FIORONI (PD). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor Sottosegretario, con il decreto sottoposto al nostro esame, le commissioni bancarie sulle aperture di credito continueranno ad essere applicate a carico di consumatori ed imprese, salvo le minime esenzioni che abbiamo introdotto con particolare riguardo a famiglie titolari di conto corrente per le situazioni dì scoperto di conto, che sono un risultato anche se per ipotesi marginali.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 12,18)
(Segue FIORONI). Certo, la disposizione da noi votata originariamente, che considerava nulle tutte le commissioni sulle aperture di credito, era apparsa eccessivamente dirigista e non sostenibile economicamente, tanto è vero che la stessa Banca d'Italia, audita nella nostra Commissione, ha sottolineato che i rischi e le attività connessi con i finanziamenti non possono essere correttamente remunerati con il solo tasso d'interesse. Si tratta di un'affermazione che però da sola non basta e necessita di ulteriori argomentazioni ad integrazione, soprattutto con riferimento al fatto che non tutti i finanziamenti sono uguali e le situazioni di partenza sono ben diverse per coloro che li chiedono. Ad esempio, non possiamo considerare sullo stesso piano, quanto a potere contrattuale per il cliente e ad entità di impegno per le banche, le famiglie e le piccole e medie imprese rispetto ad un grande impresa a capitale pubblico. (Brusìo).
Signor Presidente, con questo brusìo non si può continuare. Ci vorrebbe un'Aula un po' più attenta. (Richiami del Presidente).
Come dicevo, non tutte le situazioni sono uguali, quindi non si può considerare omologa una linea di credito in conto corrente rispetto ad un impegno di finanziamento per una grande opera infrastrutturale. Il nostro emendamento non era pertanto casuale o privo di motivazione ed ha sicuramente aperto la strada ad un processo di sensibilizzazione della politica e del mondo del credito, che non deve interrompersi, per fare un punto sul rapporto tra banche e imprese e consumatori, mettendone in evidenza tutte le criticità, per ridefinire le regole nell'interesse generale, a tutela del contraente più debole e per il bene del nostro sistema economico.
Anche l'ABI ha affermato che è essenziale sottoporre le imprese bancarie ad un giusto set di regole, sottolineando poi che queste devono riguardare tre ambiti: stabilità, trasparenza e correttezza, concorrenza (e perciò comparabilità delle condizioni). Si tratta di una giusta affermazione, visto che ad oggi la galassia delle commissioni, aggi, spese e balzelli vari che gravano i rapporti bancari ha dimensioni considerevoli ed un ambito dì applicazione a livello di sistema, pur se con alcune differenze tra le varie aziende di credito.
In realtà, con riferimento alle commissioni bancarie in generale, non possiamo nascondere che inizialmente gli utili delle banche derivavano in maniera preponderante dall'intermediazione creditizia in senso stretto, cioè dai tassi applicati alla raccolta e agli impieghi. In seguito, soprattutto dopo l'introduzione dell'euro, le aziende di credito hanno visto ridursi progressivamente questa fonte di guadagno e sono stati progressivamente introdotti una serie di elementi di costo che forse ad oggi rappresentano l'essenza dei ricavi bancari: si va dalle commissioni sugli insoluti, sulla presentazione delle RIBA, per l'effettuazione di bonifici, spese di tenuta conto, commissioni sugli affidamenti ed altro ancora.
È evidente che nell'attuale quadro di contesto si rischia di facilitare ancora di più fenomeni di erogazione del credito per cui le banche siano tentate di recuperare gli effetti legati all'andamento negativo del mercato proprio a carico delle piccole e medie imprese e delle famiglie attraverso tassi di interesse e, con riferimento al tema in discussione, le commissioni. Ma allora non è certo scandaloso cercare di contenere l'importo e il peso di quelle commissioni che gravano in modo fisso e sproporzionato sulla concessione delle linee di credito, a tutela delle posizioni più deboli.
Peraltro, se proviamo a ricostruire la storia delle commissioni sull'apertura di credito, notiamo che fino al 2008 le banche applicavano solo la commissione dì massimo scoperto. Il precedente Governo le ha tolte, per alcuni casi, senza prevedere che le banche si sarebbero riorganizzate per far pagare la concessione del fido e lo sconfinamento anche in mancanza del fido. Quindi, immediatamente sono state introdotte commissioni con diversi nomi (di scoperto di conto, per istruttoria urgente, manca fondi), ma tutte volte a far pagare la concessione della linea di credito, il mantenimento e l'utilizzo, oltre allo sconfinamento, con percentuali calcolate sull'affidamento, percepite da consumatori e imprese come delle vere e proprie vessazioni.
L'Autorità antitrust nel dicembre 2009 aveva inviato una segnalazione al Parlamento, al Governo e alla Banca d'Italia rilevando, al termine di un monitoraggio su sette istituti bancari italiani, che si era verificato un innalzamento dei costi per i correntisti. Quindi, dopo l'abolizione della commissione di massimo scoperto, le banche avevano pienamente recuperato i mancati introiti della medesima commissione. Ricordiamoci che non c'è alcuna negoziazione reale in questo caso tra banche e contraente, elemento più debole, che, se vuole il credito, deve sottostare alle condizioni, anche se firma un contratto e riceve un'informativa che per la gran parte dei casi ancora, purtroppo, non è chiara e ben comprensibile.
Il decreto salva Italia successivamente ha provato a risolvere la vicenda delle commissioni nel senso della maggior trasparenza, chiarendo che sono ammesse solo quelle omnicomprensive, per le linee di credito entro un tetto (lo 0,5 per cento trimestrale), mentre per le commissioni extra fido o gli scoperti di conto ha previsto un'istruttoria veloce in forma fissa e stabilito che il CICR dovrà adottare le disposizioni applicative. Però possiamo dire che la commissione di massimo scoperto è stata sostituita ufficialmente e per di più, per lo scoperto di conto con affidamento, in forma di commissione per l'istruttoria veloce che, anche se fissa, potrebbe risultare più onerosa della commissione di massimo scoperto.
È pertanto ragionevole interrogarsi sul fatto che queste commissioni, difficilmente negoziabili da imprese e consumatori, potrebbero, in modo coerente, essere indirizzate, anche con opportuni interventi legislativi, verso una modulazione che tenga conto delle diverse situazioni di imprese e consumatori (un padre di famiglia che sconfina di poco nel conto e non arriva alla fine del mese, un piccolo imprenditore che lavora con una linea di credito per un ammontare al di sotto della metà dell'affidato).
Ciò non è' avvenuto, purtroppo, con le previsioni del salva Italia che, nel modificare il testo unico bancario e nell'introdurre un limite superiore alla commissione omnicomprensiva, ha aperto la strada all'allineamento verso l'alto nella determinazione di quelle commissioni che gravano sui rapporti di fido in conto corrente di consumatori e piccole e medie imprese a loro svantaggio, mentre ha abbassato forse eccessivamente il tetto per i finanziamenti di grandi operazioni rispetto alle quali le banche potrebbero bene negoziare con i clienti l'importo della commissione.
Mi auguro pertanto che si trovi per il futuro una soluzione ancora migliore per riequilibrare il sistema nel senso dell'equità. Il confronto non si deve chiudere, anche perché, signor Presidente - mi consenta di recuperare due minuti visto che sono stata interrotta - in questi ultimi tre anni le banche europee hanno preso in prestito più di 1.000 miliardi di euro in due tranche al tasso dell'1 per cento e in Italia - lo stiamo verificando tutti - non li stanno restituendo a cittadini e imprese, ma soprattutto non applicano condizioni adeguate.
Le commissioni sono tra le più alte d'Europa, e questo incide sul costo del credito determinando insieme al costo delle materie prime, dell'energia e alla pressione fiscale, un grave svantaggio competitivo nel mercato europeo e internazionale per le nostre imprese. Certo, va considerato il contesto attuale per cui l'Europa impone parametri di capitalizzazione che mettono in difficoltà le banche, alle prese con problemi di liquidità che incidono negativamente sugli impieghi e sulla concessione del credito. Si dice perciò che questa immissione di liquidità sia servita per risollevare le banche, che magari così possono anche investire nei titoli del debito pubblico e far ridurre lo spread con i Bund tedeschi, al cui andamento è legato anche lo spread per calcolare i tassi di interesse nella concessione del credito.
Tutto vero, ma nei rapporti tra banche e cittadini e imprese non dobbiamo dimenticare che le banche non possono guardare solo ed esclusivamente alla realizzazione dell'utile e del profitto, che a sua volta determina maggiori compensi - diciamolo - per i vertici aziendali: devono piuttosto riconsiderare la propria funzione sociale a sostegno dell'economia e dei cittadini. Nei confronti delle imprese questo significa anche avere più coraggio nel selezionare gli impieghi e speculare di meno su tassi e spread. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.