Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (601 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 720 del 09/05/2012


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente NANIA

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,44).

Si dia lettura del processo verbale.

STRADIOTTO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

Sul processo verbale

DELLA SETA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DELLA SETA (PD). Signor Presidente, vorrei fare una precisazione sul processo verbale, nonché sul Resoconto stenografico, dove a pagina 63 si legge che sono stati approvati due distinti ordini del giorno, uno derivante dall'emendamento 7.0.350 dei senatori Vallardi e Monti Cesarino, e l'altro derivante dall'emendamento 7.0.301 della senatrice Mazzuconi. In particolare, nel Resoconto stenografico è scritto che io avrei dato parere favorevole ai due distinti ordini del giorno: in realtà, a me ieri è arrivato un unico ordine del giorno, firmato sia dalla senatrice Mazzuconi, che dai senatori Vallardi e Molinari, al quale mi risulta abbia poi aggiunto la sua firma anche la senatrice Gallone, ed è su quello - chiedendo una leggera riformulazione - che sia io che il rappresentante del Governo abbiamo espresso parere favorevole.

Chiedo quindi che questa imprecisione del Resoconto stenografico venga corretta e che conseguentemente se ne tenga conto nel processo verbale. L'ordine del giorno su cui ieri relatore e rappresentante del Governo hanno espresso parere favorevole è soltanto uno che reca la firma dei due primi firmatari degli emendamenti in oggetto: non sono due distinti ordini del giorno.

PRESIDENTE. Senatore Della Seta, la Presidenza prende nota dei rilievi da lei posti sul processo verbale, che sarà pertanto integrato in tal senso. Gli Uffici provvederanno, inoltre, ad apportare le conseguenti modifiche ai Resoconti sommario e stenografico.

Se non vi sono altre osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,50).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Colleghi, è presente in Aula una delegazione di miei "conterronei", del Liceo classico «Santa Maria di Gesù Redentore» di Taormina, in provincia di Messina, cui va il nostro saluto. (Applausi). Sono i nostri "conterronei"!

Seguito della discussione e approvazione del disegno di legge:

(3255) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, recante norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell'energia, dei trasporti e delle comunicazioni (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 16,52)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 3255, già approvato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta antimeridiana si è concluso l'esame degli articoli e dei relativi emendamenti e ordini del giorno.

Passiamo alla votazione finale.

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, signor Ministro, signori membri del Governo, colleghi, farò una brevissima dichiarazione di voto su questo disegno di legge.

Annunciando il voto favorevole su questo provvedimento da parte del Gruppo dell'Italia dei Valori, richiamo qui la posizione espressa questa mattina in discussione generale.

Mi consenta tuttavia, di fare una brevissima considerazione, perché noi, dopo l'approvazione di questa norma, andiamo a tutelare con la golden share aziende importantissime che sono detenute dallo Stato, come ad esempio Finmeccanica, sconvolta da uno scandalo senza precedenti, indagata dai magistrati. Ci ricordiamo Guarguaglini e la moglie Marina Grossi, ci ricordiamo SELEX e tutto il sistema che addirittura, secondo la magistratura, ha screditato l'Italia in sede internazionale. Questo per dire, signor Presidente, che bisognerebbe avere più oculatezza nella designazione dei dirigenti di queste aziende strategiche, perché ricordo che questa persona dopo aver combinato disastri, danni e screditato questo Paese, si è presa pure una buonuscita milionaria: non 5-6 milioni di euro ma addirittura, con annessi e connessi, siamo arrivati ad oltre 10 milioni di euro come premialità per aver screditato un'azienda importante.

Signor Presidente, quando devono intervenire i comici, i pupazzi come il Gabibbo di «Striscia la notizia» a ricordare la moralità, l'etica pubblica, il dovere, quando ci sono i magistrati che intervengono, il cui impegno e lavoro encomiabile l'Italia dei Valori apprezza e sostiene a prescindere, vuol dire che la politica ne esce sconfitta.

Quindi, rassegno anche questa brevissima considerazione alla riflessione dell'Aula perché bisogna recuperare la golden share, però anche i concetti dell'etica pubblica e del bene comune. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, noi voteremo a favore del provvedimento, esprimendo un voto convintamente positivo sia alla luce del suo contenuto, sia alla luce delle riflessioni che in particolare il Ministro ha ritenuto di rendere in sede di replica: riflessioni che ci sono parse molto importanti e molto significative sul piano culturale e anche politico. Infatti, credo che il Ministro sia riuscito a dare il senso di un provvedimento che, al di là del merito rilevante, importante, significativo, affronta alcune questioni fondamentali, che penso si possano riassumere in questo modo: da una parte, esso aiuta a creare trasparenza e attrattività, determinando cioè una condizione di sistema che consente al nostro Paese di poter misurarsi meglio all'interno della competizione internazionale per l'attrazione degli investimenti. La seconda questione attiene anche al tema della sovranità, cioè al fatto che noi, attraverso questo provvedimento, indichiamo la presenza e il ruolo dello Stato in quanto garante degli interessi nazionali, pur in un quadro di appartenenza europea; meglio ancora, direi: in un quadro di coerenza europeista.

Tuttavia, l'importanza di consolidare la difesa e la tutela dell'interesse nazionale e dell'interesse nazionale strategico è un valore significativo, che credo debba essere sottolineato. Questo quindi consente di affrontare quelle questioni che il Ministro ha citato in un quadro che tenga conto di questi riferimenti, sicché il tema dell'italianità facilmente può essere declinato non solo sul versante della proprietà, ma anche sul versante dell'attività insediata all'interno del sistema Paese, con le regole del sistema Paese e con l'apertura che bisogna determinare per eliminare alcune strozzature del sistema produttivo, per avere sul tema delle acquisizioni, a cui il Ministro faceva riferimento, una capacità anche in questo caso attrattiva, che serva anche a provocare uno sviluppo dimensionale e, attraverso esso, una crescita competitiva del sistema produttivo.

L'ultima questione, che mi pare rilevante e che giustamente il Ministro ha evidenziato (è stato anche un modo per rispondere ad alcune considerazioni emerse durante la discussione generale), attiene al tema della reciprocità: ossia determinare e creare quelle condizioni per essere attrattivi, ma anche per consentire al sistema produttivo italiano di eccellenza e di qualità di avere la capacità di crescita, di internazionalizzazione e di acquisizione.

Per questi motivi, riteniamo che il provvedimento sia importante e significativo per il suo valore economico e sociale, ma anche, e soprattutto, per il valore culturale che esprime. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI).

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevoli membri del Governo, onorevoli colleghi, il Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI voterà convintamente a favore del provvedimento per due ragioni fondamentali, atteso che esso fa chiarezza profonda su due aspetti.

In primo luogo, quando si definiscono l'interesse nazionale e la strategicità delle produzioni, ci si riferisce finalmente all'oggetto della produzione e non al soggetto. Ciò introduce un principio fondamentale che supera la querelle privato-pubblico che, nella storia del nostro Paese, è stata spesso utilizzata per portare nell'area pubblica, trasformandoli in carrozzoni di Stato, interi settori produttivi, o per privatizzare e liberare, con quattro amici al bar (consentitemi l'espressione), altrettanti interi settori produttivi, salvo ritrovarci, come nel caso della privatizzazione della Telecom, per oltre due anni con l'anagrafe tributaria oggetto di una società privata. Ricordo che in quel caso la questione la si dovette risolvere dopo due anni.

La seconda motivazione per cui votiamo convintamente a favore è la definizione del perimetro. Quindi, anzitutto, oggetto e non soggetto. Chiunque sia il soggetto, esso deve essere sottoposto al controllo del Governo e del Parlamento italiano. Viene stabilito un perimetro molto ristretto e specifico che definisce i casi di strategicità nell'interesse nazionale: non si tratta, infatti, di una questione di italianità o meno, ma di interessi italiani.

Ciò detto, desidero però sottolineare alcune questioni che rimangono aperte e che il ministro Moavero Milanesi ha in gran parte toccato nella sua replica. Certamente sarebbe stato meglio, anche per il Governo, avere a supporto un forte ordine del giorno dell'Aula sui tre temi che rimangono aperti. Li cito a memoria per rafforzare il voto positivo, ma anche a segnalare ai colleghi e al Governo che non abbiamo ancora compiuto l'opera fino in fondo.

Il primo problema deriva dal fatto che nel coordinamento con l'Unione europea è prevista la reciprocità, ma soltanto in riferimento ai Paesi extraeuropei, non essendo prevista la reciprocità all'interno dell'Unione europea, come correttamente il ministro Moavero Milanesi ha informato durante i lavori delle Commissioni riunite. Capite che questo è un argomento che sia il Governo che il Parlamento dovrebbero seguire attentamente. Ho ricordi antichi, ma rammento che quando si trattò di un grande gruppo imprenditoriale italiano che acquisì un'importante azienda belga - la Société Générale de Belgique (SGB) - in quattro e quattr'otto questo fu gentilmente pregato di accomodarsi all'uscio. Oppure, quando l'Italia fu costretta - giustamente - a mettere in vendita alcune Generation Company (Genco) da parte dell'ENEL, vedemmo che alla gara per la loro privatizzazione parteciparono grandi aziende pubbliche di grandi Paesi europei: il riferimento a Électricité de France (EDF) è voluto per memoria di tutti. Questo è il primo punto che resta aperto.

Il secondo punto riguarda la non coerenza tra questo decreto-legge e la pregressa normativa circa gli interventi della Cassa depositi e prestiti. Questo era il senso di auspicio, di invito al Governo, a rendere coerenti e omogenee queste due norme che, varando questo decreto-legge, saranno entrambe leggi della Repubblica italiana, ma con una pesante contraddizione e un enorme rischio. È possibile che sia non un rischio da qui a tre o a sei mesi, ma un fatto strutturale che può emergere da qui a tre o quattro anni. Infatti (cito testualmente), nel momento in cui si autorizza la Cassa depositi e prestiti a interventi strategici nell'interesse nazionale, nel precedente decreto-legge del marzo dell'anno scorso (se non ricordo male), a differenza del provvedimento in esame, si affermava che rientrano nell'interesse nazionale casi aziendali qualificati da rilevanti fatturati, rilevanti livelli occupazionali e rilevanti effetti sulle economie territoriali.

A chi, come il sottoscritto, ha una certa età, viene immediatamente alla mente l'inizio degli anni Settanta, quando queste stesse motivazioni furono portate per chiedere l'intervento dell'IRI, e cominciò la sua fine - salvo che ne abbiamo ricostituite più di 700 negli ultimi anni a livello locale e regionale - proprio quando, perdendo il focus strategico nei settori chiave d'interesse nazionale, se ne estese l'intervento, che arrivò, come ho già avuto modo di dire, ai «Buondì» Motta, ai panettoni e alle colombe. Ora, cari colleghi, questo tema resta aperto. Astenersi o meno in Aula su quell'ordine del giorno non significa aver risolto il problema, semmai aver rinunciato a dare al Governo un supporto forte per affrontarlo e risolverlo.

Vi è però una differenza fondamentale e ancora più grave, perché nel caso degli anni Settanta e dell'IRI si usarono i soldi dei contribuenti futuri, cioè si fecero quelle operazioni a deficit e a debito pubblico, e oggi i contribuenti sono chiamati a pagare i debiti accesi all'epoca per fare quei tipi di salvataggio. Nel caso della Cassa depositi e prestiti, con quel perimetro ampio, non sarebbero soldi dei contribuenti, ma addirittura i risparmi dei risparmiatori postali.

Non si tratta di discutere lo statuto della Cassa depositi e prestiti, la qualità della sua attuale dirigenza o dell'attuale direzione del Ministero dell'economia e delle finanze, ma di pensare che i tempi cambiano e che magari da qui a qualche anno - Dio non voglia - la norma consentirebbe a un Ministro dell'economia di decidere con proprio decreto di far investire la Cassa depositi e prestiti nei settori d'interesse nazionale qualificati nel modo che ho citato pochi minuti fa.

L'ultimo argomento aperto è se lasciare questa potestà ad un decreto esclusivo del Ministero dell'economia, cioè del Ministro pro tempore, o se, in questi casi, non sia più opportuno, da una parte, spostare tale potestà alla Presidenza del Consiglio, che rappresenta la collegialità del Governo e, dall'altra, sottoporla ad una verifica del Parlamento. Da liberale, credo ancora nella democrazia liberale, che richiede la capacità di governo dell'Esecutivo e il mantenimento di una seria capacità di controllo da parte del Parlamento.

Per queste motivazioni, confermo il nostro voto favorevole, sottolineando nuovamente i temi che, approvato questo decreto, restano sul tavolo, sollecitando ancora il Governo a non considerare concluso l'iter, dal momento che in realtà esso è solo iniziato, onde definire in modo più corretto la situazione per i prossimi decenni. Oggi, in questi ultimi anni, abbiamo raccolto ciò che avevamo seminato negli anni Settanta da questo punto di vista. Poiché la nuova generazione si trova già sulle spalle quell'onere di debito, è impossibile immaginare di accollargliene un altro da qui ai prossimi 15 anni. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. È presente in Aula una delegazione del II Istituto Comprensivo di base statale «G. Falcone e P. Borsellino» di Cassibile, in provincia di Siracusa, a cui va il saluto dell'Assemblea. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3255 (ore 17,09)

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, intervengo brevemente, anche perché condividiamo le ragioni testé espresse dal senatore Baldassarri. Condividiamo anche la posizione di chi in Commissione ha dichiarato che il decreto introduce criteri oggettivi e trasparenti, che mettono il Governo nelle condizioni di esercitare le prerogative che gli verranno conferite.

È fondamentale, nonostante il giusto controllo degli organismi europei che mirano a preservare la libertà di mercato, che su aziende considerate strategiche per il nostro Paese il Governo sia messo in condizione di difenderne le ricchezze, intese anche come capitale umano e scientifico. Tutti noi dobbiamo dare atto al Governo di essere intervenuto tempestivamente e con competenza su questo tema, producendo un testo che, seppur passibile di critiche o di disparati commenti (vista la delicatezza dell'argomento e degli interessi in ballo), affronta la questione sollevata dalla procedura di infrazione e definisce meglio e con maggior precisione i poteri speciali attivabili dal Governo, ampliando la facoltà del Parlamento di interloquire con l'Esecutivo.

È nostro dovere tutelare prima di tutto gli interessi del Paese e delle imprese che operano nel settore della difesa e in altre aree strategiche. D'altra parte, ha ragione anche il Ministro quando in Commissione, dopo aver ricostruito analiticamente la normativa sulla golden share, adottata nel Regno Unito, in Germania e in Francia, ha evidenziato come lo strumento principale per fronteggiare i disallineamenti normativi tra i diversi Stati europei non consista nell'adozione di una normativa nazionale protezionistica, bensì nell'attivazione di strumenti previsti dai Trattati, come i ricorsi alla Corte di giustizia, l'intervento dell'Antitrust, ovvero il divieto di erogazione di aiuti di Stato.

Il decreto, a nostro parere, esprime una giusta sintesi tra queste due considerazioni. Raggiunge un buon punto di equilibrio ed è per questo che esprimeremo un voto favorevole. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI)

VACCARI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VACCARI (LNP). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, il disegno di legge in discussione norma i poteri speciali che il Governo deve detenere sugli assetti societari di imprese nazionali operanti nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell'energia, dei trasporti e delle comunicazioni. S'intende, perciò, introdurre anche nel nostro ordinamento, similmente a quanto già previsto, per esempio, in Belgio e in altri settori strategici, un istituto riconducibile alla cosiddetta golden share.

Con tale dizione si indicano sinteticamente, nel diritto dell'Unione europea, tutti i regimi nazionali che riservano all'Esecutivo determinate prerogative di intervento sulla struttura azionaria e nella gestione delle imprese appartenenti ai settori strategici nazionali.

Abbiamo già espresso, in sede di discussione, la posizione generale della Lega su questo provvedimento che, da una parte, ci vede favorevoli, perché il tema viene finalmente affrontato e perché viene affrontato anche nella direzione più volte auspicata dalla Lega, cioè dando al nostro Paese la possibilità di difendersi di fronte ai potenziali rischi di una compravendita di imprese in settori più o meno strategici da parte di imprese estere.

Adesso, con il decreto-legge in esame, vengono posti alcuni paletti chiari in certi settori. Si imposta un metodo di opposizione che è simile - o che comunque si rifà - al percorso già avviato in altri Paesi europei, soprattutto in Belgio, come ho già detto. Lo si fa con riguardo non a specifiche aziende, come magari accadeva con la legislazione prima vigente, per la quale siamo incorsi - ne abbiamo già parlato - nella procedura di infrazione, ma lo si fa potenzialmente con riguardo a tutte le aziende, anche a quelle già privatizzate, e crediamo che si venga ad impostare un modello che può essere utile anche ad altri Paesi europei.

Da quanto abbiamo capito, il provvedimento in esame e questo modello sono già stati discussi dal Governo italiano con la Commissione europea, come ha affermato il Ministro, ci pare di capire che sia visto come un modello al quale anche altri Paesi possono fare riferimento.

Tuttavia, non neghiamo che il coraggio dimostrato in questo provvedimento sia comunque poco rispetto a quello che avremmo voluto ci fosse. Già nel corso della discussione in Commissione e poi anche in Aula abbiamo fatto presente che crediamo si venga a creare una sorta di doppio binario della difesa delle realtà industriali tra l'Italia e altri Paesi. Noi oggi impostiamo il cosiddetto regime di difesa che si rifà - come abbiamo detto - al sistema belga, che è un sistema di opposizione. Esistono altri sistemi, come quello francese, che sono sistemi di autorizzazione molto più incisivi.

Pertanto, abbiamo proposto la possibilità che anche in Italia ciò possa essere previsto nella legge. Quello che è accaduto per la Francia non potrebbe accadere per l'Italia? Dobbiamo decidere preventivamente che siamo meno forti politicamente in Europa rispetto alla Francia? È un tema che abbiamo posto e sul quale non abbiamo trovato un vero riscontro. Su altri riconosciamo che il Governo è venuto incontro ad alcune istanze poste dalla Lega.

Sul testo, prima delle modifiche apportate alla Camera, c'era semplicemente il parere inviato alle Commissioni competenti. Sono stati approvati due emendamenti della Lega in cui vi è quasi un doppio parere, un parere rafforzato da parte delle Commissioni. Crediamo, infatti, che il Parlamento, e quindi anche la politica, su un tema su cui adesso non si parla - quando arriverà il momento di un caso specifico, se ne parlerà molto - possa dire la propria rispetto al Governo. Non vogliamo, infatti, che tutto questo potere di decidere se intervenire o meno - e come intervenire, eventualmente - sia nelle mani dell'Esecutivo.

La Lega Nord ha lavorato affinché ulteriori asset strategici venissero inclusi fra i settori rilevanti, al fine di tutelare maggiormente le nostre imprese dalle scalate esterne sia europee che extraeuropee. Gli emendamenti di oggi, purtroppo bocciati, testimoniano il nostro impegno e ci dispiace che non siano stati accolti.

Il tema - non lo nascondiamo - è molto importante, soprattutto oggi, quando le sopite liberalizzazioni stanno forse prendendo corpo, stando, ad esempio, alla volontà del Governo Monti di separare ENI da SNAM o viceversa.

Si tratta, quindi, di un tema importante, fondamentale. In questo periodo storico in cui l'economia nazionale non ha fattori di crescita positivi, in cui le grandi imprese faticano ad aumentare i propri redditi e in cui il prodotto interno lordo si ridimensiona rispetto alle stime previste, ecco che la possibilità di acquisizioni straniere di asset strategici nazionali può diventare veramente concreta.

Fare le liberalizzazioni quando le imprese nazionali non hanno ancora avuto la possibilità di acquisire quote pubbliche può essere veramente pericoloso, e questa è effettivamente la nostra preoccupazione. Un esempio potrebbe essere l'ENEL, a cui viene fatto obbligo di collocare una serie di Genco, proprio per liberalizzare il sistema elettrico.

Riteniamo ancora, però, che il testo sia insufficiente rispetto ai temi che abbiamo posto. Crediamo che comunque questa sia anche una piccola vittoria della Lega, la quale per prima ha posto il tema della difesa delle proprie industrie e delle proprie imprese; lo fece quando tutti ci ridevano dietro e ci dicevano che dovevamo essere liberisti. Adesso vediamo che anche altri convergono sulle nostre posizioni.

La nostra preoccupazione, però, è quella che stiamo costruendo un sistema poco rigido per la salvaguardia delle nostre imprese, mentre altri Stati europei - come ho già osservato - hanno costruito un sistema molto più rigido e più protetto, a discapito della concorrenza e della libera circolazione dei capitali, tanto invocata dall'Unione europea. Talvolta, infatti, pare che la stessa Commissione europea adotti, in effetti, due pesi e due misure, in riferimento allo Stato che ha di fronte. In quest'ottica, quindi, la Lega Nord chiede che alcune delle disposizioni del provvedimento debbano essere estese anche ai soggetti interni all'Unione europea, così come la legislazione francese consente (ciò era stato oggetto di un emendamento che è stato respinto nella seduta antimeridiana).

In conclusione, signor Presidente, non vogliamo assolutamente che si passi attraverso una svendita delle partecipazioni, soprattutto in un momento storico come quello odierno, dove vi è una grave crisi economica e dove il valore delle imprese potrebbe diminuire, rendendone così molto appetibile l'acquisto anche da parte di gruppi stranieri.

Quindi, la Lega Nord apprezza l'iniziativa della proposta del Governo, ma questo provvedimento può e deve essere sicuramente modificato e migliorato.

La nostra posizione è molto più spinta e, pur riconoscendo il lavoro svolto dal Governo su questo tema - che riteniamo importante - e pur riconoscendo che tante cose da noi espresse sono state accolte, la Lega comunque esprimerà un voto di astensione. Tale astensione vuole esprimere anche, secondo il nostro Regolamento, una contrarietà e uno stimolo a migliorare un provvedimento che - ripeto - rappresenta un primo passo rispetto ad una difficoltà e a un vuoto che prima esisteva nonché rispetto alle preoccupazioni derivanti dalle procedure di infrazione in corso. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

GIARETTA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIARETTA (PD). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, i nostri relatori hanno bene indicato i motivi per cui esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame, che naturalmente il Gruppo del Partito Democratico conferma, dopo quello espresso alla Camera dei deputati.

Si tratta di norme che agiscono su un settore specifico, ma che ci offrono l'occasione per una riflessione generale: l'esistenza di un mercato unico europeo ben regolato non impedisce la difesa dei legittimi interessi nazionali o, meglio, la difesa del bene comune delle singole comunità nazionali. A maggior ragione, buone regole per il corretto funzionamento dei mercati e l'esercizio di poteri pubblici, cioè ispirati dalla difesa degli interessi nazionali, sono strumenti ancora più necessari in un mondo caratterizzato da una finanza pervasiva che ha cambiato la natura stessa del capitalismo. Le esigenze di profitto a brevissimo termine hanno spesso portato alla distruzione di valori, di competenze e di capacità produttive. I derivati finanziari si sono ormai distaccati dalla ricchezza reale, superiori di oltre 10 volte rispetto al PIL mondiale. Occorrono perciò regole di difesa da scalate ostili, da alterazioni della concorrenza distruttive di ricchezza.

Vorrei anche osservare che, in fondo, le norme al nostro esame costituiscono una buona applicazione dei principi previsti dall'articolo 41 della Costituzione (quell'articolo che qualcuno voleva mettere in discussione). Come recita il testo, «l'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Siamo esattamente in questo campo, e le norme che approveremo costituiscono un significativo passo in avanti, non solo come risposta all'apertura nel novembre 2009 di una procedura d'infrazione a livello europeo, ma come regola più efficace ed appropriata di quella esistente a tutela degli interessi strategici nazionali, in un intervento che si articola attorno a tre assi.

In primo luogo, non c'è più un abuso dei diritti dello Stato proprietario a possibile danno di altri azionisti, ma una regola generale di intervento non dello Stato proprietario, ma dello Stato regolatore. Non rileva che un'azienda sia a partecipazione pubblica o privata, ma il fatto oggettivo che l'attività aziendale incida sugli interessi del Paese in settori strategici.

In secondo luogo, la predisposizione di una pluralità di strumenti di intervento da usare in modo proporzionale agli interessi in gioco: dall'imposizione di specifiche condizioni allo svolgimento dell'attività aziendale, all'esercizio di un diritto di veto su decisioni che alterino gli equilibri proprietari e l'oggetto sociale, fino all'opposizione all'acquisto di partecipazioni significative da parte di soggetti diversi dallo Stato italiano.

In terzo luogo, un sistema di procedure per l'attivazione di questi poteri in modo trasparente e garantito.

Questo provvedimento dimostra perciò che i vincoli del mercato unico non sono in contrasto con un penetrante intervento dei poteri statali a difesa di interessi generali della comunità. Possiamo però cogliere l'occasione di questo dibattito per passare dal settoriale al generale, perché la tornata elettorale che domenica scorsa ha interessato diversi Paesi europei ha visto emergere un sentimento diffuso nell'opinione pubblica europea: che l'Europa possa essere una causa della grave e inedita crisi economico e sociale piuttosto che lo strumento per risolverla. Mancanza di lavoro, riduzione dei redditi e delle tutele sociali: se le leadership europee non sapranno mettere in campo azioni efficaci per combattere questi mali sociali, è evidente il rischio di un arretramento gravissimo, con il risorgere di populismi, di nazionalismi e il degrado delle basi democratiche della convivenza. E la storia è lì ad insegnarci quali possono esserne i drammatici esiti. Sarebbe la sconfitta del sogno europeo, nato dalla tragedia della guerra e dall'esperienza di sanguinarie dittature: promuovere pace, democrazia e diritti attraverso una maggiore integrazione.

L'insegnamento che si deve trarre è che l'austerità fiscale fine a se stessa non è una soluzione adeguata e sufficiente. La sostenibilità del bilancio pubblico è piuttosto una premessa: senza la sostenibilità non si possono sostenere politiche pubbliche per lo sviluppo. Sbaglia chi pensa che la modificazione degli equilibri politici europei possa togliere di mezzo il fiscal compact: potrà renderlo più intelligente e graduale, ma la sostanza resterà.

La verità infatti è che, dal 2001, nell'eurozona la spesa pubblica è aumentata in termini reali di oltre il 39 per cento; nell'Europa senza la Germania è cresciuta del 41,5 per cento; 23 punti in più della crescita della spesa tedesca. Altro che mancanza di un uso del deficit del bilancio pubblico come strumento di politica economica! Il punto è che, contravvenendo Keynes, è cresciuta la cattiva spesa pubblica a danno di quella buona: più spesa corrente che investimenti, più spesa per il mantenimento degli apparati che spesa per servizi innovativi per un nuovo welfare.

Tuttavia, la regola fiscale ha bisogno della regola dello sviluppo: su questo punto deve esercitarsi un nuovo e coraggioso compromesso europeo. Senza politiche per lo sviluppo non cade solo la sostenibilità del bilancio: cade la sostenibilità sociale dell'intero edificio europeo, la sua stessa credibilità politica.

Gli strumenti necessari sono stati ben individuati anche nella lettera del febbraio scorso di 12 Primi Ministri dell'eurozona a Van Rompuy e a Barroso: project bond, ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti (BEI), rilancio dell'Europa sociale, scomputo delle spese per investimenti strategici, utilizzo almeno parziale degli eurobond, e così via.

Devono essere robusti tutti e tre i pilastri per sostenere la buona Europa: una sostenibilità fiscale condivisa, un progetto per la buona crescita e un grande mercato ben regolato. Su questi tre pilastri tornerà ad essere evidente un positivo dividendo europeo.

Il Governo italiano può fare molto in questa direzione. L'autorevolezza conquistata sul campo delle istituzioni europee nel loro passato servizio pubblico dal presidente del Consiglio, professor Monti, e dal ministro Moavero Milanesi è una ottima base per una iniziativa di convinzione degli altri partner europei perché queste politiche siano attuate con lungimiranza e immediatezza.

Il nostro voto favorevole assume oggi anche questo significato: un pieno sostegno al nostro Governo perché combatta questa buona battaglia in Europa. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PICHETTO FRATIN (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICHETTO FRATIN (PdL). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, senatrici e senatori, viene oggi all'esame dell'Aula un provvedimento che, proposto dal Governo sotto forma di decreto-legge, è stato ampiamente rimaneggiato in sede di primo esame da parte della Camera dei deputati, con il concorso dei Gruppi parlamentari e con l'assenso dello stesso Governo. Un provvedimento, pertanto, già largamente condiviso, che consente al nostro Paese di adeguare le norme sui poteri speciali dello Stato in materia di assetti societari, nei settori di rilevanza strategica e a tutela dell'interesse nazionale, conformemente alle indicazioni provenienti dalle istituzioni europee, che hanno avviato, come è noto, procedure di infrazione contro le vigenti norme italiane, così come nei confronti di altri Paesi comunitari.

In sostanza, abrogando le norme vigenti, che risalgono al 1994, il decreto-legge interviene finalmente in un ambito legislativo che richiedeva con urgenza una riformulazione delle regole, anche per il mutato contesto sia interno che internazionale. Infatti, le norme di cui al decreto-legge n. 332 del 1994 nascevano da un contesto che vedeva avviata un'ampia azione di privatizzazione delle partecipazione societarie detenute dallo Stato in numerosi e importanti aziende operanti nel campo dell'energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti. Nel momento in cui si avviava questo processo, contraddistinto da un percorso non sempre lineare e razionale, ma in taluni casi dettato dall'emergenza dì intervenire sul fronte della finanza pubblica, era comunque necessario assicurare allo Stato uno strumento di «ultima istanza», al fine di garantire che la presenza di scalate ostili o l'ingresso nella compagine societaria di soggetti potenzialmente in grado di pregiudicare l'interesse nazionale, potesse essere evitato, andando a incidere con poteri e procedure speciali.

Di qui anche la notevole discrezionalità che le norme vigenti permettevano all'azione del Governo, chiamato a valutare il concreto verificarsi dei pericoli in cui andava a incorrere l'interesse nazionale e a provvedere, di conseguenza, con gli strumenti disponibili.

Tali norme, però, nella loro ampiezza e discrezionalità, andavano a incidere pesantemente sulla libera concorrenza, di modo che il ricorso del Governo alla regola della golden share poteva anche mascherare la volontà di impedire l'ingresso a soggetti esterni nella compagine societaria o a vietare operazioni straordinarie sul capitale, con motivazioni di carattere economico e, comunque, estranee all'obiettivo dichiarato della tutela dell'interesse nazionale in settori strategici come la sicurezza, la difesa, l'energia e le telecomunicazioni.

In fondo, le obiezioni mosse in sede di Unione europea alle norme attuali - e il problema non ha riguardato solo l'Italia - erano sostanzialmente motivate dalla necessità di porre regole che fossero utilizzabili in modo oggettivo e sulla base della proporzionalità tra provvedimenti che comprimono effettivamente la libera concorrenza e l'esigenza di tutelare un superiore interesse collettivo riferito a questioni vitali per la comunità nazionale.

Mi pare si possa dire che con le nuove norme messe a punto, integrando la proposta del Governo con le modifiche introdotte in sede parlamentare, si sia raggiunto l'obiettivo, contemperando queste due esigenze. Non si tratta, infatti, di un indebolimento generalizzato della capacità dello Stato di tutelare l'interesse nazionale, laddove se ne ravveda la necessità effettiva, perché, anzi, con le nuove regole sulla golden share, i poteri speciali d'intervento posti in mano al Governo non sono più legati, come per l'abroganda normativa, al concetto di proprietà pubblica, potendosi esercitare indifferentemente nei confronti di aziende sia pubbliche che private, per le quali si ravvisino le condizioni di legge, ovvero il fatto di operare comunque in settori di rilevanza strategica.

È questa, a mio avviso, la novità più rilevante della nuova normativa, a conferma del fatto che era necessario andare oltre il concetto di proprietà pubblica come unico ed esclusivo strumento per tutelare l'interesse nazionale.

Oggi, l'evoluzione delle concezioni economiche e sociali, e ora anche delle regole poste a presidio dell'interesse comune, consentono al Governo di intervenire anche nei confronti dei soggetti privati, con ciò implicitamente riconoscendo che non è la proprietà pubblica la modalità che si presta a salvaguardare esigenze di natura strategica.

Per effetto delle nuove norme, attraverso una disciplina secondaria di tipo attuativo, saranno definite e affidate le funzioni di individuazione di attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e di sicurezza nazionale, in rapporto alle quali potranno essere attivati i cosiddetti poteri speciali. In base a ciò, si definirà il concreto esercizio dei poteri speciali e l'individuazione di ulteriori disposizioni attuative, così come per quanto riguarda l'energia, i trasporti e le telecomunicazioni.

Vorrei ricordare anche la presenza delle cosiddette norme di reciprocità, nel rispetto degli accordi internazionali sottoscritti dall'Italia e dall'Unione europea.

In conclusione, colleghi, con l'approvanda nuova regolamentazione della golden share, e, naturalmente, dei poteri speciali di intervento sulle delibere, vengono più correttamente ed efficacemente contemperati gli interessi nazionali, slegandoli dalla proprietà pubblica, ma ponendo criteri oggettivi all'esercizio da parte del potere statale di una legittima e motivata compressione delle regole della concorrenza, escludendo ragioni economiche ad atti che devono e possono avere unicamente finalità di tutela dell'interesse comune, in contesti di per sé eccezionali.

Con questo adeguamento normativo il nostro Paese compie un ulteriore e significativo passo nell'adeguare la propria legislazione ai principi della disciplina comunitaria e all'apertura, sulla base di reciprocità, alla libera circolazione dei capitali.

Viene meno un elemento che poteva in qualche modo frenare od ostacolare l'attivazione di investimenti esteri in Italia, e questo è comunque un risultato positivo, in considerazione della storica difficoltà del nostro Pese di essere attrattivo nei confronti di investimenti diretti dall'estero. Non è questa naturalmente l'unica causa; occorre anche considerare i motivi legati ad una tassazione penalizzante per le imprese, ai tempi e alle procedure della giustizia civile, alle rigidità del mercato, che si sta con fatica cercando di superare. Ma, indubbiamente, la possibilità di limitare gli interventi discrezionali dell'Esecutivo nell'uso della golden share costituisce una norma significativa, anche in relazione alle citate opportunità di investimento in Italia da parte di capitali esteri, e quindi rappresenta un ulteriore provvedimento indirizzato a favorire la crescita del nostro Paese.

Per questi motivi, dichiaro il voto favorevole del Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

MURA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge, composto del solo articolo 1.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Seguito della discussione del disegno di legge:

(3162) Deputato LANZARIN ed altri. - Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di sfalci e potature, di miscelazione di rifiuti speciali e di oli usati nonché di misure per incrementare la raccolta differenziata (Approvato dalla Camera dei deputati)(ore 17,38)

Approvazione, con modificazioni, con il seguente titolo: Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e altre disposizioni in materia ambientale

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito ella discussione del disegno di legge n. 3162, già approvato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta di ieri si è concluso l'esame degli articoli e dei relativi emendamenti e ordini del giorno.

Passiamo alla votazione finale.

DI NARDO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI NARDO (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi. Il Gruppo Italia dei Valori condivide molte delle disposizioni volte a ridurre gli oneri per le imprese agricole che il provvedimento in esame introduce nel codice ambientale. Tuttavia, il disegno di legge ambientale oggi in esame rimane, nel suo complesso, ancora frammentario e debole.

In esso prevale un atteggiamento non nuovo, tutto volto a semplificare e snellire alcuni passaggi della legge, come se l'allentamento dei controlli, la riduzione dei monitoraggi, l'accorpamento delle autorizzazioni in capo ad un unico soggetto, che deve spesso esprimersi in termini brevissimi su progetti e problemi di assoluta complessità, fosse di per sé sufficiente a rilanciare l'economia.

Questa impostazione prevale da molti anni nel nostro Paese ed è fondata sul presupposto che i vincoli ambientali costituiscano un freno alla crescita. Tale approccio non solo è limitato, perché il resto d'Europa (e in particolare i Paesi che reggono meglio alla crisi) non segue questa filosofia riduttiva, ma è anche tecnicamente errato. Costringere amministrazioni con poche risorse economiche ed umane a svolgere in metà tempo il doppio del lavoro ad esse precedentemente rimesso, significa sperare in un miracolo. Ma se il miracolo non si verifica i casi sono due: o aumenta il contenzioso, poiché le amministrazioni possono cautelarsi attraverso sbrigative decisioni di rigetto; o aumentano i rischi per l'ambiente, poiché negli interstizi della normativa semplificata - magari approfittando dei meccanismi diffusi di silenzio-assenso - possono trovare uno spiraglio di azione i male intenzionati che da anni inquinano e danneggiano l'ambiente.

In particolare, Italia dei Valori richiede non solo che l'amministrazione pubblica debba lavorare meglio e di più, ma che debba essere messa in condizioni di farlo. Non condivide, invece, il sistematico ricorso alle deroghe, in particolare se esse riguardano materia di stretta derivazione comunitaria. È la normativa europea che ha consentito all'Italia l'introduzione di politiche ambientali e non è certo potendo disattenderla che l'Italia raggiungerà gli obiettivi di green economy che si pone sulla scena nazionale ed internazionale. Cittadini ed imprese hanno il diritto di trovarsi di fronte a norme chiare, applicabili e fatte applicare uniformemente e puntualmente dagli enti competenti.

L'esatto contrario della caotica legislazione che stiamo producendo (abbiamo visto tre interventi, in tre mesi, sulle terre e rocce da scavo e due, in due mesi, sull'autorizzazione integrata ambientale, su cui tornerà presto anche la legge comunitaria in esame al Senato) e della sua frammentaria applicazione a macchia di leopardo sul territorio. Finora tre decreti (quello ambientale, il cosiddetto salva Italia e il decreto semplificazione e sviluppo) sono intervenuti nel settore oggi al nostro esame, sovrapponendosi in modo piuttosto caotico. Il risultato è che, a furia di semplificare, non si comprende più in alcuni casi quali siano le competenze e le norme da attuare. Un esempio è dato proprio dal disegno di legge oggi in esame, in cui sono apportati i medesimi correttivi al decreto semplificazioni che l'Italia dei Valori presentò in occasione dell'esame di quel decreto (cioè al momento opportuno e nella sede pertinente) solo per vederseli respingere; probabilmente non erano stati neppure letti.

La filosofia che guida il Governo sembra analoga a quella del Governo precedente: ridurre e semplificare. Ma mentre si va con l'accetta sulle procedure che riguardano i grandi impianti energetici tradizionali, sbrigativamente definiti strategici (riteniamo incostituzionali le novità introdotte con l'ultimo decreto sulle semplificazioni, e questo emergerà solo tra molti mesi quando la Consulta dovrà occuparsi degli articoli 23, 24, 44, 57 e 57-bis di quel decreto), si emanano decreti sulle fonti rinnovabili che gettano scompiglio e timore tra gli operatori di un settore che, invece, è realmente ed effettivamente strategico per il futuro del nostro Paese. Manca, nel disegno di legge in esame, una visione organiche delle politiche ambientali, così come mancava nel decreto n. 2 del 2012, in cui pure erano state riposte molte speranze andate deluse.

Ben vengano quindi gli snellimenti procedurali, ma non altrettanto può dirsi per le disposizioni in materia di messa in sicurezza dei siti contaminati, autorità d'ambito, risorse idriche, organizzazione territoriale del servizio di raccolta dei rifiuti, terre e rocce da scavo minerarie, miscelazione di rifiuti speciali e gestione degli oli usati, che vengono inserite senza sufficiente meditazione in una normativa che dovrebbe essere stabile e coerente.

Non è chiaro quali effetti possano produrre queste norme, anche perché scritte in modo assai confuso, e quindi guardiamo con diffidenza ad interventi tanto spezzettati.

Ne esce un quadro normativo frammentario e sospetto, che può dare adito ad operazioni locali per nulla commendevoli. Non è questo un buon modo di legiferare. Invece, Italia dei Valori pone grandi problemi e grandi temi, perché di una svolta non gestionale, ma generale, ha bisogno la politica ambientale nazionale.

Occorre prima di tutto tutelare l'ambiente con un apparato sanzionatorio penale efficace e penetrante, come richiesto da una direttiva comunitaria che l'Italia ha recepito solo in minima parte. Serve l'inserimento dei delitti ambientali nel codice penale.

In secondo luogo, bisogna tutelare l'ambiente costringendo i responsabili dell'inquinamento a pagare i danni e a ripristinare lo stato dei luoghi. Da un paio di anni gli enti locali, i cittadini, le associazioni, sono stati privati di un pieno potere di azione risarcitoria. Ma non sappiamo quali effetti abbiano avuto gli accordi transattivi autorizzati dalla nuova normativa. Il principio comunitario dice: «chi inquina paga». E questo deve bastare.

Occorre inoltre completare le bonifiche. Lo scandalo dei siti che da anni restano fermi nel loro risanamento deve finire presto e con esso lo scandalo dei fondi sperperati per un risanamento mai ultimato

Bisogna poi attuare i referendum sull'acqua bene comune e ridurre le tariffe. In questo senso il Ministro si è espresso, ma in pratica vediamo molte mosse tendenti ad aggirare il risultato referendario di giugno.

Bisogna inoltre far funzionare le aree protette, che sono una ricchezza per questo Paese.

Occorre, ancora, prevenire - spendendo la metà di quello che si è fatto fino ad ora per riparare i danni - il dissesto idrogeologico ed il rischio sismico. Serve una nuova legge per il risparmio del suolo. Gli sforzi fatti finora sul questo fronte sono deludenti.

Sui rifiuti, occorre fare molto di più per la differenziata. Lo smaltimento - in discarica o con l'inceneritore - deve essere residuale e marginale. I rifiuti sono materie recuperabili e riutilizzabili e come tali devono essere progettati i beni che utilizziamo.

In sostanza, senza un potenziamento sostanziale dell'ordinamento nazionale - finora siamo di fronte a tre occasioni mancate su tre - viene confermato quel carattere meramente residuale delle politiche ambientali che il Gruppo dell'Italia dei Valori non condivide e non può condividere, e pertanto voteremo contro il provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo IdV. Congratulazioni).

CARRARA (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CARRARA (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, il disegno di legge che abbiamo discusso ieri in quest'Aula e che ci è pervenuto dalla Camera dei deputati è stato ampiamente integrato dai lavori dei commissari della 13a Commissione. Questo è stato fatto per soddisfare in modo tempestivo e adeguato la necessità di disciplinare con maggior precisione ed efficacia tutta una serie di situazioni e di tematiche ambientali.

Il mio Gruppo pertanto voterà convintamente a favore di questo disegno di legge. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Carrara, soprattutto per la sua chiarezza.

MOLINARI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MOLINARI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, nella sua relazione il collega Della Seta ha puntualmente precisato il senso del massiccio intervento della 13a Commissione, integrativo del testo del disegno di legge pervenuto dalla Camera dei deputati.

Al di là di ogni riflessione sull'inopinata decisione, assunta presso l'altro ramo del Parlamento, di cassare, durante il percorso legislativo di un precedente disegno di legge di conversione di un decreto-legge pure in materia ambientale, molte delle norme qui riproposte, che quest'Aula aveva - in tale circostanza - già licenziato, ritengo che la scelta della 13a Commissione di sottoporre all'Aula il testo oggi esaminato riconduca la materia al suo primario riferimento parlamentare.

Il relatore ha, in proposito, richiamato la scelta (cito) «di intervenire su una serie di regolamentazioni in materia ambientale che necessitavano palesemente di correzioni, razionalizzazioni e miglioramenti».

Questa affermazione mi consente di segnalare la complessità, da un lato, e la farraginosità, dall'altro, del codice ambientale (decreto legislativo n. 152 del 2006), che ha ormai richiesto numerosi interventi correttivi, sia di iniziativa governativa che parlamentare.

La costante rivisitazione toglie forza di sistema al testo. Gli aggiustamenti, derivanti dall'esperienza operativa nei diversi settori del vasto ambito, ovvero dall'esigenza di dare risposta alle più svariate sollecitazioni di enti e di operatori, inducono a chiedersi assolutamente come poter riordinare legislativamente la materia, semplificando i riferimenti e gli adempimenti, questo anche in considerazione degli ulteriori interventi legislativi compiuti in attuazione di direttive europee, oppure inseriti annualmente nei disegni di legge di bilancio e collegati.

Insomma, l'ambiente è fortunatamente al centro dell'attenzione di Stato ed enti locali, ma merita un approccio normativo più flessibile e più pragmatico: la vicenda SISTRI può costituire un esempio per chiarire quanto affermato.

Nello specifico del disegno di legge in esame, al netto degli interventi emendativi, sottolineo l'importanza - tra altri - dell'articolo 4, in materia di raccolta differenziata operata encomiabilmente dalle associazioni di volontariato senza fine di lucro, che vedono finalmente valorizzato il loro prezioso servizio sociale.

Richiamo, inoltre, l'importanza dell'articolo 7, frutto certamente di una riflessione dinamica sull'organizzazione migliore operabile sui singoli territori con riferimento al ciclo di gestione dei rifiuti.

L'articolo 13, al comma 4, infine, interviene agevolando l'attività degli imprenditori agricoli per particolari tipologie di rifiuti, sopprimendo altresì l'iniziale scadenza della loro esclusione dall'obbligo di iscrizione al SISTRI.

Ho volutamente accennato a tre soli aspetti, l'uno contenuto nel testo pervenuto dalla Camera dei deputati, gli altri derivanti dalle proposte della 13a Commissione, per segnalare la variegata prospettiva di intervento di questo disegno di legge, intervento che si rileva, nel complesso, coerente e necessario.

Per questo, a nome del mio Gruppo, annuncio il voto finale favorevole al provvedimento. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PD).

GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il testo sottoposto all'attenzione di quest'Assemblea modifica le disposizioni contenute nel disegno di legge n. 3162, recante: «Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di sfalci e potature, di miscelazione di rifiuti speciali e di oli usati nonché di misure per incrementare la raccolta differenziata».

Il decreto legislativo n. 152 del 2006, il cosiddetto codice ambientale, ha operato un generale riordino della normativa: esso ha infatti uniformato e razionalizzato la normativa per le valutazioni ambientali, le norme sulla difesa del suolo e per la tutela delle acque dall'inquinamento, oltre che per la gestione delle risorse idriche e in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinanti, nonché la normativa sulla riduzione dell'inquinamento atmosferico e quella in materia di tutela risarcitoria contro i danni all'ambiente.

Dalla sua entrata in vigore, il 29 aprile 2006, ad oggi, il codice dell'ambiente ha subito numerose modifiche ed integrazioni ad opera di successivi provvedimenti che ne hanno ridisegnato il contenuto, così come numerosi sono stati i provvedimenti emanati in attuazione delle singole parti dello stesso decreto legislativo.

Altre importanti modifiche sono state approvate nel corso dell'esame del provvedimento nella 13a Commissione del Senato.

Le correzioni più significative riguardano: la gestione dei rifiuti e lo smaltimento di materiali quali apparecchiature elettriche ed elettroniche, pile, accumulatori; materiali eterogenei, ovvero l'utilizzo di terre e rocce da scavo impiegati per la realizzazione di riempimenti non assimilabili per caratteristiche geologiche e stratigrafiche al terreno in situ, all'interno dei quali possono trovarsi materiali estranei.

In particolare, nell'intervenire sulle disposizioni relative ai piani di gestione dei rifiuti di estrazione, viene introdotta una nuova disciplina relativa alla partecipazione del pubblico al procedimento autorizzatorio dei depositi di rifiuti di estrazione, prevedendo adeguate forme di pubblicità, e sono previste nuove norme volte a garantire una più efficace gestione dei rifiuti e delle fasi relative alla chiusura delle strutture di deposito.

Alla luce di tutto ciò, reputo che l'applicazione di queste nuove misure contengano importanti miglioramenti per la sicurezza ambientale, perché, signor Presidente e onorevoli colleghi, rispettare l'ambiente equivale a rispettare noi stessi.

Per questo il mio Gruppo voterà a favore del provvedimento. (Applausi dei senatori Gustavino e De Angelis. Congratulazioni).

VALLARDI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VALLARDI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, la proposta di legge in esame la riteniamo anche un po' nostra, considerato che è stata presentata alla Camera dei deputati dai colleghi della Lega Nord. Essa ha come obiettivo principale quello di risolvere diverse problematiche che oggi il mondo dell'economia, il mondo di chi lavora, il mondo di chi fa impresa trovava nella gestione dei rifiuti. Vogliamo appunto sottolineare come il nostro attuale sistema di gestione dei rifiuti sia per le nostre aziende troppo oneroso, complicato (approfitto della presenza anche del rappresentante del Governo) e fin troppo burocratizzato: questo è un dato di fatto.

Le continue modifiche ai codici dei rifiuti, a partire dal decreto legislativo n. 152 del 2006 per arrivare ai giorni nostri, al decreto legislativo n. 205 del 3 dicembre 2010, hanno di fatto creato una giungla normativa e gli operatori del settore hanno vita difficile nell'interpretare queste norme, le quali spesso e volentieri sono un po' come i sistemi in matematica: si intersecano una dentro l'altra e alla fine è bravo chi indovina nel dare dei pareri positivi e nell'interpretare queste norme.

Un esempio credo emblematico, che è stato dibattuto diverse volte anche in questo consesso istituzionale e ha visto anche diversi interventi da parte del Gruppo della Lega Nord, è la vicenda del SISTRI: il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti. Quello sul SISTRI è un provvedimento nato sicuramente in modo positivo nella mente di chi l'ha ideato, però si è rivelato effettivamente un grosso problema, dal momento che è stato gestito molto male. Non voglio assolutamente offendere nessuno, ma poi, nella fase attuativa del provvedimento, il SISTRI mi sembra sia stato gestito un po' come dei dilettanti allo sbaraglio, perché diverse volte si è cercato di metterlo in attuazione, però - come abbiamo visto - con risultati ben poco graditi al mondo dell'imprenditoria.

Questo, fino ad oggi, non ha portato assolutamente a dei risultati positivi, perché il SISTRI, nato con l'intenzione di risolvere il problema della tracciabilità dei rifiuti, alla fine si è rivelato veramente un aggravio, un boomerang per le imprese, in quanto queste hanno dovuto spendere più soldi per potersi dotare dell'apposito software di gestione, delle apposite attrezzature, le famose black box che poi non funzionavano assolutamente; talvolta hanno dovuto assumere del personale per poter adempiere ai requisiti normativi del SISTRI. Questo - come abbiamo visto - non ha portato assolutamente a nulla se non ad appesantire le aziende, sia dal punto di vista economico che burocratico, in un momento particolarmente difficile come quello che sta attraversando l'economia del nostro Paese.

Venendo al disegno di legge in esame, credo che esso sia sicuramente positivo, ed i suoi articoli vanno a incidere su questioni specifiche tendendo a snellire e sburocratizzare le norme attualmente in vigore, mantenendo però sicuramente inalterati i livelli di tutela ambientale, cosa che penso sia uno dei primi obiettivi di tutti i cittadini, e soprattutto della politica della Lega Nord.

Tecnicamente, lo scopo è stato quello di appianare alcune difficoltà sul procedimento di autorizzazione per quanto riguarda i rifiuti speciali. In particolar modo, si è entrati analiticamente e tecnicamente nella materia della miscelazione degli oli minerali, possibili la miscelazione nel luogo della raccolta e il conseguente trasporto di lubrificanti da recuperare, permettendo così il pieno funzionamento dell'intera catena di recupero e di rigenerazione degli oli stessi. Ciò permetterà agli addetti del settore di avere sicuramente dei notevoli benefici, perché prima questo non era possibile e a volte - purtroppo - ne risentiva l'ambiente, perché spesso e volentieri questi oli venivano smaltiti in maniera illegale.

Con l'occasione si è inoltre messa mano ad alcune storture che impedivano un giusto riutilizzo e, contemporaneamente, un concreto sostegno agli enti locali nel considerare prodotti e non più rifiuti gli sfalci e le potature provenienti dal verde pubblico e privato, così come era già previsto per il verde agricolo.

Voglio altresì ricordare al Governo come sia assolutamente necessario mettere in campo delle azioni a favore della produzione del compost ricavato dalla frazione umida dei rifiuti. A tal proposito, intendo rivolgermi ai tanti colleghi che, spesso e volentieri, negli incontri pubblici si definiscono amici dell'ambiente, facendo presente che nel nostro Paese il concime organico sta letteralmente scomparendo. Ne parlavamo anche ieri durante l'esame emendamenti. Purtroppo, dieci anni di politica agricola scellerata hanno fatto sì che oltre il 50 per cento delle nostre stalle sia già stato chiuso e, come si evince dalle dichiarazioni delle varie associazioni di categoria, a seguito dell'introduzione dell'IMU oltre 200.000 purtroppo chiuderanno. Ci troveremo così, molto presto, senza concime organico, oppure lo importeremo da fuori.

C'era un'alternativa: il compost, che è un materiale organico derivante dal compostaggio domestico. Devo però dire che né i precedenti Governi, né quello attuale, hanno fatto qualcosa a favore di questo particolare prodotto dell'agricoltura, che sicuramente è positivo per gli agricoltori e - soprattutto - per un certo tipo di agricoltura, positiva e sana: mi riferisco all'agricoltura biologica. Tanto ci riempiamo la bocca di ambiente e di agricoltura biologica, quanto - poi - non poniamo attenzione ai prodotti per portare avanti l'agricoltura biologica. Se non abbiamo più fertilizzante organico, cosa mettiamo nei nostri campi? Utilizziamo il fertilizzante chimico. Credo che questa sia una riflessione molto profonda che dobbiamo fare.

L'intero disegno di legge in esame è a favore e a supporto degli operatori del settore, in particolare dei nostri agricoltori. Come dicevo prima, l'agricoltura biologica e anche la dieta mediterranea sono un viatico positivo per far conoscere i nostri prodotti all'estero e per risollevare le sorti dell'agricoltura.

Un altro tema trattato in questo provvedimento è quello delle energie rinnovabili. Da sempre il nostro movimento parla e si interessa alle energie rinnovabili. Da sempre la Lega Nord è in prima fila nel promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili, provenienti sia dalle biomasse, sia da altri settori, valorizzando a tal fine i prodotti che arrivano dal verde e dall'agricoltura. In questo caso parliamo chiaramente dei residui e degli scarti e non delle colture dedicate che, invece, spesso e volentieri, vanno a penalizzare e a viziare il settore agricolo. A volte creano più danni che benefici (parlo sempre delle colture dedicate al fine della produzione dell'energia). Noi, invece, siamo per il recupero degli scarti in agricoltura. Il provvedimento al nostro esame va a valorizzare questo rifiuto e a creare un circolo virtuoso per la filiera corta.

Concludendo, signor Presidente, dobbiamo dire che questo provvedimento avrà sicuramente anche l'obiettivo di ridurre il fenomeno dell'abbandono dei rifiuti e potrà così essere di valido aiuto ad alcune Regioni, in primis la Campania, e soprattutto alla città di Napoli, che ha una grande esperienza in tema di abbandono di rifiuti.

Si è tentato in questo disegno di legge, sia alla Camera che qui in Senato, di affrontare anche l'annosa questione relativa alla gestione della manutenzione delle reti fognarie pubbliche e private che, in base alla normativa attuale, purtroppo penalizza non solo gli operatori del settore, ma anche quella particolare categoria di operatori privati e che farà sì che anche il singolo cittadino potrà avere pesanti ripercussioni sotto il profilo meramente economico.

Ritengo che questo rappresenti un ulteriore tassello portato avanti dalla Lega Nord per semplificare, sburocratizzare e soprattutto permettere a chi lavora (agli operatori del settore ambiente, alle aziende agricole, agli artigiani e agli enti locali) di lavorare meglio. Credo che questo sia uno degli obiettivi da perseguire per noi politici, soprattutto in un momento così difficile per il nostro Paese dal punto di vista economico. Quindi, avendo dato una mano agli operatori del settore, sicuramente abbiamo adempiuto al mandato che i cittadini ci hanno dato, senza assolutamente dimenticare, come politici, il dovere - almeno, noi della Lega Nord lo riteniamo tale - di garantire il rispetto dell'ambiente: per noi, sicuramente per i cittadini di questo Paese, ma soprattutto per il futuro dei nostri figli. (Applausi dal Gruppo LNP).

DE LUCA Vincenzo (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE LUCA Vincenzo (PD). Signor Presidente, egregi colleghi e colleghe, esprimendo il voto favorevole del Gruppo del PD, vorrei rassegnare alcune brevi considerazioni sul disegno di legge oggetto della nostra discussione, un provvedimento che considero un passo importante sulla strada della valorizzazione e della tutela delle risorse ambientali.

Oggi, di fronte alle difficoltà che vive il nostro Paese, alla crisi che si registra sul piano mondiale (crisi economica, finanziaria, ma anche ecologica), come fanno notare gli esperti delle materie ambientali, si parla sempre e solo di crescita economica; ma è il caso di ricordare che la crescita economica di per sé non basta, perché lo sviluppo è reale solo se migliora la qualità della vita in modo duraturo. E questo obiettivo può essere raggiunto puntando sulla salvaguardia delle nostre risorse ambientali, purtroppo in parte già terribilmente compromesse (penso al saccheggio continuo perpetrato dal Nord al Sud del Paese dalle ecomafie). Certo, il traguardo non lo si raggiunge subito, occorrono interventi progressivi e mirati alle esigenze dei vari territori, ma se non si comincia, realizzare il tanto sbandierato sviluppo sostenibile sarà sempre più difficile.

Alla luce della necessità improcrastinabile d'intervenire su alcuni settori, anche modificando quanto previsto dal decreto legislativo n. 152 del 2006, noto come codice dell'ambiente, ritengo che questo disegno di legge rappresenti un ulteriore, valido contributo per incardinare il processo, che non può più essere atteso, in un percorso in progress dello sviluppo sostenibile. Ben venga, dunque, la riformulazione di quanto previsto nel codice dell'ambiente per tenere ben separate, quali figure distinte di beni non costituenti rifiuti, da una parte la fattispecie del materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzato in agricoltura e selvicoltura e, dall'altra, quella del materiale risultante dalla potatura degli alberi, anche proveniente dalla manutenzione dalle aree verdi urbane, destinato alla produzione di energia.

Apprezzabili sono anche l'intervento volto ad apportare modifiche e precisare ancora meglio gli ambiti di riferimento nel settore relativo alla miscelazione di rifiuti speciali e oli usati, nonché le misure per incrementare la raccolta differenziata, il cui potenziamento è il fondamento di qualunque ipotesi di gestione del ciclo integrato dei rifiuti.

Una gestione corretta dei rifiuti può innescare processi di sviluppo importanti per il Paese: penso alla ricaduta occupazionale, alla lotta alla criminalità organizzata, che dal traffico dei rifiuti trae guadagni sempre più ingenti, e anche al virtuoso circuito interistituzionale che può derivare dal coinvolgimento degli enti locali, a partire dai Comuni, (voglio dirlo in quest'Aula), nell'organizzazione e razionalizzazione delle diverse fasi della gestione. In tal senso, restituire definitivamente la titolarità della riscossione della TARSU ai Comuni in Campania resta una meta fondamentale, che avremmo potuto segnare già oggi, approvando l'emendamento specifico presentato dal relatore al testo in discussione e purtroppo ritirato dal collega Della Seta per senso di responsabilità e per sensibilità nei confronti del Governo che pure, nella persona del ministro Clini (lo dico al Sottosegretario Fanelli Tullio), sulla questione aveva assunto in quest'Aula, durante l'approvazione del decreto ambientale, un impegno preciso. Non si può andare avanti seguendo i capricci di qualche Gruppo che non ha a cuore le sorti di un territorio.

Per quanto mi riguarda, auspico che il Governo dimostri altrettanta sensibilità e responsabilità nei confronti del Parlamento e dei sindaci della Campania, i quali (come sottolineato più volte dall'ANCI) chiedono di ripristinare, come in tutto il Paese, il ritorno all'ordinario per la riscossione della TARSU, anche alla luce del fatto che le Province, in uno stato di emergenza superato da un decreto di questa stessa Aula, potrebbero essere ridimensionate o cancellate. Basta con questi giochini irresponsabili. Credo che sia ora di smetterla con le strumentalizzazioni elettorali della crisi dei rifiuti della Campania, sulla quale continuano a pesare l'ombra della criminalità, il rischio di procedure di infrazioni per il nostro Paese da parte dell'Europa e questioni tutt'altro che risolte, come il deposito delle ecoballe, denunciato ieri dal presidente Pecorella in missione in Campania, costato finora allo Stato 250 milioni di euro. Non si può essere insensibili rispetto a questo scempio.

Ma torniamo al disegno di legge in discussione. Delle disposizioni inserite nei 21 articoli del testo, ampiamente integrato sulla base delle indicazioni della Commissione ambiente e del relatore Della Seta, sono da segnalare, a mio avviso, anche la modifica del decreto legislativo n. 152 del 2006 in tema di messa in sicurezza di siti contaminati, al fine di prevedere che possano essere autorizzati anche interventi di messa in sicurezza delle strutture interrate e poi le misure per il potenziamento dell'azione amministrativa in materia di difesa del suolo; e ancora, le misure di compensazione e riequilibrio ambientale e territoriale che possono essere imposte dalle autorità competenti e nei modi consentiti dalla normativa vigente in relazione alla realizzazione di attività, opere, impianti o interventi. Si tratta di misure che non possono comunque avere carattere meramente monetario.

Ci vuole senso di responsabilità nella difesa dell'ambiente e del territorio, un recupero del senso dello Stato, come quello dimostrato in questa giornata, 9 maggio, anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. È inutile, altrimenti, fare discorsi su tali questioni e procedere senza alcun senso di responsabilità.

Insomma, per quel che mi riguarda, proprio alla luce del lavoro svolto nella Commissione ambiente, ritengo che questo disegno di legge risponda - per questo ribadisco ancora una volta il voto favorevole del Gruppo del PD - alla necessità di disciplinare con maggiore precisione ed efficacia tutta una serie di situazioni e di tematiche ambientali, nella consapevolezza che la strada da compiere per radicare in Italia una politica ambientale esaustiva, aderente a tutte le diverse esigenze dei vari territori, è ancora lunga. Una sfida che passa prima di tutto per il riordino generale delle norme esistenti in materia, senza più tentennamenti, anche per recuperare le indicazioni contenute nelle direttive europee sul pacchetto clima «20-20-20». Questo impegno interpella direttamente la politica, chiamata a definire una visione strategica per il futuro del Paese in una prospettiva di maggiore certezza democratica. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).

D'ALI' (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALI' (PdL). Signor Presidente, il Popolo della Libertà voterà in maniera convintamente favorevole al provvedimento in esame.

Come Presidente della 13a Commissione devo esprimere la mia soddisfazione per il lavoro svolto da tutti i colleghi, a cominciare dal relatore, senatore Della Seta. Abbiamo tempestivamente recuperato tutti gli stralci compiuti dalla Camera dei deputati in sede di approvazione del decreto ambientale e li abbiamo inseriti in un disegno di legge, le cui positività evidenzierò nel mio breve intervento.

Voglio sottolineare la parte culturale che sottostà al decreto che - come qualcuno ha detto - può sembrare un intervento frammentario in materia del codice ambientale. In realtà, questo provvedimento, grazie a un lavoro di analisi compiuto su molti settori nei quali la materia ambientale è certamente avvertita, applica quella importante filosofia, introdotta dall'ultima direttiva comunitaria, della valorizzazione del sottoprodotto e della trasformazione, in molti settori dell'attività economica, di materiali giudicati rifiuti in sottoprodotti.

Se cogliamo questo passaggio, ci rendiamo conto di quanto importante sia non tanto il decreto quanto l'intero filone culturale che sottostà alla sua applicazione. Ciò significa meno rifiuti in discarica. Significa più sottoprodotti a disposizione delle aziende e dei settori produttivi. Significa un risparmio per molte aziende, un utile per molte altre e soprattutto un risparmio ambientale notevolissimo per gli enti pubblici e per i settori privati. Faccio l'esempio, che potrebbe sembrare banale in quest'Aula, delle alghe marine, le quali sono state liberate dal concetto di rifiuto e avviate invece al concetto di sottoprodotto. Per centinaia e centinaia di Comuni costieri della nostra Nazione ciò significa poter pulire i propri litorali senza oneri. Faccio presente che, proprio in queste ultime settimane, tale operazione sta avvenendo su tutte le coste d'Italia comportando enormi oneri per i Comuni e una rilevante richiesta di spazi nelle discariche.

Intervenire analiticamente con questi provvedimenti sul codice ambientale non significa una cattiva prassi legislativa, come ha affermato il senatore Di Nardo. Al contrario, dimostra la capacità del Parlamento, alla luce del principio complessivo della valorizzazione dei materiali come sottoprodotti e non più del loro accantonamento come rifiuti, di saper analizzare le esigenze di molti settori produttivi o di attività pubblica.

Sono stati poi apportati inserimenti importanti, come l'introduzione del compostaggio di prossimità nelle nostre città, che significa dare la possibilità ai cittadini di divenire protagonisti dell'eliminazione dei propri rifiuti utilizzandoli ai fini sia della produzione del compost che energetici.

Si tratta di un provvedimento - scusatemi se lo sottolineo ancora una volta con un po' di enfasi - che ha un proprio bagaglio culturale nel complesso delle norme che reca. Esso avvia, infatti, i cittadini ad un recupero di quella cultura del riutilizzo e del riciclo dei prodotti che la società eccessivamente consumista e forse eccessivamente ricca di una volta ha fatto dimenticare. Quindi, è anche un provvedimento anticiclico, perché porta molti settori dell'attività, molte famiglie, molti singoli cittadini a valorizzare di più ciò che finora hanno considerato un rifiuto da eliminare, con rilevanti costi e senza alcun ritorno.

Evito di occuparmi dei particolari, ma non posso non ricordare l'attenzione mostrata alle isole minori, sia nella normativa sia nell'ordine del giorno a prima firma del senatore Ranucci, al quale chiederò di poter aggiungere anche la mia.

Quindi, c'è un'attenzione a tante fasce di popolazione e a tanti settori di attività. Per esempio, l'agricoltura ne esce assolutamente svincolata da una serie di obblighi e di intralci alla propria attività, superando anche la mancanza di un utilizzo di propri sottoprodotti finora imposta dal codice ambientale, non perché questo fosse sbagliato, ma perché era datato al 2006, cioè prima dell'emanazione dell'ultima direttiva comunitaria.

Dunque, la capacità del Parlamento di rispondere tempestivamente all'evoluzione culturale e normativa proveniente anche dall'Europa - sappiamo che in materia ambientale l'Unione europea emana le direttive più importanti e di maggior evoluzione - credo ridia valenza all'Assemblea del Senato anche in questi comparti, in cui la popolazione avverte l'esigenza di rapidi cambiamenti, nel senso delle agevolazioni, delle semplificazioni e del miglioramento dell'equilibrio economico dei settori produttivi.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,18)

(Segue D'ALÌ). Quindi, ringrazio ancora una volta i colleghi della 13ª Commissione, ringrazio il senatore Della Seta e naturalmente ringrazio il Governo che di queste proposte di semplificazione, che forse inizialmente potevano sembrare un po' spinte, ha assolutamente condiviso il fondamento culturale e quindi anche la proposta applicativa.

Pertanto, confermo il voto favorevole del Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

MURA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge, nel suo complesso, nel testo emendato, con il seguente titolo: «Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e altre disposizioni in materia ambientale», con l'avvertenza che la Presidenza si intenderà autorizzata ad effettuare le eventuali modifiche di coordinamento formale che dovessero risultare necessarie.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato approva. (v. Allegato B).

Discussione delle mozioni nn. 578, 603, 609, 610, 631 e 632 sull'Accordo Unione Europea-Marocco in materia di commercio di prodotti agroalimentari (ore 18,20)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00578, presentata dal senatore D'Alia e da altri senatori, 1-00603, presentata dal senatore Di Nardo e da altri senatori, 1-00609, presentata dalla senatrice Antezza e da altri senatori, 1-00610, presentata dal senatore Scarpa Bonazza Buora e da altri senatori, 1-00631, presentata dal senatore Viespoli e da altri senatori, e 1-00632, presentata dal senatore Vallardi e da altri senatori, sull'Accordo Unione Europea-Marocco in materia di commercio di prodotti agroalimentari.

Ha facoltà di parlare il senatore D'Alia per illustrare la mozione n. 578.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, colleghi senatori, il nostro Gruppo ha presentato la mozione n. 578 perché l'Accordo commerciale siglato tra l'Unione europea e il Marocco, che prevede la progressiva e reciproca liberalizzazione degli scambi di prodotti agricoli ed ittici, dà adito ad alcuni dubbi in ordine ai diritti degli agricoltori, alla lotta contro le frodi, alla protezione dell'ambiente e alle norme di sicurezza alimentare. (Brusìo).

PRESIDENTE. Scusi se la interrompo, senatore D'Alia.

Colleghi, scusate, ma devono essere illustrate 6 mozioni. Chiedo, in particolare ai colleghi accanto al senatore D'Alia, che gli consentano di intervenire in un clima un po' più ordinato.

Prego, senatore D'Alia.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Grazie, signora Presidente.

Inoltre, come da più parti riconosciuto, tale Accordo è dannoso per l'economia... (Brusìo. Richiami della Presidente).

PRESIDENTE. Scusi, senatore D'Alia, sospenda l'intervento un altro momento.

Onorevoli colleghi, scusate, ma come pretendete che il senatore D'Alia intervenga in queste condizioni?

Riproviamo, senatore D'Alia.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Grazie, signora Presidente.

Vi sono quindi una serie di criticità per il Paese, ma in particolar modo per le Regioni del Sud, oltre che ovviamente per la Sicilia e noi riteniamo anche per la stessa economia marocchina.

Basti pensare che anche il relatore del provvedimento in sede di Parlamento europeo ha ritirato il suo nome dal documento e ne aveva proposto la bocciatura, considerando l'Accordo dannoso per gli europei in quanto gli agricoltori dell'Unione europea sono unanimemente contrari, nell'interesse loro e dei marocchini che vedrebbero distrutta la loro capacità di produzione di latte, carne e cereali, di fronte all'import dall'Europa.

Questa intesa apre infatti molteplici problematiche: oltre alla questione riguardante l'inclusione nell'accordo del Sahara Occidentale che da anni rivendica l'indipendenza dal Marocco e rispetto al quale si lamenta la sistematica violazione dei diritti umani ai danni del popolo saharawi, oltre al problema riguardante la pesca, sia perché le liberalizzazioni creano ulteriori danni al già provato settore ittico italiano, sia perché in questo modo si apre la strada ad un ulteriore sfruttamento degli stock ittici del già sovrasfruttato Mediteraneo, la questione principale riguarda l'impatto dell'Accordo Unione europea-Marocco sui piccoli agricoltori e in particolare sul settore ortofrutticolo dei Paesi dell'Europa mediterranea, specie in un contesto come quello italiano, in cui già il settore ortofrutticolo subisce una drastica contrazione dei prezzi all'origine.

Infatti, la liberalizzazione del commercio di prodotti agricoli prevista dal trattato tenderà a favorire le lobby dei grandi gruppi alimentari e la distribuzione organizzata.

Tale Accordo ci ricorda che purtroppo soccombiamo troppo spesso rispetto agli interessi dei Paesi del Centro-Nord Europa, che approfittano per importare prodotti dell'agricoltura... (Brusìo).

PRESIDENTE. Mi scusi un attimo, senatore D'Alia.

Scusate, colleghi. La Presidenza non vuole essere particolarmente petulante, però il livello di brusìo è veramente irrispettoso per il collega che sta intervenendo.

Prego, senatore D'Alia.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Dicevo che tale Accordo ci ricorda che troppo spesso soccombiamo rispetto agli interessi dei Paesi del Centro-Nord Europa che approfittano per importare prodotti dell'agricoltura mediterranea a bassi prezzi, in primis pomodori ed arance, mentre, ad esempio, in occasione della ratifica degli accordi con il Mercato comune del Sud (Mercosur), la Commissione europea ha preteso la definizione di studi particolareggiati per valutare l'impatto economico sull'importazione di prodotti agricoli concorrenziali rispetto a quelli continentali del Nord Europa come carne e latte.

Quando invece si tratta di prodotti provenienti dal Sud dell'Europa, che riguardano spesso un'agricoltura appannaggio di piccoli operatori, in sede comunitaria non si presta la stessa attenzione, definendo ad esempio appositi quantitativi e calendari di importazione.

È evidente quindi come questo Accordo non interpreti le ragioni dell'agricoltura mediterranea ma piuttosto traduca interessi e poteri economici forti in cui vengono privilegiati gli interessi delle industrie del Centro-Nord europeo a danno dell'agricoltura meridionale e dei consumatori marocchini. Così, mentre questi vedranno aumentati i costi dei prodotti agricoli nel loro Paese, i produttori siciliani, meridionali e del Sud Europa verranno messi in una condizione di disparità. Infatti, questo Accordo porterà i nostri prodotti a competere al ribasso, in una situazione di crisi economica e sociale di tutti i Paesi europei del Mediterraneo.

Se per le autorità marocchine questo Accordo rappresenta un'iniezione di credibilità quanto mai necessaria, esso al contrario rischia di portare un pregiudizio per i piccoli agricoltori marocchini.

In base all'Accordo verrà esentato dai diritti di dogana il 55 per cento delle derrate esportate dal Marocco verso l'Europa, contro il 33 per cento attuale. Nel giro di 10 anni verrà poi esentato dai dazi il 70 per cento delle esportazioni europee verso il Marocco, contro l'1 per cento attuale.

In sostanza, questo Accordo produrrà conseguenze negative non solo per i Paesi dell'Europa meridionale, ma anche per le stesse famiglie marocchine dedite all'agricoltura, che rappresenta il 20 per cento del mercato del lavoro. L'Accordo ridurrà infatti in maniera permanente l'autonomia agricola del Paese, esponendo i consumatori marocchini alla speculazione dei mercati mondiali sui prodotti agricoli.

Di fatto, invece di sostenere gli agricoltori marocchini, l'Accordo aumenterà le esportazioni dell'Unione europea del 50 per cento e quelle del Marocco del 15 per cento. Sono piuttosto le aziende europee produttrici di cereali e latte in polvere che aspettano quest'accordo. Come anche le multinazionali del settore agroalimentare. Per quanto riguarda il Marocco, le poche società che esportano frutta e verdura aumenteranno i loro guadagni. I beneficiari dell'Accordo saranno quindi le grandi aziende europee, mentre sarà l'agricoltura marocchina a conduzione familiare a rimetterci.

Ora, il partenariato euromediterraneo, il cosiddetto processo di Barcellona, che dovrebbe portare ad una zona di libero scambio tra l'Europa e i Paesi del Nord Africa, deve essere improntato a principi che rispettino e valorizzino le realtà economiche di tutti i Paesi coinvolti e in particolare il settore agricolo. Tuttavia, sembra si siano persi di vista gli stessi obiettivi del «processo di Barcellona».

L'Italia ha inoltre sempre scarsamente difeso le proprie produzioni agricole, specialmente del Sud, a scapito dei prodotti spagnoli, marocchini e tunisini che hanno invaso i nostri supermercati e le tavole di tutti gli europei. Non è un caso, ad esempio, che le più grandi aziende di distribuzione alimentare siano francesi (che hanno, ovviamente, dei legami particolari con le ex colonie) e che i prodotti che vi si acquistano non siano italiani.

Si pensi che il Marocco ha creato 1.200 ettari di nuovi impianti per la produzione di agrumi. Secondo il Ministero dell'agricoltura marocchino, quest'anno la produzione aumenterà del 6 per cento rispetto alla stagione precedente, per un totale di 1,86 milioni di tonnellate. Secondo l'Associazione di produttori di agrumi del Marocco, l'aumento dell'offerta si tradurrà in un incremento dell'8 per cento delle esportazioni.

La produzione marocchina di arance è stimata in 975.000 tonnellate, il 52,3 per cento del totale degli agrumi. Non è certo ancora quantificabile la percentuale di agrumi che arriveranno in virtù di questo Accordo, tuttavia il panorama agricolo siciliano subirà un forte contraccolpo con gravissime ripercussioni occupazionali.

Se ad oggi, infatti, le arance dal Marocco arrivano a Palermo al prezzo di 30- 35 centesimi al chilo, un prezzo che, in ragione degli attuali dazi doganali, equivale più o meno a quello applicato alle arance siciliane, in futuro il prezzo delle prime potrebbe scendere a 17-18 centesimi al chilo. Una corsa al ribasso insostenibile per i produttori dell'isola.

Le nostre aziende risultano infatti gravate anche dai costi di produzione degli standard normativi europei previsti per il rispetto dell'ambiente, la sicurezza dei prodotti alimentari e la tutela dei lavoratori. La questione delle disposizioni meno restrittive in materia di lavoro o del costo del lavoro inferiore purtroppo si presenta ogni qualvolta si importano prodotti da Paesi in via di sviluppo e rappresenta un elemento di concorrenza sleale spesso sottovalutato o comunque difficilmente quantificabile.

Se da un lato, quindi, devono essere giustamente rispettati i trattati e le regole dell'Unione europea, che già oggi determinano sofferenze nei settori della pesca e dell'agricoltura, dall'altro è contraddittorio ed inaccettabile che la stessa Unione metta gli Stati membri nelle condizioni di subire la concorrenza, sostanzialmente sleale, di mercati diversamente strutturati.

In poche parole, c'è da aspettarsi l'invasione di prodotti ortofrutticoli a bassissimo prezzo provenienti dal Marocco, a tutto vantaggio dei Paesi dell'Europa continentale e con gravissimi danni per le economie dei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. L'Italia, in particolare, sarà la prima ad essere danneggiata.

A ciò si aggiunga che le conseguenze negative di questo Accordo saranno amplificate dalla crisi in cui versa l'agricoltura, in particolare nel Mezzogiorno, attanagliata dalla pesante crisi finanziaria, dall'aumento a dismisura dei costi di produzione, dal calo dei redditi dovuto alla concorrenza sleale, dalla pressione esercitata dagli istituti finanziari sulle imprese agricole, tutti fattori che mettono già a dura prova l'economia locale.

È arrivato il momento di impegnarsi maggiormente nella tutela delle istanze dei sistema produttivo del Sud Italia: nel corso del 2011 ben 50.000 aziende agricole hanno chiuso i battenti.

Gli ultimi rincari del costo del gasolio, inoltre, come è noto, hanno innescato vari movimenti di protesta, in particolare in Sicilia, penalizzata da una politica dei trasporti che privilegia il traffico su gomma e che ha l'effetto di ampliare ancora di più il divario della nostra isola con il resto del Paese e dell'Europa.

Esemplificativo dello stato di disagio della nostra Regione è il «Movimento dei forconi» che, come altri movimenti, denuncia alcune problematiche che fiaccano il settore dell'agroalimentare, quali il caro gasolio e il pedaggio, i flussi di prodotti contraffatti provenienti dai Paesi extracomunitari, la difficoltà di accesso al credito e, soprattutto, il mancato blocco dei debiti che hanno costretto numerosissime aziende in difficoltà a chiudere.

Queste sono le ragioni, signora Presidente, che ci hanno indotto a proporre questa mozione che, ci rendiamo conto, non può essere in qualche modo risolutiva delle questioni e dei problemi che abbiamo sollevato, ma punta a stimolare un'iniziativa del Governo (e già su questo tema abbiamo apprezzato alcune dichiarazioni in passato del ministro Catania) e a far sì che ci sia una forte e autorevole vigilanza del nostro Governo sull'attuazione di questo Accordo e anche alcune iniziative che siano funzionali a far sì che l'adempimento di un testo, che obiettivamente, dal nostro punto di vista, è sbagliato, non comprometta in maniera irreversibile il nostro mercato, il nostro sistema di produzione e, soprattutto, non metta ulteriormente in ginocchio le nostre imprese agricole che si trovano già in una condizione di difficoltà e che rischiano, nei prossimi anni, soprattutto se la crisi si aggraverà, di trovarsi in condizioni di non poter più reggere alcun tipo di concorrenza sul mercato, visto che, ovviamente, anche il loro mercato è cambiato.

Queste sono le ragioni per le quali noi chiediamo che venga approvata la nostra mozione. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e dei senatori Lumia, Pistorio e Scarpa Bonazza Buora).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Piccioni per illustrare la mozione n. 610.

PICCIONI (PdL). Signor Presidente del Senato, colleghe e colleghi, è con un senso di grande motivazione e interesse che prendo la parola per illustrare la mozione in materia di commercio dei prodotti agroalimentari - a prima firma del presidente, senatore Scarpa Bonazza Buora - di cui sono convinto cofirmatario, e che, insieme alle mozioni degli altri Gruppi, evidenzia non poche difficoltà riguardanti la decisione relativa al commercio dei prodotti agroalimentari, peraltro oggetto di forti dubbi rappresentati anche dalle organizzazioni di rappresentanza agricola del nostro Paese.

Sulla scia del progresso civile dei Paesi del Mediterraneo meridionale verso una transizione democratica, e a seguito della cosiddetta Primavera araba, il 16 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha approvato, nonostante dubbi e perplessità, una risoluzione legislativa per il via libera all'accordo tra Unione europea e Regno del Marocco, riguardante alcune misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agroalimentari.

La liberalizzazione degli scambi commerciali e la progressiva integrazione nel mercato interno dell'Unione europea rappresentano un mezzo efficace per lo sviluppo di questi Paesi e possono contribuire a ridurre la povertà diffusa e la disoccupazione, che provocano solitamente problemi di ordine economico, migratorio e di sicurezza. Tuttavia, l'accordo raggiunge solo in parte questo obiettivo.

La sua entrata in vigore, il prossimo maggio, prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti agroalimentari che potranno essere importati a tariffe doganali basse o pari a zero, e l'impatto che ne deriverebbe sarebbe quanto mai gravoso per tutto il settore ortofrutticolo soprattutto dei Paesi comunitari dell'area mediterranea, e più specificamente nel nostro Paese. Ad esempio, quando entreranno a regime i nuovi impianti di produzione degli agrumi, stimati in 1.200 ettari, si prevede che le esportazioni per il Marocco saliranno dall'attuale 6 per cento al futuro 8 per cento; conseguentemente, le produzioni/vendite italiane non potranno che decrementare, a causa del maggior costo di produzione/manodopera italiane rispetto a quelle marocchine.

L'Unione europea ha compiuto un'errata valutazione nel rilevare che queste produzioni andranno a completarsi vicendevolmente. Infatti, l'unica immagine possibile è la loro sovrapposizione, che causerà un'ulteriore perdita di competitività per i prodotti orto-floro-frutticoli sia sul mercato nazionale sia su quello estero.

In breve, i prodotti agroalimentari italiani vantano un alto livello di sicurezza alimentare (il che non si può dire dei prodotti marocchini, in cui i prodotti parassitari sono ancora permessi); caratteristiche qualitative e organolettiche superiori; molti riconoscimenti di indicazioni geografiche protette; tradizioni alimentari e legate ai paesaggi agricoli (ad esempio le coltivazioni a terrazze degli alberi da frutto e degli agrumi).

Quest'accordo mina la competitività economica, creando uno squilibrio tra i mercati dell'Unione europea e quelli del Marocco, con la conseguente perdita di reddito, diminuzione del PIL e disoccupazione per tutti gli impiegati del settore agricolo dei Paesi dell'Unione europea - è risaputo infatti il minor costo della manodopera impiegata in Marocco - con il conseguente aumento dei prodotti agricoli provenienti dal Marocco, con i limiti sopraesposti.

La mozione in esame impegna quindi il Governo a monitorare gli scambi commerciali tra Unione europea e Marocco, in termini di sicurezza e controllo dei prodotti; far rispettare i calendari agricoli e i sistemi dei prezzi in entrata; far rispettare le regole di etichettatura, soprattutto sui prodotti trasformati a base di ortofrutticoli; adoperarsi nelle sedi opportune per salvaguardare i diritti degli agricoltori, la protezione dell'ambiente e della norme di sicurezza alimentare e per sostenere una politica agricola mediterranea, promuovendo la tutela del made in Italy. (Applausi dei senatori Sanciu e Scarpa Bonazza Buora).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Di Nardo per illustrare la mozione n. 603.

DI NARDO (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, la mozione presentata dal Gruppo dell'Italia dei Valori parte dall'assunto che l'aumento degli scambi commerciali, l'abbattimento selettivo delle barriere doganali e quindi la progressiva integrazione del mercato comune possano, anzi debbano rappresentare uno strumento efficace per lo sviluppo di tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sappiamo bene, anche per l'evidenza mondiale che ha assunto il fenomeno della cosiddetta Primavera araba, che la sponda Sud del Mediterraneo soffre degli stessi problemi di povertà e disoccupazione che in un periodo di crisi prolungata come quello che stiamo vivendo affliggono molti altri Paesi europei e tra tutti il Mezzogiorno d'Italia.

Conosciamo quindi molto beni i problemi di ordine economico e migratorio che questa situazione determina in un contesto globale, che va anzitutto capito e governato, perché in tale ambito l'agricoltura diventa un mezzo per monitorare decisioni ben più ampie di quelle che riguardano la dinamica delle relazioni commerciali tra singoli Paesi e che si allargano alla sfera della geopolitica. Il problema è che poi queste strategie globali hanno ricadute dirette e puntuali sulla vita economica nazionale, su settori produttivi fondamentali e, in definitiva, sulla vita stessa delle persone, siano esse agricoltori o cittadini che vorrebbero acquistare prodotti agricoli sani e di qualità.

È dunque necessario, tanto più in una lunga fase recessiva che i Governi, anziché cedere, peraltro in ritardo, a inutili tentazioni protezionistiche sappiano negoziare efficacemente e tenacemente in sede di Unione europea quando si pongono problemi di tanta delicatezza. Ciò non è evidentemente accaduto nel nostro caso, poiché quello che ci troviamo di fronte non è, a detta di tutti, un accordo bilanciato. Abbiamo di fronte un accordo che andava trattato e scritto diversamente, di certo in modo più equilibrato.

Questo tuttavia lo si doveva fare al momento opportuno in sede comunitaria, il che ci deve far riflettere come Assemblee legislative sulle modalità di partecipazione dei parlamentari nazionali alla formazione di atti che poi si riverberano su settori economici tradizionalmente legati alla vita e alla storia dei territori. Ora si possono certo monitorare gli effetti che l'accordo produrrà, quindi renderlo più stringente ed efficace, ma certo si espone il nostro Paese al rischio di concorrenza sleale, tanto più che parliamo di un Paese il cui mercato lavorativo non presenta le stesse garanzie di cui godono, almeno per il momento, i lavoratori di altri Paesi.

Gli altri temi che la mozione ci pone sono relativi alla lotta contro le frodi, alla protezione dell'ambiente e alle norme di sicurezza alimentare. Anche per questi motivi, i parlamentari europei dell'Italia dei Valori hanno espresso forti riserve sull'accordo di cui oggi si tratta, ma nonostante ciò, nel mese di febbraio, il Parlamento europeo, in sessione plenaria a Strasburgo, ha sancito a maggioranza la liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli e ittici. Di certo, è significativo che il relatore al Parlamento europeo si sia dimesso.

Siamo ormai a pochi giorni dall'entrata in vigore dell'accordo, prevista a maggio 2012, che riguarda anche il settore della pesca e che produrrà il raddoppio del numero di prodotti esentati dai diritti di dogana esportati dal Marocco verso l'Europa, contro il 33 per cento attuale. Non ci si è preoccupati sufficientemente degli effetti di questa scelta in una situazione, come quella italiana, in cui il settore ortofrutticolo già subisce una contrazione dei prezzi all'origine e si troverà a competere, non ad armi pari, con produzioni provenienti da un ambiente nel quale i costi di produzione, per via dei diversi standard di controllo, sono molto più bassi. Vi è dunque un rischio serio di distorsione del mercato. Si pensi, soltanto per fare un esempio, che nell'accordo non vi è alcuna clausola in materia di fitofarmaci e, conseguentemente, sulla sicurezza dei prodotti che sarebbero importati.

L'impegno che la mozione pone al Governo italiano è quello di assicurare che non venga pregiudicato il settore agroalimentare e anzi le politiche comunitarie vengono riorientate ad arrecare vantaggi effettivi ai consumatori, alle piccole e medie imprese agricole, agli agricoltori che si impegnano per offrire prodotti di elevata qualità e che sono i primi soffrire le conseguenze della concorrenza sleale.

Dobbiamo inoltre evitare il rischio che le terre coltivate vengano abbandonate e sostituite con più redditizie forme di consumo intensivo dei suoli per finalità energetiche particolarmente impattanti, com'è successo negli ultimi anni. Non vorremmo ritrovarci in breve tempo in una situazione in cui i maxi-impianti fotovoltaici delle multinazionali sostituiranno gli agrumeti del Sud: sarebbe per il Sud un danno gravissimo, visto che il turismo e l'agricoltura sono i due soli settori che riusciamo ancora a governare. Se questo accade, addio: portiamo ulteriore disoccupazione ad un Sud già costantemente e quotidianamente afflitto da questi problemi. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora). Purtroppo sappiamo e abbiamo visto cosa sta accadendo negli ultimi tempi.

Chiediamo quindi al Governo di valutare attentamente l'impatto che l'accordo potrebbe produrre sul settore dell'ortofrutta, adottando tempestivamente le opportune iniziative per assicurare l'equilibrio del sistema agricolo ed il raggiungimento di risultati più bilanciati. Per fare questo è necessario che il Governo recuperi forza negoziale e sappia proporre, portare avanti ed ottenere dai partner commerciali internazionali misure che tutelino la produzione nazionale di qualità e consentano alla stessa un migliore accesso ai mercati europei ed extraeuropei.

In ogni caso, il Governo dovrebbe attivarsi per garantire nelle opportune sedi negoziali che l'accesso dei prodotti al mercato interno dell'Unione sia sempre subordinato al rigoroso rispetto di norme in materia di igiene e sicurezza alimentare, con particolare riferimento all'ambito delle garanzie sanitarie e fitosanitarie; cosa che sappiamo con questo accordo non può avvenire.

Chiediamo inoltre che siano poste in essere verifiche scrupolose sugli scambi di prodotti agricoli, onde garantire il puntuale rispetto delle condizioni bilaterali e delle norme sulla sicurezza alimentare ed ambientale.

Chiediamo infine che il Governo faccia pressione affinché il Marocco, al di là della formale ratifica delle convenzioni della Organizzazione internazionale del lavoro e della adozione di leggi che proibiscono il lavoro minorile, offra migliori e maggiori garanzie in merito alla libertà di associazione e alle complessive condizioni lavorative avviandosi a sottoscrivere anche le convenzioni ONU sulla libertà sindacale e la responsabilità sociale delle imprese.

Riteniamo si tratti di impegni ragionevoli e doverosi che il Governo, per dare un segnale al mondo dell'agricoltura, potrebbe utilmente considerare di fare propri, ovviamente nel rispetto dei trattati e degli accordi internazionali in materia commerciale.

Ecco perché chiediamo al Governo un impegno certo ed incisivo con questa mozione, affinché si tenga conto che è soprattutto il Sud ed è il settore dell'agricoltura del Sud che con questo accordo viene purtroppo penalizzato. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Scarpa Bonazza Buora).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Antezza per illustrare la mozione n. 609.

ANTEZZA (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, intervengo per illustrare la mozione presentata dal Gruppo del Partito Democratico sull'Accordo UE-Marocco. Come dicevano poc'anzi i colleghi che mi hanno preceduto, com'è noto il Parlamento europeo nella seduta del 16 febbraio ha approvato una Raccomandazione per il definitivo via libera sul progetto di decisione del Consiglio relativo alla conclusione dell'Accordo tra l'Unione europea e il Regno del Marocco in merito alle misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agricoli, i prodotti agricoli trasformati, il pesce ed i prodotti della pesca. Il Parlamento europeo ha approvato il progetto di Accordo tra l'Unione ed il Marocco con 369 voti a favore, 255 voti contrari e 31 astensioni.

La maggioranza dei parlamentari europei ha ritenuto l'Accordo uno strumento importante per sostenere la difficile transizione democratica in Marocco, sulla scia di una nuova propulsione nel processo democratico avviato nei Paesi del Mediterraneo meridionale dopo le cosiddette Primavere arabe. Tuttavia, sono state sollevate da più parti alcune perplessità in merito ai contenuti dell'Accordo e alle sue implicazioni sulle agricolture degli Stati membri e dell'Europa meridionale. La stessa Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo si era espressa contrariamente all'Accordo nell'ambito della formulazione del proprio parere.

L'Accordo tra l'Unione europea ed il Marocco prevede la liberalizzazione con effetto immediato del 55 per cento dei dazi doganali sui prodotti agricoli e della pesca del Marocco (contro l'attuale 33 per cento) e la liberalizzazione, entro 10 anni, del 70 per cento dei dazi doganali sui prodotti agricoli e della pesca dell'Unione europea.

Inoltre, si stabilisce l'avvio dei negoziati sulla protezione delle indicazioni geografiche e vengono inserite disposizioni sul rispetto degli obblighi internazionali in campo sanitario e fitosanitario.

Il testo, introducendo un incremento dei contingenti esenti da dazi, ha suscitato numerose preoccupazioni relativamente alle eventuali conseguenze negative per alcune Regioni agricole dell'Europa meridionale e, in particolare per determinati settori agricoli, come ad esempio quello ortofrutticolo mediterraneo.

Le stesse organizzazioni di rappresentanza agricola del nostro Paese hanno manifestato forti dubbi verso un progetto che, di fatto, rischia di penalizzare l'agricoltura e la pesca mediterranea e, in particolare, le produzioni nazionali ed ortofrutticole del Mezzogiorno, già pesantemente danneggiate da una congiuntura economica sfavorevole e da un contesto futuro connotato da incertezza e da estrema volatilità dei prezzi all'origine.

Lo stesso Parlamento europeo, considerato il potenziale negativo impatto dell'accordo nei confronti soprattutto delle agricolture mediterranee, e a fronte delle preoccupazioni espresse dalle associazioni di categoria, ha previsto una serie di misure di salvaguardia. Sebbene poi abbia espresso parere favorevole all'accordo, ha contestualmente approvato, con 398 voti a favore, una Risoluzione che denuncia la possibilità di frodi nell'ambito del regime dei prezzi di entrata e di violazioni delle norme previste dal testo, chiedendo quindi alla Commissione europea di monitorare con attenzione il rispetto delle quote e di rafforzare i controlli alle frontiere per evitare frodi e violazioni dei prezzi di importazione.

Con questa Risoluzione, il Parlamento chiede garanzie affinché i futuri contingenti tariffari previsti dall'Accordo continuino ad essere opportunamente regola dall'Unione europea e non vi siano interpretazioni errate dell'applicazione del meccanismo del prezzo in entrata.

Lo stesso Parlamento solleva inoltre la questione sanitaria e fitosanitaria per il futuro delle relazioni commerciali con il Marocco, chiedendo che l'assistenza tecnica costituisca un tema centrale dei negoziati per la conclusione di un accordo di libero scambio globale e approfondito ed invita, dunque, la Commissione europea a promuovere l'equivalenza delle misure e dei controlli tra il Marocco e l'Unione europea per quanto concerne le norme ambientali ed in materia di sicurezza alimentare, in modo da garantire una concorrenza equa tra i due mercati. Chiede perciò alla Commissione europea di procedere ad una valutazione d'impatto dell'Accordo sugli agricoltori europei, un elemento quest'ultimo necessario per garantire il principio della reciprocità delle regole commerciali ed evitare che il non rispetto da parte di partner stranieri degli elevati standard europei in materia di lavoro, qualità e sicurezza alimentare, si traduca in un vantaggio competitivo.

È ovvio che per il sistema agricolo italiano questo Accordo è assai penalizzante, in quanto non tiene conto tra l'altro dei diversi standard produttivi in termini di qualità, rispetto dell'ambiente, nonché dei costi di produzione e di manodopera assai diversi nei due contesti.

Non va sottaciuto, tra l'altro, che anche la Conferenza Stato-Regioni ha già avuto modo di esprimere preoccupazioni, evidenziando gli effetti particolarmente destabilizzanti per l'economia, per i giovani e per le prospettive di sviluppo dell'agricoltura e della pesca, che sarebbero derivati dalla sottoscrizione di tale Accordo.

Dal punto di vista dell'impatto economico, infatti, la ratifica dell'Accordo sottopone il mercato comunitario a rischi, causati dalle potenziali ricadute economiche negative nei territori specializzati nella coltivazione di ortaggi e di altre produzioni mediterranee, come agrumi, olive, frumento, fragole, pomodori e così via.

Inoltre sottolinea che, contrariamente a quanto già avvenuto relativamente all'Accordo con i Paesi dell'America Latina, in occasione del quale sono stati condotti accurati studi preliminari per valutare l'impatto economico sui prodotti comunitari, l'Accordo UE-Marocco è stato sottoscritto in assenza di un'adeguata valutazione degli effetti e delle ricadute per i produttori dell'Unione per i singoli comparti produttivi.

Le stesse Regioni rappresentano la necessità che l'Unione europea preveda misure che ne mitighino gli impatti negativi e, quindi, l'urgenza di riformare il sistema del prezzo di entrata.

Si manifestano anche preoccupazioni relativamente ai rischi di frode nel sistema dei prezzi di entrata e si chiedono garanzie per assicurare che l'aumento dei contingenti tariffari nel quadro dell'Accordo continuerà ad essere adeguatamente regolato dall'Unione europea. Si ritiene, a tal proposito, necessario un monitoraggio continuo sulle produzioni e sugli scambi commerciali al fine di evitare perturbazioni dei mercati ed un rafforzamento del sistema di controllo doganale ed elusioni delle disposizioni previste.

Inoltre, le Regioni raccomandano che l'accesso al mercato interno dell'Unione europea sia subordinato alle regole sanitarie, fitosanitarie ed ambientali e all'attivazione di misure e controlli negli scambi tra il Marocco e l'Unione europea in materia di ambiente e sicurezza alimentare, al fine di garantire una concorrenza leale tra i due mercati.

In conclusione, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, lungi dall'essere protezionisti, né tanto meno contrari alla crescita dei Paesi che vivono in condizioni di maggiore difficoltà nell'area del Mediterraneo, si tratta di stimare e riconoscere, soprattutto a livello europeo, le difficoltà che con molta probabilità l'Accordo in questione produrrà sul reddito dei nostri agricoltori e dei nostri pescatori, non esposti alla concorrenza dei prodotti provenienti dal Marocco e di tenere insieme la questione della tutela del nostro made in Italy e dei nostri consumatori. Credo che queste debbano essere le questioni al centro della preoccupazione del nostro Governo.

Pertanto, con la mozione in esame, chiediamo un impegno da parte del Governo ad intraprendere, nelle opportune sedi europee ed internazionali, tutte quelle iniziative volte a monitorare gli sviluppi dell'Accordo commerciale per valutare l'impatto sociale ed economico sui produttori agricoli e della pesca europei e a minimizzare le eventuali conseguenze negative sulle produzioni sensibili conseguenti l'Accordo, evitando frodi e violazioni; ad adottare, in sede di riforma della politica agricola comune, tutte le opportune misure di compensazione e garanzia su eventuali danni recati alle produzioni mediterranee e della pesca; a garantire un mercato più trasparente, orientato al concetto della cosiddetta reciprocità delle regole commerciali al fine di favorire una maggiore convergenza degli standard applicati dall'Unione europea anche a livello internazionale ed a rafforzare i meccanismi di salvaguardia; infine, ad assicurare che, nell'ambito delle riforme della politica agricola comune e della politica comune della pesca, alle questioni della crescita economica e dello sviluppo competitivo dell'agricoltura mediterranea siano date adeguate risposte da parte delle istituzioni europee.

Chiediamo invece al Governo, in sede nazionale, di adoperarsi al fine di salvaguardare, tutelare e promuovere il sistema ortofrutticolo nazionale e, più in generale, il made in Italy agroalimentare; a monitorare e valutare gli sviluppi futuri dell'Accordo approvato, le relative conseguenze sui produttori italiani e, in particolare, le eventuali ricadute negative in termini reddituali ed occupazionali; a presentare alle competenti Commissioni parlamentari una relazione concernente i risultati delle attività di monitoraggio e di valutazione degli impatti dell'Accordo e delle iniziative intraprese a tal riguardo.

Per queste ragioni, auspichiamo l'approvazione della presente mozione da parte del Governo e del Parlamento. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Scarpa Bonazza Buora. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Fleres per illustrare la mozione n. 631.

FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signora Presidente, se l'Accordo di cui stiamo parlando serve a migliorare le condizioni di un Paese, sicuramente peggiora le condizioni di un altro: si intende spostare l'asse della povertà da una sponda del Mediterraneo all'altra, senza tenere conto dei possibili effetti di un accordo devastante per l'economia, soprattutto delle Regioni meridionali.

Peraltro, abbiamo già un Accordo precedente che risale al Governo Dini (Ministro degli affari esteri la senatrice Susanna Agnelli),un accordo simile, che comportò uno scambio tra risorse agricole, alimentari e ittiche del Marocco con tecnologia meccanica, italiana e non soltanto italiana.

Quell'Accordo, che riguardava una quantità enorme di prodotti agroalimentari, comportò un danno economico per le Regioni meridionali, in particolare per la Sicilia, la Campania, la Puglia e la Calabria, principalmente nel settore agrumario veramente devastante. Così come devastante fu l'Accordo riguardante la pesca, settore che ebbe ripercussioni di cui lei, signora Presidente, si occupò nella veste di Commissario europeo per la pesca, e che dunque conosce bene.

Ebbene, ci ritroviamo di fronte ad una situazione ancora più grave, perché questa volta, anziché coinvolgere soltanto il nostro Paese come in quella circostanza, sono coinvolti tutti i Paesi dell'Unione europea. Ma la mia sensazione, signora Presidente, onorevoli colleghi, è che la tecnocrazia applicata alla tecnico-economia stia producendo un impoverimento complessivo del nostro Paese, determinando effetti collaterali non indifferenti.

Alcuni colleghi vi hanno fatto cenno poco fa. Questo modello di globalizzazione, ammantata di apertura democratica, senza gli opportuni accorgimenti, sia di natura economico-compensativa che di natura fitosanitaria, rischia di determinare non soltanto un danno immediato di carattere commerciale alle produzioni più significative per le Regioni meridionali, e non solo, del nostro Paese, ma anche danni futuri, il cui costo - come abbiamo visto, purtroppo, in passato per fenomeni analoghi - ricade sempre sul nostro Paese. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora). Ciò in quanto i prodotti agroalimentari in particolare, ma anche quelli ittici, provenienti da Paesi non sufficientemente controllati, determinano l'immissione in Italia di parassiti delle piante, dei frutti ed anche del prodotto pescato, che certamente comportano per i produttori un costo che poi, direttamente o indirettamente, ricade sulle casse del bilancio dello Stato.

Dunque, ci troviamo di fronte ad una situazione veramente inquietante: anziché tentare la via della globalizzazione dei diritti umani, del welfare, del diritto alla salute, della tutela del posto del lavoro, esportando le garanzie raggiunte nel nostro Paese, determinando così un riequilibrio delle condizioni produttive negli altri Stati, si determina un'immissione nel mercato europeo di prodotti realizzati in una condizione di mancata osservanza dei diritti umani, che provoca un minor costo di produzione dei materiali in questione del settore agroalimentare, del settore della pesca e, in genere, di altri settori. Il tutto a vantaggio delle economie forti che si rafforzano ulteriormente e che, anziché venire incontro alle economie deboli, determinano un'ulteriore frattura tra queste e le altre.

Il vantaggio di questi accordi e del voto del Parlamento europeo relativamente a quest'ultimo si indirizza ad un'area geografica ben precisa dell'Europa, l'area dell'alta tecnologia, della tecnologia pesante e della meccanica pesante, non certo quella del Mezzogiorno d'Italia e neanche delle altre Regioni dove questo tipo di aziende e questo tipo di produzione non esistono e dunque non possono essere utilizzate come scambio, con l'immissione nel mercato europeo di prodotti a più basso costo e minore qualità, per giunta anche inquinanti, nel senso che introducono nelle nostre coltivazioni batteri e quant'altro, ne danneggiano e ne alterano la qualità.

In conclusione, signora Presidente, continuare in questo modo non è più possibile, come peraltro confermano gli atti ufficiali di Confagricoltura e di Coldiretti, che parlano ancora di un'agricoltura ingiustamente sacrificata per interessi diversi, in considerazione del nuovo scenario politico emerso nei Paesi dell'altra sponda del Mediterraneo.

Nutriamo grande rispetto per i nuovi scenari politici che si vengono a determinare in altra parte del mondo, soprattutto quando precostituiscono forme di democrazia più consolidate e forme di rispetto dei diritti umani più rafforzate.

Certamente questo non può gravare sulle economie deboli e in particolare su quelle del Mezzogiorno, ma anche di altre parti d'Italia.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, centrale nella nostra mozione è l'impegno - cui speriamo il Governo si associ - relativo alla revisione di questo voto dell'Unione europea al fine di evitare che gli effetti siano quelli che, come un po' tutti i presentatori delle diverse mozioni, abbiamo paventato. Invitiamo inoltre il Governo a promuovere iniziative che salvaguardino i diritti degli agricoltori ed il rispetto delle norme in materia di sicurezza alimentare nell'ambito delle garanzie sanitarie e fitosanitarie; allo stesso modo, auspichiamo che il Governo voglia rafforzare i controlli doganali sui prodotti agricoli, proprio per i motivi che avevamo poc'anzi sommariamente descritto.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, un'ultima considerazione riguarda il tenore di tutte le mozioni: da più parti, con toni e argomentazioni diversi e con un differente modo di mostrare sensibilità per un problema certamente ben chiaro, si manifesta una convergenza pressoché assoluta dell'intero Parlamento verso una revisione di questa decisione.

Rivolgo un auspicio ai firmatari delle altre mozioni: a mio avviso darebbe maggiore forza una posizione espressa dal Senato della Repubblica su un unico testo; peraltro, date le premesse e le conclusioni pressoché identiche, ci sarebbe anche il tempo per elaborare un unico testo su cui realizzare una convergenza totale del Parlamento italiano verso una richiesta forte e autorevole di revisione delle decisioni assunte a Bruxelles. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).

PREESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Vallardi per illustrare la mozione n. 632.

VALLARDI (LNP). Signora Presidente, anche noi della Lega Nord abbiamo fin da subito espresso la nostra forte preoccupazione per questo accordo proveniente dalle Istituzioni europee in materia di commercio di prodotti agroalimentari.

Desidero iniziare il mio intervento dalle conclusioni del senatore Fleres, perché condivido la sua preoccupazione, che è il filo conduttore di tutte le mozioni che abbiamo ascoltato fino ad ora. Condivido soprattutto la preoccupazione per un Accordo che mi sembra assolutamente improprio e inopportuno, dato il momento assolutamente duro che sta vivendo il nostro Paese dal punto di vista economico; inoltre, la situazione è particolarmente grave per il settore oggetto delle mozioni e dell'Accordo europeo, cioè quello dell'agricoltura.

Credo che in questo consesso istituzionale e in Commissione da diversi anni stiamo parlando delle grandi difficoltà che sta attraversando questo settore, ma sinceramente, nonostante i notevoli sforzi fatti, non sono state trovate soluzioni. Un'iniziativa positiva che avevamo assunto era rappresentata dal provvedimento sull'etichettatura, che abbiamo cercato di portare avanti anche in modo trasversale a favore degli agricoltori; tuttavia, alla fine questo provvedimento non ha portato grandi risultati perché purtroppo i nostri agricoltori, ma anche i nostri cittadini consumatori stanno ancora aspettando i decreti attuativi sulla certificazione di qualità e l'identità dei nostri prodotti, obiettivo più importante per mettere in atto il provvedimento.

Noi della Lega Nord vediamo molto male questo tipo di accordo: non ne siamo assolutamente convinti, e speriamo che da questo consesso istituzionale emerga un documento comune che incida a livello comunitario in direzione di una revisione di questi accordi.

Capisco la volontà di aiutare il popolo marocchino in un momento particolare per la democrazia del Paese; capisco anche la Primavera araba o mediterranea, a seconda di come la si vuol definire, e il momento delicato che attraversa il Marocco, ma dobbiamo aiutare quel Paese non certo a discapito dei nostri agricoltori. Infatti, questo Accordo andrà sicuramente a ledere profondamente i prezzi di mercato dei prodotti italiani. In seguito alla liberalizzazione, conseguente a tale Accordo, si potrà parlare di invasione di prodotti agricoli marocchini nel nostro territorio.

Produrre oggi in Marocco costa circa un quarto del costo sostenuto dai nostri agricoltori: avrà per l'Italia delle conseguenze. Nel momento in cui i pomodori o le verdure marocchine arriveranno nei mercati del nostro Paese ad un prezzo notevolmente inferiore a quello dei nostri prodotti - e dire notevolmente è poco - è evidente che la gente comprerà i prodotti di quel Paese.

Non è stato fatto niente ancora oggi, anche per colpa del Governo già in carica da ben sei mesi, benché la Lega Nord, ma anche altre forze politiche abbiano chiesto l'applicazione dei decreti attuativi sull'etichettatura per proteggere i nostri prodotti agricoli. Comprendete quindi che da parte nostra è ancora più forte la richiesta di una protezione dei nostri prodotti agricoli, altrimenti saremo alla mercé dei prodotti agricoli del Marocco. La gente, in un momento di particolare crisi economica, piuttosto che comprare i nostri prodotti a un prezzo più elevato tenderà inevitabilmente a comprare i prodotti di quel Paese.

Per tutte queste motivazioni, che mi sembrano di buon senso per i nostri cittadini e agricoltori che stanno attraversando un grande momento di difficoltà, noi della Lega Nord non capiamo quali possano essere le ragioni di questo atto, se non quella di voler fare un favore alle multinazionali.

Questa, probabilmente, è una delle motivazioni per cui i decreti attuativi sull'etichettatura non vengono fatti. Le multinazionali non hanno alcun interesse alla loro attuazione, ma hanno interesse, al contrario, ad importare nel nostro Paese prodotti agricoli in gran quantità, probabilmente di scarsa qualità, inscatolati con un nome italiano e venduti nel nostro mercato come prodotti italiani...(Applausi dei senatori Scarpa Bonazza Buora e Fleres)...a totale discapito dei prodotti dei nostri agricoltori, che puntando all'agricoltura biologica e di qualità fanno fatica, in queste condizioni, a trovare spazio sui nostri mercati.

Per questi motivi, ritengo che se si trovasse - come ha detto poc'anzi il senatore Fleres, che ringrazio per la proposta avanzata - un'unità di intenti su questa mozione, la stessa avrebbe maggior forza presso l'Unione europea, e molto probabilmente riusciremmo a raggiungere l'obiettivo di far sì che questa riveda l'Accordo. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritta a parlare la senatrice Mongiello. Ne ha facoltà.

MONGIELLO (PD). Signora Presidente, onorevoli senatori, molti colleghi si chiederanno per quale motivo oggi parliamo di una questione che sembra molto lontana ma che pochi immaginano quanto interessi il nostro Paese ed intere filiere del nostro comparto agroalimentare.

Ogni volta che parliamo in quest'Aula di agroalimentare facciamo quasi fatica, quella stessa fatica che fanno la politica e le istituzioni, le quali sembrano molto distanti da un settore che rappresenta il made in Italy nel mondo, oltre ad essere un qualcosa che significa 245 miliardi di euro di export all'anno e il 15 per cento del PIL di questo Paese.

Ma 1'agricoltura ed il comparto agroalimentare non rappresentano solo il prodotto interno lordo, ma anche produzione di cibo in un mondo la cui richiesta è in continua crescita, grazie anche all'aumento della popolazione e alle migliorate condizioni di vita sul nostro pianeta. L'agricoltura è tutela ambientale. Con il sapiente lavoro dei nostri agricoltori riusciamo a tutelare il nostro territorio. É sicurezza alimentare perché i nostri prodotti sono i più controllati al mondo, oltre a cultura, paesaggio e turismo.

Ebbene, si tratta di condizioni che vanno tutelate e salvaguardate, oltre alla necessità che i nostri agricoltori, oltre a fare della buona agricoltura, possano fare anche reddito.

Ci sono difficoltà che non riusciamo ancora a superare, data la frammentarietà delle nostre imprese, le dimensioni, 1'età e anche una questione culturale che accompagna i nostri uomini della terra.

Pur tuttavia, l'Italia è il Paese al primo posto in Europa con i suoi prodotti di eccellenza, grazie ai suoi 230 marchi di qualità. Conta un milione di lavoratori agricoli altamente qualificati che mi auguro rimangano tali. Spero, quindi, vengano corrette alcune norme del disegno di legge Fornero che destrutturano il lavoro agricolo, annullano conquiste del mercato del lavoro e rendono più agevole il ricorso al lavoro nero. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).

Per questo, faccio presente all'Aula che la Commissione agricoltura, della quale faccio parte, si è adoperata e si adopererà affinché vengano accolte alcune modifiche al testo e soprattutto scompaia la norma di estensione del voucher, la quale modifica dal lavoro occasionale al lavoro stagionale il suo impiego, rendendo vano qualsiasi tentativo di combattere il lavoro nero e il caporalato. Spero vengano accolte anche altre due norme che abbiamo presentato per quanto riguarda sia l'indennità agricola che l'accesso ai limiti pensionistici dei lavoratori agricoli. Mi auguro che a favore di tutto questo l'Aula sappia portare avanti una battaglia non solo culturale ma anche di diritti e tutela dei nostri lavoratori agricoli. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).

Oggi tutti noi parliamo di perplessità sull'accordo UE-Marocco che riguarda la liberalizzazione di prodotti agricoli. Criticità sono state peraltro già formulate nel corso degli interventi di rappresentanti del Parlamento europeo e la stessa Conferenza Stato-Regioni ha deliberato una sua valutazione su detto accordo, soprattutto per quanto concerne le sue parti critiche.

Se qualcuno in quest'Aula pensa che la sottoscritta sia contro il libero mercato non ha compreso ciò di cui stiamo parlando. Se noi ci chiudiamo, gli altri farebbero altrettanto e non mi pare che siamo animati da un sentimento di protezionismo. Ma se i prodotti italiani sono i più controllati al mondo per la tutela dei nostri consumatori, auspichiamo che ci sia la stessa attenzione per tutti gli altri, da un punto di vista sia sanitario che ambientale.

Quando chiediamo per i nostri prodotti una maggiore attenzione per reggere il libero mercato, non significa chiuderci in un recinto, come qualcuno potrebbe pensare. Siamo consapevoli che le arance siciliane sono diverse da quelle di alcuni Paesi africani ma queste ultime saranno sempre più competitive rispetto a quelle italiane sia perché i costi di produzione sono inferiori sia perché il costo del lavoro è di gran lunga più basso di quello italiano. Ma il discorso non è di questa valenza. Oggi molti di questi prodotti sono già presenti sui nostri mercati e nella catena della grande distribuzione organizzata, a cui interessa solo realizzare maggiore remunerazione e determinare le scelte di mercato. Già oggi i nostri prodotti fanno fatica ad essere competitivi a causa dei costi di produzione (gasolio e concime in testa) e, purtroppo, anche per la volatilità dei mercati che penalizza fortemente le filiere agroalimentari meridionali.

Voglio ricordare all'Aula che questo settore non ha ricevuto alcun aiuto in tutti questi anni, soprattutto nel momento in cui aveva maggiore bisogno di sostegno, così come hanno avuto altri settori. Guarda caso, grazie all'opera sapiente degli agricoltori italiani, si è mostrato anticiclico e ancora riesce a catturare nuovi mercati. Non si può, però, competere se si abbassano le condizioni di accesso. Noi competiamo solo su qualità, filiera ed eccellenza.

Posso chiedere al Governo italiano - mi rivolgo al sottosegretario Braga - perché ancora manca la carta di identità dei nostri prodotti? Posso chiedere perché, ad un anno dall'approvazione della legge sull'etichettatura degli alimenti, votata all'unanimità dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica e quindi voluta dall'intero Parlamento, essa ancora non può essere applicata perché mancano i decreti attuativi? Cosa aspetta il Governo italiano a dare piena attuazione a quella legge? (Applausi dei senatori Fleres e Scarpa Bonazza Buora).

Noi abbiamo il dovere, da una parte, di tutelare i nostri prodotti e, dall'altra, di consentire ai consumatori di sapere esattamente cosa stanno mangiando: questa è la battaglia culturale che stiamo facendo nella presente legislatura ed è ciò che le stesse organizzazioni agricole hanno evidenziato al ministro Catania.

Concludo il mio intervento sottolineando che l'agroalimentare può essere considerata la leva competitiva del nostro Paese, anche grazie al sapiente lavoro degli agricoltori italiani. Dobbiamo, però, crederci: devono crederci il Governo, il Ministro delle politiche agricole e anche quello dell'economia e delle finanze.

Ripartiamo dalla terra, dai nostri paesaggi, dal nostro lavoro e dalla nostra produzione, che è la nostra ricchezza, e forse ce la possiamo fare. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e del senatore Fleres).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, premetto una nota personale: io sono vegetariano, prevalentemente vegano, e quindi "frequento" con una certa assiduità frutta e verdura; premetto anche di avere un salario al di sopra della media nazionale, anzi spropositatamente al di sopra della media nazionale.

Ricordo che in passato, quando entrava sul mercato un nuovo prodotto e si abbassavano i prezzi, gioiva la gente che non aveva il mio salario ma un salario più basso. Sembra di capire che invece oggi questo meccanismo non funzioni più, sia perché i prodotti che arrivano sono di qualità scadente (poi affronteremo nel merito il motivo), sia perché il problema è rappresentato dai produttori e non dai consumatori. Credo che in un momento di crisi anche questo ragionamento debba essere portato avanti con una serie di distinguo.

Inoltre, sarei curioso di sapere chi sono e a quali partiti appartengono i 369 eurodeputati che hanno votato a favore di tale Accordo. Infatti, tutte le voci dell'odierno dibattito, ivi comprese le illustrazioni, si sono dichiarate ad esso contrarie.

Nessuna di queste voci, però, ha evidenziato i due o tre aspetti che avrebbero contribuito ad approfondire il dibattito. Innanzitutto, quante volte in passato (considerato che fortunatamente i rapporti commerciali con il Marocco non sono iniziati quest'anno, ma vanno avanti da decenni) la Commissione europea ha rilevato infrazioni relativamente alla qualità dei prodotti e al rispetto dei dazi e delle imposte? La risposta è che la Commissione europea ritiene che il Marocco si comporti come mediamente fanno tutti gli Stati dell'Unione europea. Quindi, ciò significa che alcuni fanno molto peggio del Marocco.

In secondo luogo, di quanto stiamo parlando? Stiamo parlando di qualcosa che nel «mercato del fresco» (ho imparato che si deve definire così) rappresenta il 3 per cento di ciò che noi troviamo all'interno dell'Unione europea. Sembra che l'ortaggio incriminato sia il pomodoro. Ebbene, questo benedetto o maledetto pomodoro non riuscirebbe neanche in Francia (il mercato verso il quale prevalentemente il Marocco esporta è quello francese), dove si legge che la produzione nazionale è pari a 646.000 tonnellate all'anno, ad andare incontro ad una domanda di oltre 950.000 tonnellate di pomodoro fresco.

Io credo che ci siano le premesse per andare a fare un accordo commerciale con l'unico Paese che non è stato interessato dalla Primavera araba perché non ne aveva bisogno; ricordo, tra l'altro, che nel 1987 il re Hassan II chiese che il Marocco divenisse Stato membro della Comunità europea, mostrandosi avanti di 25 anni rispetto a molti altri che ancora oggi vogliono entrare nel nostro spazio comune. Gli fu risposto negativamente, perché il Trattato di Roma prevedeva una presenza geografica prevalentemente riconducibile all'Europa storico-politica e, quindi, si tenne fuori il Marocco. Nel frattempo, però, il Marocco non ha come risposta creato delle istituzioni non democratiche o addirittura antidemocratiche, bensì ha sviluppato un suo Stato di diritto e, forse grazie al fatto di essere una monarchia costituzionale, una Costituzione ulteriormente riformata di recente che ha consentito un'alternanza di Governo, applicando delle leggi che sono riconosciute dalla Commissione europea perfettamente in linea con la normativa necessaria per poi entrare in contatto con gli Stati membri dell'Unione europea.

È vero che quando si fanno questi grandi accordi, chiaramente, il piccolo e il medio produttore ne potranno risentire, ma non è automaticamente vero che la grande distribuzione o il grande produttore vadano ad escludere il piccolo e medio produttore, come avviene in Italia, quando si dovrà aumentare a dismisura un'esportazione nei confronti dell'Unione, che comunque esporta verso il Marocco quasi il doppio di quello che importa. Questo accadeva prima dell'accordo commerciale. Ricordo che stiamo parlando di un settore che caratterizza buona parte dell'economia italiana e, come è stato ricordato, avrebbe bisogno di normative e di politiche diverse, ma non di un procrastinare e di una sorta di versione italiana della politica agricola comune (PAC), che ha creato una serie di situazioni simili a quelle che hanno tenuto in vita industrie italiane decotte, grazie a degli aiuti di Stato, che le hanno cancellate tutte dal mercato mondiale. Questo credo sia l'ABC - visto che oggi va tanto di moda utilizzare le prime tre lettere dell'alfabeto - dell'economia, che in qualche modo smentisce queste grida di invasione del nostro mercato con i prodotti che vengono da altrove.

Il caso del Marocco, che ha connotati più in regola di altri Paesi del Nord-Africa, potrebbe essere ripetuto per tanti altri Paesi. Ad esempio, la Tunisia migliorerà, di sicuro miglioreranno i nostri rapporti nei suoi confronti e si spera che anche con la Tunisia si vada a firmare un accordo che in parte possa replicare alcune delle caratteristiche di questo con il Marocco, ed estendersi magari ad altri Paesi, come l'Egitto o con l'Africa sub-sahariana. Questo perché, continuando a chiuderci, purtroppo, devo dire, sotto tutti i punti di vista, al progresso o allo sviluppo umano nel resto del mondo, consentendo loro di produrre alcune cose che hanno un basso tasso di innovazione e di investimento, seppur nell'industria agroalimentare - e comunque anch'esse sono necessarie - noi costringiamo questi disgraziati a dover scappare da zone dove non c'è né lavoro né tanto meno, mercato interno e a venire a casa nostra. Tutto questo con leggi che il Governo Berlusconi ha previsto fin dall'inizio della sua iniziativa sulle tematiche dell'immigrazione, leggi che addirittura sono arrivate a criminalizzare coloro che sono sul suolo patrio senza un necessario permesso di soggiorno.

Queste persone che non hanno un permesso di soggiorno, dove vanno a finire? Ricordo che queste persone ci sono: noi abbiamo mezzo milione di persone che non hanno una regolarizzazione, pur essendo presenti e lavorando. Vanno a lavorare nel settore agroalimentare, e prevalentemente nel settore delle costruzioni e, quindi, non soltanto vengono sfruttate, non soltanto contribuiscono ad un ulteriore mercato sleale all'interno del nostro Paese, ma vanno contro tutte le raccomandazioni che sono state fatte dalle associazioni di categoria e che vengono molto spesso articolate nelle premesse di queste mozioni, che dovrebbero avere come primo problema il rispetto della legge.

Noi sappiamo che in Italia non esiste la certezza del diritto e non esiste purtroppo lo Stato di diritto democratico. Mi soffermo allora sulla richiesta di un impegno al Governo affinché questo duplichi - perché se oggi non lo stesse facendo avrebbero dovuto esserci decine di denunce nei mesi scorsi - le iniziative che già avvengono normalmente sul controllo della qualità e, soprattutto, sulla richiesta di stringente attenzione a che i nostri dazi vengano sollevati, imponendoli ad altri. È questo che infatti tale Accordo prevede. Chiaramente, quando esportiamo, noi vogliamo che non ci siano le tasse, mentre quando si importa chiaramente si vanno a imporre. Se bisogna trovare un ulteriore accordo, io non mi unirò minimamente a questo. Non perché io abbia scoperto l'acqua calda o detto delle verità con la V maiuscola, ma perché esiste da sempre un rapporto bilaterale con il Marocco che è invidiabile rispetto a quelli stipulati con molti altri Paesi (anche di altre parti dell'Europa), e ritengo che occorra riprendere in considerazione questi testi nella ridiscussione di alcune parti (e, magari, non sarebbe male coinvolgere anche la Commissione esteri). Non si renderebbe, infatti, un buon servizio né alla nostra economia, intesa come le esigenze dei consumatori in un momento di crisi, né ai rapporti bilaterali con il Marocco, e tanto meno allo Stato di diritto che, purtroppo, sappiamo non essere la nostra migliore carta di presentazione in Europa. (Applausi del senatore Amato).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Aderenti. Ne ha facoltà.

ADERENTI (LNP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, noi riteniamo giusti ed utili gli sforzi che l'Unione europea sta compiendo nell'attuazione di una politica di buon vicinato, nella convinzione che lo sviluppo politico ed economico, anche dei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, sia indispensabile a garantire la pace e la prosperità all'Europa stessa. Apprezziamo, altresì, il sostegno che le istituzioni europee intendono dare alla transizione democratica nei Paesi del Nord Africa, avviata a seguito delle vicende della cosiddetta Primavera araba. Questo, però, non deve significare che si debba accettare qualsiasi iniziativa, soprattutto se questa avviene a scapito dei nostri agricoltori, già penalizzati dall'aumento dei costi di produzione, dalla speculazione sulle materie prime con un abissale divario tra i prezzi alla produzione e quelli alla vendita e dagli aumenti della tassazione sugli immobili rurali.

Il nuovo Accordo tra Unione europea e il Regno del Marocco se, da un lato, sembra rafforzare la posizione degli esportatori europei di prodotti agricoli trasformati sul mercato marocchino, dall'altro consente l'immediata liberalizzazione del 55 per cento delle importazioni provenienti dal Paese nordafricano, non più soggette a dazi doganali, favorendo così un aumento delle concessioni nell'intero comparto dell'ortofrutta.

I prodotti agricoli marocchini costituiscono già l'80 per cento circa delle importazioni da parte dell'Unione europea. L'ulteriore liberalizzazione prevista dall'Accordo che stiamo discutendo oggi in Aula prospetta, per il settore agricolo europeo ed italiano, una situazione allarmante in grado di destabilizzare una già difficile realtà produttiva e di mercato. In particolare, l'importazione di pomodoro marocchino potrebbe determinare un vero e proprio danno al mercato euromediterraneo, dal momento che risulta che le importazioni dal Marocco raggiungeranno, nel 2014, un livello di poco inferiore alle 300.000 tonnellate. Già alla fine dello scorso anno, i quantitativi di pomodoro importati nell'Unione europea e provenienti dal Marocco hanno sfiorato le 90.000 tonnellate, con un aumento di oltre il 70 per cento rispetto al 2009, determinando così quotazioni inferiori al prezzo stabilito di entrata (che equivale a 0,46 centesimi al chilo).

Questo Accordo, oltre a prevedere un aumento delle concessioni nel comparto dell'ortofrutta, dispone inoltre che le produzioni marocchine accedano al mercato comunitario in periodi diversi rispetto a quelli di commercializzazione europea provocando ulteriori gravi ripercussioni sui prezzi di mercato.

Noi pensiamo che questo non sia il modo giusto di instaurare sane (e, lo ripeto, sane) relazioni commerciali, consentendo ai Paesi extracomunitari di diventare nostri acerrimi concorrenti, non fosse altro perché in Marocco non esiste né la tutela del lavoro (e infatti si registra lo sfruttamento del lavoro minorile), e nemmeno la tutela sociale, permettendo ai propri produttori di usufruire di costi di produzione molto, molto più bassi dei nostri e di quelli europei, tenuto conto infine che il costo del lavoro in Marocco è di pochi euro al giorno per unità.

L'attuazione dell'Accordo, nei termini stabiliti, instaura infatti una situazione di concorrenza sleale sia con riferimento alla mancata compatibilità con le vigenti normative europee sul lavoro e sull'ambiente, sia con riferimento ai prezzi di entrata di alcuni prodotti.

Secondo i dati del Ministero dell'agricoltura di Rabat, un chilo di pomodori a grappolo viene venduto in media a 22 centesimi al chilo nei mercati marocchini; ci vogliono 90 centesimi per acquistare lo stesso quantitativo in un mercato italiano; le arance costano 19 centesimi al chilo in Marocco, 69 centesimi in media in Italia, mentre per acquistare un chilo di fragole al mercato italiano servono 3,80 euro, il quadruplo rispetto al prezzo all'ingrosso in Marocco, che è di 80 centesimi.

La Lega Nord, nell'interesse di tutti gli agricoltori del nostro Paese, intende evidenziare le criticità che derivano da questo Accordo e chiede al Governo di intervenire affinché il comparto agricolo nazionale non sia penalizzato irrimediabilmente da una intesa che è molto più favorevole agli agricoltori del Marocco piuttosto che a quelli italiani. Non ci venite a dire per l'ennesima volta che proponiamo solo pregiudizi e chiusure. Il mercato agricolo ha le sue regole e le sue condizioni: regole che non guardano in faccia nessuno; condizioni che, però, devono essere uguali per tutti per tutelare e realmente aiutare tutti. (Applausi dei senatori Vallardi e Scarpa Bonazza Buora).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signora Presidente, onorevoli senatori, l'Accordo commerciale con il Marocco, stipulato con l'Unione europea lo scorso 16 febbraio, prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti che potranno essere importati a tariffe doganali basse o addirittura pari a zero. Eliminerà immediatamente il 55 per cento delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e di pesca marocchini e il 70 per cento delle tariffe sui prodotti agricoli e di pesca dell'Unione europea in 10 anni. L'accordo dovrebbe entrare in vigore a maggio 2012 e condurrebbe in pratica alla liberalizzazione del commercio agroalimentare tra Unione europea e Marocco, con prevedibili effetti catastrofici per la nostra agricoltura.

La preoccupazione del nostro Gruppo, l'Italia dei Valori, nasce dall'accoglimento delle obiezioni che sono state avanzate anche in sede europea relativamente alla bontà dell'Accordo: obiezioni che riteniamo non solo fondate, ma soprattutto compatibili con le problematiche che quotidianamente affrontiamo e tentiamo, per quanto ci è possibile, di risolvere.

Nelle intenzioni della maggioranza dei deputati del Parlamento europeo, l'Accordo commerciale ha l'obiettivo di sostenere la transizione iniziata con la cosiddetta Primavera araba, pensando che attraverso un incremento del commercio fra Unione europea e Marocco si possa ragionevolmente condurre tali Paesi a una fase di ripresa non solo politica, ma anche sociale ed economica. Di fatto, però, l'Accordo apre, allo stato attuale delle cose, un evidente problema di distorsione del mercato, legato alle differenti condizioni del lavoro in Europa e in Marocco.

Per i nostri produttori la concorrenza diverrebbe insostenibile: in Marocco una giornata di lavoro costa circa 5 euro, contro i 60 euro medi in Italia, senza dimenticare l'utilizzo del lavoro minorile e l'assenza totale di diritti sindacali, indispensabili per la ratifica di un accordo. D'altra parte, soprattutto lo sfruttamento del lavoro minorile è l'aspetto peggiore sul quale si concentra l'attenzione del nostro Gruppo. Le nostre aziende ortofrutticole si troverebbero dunque a dover competere a pari condizioni di concorrenza con produzioni provenienti da un contesto nel quale il lavoro non è tutelato a livello sindacale e i costi produttivi e del lavoro sono di pochi euro al giorno, e comunque di gran lunga più bassi rispetto ai nostri standard interni.

L'Italia in particolare sarebbe la prima ad essere danneggiata. Non si tratta di essere protezionisti, tanto meno di essere contrari alla crescita di Paesi che vivono in condizioni di maggiori difficoltà, situazione che invece da sempre auspichiamo nei nostri interventi di Gruppo e che rientra nelle nostre reali intenzioni politiche. C'è anche un aspetto sanitario da non sottovalutare, che non vorrei analizzare ora; è proprio il quadro generale che preoccupa.

Accordi di questo genere, comunque, non risolvono per l'Italia dei Valori problemi di crescita, bensì creano situazioni di nuova povertà, danneggiando un settore come quello agricolo che sta affrontando una crisi senza precedenti e su cui, ricordiamolo, si concentra ancora una buona fetta del nostro sistema economico, soprattutto per ciò che riguarda le Regioni del Meridione, già sufficientemente investite dalla crisi economica mondiale e che vengono ancora vessate da questo Governo con tasse, tasse e ancora tasse per questo settore.

L'Accordo oltretutto dovrebbe entrare in vigore ora, all'inizio di maggio 2012, proprio quando gli agricoltori saranno chiamati a fare i conti con la nuova IMU. Insomma, stiamo dando l'ultimo colpo alla nostra economia. Come spesso avviene ultimamente, sono ancora i soliti - noti, purtroppo - a farne le spese: i settori deboli, quelli più soggetti a ciclicità incontrollabili, quelli che ancora una volta non hanno altra possibilità se non quella di subire passivamente i sacrifici che vergognosamente chiediamo.

Quello sottoscritto è un Accordo squilibrato, che certo non salvaguarda i principi di reciprocità delle condizioni produttive, che devono essere alla base di qualsiasi intesa; reciprocità che ha l'onere di garantire agli operatori economici di ciascun Paese la possibilità di competere con pari condizioni di concorrenza. Con tale Accordo, infatti, sarà possibile importare indiscriminatamente prodotti dal Marocco ed esportare dall'Europa prodotti industriali, scatenando così, purtroppo, un'ennesima guerra tra poveri. I consumatori marocchini vedrebbero aumentati i costi dei prodotti agricoli nel loro Paese e i produttori siciliani, meridionali e del Sud Europa verrebbero messi in una condizione di estrema disuguaglianza. Certamente l'Unione europea tende a stipulare questi accordi per aprirsi a nuovi mercati e per incrementare le proprie esportazioni, e capiamo anche le ragioni politiche sottese a quest'Accordo, ma tali aperture non possono penalizzare l'economia di intere aree comunitarie, soprattutto, lo ripetiamo sempre, alla luce dell'attuale congiuntura economica recessiva che colpisce il nostro Paese.

I popoli del Sud del Mediterraneo vanno aiutati senz'altro, ma sicuramente non a danno delle regioni più povere d'Europa. Per questo motivo, chiediamo al Governo di operare utili controlli al fine di arginare tutti gli squilibri che potrebbero derivare da un Accordo di simile entità. Chiediamo un serio monitoraggio degli impatti reali sui settori investiti, con l'impegno ad adottare tutte le iniziative che contribuirebbero a raggiungere risultati bilanciati, che in primo luogo tengano conto di un parallelo dovere di tutela della nostra produzione nazionale al fine di non apportare addirittura peggioramenti a una situazione economica complessiva già fortemente critica e precaria.

Allo stesso tempo, ricordiamo che nel sistema organizzativo italiano tutte le norme esistenti in materia di igiene e di sicurezza contribuiscono ad un rilevante, e a volte eccessivo, irrigidimento delle prassi burocratiche, rappresentando inoltre un costo significativo per chiunque intenda aprire ed avviare un'attività economica. Ecco perché, e mi avvio alla conclusione, richiediamo che il rispetto di tali norme venga puntualmente assicurato e che il Governo effettivamente si adoperi per un monitoraggio costante, segno di responsabilità verso le tante aziende messe in ginocchio da cause spesso a loro non direttamente riconducibili.

Ugualmente, proprio perché come Gruppo dell'Italia di Valori ci riteniamo sempre molto sensibili sul tema del lavoro e dei diritti sindacali ad esso connessi, ci aspettiamo che, congiuntamente ad aperture simili verso questi Paesi, vi sia la giusta attenzione ad una crescita che sia, in primo luogo, legata ad obiettivi di sviluppo sociale, ma anche giuridico e soprattutto civile. Ci auguriamo quindi che tali misure non vengano scisse, in maniera tanto leggera, da un pari bisogno di potenziamento delle garanzie sindacali, sia nel rispetto stesso dei cittadini che in tali Paesi vivono e offrono la propria professionalità, sia in difesa dei nostri lavoratori, delle nostre aziende locali, che, pur con enormi difficoltà, continuano a sostenere il peso di previsioni legislative interne che vincolano il loro operato e che prevedono, in caso di violazione, tutte le amare sanzioni che conosciamo.

Anche in questo caso, chiediamo una maggiore attenzione per i lavoratori interessati, perché possano ancora sentirsi parte di un Paese che come primo obiettivo dovrebbe tutelarli e non semplicemente umiliarli e a volte vessarli, attraverso un istituto che si chiama Equitalia, con l'emanazione di provvedimenti che quasi li dimenticano e li ripongono in un piano secondario rispetto alle solite priorità economiche e affaristiche. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.

FIRRARELLO (PdL). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, sono tra quelli che hanno accolto con simpatia l'insediamento di un Governo di unità nazionale, o quasi, convinto che per il periodo storico che stiamo attraversando potesse essere la soluzione più adatta per dare risposte concrete alla ripresa economica dell'Italia. Non ho condiviso l'ipotesi di elezioni politiche anticipate perché probabilmente il nostro Paese aveva bisogno di interventi immediati per gestire l'imperversare di speculatori voraci che con ferocia si sono accaniti su alcuni Paesi tra i quali vi è l'Italia. Personalmente convengo sulla necessità di interventi forti da parte del Governo sia perché ci avrebbero portato al risanamento, sia perché ci avrebbero fatto capire che il nostro modello di vita in generale non sarebbe stato compatibile con le nostre risorse. In ogni caso, le lacerazioni della politica italiana non avrebbero permesso a chiunque avesse vinto le elezioni di avere la forza di agire drasticamente per la riduzione dei privilegi causati dall'adozione di una contabilità allegra sia in ambito istituzionale che in moltissimi altri ambiti.

Sono troppe le contrapposizioni politiche non disgiunte da quelle sociali e lobbistiche di ogni genere; pertanto, a mio avviso, avremmo corso rischi maggiori ed è per questo che ho ritenuto saggia la via intrapresa dal Presidente della Repubblica. Però, da questo Presidente del Consiglio e da un Gabinetto così qualificato mi aspettavo ben altro. L'idea dell'IMU così com'è concepita distrugge il Paese. L'edilizia è finita e coloro i quali avevano investito per creare anche condizioni di vita più compatibili con le proprie aspettative personali, spesso contraendo debiti da assolvere, si vedono oggi esposti al rischio di vedere vanificati i propri sforzi.

Signor rappresentante del Governo, sempre più spesso ormai ci sentiamo dire se questo Ministero ha un'anima, una capacità d'ascolto, un'idea dello stato dei cittadini che in Italia soffrono la fame. Come si può chiedere l'IMU a chi ha abbandonato un'ex residenza per trasferirsi all'estero per guadagnarsi da vivere? Ormai sentiamo ripetere che l'Italia per crescere ha bisogno dello sviluppo del Meridione, concetto questo indiscutibilmente vero poiché il Centro Nord ha sicuramente meno aspettative di crescita. Signori rappresentanti del Governo, riflettete, poiché così si distruggono le istituzioni locali che costituiscono il baluardo indispensabile per la salvaguardia della democrazia, e questo è un grave errore.

Ritengo l'Accordo tra l'Unione europea ed il Regno dei Marocco per la liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli e ittici un peso troppo grave per gli agricoltori europei che operano nelle aree mediterranee. Un Accordo che è privo del principio di reciprocità, che è essenziale per garantire una concorrenza sana tra gli operatori dei settori economici e per continuare ad offrire ai consumatori prodotti che rispettino alti standard qualitativi. In questo modo concediamo l'esenzione dei dazi doganali, senza nessuna adeguata garanzia per i produttori.

Non è possibile permettere che i nostri mercati - giustamente sottoposti a rigide regole di controllo e sicurezza alimentare per il rispetto e la tutela della salute dei consumatori - competano con altri che non sono obbligati al rispetto di queste regole. Sarebbe come giocare sullo stesso campo, ma con risorse a disposizione completamente favorevoli agli avversari e questo, in un momento difficilissimo qual è quello attuale, non dobbiamo assolutamente permetterlo.

Il già importante vantaggio competitivo, favorevole al Marocco, in molti mercati agroalimentari, potrebbe ulteriormente consolidarsi attraverso questo nuovo accordo bilaterale, causando instabilità soprattutto nelle aree dell'Unione europea vocate alla produzione ortofrutticola. Tali squilibri riguardano i seguenti aspetti: ulteriore aumento delle importazioni di ortofrutticoli freschi marocchini; insorgere di conflitti sul rispetto della sicurezza alimentare, la tutela dell'ambiente ed altri aspetti simili; perdita di occupazione e redditi nei territori comunitari tradizionalmente interessati alla produzione ortofrutticola, tra cui i più penalizzati sono, in particolare, quelli del Meridione e della Sicilia.

A parte i fattori naturali e climatici - che certamente favoriscono il Marocco - le cause dei suddetti squilibri possono essere ricercate in alcuni fattori che consentono l'ottenimento a minori prezzi dei prodotti ortofrutticoli di quel Paese. Un primo esempio è costituito dai bassi costi di produzione e, in particolare, della manodopera. Inoltre, i produttori marocchini non sono soggetti alle severe normative fitosanitarie e ambientali dell'Unione europea (ad esempio, alle norme sulla condizionalità, alle direttive sui nitrati e così via) e ciò ha causato in passato conflitti tra i soggetti istituzionali coinvolti nella commercializzazione degli ortofrutticoli, che lamentano l'incapacità dell'Unione europea di disporre di informazioni utili sui prodotti marocchini prima della loro esportazione verso i Paesi comunitari. In tal modo è plausibile il rischio di trasformare in vantaggio competitivo i minori vincoli che i produttori marocchini hanno, rispetto a quelli dell'Unione europea, in termini di sicurezza alimentare, tutela ambientale ed altri aspetti simili.

Anche l'organizzazione commerciale marocchina è diversa da quella europea. In Marocco esistono, infatti, oligarchie e lobby finanziarie, supportate da strutture centrali di coordinamento che hanno il compito di orientare ed indirizzare costantemente gli esportatori, informandoli sui canali migliori verso cui dirigere i flussi di esportazione in un determinato periodo della campagna di commercializzazione.

Infine, la crescente leadership marocchina negli scambi bilaterali con l'Unione europea avvalora il rischio della scomparsa di migliaia di aziende ortofrutticole europee - soprattutto italiane - a meno di un eventuale processo di riconversione verso produzioni con maggiori capacità competitive o, addirittura, interventi compensativi a favore di quei territori non più in grado di competere con le produzioni provenienti dal Marocco o da altri Paesi terzi del Mediterraneo.

L'Accordo con il Marocco è la rovina definitiva del Meridione, poiché non tiene minimamente conto degli interessi di una parte importante del mondo produttivo italiano che, per le sue specificità territoriali, è situato soprattutto nel Sud del Paese.

Noi ci proponiamo ancora come realtà solidaristica verso coloro che hanno bisogno e, pur essendo l'Accordo una scelta degna di rispetto, non tiene conto delle enormi difficoltà economiche degli imprenditori interessati del nostro Paese. Oggi in Italia le persone si suicidano e penso che il nostro primo dovere debba essere quello di aiutare coloro che sono in grave difficoltà, dando assoluta precedenza a chi ne ha bisogno. Non mi sembra che il presidente Monti si sia posto il problema di disporre immediate e serie compensazioni in favore degli agricoltori meridionali, in particolare siciliani, che subiranno gravissimi danni dalla stipula di questo Accordo. (Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, a seguito di intese intercorse tra il Governo e gli interroganti, lo svolgimento degli atti di sindacato ispettivo, già previsto per domani pomeriggio, è rinviato ad altra seduta. La seduta pomeridiana pertanto non avrà luogo.

Sui mezzi di pagamento accettati da Poste Italiane

DIVINA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signora Presidente, volevo segnalare una questione molto spiacevole, approfittando della presenza del rappresentante del Governo.

Abbiamo apprezzato, entro certi limiti, l'azione del Governo sul fronte dell'evasione fiscale e abbiamo visto anche i primi atti, come la limitazione della spesa in contante, la tracciabilità nei pagamenti, l'uso di bonifici, carte di credito, assegni non trasferibili e così via.

Ora accade che un'impresa che ha una serie di comunicazioni da fare si reca alle Poste per fare delle raccomandate e le viene chiesto esclusivamente un pagamento in contanti. Chi dovesse spedire un numero importante di raccomandate deve fare prelievi e presentarsi con i contanti oppure utilizzare strumenti di pagamento interni come Postamat o Postepay.

Secondo me, dovremmo stimolare il Governo affinché intervenga nei confronti di Poste Italiane stabilendo innanzitutto qual è la sua linea, tracciabilità, ma anche le liberalizzazioni non devono essere messe al secondo punto, e consentire ad ogni cittadino di presentarsi alle Poste e pagare con uno strumento di moneta elettronica, che in questo momento è quella che dà le massime garanzie di provenienza e di tracciabilità del denaro. Sembra che Poste Italiane, abusando probabilmente della posizione di potere, abusando del fatto che non fa soltanto servizio postale ma anche servizi a questo punto bancari, pensi di chiudere il giro attorno a se stessa non interessandosi di tutti i problemi delle imprese, dei cittadini, degli utenti.

Per lo svolgimento di un'interpellanza e di un'interrogazione
e la risposta scritta ad un'interrogazione

*FIORONI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FIORONI (PD). Signora Presidente, intervengo per sollecitare la risposta alla mia interrogazione 3-02726, indirizzata al Ministro dell'interno, volta a chiedere quali siano le iniziative e le risorse che il Ministro intende adottare e le risorse che intende stanziare per porre freno alla situazione di insicurezza in cui versa la città di Perugia.

La città si trova a vivere ultimamente una serie di episodi delittuosi dovuti alla presenza sempre più diffusa di immigrazione clandestina orientata a delinquere e a disturbare l'ordine pubblico di una realtà che - dobbiamo dirlo - si è sempre caratterizzata per la qualità della vita e il livello di coesione sociale.

Nel 2011 è stato sottoscritto, proprio per questi motivi, dal ministro Maroni, il «Patto per Perugia sicura», ma purtroppo non sono state dedicate risorse adeguate e occorrono interventi straordinari per rafforzare il presidio in alcune zone della città. In particolar modo, mi riferisco al centro storico che proprio ieri è stato spettacolo di un ulteriore episodio di violenza, vandalismo e - direi proprio - guerriglia urbana.

La mia interrogazione, dunque, è volta a chiedere se sia intenzione dell'attuale Governo dare seguito agli impegni presi, con risorse adeguate, per realizzare interventi straordinari che rafforzino la presenza delle forze dell'ordine nel territorio volte a ripristinare una situazione di ordine pubblico la cui tenuta comincia veramente ad essere in pericolo con il rischio di creare un problema di carattere strutturale.

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, anche io desidero sollecitare un'interrogazione ed un'interpellanza. L'interrogazione 4-07400, molto recente, è stata presentata martedì al Ministro degli affari esteri, ed è relativa alla sorte, nonché allo stato giuridico, di Saif al Islam, figlio secondogenito del colonnello Gheddafi, arrestato alla fine dell'anno scorso non dal CNT, responsabile dell'amministrazione della Libia, ma da un gruppo che controlla la parte meridionale del Paese. A Saif al Islam pare siano state inflitte, secondo quanto riportato dalla Croce Rossa, non soltanto percosse, ma che sia tenuto in un regime di trattamento inumano e degradante e che non gli sia consentito di incontrare né, naturalmente, i familiari (perché qualora si dovessero avvicinare sarebbero arrestati anch'essi), né tanto meno il suo collegio di difesa.

Occorre capire se tutto ciò corrisponda a verità e come l'Italia intende agire sul CNT affinché si prenda una decisione, dal momento che il questo ha detto di esserne capace, oltre ad avere la volontà politica di processare Saif al Islam. Sarebbe meglio mandarlo all'Aja, perché lì la certezza del diritto è di qualità differente, piuttosto che tenerlo a Tripoli, ma comunque bisogna capire cosa succede, perché il problema è enorme dal punto di vista legale internazionale.

L'interpellanza 2-00454 è stata presentata insieme al senatore Vita, e con il passare dei giorni ha raggiunto le 33 sottoscrizioni, per cui si passerebbe alla fase di urgenza. Essa riguarda il tema della riforma del diritto d'autore. Da quando l'Agcom aveva intenzione di adottare un regolamento - cosa che poi non ha fatto per ammissione del suo presidente il 2 maggio scorso - uscì sulla stampa una bozza di intenzione di modifica dello stesso da parte del Governo. Siccome sempre sulla stampa parrebbe che tale bozza potrebbe essere articolata in emendamento al decreto liberalizzazioni-bis, e tutto è tranne che una liberalizzazione, ancora una volta sarebbe utile sapere prima di che cosa dovremo leggere (e meglio sarebbe non nel contesto di un emendamento, ma piuttosto di un disegno di legge d'iniziativa governativa) relativamente al diritto di autore, perché anche da quello dipende la possibilità di sviluppo della nostra economia.

PRESIDENTE. Senatore Perduca, a lei, come alla senatrice Fioroni, posso assicurare che la Presidenza si farà carico di sollecitare una risposta ai documenti di sindacato ispettivo richiamati.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di giovedì 10 maggio 2012

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, giovedì 10 maggio, alle ore 9,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 20,01).