su quello estero.
In breve, i prodotti agroalimentari italiani vantano un alto livello di sicurezza alimentare (il che non si può dire dei prodotti marocchini, in cui i prodotti parassitari sono ancora permessi); caratteristiche qualitative e organolettiche superiori; molti riconoscimenti di indicazioni geografiche protette; tradizioni alimentari e legate ai paesaggi agricoli (ad esempio le coltivazioni a terrazze degli alberi da frutto e degli agrumi).
Quest'accordo mina la competitività economica, creando uno squilibrio tra i mercati dell'Unione europea e quelli del Marocco, con la conseguente perdita di reddito, diminuzione del PIL e disoccupazione per tutti gli impiegati del settore agricolo dei Paesi dell'Unione europea - è risaputo infatti il minor costo della manodopera impiegata in Marocco - con il conseguente aumento dei prodotti agricoli provenienti dal Marocco, con i limiti sopraesposti.
La mozione in esame impegna quindi il Governo a monitorare gli scambi commerciali tra Unione europea e Marocco, in termini di sicurezza e controllo dei prodotti; far rispettare i calendari agricoli e i sistemi dei prezzi in entrata; far rispettare le regole di etichettatura, soprattutto sui prodotti trasformati a base di ortofrutticoli; adoperarsi nelle sedi opportune per salvaguardare i diritti degli agricoltori, la protezione dell'ambiente e della norme di sicurezza alimentare e per sostenere una politica agricola mediterranea, promuovendo la tutela del made in Italy. (Applausi dei senatori Sanciu e Scarpa Bonazza Buora).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Di Nardo per illustrare la mozione n. 603.
DI NARDO (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, la mozione presentata dal Gruppo dell'Italia dei Valori parte dall'assunto che l'aumento degli scambi commerciali, l'abbattimento selettivo delle barriere doganali e quindi la progressiva integrazione del mercato comune possano, anzi debbano rappresentare uno strumento efficace per lo sviluppo di tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sappiamo bene, anche per l'evidenza mondiale che ha assunto il fenomeno della cosiddetta Primavera araba, che la sponda Sud del Mediterraneo soffre degli stessi problemi di povertà e disoccupazione che in un periodo di crisi prolungata come quello che stiamo vivendo affliggono molti altri Paesi europei e tra tutti il Mezzogiorno d'Italia.
Conosciamo quindi molto beni i problemi di ordine economico e migratorio che questa situazione determina in un contesto globale, che va anzitutto capito e governato, perché in tale ambito l'agricoltura diventa un mezzo per monitorare decisioni ben più ampie di quelle che riguardano la dinamica delle relazioni commerciali tra singoli Paesi e che si allargano alla sfera della geopolitica. Il problema è che poi queste strategie globali hanno ricadute dirette e puntuali sulla vita economica nazionale, su settori produttivi fondamentali e, in definitiva, sulla vita stessa delle persone, siano esse agricoltori o cittadini che vorrebbero acquistare prodotti agricoli sani e di qualità.
È dunque necessario, tanto più in una lunga fase recessiva che i Governi, anziché cedere, peraltro in ritardo, a inutili tentazioni protezionistiche sappiano negoziare efficacemente e tenacemente in sede di Unione europea quando si pongono problemi di tanta delicatezza. Ciò non è evidentemente accaduto nel nostro caso, poiché quello che ci troviamo di fronte non è, a detta di tutti, un accordo bilanciato. Abbiamo di fronte un accordo che andava trattato e scritto diversamente, di certo in modo più equilibrato.
Questo tuttavia lo si doveva fare al momento opportuno in sede comunitaria, il che ci deve far riflettere come Assemblee legislative sulle modalità di partecipazione dei parlamentari nazionali alla formazione di atti che poi si riverberano su settori economici tradizionalmente legati alla vita e alla storia dei territori. Ora si possono certo monitorare gli effetti che l'accordo produrrà, quindi renderlo più stringente ed efficace, ma certo si espone il nostro Paese al rischio di concorrenza sleale, tanto più che parliamo di un Paese il cui mercato lavorativo non presenta le stesse garanzie di cui godono, almeno per il momento, i lavoratori di altri Paesi.
Gli altri temi che la mozione ci pone sono relativi alla lotta contro le frodi, alla protezione dell'ambiente e alle norme di sicurezza alimentare. Anche per questi motivi, i parlamentari europei dell'Italia dei Valori hanno espresso forti riserve sull'accordo di cui oggi si tratta, ma nonostante ciò, nel mese di febbraio, il Parlamento europeo, in sessione plenaria a Strasburgo, ha sancito a maggioranza la liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli e ittici. Di certo, è significativo che il relatore al Parlamento europeo si sia dimesso.
Siamo ormai a pochi giorni dall'entrata in vigore dell'accordo, prevista a maggio 2012, che riguarda anche il settore della pesca e che produrrà il raddoppio del numero di prodotti esentati dai diritti di dogana esportati dal Marocco verso l'Europa, contro il 33 per cento attuale. Non ci si è preoccupati sufficientemente degli effetti di questa scelta in una situazione, come quella italiana, in cui il settore ortofrutticolo già subisce una contrazione dei prezzi all'origine e si troverà a competere, non ad armi pari, con produzioni provenienti da un ambiente nel quale i costi di produzione, per via dei diversi standard di controllo, sono molto più bassi. Vi è dunque un rischio serio di distorsione del mercato. Si pensi, soltanto per fare un esempio, che nell'accordo non vi è alcuna clausola in materia di fitofarmaci e, conseguentemente, sulla sicurezza dei prodotti che sarebbero importati.
L'impegno che la mozione pone al Governo italiano è quello di assicurare che non venga pregiudicato il settore agroalimentare e anzi le politiche comunitarie vengono riorientate ad arrecare vantaggi effettivi ai consumatori, alle piccole e medie imprese agricole, agli agricoltori che si impegnano per offrire prodotti di elevata qualità e che sono i primi soffrire le conseguenze della concorrenza sleale.
Dobbiamo inoltre evitare il rischio che le terre coltivate vengano abbandonate e sostituite con più redditizie forme di consumo intensivo dei suoli per finalità energetiche particolarmente impattanti, com'è successo negli ultimi anni. Non vorremmo ritrovarci in breve tempo in una situazione in cui i maxi-impianti fotovoltaici delle multinazionali sostituiranno gli agrumeti del Sud: sarebbe per il Sud un danno gravissimo, visto che il turismo e l'agricoltura sono i due soli settori che riusciamo ancora a governare. Se questo accade, addio: portiamo ulteriore disoccupazione ad un Sud già costantemente e quotidianamente afflitto da questi problemi. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora). Purtroppo sappiamo e abbiamo visto cosa sta accadendo negli ultimi tempi.
Chiediamo quindi al Governo di valutare attentamente l'impatto che l'accordo potrebbe produrre sul settore dell'ortofrutta, adottando tempestivamente le opportune iniziative per assicurare l'equilibrio del sistema agricolo ed il raggiungimento di risultati più bilanciati. Per fare questo è necessario che il Governo recuperi forza negoziale e sappia proporre, portare avanti ed ottenere dai partner commerciali internazionali misure che tutelino la produzione nazionale di qualità e consentano alla stessa un migliore accesso ai mercati europei ed extraeuropei.
In ogni caso, il Governo dovrebbe attivarsi per garantire nelle opportune sedi negoziali che l'accesso dei prodotti al mercato interno dell'Unione sia sempre subordinato al rigoroso rispetto di norme in materia di igiene e sicurezza alimentare, con particolare riferimento all'ambito delle garanzie sanitarie e fitosanitarie; cosa che sappiamo con questo accordo non può avvenire.
Chiediamo inoltre che siano poste in essere verifiche scrupolose sugli scambi di prodotti agricoli, onde garantire il puntuale rispetto delle condizioni bilaterali e delle norme sulla sicurezza alimentare ed ambientale.
Chiediamo infine che il Governo faccia pressione affinché il Marocco, al di là della formale ratifica delle convenzioni della Organizzazione internazionale del lavoro e della adozione di leggi che proibiscono il lavoro minorile, offra migliori e maggiori garanzie in merito alla libertà di associazione e alle complessive condizioni lavorative avviandosi a sottoscrivere anche le convenzioni ONU sulla libertà sindacale e la responsabilità sociale delle imprese.
Riteniamo si tratti di impegni ragionevoli e doverosi che il Governo, per dare un segnale al mondo dell'agricoltura, potrebbe utilmente considerare di fare propri, ovviamente nel rispetto dei trattati e degli accordi internazionali in materia commerciale.
Ecco perché chiediamo al Governo un impegno certo ed incisivo con questa mozione, affinché si tenga conto che è soprattutto il Sud ed è il settore dell'agricoltura del Sud che con questo accordo viene purtroppo penalizzato. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Scarpa Bonazza Buora).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Antezza per illustrare la mozione n. 609.
ANTEZZA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, intervengo per illustrare la mozione presentata dal Gruppo del Partito Democratico sull'Accordo UE-Marocco. Come dicevano poc'anzi i colleghi che mi hanno preceduto, com'è noto il Parlamento europeo nella seduta del 16 febbraio ha approvato una Raccomandazione per il definitivo via libera sul progetto di decisione del Consiglio relativo alla conclusione dell'Accordo tra l'Unione europea e il Regno del Marocco in merito alle misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agricoli, i prodotti agricoli trasformati, il pesce ed i prodotti della pesca. Il Parlamento europeo ha approvato il progetto di Accordo tra l'Unione ed il Marocco con 369 voti a favore, 255 voti contrari e 31 astensioni.
La maggioranza dei parlamentari europei ha ritenuto l'Accordo uno strumento importante per sostenere la difficile transizione democratica in Marocco, sulla scia di una nuova propulsione nel processo democratico avviato nei Paesi del Mediterraneo meridionale dopo le cosiddette Primavere arabe. Tuttavia, sono state sollevate da più parti alcune perplessità in merito ai contenuti dell'Accordo e alle sue implicazioni sulle agricolture degli Stati membri e dell'Europa meridionale. La stessa Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo si era espressa contrariamente all'Accordo nell'ambito della formulazione del proprio parere.
L'Accordo tra l'Unione europea ed il Marocco prevede la liberalizzazione con effetto immediato del 55 per cento dei dazi doganali sui prodotti agricoli e della pesca del Marocco (contro l'attuale 33 per cento) e la liberalizzazione, entro 10 anni, del 70 per cento dei dazi doganali sui prodotti agricoli e della pesca dell'Unione europea.
Inoltre, si stabilisce l'avvio dei negoziati sulla protezione delle indicazioni geografiche e vengono inserite disposizioni sul rispetto degli obblighi internazionali in campo sanitario e fitosanitario.
Il testo, introducendo un incremento dei contingenti esenti da dazi, ha suscitato numerose preoccupazioni relativamente alle eventuali conseguenze negative per alcune Regioni agricole dell'Europa meridionale e, in particolare per determinati settori agricoli, come ad esempio quello ortofrutticolo mediterraneo.
Le stesse organizzazioni di rappresentanza agricola del nostro Paese hanno manifestato forti dubbi verso un progetto che, di fatto, rischia di penalizzare l'agricoltura e la pesca mediterranea e, in particolare, le produzioni nazionali ed ortofrutticole del Mezzogiorno, già pesantemente danneggiate da una congiuntura economica sfavorevole e da un contesto futuro connotato da incertezza e da estrema volatilità dei prezzi all'origine.
Lo stesso Parlamento europeo, considerato il potenziale negativo impatto dell'accordo nei confronti soprattutto delle agricolture mediterranee, e a fronte delle preoccupazioni espresse dalle associazioni di categoria, ha previsto una serie di misure di salvaguardia. Sebbene poi abbia espresso parere favorevole all'accordo, ha contestualmente approvato, con 398 voti a favore, una Risoluzione che denuncia la possibilità di frodi nell'ambito del regime dei prezzi di entrata e di violazioni delle norme previste dal testo, chiedendo quindi alla Commissione europea di monitorare con attenzione il rispetto delle quote e di rafforzare i controlli alle frontiere per evitare frodi e violazioni dei prezzi di importazione.
Con questa Risoluzione, il Parlamento chiede garanzie affinché i futuri contingenti tariffari previsti dall'Accordo continuino ad essere opportunamente regola dall'Unione europea e non vi siano interpretazioni errate dell'applicazione del meccanismo del prezzo in entrata.
Lo stesso Parlamento solleva inoltre la questione sanitaria e fitosanitaria per il futuro delle relazioni commerciali con il Marocco, chiedendo che l'assistenza tecnica costituisca un tema centrale dei negoziati per la conclusione di un accordo di libero scambio globale e approfondito ed invita, dunque, la Commissione europea a promuovere l'equivalenza delle misure e dei controlli tra il Marocco e l'Unione europea per quanto concerne le norme ambientali ed in materia di sicurezza alimentare, in modo da garantire una concorrenza equa tra i due mercati. Chiede perciò alla Commissione europea di procedere ad una valutazione d'impatto dell'Accordo sugli agricoltori europei, un elemento quest'ultimo necessario per garantire il principio della reciprocità delle regole commerciali ed evitare che il non rispetto da parte di partner stranieri degli elevati standard europei in materia di lavoro, qualità e sicurezza alimentare, si traduca in un vantaggio competitivo.
È ovvio che per il sistema agricolo italiano questo Accordo è assai penalizzante, in quanto non tiene conto tra l'altro dei diversi standard produttivi in termini di qualità, rispetto dell'ambiente, nonché dei costi di produzione e di manodopera assai diversi nei due contesti.
Non va sottaciuto, tra l'altro, che anche la Conferenza Stato-Regioni ha già avuto modo di esprimere preoccupazioni, evidenziando gli effetti particolarmente destabilizzanti per l'economia, per i giovani e per le prospettive di sviluppo dell'agricoltura e della pesca, che sarebbero derivati dalla sottoscrizione di tale Accordo.
Dal punto di vista dell'impatto economico, infatti, la ratifica dell'Accordo sottopone il mercato comunitario a rischi, causati dalle potenziali ricadute economiche negative nei territori specializzati nella coltivazione di ortaggi e di altre produzioni mediterranee, come agrumi, olive, frumento, fragole, pomodori e così via.
Inoltre sottolinea che, contrariamente a quanto già avvenuto relativamente all'Accordo con i Paesi dell'America Latina, in occasione del quale sono stati condotti accurati studi preliminari per valutare l'impatto economico sui prodotti comunitari, l'Accordo UE-Marocco è stato sottoscritto in assenza di un'adeguata valutazione degli effetti e delle ricadute per i produttori dell'Unione per i singoli comparti produttivi.
Le stesse Regioni rappresentano la necessità che l'Unione europea preveda misure che ne mitighino gli impatti negativi e, quindi, l'urgenza di riformare il sistema del prezzo di entrata.
Si manifestano anche preoccupazioni relativamente ai rischi di frode nel sistema dei prezzi di entrata e si chiedono garanzie per assicurare che l'aumento dei contingenti tariffari nel quadro dell'Accordo continuerà ad essere adeguatamente regolato dall'Unione europea. Si ritiene, a tal proposito, necessario un monitoraggio continuo sulle produzioni e sugli scambi commerciali al fine di evitare perturbazioni dei mercati ed un rafforzamento del sistema di controllo doganale ed elusioni delle disposizioni previste.
Inoltre, le Regioni raccomandano che l'accesso al mercato interno dell'Unione europea sia subordinato alle regole sanitarie, fitosanitarie ed ambientali e all'attivazione di misure e controlli negli scambi tra il Marocco e l'Unione europea in materia di ambiente e sicurezza alimentare, al fine di garantire una concorrenza leale tra i due mercati.
In conclusione, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, lungi dall'essere protezionisti, né tanto meno contrari alla crescita dei Paesi che vivono in condizioni di maggiore difficoltà nell'area del Mediterraneo, si tratta di stimare e riconoscere, soprattutto a livello europeo, le difficoltà che con molta probabilità l'Accordo in questione produrrà sul reddito dei nostri agricoltori e dei nostri pescatori, non esposti alla concorrenza dei prodotti provenienti dal Marocco e di tenere insieme la questione della tutela del nostro made in Italy e dei nostri consumatori. Credo che queste debbano essere le questioni al centro della preoccupazione del nostro Governo.
Pertanto, con la mozione in esame, chiediamo un impegno da parte del Governo ad intraprendere, nelle opportune sedi europee ed internazionali, tutte quelle iniziative volte a monitorare gli sviluppi dell'Accordo commerciale per valutare l'impatto sociale ed economico sui produttori agricoli e della pesca europei e a minimizzare le eventuali conseguenze negative sulle produzioni sensibili conseguenti l'Accordo, evitando frodi e violazioni; ad adottare, in sede di riforma della politica agricola comune, tutte le opportune misure di compensazione e garanzia su eventuali danni recati alle produzioni mediterranee e della pesca; a garantire un mercato più trasparente, orientato al concetto della cosiddetta reciprocità delle regole commerciali al fine di favorire una maggiore convergenza degli standard applicati dall'Unione europea anche a livello internazionale ed a rafforzare i meccanismi di salvaguardia; infine, ad assicurare che, nell'ambito delle riforme della politica agricola comune e della politica comune della pesca, alle questioni della crescita economica e dello sviluppo competitivo dell'agricoltura mediterranea siano date adeguate risposte da parte delle istituzioni europee.
Chiediamo invece al Governo, in sede nazionale, di adoperarsi al fine di salvaguardare, tutelare e promuovere il sistema ortofrutticolo nazionale e, più in generale, il made in Italy agroalimentare; a monitorare e valutare gli sviluppi futuri dell'Accordo approvato, le relative conseguenze sui produttori italiani e, in particolare, le eventuali ricadute negative in termini reddituali ed occupazionali; a presentare alle competenti Commissioni parlamentari una relazione concernente i risultati delle attività di monitoraggio e di valutazione degli impatti dell'Accordo e delle iniziative intraprese a tal riguardo.
Per queste ragioni, auspichiamo l'approvazione della presente mozione da parte del Governo e del Parlamento. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Scarpa Bonazza Buora. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Fleres per illustrare la mozione n. 631.
FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signora Presidente, se l'Accordo di cui stiamo parlando serve a migliorare le condizioni di un Paese, sicuramente peggiora le condizioni di un altro: si intende spostare l'asse della povertà da una sponda del Mediterraneo all'altra, senza tenere conto dei possibili effetti di un accordo devastante per l'economia, soprattutto delle Regioni meridionali.
Peraltro, abbiamo già un Accordo precedente che risale al Governo Dini (Ministro degli affari esteri la senatrice Susanna Agnelli),un accordo simile, che comportò uno scambio tra risorse agricole, alimentari e ittiche del Marocco con tecnologia meccanica, italiana e non soltanto italiana.
Quell'Accordo, che riguardava una quantità enorme di prodotti agroalimentari, comportò un danno economico per le Regioni meridionali, in particolare per la Sicilia, la Campania, la Puglia e la Calabria, principalmente nel settore agrumario veramente devastante. Così come devastante fu l'Accordo riguardante la pesca, settore che ebbe ripercussioni di cui lei, signora Presidente, si occupò nella veste di Commissario europeo per la pesca, e che dunque conosce bene.
Ebbene, ci ritroviamo di fronte ad una situazione ancora più grave, perché questa volta, anziché coinvolgere soltanto il nostro Paese come in quella circostanza, sono coinvolti tutti i Paesi dell'Unione europea. Ma la mia sensazione, signora Presidente, onorevoli colleghi, è che la tecnocrazia applicata alla tecnico-economia stia producendo un impoverimento complessivo del nostro Paese, determinando effetti collaterali non indifferenti.
Alcuni colleghi vi hanno fatto cenno poco fa. Questo modello di globalizzazione, ammantata di apertura democratica, senza gli opportuni accorgimenti, sia di natura economico-compensativa che di natura fitosanitaria, rischia di determinare non soltanto un danno immediato di carattere commerciale alle produzioni più significative per le Regioni meridionali, e non solo, del nostro Paese, ma anche danni futuri, il cui costo - come abbiamo visto, purtroppo, in passato per fenomeni analoghi - ricade sempre sul nostro Paese. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora). Ciò in quanto i prodotti agroalimentari in particolare, ma anche quelli ittici, provenienti da Paesi non sufficientemente controllati, determinano l'immissione in Italia di parassiti delle piante, dei frutti ed anche del prodotto pescato, che certamente comportano per i produttori un costo che poi, direttamente o indirettamente, ricade sulle casse del bilancio dello Stato.
Dunque, ci troviamo di fronte ad una situazione veramente inquietante: anziché tentare la via della globalizzazione dei diritti umani, del welfare, del diritto alla salute, della tutela del posto del lavoro, esportando le garanzie raggiunte nel nostro Paese, determinando così un riequilibrio delle condizioni produttive negli altri Stati, si determina un'immissione nel mercato europeo di prodotti realizzati in una condizione di mancata osservanza dei diritti umani, che provoca un minor costo di produzione dei materiali in questione del settore agroalimentare, del settore della pesca e, in genere, di altri settori. Il tutto a vantaggio delle economie forti che si rafforzano ulteriormente e che, anziché venire incontro alle economie deboli, determinano un'ulteriore frattura tra queste e le altre.
Il vantaggio di questi accordi e del voto del Parlamento europeo relativamente a quest'ultimo si indirizza ad un'area geografica ben precisa dell'Europa, l'area dell'alta tecnologia, della tecnologia pesante e della meccanica pesante, non certo quella del Mezzogiorno d'Italia e neanche delle altre Regioni dove questo tipo di aziende e questo tipo di produzione non esistono e dunque non possono essere utilizzate come scambio, con l'immissione nel mercato europeo di prodotti a più basso costo e minore qualità, per giunta anche inquinanti, nel senso che introducono nelle nostre coltivazioni batteri e quant'altro, ne danneggiano e ne alterano la qualità.
In conclusione, signora Presidente, continuare in questo modo non è più possibile, come peraltro confermano gli atti ufficiali di Confagricoltura e di Coldiretti, che parlano ancora di un'agricoltura ingiustamente sacrificata per interessi diversi, in considerazione del nuovo scenario politico emerso nei Paesi dell'altra sponda del Mediterraneo.
Nutriamo grande rispetto per i nuovi scenari politici che si vengono a determinare in altra parte del mondo, soprattutto quando precostituiscono forme di democrazia più consolidate e forme di rispetto dei diritti umani più rafforzate.
Certamente questo non può gravare sulle economie deboli e in particolare su quelle del Mezzogiorno, ma anche di altre parti d'Italia.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, centrale nella nostra mozione è l'impegno - cui speriamo il Governo si associ - relativo alla revisione di questo voto dell'Unione europea al fine di evitare che gli effetti siano quelli che, come un po' tutti i presentatori delle diverse mozioni, abbiamo paventato. Invitiamo inoltre il Governo a promuovere iniziative che salvaguardino i diritti degli agricoltori ed il rispetto delle norme in materia di sicurezza alimentare nell'ambito delle garanzie sanitarie e fitosanitarie; allo stesso modo, auspichiamo che il Governo voglia rafforzare i controlli doganali sui prodotti agricoli, proprio per i motivi che avevamo poc'anzi sommariamente descritto.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, un'ultima considerazione riguarda il tenore di tutte le mozioni: da più parti, con toni e argomentazioni diversi e con un differente modo di mostrare sensibilità per un problema certamente ben chiaro, si manifesta una convergenza pressoché assoluta dell'intero Parlamento verso una revisione di questa decisione.
Rivolgo un auspicio ai firmatari delle altre mozioni: a mio avviso darebbe maggiore forza una posizione espressa dal Senato della Repubblica su un unico testo; peraltro, date le premesse e le conclusioni pressoché identiche, ci sarebbe anche il tempo per elaborare un unico testo su cui realizzare una convergenza totale del Parlamento italiano verso una richiesta forte e autorevole di revisione delle decisioni assunte a Bruxelles. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).
PREESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Vallardi per illustrare la mozione n. 632.
VALLARDI (LNP). Signora Presidente, anche noi della Lega Nord abbiamo fin da subito espresso la nostra forte preoccupazione per questo accordo proveniente dalle Istituzioni europee in materia di commercio di prodotti agroalimentari.
Desidero iniziare il mio intervento dalle conclusioni del senatore Fleres, perché condivido la sua preoccupazione, che è il filo conduttore di tutte le mozioni che abbiamo ascoltato fino ad ora. Condivido soprattutto la preoccupazione per un Accordo che mi sembra assolutamente improprio e inopportuno, dato il momento assolutamente duro che sta vivendo il nostro Paese dal punto di vista economico; inoltre, la situazione è particolarmente grave per il settore oggetto delle mozioni e dell'Accordo europeo, cioè quello dell'agricoltura.
Credo che in questo consesso istituzionale e in Commissione da diversi anni stiamo parlando delle grandi difficoltà che sta attraversando questo settore, ma sinceramente, nonostante i notevoli sforzi fatti, non sono state trovate soluzioni. Un'iniziativa positiva che avevamo assunto era rappresentata dal provvedimento sull'etichettatura, che abbiamo cercato di portare avanti anche in modo trasversale a favore degli agricoltori; tuttavia, alla fine questo provvedimento non ha portato grandi risultati perché purtroppo i nostri agricoltori, ma anche i nostri cittadini consumatori stanno ancora aspettando i decreti attuativi sulla certificazione di qualità e l'identità dei nostri prodotti, obiettivo più importante per mettere in atto il provvedimento.
Noi della Lega Nord vediamo molto male questo tipo di accordo: non ne siamo assolutamente convinti, e speriamo che da questo consesso istituzionale emerga un documento comune che incida a livello comunitario in direzione di una revisione di questi accordi.
Capisco la volontà di aiutare il popolo marocchino in un momento particolare per la democrazia del Paese; capisco anche la Primavera araba o mediterranea, a seconda di come la si vuol definire, e il momento delicato che attraversa il Marocco, ma dobbiamo aiutare quel Paese non certo a discapito dei nostri agricoltori. Infatti, questo Accordo andrà sicuramente a ledere profondamente i prezzi di mercato dei prodotti italiani. In seguito alla liberalizzazione, conseguente a tale Accordo, si potrà parlare di invasione di prodotti agricoli marocchini nel nostro territorio.
Produrre oggi in Marocco costa circa un quarto del costo sostenuto dai nostri agricoltori: avrà per l'Italia delle conseguenze. Nel momento in cui i pomodori o le verdure marocchine arriveranno nei mercati del nostro Paese ad un prezzo notevolmente inferiore a quello dei nostri prodotti - e dire notevolmente è poco - è evidente che la gente comprerà i prodotti di quel Paese.
Non è stato fatto niente ancora oggi, anche per colpa del Governo già in carica da ben sei mesi, benché la Lega Nord, ma anche altre forze politiche abbiano chiesto l'applicazione dei decreti attuativi sull'etichettatura per proteggere i nostri prodotti agricoli. Comprendete quindi che da parte nostra è ancora più forte la richiesta di una protezione dei nostri prodotti agricoli, altrimenti saremo alla mercé dei prodotti agricoli del Marocco. La gente, in un momento di particolare crisi economica, piuttosto che comprare i nostri prodotti a un prezzo più elevato tenderà inevitabilmente a comprare i prodotti di quel Paese.
Per tutte queste motivazioni, che mi sembrano di buon senso per i nostri cittadini e agricoltori che stanno attraversando un grande momento di difficoltà, noi della Lega Nord non capiamo quali possano essere le ragioni di questo atto, se non quella di voler fare un favore alle multinazionali.
Questa, probabilmente, è una delle motivazioni per cui i decreti attuativi sull'etichettatura non vengono fatti. Le multinazionali non hanno alcun interesse alla loro attuazione, ma hanno interesse, al contrario, ad importare nel nostro Paese prodotti agricoli in gran quantità, probabilmente di scarsa qualità, inscatolati con un nome italiano e venduti nel nostro mercato come prodotti italiani...(Applausi dei senatori Scarpa Bonazza Buora e Fleres)...a totale discapito dei prodotti dei nostri agricoltori, che puntando all'agricoltura biologica e di qualità fanno fatica, in queste condizioni, a trovare spazio sui nostri mercati.
Per questi motivi, ritengo che se si trovasse - come ha detto poc'anzi il senatore Fleres, che ringrazio per la proposta avanzata - un'unità di intenti su questa mozione, la stessa avrebbe maggior forza presso l'Unione europea, e molto probabilmente riusciremmo a raggiungere l'obiettivo di far sì che questa riveda l'Accordo. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
È iscritta a parlare la senatrice Mongiello. Ne ha facoltà.
MONGIELLO (PD). Signora Presidente, onorevoli senatori, molti colleghi si chiederanno per quale motivo oggi parliamo di una questione che sembra molto lontana ma che pochi immaginano quanto interessi il nostro Paese ed intere filiere del nostro comparto agroalimentare.
Ogni volta che parliamo in quest'Aula di agroalimentare facciamo quasi fatica, quella stessa fatica che fanno la politica e le istituzioni, le quali sembrano molto distanti da un settore che rappresenta il made in Italy nel mondo, oltre ad essere un qualcosa che significa 245 miliardi di euro di export all'anno e il 15 per cento del PIL di questo Paese.
Ma 1'agricoltura ed il comparto agroalimentare non rappresentano solo il prodotto interno lordo, ma anche produzione di cibo in un mondo la cui richiesta è in continua crescita, grazie anche all'aumento della popolazione e alle migliorate condizioni di vita sul nostro pianeta. L'agricoltura è tutela ambientale. Con il sapiente lavoro dei nostri agricoltori riusciamo a tutelare il nostro territorio. É sicurezza alimentare perché i nostri prodotti sono i più controllati al mondo, oltre a cultura, paesaggio e turismo.
Ebbene, si tratta di condizioni che vanno tutelate e salvaguardate, oltre alla necessità che i nostri agricoltori, oltre a fare della buona agricoltura, possano fare anche reddito.
Ci sono difficoltà che non riusciamo ancora a superare, data la frammentarietà delle nostre imprese, le dimensioni, 1'età e anche una questione culturale che accompagna i nostri uomini della terra.
Pur tuttavia, l'Italia è il Paese al primo posto in Europa con i suoi prodotti di eccellenza, grazie ai suoi 230 marchi di qualità. Conta un milione di lavoratori agricoli altamente qualificati che mi auguro rimangano tali. Spero, quindi, vengano corrette alcune norme del disegno di legge Fornero che destrutturano il lavoro agricolo, annullano conquiste del mercato del lavoro e rendono più agevole il ricorso al lavoro nero. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).
Per questo, faccio presente all'Aula che la Commissione agricoltura, della quale faccio parte, si è adoperata e si adopererà affinché vengano accolte alcune modifiche al testo e soprattutto scompaia la norma di estensione del voucher, la quale modifica dal lavoro occasionale al lavoro stagionale il suo impiego, rendendo vano qualsiasi tentativo di combattere il lavoro nero e il caporalato. Spero vengano accolte anche altre due norme che abbiamo presentato per quanto riguarda sia l'indennità agricola che l'accesso ai limiti pensionistici dei lavoratori agricoli. Mi auguro che a favore di tutto questo l'Aula sappia portare avanti una battaglia non solo culturale ma anche di diritti e tutela dei nostri lavoratori agricoli. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).
Oggi tutti noi parliamo di perplessità sull'accordo UE-Marocco che riguarda la liberalizzazione di prodotti agricoli. Criticità sono state peraltro già formulate nel corso degli interventi di rappresentanti del Parlamento europeo e la stessa Conferenza Stato-Regioni ha deliberato una sua valutazione su detto accordo, soprattutto per quanto concerne le sue parti critiche.
Se qualcuno in quest'Aula pensa che la sottoscritta sia contro il libero mercato non ha compreso ciò di cui stiamo parlando. Se noi ci chiudiamo, gli altri farebbero altrettanto e non mi pare che siamo animati da un sentimento di protezionismo. Ma se i prodotti italiani sono i più controllati al mondo per la tutela dei nostri consumatori, auspichiamo che ci sia la stessa attenzione per tutti gli altri, da un punto di vista sia sanitario che ambientale.
Quando chiediamo per i nostri prodotti una maggiore attenzione per reggere il libero mercato, non significa chiuderci in un recinto, come qualcuno potrebbe pensare. Siamo consapevoli che le arance siciliane sono diverse da quelle di alcuni Paesi africani ma queste ultime saranno sempre più competitive rispetto a quelle italiane sia perché i costi di produzione sono inferiori sia perché il costo del lavoro è di gran lunga più basso di quello italiano. Ma il discorso non è di questa valenza. Oggi molti di questi prodotti sono già presenti sui nostri mercati e nella catena della grande distribuzione organizzata, a cui interessa solo realizzare maggiore remunerazione e determinare le scelte di mercato. Già oggi i nostri prodotti fanno fatica ad essere competitivi a causa dei costi di produzione (gasolio e concime in testa) e, purtroppo, anche per la volatilità dei mercati che penalizza fortemente le filiere agroalimentari meridionali.
Voglio ricordare all'Aula che questo settore non ha ricevuto alcun aiuto in tutti questi anni, soprattutto nel momento in cui aveva maggiore bisogno di sostegno, così come hanno avuto altri settori. Guarda caso, grazie all'opera sapiente degli agricoltori italiani, si è mostrato anticiclico e ancora riesce a catturare nuovi mercati. Non si può, però, competere se si abbassano le condizioni di accesso. Noi competiamo solo su qualità, filiera ed eccellenza.
Posso chiedere al Governo italiano - mi rivolgo al sottosegretario Braga - perché ancora manca la carta di identità dei nostri prodotti? Posso chiedere perché, ad un anno dall'approvazione della legge sull'etichettatura degli alimenti, votata all'unanimità dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica e quindi voluta dall'intero Parlamento, essa ancora non può essere applicata perché mancano i decreti attuativi? Cosa aspetta il Governo italiano a dare piena attuazione a quella legge? (Applausi dei senatori Fleres e Scarpa Bonazza Buora).
Noi abbiamo il dovere, da una parte, di tutelare i nostri prodotti e, dall'altra, di consentire ai consumatori di sapere esattamente cosa stanno mangiando: questa è la battaglia culturale che stiamo facendo nella presente legislatura ed è ciò che le stesse organizzazioni agricole hanno evidenziato al ministro Catania.
Concludo il mio intervento sottolineando che l'agroalimentare può essere considerata la leva competitiva del nostro Paese, anche grazie al sapiente lavoro degli agricoltori italiani. Dobbiamo, però, crederci: devono crederci il Governo, il Ministro delle politiche agricole e anche quello dell'economia e delle finanze.
Ripartiamo dalla terra, dai nostri paesaggi, dal nostro lavoro e dalla nostra produzione, che è la nostra ricchezza, e forse ce la possiamo fare. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e del senatore Fleres).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signora Presidente, premetto una nota personale: io sono vegetariano, prevalentemente vegano, e quindi "frequento" con una certa assiduità frutta e verdura; premetto anche di avere un salario al di sopra della media nazionale, anzi spropositatamente al di sopra della media nazionale.
Ricordo che in passato, quando entrava sul mercato un nuovo prodotto e si abbassavano i prezzi, gioiva la gente che non aveva il mio salario ma un salario più basso. Sembra di capire che invece oggi questo meccanismo non funzioni più, sia perché i prodotti che arrivano sono di qualità scadente (poi affronteremo nel merito il motivo), sia perché il problema è rappresentato dai produttori e non dai consumatori. Credo che in un momento di crisi anche questo ragionamento debba essere portato avanti con una serie di distinguo.
Inoltre, sarei curioso di sapere chi sono e a quali partiti appartengono i 369 eurodeputati che hanno votato a favore di tale Accordo. Infatti, tutte le voci dell'odierno dibattito, ivi comprese le illustrazioni, si sono dichiarate ad esso contrarie.
Nessuna di queste voci, però, ha evidenziato i due o tre aspetti che avrebbero contribuito ad approfondire il dibattito. Innanzitutto, quante volte in passato (considerato che fortunatamente i rapporti commerciali con il Marocco non sono iniziati quest'anno, ma vanno avanti da decenni) la Commissione europea ha rilevato infrazioni relativamente alla qualità dei prodotti e al rispetto dei dazi e delle imposte? La risposta è che la Commissione europea ritiene che il Marocco si comporti come mediamente fanno tutti gli Stati dell'Unione europea. Quindi, ciò significa che alcuni fanno molto peggio del Marocco.
In secondo luogo, di quanto stiamo parlando? Stiamo parlando di qualcosa che nel «mercato del fresco» (ho imparato che si deve definire così) rappresenta il 3 per cento di ciò che noi troviamo all'interno dell'Unione europea. Sembra che l'ortaggio incriminato sia il pomodoro. Ebbene, questo benedetto o maledetto pomodoro non riuscirebbe neanche in Francia (il mercato verso il quale prevalentemente il Marocco esporta è quello francese), dove si legge che la produzione nazionale è pari a 646.000 tonnellate all'anno, ad andare incontro ad una domanda di oltre 950.000 tonnellate di pomodoro fresco.
Io credo che ci siano le premesse per andare a fare un accordo commerciale con l'unico Paese che non è stato interessato dalla Primavera araba perché non ne aveva bisogno; ricordo, tra l'altro, che nel 1987 il re Hassan II chiese che il Marocco divenisse Stato membro della Comunità europea, mostrandosi avanti di 25 anni rispetto a molti altri che ancora oggi vogliono entrare nel nostro spazio comune. Gli fu risposto negativamente, perché il Trattato di Roma prevedeva una presenza geografica prevalentemente riconducibile all'Europa storico-politica e, quindi, si tenne fuori il Marocco. Nel frattempo, però, il Marocco non ha come risposta creato delle istituzioni non democratiche o addirittura antidemocratiche, bensì ha sviluppato un suo Stato di diritto e, forse grazie al fatto di essere una monarchia costituzionale, una Costituzione ulteriormente riformata di recente che ha consentito un'alternanza di Governo, applicando delle leggi che sono riconosciute dalla Commissione europea perfettamente in linea con la normativa necessaria per poi entrare in contatto con gli Stati membri dell'Unione europea.
È vero che quando si fanno questi grandi accordi, chiaramente, il piccolo e il medio produttore ne potranno risentire, ma non è automaticamente vero che la grande distribuzione o il grande produttore vadano ad escludere il piccolo e medio produttore, come avviene in Italia, quando si dovrà aumentare a dismisura un'esportazione nei confronti dell'Unione, che comunque esporta verso il Marocco quasi il doppio di quello che importa. Questo accadeva prima dell'accordo commerciale. Ricordo che stiamo parlando di un settore che caratterizza buona parte dell'economia italiana e, come è stato ricordato, avrebbe bisogno di normative e di politiche diverse, ma non di un procrastinare e di una sorta di versione italiana della politica agricola comune (PAC), che ha creato una serie di situazioni simili a quelle che hanno tenuto in vita industrie italiane decotte, grazie a degli aiuti di Stato, che le hanno cancellate tutte dal mercato mondiale. Questo credo sia l'ABC - visto che oggi va tanto di moda utilizzare le prime tre lettere dell'alfabeto - dell'economia, che in qualche modo smentisce queste grida di invasione del nostro mercato con i prodotti che vengono da altrove.
Il caso del Marocco, che ha connotati più in regola di altri Paesi del Nord-Africa, potrebbe essere ripetuto per tanti altri Paesi. Ad esempio, la Tunisia migliorerà, di sicuro miglioreranno i nostri rapporti nei suoi confronti e si spera che anche con la Tunisia si vada a firmare un accordo che in parte possa replicare alcune delle caratteristiche di questo con il Marocco, ed estendersi magari ad altri Paesi, come l'Egitto o con l'Africa sub-sahariana. Questo perché, continuando a chiuderci, purtroppo, devo dire, sotto tutti i punti di vista, al progresso o allo sviluppo umano nel resto del mondo, consentendo loro di produrre alcune cose che hanno un basso tasso di innovazione e di investimento, seppur nell'industria agroalimentare - e comunque anch'esse sono necessarie - noi costringiamo questi disgraziati a dover scappare da zone dove non c'è né lavoro né tanto meno, mercato interno e a venire a casa nostra. Tutto questo con leggi che il Governo Berlusconi ha previsto fin dall'inizio della sua iniziativa sulle tematiche dell'immigrazione, leggi che addirittura sono arrivate a criminalizzare coloro che sono sul suolo patrio senza un necessario permesso di soggiorno.
Queste persone che non hanno un permesso di soggiorno, dove vanno a finire? Ricordo che queste persone ci sono: noi abbiamo mezzo milione di persone che non hanno una regolarizzazione, pur essendo presenti e lavorando. Vanno a lavorare nel settore agroalimentare, e prevalentemente nel settore delle costruzioni e, quindi, non soltanto vengono sfruttate, non soltanto contribuiscono ad un ulteriore mercato sleale all'interno del nostro Paese, ma vanno contro tutte le raccomandazioni che sono state fatte dalle associazioni di categoria e che vengono molto spesso articolate nelle premesse di queste mozioni, che dovrebbero avere come primo problema il rispetto della legge.
Noi sappiamo che in Italia non esiste la certezza del diritto e non esiste purtroppo lo Stato di diritto democratico. Mi soffermo allora sulla richiesta di un impegno al Governo affinché questo duplichi - perché se oggi non lo stesse facendo avrebbero dovuto esserci decine di denunce nei mesi scorsi - le iniziative che già avvengono normalmente sul controllo della qualità e, soprattutto, sulla richiesta di stringente attenzione a che i nostri dazi vengano sollevati, imponendoli ad altri. È questo che infatti tale Accordo prevede. Chiaramente, quando esportiamo, noi vogliamo che non ci siano le tasse, mentre quando si importa chiaramente si vanno a imporre. Se bisogna trovare un ulteriore accordo, io non mi unirò minimamente a questo. Non perché io abbia scoperto l'acqua calda o detto delle verità con la V maiuscola, ma perché esiste da sempre un rapporto bilaterale con il Marocco che è invidiabile rispetto a quelli stipulati con molti altri Paesi (anche di altre parti dell'Europa), e ritengo che occorra riprendere in considerazione questi testi nella ridiscussione di alcune parti (e, magari, non sarebbe male coinvolgere anche la Commissione esteri). Non si renderebbe, infatti, un buon servizio né alla nostra economia, intesa come le esigenze dei consumatori in un momento di crisi, né ai rapporti bilaterali con il Marocco, e tanto meno allo Stato di diritto che, purtroppo, sappiamo non essere la nostra migliore carta di presentazione in Europa. (Applausi del senatore Amato).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Aderenti. Ne ha facoltà.
ADERENTI (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, noi riteniamo giusti ed utili gli sforzi che l'Unione europea sta compiendo nell'attuazione di una politica di buon vicinato, nella convinzione che lo sviluppo politico ed economico, anche dei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, sia indispensabile a garantire la pace e la prosperità all'Europa stessa. Apprezziamo, altresì, il sostegno che le istituzioni europee intendono dare alla transizione democratica nei Paesi del Nord Africa, avviata a seguito delle vicende della cosiddetta Primavera araba. Questo, però, non deve significare che si debba accettare qualsiasi iniziativa, soprattutto se questa avviene a scapito dei nostri agricoltori, già penalizzati dall'aumento dei costi di produzione, dalla speculazione sulle materie prime con un abissale divario tra i prezzi alla produzione e quelli alla vendita e dagli aumenti della tassazione sugli immobili rurali.
Il nuovo Accordo tra Unione europea e il Regno del Marocco se, da un lato, sembra rafforzare la posizione degli esportatori europei di prodotti agricoli trasformati sul mercato marocchino, dall'altro consente l'immediata liberalizzazione del 55 per cento delle importazioni provenienti dal Paese nordafricano, non più soggette a dazi doganali, favorendo così un aumento delle concessioni nell'intero comparto dell'ortofrutta.
I prodotti agricoli marocchini costituiscono già l'80 per cento circa delle importazioni da parte dell'Unione europea. L'ulteriore liberalizzazione prevista dall'Accordo che stiamo discutendo oggi in Aula prospetta, per il settore agricolo europeo ed italiano, una situazione allarmante in grado di destabilizzare una già difficile realtà produttiva e di mercato. In particolare, l'importazione di pomodoro marocchino potrebbe determinare un vero e proprio danno al mercato euromediterraneo, dal momento che risulta che le importazioni dal Marocco raggiungeranno, nel 2014, un livello di poco inferiore alle 300.000 tonnellate. Già alla fine dello scorso anno, i quantitativi di pomodoro importati nell'Unione europea e provenienti dal Marocco hanno sfiorato le 90.000 tonnellate, con un aumento di oltre il 70 per cento rispetto al 2009, determinando così quotazioni inferiori al prezzo stabilito di entrata (che equivale a 0,46 centesimi al chilo).
Questo Accordo, oltre a prevedere un aumento delle concessioni nel comparto dell'ortofrutta, dispone inoltre che le produzioni marocchine accedano al mercato comunitario in periodi diversi rispetto a quelli di commercializzazione europea provocando ulteriori gravi ripercussioni sui prezzi di mercato.
Noi pensiamo che questo non sia il modo giusto di instaurare sane (e, lo ripeto, sane) relazioni commerciali, consentendo ai Paesi extracomunitari di diventare nostri acerrimi concorrenti, non fosse altro perché in Marocco non esiste né la tutela del lavoro (e infatti si registra lo sfruttamento del lavoro minorile), e nemmeno la tutela sociale, permettendo ai propri produttori di usufruire di costi di produzione molto, molto più bassi dei nostri e di quelli europei, tenuto conto infine che il costo del lavoro in Marocco è di pochi euro al giorno per unità.
L'attuazione dell'Accordo, nei termini stabiliti, instaura infatti una situazione di concorrenza sleale sia con riferimento alla mancata compatibilità con le vigenti normative europee sul lavoro e sull'ambiente, sia con riferimento ai prezzi di entrata di alcuni prodotti.
Secondo i dati del Ministero dell'agricoltura di Rabat, un chilo di pomodori a grappolo viene venduto in media a 22 centesimi al chilo nei mercati marocchini; ci vogliono 90 centesimi per acquistare lo stesso quantitativo in un mercato italiano; le arance costano 19 centesimi al chilo in Marocco, 69 centesimi in media in Italia, mentre per acquistare un chilo di fragole al mercato italiano servono 3,80 euro, il quadruplo rispetto al prezzo all'ingrosso in Marocco, che è di 80 centesimi.
La Lega Nord, nell'interesse di tutti gli agricoltori del nostro Paese, intende evidenziare le criticità che derivano da questo Accordo e chiede al Governo di intervenire affinché il comparto agricolo nazionale non sia penalizzato irrimediabilmente da una intesa che è molto più favorevole agli agricoltori del Marocco piuttosto che a quelli italiani. Non ci venite a dire per l'ennesima volta che proponiamo solo pregiudizi e chiusure. Il mercato agricolo ha le sue regole e le sue condizioni: regole che non guardano in faccia nessuno; condizioni che, però, devono essere uguali per tutti per tutelare e realmente aiutare tutti. (Applausi dei senatori Vallardi e Scarpa Bonazza Buora).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signora Presidente, onorevoli senatori, l'Accordo commerciale con il Marocco, stipulato con l'Unione europea lo scorso 16 febbraio, prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti che potranno essere importati a tariffe doganali basse o addirittura pari a zero. Eliminerà immediatamente il 55 per cento delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e di pesca marocchini e il 70 per cento delle tariffe sui prodotti agricoli e di pesca dell'Unione europea in 10 anni. L'accordo dovrebbe entrare in vigore a maggio 2012 e condurrebbe in pratica alla liberalizzazione del commercio agroalimentare tra Unione europea e Marocco, con prevedibili effetti catastrofici per la nostra agricoltura.
La preoccupazione del nostro Gruppo, l'Italia dei Valori, nasce dall'accoglimento delle obiezioni che sono state avanzate anche in sede europea relativamente alla bontà dell'Accordo: obiezioni che riteniamo non solo fondate, ma soprattutto compatibili con le problematiche che quotidianamente affrontiamo e tentiamo, per quanto ci è possibile, di risolvere.
Nelle intenzioni della maggioranza dei deputati del Parlamento europeo, l'Accordo commerciale ha l'obiettivo di sostenere la transizione iniziata con la cosiddetta Primavera araba, pensando che attraverso un incremento del commercio fra Unione europea e Marocco si possa ragionevolmente condurre tali Paesi a una fase di ripresa non solo politica, ma anche sociale ed economica. Di fatto, però, l'Accordo apre, allo stato attuale delle cose, un evidente problema di distorsione del mercato, legato alle differenti condizioni del lavoro in Europa e in Marocco.
Per i nostri produttori la concorrenza diverrebbe insostenibile: in Marocco una giornata di lavoro costa circa 5 euro, contro i 60 euro medi in Italia, senza dimenticare l'utilizzo del lavoro minorile e l'assenza totale di diritti sindacali, indispensabili per la ratifica di un accordo. D'altra parte, soprattutto lo sfruttamento del lavoro minorile è l'aspetto peggiore sul quale si concentra l'attenzione del nostro Gruppo. Le nostre aziende ortofrutticole si troverebbero dunque a dover competere a pari condizioni di concorrenza con produzioni provenienti da un contesto nel quale il lavoro non è tutelato a livello sindacale e i costi produttivi e del lavoro sono di pochi euro al giorno, e comunque di gran lunga più bassi rispetto ai nostri standard interni.
L'Italia in particolare sarebbe la prima ad essere danneggiata. Non si tratta di essere protezionisti, tanto meno di essere contrari alla crescita di Paesi che vivono in condizioni di maggiori difficoltà, situazione che invece da sempre auspichiamo nei nostri interventi di Gruppo e che rientra nelle nostre reali intenzioni politiche. C'è anche un aspetto sanitario da non sottovalutare, che non vorrei analizzare ora; è proprio il quadro generale che preoccupa.
Accordi di questo genere, comunque, non risolvono per l'Italia dei Valori problemi di crescita, bensì creano situazioni di nuova povertà, danneggiando un settore come quello agricolo che sta affrontando una crisi senza precedenti e su cui, ricordiamolo, si concentra ancora una buona fetta del nostro sistema economico, soprattutto per ciò che riguarda le Regioni del Meridione, già sufficientemente investite dalla crisi economica mondiale e che vengono ancora vessate da questo Governo con tasse, tasse e ancora tasse per questo settore.
L'Accordo oltretutto dovrebbe entrare in vigore ora, all'inizio di maggio 2012, proprio quando gli agricoltori saranno chiamati a fare i conti con la nuova IMU. Insomma, stiamo dando l'ultimo colpo alla nostra economia. Come spesso avviene ultimamente, sono ancora i soliti - noti, purtroppo - a farne le spese: i settori deboli, quelli più soggetti a ciclicità incontrollabili, quelli che ancora una volta non hanno altra possibilità se non quella di subire passivamente i sacrifici che vergognosamente chiediamo.
Quello sottoscritto è un Accordo squilibrato, che certo non salvaguarda i principi di reciprocità delle condizioni produttive, che devono essere alla base di qualsiasi intesa; reciprocità che ha l'onere di garantire agli operatori economici di ciascun Paese la possibilità di competere con pari condizioni di concorrenza. Con tale Accordo, infatti, sarà possibile importare indiscriminatamente prodotti dal Marocco ed esportare dall'Europa prodotti industriali, scatenando così, purtroppo, un'ennesima guerra tra poveri. I consumatori marocchini vedrebbero aumentati i costi dei prodotti agricoli nel loro Paese e i produttori siciliani, meridionali e del Sud Europa verrebbero messi in una condizione di estrema disuguaglianza. Certamente l'Unione europea tende a stipulare questi accordi per aprirsi a nuovi mercati e per incrementare le proprie esportazioni, e capiamo anche le ragioni politiche sottese a quest'Accordo, ma tali aperture non possono penalizzare l'economia di intere aree comunitarie, soprattutto, lo ripetiamo sempre, alla luce dell'attuale congiuntura economica recessiva che colpisce il nostro Paese.
I popoli del Sud del Mediterraneo vanno aiutati senz'altro, ma sicuramente non a danno delle regioni più povere d'Europa. Per questo motivo, chiediamo al Governo di operare utili controlli al fine di arginare tutti gli squilibri che potrebbero derivare da un Accordo di simile entità. Chiediamo un serio monitoraggio degli impatti reali sui settori investiti, con l'impegno ad adottare tutte le iniziative che contribuirebbero a raggiungere risultati bilanciati, che in primo luogo tengano conto di un parallelo dovere di tutela della nostra produzione nazionale al fine di non apportare addirittura peggioramenti a una situazione economica complessiva già fortemente critica e precaria.
Allo stesso tempo, ricordiamo che nel sistema organizzativo italiano tutte le norme esistenti in materia di igiene e di sicurezza contribuiscono ad un rilevante, e a volte eccessivo, irrigidimento delle prassi burocratiche, rappresentando inoltre un costo significativo per chiunque intenda aprire ed avviare un'attività economica. Ecco perché, e mi avvio alla conclusione, richiediamo che il rispetto di tali norme venga puntualmente assicurato e che il Governo effettivamente si adoperi per un monitoraggio costante, segno di responsabilità verso le tante aziende messe in ginocchio da cause spesso a loro non direttamente riconducibili.
Ugualmente, proprio perché come Gruppo dell'Italia di Valori ci riteniamo sempre molto sensibili sul tema del lavoro e dei diritti sindacali ad esso connessi, ci aspettiamo che, congiuntamente ad aperture simili verso questi Paesi, vi sia la giusta attenzione ad una crescita che sia, in primo luogo, legata ad obiettivi di sviluppo sociale, ma anche giuridico e soprattutto civile. Ci auguriamo quindi che tali misure non vengano scisse, in maniera tanto leggera, da un pari bisogno di potenziamento delle garanzie sindacali, sia nel rispetto stesso dei cittadini che in tali Paesi vivono e offrono la propria professionalità, sia in difesa dei nostri lavoratori, delle nostre aziende locali, che, pur con enormi difficoltà, continuano a sostenere il peso di previsioni legislative interne che vincolano il loro operato e che prevedono, in caso di violazione, tutte le amare sanzioni che conosciamo.
Anche in questo caso, chiediamo una maggiore attenzione per i lavoratori interessati, perché possano ancora sentirsi parte di un Paese che come primo obiettivo dovrebbe tutelarli e non semplicemente umiliarli e a volte vessarli, attraverso un istituto che si chiama Equitalia, con l'emanazione di provvedimenti che quasi li dimenticano e li ripongono in un piano secondario rispetto alle solite priorità economiche e affaristiche. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.
FIRRARELLO (PdL). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, sono tra quelli che hanno accolto con simpatia l'insediamento di un Governo di unità nazionale, o quasi, convinto che per il periodo storico che stiamo attraversando potesse essere la soluzione più adatta per dare risposte concrete alla ripresa economica dell'Italia. Non ho condiviso l'ipotesi di elezioni politiche anticipate perché probabilmente il nostro Paese aveva bisogno di interventi immediati per gestire l'imperversare di speculatori voraci che con ferocia si sono accaniti su alcuni Paesi tra i quali vi è l'Italia. Personalmente convengo sulla necessità di interventi forti da parte del Governo sia perché ci avrebbero portato al risanamento, sia perché ci avrebbero fatto capire che il nostro modello di vita in generale non sarebbe stato compatibile con le nostre risorse. In ogni caso, le lacerazioni della politica italiana non avrebbero permesso a chiunque avesse vinto le elezioni di avere la forza di agire drasticamente per la riduzione dei privilegi causati dall'adozione di una contabilità allegra sia in ambito istituzionale che in moltissimi altri ambiti.
Sono troppe le contrapposizioni politiche non disgiunte da quelle sociali e lobbistiche di ogni genere; pertanto, a mio avviso, avremmo corso rischi maggiori ed è per questo che ho ritenuto saggia la via intrapresa dal Presidente della Repubblica. Però, da questo Presidente del Consiglio e da un Gabinetto così qualificato mi aspettavo ben altro. L'idea dell'IMU così com'è concepita distrugge il Paese. L'edilizia è finita e coloro i quali avevano investito per creare anche condizioni di vita più compatibili con le proprie aspettative personali, spesso contraendo debiti da assolvere, si vedono oggi esposti al rischio di vedere vanificati i propri sforzi.
Signor rappresentante del Governo, sempre più spesso ormai ci sentiamo dire se questo Ministero ha un'anima, una capacità d'ascolto, un'idea dello stato dei cittadini che in Italia soffrono la fame. Come si può chiedere l'IMU a chi ha abbandonato un'ex residenza per trasferirsi all'estero per guadagnarsi da vivere? Ormai sentiamo ripetere che l'Italia per crescere ha bisogno dello sviluppo del Meridione, concetto questo indiscutibilmente vero poiché il Centro Nord ha sicuramente meno aspettative di crescita. Signori rappresentanti del Governo, riflettete, poiché così si distruggono le istituzioni locali che costituiscono il baluardo indispensabile per la salvaguardia della democrazia, e questo è un grave errore.
Ritengo l'Accordo tra l'Unione europea ed il Regno dei Marocco per la liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli e ittici un peso troppo grave per gli agricoltori europei che operano nelle aree mediterranee. Un Accordo che è privo del principio di reciprocità, che è essenziale per garantire una concorrenza sana tra gli operatori dei settori economici e per continuare ad offrire ai consumatori prodotti che rispettino alti standard qualitativi. In questo modo concediamo l'esenzione dei dazi doganali, senza nessuna adeguata garanzia per i produttori.
Non è possibile permettere che i nostri mercati - giustamente sottoposti a rigide regole di controllo e sicurezza alimentare per il rispetto e la tutela della salute dei consumatori - competano con altri che non sono obbligati al rispetto di queste regole. Sarebbe come giocare sullo stesso campo, ma con risorse a disposizione completamente favorevoli agli avversari e questo, in un momento difficilissimo qual è quello attuale, non dobbiamo assolutamente permetterlo.
Il già importante vantaggio competitivo, favorevole al Marocco, in molti mercati agroalimentari, potrebbe ulteriormente consolidarsi attraverso questo nuovo accordo bilaterale, causando instabilità soprattutto nelle aree dell'Unione europea vocate alla produzione ortofrutticola. Tali squilibri riguardano i seguenti aspetti: ulteriore aumento delle importazioni di ortofrutticoli freschi marocchini; insorgere di conflitti sul rispetto della sicurezza alimentare, la tutela dell'ambiente ed altri aspetti simili; perdita di occupazione e redditi nei territori comunitari tradizionalmente interessati alla produzione ortofrutticola, tra cui i più penalizzati sono, in particolare, quelli del Meridione e della Sicilia.
A parte i fattori naturali e climatici - che certamente favoriscono il Marocco - le cause dei suddetti squilibri possono essere ricercate in alcuni fattori che consentono l'ottenimento a minori prezzi dei prodotti ortofrutticoli di quel Paese. Un primo esempio è costituito dai bassi costi di produzione e, in particolare, della manodopera. Inoltre, i produttori marocchini non sono soggetti alle severe normative fitosanitarie e ambientali dell'Unione europea (ad esempio, alle norme sulla condizionalità, alle direttive sui nitrati e così via) e ciò ha causato in passato conflitti tra i soggetti istituzionali coinvolti nella commercializzazione degli ortofrutticoli, che lamentano l'incapacità dell'Unione europea di disporre di informazioni utili sui prodotti marocchini prima della loro esportazione verso i Paesi comunitari. In tal modo è plausibile il rischio di trasformare in vantaggio competitivo i minori vincoli che i produttori marocchini hanno, rispetto a quelli dell'Unione europea, in termini di sicurezza alimentare, tutela ambientale ed altri aspetti simili.
Anche l'organizzazione commerciale marocchina è diversa da quella europea. In Marocco esistono, infatti, oligarchie e lobby finanziarie, supportate da strutture centrali di coordinamento che hanno il compito di orientare ed indirizzare costantemente gli esportatori, informandoli sui canali migliori verso cui dirigere i flussi di esportazione in un determinato periodo della campagna di commercializzazione.
Infine, la crescente leadership marocchina negli scambi bilaterali con l'Unione europea avvalora il rischio della scomparsa di migliaia di aziende ortofrutticole europee - soprattutto italiane - a meno di un eventuale processo di riconversione verso produzioni con maggiori capacità competitive o, addirittura, interventi compensativi a favore di quei territori non più in grado di competere con le produzioni provenienti dal Marocco o da altri Paesi terzi del Mediterraneo.
L'Accordo con il Marocco è la rovina definitiva del Meridione, poiché non tiene minimamente conto degli interessi di una parte importante del mondo produttivo italiano che, per le sue specificità territoriali, è situato soprattutto nel Sud del Paese.
Noi ci proponiamo ancora come realtà solidaristica verso coloro che hanno bisogno e, pur essendo l'Accordo una scelta degna di rispetto, non tiene conto delle enormi difficoltà economiche degli imprenditori interessati del nostro Paese. Oggi in Italia le persone si suicidano e penso che il nostro primo dovere debba essere quello di aiutare coloro che sono in grave difficoltà, dando assoluta precedenza a chi ne ha bisogno. Non mi sembra che il presidente Monti si sia posto il problema di disporre immediate e serie compensazioni in favore degli agricoltori meridionali, in particolare siciliani, che subiranno gravissimi danni dalla stipula di questo Accordo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.