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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 717 del 02/05/2012


SANGALLI (PD). Signor Presidente, è in atto un preoccupante fenomeno di restrizione del credito sia in termini di quantità erogata che di costi applicati. I dati più recenti indicano che i prestiti alle famiglie e, soprattutto, alle imprese sono in calo: a gennaio si sono ridotti dello 0,1 per cento, dopo la contrazione dell'1 per cento già registrata a dicembre, pari a 20 miliardi in meno di crediti erogati.

A questa contrazione si aggiunge un elevato livello del costo del credito: a gennaio 2012, il costo medio per un'impresa era del 4,1 per cento, mentre a giugno 2011 era del 3,2 per cento. Ciò è avvenuto a causa dello spread applicato dalle banche sull'Euribor: più 2,8 punti a gennaio invece degli 1,7 punti di giugno. In particolare, il tasso pagato dalle piccole imprese, pari al 3,7 per cento a giugno, è salito al 5 per cento in soli sei mesi.

La domanda di credito è aumentata per un maggiore fabbisogno di capitale circolante e per la domanda di ristrutturazione del debito stesso. La restrizione finanziaria è stata resa più grave dell'allungamento dei termini di pagamento sia delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, ma anche fra le imprese, mentre in altre economie avviene l'esatto opposto. In Francia e in Germania, infatti, i tassi del denaro sono decrescenti e i termini di pagamento, negli stessi sei mesi presi in considerazione da questi dati che fornisco e che sono della Commissione europea, sono calati, sia in Francia che in Germania, drasticamente.

La carenza di credito, è bene saperlo, è uno dei principali fattori di freno per l'economia. Il decreto-legge 24 marzo 2012, n. 29, ha integrato le disposizioni contenute nell'articolo 27-bis del decreto-legge sulle liberalizzazioni relativo alla nullità delle clausole dei contratti bancari. In questo contesto di credito difficile, di rapporto complesso tra famiglie, imprese e banche s'inserisce il dibattito che stiamo facendo.

Il decreto-legge oggi al nostro esame completa le disposizioni di cui al decreto sulle liberalizzazioni che sancivano la nullità delle commissioni bancarie, a fronte della concessione di linee di credito, chiarendo e circoscrivendone l'ambito applicativo, che è tale quando le clausole siano stipulate in violazione delle disposizioni applicative dell'articolo 117-bis del Testo unico bancario, che detta disposizioni in materia di remunerazione degli affidamenti e degli sconfinamenti.

Abbiamo posto un correttivo ad un intervento sui costi dei servizi delle banche, sulle commissioni bancarie, avendo fiducia che il sistema bancario italiano si metta finalmente al servizio dell'economia e non al servizio solo dei propri azionisti e dei propri bilanci.

Le commissioni rappresentano un'entrata importante per le banche. La loro abolizione avrebbe comportato, in realtà, come effetto una crescita degli interessi e un impatto negativo non solo sul sistema bancario, ma anche su quello delle imprese. Il ripristino delle commissioni alle condizioni date - che non sono state tutte ripristinate - crea dunque un auspicabile spazio di confronto tra mondo dell'impresa, dei consumatori e delle banche.

Ciò detto, resta serio il problema di trasparenza e di comparabilità delle commissioni, nonché della loro entità che può incidere in modo significativo sul costo finale del credito.

La Commissione europea rileva che il 48 per cento delle piccole e medie imprese europee segnala un incremento dei costi diversi dal tasso d'interesse (commissioni, spese, tasse).

In Italia si sono registrati incrementi più elevati, segnalati non dal 48 ma dal 63 per cento delle piccole imprese (contro il 44 per cento che segnalava questo problema nel 2009). Ciò indica che l'aumento dei costi diversi dal tasso di interesse è stato nel nostro Paese molto forte.

Il decreto-legge in esame non può essere l'occasione per consolidare e confermare la diffusa prassi bancaria di applicare commissioni ed alti costi in modo non controllabile e difficilmente negoziabile da parte del contraente più debole, sia esso una piccola impresa o una famiglia, e in misura sproporzionata rispetto all'ammontare del finanziamento concesso e in essere, ciò che porta il costo effettivo dei finanziamenti a livelli irragionevoli.

La stessa fissazione di un tetto allo 0,5 per cento per trimestre (forse sarebbe stato meglio indicare lo 0,5 per semestre) rischia di uniformare verso l'alto (2 per cento all'anno) il costo delle commissioni bancarie, in mancanza di una effettiva trasparenza dei mercati. Il rischio è di confermare, senza indurre modificazioni, l'inefficienza organizzativa del sistema bancario italiano (di questo infatti si tratta, quando le commissioni bancarie sono le più alte d'Europa e il servizio è il meno efficiente ed efficace d'Europa), da cui deriva l'elevato costo delle commissioni, che ne sono sintomo evidente, e che andrebbe invece affrontato in modo determinante.

Se il costituendo Osservatorio sarà in grado di agire per la trasparenza del mercato, in cui prevalgono opacità, asimmetrie informative, logiche di remunerazione alle condizioni più onerose, lo vedremo. Mi permetto, però, di sollevare sinceramente, viste anche altre esperienze, ragionevoli dubbi.

Non dobbiamo mai dimenticare che le banche sono strutture economiche indispensabili in una moderna economia e che la loro efficienza è fondamentale per la competitività del Paese. Non vale, quindi, assumere posizioni demagogiche o ideologiche contro le banche; dobbiamo invece batterci per l'efficienza delle banche in un sistema moderno e competitivo di mercato, in cui le nostre imprese sono chiamate alla sfida dell'innovazione e della globalizzazione. Non dobbiamo dimenticare che banche sono imprese e - quindi - è giusto che operino in una dimensione di mercato, e non in un regime tariffario, ma devono operare in un mercato vero, regolato e trasparente. Non dobbiamo altresì dimenticare che al sistema bancario e finanziario internazionale è ascrivibile la nascita della crisi sistemica che coinvolge, dal 2007, l'intero mondo economico e che le banche - e non altri - hanno bruciato parte del potenziale di investimento e di risparmio delle famiglie e delle imprese. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che ogni volta che si pensa alle banche si fa qualcosa di utile solo se - contemporaneamente - si pensa all'economia reale, quindi alla crescita, al lavoro, ai consumi e agli investimenti.

Siamo quindi d'accordo su questo provvedimento, che delimita un intervento che richiamava aspramente le banche ad una maggiore efficienza e capacità organizzativa. Se in altri Paesi il mercato funziona meglio che qua, ciò significa che c'è maggiore capacità imprenditoriale da parte delle banche straniere rispetto alle banche italiane. Se una banca straniera dovesse venire in Italia, trovando le condizioni in cui operano le banche italiane, dovute alla loro inefficienza, non abbasserebbe certamente il conto, perché troverebbe qui condizioni più favorevoli rispetto a qualunque altro mercato internazionale. Lo abbiamo visto: le banche straniere sono venute e si sono adeguate in una logica profittevole di cartello, che era una situazione che creava loro immediatamente dei vantaggi.

Spero che il dibattito che abbiamo fatto sulle liberalizzazioni e l'emendamento che dimostrava uno stato d'animo, non soltanto del Parlamento e del Governo, ma del Paese nei confronti di questa importante struttura della nostra economia, inducano le banche ad una riflessione su se stesse: una riflessione che le allontani dall'attacco demagogico e imponga loro una seria revisione organizzativa, della loro missione sociale, della loro capacità imprenditoriale, della loro trasparenza e del loro modo di operare come soggetti economici. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Cursi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.