CASTELLI (LNP). Signor Presidente, credo che questo decreto, che peraltro già di per sé riveste una notevole importanza, ci possa dare l'occasione per fare qualche considerazione di carattere più generale. Se infatti è pur vero che non sono passati poi molti mesi dall'insediamento del Governo Monti, comunque non ne sono passati neanche pochissimi; sono stati chiesti numerosissimi voti di fiducia e sono stati emanati numerosi decreti, quindi credo che una qualche conclusione o comunque una qualche idea dell'azione del Governo Monti la si possa trarre. All'interno di questa più generale azione politica, si può valutare anche questo decreto.
Voglio ricordare che i primi due provvedimenti (ovviamente decreti-legge su cui è stata chiesta la fiducia, perché, quando non chiede la fiducia, il Governo rischia, come abbiamo dimostrato la settimana scorsa) hanno avuto dei nomi molto pregnanti dal punto di vista della propaganda. Sotto questo punto di vista, devo dire che questo Governo, con l'aiuto di tutti i giornalisti "salivatori" che lo circondano, è veramente molto efficace. Bene, abbiamo visto che il primo decreto è stato chiamato salva Italia. Dopodiché, una volta che il Paese è stato salvato, è stato emanato un altro decreto, il cosiddetto cresci Italia. Credo che a questo punto, se quei due decreti, con nomi così immaginifici e, diciamo, anche ficcanti nei confronti dell'opinione pubblica avessero raggiunto il risultato, non dovremmo essere qui a discutere più di niente: abbiamo salvato l'Italia e l'abbiamo fatta crescere, cosa vogliamo di più? Potremmo magari anche dedicarci a una più normale amministrazione. Bene, dopo sei mesi possiamo vedere qualche numero per capire se veramente l'Italia è stata salvata ed è cresciuta, perché credo che un decreto-legge emanato in via d'urgenza dovrebbe avere immediatamente un qualche risvolto pratico sull'economia, la società e l'andamento del Paese.
La disoccupazione è ai massimi storici (10 per cento); la disoccupazione giovanile è ai massimi storici (36 per cento); lo spread non è sceso, e anzi, dopo una prima discesa, oggi torna a salire, e per un motivo molto semplice: la variazione dello spread non è in correlazione con il prestigio del Governo Monti, ma semplicemente è legata al trilione di miliardi che la BCE ha consegnato alle banche europee. Sappiamo che le banche hanno acquistato i nostri BOT e che adesso non hanno più soldi per acquistarli. Bisogna tornare al mercato, quello vero, e lo spread risale. La produzione industriale sta crollando, e il PIL è a meno 2 per cento: insomma, non abbiamo salvato nulla e l'Italia non solo non cresce, ma sta precipitando.
Aggiungo l'ultimo dato, che è passato quasi sotto silenzio: il fabbisogno di cassa dello Stato era di 38 miliardi di euro l'anno scorso ed è di 30 miliardi quest'anno. È praticamente la stessa cifra. L'azione ficcante e dirompente di salvataggio del Governo Monti non è servita a niente. Ricordo che 8 miliardi di euro sono l'1 per cento del bilancio dello Stato.
Per quanto riguarda la famosa spending review, per la quale è stato nominato un Ministro tecnico, che a sua volta ha avuto bisogno di un altro tecnico, che a sua volta ha avuto bisogno dei suggerimenti degli italiani (avremmo potuto chiedere direttamente alla "signora Mariuccia" che cosa fare per ridurre le spese), ci si pone un obiettivo di 7 miliardi, cioè nulla: questi sono i numeri con quali abbiamo a che fare. Dall'altra parte, c'è la propaganda che ancora agisce o tenta di agire, perché evidentemente ormai gli italiani stanno capendo che anche questo Governo dei professori non riesce a risolvere nulla e a trovare il bandolo della matassa.
Infatti, le questioni sono altre, e credo che questo decreto ci possa portare a capire quali sono le reali condizioni per le quali il Paese non può crescere. Ieri Monti ha rilasciato una dichiarazione infelicissima, perché si è accorto che è venuto al Governo come salvatore della Patria, ma non riesce a salvare nulla e deve cercare i capri espiatori. Si stanno susseguendo nel Paese tragici avvenimenti, con il profilarsi di una sorta di processo di emulazione, per cui gli imprenditori si suicidano: è un fenomeno di una gravità eccezionale. Ebbene, il Presidente del Consiglio non ha saputo fare altro che dire che la colpa è di chi ha creato le condizioni per le quali oggi non si riesce ad uscire dalla crisi. Sono assolutamente d'accordo: peccato che non siano quelli a cui lui si riferisce, cioè quelli che hanno governato in questo ultimo decennio. Tra l'altro, ricordo che in questo ultimo decennio hanno governato destra e sinistra: anche questo non va mai dimenticato.
A che sono serviti i due anni del Governo Prodi? A smontare tutte le azioni riformatrici che il Governo Berlusconi aveva portato avanti dal 2001 al 2006. Ricordiamone alcune, perché credo che ne valga la pena: è stata fatta una grande riforma costituzionale, che se oggi fosse in vigore avremmo superato il bicameralismo e potremmo andare a votare con il monocameralismo. Potremmo andare a votare con meno parlamentari, cosa che il Paese chiede da tanto tempo, che nessuno fa e che noi avevamo fatto. Potremmo andare a votare con un Governo più forte, perché il Primo Ministro avrebbe la possibilità di sfiduciare i Ministri. Insomma, potremmo andare a votare l'anno venturo con un Paese più moderno. Il Paese (a parte - mi piace ricordarlo - i veneti e i lombardi) ha dato retta alle sirene della sinistra e ha affossato quella grande riforma costituzionale, di cui oggi invece si sentirebbe molto il bisogno.
Negli stessi anni, l'allora ministro del lavoro Maroni aveva riformato il mercato del lavoro (riforma oggi tanto vituperata, sotto certi aspetti: ma voglio ricordare, colleghi, che è molto meglio un giovane precario che un giovane disoccupato, e le flessibilità che erano state introdotte attraverso la legge Biagi servivano proprio ad introdurre i giovani nel mondo del lavoro). Aveva riformato le pensioni, con il famoso "scalone", che Prodi ha cancellato. Questa cosa ci è costata 10 miliardi all'anno (tutti se lo dimenticano).
Il sottoscritto, modestamente, contro tutto e contro tutti, perché il presidente della Repubblica Ciampi fece di tutto per bloccarla, varò la riforma della giustizia, che il ministro Mastella poi cancellò. Queste cose sono state fatte. Il Paese avrebbe potuto essere più moderno. Oggi non lo è.
Ma soprattutto, perché non riusciamo ad uscire dalla crisi economica, industriale e produttiva che sta portando a fondo il Paese? Per un motivo molto semplice: le nostre aziende non ce la fanno. Voglio ricordare ai colleghi un altro dato che viene sottaciuto. Negli ultimi cinque anni le nostre aziende hanno creato un milione e mezzo di posti di lavoro. Ripeto: un milione e mezzo di posti di lavoro! Tutti all'estero! Se poi aggiungiamo i quattro milioni di posti di lavoro occupati da stranieri, questo vuol dire che negli ultimi vent'anni gli italiani hanno rinunciato a cinque milioni e mezzo di posti di lavoro.
Qual è la tenaglia che ci sta uccidendo? Qual è la tenaglia dalla quale non riusciamo ad uscire? È molto semplice. Ha due ganasce: una è l'euro, fortissimo, che ha messo in gravissima difficoltà la competitività delle nostre aziende. Tante cose si dimenticano, ma io ricordo che quando è nato, l'euro valeva più o meno un dollaro; è andato subito a un dollaro e mezzo, mettendo fuori gioco le nostre aziende. L'altra è la globalizzazione. Mi dite voi come si fa a competere quando, per fare gli stessi prodotti, un'ora di lavoro in Italia costa venticinque euro e in Cina due euro e mezzo? Ditemi voi come si fa.
Sui giornali di oggi c'è un allarme degli industriali del "bianco", che hanno detto che, se il Governo non interverrà, se ne andranno anche loro. Un settore strategico se ne andrà. La FIAT se n'è andata, perché è del tutto ovvio che, facendo parte di una società globalizzata, si va dove il mercato consente di sopravvivere, dove le condizioni, soprattutto fiscali e finanziarie, consentono di andare avanti. Io ricordo che il gruppo FIAT-Chrysler ha ricevuto enormi aiuti (miliardi e miliardi di dollari) dal Governo degli Stati Uniti e che in quel Paese si paga la metà delle tasse che si pagano da noi. Dunque, dove volete che vada la FIAT? È evidente che andrà negli Stati Uniti.
Il quadro è fosco, anzi, disastroso. Se non interveniamo il più rapidamente possibile attraverso aiuti alle nostre aziende, che possono essere incentivi molto pesanti (è chiaro che sto parlando a livello europeo), o dazi (introdotti anche da Obama), non ne usciremo mai. Potremo fare quello che vogliamo, ma la crescita sarà soltanto un mantra che verrà evocato in tutti i talk show televisivi. Non so se avete notato, una volta si diceva "abracadabra", ora tutti vanno in televisione a dire che per uscire dalla crisi ci vuole la crescita. Ma come? Con quali mezzi? Come? Ditemelo, per favore. Qualcuno ci dica come si può fare.
Bene, all'interno di questo quadro - vorrei adesso intervenire nel particolare, sennò sembra che io parli di altre cose - che ho già definito disastroso, si inserisce questo decreto. Vi sono alcune nostre aziende che, fortunatamente, hanno ancora un tale valore tecnologico, un tale valore organizzativo e di capacità da riuscire a sopravvivere. Sono le grandi aziende di cui si è parlato in questo decreto e che sono evidentemente appetibili all'estero.
Tra le poche aziende italiane che oggi resistono la prima è Finmeccanica, per un motivo molto semplice: è chiaro che chi fornisce armi in tutto il mondo non può non essere controllato dai Paesi stessi cui le fornisce. È chiaro che vi sono alcuni Paesi, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, che hanno un grandissimo interesse a controllare Finmeccanica, che è l'azienda che fornisce loro elicotteri e armi leggere, per un settore assolutamente fondamentale. Guarda caso, Finmeccanica oggi è sotto un attacco pesantissimo. Come mai? Sarà un caso? Probabilmente è un caso, e non abbiamo alcun elemento che possa dirci che non lo sia.
PERDUCA (PD). Ricordati chi ci avete mandato!
CASTELLI (LNP). Chi ci abbiamo mandato?
PERDUCA (PD). Belsito.
CASTELLI (LNP). Belsito era in Fincantieri.
PERDUCA (PD). Ah bè!
CASTELLI (LNP). Ricordo, giusto per parlare della cantieristica, che nel 1992 la cantieristica italiana, soprattutto Fincantieri, deteneva il 5 per cento del mercato mondiale grazie agli aiuti dell'Europa a tutta la cantieristica europea. Poi, in nome della globalizzazione, abbiamo tolto gli aiuti, e oggi siamo a meno dell'1 per cento. Non penso che questo sia colpa di Belsito, ma probabilmente di cervelloni come Monti che hanno voluto la globalizzazione e l'apertura del mercato oltre ogni misura. Ricordiamoci che oggi siamo indifesi, e questo provvedimento può valere qualcosa solo se verrà applicato.
Pensiamo soltanto al criterio di reciprocità. Oggi i francesi, attraverso alcuni "cavalli di Troia", agiscono all'interno delle nostre Ferrovie, ma le nostre Ferrovie, al contrario, non possono andare in Francia. Possibile che dobbiamo essere sempre l'anello debole, il vaso di coccio tra i vasi di ferro dell'Unione europea? Cominciamo finalmente a porci il problema della posizione del nostro Paese all'interno dell'Unione europea, nella quale abbiamo sempre detto di sì. Solo i Ministri della Lega avevano il coraggio di andare nei Consigli dei ministri dell'Unione europea competenti a dire di no. Questa è storia, e oggi ne cogliamo i frutti. E non c'è ministro Monti che tenga, se non risolviamo questi problemi, che sono di natura strutturale. Questo è il dato.
Per concludere, il decreto-legge in esame cerca di arginare un altro intervento dell'Unione europea che vuole abbattere le difese da noi poste per salvaguardare le nostre ultime aziende strategiche. Sicuramente è meglio di niente. Ma il nostro auspicio è che venga realmente applicato, anche perché nel testo si rimanda a successivi decreti di rango inferiore, per cui non si capisce in concreto cosa accadrà.
In ogni caso, noi avremmo voluto che fossero più ampi i campi di intervento, che invece sono ristretti a questi, fondamentali. Si tratta comunque di un punto di partenza, per cui alla fine il nostro giudizio non è negativo. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pinotti. Ne ha facoltà.