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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 720 del 09/05/2012


Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3255 (ore 17,09)

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, intervengo brevemente, anche perché condividiamo le ragioni testé espresse dal senatore Baldassarri. Condividiamo anche la posizione di chi in Commissione ha dichiarato che il decreto introduce criteri oggettivi e trasparenti, che mettono il Governo nelle condizioni di esercitare le prerogative che gli verranno conferite.

È fondamentale, nonostante il giusto controllo degli organismi europei che mirano a preservare la libertà di mercato, che su aziende considerate strategiche per il nostro Paese il Governo sia messo in condizione di difenderne le ricchezze, intese anche come capitale umano e scientifico. Tutti noi dobbiamo dare atto al Governo di essere intervenuto tempestivamente e con competenza su questo tema, producendo un testo che, seppur passibile di critiche o di disparati commenti (vista la delicatezza dell'argomento e degli interessi in ballo), affronta la questione sollevata dalla procedura di infrazione e definisce meglio e con maggior precisione i poteri speciali attivabili dal Governo, ampliando la facoltà del Parlamento di interloquire con l'Esecutivo.

È nostro dovere tutelare prima di tutto gli interessi del Paese e delle imprese che operano nel settore della difesa e in altre aree strategiche. D'altra parte, ha ragione anche il Ministro quando in Commissione, dopo aver ricostruito analiticamente la normativa sulla golden share, adottata nel Regno Unito, in Germania e in Francia, ha evidenziato come lo strumento principale per fronteggiare i disallineamenti normativi tra i diversi Stati europei non consista nell'adozione di una normativa nazionale protezionistica, bensì nell'attivazione di strumenti previsti dai Trattati, come i ricorsi alla Corte di giustizia, l'intervento dell'Antitrust, ovvero il divieto di erogazione di aiuti di Stato.

Il decreto, a nostro parere, esprime una giusta sintesi tra queste due considerazioni. Raggiunge un buon punto di equilibrio ed è per questo che esprimeremo un voto favorevole. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI)

VACCARI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VACCARI (LNP). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, il disegno di legge in discussione norma i poteri speciali che il Governo deve detenere sugli assetti societari di imprese nazionali operanti nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell'energia, dei trasporti e delle comunicazioni. S'intende, perciò, introdurre anche nel nostro ordinamento, similmente a quanto già previsto, per esempio, in Belgio e in altri settori strategici, un istituto riconducibile alla cosiddetta golden share.

Con tale dizione si indicano sinteticamente, nel diritto dell'Unione europea, tutti i regimi nazionali che riservano all'Esecutivo determinate prerogative di intervento sulla struttura azionaria e nella gestione delle imprese appartenenti ai settori strategici nazionali.

Abbiamo già espresso, in sede di discussione, la posizione generale della Lega su questo provvedimento che, da una parte, ci vede favorevoli, perché il tema viene finalmente affrontato e perché viene affrontato anche nella direzione più volte auspicata dalla Lega, cioè dando al nostro Paese la possibilità di difendersi di fronte ai potenziali rischi di una compravendita di imprese in settori più o meno strategici da parte di imprese estere.

Adesso, con il decreto-legge in esame, vengono posti alcuni paletti chiari in certi settori. Si imposta un metodo di opposizione che è simile - o che comunque si rifà - al percorso già avviato in altri Paesi europei, soprattutto in Belgio, come ho già detto. Lo si fa con riguardo non a specifiche aziende, come magari accadeva con la legislazione prima vigente, per la quale siamo incorsi - ne abbiamo già parlato - nella procedura di infrazione, ma lo si fa potenzialmente con riguardo a tutte le aziende, anche a quelle già privatizzate, e crediamo che si venga ad impostare un modello che può essere utile anche ad altri Paesi europei.

Da quanto abbiamo capito, il provvedimento in esame e questo modello sono già stati discussi dal Governo italiano con la Commissione europea, come ha affermato il Ministro, ci pare di capire che sia visto come un modello al quale anche altri Paesi possono fare riferimento.

Tuttavia, non neghiamo che il coraggio dimostrato in questo provvedimento sia comunque poco rispetto a quello che avremmo voluto ci fosse. Già nel corso della discussione in Commissione e poi anche in Aula abbiamo fatto presente che crediamo si venga a creare una sorta di doppio binario della difesa delle realtà industriali tra l'Italia e altri Paesi. Noi oggi impostiamo il cosiddetto regime di difesa che si rifà - come abbiamo detto - al sistema belga, che è un sistema di opposizione. Esistono altri sistemi, come quello francese, che sono sistemi di autorizzazione molto più incisivi.

Pertanto, abbiamo proposto la possibilità che anche in Italia ciò possa essere previsto nella legge. Quello che è accaduto per la Francia non potrebbe accadere per l'Italia? Dobbiamo decidere preventivamente che siamo meno forti politicamente in Europa rispetto alla Francia? È un tema che abbiamo posto e sul quale non abbiamo trovato un vero riscontro. Su altri riconosciamo che il Governo è venuto incontro ad alcune istanze poste dalla Lega.

Sul testo, prima delle modifiche apportate alla Camera, c'era semplicemente il parere inviato alle Commissioni competenti. Sono stati approvati due emendamenti della Lega in cui vi è quasi un doppio parere, un parere rafforzato da parte delle Commissioni. Crediamo, infatti, che il Parlamento, e quindi anche la politica, su un tema su cui adesso non si parla - quando arriverà il momento di un caso specifico, se ne parlerà molto - possa dire la propria rispetto al Governo. Non vogliamo, infatti, che tutto questo potere di decidere se intervenire o meno - e come intervenire, eventualmente - sia nelle mani dell'Esecutivo.

La Lega Nord ha lavorato affinché ulteriori asset strategici venissero inclusi fra i settori rilevanti, al fine di tutelare maggiormente le nostre imprese dalle scalate esterne sia europee che extraeuropee. Gli emendamenti di oggi, purtroppo bocciati, testimoniano il nostro impegno e ci dispiace che non siano stati accolti.

Il tema - non lo nascondiamo - è molto importante, soprattutto oggi, quando le sopite liberalizzazioni stanno forse prendendo corpo, stando, ad esempio, alla volontà del Governo Monti di separare ENI da SNAM o viceversa.

Si tratta, quindi, di un tema importante, fondamentale. In questo periodo storico in cui l'economia nazionale non ha fattori di crescita positivi, in cui le grandi imprese faticano ad aumentare i propri redditi e in cui il prodotto interno lordo si ridimensiona rispetto alle stime previste, ecco che la possibilità di acquisizioni straniere di asset strategici nazionali può diventare veramente concreta.

Fare le liberalizzazioni quando le imprese nazionali non hanno ancora avuto la possibilità di acquisire quote pubbliche può essere veramente pericoloso, e questa è effettivamente la nostra preoccupazione. Un esempio potrebbe essere l'ENEL, a cui viene fatto obbligo di collocare una serie di Genco, proprio per liberalizzare il sistema elettrico.

Riteniamo ancora, però, che il testo sia insufficiente rispetto ai temi che abbiamo posto. Crediamo che comunque questa sia anche una piccola vittoria della Lega, la quale per prima ha posto il tema della difesa delle proprie industrie e delle proprie imprese; lo fece quando tutti ci ridevano dietro e ci dicevano che dovevamo essere liberisti. Adesso vediamo che anche altri convergono sulle nostre posizioni.

La nostra preoccupazione, però, è quella che stiamo costruendo un sistema poco rigido per la salvaguardia delle nostre imprese, mentre altri Stati europei - come ho già osservato - hanno costruito un sistema molto più rigido e più protetto, a discapito della concorrenza e della libera circolazione dei capitali, tanto invocata dall'Unione europea. Talvolta, infatti, pare che la stessa Commissione europea adotti, in effetti, due pesi e due misure, in riferimento allo Stato che ha di fronte. In quest'ottica, quindi, la Lega Nord chiede che alcune delle disposizioni del provvedimento debbano essere estese anche ai soggetti interni all'Unione europea, così come la legislazione francese consente (ciò era stato oggetto di un emendamento che è stato respinto nella seduta antimeridiana).

In conclusione, signor Presidente, non vogliamo assolutamente che si passi attraverso una svendita delle partecipazioni, soprattutto in un momento storico come quello odierno, dove vi è una grave crisi economica e dove il valore delle imprese potrebbe diminuire, rendendone così molto appetibile l'acquisto anche da parte di gruppi stranieri.

Quindi, la Lega Nord apprezza l'iniziativa della proposta del Governo, ma questo provvedimento può e deve essere sicuramente modificato e migliorato.

La nostra posizione è molto più spinta e, pur riconoscendo il lavoro svolto dal Governo su questo tema - che riteniamo importante - e pur riconoscendo che tante cose da noi espresse sono state accolte, la Lega comunque esprimerà un voto di astensione. Tale astensione vuole esprimere anche, secondo il nostro Regolamento, una contrarietà e uno stimolo a migliorare un provvedimento che - ripeto - rappresenta un primo passo rispetto ad una difficoltà e a un vuoto che prima esisteva nonché rispetto alle preoccupazioni derivanti dalle procedure di infrazione in corso. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

GIARETTA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIARETTA (PD). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, i nostri relatori hanno bene indicato i motivi per cui esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame, che naturalmente il Gruppo del Partito Democratico conferma, dopo quello espresso alla Camera dei deputati.

Si tratta di norme che agiscono su un settore specifico, ma che ci offrono l'occasione per una riflessione generale: l'esistenza di un mercato unico europeo ben regolato non impedisce la difesa dei legittimi interessi nazionali o, meglio, la difesa del bene comune delle singole comunità nazionali. A maggior ragione, buone regole per il corretto funzionamento dei mercati e l'esercizio di poteri pubblici, cioè ispirati dalla difesa degli interessi nazionali, sono strumenti ancora più necessari in un mondo caratterizzato da una finanza pervasiva che ha cambiato la natura stessa del capitalismo. Le esigenze di profitto a brevissimo termine hanno spesso portato alla distruzione di valori, di competenze e di capacità produttive. I derivati finanziari si sono ormai distaccati dalla ricchezza reale, superiori di oltre 10 volte rispetto al PIL mondiale. Occorrono perciò regole di difesa da scalate ostili, da alterazioni della concorrenza distruttive di ricchezza.

Vorrei anche osservare che, in fondo, le norme al nostro esame costituiscono una buona applicazione dei principi previsti dall'articolo 41 della Costituzione (quell'articolo che qualcuno voleva mettere in discussione). Come recita il testo, «l'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Siamo esattamente in questo campo, e le norme che approveremo costituiscono un significativo passo in avanti, non solo come risposta all'apertura nel novembre 2009 di una procedura d'infrazione a livello europeo, ma come regola più efficace ed appropriata di quella esistente a tutela degli interessi strategici nazionali, in un intervento che si articola attorno a tre assi.

In primo luogo, non c'è più un abuso dei diritti dello Stato proprietario a possibile danno di altri azionisti, ma una regola generale di intervento non dello Stato proprietario, ma dello Stato regolatore. Non rileva che un'azienda sia a partecipazione pubblica o privata, ma il fatto oggettivo che l'attività aziendale incida sugli interessi del Paese in settori strategici.

In secondo luogo, la predisposizione di una pluralità di strumenti di intervento da usare in modo proporzionale agli interessi in gioco: dall'imposizione di specifiche condizioni allo svolgimento dell'attività aziendale, all'esercizio di un diritto di veto su decisioni che alterino gli equilibri proprietari e l'oggetto sociale, fino all'opposizione all'acquisto di partecipazioni significative da parte di soggetti diversi dallo Stato italiano.

In terzo luogo, un sistema di procedure per l'attivazione di questi poteri in modo trasparente e garantito.

Questo provvedimento dimostra perciò che i vincoli del mercato unico non sono in contrasto con un penetrante intervento dei poteri statali a difesa di interessi generali della comunità. Possiamo però cogliere l'occasione di questo dibattito per passare dal settoriale al generale, perché la tornata elettorale che domenica scorsa ha interessato diversi Paesi europei ha visto emergere un sentimento diffuso nell'opinione pubblica europea: che l'Europa possa essere una causa della grave e inedita crisi economico e sociale piuttosto che lo strumento per risolverla. Mancanza di lavoro, riduzione dei redditi e delle tutele sociali: se le leadership europee non sapranno mettere in campo azioni efficaci per combattere questi mali sociali, è evidente il rischio di un arretramento gravissimo, con il risorgere di populismi, di nazionalismi e il degrado delle basi democratiche della convivenza. E la storia è lì ad insegnarci quali possono esserne i drammatici esiti. Sarebbe la sconfitta del sogno europeo, nato dalla tragedia della guerra e dall'esperienza di sanguinarie dittature: promuovere pace, democrazia e diritti attraverso una maggiore integrazione.

L'insegnamento che si deve trarre è che l'austerità fiscale fine a se stessa non è una soluzione adeguata e sufficiente. La sostenibilità del bilancio pubblico è piuttosto una premessa: senza la sostenibilità non si possono sostenere politiche pubbliche per lo sviluppo. Sbaglia chi pensa che la modificazione degli equilibri politici europei possa togliere di mezzo il fiscal compact: potrà renderlo più intelligente e graduale, ma la sostanza resterà.

La verità infatti è che, dal 2001, nell'eurozona la spesa pubblica è aumentata in termini reali di oltre il 39 per cento; nell'Europa senza la Germania è cresciuta del 41,5 per cento; 23 punti in più della crescita della spesa tedesca. Altro che mancanza di un uso del deficit del bilancio pubblico come strumento di politica economica! Il punto è che, contravvenendo Keynes, è cresciuta la cattiva spesa pubblica a danno di quella buona: più spesa corrente che investimenti, più spesa per il mantenimento degli apparati che spesa per servizi innovativi per un nuovo welfare.

Tuttavia, la regola fiscale ha bisogno della regola dello sviluppo: su questo punto deve esercitarsi un nuovo e coraggioso compromesso europeo. Senza politiche per lo sviluppo non cade solo la sostenibilità del bilancio: cade la sostenibilità sociale dell'intero edificio europeo, la sua stessa credibilità politica.

Gli strumenti necessari sono stati ben individuati anche nella lettera del febbraio scorso di 12 Primi Ministri dell'eurozona a Van Rompuy e a Barroso: project bond, ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti (BEI), rilancio dell'Europa sociale, scomputo delle spese per investimenti strategici, utilizzo almeno parziale degli eurobond, e così via.

Devono essere robusti tutti e tre i pilastri per sostenere la buona Europa: una sostenibilità fiscale condivisa, un progetto per la buona crescita e un grande mercato ben regolato. Su questi tre pilastri tornerà ad essere evidente un positivo dividendo europeo.

Il Governo italiano può fare molto in questa direzione. L'autorevolezza conquistata sul campo delle istituzioni europee nel loro passato servizio pubblico dal presidente del Consiglio, professor Monti, e dal ministro Moavero Milanesi è una ottima base per una iniziativa di convinzione degli altri partner europei perché queste politiche siano attuate con lungimiranza e immediatezza.

Il nostro voto favorevole assume oggi anche questo significato: un pieno sostegno al nostro Governo perché combatta questa buona battaglia in Europa. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PICHETTO FRATIN (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICHETTO FRATIN (PdL). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, senatrici e senatori, viene oggi all'esame dell'Aula un provvedimento che, proposto dal Governo sotto forma di decreto-legge, è stato ampiamente rimaneggiato in sede di primo esame da parte della Camera dei deputati, con il concorso dei Gruppi parlamentari e con l'assenso dello stesso Governo. Un provvedimento, pertanto, già largamente condiviso, che consente al nostro Paese di adeguare le norme sui poteri speciali dello Stato in materia di assetti societari, nei settori di rilevanza strategica e a tutela dell'interesse nazionale, conformemente alle indicazioni provenienti dalle istituzioni europee, che hanno avviato, come è noto, procedure di infrazione contro le vigenti norme italiane, così come nei confronti di altri Paesi comunitari.

In sostanza, abrogando le norme vigenti, che risalgono al 1994, il decreto-legge interviene finalmente in un ambito legislativo che richiedeva con urgenza una riformulazione delle regole, anche per il mutato contesto sia interno che internazionale. Infatti, le norme di cui al decreto-legge n. 332 del 1994 nascevano da un contesto che vedeva avviata un'ampia azione di privatizzazione delle partecipazione societarie detenute dallo Stato in numerosi e importanti aziende operanti nel campo dell'energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti. Nel momento in cui si avviava questo processo, contraddistinto da un percorso non sempre lineare e razionale, ma in taluni casi dettato dall'emergenza dì intervenire sul fronte della finanza pubblica, era comunque necessario assicurare allo Stato uno strumento di «ultima istanza», al fine di garantire che la presenza di scalate ostili o l'ingresso nella compagine societaria di soggetti potenzialmente in grado di pregiudicare l'interesse nazionale, potesse essere evitato, andando a incidere con poteri e procedure speciali.

Di qui anche la notevole discrezionalità che le norme vigenti permettevano all'azione del Governo, chiamato a valutare il concreto verificarsi dei pericoli in cui andava a incorrere l'interesse nazionale e a provvedere, di conseguenza, con gli strumenti disponibili.

Tali norme, però, nella loro ampiezza e discrezionalità, andavano a incidere pesantemente sulla libera concorrenza, di modo che il ricorso del Governo alla regola della golden share poteva anche mascherare la volontà di impedire l'ingresso a soggetti esterni nella compagine societaria o a vietare operazioni straordinarie sul capitale, con motivazioni di carattere economico e, comunque, estranee all'obiettivo dichiarato della tutela dell'interesse nazionale in settori strategici come la sicurezza, la difesa, l'energia e le telecomunicazioni.

In fondo, le obiezioni mosse in sede di Unione europea alle norme attuali - e il problema non ha riguardato solo l'Italia - erano sostanzialmente motivate dalla necessità di porre regole che fossero utilizzabili in modo oggettivo e sulla base della proporzionalità tra provvedimenti che comprimono effettivamente la libera concorrenza e l'esigenza di tutelare un superiore interesse collettivo riferito a questioni vitali per la comunità nazionale.

Mi pare si possa dire che con le nuove norme messe a punto, integrando la proposta del Governo con le modifiche introdotte in sede parlamentare, si sia raggiunto l'obiettivo, contemperando queste due esigenze. Non si tratta, infatti, di un indebolimento generalizzato della capacità dello Stato di tutelare l'interesse nazionale, laddove se ne ravveda la necessità effettiva, perché, anzi, con le nuove regole sulla golden share, i poteri speciali d'intervento posti in mano al Governo non sono più legati, come per l'abroganda normativa, al concetto di proprietà pubblica, potendosi esercitare indifferentemente nei confronti di aziende sia pubbliche che private, per le quali si ravvisino le condizioni di legge, ovvero il fatto di operare comunque in settori di rilevanza strategica.

È questa, a mio avviso, la novità più rilevante della nuova normativa, a conferma del fatto che era necessario andare oltre il concetto di proprietà pubblica come unico ed esclusivo strumento per tutelare l'interesse nazionale.

Oggi, l'evoluzione delle concezioni economiche e sociali, e ora anche delle regole poste a presidio dell'interesse comune, consentono al Governo di intervenire anche nei confronti dei soggetti privati, con ciò implicitamente riconoscendo che non è la proprietà pubblica la modalità che si presta a salvaguardare esigenze di natura strategica.

Per effetto delle nuove norme, attraverso una disciplina secondaria di tipo attuativo, saranno definite e affidate le funzioni di individuazione di attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e di sicurezza nazionale, in rapporto alle quali potranno essere attivati i cosiddetti poteri speciali. In base a ciò, si definirà il concreto esercizio dei poteri speciali e l'individuazione di ulteriori disposizioni attuative, così come per quanto riguarda l'energia, i trasporti e le telecomunicazioni.

Vorrei ricordare anche la presenza delle cosiddette norme di reciprocità, nel rispetto degli accordi internazionali sottoscritti dall'Italia e dall'Unione europea.

In conclusione, colleghi, con l'approvanda nuova regolamentazione della golden share, e, naturalmente, dei poteri speciali di intervento sulle delibere, vengono più correttamente ed efficacemente contemperati gli interessi nazionali, slegandoli dalla proprietà pubblica, ma ponendo criteri oggettivi all'esercizio da parte del potere statale di una legittima e motivata compressione delle regole della concorrenza, escludendo ragioni economiche ad atti che devono e possono avere unicamente finalità di tutela dell'interesse comune, in contesti di per sé eccezionali.

Con questo adeguamento normativo il nostro Paese compie un ulteriore e significativo passo nell'adeguare la propria legislazione ai principi della disciplina comunitaria e all'apertura, sulla base di reciprocità, alla libera circolazione dei capitali.

Viene meno un elemento che poteva in qualche modo frenare od ostacolare l'attivazione di investimenti esteri in Italia, e questo è comunque un risultato positivo, in considerazione della storica difficoltà del nostro Pese di essere attrattivo nei confronti di investimenti diretti dall'estero. Non è questa naturalmente l'unica causa; occorre anche considerare i motivi legati ad una tassazione penalizzante per le imprese, ai tempi e alle procedure della giustizia civile, alle rigidità del mercato, che si sta con fatica cercando di superare. Ma, indubbiamente, la possibilità di limitare gli interventi discrezionali dell'Esecutivo nell'uso della golden share costituisce una norma significativa, anche in relazione alle citate opportunità di investimento in Italia da parte di capitali esteri, e quindi rappresenta un ulteriore provvedimento indirizzato a favorire la crescita del nostro Paese.

Per questi motivi, dichiaro il voto favorevole del Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

MURA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge, composto del solo articolo 1.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).